«Cristiada», la rivolta per difendere la fede
Le logge contro le chiese, un sedicente illuminismo riformista contro
una vituperata metafisica, le leggi della plutocrazia contro le
tradizioni della fede: un periodo turbolento si scatena nella prima metà
del ’900 in Messico, quando la massoneria al potere si scaglia contro
un cattolicesimo radicato. Fu la guerra dei cosiddetti cristeros, il cui
nome deriva da Cristos Reyes, i «Cristi-Re», come gli avversari
definivano con intento spregiativo gli insorti cattolici che
combattevano al grido di «Viva Cristo Re!», riprendendo il tema della
regalità di Cristo, all’epoca molto popolare e in sintonia con
l’istituzione della festa di Cristo Re proclamata nel 1925 da Pio XI.
Una
guerra civile nata con l’imposizione di leggi laiciste e oppressive
volute dal nuovo presidente messicano, massone e intransigente, il
generale Plutarco Elías Calles. Lotta contro la Chiesa, le sue autonomie
e le cosiddette «primitive» credenze del popolo al centro del programma
presidenziale, condotto con rigidità assoluta e violenze ripetute, tali
da far passare alla storia il personaggio con il nomignolo, poco
lusinghiero, di Nerone messicano. Aveva, in effetti, incendiato una
nazione e scatenato l’esercito governativo mandandolo a caccia, con vera
furia iconoclasta, di fedeli e sacerdoti, che avevano addirittura
proclamato la sospensione del culto pubblico.
Su quei fatti ancora poco divulgati, e poco nobili per tutti, che finirono con una resa comune gravida di conseguenze, in cui brillarono intolleranze e fanatismi, ma anche molti dei martiri della terra messicana, Cristiada apre un sipario tragico e magniloquente. La rivolta, come il film, inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente (strascichi della storia ancora gravano sul Messico moderno), nel 1929, con l’accordo tra Governo e Santa Sede, che voleva evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Dean Wright firma con questo soggetto impegnativo la sua prima regia – fino ad oggi una vita al servizio degli effetti speciali – e per l’occasione viene chiamato un cast di stelle cine-televisive: Peter O’Toole, Andy Garcia, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac, convinti dall’intraprendente, giovane produttore messicano Pablo Jose Barroso per una produzione da 40 milioni di dollari («la più impegnativa nella storia del cinema messicano»), che ha occupato maestranze e tecnici locali per trentasei settimane.
Su quei fatti ancora poco divulgati, e poco nobili per tutti, che finirono con una resa comune gravida di conseguenze, in cui brillarono intolleranze e fanatismi, ma anche molti dei martiri della terra messicana, Cristiada apre un sipario tragico e magniloquente. La rivolta, come il film, inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente (strascichi della storia ancora gravano sul Messico moderno), nel 1929, con l’accordo tra Governo e Santa Sede, che voleva evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Dean Wright firma con questo soggetto impegnativo la sua prima regia – fino ad oggi una vita al servizio degli effetti speciali – e per l’occasione viene chiamato un cast di stelle cine-televisive: Peter O’Toole, Andy Garcia, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac, convinti dall’intraprendente, giovane produttore messicano Pablo Jose Barroso per una produzione da 40 milioni di dollari («la più impegnativa nella storia del cinema messicano»), che ha occupato maestranze e tecnici locali per trentasei settimane.
Un
profluvio di musica, di lacrime, di pallottole, di eroismi piccoli e
grandi, di frasi grondanti sentimenti, conversioni e testimonianze di
fede, per «un film uscito dal cuore – confessa il produttore nel corso
della proiezione di ieri all’Augustinianum di Roma – e non da un calcolo
politico. Per dare un’immagine autentica del popolo messicano, del mio
popolo, della sua lotta per la libertà di culto e di religione ed
evitare che questo passato ritorni». Uscite previste? «Il 20 aprile in
Messico, il primo giugno negli Stati Uniti (col titolo For greater glory)». E in Europa? «Non abbiamo per ora nessuna certezza che riusciremo a farlo uscire».
Luca Pellegrini

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