giovedì 27 ottobre 2011

Shakespeare the Papist

Quest'articolo è per me soltanto l'ultimo di una lunga serie di inviti a prendere seriamente in considerazione l'idea di un'agenda di letture shakespeariane per la prossima estate. D'altronde le tre corone della letteratura mondiale (il Bardo, Dante e Omero) esigono di essere conosciute. E qui, vedi l'articolo sotto riportato da La Bussola Quotidiana, inziano le sorprese.


William Shakespeare



«Shakespeare? Cattolico, i critici si rassegnino»

di Antonio Giuliano
22-10-2011


Cattolico o non cattolico, questo è il problema, verrebbe da dire parafrasando il suo Amleto. In realtà la tesi che da anni ormai vuole il grande William Shakespeare (1564-1616) fedele della Chiesa di Roma oggi è molto più di un’ipotesi. La conferma arriva da un sorprendente numero di libri pubblicati di recente. E se perfino un popolare autore laico inglese come Peter Ackroyd lo ammette nel suo Shakespeare. Una biografia (Neri Pozza), convincente e ben ponderato è l’ultimo volume dell’anglista Elisabetta Sala L’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente? (Ares). L’autrice che già in Elisabetta la Sanguinaria (Ares) aveva brillantemente smascherato la propaganda che circonda l’epoca elisabettiana, mette in luce la dissidenza del drammaturgo e i suoi rapporti con i cattolici perseguitati dalla regina.

Chi non ha mai avuto dubbi amletici sul cattolicesimo di Shakespeare e da anni si batte contro una certa critica ancora diffidente è Peter Milward, gesuita inglese docente di Letteratura inglese alla Sophia University di Tokyo, massimo esperto della religiosità del Bardo. «È un’ipotesi che sostengo ormai dal 1973, quando pubblicai il mio primo libro Shakespeare’s Religious Background. Oggi per fortuna sono tanti i libri che rilanciano questo tema, ma c’è ancora un certo pregiudizio accademico che è duro a morire».

Professor Milward, perché è così convinto che Shakespeare fosse cattolico?
Sappiamo che suo padre, John Shakespeare, compilò di suo pugno un testamento spirituale ritrovato nascosto tra le travi del tetto della sua casa di Henley Street a Stratford. Quel documento (di cui oggi abbiamo una copia settecentesca riconosciuta come autentica) fu probabilmente nascosto lì al tempo della Congiura di Somerville del 1583, quando anche i familiari materni, inclusa la madre di Shakespeare, Mary Arden, per la loro fede furono soggetti all’ accusa di alto tradimento intentatagli da Sir Thomas Lucy di Charlecote Park. E i nomi sia del padre John (nel 1592) che di sua figlia Susanna Hall (nel 1606), figurano nell’elenco dei cattolici ricusanti, di coloro cioè che si rifiutavano di presentarsi alle obbligatorie funzioni religiose di Stato. Erano anni di caccia ai dissidenti cattolici per effetto di un bando severo emesso in nome della regina nel 1591, e l’altro all’indomani della Congiura delle Polveri del 1605.

Come mai allora la regina Elisabetta I (1533-1603) così feroce con i cattolici lo accettò a corte?
Ovviamente in una tale situazione di persecuzione, Shakespeare fu costretto a tacere la sua fede cattolica. Doveva andare in giro mascherato, come il suo Edgar nel Re Lear, e tale è rimasto fino a oggi. La sua maschera era quella di un personaggio di poco conto, di quello che lui stesso chiamerebbe il “buffone”. Dubito che la regina Elisabetta abbia intuito il suo camuffamento (anche se ci sono autori che invece ne sono convinti). Sappiamo però per esempio che la regina si rese conto della fede cattolica del grande compositore William Bird e gli consentì di rimanere a corte perché aveva bisogno di lui per la musica della cappella reale. Allo stesso modo potrebbe aver agito con Shakespeare perché ne stimava il lavoro, soprattutto le commedie e specialmente il personaggio di Sir John Falstaff.

Fu costretto quindi a ricorrere a simboli per non incappare nella censura?
Sì. Sono proprio i simboli, le immagini o i temi che ricorrono nei suoi lavori a rivelare il suo cattolicesimo. Prendiamo ad esempio un tema come il pellegrinaggio. È presente in molte delle sue opere: Riccardo II, Il mercante di Venezia, Come vi piace e Re Lear. L’abitudine di andare in pellegrinaggio era tipicamente medievale e cattolica, ma fu proibita dai protestanti al tempo di Enrico VIII che chiuse tutti i santuari in Inghilterra. Un’altra immagine tipica dei cattolici perseguitati in Inghilterra è stata per esempio la condizione dell’esilio e dell’emarginazione che non a caso ritornano nelle sue opere. Come quando Riccardo II al momento della sua deposizione consiglia alla sua regina addolorata di ritirarsi in Francia ed entrare in convento in modo da vincere “la corona di un nuovo mondo”, mentre lui dovrà subire l’arresto. Un altro tema è il modo in cui il drammaturgo tratta i frati in opere come Romeo e Giulietta, Molto rumore per nulla e Misura per misura. Mentre i drammaturghi protestanti come Robert Greene e Christopher Marlowe li trattano con scherno come personaggi ridicoli, Shakespeare li rispetta e fa in modo che anche i suoi personaggi li rispettino.

Quali sono le altre opere che tradiscono la sua fede?
In uno dei miei libri Biblical Influences in Shakespeare’s Great Tragedies (Indiana University Press), ho analizzato atto per atto, riga per riga le quattro “grandi tragedie” Amleto, Otello, Macbeth e Re Lear, rintracciando davvero tanti riferimenti della Bibbia. Soprattutto le ultime tre scritte già all’inizio del regno di Giacomo I (per Amleto era ancora regnante Elisabetta I) le considero tutte insieme come l’ “opera della passione di Shakespeare” perché richiamano il Vangelo della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Ma nel mio ultimo libro Shakespeare the Papist dimostro come tutte le opere ammettono un’interpretazione cattolica e biblica. Se non si considera questo background, questo retroterra cattolico, molte opere rimarrebbero enigmatiche.

Ha fatto scalpore anche la dichiarazione del primate della Chiesa Anglicana, Roman Williams, che ha ammesso il cattolicesimo del Bardo.
Sono molto contento. Lo stesso arcivescovo di Canterbury mi ha confidato che ha maturato questa convinzione anche dalla lettura di alcuni miei scritti. Solo che non è sufficiente riconoscere che Shakespeare fosse cattolico. È necessario prendere atto che ci troviamo di fronte a un testimone importante di quel cattolicesimo inglese che è stato crudelmente soppresso da Enrico VIII ed Elisabetta I e dai loro crudeli ministri, Thomas Cromwell e William Cecil.

Eppure resistono ancora molte diffidenze riguardo a questa ipotesi…
C’è purtroppo un secolare pregiudizio accademico da parte di un establishment di studiosi di Shakespeare. Costoro godono di tribune universitarie importanti e di pubblicità mediatica. Il problema è poi che alcuni autori come Peter Ackroyd ammettono il retroterra cattolico di Shakespeare. Ma non si può capire il suo ruolo di testimone della cristianità e il suo cattolicesimo se non si studiano a fondo le sue opere e non si considerano le dure persecuzioni del tempo. Shakespeare ha davvero vissuto in un’epoca in cui i cattolici inglesi vivevano nella paura come i cristiani copti oggi in Egitto. Persino i preti, persino i gesuiti, temevano di essere scoperti, arrestati, imprigionati, torturati e giustiziati come traditori. Lui non andò alla ricerca del martirio, ma aveva una grande fede cattolica. E si sentiva investito come drammaturgo nella missione di proclamare la verità della sua epoca e la fede di ciò che Amleto chiama “il mondo non ancora conosciuto”

giovedì 20 ottobre 2011

The Father's Tale

Dalla newsletter di Michael D. O'Brien, una grandiosa e attesissima notizia: l'uscita di The Father's Tale, il suo ultimo romanzo.





...


My novel, The Father's Tale has just been published by Ignatius Press. It is the story of Alex Graham, a quiet middle-age man waiting to die. A widower with two sons, he is the owner-manager of a small town bookshop, considered by all who know him to be a "boring man, an unimportant man," and he is contented to be so. When one of his sons disappears without explanation or any hint of where he has gone, the father begins a long journey that takes him for the first time away from his safe and orderly world. As he stumbles across the merest thread of a trail, he follows it in blind desperation and is led step by step on an odyssey that brings him to fascinating places and sometimes to frightening people and perils.

Through the uncertainty and the anguish, the loss and the longing, Graham is pulled into conflicts between nations, as well as the eternal conflict between good and evil. Stretched nearly to the breaking point by the inexplicable suffering he witnesses and experiences, he discovers unexpected sources of strength as he presses onward in the hope of recovering his son—and himself.  This is a modern retelling of the parables of the Prodigal Son and the Good Shepherd combined.


...

sabato 15 ottobre 2011

venerdì 14 ottobre 2011

A cosa può servire un cristianesimo senza Cristo?

Se c'è un motivo per cui da un po' di decenni a questa parte il cristianesimo ha perso in fascino e interesse é proprio perché ci si é dimenticati (o si é voluto dimenticare) che il cristianesimo é Cristo stesso. Questo ha lasciato in piedi un edificio di regole e schemi vuoto e pesante e in fin dei conti inutile. Di certo non influente o di scandalo (nell'accezione vera del termine). Non c'è da stupirsi quindi che oggi si acclami, da parte di un certo mondo laico, a quanti affermano addirittura la convenienza di un cristianesimo senza Cristo, perché "il bene é più importante della fede", come ad esempio accade nell'ultimo film di Ermanno Olmi. Ma davvero é così? Non siamo forse circondati da gente stanca di fare il bene "perché deve", di sforzarsi di essere brava, di seguire regole e "valori"? C'è ancora qualcuno che é disposto ad alzarsi e darsi da fare semplicemente per "fare il bene"? 
Certo, un aiuto e una buona azione rimangono tali comunque; ma non si corre il rischio che anche questa diventi una nuova ideologia? Con le conseguenze di tutte le ideologie, cioé l'annichilimento umano di chi si vota a esse.
 
E poi, quanto possono durare i frutti senza la loro radice? Serve davvero un cristianesimo senza Cristo? Sarebbe come sposarsi senza una moglie.


Da Tracce.it






IL VILLAGGIO DI CARTONE Serve un cristianesimo senza Cristo?

di Maurizio Caverzan

07/10/2011 - Esce nelle sale l'ultimo film di Ermanno Olmi. La storia di un prete che accantona il crocifisso, ormai «lontano nel tempo», per dedicarsi totalmente agli immigrati nordafricani. Realizzerà il suo desiderio di voler bene?


«Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede». È la frase centrale de Il villaggio di cartone, il nuovo e quasi certamente ultimo film di Ermanno Olmi, che il regista fa pronunciare al vecchio prete, suo alter ego.
Alla prima scena di quello che si propone come un apologo religioso, senza una motivazione esplicita, il grande crocifisso che giganteggia sull’altare di una chiesa viene rimosso da un braccio meccanico e lo stesso avviene per le immagini sacre delle pareti. Dapprima l’anziano sacerdote, quel Michael Lonsdale che abbiamo visto innamorato di Cristo in Uomini di Dio, sembra rammaricarsene. Ma poco alla volta, pur assalito dai dubbi a proposito della sua stessa vocazione, ritroverà coraggio e motivazioni, anche se di natura assai diversa. Ora tra i banchi e presso l’altare si è rifugiato un manipolo di immigrati nordafricani: il battistero è diventato un abbeveratoio e le candele votive servono a scaldare gli ospiti infreddoliti. Così l’edificio sacro, è questa la metafora voluta da Olmi, diventa vera «casa di Dio» perché luogo di accoglienza e di solidarietà degli ultimi. Non vi si celebrano più i sacramenti né vi si annuncia Cristo morto e risorto per la redenzione dell’uomo. Il centro della storia sono gli immigrati. Così, quando una di loro partorisce in sacrestia, Olmi può citare una nuova natività. E quando il gretto sacrestano (Rutger Hauer) rivela ai vigilantes la presenza degli immigrati nella chiesa sconsacrata, il richiamo al tradimento dell’Orto degli ulivi è immediato. In tutta questa simbologia, però, Cristo è scientemente messo da parte. E a un piccolo crocifisso superstite l’anziano prete dice di «non provare pietà» per lui, ma di sentirlo «lontano nel tempo». Però «il bene è più della fede» e, dunque, missione compiuta.
Purtroppo, c’è da temere che la vera missione compiuta de Il villaggio di cartone sia l’affermazione di un grande equivoco. Un cristianesimo senza Cristo non può che ridursi a religione civile, a mistica sociale. Un vago spiritualismo buono per tutte le stagioni che propaga una falsa idea di carità. Ed è pronto per essere applaudito nei programmi di moda della televisione o nei templi della cultura laica. Tutto questo sebbene nelle interviste per la promozione del film, Olmi abbia confidato di sentirsi finalmente «libero da tutte le chiese». Ribadendo, peraltro, che il crocifisso è «un simbolo di cartone» e che «Gesù Cristo è morto duemila anni fa. Oggi bisogna genuflettersi davanti a chi soffre, agli immigrati, ai giovani devastati dalla droga a chi è senza casa». È vero, per fare il bene non serve la fede: anche gli assistenti sociali o le onlus si prefiggono di farlo. Per un cristiano, invece, il bene coincide con la persona di Cristo, «centro del cosmo e della storia». È quella persona «ciò che abbiamo di più caro», il vero «scandalo» del cristianesimo anche per l'uomo del Terzo millennio. A chi le chiedeva le ragioni della sua missione, Teresa di Calcutta ha risposto in modo inequivocabile: «Non sono un’assistente sociale, né una filantropa. Faccio ciò che faccio perché vedo in ogni povero il volto di Cristo».

Il villaggio di cartone
di Ermanno Olmi
con Michael Londsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber
 

giovedì 6 ottobre 2011

Totalitarismo pedagogico

Si potrebbero compilare elenchi con il nome di persone per bene che di fronte agli orrori raccontati da Orwell e Huxley storcerebbero il naso, e con aria seria e grave finirebbero un doveroso discorso sull'obbligo della memoria con le parole "dobbiamo quindi vigilare affinchè non riaccada più". Ho però il sospetto che quelle stesse persone, di fronte a notizie come quella commentata qui di seguito da Camillo Langone su Libero dell'1.9.11 e riportata recentemente sul blog della SCI, annuirebbero con la stessa aria grave e magari terminerebbero un interminabile discorso (dove Morale e Costituzione, in qualche modo, farebbero la loro parte) con le parole "dobbiamo quindi fare in modo che questo genere di cose diventi la prassi".

PS. Per chi riuscisse a cogliere la contraddizione tra le due posizioni, consiglio la lettura di Il Nemico di Michael D. O'Brien e Il padrone del mondo di Robert H. Benson.


Brave New World di Aldous Huxley, in una vecchia edizione


 

MEGLIO MALEDUCATI CHE EDUCATI DAGLI STATI: I GUASTI DEL TOTALITARISMO PEDAGOGICO
 

Il ministro francese dell'educazione nazionale ci fa tornare in mente le peggiori dittature: chi decide i valori imposti per legge?
 
di Camillo Langone
 
 
Meglio maleducati che educati dagli Stati. È ancora fresca la notizia del turista italiano che ha trascorso tre notti in cella a Stoccolma per aver osato dare uno schiaffo al figlio capriccioso. Fresca ma già superata: in Francia e in Svizzera lo Stato non vuole impedire ai genitori di educare i figli con le cattive, vuole impedire di educarli anche con le buone. Avanza un totalitarismo pedagogico che sottrae i bambini alle famiglie perché siano plasmati da insegnanti pubblici secondo programmi ideologici e alla moda.
Il ministro francese dell'educazione nazionale, che già basta la definizione per ricordarsi di Orwell, se non proprio di Mussolini o Stalin, ha dichiarato: «Farò tornare la morale a scuola». Detta cosi può sembrare una cosa giusta, sarebbe stato più immediatamente preoccupante se avesse affermato di voler diffondere tra i banchi l'immoralità. 
Ma il diavolo come sempre si annida nei dettagli: «Poco importa il metodo, purché il professore trasmetta un certo numero di valori». A parte l'indifferenza tipicamente machiavellica nei confronti dei mezzi, a colpire è la confusione sui fini Quali saranno mai questi benedetti valori in una società fieramente laica ergo atea come quella francese? Se non sono ricavati dal Decalogo, da quale testo verranno estratti? All'uopo si organizzeranno sondaggi, consultazioni, comitati? E si deciderà a maggioranza? E i valori della minoranza che fine faranno?
Tempo addietro proprio un francese, anzi il massimo scrittore francese (Michel Houellebecq), ha definito «valori superiori, la cui scomparsa costituirebbe una tragedia» l'altruismo, l'amore, la compassione, la fedeltà, la dolcezza: una bella panoramica su cui tutti o quasi tutti, francesi e pure italiani, si direbbero d'accordo. Molti però cambierebbero idea qualora si precisasse il significato delle parole. Non credo proprio, ad esempio, che l'altruismo sia compatibile con l'aborto: nessuno, neanche Emma Bonino, può spingersi a definire l'uccisione dì un feto un grande atto di generosità. L'aborto ha tante ragioni, tante motivazioni: l'altruismo però no. 
E la fedeltà? In una repubblica il cui presidente ha avuto tre mogli? L'ultima della quali si chiama Carla Bruni, sì, proprio lei, l'avvenente teorica della coppia aperta, apertissima, spalancata: «La fedeltà è una forma di pazzia».
Ecco, se fossi in quel ministro, e ci tenessi alla poltrona, lascerei perdere anche il valore-fedeltà. Se la pedagogia pubblica francese risulta poco chiara, quella svizzera lo è anche troppo. A partire dal nuovo anno scolastico, ai bambini degli asili di Basilea verranno impartite lezioni con una Sex Box, una scatola del sesso piena di oggettini erotici, affinchè imparino quanto sia piacevole toccarsi. No, non è uno scherzo di cattivo gusto e anche qui c'è in ballo un ministro dell'educazione che però stavolta non è nazionale, è cantonale. 
Che dopo le reazioni furibonde dei genitori abbia intuito di aver preso una cantonata? Manco per idea: «Ci atterremo al nostro obiettivo: far capire ai bambini che la sessualità è qualcosa di naturale». Nessuna possibilità di esenzione, magari l'educazione religiosa è facoltativa ma quella sessuale è obbligatoria. Io piuttosto renderei obbligatorio (ma non per i bambini, per gli insegnanti) Io studio dell'opera di Milosz, lo scrittore polacco Nobel per la letteratura che aveva capito tutto: «L'abbattimento di ogni barriera in questa nostra società permissiva si riduce essenzialmente al dominio del sesso». 
Grazie alla magica scatoletta, inno alla masturbazione precoce, i bambini di Basilea già a cinque anni verranno consegnati al dominio dei propri istinti sessuali mentre i genitori verranno confinati in una totale, umiliante impotenza educativa. Potranno solo pregare affinchè si realizzi il Vangelo di Marco: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare». 
A Basilea il mare non c'è ma fa lo stesso, anche il fiume Reno è abbastanza profondo.

martedì 4 ottobre 2011

Francesco, il suo grande e bellissimo segreto e i commentatori parziali

Ecco l'editoriale dell'edizione di ieri de IlSussidiario.net riguardo uno dei santi più (s)conosciuti di sempre.


S. Francesco d'Assisi, affresco della Basilica inferiore di Assisi, Cimabue (particolare)


Quanti "errori" su San Francesco

 
lunedì 3 ottobre 2011
 
I centocinquant’anni dell’Unità d’Italia e l’approssimarsi dell’incontro interreligioso di Assisi hanno riacceso i riflettori su quello straordinario personaggio che è stato il figlio di Pietro Bernardone, quel Francesco d’Assisi che dell’Italia è il patrono e del dialogo interreligioso un antesignano, per via del suo famoso viaggio dal Sultano.
A dire il vero, i riflettori non si sono mai del tutto spenti. Forse nessun altro santo italiano è stato altrettanto frequentato da storici, teologi, pittori, cineasti, commediografi eccetera. Ora anche grandi quotidiani gli dedicano intere paginate, magari per ricordare che Francesco è stato strumentalizzato ai tempi del fascismo come prototipo di un’italianità aggressiva e poi, a loro volta, strumentalizzarlo per dire quanto i politici attuali sono lontani dalla francescana sobrietà e dalla sua esigente povertà e castità.
In effetti, san Francesco è stato spesso descritto con parzialità. Così abbiamo dovuto sorbirci - per limitarci agli ultimi decenni - il contestatore dell’autorità ecclesiastica, l’ecologista adorante più la madre terra che il suo Creatore, il pacifista a oltranza, il mite dialogante con l’Islam, lo spregiatore del nascente capitalismo, il mistico disincarnato.
Evidentemente ognuna di queste immagini parziali ha dovuto nascondere qualcosa della biografia del santo: la sua cristallina ubbidienza alla Chiesa gerarchica, pur nella consapevolezza acuta dei suoi limiti; la coscienza che il creato è «fratello» perché inserito nel gran disegno della salvezza, fino al punto di sentire fraternamente anche la cosa più lacerante dell’esistenza: la morte; la visione cavalleresca e quindi in un certo senso combattiva della propria vita terrena; il desiderio di convertire a Cristo, unica via di salvezza, anche i seguaci di Maometto; la povertà come imitazione di Cristo e non spregio dell’onesta intraprendenza; la carnalità del rapporto con il Signore crocifisso fino ad assumerne sul proprio corpo le ferite.
Eppure sarebbe così semplice non essere parziali e guardare Francesco per quello che è stato. Basterebbe, ad esempio, osservare uno dei più antichi ritratti, quello del Cimabue nella basilica inferiore di Assisi. La scena è in gran parte occupata dalla Vergine col Bambino seduta su un imponente trono circondata da angeli. Lui, Francesco, è sulla destra, un passo indietro, come non volesse distrarre l’attenzione da ciò che veramente conta. Mostra la ferita al costato quasi con timidezza e guarda lo spettatore con la dolcezza sicura di chi ha un grande e bellissimo segreto.
Deve essere stato proprio questo sguardo che ha prodotto lo straordinario movimento di uomini e donne che lo hanno seguito su una strada ardua, in cui la «perfetta letizia» implica essere maltrattati e irrisi, la ricchezza coincide con la libertà da ogni possesso, la massima espressione di sé con la sequela del vangelo «sine glossa».
Nessuno come Dante ha saputo cogliere quell’attimo in cui un uomo capisce che gli conviene seguire totalmente un altro uomo e quello che quest’altro sta guardando. È perché hanno visto i «lieti sembianti» e il «dolce sguardo» di Francesco e della sua amata Povertà che Bernardo «corse dietro a tanta pace», senza calcolare il prezzo. È per la scoperta di una «ignota ricchezza» che «scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro».
Tutti i commentatori parziali di san Francesco non si sono mai scalzati di niente.

 

domenica 2 ottobre 2011

Spalancare le finestre


Cape Cod, Morning, Hopper


Dal discorso di B XVI al Reichstag di Berlino

"La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto".