sabato 30 maggio 2009

Giovanna

"Sarei la persona più infelice del mondo se sapessi di non essere nella grazia di Dio!"

Santa Giovanna d'Arco

mercoledì 27 maggio 2009

Europa

Da IlSussidiario.net una serie di articoli sulla storia della nostra Europa per tornare a capire, e amare, chi siamo veramente.





L’antica Grecia e le origini della nostra identità

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In Erodoto l’antinomia tra i due continenti è ormai un dato acquisito. Nei primi capitoli delle Storie Erodoto presenta le guerre persiane come l’ultimo atto di un’inimicizia tra Europa e Asia che risale alla guerra di Troia e che affonda le sue radici in una serie di ratti di donne (Io, rapita dai Fenici; Europa, rapita da Greci di Creta; Medea, rapita da Giasone; Elena, rapita da Paride). Poi lo storico ritorna su questa opposizione tra mondi, quello europeo e quello asiatico, dandone una interpretazione culturale e antropologica. Il passo cruciale è la scena in cui il re Serse comunica ai suoi consiglieri la decisione di attaccare la Grecia e spiega che, vinti gli Ateniesi e gli Spartani, nulla potrà impedirgli di unificare il mondo intero sotto il suo scettro: «Il sole non vedrà alcun’altra terra confinante con la nostra, ma con il vostro aiuto io le fonderò tutte in una sola terra, marciando per l’intera Europa».

Naturalmente, Erodoto si compiace di attribuire al despota barbaro un piano di conquista destinato a fallire miseramente.


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L’impero romano, all'origine culturale e civile del continente

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Roma, secondo una teoria storiografica (la successione degli imperi) radicata da secoli nel pensiero greco e affermatasi in quello romano intorno al II secolo a.C., era succeduta ai grandi imperi precedenti di Assiri, Medi, Persiani e Macedoni. Il suo dominio su quasi tutta l’oikoumene (le terre conosciute) non distinguerà un territorio dall’altro. Tuttavia, anche se Roma non alimenterà l’idea di Europa, si può dire che la cultura e il pensiero giuridico che oggi chiamiamo europei – senza dimenticare che gli stessi principi sono accolti e professati anche oltreoceano – sono elaborati e perfezionati da Roma fin dal V secolo a.C., non molti anni dopo la vittoria dei Greci alle Termopili. Di Europa si ricomincerà a parlare in età tardo antica (sebbene il termine ricorra in Cesare, Plinio il Vecchio e Tacito), quando cominceranno a prendere forma gli stati nazionali, si affermerà il Cristianesimo come fede comune a tutti i popoli del continente europeo e sorgerà il Sacro Romano Impero, baluardo della Cristianità contro l’avanzata islamica.

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Medioevo: da Poitiers all'apogeo della Cristianità, il continente “prende forma”

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Il sovrano franco ha mandato il suo braccio destro, il maestro di palazzo Carlo. Con lui vi è praticamente l’intero esercito da campo dei franchi, sull’altura vicino a Poitiers. Se perderanno, il regno vacillerà, probabilmente crollerà. Ma a cadere sono gli invasori musulmani: dopo due giorni di battaglia, tra il 25 e il 26 ottobre del 732, i franchi hanno la meglio, Carlo diviene il Martello – l’utensile, certamente, ma anche il «piccolo Marte» – e soprattutto gli «europei» hanno vinto.

Proprio così, infatti, parla una fonte dell’epoca: la vittoria dei franchi a Poitiers fu la vittoria degli europenses contro un nemico esterno e aggressore. Si rinnovava dunque – anche se le circostanze erano affatto diverse – il mito di Maratona e Platea, mito fondatore della mentalità greca e occidentale, e che propugnava la difesa della libertà – la Grecia allora, l’Europa dei franchi nell’VIII secolo dopo Cristo – contro la tirannide e l’aggressione – la Persia nell’Antichità, l’Islam nell’Evo che chiamiamo di Mezzo.

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martedì 26 maggio 2009

Quelli che Dio... é meglio che non se ne parli!


(Chiedo scusa per la foto....)


I cattorelativisti

Così è nata la svolta super intransigente degli ex cattolici adulti, progressisti e anti Cav.

"Io amo pensare alla Chiesa che si occupa delle cose di Dio”. Così parlò il ministro per la Famiglia Rosy Bindi, ai tempi dello scontro sui Dico. E ai tempi del referendum sulla legge 40: “C’è un esibizionismo strumentale dei valori cristiani: è una mancanza di laicità e allo stesso tempo di rispetto per la fede”. Sempre stati molto attenti, i cattolici d’imprinting progressista, a tenere separate le valutazioni riconducibili a convinzioni etiche o religiose e il piano civile, circoscritto e protetto dalla sfera della laicità.

Nel caso dello status della famiglia e dei privati costumi sessuali, la sfera laica diventa quella dei diritti della persona; e i diritti individuali vanno visti con veduta larga, nel riconoscimento del pluralismo culturale e della compiuta secolarizzazione. Ma adesso per Rosy Bindi “Berlusconi emerge come la figura del corruttore morale. Il limite è stato superato… C’è una corruzione morale praticata nei confronti di donne, di minorenni”, ha detto alla Stampa. E allora tanti saluti alla privacy, qui non è più tempo di occuparsi delle cose di Dio, urge raddrizzare i comportamenti degli uomini. Non solo Bindi. Nella chiesa progressista e di (ex?) ampie vedute è scattato qualcosa, un riflesso condizionato.

Il direttore di Famiglia Cristiana don Antonio Sciortino ha accompagnato un duro editoriale del settimanale con un’intervista all’Unità, in cui fa sua una linea accusatoria da giudice Kenneth Starr: “Chi ha responsabilità pubbliche non può essere sfiorato neanche dal sospetto”. Corroborata dai richiami alla “sobrietà”, nuova parola d’ordine della chiesa italiana: “La via per afferrmarsi non può passare attraverso il mondo dello spettacolo”. Ancora più duro monsignor Alessandro Plotti, vescovo emerito di Pisa, per il quale “vicende che chiamano così pesantemente in causa la vita privata del capo del governo non possono non lederne la credibilità personale”. Voce storica dell’episcopato progressista, critico della Cei di Camillo Ruini e della chiesa dei “valori non negoziabili”, stavolta Plotti sfodera anche il riferimento al Papa Ratzinger che “stigmatizza gli effetti pubblici del relativismo morale”. Mentre per Beppe Fioroni il presidente del Consiglio istiga i giovani a “sostituire l’essere con l’avere”.

Giocoforza intepretare la svolta neo-intransigentista degli ex cattolici adulti nel segno del puro antiberlusconismo. Ma l’ex teodem Paola Binetti, a suo tempo accusata di parlare troppo di Dio dagli stessi compagni di fede e partito, se ne discosta. Certo auspicherebbe un chiarimento dal premier, ma trova sbagliata ed eccessiva la buriana su Noemi e, in linea con monsignor Bagnasco, vorrebbe vedere il governo incalzato sulla crisi e non sulla vita privata del suo capo. Ma spiega anche che non è solo antiberlusconismo: “In questa vicenda è scattato a livello di costume, anche a livello inconscio, qualcosa d’altro. C’è qualcosa che tocca un senso più profondo, c’è un aspetto di pruderie”. E anche il cattolicesimo progressista si scoprì un poco prude.

venerdì 22 maggio 2009

I perfetti da un'altra parte, prego

Basilica di Assisi


“La Chiesa Cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”.

Oscar Wilde

giovedì 21 maggio 2009

La vera umanità

La vita “per caso”. A piene mani

«Il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, ma significa la vera umanità». Quanto c’è della storia della generazione che ha superato i cinquant’anni, in questa frase di Enzo Piccinini

di Marina Corradi




«Io sono un ateo, diventato cristiano per caso. Perché vengo dal posto dove l’ateismo è nato, la bassa emiliana. Sono cresciuto respirando il pragmatismo tipico degli emiliani. Per loro la metafisica è l’opinione di qualche mente malata. Per questo, per me il fatto cristiano è stato proprio un’avventura. È stato come una scommessa. La sfida è che il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, perché ha qualche obbligo morale in più, ma significa la vera umanità».
È un passo della biografia di Enzo Piccinini di Emilio Bonicelli (Enzo, un’avventura di amicizia, Marietti 1820). Piccinini era un noto chirurgo, e un dirigente di Comunione e Liberazione. È morto in un incidente stradale, sull’Autosole, dieci anni fa, il 26 maggio 1999. Anche quella sera, come sempre, correva: pendolare com’era fra l’ospedale a Bologna e la famiglia, e Cl a Milano. Uno che correva spinto dalla passione per gli altri: malati da operare, allievi da formare, ragazzi da crescere. Gli sarebbe stato giusto addosso il motto paolino: «Caritas Christi urget nos», la carità di Cristo ci sprona, ci fa correre.
Ciò che colpisce nella sua storia è l’eco di una sfida. «Io sono un ateo, diventato cristiano per caso…». Un ragazzo di Rubiera, provincia di Reggio Emilia, in quattordici in una cascina. Lui, Enzo, che vuole studiare. I collegi cattolici. A 18 anni, «una ribellione totale alla questione cristiana». Frequenta l’estrema sinistra. Se ne va un istante prima che i suoi amici entrino in clandestinità. È accaduta una cosa: la curiosità di «vedere cosa facevano» dei ragazzi che ogni sera nella cripta del duomo di Reggio recitavano i Salmi. I vecchi amici lo mettono in guardia: «Vedi, sono bravi ragazzi, ma hanno un chiodo fisso, Gesù Cristo», e lo dicono come se si trattasse di un grave handicap. Ma il “caso” scatta, Enzo sceglie: quelli dei Salmi sono i suoi nuovi amici. La sfida è netta: «Il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, ma significa la vera umanità».
Quanto c’è della storia della generazione che ha superato i cinquant’anni, in questa frase. Il cristianesimo come un restringimento dell’umano, un piegarsi sotto a obblighi e precetti, un vivere a capo chino tarpando il proprio stesso desiderio di felicità. Questa era proprio l’immagine che della fede cristiana avevo tratto io, fra oratori e catechismo; e non solo io, ma in quanti, nella mia classe di liceo, la pensavamo così. Poi, per qualcuno, il “caso”; l’incontro che insinua un dubbio. La possibilità di non rassegnarsi a una vita di carriera, soldi, amori a termine – e alla fine a un triste educato cinismo – stava in quella scelta: riconoscere in Cristo non una vecchia fiaba buonista, ma il Dio vivente. Singole, nascoste rivoluzioni, qui e là, in una generazione in massa di sinistra, laica, “liberata”. Come questo medico che operava i malati inoperabili, che amava la compagnia, e il buon cibo, e il buon whisky, e al cui funerale San Petronio scoppiava di settemila amici. La sfida, compiuta. 48 anni appena, ma quanta vita: abbondante, gratuita, a piene mani.

mercoledì 20 maggio 2009

"Non lascerò scrivere la mia agenda a un mullah iraniano"




l'Olanda ne é un tragico esempio.
Un'Europa cristiana è un bene per tutti, un'Europa basata sul nichilismo e sul Corano no.
Tulipani e turbanti/3 - La quarta puntata oggi in edicola

Parla Wilders, l’uomo più odiato e più amato d’Olanda

“La più grave malattia dell’Europa è il relativismo culturale di fronte all’islam”

Sul Foglio di oggi in edicola la quarta puntata dell'inchiesta di Giulio Meotti sull'Olanda e la fine del multiculturalismo: "Così abbiamo tradito Spinoza - L'Olanda ha scelto la strada dell'autocensura sull'islam. Parlano i protagonisti".

L’Aia. Quando Geert Wilders si alza in piedi, con la testa riesce quasi a toccare il soffitto angusto dell’ufficio. Piccolissimo e senza finestre, si trova nel punto più alto del Parlamento olandese. Non è stato scelto a caso. Gli assassini possono arrivarci da una sola direzione, rendendo più facile l’intervento della scorta. Di tanto in tanto il Parlamento deve ricollocarlo all’interno dell’aula in un punto non visibile al pubblico, per meglio tutelarlo. Non sono ammessi visitatori nel suo ufficio se non dopo una trafila lunghissima, persino le penne vengono setacciate, in cerca di ordigni. La compagnia aerea olandese Klm ha rifiutato d’imbarcarlo su un volo per Mosca, per problemi di sicurezza. Il suo entourage è perlopiù anonimo. Quando il livello d’allerta sale, Wilders non sa dove passa la notte, lo portano via e basta. Non usa il telefono e per mesi ha visto la moglie due volte la settimana, in un appartamento sicuro e quando lo decideva la polizia. Prima di questa intervista al Foglio, le sue assistenti ci hanno annullato due incontri. Per ragioni di sicurezza.

Il punto più basso Wilders lo ha toccato quando è stato costretto a vivere in una prigione di stato, il campo Zeist, nella cella accanto a quella dei terroristi dell’aereo abbattuto nel cielo scozzese di Lockerbie. “In carcere avevo una stanza per dormire e vestirmi e una per mangiare”, ci dice Wilders. “L’Olanda dopo la morte di Van Gogh non era preparata. Ho perso la mia libertà, da sei anni vivo 24 ore su 24 sotto la protezione della polizia, ovunque vada ci sono con me molti poliziotti, devo dare loro la mia agenda, privata e professionale, con largo anticipo. Potrei andare al ristorante con mia moglie, ma la polizia dovrebbe prima evacuarlo. Quando andiamo al cinema, entriamo dalla porta di dietro, arriviamo dopo che il film è iniziato e andiamo via prima che finisca. Sono sotto scorta permanente, grazie a coloro che preferiscono la violenza al dialogo. Sono grato a chi mi protegge, fiero di vivere in una società che tutela chi viene minacciato, ma è terribile quello che sta accadendo”. Wilders è il grande scandalo che agita oggi i Paesi Bassi. Il suo atteggiamento è spesso sopra le righe, appositamente provocatorio e verbalmente incendiario. Osa irridere anche la regina Beatrice, figura sopra i partiti e amata dal popolo olandese. L’atteggiamento di Wilders è quello di chi sa di non avere alternative. Come quando ci dice: “Non lascerò scrivere la mia agenda a un mullah iraniano. Sono l’unico olandese più al sicuro in Israele, il mio amato Israele, che nel mio paese”. Il quarantaquattrenne Wilders, leader del “Partito per la Libertà”, ha fatto breccia nei rancori europei sullo scontro di civiltà. All’esordio elettorale, nel 2006, conquistò nove seggi. Se si votasse oggi, sarebbe il primo partito.

“La più grave malattia dell’Olanda e dell’Europa è il relativismo culturale”, dice. “L’idea che tutte le culture siano uguali, ecco il punto. L’umanesimo europeo, costruito su basi cristiane e giudaiche, è migliore della cultura islamica, anche se una secolarizzazione estrema sta distruggendo gran parte di quel patrimonio. Il multiculturalismo funziona se sei forte abbastanza per dire che la tua cultura è migliore e dominante. Ma quando il multiculturalismo si coniuga al relativismo culturale, è suicidio. Da quando i nostri padri fondatori trasformarono questa palude, l’Olanda, in un’oasi di tolleranza, il nostro stendardo merita di essere librato in aria e in libertà. La correttezza politica ci impedisce di farlo, si ha paura di essere chiamati ‘estremisti’. L’islamizzazione ha successo nella mancanza di coraggio. Siamo diventati come tanti Chamberlain, anziché Churchill, i politici non conoscono la storia del proprio paese, non hanno identità, non sanno chi rappresentano. Non hanno più la volontà di battersi per i propri valori”. La migliore definizione di Wilders l’ha data James Taranto intervistandolo per il Wall Street Journal: “Campione della libertà o provocatore antislamico? Entrambe”. Per i suoi estimatori, il grande braccato Wilders, con il suo convoglio di automobili simile a quello che aveva Pervez Musharraf, è un pegno intorno al quale si consuma il destino del nostro continente, assieme a una caterva di opere d’arte, libri, pellicole e articoli. Per i suoi critici, è un populista aggressivo. Wilders ci spiega che non può visitare un paese straniero con l’assicurazione che non verrà arrestato e processato. In tutto il mondo, da Amman a Londra, non si contano più le azioni legali contro di lui.

Le sue idee sull’islam sono molto problematiche. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti, a cominciare da Bush, hanno dibattuto a lungo su come definire il nemico. Per Wilders, l’islam è più ideologia che religione. “Una ideologia come lo fu il comunismo, l’islam non vuole competere con le altre fedi, non vuole cambiare la vita dei singoli esseri umani, ma l’intera società. A differenza del giudaismo, non vuole integrarsi nelle democrazia occidentale, l’islam vuole dominarla, sottometterla”. Una delle ultime minacce che gli hanno recapitato diceva: “Oh infedele! Non pensare di essere al sicuro. Il tuo sangue scorrerà sulle strade olandesi”.
Dalla parte del suo allarmismo ci sono i dati più recenti forniti dalla polizia olandese. Nel 2008 ben 428 minacce di morte da parte di gruppi o individui di matrice islamista. Nel 2007 erano state 264. “La giusta risposta della sharia è tagliargli la testa e fargli fare lo stesso destino del suo predecessore, Van Gogh, spedendolo all’inferno”, recita il forum al Ekhlaas su Wilders. C’era lui in cima alla lista dei “bersagli” inchiodata al petto di Theo van Gogh, il regista ucciso da un fanatico islamista per il cortometraggio “Submission”. Il suo nome è stato trovato persino fra alcune carte a Hebron e in Iraq. Alcuni siti in arabo offrono laute ricompense per chi riuscirà a ucciderlo. Gli analisti ritengono che fin dall’inizio il vero obiettivo fosse lui.

Molto prima dell’uccisione di Van Gogh, Wilders riceve un video: l’invocazione ad Allah, un mappamondo coperto da un Corano su cui si erge un kalashnikov. E il suo nome. “Nemico dell’islam – recita una scritta in olandese – Condannato alla decapitazione. Chi eseguirà la pena salirà in paradiso”. La polizia ha arrestato un diciassettenne in possesso di una bomba carica di chiodi, sul modello di quelle di Londra del 7 luglio 2005, che intendeva usare contro Wilders. L’ironia, dice Wilders, è che chi lo minaccia è liberissimo di andarsene in giro, mentre lui, eletto dal popolo, non può neppure annunciare i suoi comizi. “La libertà di parola è il più grande tesoro dell’occidente”, dice Wilders. “Se vogliamo rimanere liberi, se vogliamo che lo siano i nostri figli e nipoti, dobbiamo difendere la critica dell’islam come il nostro bene più prezioso. E’ il fondamento della democrazia. Ma stiamo andando nella direzione opposta. Dobbiamo riacquistare il senso dell’urgenza, è una battaglia esistenziale, chi siamo e cosa saremo nel futuro”. Qualcuno lo ha ribattezzato “l’uomo invisibile”. Guai ad accusarlo di essere simile a Le Pen o Haider, “sono un conservatore tocquevilliano”, ripete Wilders. Lui è fiero di essere invitato a parlare all’American Enterprise Institute, lo stesso pensatoio di Washington per il quale lavora Ayaan Hirsi Ali. E alla benemerita Freedom House, che non accoglie certo xenofobi e fanatici di destra.

Molti lo accusano di usare il giudeocristianesimo a fini elettorali. “Io non sono un cristiano praticante, sono ateo, ma amo la cristianità come insieme di principi, è ciò che siamo, quello da cui proveniamo”, dice. “Se perdiamo tutto questo, qualcun altro riempirà il vuoto che lasciamo. I cristiani e gli ebrei sono le prime vittime quando facciamo appeasement nei confronti dell’islam. La cristianità ha dovuto imparare la tolleranza, ma oggi è di gran lunga superiore all’islam. Penso alla separazione di stato e chiesa, il rispetto per le donne, i diversi, gli apostati, i gay. Potrei darle 500 esempi di come la nostra cultura è superiore”.
Sui giornali e le televisioni olandesi non passa giorno senza che non si auspichi un “cordone sanitario” intorno a lui. “Non mi sento offeso quando mi chiamano Haider o Le Pen, è semplicemente ridicolo, offendono chi mi vota, la maggioranza degli olandesi. Se domani ci fossero le elezioni, saremmo il primo partito. Abbiamo paura che le nostre scuole, le nostre strade, le nostre città, tutto cambi velocemente. Verso il peggio. Non c’è via di mezzo: mi odiano o mi amano. Ieri ho ricevuto una minaccia di morte dall’Arabia Saudita, mi dicevano che sarei stato assassinato nel momento in cui meno me lo sarei aspettato. Ci sono tante ragioni per essere pessimisti, l’Europa sta perdendo se stessa. Spero che non sia troppo tardi. Voglio che i valori di Roma, di Atene e di Gerusalemme restino i nostri valori, e non quelli della Mecca, di Rabat o di Teheran”.

Un record, a parte le minacce di morte, Wilders lo ha già conquistato. E’ l’unico parlamentare di un paese europeo bandito dal Regno Unito. “All’aeroporto di Heathrow mi hanno negato l’ingresso, mentre ogni giorno nelle strade di Londra si manifesta a favore di Hamas e per la distruzione di Israele. Ero stato invitato da un parlamentare inglese e questo bando mi ha soltanto dimostrato a che punto siamo arrivati. Se avessi criticato la cristianità o il giudaismo, non mi avrebbero bandito. Ma l’islam è intoccabile. Ho commesso quel che George Orwell avrebbe definito ‘reato di pensiero’. Per la generazione dei miei genitori la parola ‘Londra’ era sinonimo di speranza. Quando il mio paese era occupato dai nazisti, milioni di miei connazionali ascoltavano la Bbc illegalmente. Le parole ‘Questa è Londra’ erano il simbolo di un mondo migliore. Cosa sarà trasmesso tra quarant’anni? ‘Questa è Londra’ sarà ancora un simbolo di speranza o dei valori di Medina? Che cosa offrirà l’Inghilterra, sottomissione o perseveranza? Libertà o schiavitù?”.

di Giulio Meotti

martedì 19 maggio 2009

Cravatta rosa



Gianfranco Fini, da fascista a laicista senza passare dal via, e sempre con quell'orrenda cravatta rosa.

lunedì 18 maggio 2009

Incontrare Dante nell'URSS




LECTURA DANTIS/ Se una poetessa russa impara l’italiano per leggere la Commedia

sabato 16 maggio 2009

Mercoledì scorso nelle aule dell’Università degli Studi di Milano uno tra i maggiori poeti russi contemporanei, Ol’ga Sedakova, ha commentato i canti XXVII-XXVIII-XXIX del Purgatorio di Dante all’interno del ciclo di incontri di Esperimenti Danteschi.

L’iniziativa, sostenuta dall’Università e patrocinata dal Comune di Milano, è sorta cinque anni fa dall’idea di un gruppo di studenti appassionati al poema dantesco, che desideravano approfondirne lo studio e – come recita la prefazione al volume degli atti delle conferenze dell’edizione del 2008 – «coinvolgere alcuni professori in un ciclo di incontri che consentisse, nell’arco di tre anni di completare la lettura integrale della Commedia, sacrificata dai programmi ministeriali dell’università riformata. Da una amicizia giocata nella comune passione per la letteratura e per Dante, divenuta presto contagiosa, dall’incontro libero e appassionato, a tratti perfino acceso, tra docenti e studenti è nata un’iniziativa che a ben vedere non fa altro che riproporre lo spirito che ha dato origine all’universitas del XII secolo». La prima edizione, svoltasi nel 2005, è stata dedicata all’Inferno: sono stati invitati i più importanti dantisti del mondo, impegnati nella lettura di due o tre canti assegnati dagli studenti. Ad essa sono seguite le letture integrali di Purgatorio e Paradiso, fino al 2007. Il grande successo e l’interesse dimostrato dai numerosi partecipanti, studenti e semplici appassionati, ha spinto a organizzare un nuovo ciclo, iniziato lo scorso anno e coronato, per la prima volta, dalla pubblicazione di un volume.

Ma torniamo a Ol’ga Sedakova. Da dove è potuto sorgere l’incontro così peculiare tra una poetessa russa e Dante? La risposta è contenuta in un’osservazione che la Sedakova ha proposto alla conferenza tenuta lo scorso anno sempre nell’ambito di Esperimenti danteschi: «Dante non è solo arte che genera arte. Egli è anche pensiero che genera pensiero. E di più: esperienza che genera esperienza. L’ultima cosa, forse, per me è la più importante».

Olga Sedakova, erede di Anna Achmatova, Osip Mandel’štam, e della grande tradizione poetica russa, è stata poeta del samizdat – la cultura “sommersa” negli anni del regime sovietico – e ha cominciato ad essere pubblicata liberamente in Russia soltanto a partire dal ‘90. Non pubblicata non significa non letta: innumerevoli copie clandestine dei suoi versi venivano passate di mano in mano, a rischio e pericolo di chiunque ne fosse in possesso. Anche ritrovarsi insieme ai propri amici per leggere gli autori proibiti dalla censura era considerata un’attività sovversiva. Che cosa spingeva uomini già privati dello stretto necessario a rischiare tanto per poter leggere insieme dei versi? «Non c’era nessuna organizzazione predefinita, ma solo un gran bisogno di poesia, di una poesia che raccontasse delle questioni “radicali” dell’esistenza», risponde Olga Sedakova. «La felicità autentica ci si rivelava innanzitutto nell’arte, nell’arte che era stata cacciata dal paradiso sovietico: un’arte strana, inquietante, complessa, assolutamente diversa da tutto quello che avevamo intorno. La voce di quest’arte ci parlava della grandezza e della libertà dell’anima. Ci infondeva l’amore a ciò che Mandel’štam chiamava “boccata d’aria rubata” e ad ogni espressione dell’uomo che si raddrizzava in tutta la sua statura: la statura del pensiero, del cuore, dell’anima».

Il bisogno dell’arte coincideva dunque con l’esigenza più profonda della persona, un’esigenza vitale quanto il respiro. Questo bisogno era vivissimo anche nella Sedakova, al punto che decise di imparare l’italiano per poter leggere Dante in lingua originale. Alla fine degli anni ‘70 Ol’ga Sedakova e alcuni amici cominciarono così ad incontrarsi per leggere insieme i versi della Commedia, dando vita ad una sorta di clandestina lectura Dantis: una situazione del tutto sui generis per un’epoca in cui il regime tentava di impedire qualsiasi forma di incontro spontaneo e di reale condivisione.

Sono stati proprio questi stessi caratteri “sovversivi” che hanno spinto la Sedakova a partecipare ad Esperimenti Danteschi, quest’anno per la seconda volta. Nei canti XXVII-XXVIII-XXIX del Purgatorio la Sedakova si concentrata in particolare sul tema del Paradiso Terrestre, in cui viene messa a fuoco la natura dell’esperienza profondamente umana della poesia: «Questo istante di verità, questo mirabile oblio di ogni possibilità di errore e fallimento, della propria dolorosa imperfezione, è ciò che l’uomo chiama felicità pura. Il dono della poesia come tale, indipendentemente dai suoi contenuti concreti è il dono di questa felicità, il dono della memoria dell’Eden».

«In questo gruppo di canti, e solo qui, noi vediamo Dante-poeta nello stretto senso della sua professionalità: vediamo che cosa sia la passione letteraria, la gratitudine al modello, la riconoscenza dell’autore al lettore, che non vien meno neppure dopo la tomba; che cosa sia la fede dei poeti nell’immortalità delle proprie dette e inchiostri (entrambi i termini stanno ad indicare i versi): Che Lete non può torre ne far bigio. L’influsso del modello virgiliano viene assimilato all’azione del fuoco, che accende il fuoco del successore, e l’“autore” venerato diviene più caro del padre e della madre. Il rapporto di Stazio nei confronti di Virgilio e di Dante verso Guido Guinizelli (padre del «dolce stil novo») è più caloroso dei legami di sangue. Virgilio è, infatti, lo piu’ che padre».

(Vera Pozzi)

domenica 17 maggio 2009

Il grido che trapassa la Storia

Citazioni interessanti da una giornata passata tra Aristotile, la porta del Purgatorio (IX e X, finalmente), "Dalla fede il metodo", "Il senso di Dio e l'uomo moderno", scacciamosche letale sempre in mano, un po' di armonica e andata e ritorno in motorino per Santa Messa, Santuario di Oropa. Inoltre, dopo un sabato a dir poco eccezionale: Gesù Cristo questo sconosciuto (ora di religione); come rispondono un po' di autori, tra cui il nostro Dante, alla domanda di che cosa la donna è segno (saggio breve di italiano); ricca assemblea di Gs a Torino nel pomeriggio e grandi sorpresa alla sera, in Santuario; canti a Maria, un genio malato nel corpo ma libero nel servire Dio (Gaudì), presentato dal suo successore; ore tarde e un piatto di pasta più bresaola a mezzanotte e mezza (!) con chi proprio non mi aspettavo, fino all'una meno venti.

Cosa c'è di meglio di tutte queste cose? Semplicemente, Chi me le da.



Oropa, Basilica antica


Però io penso che sia una viltà il non studiare sotto ogni rispetto le cose che sono state dette in proposito, e lo smettere le ricerche prima di avere esaminato ogni mezzo. Perché in queste cose, una delle due: o venire a capo di conoscere come stanno; o se questo non si riesce, appigliarsi al migliore e al più sicuro tra gli argomenti umani e con questo, come sopra una barca, tentare la traversata del pelago: a meno che non si possa con maggior agio e minore pericolo fare il passaggio con qualche più solido trasporto, con l'aiuto della rivelata parola di un dio"

Platone, Fedone


"La verità che la ragione potrebbe raggiungere su Dio sarebbe di fatto soltanto per un piccolo numero di uomini e anche questo dopo molto tempo e non senza mescolanza di errori. D'altra parte, dalla conoscenza di questa verità dipende tutta la salvezza dell'essere umano, poiché questa salvezza è in Dio. Per rendere questa salvezza più universale e più certa, sarebbe dunque stato necessario insegnare agli uomini la verità divina con una divina rivelazione"

S. Tommaso d'Aquino, Summa



"Dio, se tu esisti, rivelati a me!"

L' Innominato, Promessi Sposi







giovedì 14 maggio 2009

Nessun dubbio. Ma proprio nessuno

Dalla rubrica "Lupus in pagina" di Avvenire di ieri


Coppia stupefacente con degna tribuna

Umberto Veronesi, scienziato famoso, mi evoca un tram: fuori dai binari, un disastro. A febbraio in Tv ha dialogato per 6 ore con Alessandro Cecchi Paone, colui che dichiarò: «Ho lasciato Roma perché ci sono troppi preti» ("Il Venerdì", 9/4/2004). Ora "L'Unità" (7/5, p. 40: "Veronesi, l'etica laica e la battaglia delle fedi") dall'evento trascurato da tutti, offre un brano davvero stupefacente, ove Cecchi Paone esordisce: «i Paesi dove è ancora molto forte il sentimento religioso sono quelli più arretrati dal punto di vista scientifico-tecnologico». E lo "scienziato" conferma: «È normale, perché scienza e fede sono in contraddizione». Si sa infatti che gli Usa, ove «il sentimento religioso è ancora molto forte», sono arretratissimi. Ma il Paone incalza criticando «Benedetto XIV» (sic! I due in ritardo di tre secoli, Ndr), il dialogo continua a livello, Veronesi afferma che «i medici non credenti curano meglio di quelli credenti" per la scienza un mondo ateo è meglio di quello religioso" l'etica laica è mille volte superiore a quella religiosa» e aggiunge: «come non credente ho acquisito serenità assoluta perché non ho più dubbi». Qualcuno diceva che i laici sono cultori del dubbio? Ultimo botto di Veronesi a Cecchi Paone estatico: «l'islamismo è una bella religione, molto più evoluta del cristianesimo, perché Dio è puro spirito»! «Molto»? Sì, ed è cosa davvero evidente. Che dire? Paiono deliri e "L'Unità" che pubblica questo brano scegliendolo da 6 ore di diaologo, dà prova di un'acutezza di giudizio del tutto in linea con quella della strana coppia.



martedì 12 maggio 2009

Riforme

Le cose sono andate più o meno così: per 1965 anni dopo la morte di Cristo, cioè fino al Concilio Vaticano II, il credente partecipava alla messa in maniera sentimentale, una partecipazione emotiva, perché tanto non capiva niente.
Poi una parte della Cristianità ha cominciato a capire qualcosa grazie a Lutero; gli altri, i poveri cattolici, sono andati avanti senza capire nulla, partecipando emotivamente e va bene così... e il prete voltava anche le spalle!
Fra tutte, questa è sicuramente la scoperta più grandiosa sulla storia della Chiesa. Il povero contadino era costretto ad andare a messa, cioè ci andava perché doveva e basta, non capiva niente (forse l'Amen, non lo so), ma fino a a Lutero, non poteva sapere nulla delle Sacre Scritture, tanto meno chi era Gesù Cristo.
Non solo la Chiesa è stata avida di potere, nido di serpi, oscurantista e freno al progresso comune, ma in più non si capiva neanche cosa dicesse.

Il glorioso e drammatico periodo della Riforma Cattolica, é il periodo di fior fiori di santi e grandi uomini: Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila, Camillo de Lellis, Giovanni di Dio, Francesco Saverio, Matteo Ricci e si potrebbe continuare.
I pregiudizi sono duri a rimuovere. L'ignoranza è davvero tanta, e quel che è peggio è che è il frutto dell'odio, una catena molto lunga.
Ma ancora prima della verità ciò che questo circolo vizioso
taglia via, e l'insegnante dietro la cattedra è solo l'ultimo anello, é l'umanità dei fatti, il loro svolgersi drammatico. Questo è interessante: schematizzare in bianco e nero (non si dice ma si fa), taglia via il dramma umano delle persone storiche. Poi la verità viene via di conseguenza.
Comunque quella dei poveri cristiani che per 1965 anni non hanno capito nulla del perché vanno a messa, confesso, mi mancava.






Il mottetto "Tu es Petrus" di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1514 - 1594) è una delle sue più grandi realizzazioni. Palestrina è la Riforma Cattolica in musica.

A proposito di Riforme, e qui chiudo, ne urgerebbe una dei manuali scolastici.

domenica 10 maggio 2009

Salvati dal nulla

IL CASO BERLUSCONI, L’ABISSO DEL NULLA E LA CAREZZA DEL NAZARENO…

A volte per Berlusconi certe esagerate difese dei suoi “tifosi” sono quasi peggio degli attacchi dei nemici. Per non fare nomi, Carlo Rossella ha dichiarato al “Giornale” che la sinistra non può criticare la vita privata del premier perché così fan tutti, anche a sinistra, e non ha trovato di meglio che evocare vari esponenti comunisti e infine addirittura “le vergini offerte in omaggio a Mao Tse-Tung”. Mi pare che citare le perversioni di un regime come quello comunista cinese e del suo sanguinario tiranno, rappresenti una “difesa” del Cavaliere quasi peggiore dei roghi allestiti da Santoro.
Il guaio in Italia è che tutto diventa un referendum prò o contro Berlusconi, qualunque sia il problema di cui si parla. Cosicché restano in scena solo le due fazioni e si perde di vista la realtà. Quello che non si vuole vedere oggi, per esempio, è che tutta la nostra società, tutta la nostra cultura e la mentalità dominante hanno un rapporto compulsivo col sesso e quindi con la realtà. Siamo tutti agitati e tristi, oscillanti tra l’euforia assatanata e la depressione, divoratori congestionati sempre insoddisfatti, frenetici consumatori di cose e di immagini, di televisione e di ideologie, di moralismi farisaici e di “occasioni” che ci facciano sentire vivi, di eccitanti (mentali o chimici), di successo, di soldi, smaniosi di “apparire” per accorgerci di esistere (sia i ragazzini di Maria de Filippi che le star della tv con il loro Ego arroventato).

Più proclamano che esiste solo “l’io e le sue voglie” e che ogni desiderio deve diventare diritto garantito per legge, più siamo terrorizzati dall’invecchiamento, dalla malattia e dalla prospettiva della morte. Morte che non è un evento del futuro, ma che sconti vivendo, ogni giorno, nella decadenza del tuo corpo e nella fragilità della tua psiche: nella tragicità della condizione umana. Non c’è destra e sinistra qui. L’anima di tutti s’impiglia in questa solitudine e in questi rovi della foresta oscura. Così siamo tutti moralisti immorali. I giudizi sugli altri sono farisaici, ipocriti perché così fan tutti, ma le giustificazioni del tipo “così fan tutti” sono maleodoranti e malvestite. Eludono il problema. E’ comodo essere corrivi. Della condizione umana non sappiamo più parlare. Della nostra condizioni di moderni.

E’ stato detto in questa tempesta: “come una persona che non sta bene”. Nessuno di noi sta bene. Pochissimi stanno bene con se stessi e sono pieni di pace e di gioia. Sono persone speciali di cui i mass media in genere non si occupano.

Ma fra questi pochi ci sono anche personaggi conosciuti: padri e maestri così sono stati per esempio, per la nostra generazione, don Luigi Giussani, Karol Wojtyla (come pure Joseph Ratzinger) o un monaco come don Divo Barsotti. Ho fra le mani un libro su di lui, “Sull’orlo di un duplice abisso”. Leggo questo suo pensiero che spiega perché ci aggrappiamo furiosamente alle cose, perché ci avventiamo disperatamente sulla carne del mondo: “Nel buddismo l’uomo che si appoggia alle cose è paragonato a un uomo che precipita giù per un precipizio che sprofonda nel mare, trova un ciuffo d’erba e ci si attacca: sotto c’è l’abisso, sopra non può più salire. Ma attaccato a questo ciuffo d’erba c’è un topo che rosicchia le radici dell’erba: vi immaginate il terrore dell’uomo che sta per precipitare giù in questo abisso? Ecco” proseguiva don Barsotti “l’uomo vive questo. Noi cerchiamo di dimenticarlo ma viviamo questo, perché c’è la morte e, nella morte, questo abisso che è come il nulla. Invece, ecco Dio: Lui ti porta sulle sue ali. C’è l’abisso – sì, anche quando c’è Dio c’è l’abisso – ma tu sei portato sulle ali dell’aquila… Ecco la vita dell’anima: si vola sopra gli abissi e si va verso Dio, come l’aquila va verso il sole”.

Tutta la nostra vita (a cominciare dai nostri peccati) grida questo desiderio del Sole, questo bisogno di significato che ci sottragga all’abisso del nulla. Siamo mendicanti del senso dell’esistenza e dell’amore, cioè abbiamo una sete inestinguibile di Dio. Oggi sui media dilaga un freudismo da quattro soldi secondo cui Dio sarebbe una sublimazione del sesso. Ma l’evidenza della realtà dice esattamente l’opposto. Il sesso, il potere e il possesso: sono loro i surrogati a cui chiediamo di farci dimenticare la morte e tutti i suoi preavvisi, come l’invecchiamento. E’ l’ossessione del sesso e del possesso che ci serve a esorcizzare il nostro limite, la nostra paura, la nostra incertezza di esistere, il nostro inappagato desiderio di essere amati, voluti, la nostra sete di felicità. Cioè la nostra fame di Dio.

La prova è che quei surrogati non ci bastano mai. Anzi, siamo sempre più scontenti e agitati. Il vero desiderio che ci abita, fin dentro a tutte le nostre fibre, l’unico bisogno assoluto che abbiamo e che è inestirpabile e inestinguibile è Dio, perché noi siamo fatti per l’infinito, per una felicità senza limiti e tutto ci lascia insoddisfatti. Diceva sant’Agostino, che era stato un gran peccatore carnale: “O Signore, ci hai creai per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

Ma figuratevi se i giornali si accorgono di questa attesa del cuore umano e di padri che ci aiutano a capirla, come don Barsotti. “Tutto cospira a tacere di noi” (Rilke). I divi delle vanità mediatiche sono gli Enzo Bianchi, non coloro che insegnano a gustare, nel silenzio delle colline sopra Firenze, l’abisso sulle ali di Dio e che ti fanno incontrare la carezza del Nazareno.

Eppure è di questa che abbiamo bisogno, tutti. Ecco, auguro a tutti noi, a Berlusconi e alla sua signora Veronica, a me e a te, amico che leggi, a Santoro e a Rossella, soprattutto a ogni essere umano che fatica nella solitudine delle nostre città, ai miei figli e a tutti i ragazzi e le ragazze (belle e meno belle), questa grande fortuna, la più grande che può capitare nella vita: sperimentare la carezza del Nazareno. Che abbia ancora pietà di noi. Che faccia riposare i nostri cuori smarriti al calore, alla bontà del suo sguardo.

“Egli” dice la grande poesia del salmo “ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge./ Ti coprirà con le sue penne/ sotto le sue ali troverai rifugio./ La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza;/ non temerai i terrori della notte/ né la freccia che vola di giorno,/ la peste che vaga nelle tenebre,/ lo sterminio che devasta a mezzogiorno./…Egli darà ordine ai suoi angeli/ di custodirti in tutti i tuoi passi./ Sulle loro mani ti porteranno/ perché non inciampi nella pietra il tuo piede./ Camminerai su aspidi e vipere,/ schiaccerai leoni e draghi”.



Antonio Socci

Da “Libero” 9 maggio 2009



venerdì 8 maggio 2009

La Mezzaluna che non si vuole vedere






Rotterdam

Rotterdam è il cuore dell'economia olandese, è il più grande porto d'Europa, un sindaco musulmano, una maggioranza di immigrati sull'intera popolazione, è la città di Pim Fortuyn e dove Geert Wilders prenderà un sacco di voti. Niente prostitute in vetrina, molte chiese hanno chiuso i battenti, ci sono una ventina di moschee, una è la più alta d'Europa. Girando per le strade della città si vedono interi quartieri con soltanto donne velate, chador, niqab, varie tipologie ma non una donna bianca olandese. Un giornalista di sinistra che vive qui ci dice che "è come il Sud Africa". E' Rotterdam il cuore vivo della guerra culturale che si sta consumando in Olanda.

di Giulio Meotti

mercoledì 6 maggio 2009

Il volto sporco della Sposa: la libertà del mistero della Chiesa

Straordinario estratto dai volumi della Storia dei Papi di Ludwig von Pastor. E' davvero incredibile come anche la condotta del Papa più indegno non abbia intaccato la dottrina, il messagio di Cristo e la natura della Chiesa. La Chiesa è sempre la Chiesa, sia pur governata in malo modo. La libertà del cristiano nel guardare alla possente storia bimillenaria di quella compagnia fondata su Cristo, è davvero tale: egli non deve badare a una coerenza, come per la storia di un partito, ma semplicemente al dramma umano che la Chiesa rappresenta. Tutti i santi hanno dato la vita per lavare, con il loro sacrificio, il volto sproco e spossato della Sposa di Cristo, per usare un'immagine di Santa Caterina. Non è a un modello del passato ciò a cui si deve guardare, un Cristo ascetico e perfetto, ma all'azione dello Spirito Santo, che è Cristo presente, nella Storia, attraverso il Suo popolo. E l'epoca delle Riforme, protestante e cattolica, è una delle epoche più fiorite di grandi santi.
Guardare alla storia della Chiesa, e non alla sua caricatura ideologica, è sempre un guardare ad un incontro che riaccade, a partire dal quale la Storia non è più la stessa.

"D'altra parte la Chiesa deve essere sempre re-inventata, se non è re-inventata quotidianamente e personalmente la Chiesa diventa stereotipo, uno stereotipo, uno schema, diventa clericalismo e moralismo". (Giussani)


Basilica di San Pietro, Roma


Ludwig VON PASTOR

Un giudizio su Alessandro VI (1492-1503) Borgia

tratto da: Ludwig von PASTOR, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Desclée, Roma 1942, vol. 3 (1484-1513), p. 581-582.

Precisamente dal punto di vista cattolico non si può condannare abbastanza severamente Alessandro VI, come del resto han già fatto un Egidio da Viterbo al tempo di Leone X e più tardi annalisti della Chiesa, Raynald e Mansi. Il compito di un papa di quel tempo era appunto di opporsi alla mondanità; a quella fiumana di corruzione che s'avanzava impetuosa; ma Alessandro VI vide la sua vocazione nel provvedere alla propria famiglia come un principe terreno alla sua dinastia. Anche quando l'assassinio del suo diletto figlio, il duca di Gandia, gli fece rammentare in modo terribile la sua vera vocazione, il pentimento non fu che di breve durata e tosto egli tornò a vivere del tutto alla foggia dei principi scostumati dell'epoca sua. L'infelice cadde sempre più in balìa del terribile Cesare e prese parte ai suoi misfatti.

Così egli, che doveva tener l'occhio vigile al suo tempo, salvando quel che era da salvare, ha contribuito più di qualunque altro a che potentemente crescesse nella Chiesa la corruttela. La vita di questo gaudente d'una sensualità indomita fu in tutto in opposizione alle esigenze di Chi egli doveva rappresentare sulla terra. Con tutta disinvoltura egli si abbandonò finché visse ad una condotta viziosa. Ma, cosa singolare, il modo con cui Alessandro VI amministrò gl'interessi puramente ecclesiastici non ha dato appiglio ad alcun biasimo fondato e nemmeno i suoi più accaniti avversari hanno potuto formulare sotto questo riguardo alcuna accusa speciale. La purezza della dottrina della Chiesa rimase intatta, quasi che la Provvidenza abbia voluto mostrare, che gli uomini possono bensì recar danno alla Chiesa, ma non distruggerla.

In ogni tempo si sono avuti nella Chiesa insieme a cattivi cristiani anche indegni sacerdoti; e affinché nessuno ne avesse a prendere scandalo, Cristo stesso aveva ciò predetto paragonando la sua Chiesa ad un campo, nel quale insieme al buon frumento cresce pure la zizzania, e poi anche ad una rete, entro la quale sono pesci buoni e cattivi pesci: anche Egli poi in mezzo ai suoi apostoli tollerò un Giuda.

Come una cattiva incastonatura non scema il pregio d'una gemma, così la peccabilità d'un sacerdote non può recar scapito essenziale né al sacrificio ch'egli offre, né ai sacramenti che amministra, né all'insegnamento che impartisce. Certo per la vita dei fedeli la dignità personale del sacerdote é di massimo momento già perché egli con essa dà ai membri della Chiesa un esempio vivo da imitare e impone un maggior rispetto a quelli che ne stan fuori; nondimeno la santità o empietà di qualsivoglia persona non può esercitare un'efficacia diretta e decisiva sulla natura, divinità e santità della Chiesa, sulla parola della rivelazione, sulle grazie e sul potere spirituale. E così anche il sommo pontefice non é in grado di togliere alcunché al valore dei tesori celesti che gli sono stati affidati nella loro pienezza e ch'egli amministra e dispensa; il suo ufficio é molto al di sopra della sua persona, e, come l'oro rimane oro sia che lo dispensi una mano pura od impura, così anche il valore intrinseco del papato é affatto indipendente dalla dignità o indegnità della persona che n'é investita. Anche il primo papa, san Pietro, aveva gravemente peccato allorché rinnegò il suo Signore e Maestro, e nondimeno gli fu affidato il supremo ufficio pastorale. Con questo criterio giudicava già a suo tempo Leone Magno: "La dignità di san Pietro non vien meno neanche in un indegno successore".

lunedì 4 maggio 2009

Due giudizi su Obama



La strategia della chetichella a Baghdad

Obama lodato per i suoi primi cento giorni di politica estera. E l’Iraq?

Gli analisti concordano: sono passati i primi cento giorni dell’Amministrazione Obama e il nuovo presidente è riuscito a cavarsela bene in politica estera, proprio nel campo in cui i suoi rivali, durante la campagna elettorale, insinuavano non avesse le qualità necessarie. Però, nessuno nomina il convitato di pietra, che ha le fattezze quadrate e gli occhi abbozzati del premier iracheno Nouri al Maliki. Dai discorsi e dalle valutazioni è come se fosse svanita Baghdad. Eppure fra due mesi, il 30 giugno, Washington ha promesso di ritirare le truppe da combattimento dalle città e le cose non stanno andando affatto bene. Il mese di aprile finito ieri è stato il più crudele dell’ultimo anno, con il maggior numero di morti in attentati terroristi degli ultimi tredici mesi.

A Baghdad il livello di violenza sta facendo orribili balzi verso il passato, verso gli anni bui dell’infestazione di al Qaida da cui ci aveva tratto fuori il “surge” del generale Petraeus – ora assegnato al fronte Afpak, Afghanistan-Pakistan. Due giorni fa due autobomba hanno colpito il quartiere sciita di Sadr City, facendo altri 41 morti. A Mosul, nel nord del paese, la situazione è così incerta che già si parla di possibili eccezioni al Sofa, l’accordo militare tra Stati Uniti e Iraq e di ritardare l’uscita delle truppe. A Ramadi, capoluogo di Anbar – la regione che per prima si è ribellata ai terroristi, con l’aiuto della Coalizione – i sunniti ora hanno paura. L’Associated Press racconta questa scena: “Sta arrivando il momento in cui non potremo più fare nulla per voi”, dice il capitano dei marine al Consiglio locale; risponde un mormorio generale di disapprovazione. “Le cose stanno per virare al peggio”, commentano gli anziani.

E’ come se Obama, già pressato dalla crisi economica e appagato dalle complessità diplomatiche delle relazioni con Iran, Pakistan e Cuba, avesse scelto una strategia della chetichella: le cose a Baghdad stanno andando sempre peggio, ma forse riusciremo a guadagnare l’uscita prima di essere costretti a occuparcene sul serio. Come se l’Iraq non avesse già provato a sufficienza che ogni volta che lo si sottovaluta sa scatenare catastrofi



L'AVESSE FATTO BUSH

L'avesse fatto quel gaffeur di Bush ne avrebbero parlato i tg di tutto il mondo. L'avesse fatto l'impresentabile Berlusconi Alexander Stille avrebbe potuto riaprire il file con il catalogo di figuracce, signora mia. Invece l'ha fatto Barack Obama, l'unico uomo politico al mondo che la stampa non si permette di criticare. Mai. Né quando si inchina al re saudita né quando manda messaggi youtube agli ayatollah e quelli rispondono con le pernacchie. Né quando sua moglie abbraccia la regina né quando l'aereo presidenziale vola tra i grattacieli di New York per farsi fotografare accanto alla statua della Libertà facendo venire un coccolone a mezza città. Sono cose che succedono, niente di importante, ma non si capisce perché si può ridere di tutto e di tutti, ma non di Obama. E, insomma, lunedì è successo che il presidente stava parlando e si è confuso nel leggere il testo del suo discorso al teleprompter, il gobbo elettronico senza il quale evita di dire anche ciao. Obama ha ringraziato gli ospiti, ma dopo qualche secondo di sguardi persi verso il gobbo si è accorto di averlo già fatto. "Scusate, ho appena capito di essere stato precipitoso. Andate avanti. Mandatelo avanti. Vi ho già presentato, ragazzi". Grande risata. Ma non sui giornali. Giammai.



Oplà...

venerdì 1 maggio 2009

Il cristianesimo fra le macerie

Stupenda lettera da Tracce.it


LA LETTERA

Ma avete visto il Papa all'Aquila?

29/04/2009 - Benedetto XVI ha visitato le zone colpite dal terremoto. L'abbraccio del Santo Padre ha portato un barlume di speranza tra tanto dolore. Un'insegnante abruzzese ci racconta cos'ha significato per lei...
Un momento della visita.

Un momento della visita.

Cari amici,
anche oggi prima di andare a dormire mi metto davanti al computer per scrivere quello che è accaduto. Ho il desiderio di non sprecare tutta la bellezza che sto vedendo in questi giorni e ho il desiderio di condividerla con voi: di fronte a ciò che è successo oggi, uno non può rimanere come prima. Non si può!
Ma avete visto il Papa all'Aquila?
Io non sono brava a scrivere ma voglio raccontarvi quello che è stato per me, perché lui, il Papa, era lì anche per me, anche se io purtroppo non c’ero.
Quello che mi ricorderò sempre del Papa oggi sono gli abbracci. Davanti ad un figlio che perde tutto - casa, persone care, magari il lavoro - cosa fa un padre? Innanzitutto gli va incontro - è venuto all’Aquila, è andato ad Onna -, lo abbraccia, prega per lui, cerca di aiutarlo a risollevare lo sguardo (ci ha indicato la Madonna) e poi gli dona la cosa più preziosa che ha, il pallio. Sono commossa per quanto è accaduto oggi! Inoltre abbiamo cantato «Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat»: come si potrebbero cantare queste parole nel luogo in cui le persone hanno perso tutto, se queste parole non fossero esperienza adesso, lì per loro, qui per me? Non so spiegare come sia possibile, ma lo vedo. Lo vedo negli amici cambiati, lo vedo nelle persone che incontriamo e che continuano a dirci «Grazie» solo per il fatto che siamo lì con loro o li chiamiamo al telefono.
Volevo anche dire a tutti che quando il vescovo Molinari ha presentato Marco come il responsabile di Cl, il Papa ha cambiato faccia, segno di una stima che ha verso la nostra esperienza.
Oggi, rileggendo in Si può vivere così? il paragrafo sull’opposto della pazienza, mi veniva in mente che il rischio per me aquilana di vivere la tiepidezza è non mettere qui, in questo luogo, tutte le domande che ho nel cuore e che il terremoto ha portato ancora più a galla. Se ho intuito che Cristo è ciò che vale, ciò che permane, ciò che dura, allora è in questo luogo che devo giocare la mia partita senza tralasciare niente di quello che sono. Ho bisogno della casa? Lo metto a tema qui. Ho bisogno di un lettino per Maria? Lo metto a tema qui. Provo dolore ogni volta che vedo i miei suoceri piangere? Lo metto a tema qui. Amo la matematica? Lo metto a tema qui. Se Cristo è la risposta a tutta la mia umanità io lo voglio verificare, ne voglio fare esperienza. Per questo, non voglio chiudere la domanda sul significato di tutto quello che è accaduto e sta accadendo, ma voglio averla sempre qui di fronte a me: questa domanda è dentro di me, e non voglio censurare niente! Un caro abbraccio,


Grazia, L'Aquila