domenica 27 febbraio 2011

Quella misteriosa unità dell'esistenza


"Ho letto le poesie di Cyprian Norwid, il mio primo incontro con lui. E' morto di fame e stenti a Parigi - ovviamente, in quale altro posto, altrimenti? E anche una rilettura dei Sonetti della Crimea di Mickiewicz. Ho copiato da entrambi piccoli frammenti luminosi come a conservarli per un incomprensibile assemblaggio. Ma che cosa risulterà ritratto dalla somma totale, davvero? Questi frammenti sono solo i cocci di uno specchio rotto, oppure compongono la vetrata nella finestra di una cattedrale, comprensibile solo quando vi filtra la luce del sole? Non so che cosa io sia tra queste due cose. Resto incomprensibile a me stesso. E' così per tutti gli uomini?
Se siamo l'opera d'arte di Dio, e se uno non finisce col soccombere alla seduzione dell'anti-icona (il falso io), é essenziale cercare - non importa quanto impossibile possa sembrare - l'intenzione dell'artista in quest'opera. La bellezza nell'uomo  e nella natura accenna una misteriosa unità nell'esistenza. Continua é la tentazione di cogliere un frammento (sia vero che falso) e trascurare il tutto. Eppure qualora uno si arresti e non si spinga più innanzi, finisce così la possibilità di vedere il volto nascosto, che é la Bellezza stessa.  E così termina anche la possibilità dell'amore".


da Il Libraio, di Michael D. O'Brien,  pag. 389, San Paolo


Vetrate della navata centrale della cattedrale di Nevers, Francia. Foto mia, estate 2009


venerdì 25 febbraio 2011

The Far Side of the World - Master&Commander

In queste ultime sere ho occasione di riascoltarmi interi cd di colonne sonore che amo e di cui ho pieno il comodino. Ho sempre avuto una grande passione per la musica dei film, specie di quelli che amo e a cui sono legato. La colonna sonora non é tutto, ma quasi; é una musica che racconta una storia. E' musica che a suo modo dipinge un'immagine: come far sentire la profondità di un'amicizia, di uno sguardo o di un legame attraverso una melodia? Come evocare o suggellare l'eroismo di un'azione, la trepidazione di un'amore, la drammaticità di un distacco? Come consegnare il respiro epico di una visione mozzafiato, mostrando non solo un vasto orizzonte ma pure un uomo che lo penetra con lo sguardo?
A tutto questo una buona soundtrack cerca di dare risposta.
E' una musica che racconta una storia, quindi una musica che racconta l'uomo; evoca spazi infiniti e sguardi, orizzonti e strette di mano, battaglie e abbracci di gioia. Certo, tutto questo é ascrivibile pure ad altri tipi di musica, ma credo una buona colonna sonora lo possa fare meglio di tutti. Ogni volta per me, riascoltare qualche traccia ma soprattutto interi cd é un viaggio; proprio perché é una musica che racconta l'uomo, in un certo qual modo racconta me, ed ogni volta é diverso. E' davvero un qualcosa che riaccade, in tutta la sua potenza e mistero. Sia chiaro: non sto parlando di quell'autoprodursi compiaciuto e triste di paludosi sentimenti attraverso l'ascolto ossessivo di certe tracce; quella é una tomba, ciò di cui sto parlando io é un viaggio pieno di avventura e bellezza.
Sì, anche un vecchio cd dalla copertina rigata può essere una splendida finestra sul Mistero del mondo.

La colonna sonora di Master&Commander riesce in un raffinato risultato di potenza ed eleganza: un'intera tracklist per lo più caratterizzata da energiche tracce di tamburi e percussioni sottolineate da archi e violini ora tesi e solenni ora gravi, dove si respira l'aria salmastra dalla prua della Surprise, scrutando l'orizzonte e dando ordine di preparare i cannoni. Sembra quasi di sentire i tonfi delle cannonate francesi e le urla di Lucky Jack Aubrey, un indimenticabile Russell Crowe. E', per fare un esempio, la poderosa traccia Into the fog
Accanto  a tracce come questa compaiono grandi brani di musica classica, riflesso musicale dell'amicizia fra il capitano Aubrey e l'irlandese Steve, medico di bordo. Fra gli altri:  Violin Concerto No. 3 K.216, 3rd Movement (Mozart); Adagio from Concerto Grosso Op.6, No. 8 in G Minor (Corelli); Prelude from the Unaccompanied Cello Suite No. 1 in G Major, BWV 1007 (J.S. Bach) e da ultimo La Musica Notturna delle Strade di Madrid No.6, Op.30 (Boccherini).
La traccia n°1, The Far Side of the World, contiene tutto il film. E' di quelle da ascoltare seduti in poltrona, con calma e attenzione, per tutta la durata di 9.19 minuti. C'è davvero tutto: dalle fughe e inseguimenti fra le due navi rivali, alle battaglie, alla maestosa visione di una fregata nel mare infinito fino all'amicizia fra i due protagonisti. Questo significa una composizione che varia dalla tensione delle percussioni e dei tamburi fino all'approdo sereno al porto della grande classica. Una grande alba prende sempre più piede in questa traccia; inizia da un'emergere sempre più marcato degli archi a 5.57, come il volo di centinaia di gabbiani fuori da una tempesta, prosegue con il progressivo affermarsi della melodia, sempre più chiara e decisa fino alla baldanzosa esecuzione della parte centrale della Musica Notturna delle Strade di Madrid del Boccherini. E' come una grande sala da ballo in festa.
Un finale sempre in crescendo, senza trascurare gli indimenticabili passaggi in pizzicato,  suggella questo piccolo miracolo del misterioso e affascinante mondo di quella musica che esiste per raccontare una storia. 

Buon viaggio.



domenica 20 febbraio 2011

Il viso dimenticato

Grazie Chiara per la splendida foto, splendido regalo

"C’è stato un tempo in cui voi e io e tutti noi eravamo assai prossimi a Dio; pertanto, anche adesso, il colore di una pietruzza (o una pittura), il profumo di un fiore (o un fuoco d’artificio) ci giungono al cuore in modo deciso e sicuro, come se fossero frammenti di un messaggio parzialmente cancellato o i lineamenti di un viso dimenticato. Inondare di quella fiammante semplicità l’intera vita è l’unico vero scopo dell’educazione".

G. K. Chesterton



Grazie Edo.

mercoledì 16 febbraio 2011

L'altro e l'Altissimo

Immagine dal film "Once"


Adesso David rise apertamente.
"Ti piace scherzare, Pan Tarnowski. Mi piace questa tua qualità".
"Sono un uomo davvero divertente" replicò Pawel, rovesciando un poco gli occhi.
"Ma tornando al nostro tema" continuò David con un sorriso "secondo me il modo per ridurre il fraintendimento quando si parla con un'altra persona é di mantenere innanzi agli occhi del mio cuore una reverenza per il mistero dell'altro, per la sua missione sconosciuta, la sua identità nascosta nella mente dell'Altissimo".

da Il Libraio, di Michael D. O'Brien, pag. 325 San Paolo




martedì 15 febbraio 2011

"Cose 'e pazzi": lezione liberale sul giacobinismo elitario custode della Virtù

Quando una folla nutrita ed assordante urla, agitatori  e guru intellettuali sbraitano, giornalisti infervorati pontificano di morale o che altro, fa sempre piacere ascoltare una voce pacata e chiara. Soprattutto non ideologica. E' stato un piacere per me ascoltare sabato mattina in diretta dal Teatro Dal Verme di Milano, nell'ambito della manifestazione organizzata da Il Foglio, la lezione di Piero Ostellino, editorialista del Corriere, riguardo ad un certo modo giacobino e puritano di intendere la politica e l'etica: tira sempre brutto vento quando  l'élite  illuminata dei "buoni" si auto-investe della missione di redimere il popolino rozzo e volgare. 

E poi, scusate ma questo lo devo dire, e mi viene dal cuore: mi prende sempre una  profonda tristezza ogni volta che sento parlare della Donna... insomma, un grande scoramento. E' un discorso che ci porterebbe lontano.
Poi leggo Dante, penso ad alcune donne che ho la grazia di conoscere (la Donna, personalmente, non l'ho mai vista) e allora mi passa.



 

Vivi, in mutande e anti totalitari

La gioiosa lezione del professor Ostellino contro il dispotismo morale degli accigliati giacobini italiani

Pubblichiamo stralci dell’intervento pronunciato sabato mattina a Milano al Teatro Dal Verme da Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera

L’articolo 314 (“Della Censura”) della Costituzione della Repubblica napoletana del 1799 così recitava: “Se taluno viverà poco democraticamente, cioè da dissoluto e voluttuoso, darà cattiva educazione alla sua Famiglia, userà modi superbi e indolenti e contro l’eguaglianza, sarà da Censori privato del diritto attivo o passivo di cittadinanza, secondo la sua colpa. In qualunque caso non potrà la pena eccedere il triennio: ma per nuove colpe potrà essere notato e castigato di nuovo”. Per avere una ulteriore conferma della bontà delle proprie idee, i giacobini napoletani avevano dato in lettura il testo della Costituzione al liberale Vincenzo Cuoco, sollecitandone il giudizio. Mentre Cuoco leggeva, il silenzio era calato fitto sull’Assemblea. Nessuno fiatava. Infine, Cuoco aveva sollevato gli occhi dal manoscritto, aveva guardato quei nobili volti in trepidante attesa e aveva detto.
 
“Cose ‘e pazzi”. Cose da pazzi è anche un articolo di Roberta De Monticelli sulla Repubblica di venerdì scorso: “Al signor liberale vorrei chiedere se incoraggerebbe sua figlia o sua nipote a far partecipare qualche utilizzatore finale di quella bella grazia su cui siede. Perché immagino che sua figlia e sua nipote, esattamente come lui, vorrebbero essere riconosciute portatrici anche di altri valori”. 

Gentile signora De Monticelli, io non ho incitato nessuno, tanto meno incito mia figlia e mia nipote, a condividere “quella bella grazia” su cui siede. Ho solo rivendicato la libertà delle donne di farlo, se credono, e di risponderne solo a se stesse, o al proprio confessore; non a lei, signora, né a un comitato di censori come quello della Repubblica napoletana. E a chi, come lei, se ne scandalizza rispondo come Cuoco: “Cose ‘e pazzi”. Il corpo della donna – che piaccia o no, ma è un fatto – ha, in sé, un potere anche sociale e alcune donne, nella Storia, l’hanno persino usato, quel potere, per fini politici assai nobili. Secondo i parametri della signora De Monticelli, la contessa di Castiglione – che ha condiviso il letto con Napoleone III per facilitare il compito risorgimentale di Cavour – era una puttana, così come lo sarebbero le giovani donne che sposano un uomo ricco e più anziano. Ebbene, gentile signora, per me non lo sono. 

A chi gli chiedeva quale fosse la politica del Cremlino verso gli omosessuali, un ministro sovietico aveva replicato: “Noi siamo contrari all’omosessualità”. Era uno strampalato tentativo di esorcizzare l’omosessualità, giustificandone la persecuzione, così come la signora De Monticelli e i neo-puritani dell’ultima ora cercano di esorcizzare una certa realtà femminile coprendola con un velo di ipocrisia che chiamano Etica collettiva. Io mi ero limitato a descrivere una certa realtà “come è”; loro hanno replicato prescrivendo una realtà “come vorrebbero che fosse”. E’ non solo un salto logico – dall’Essere al Dover essere – ma la sindrome di un latente totalitarismo morale e politico inaccettabile per un liberale. 

Domani (domenica scorsa, ndr), ci sarà una manifestazione in difesa della dignità delle donne. In realtà, si dice “delle donne”, ma si pensa a un modello – come fosse un’automobile da produrre in serie – di donna virtuosa, cioè di donne, tutte ugualmente e esemplarmente virtuose, come sono le donne sotto ogni totalitarismo. Confesso che la prospettiva di una donna che vada dal capo ufficio non a concedersi per far carriera – come fanno alcune, a volte, non sempre, e non tutte – ma a chiedere un aumento di stipendio perché lei non si concede, mi pare francamente surreale. Presumo siano la stragrande maggioranza quelle che non si concedono, e che fanno carriera per merito, ma non la trasformerei in una bandiera da sventolare in piazza per non diventare ridicolo. La ritengo una cosa normale. Con Max Weber, penso non ci sia “la” donna al singolare, ma ci siano tante donne al plurale, così non c’è “la Collettività”, ma ci sono tanti Individui, uomini e donne al plurale, ciascuno dei quali ha la propria idea di felicità e il diritto di perseguirla come meglio crede alla sola condizione di non fare danno a altri. Questi sono i miei principi. Pare che della stessa opinione fosse anche Immanuel Kant.

Poiché la madre dei cretini è sempre incinta, preciso che non sto parlando della libertà del cavaliere Silvio Berlusconi di passare le sue serate in compagnia di minorenni eventualmente disposte a condividere con lui la “bella grazia” sulla quale sono sedute, come recita l’accusa della magistratura. Ritengo persino superfluo precisare che, se – dopo un libero dibattimento fra Accusa e Difesa – egli risultasse colpevole, sarebbe nell’ovvio rispetto dello Stato di diritto, e dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, che fosse condannato. Aggiungo, infine, che anche se ne uscisse sotto il profilo giudiziario, ma risultasse che, come capo del governo, ha tenuto un comportamento non consono alla sua carica, dovrebbero essere, per primi, i suoi stessi elettori a giudicarlo severamente sotto il profilo morale e politico. Questi sono ancora i miei principi. Pare che anche Benedetto Croce, con la sua “teoria dei distinti” fra Etica, Politica, Diritto, la pensasse così. 

Perché, allora, il salto logico dall’Essere al Dover essere è la sindrome del totalitarismo? Innanzi tutto, perché è una truffa sociologica l’immagine di un paese dove sono perennemente in lotta una minoranza portatrice di virtù civiche e una massa di imbroglioni, di parcheggiatori in seconda fila (gli elettori del centrodestra). Barbara Spinelli, Adriano Prosperi e altri neo-azionisti non dicono “come stanno le cose”, ma vogliono redimere i parcheggiatori abusivi (che ci sono anche fra gli elettori del centrosinistra); danno giudizi di valore che spacciano per giudizi di fatto. Io, che ne denuncio l’intima avversione al liberalismo non lo faccio per essere invitato a cena ad Arcore; mi limito a registrare il loro modo di concepire la democrazia. Non è obbligatorio essere liberali ma, se non lo si è, almeno non ci si professi tali per, poi, pensare, scrivere, comportarsi in modo apertamente opposto al pensiero e alla prassi liberali. 

Credo anch’io che ogni comunità sia fondata su una serie di principi morali condivisi, indipendentemente dal colore del governo che, poi, la governerà. Ma l’eticizzazione della politica è la divisione del mondo in buoni e cattivi, con i buoni tutti da una parte e i cattivi tutti dall’altra. E questa non è la realtà, che è sempre caratterizzata da una zona grigia, bensì è una rappresentazione artefatta della realtà a uso di un senso della propria missione – la remissione dei peccati e la redenzione del prossimo – che assomiglia più a quella di Savonarola che al senso comune (empirico) di un intellettuale contemporaneo e laico. Spetta al processo politico, nella “società aperta”, mettere a confronto interessi e valori diversi, e persino opposti, e decretare un vincitore attraverso la sola procedura legittima in una democrazia liberale: la conta delle teste. Se interessi e valori fossero “virtuosi in sé”, più nobili e buoni di altri, che senso avrebbe ancora contare le teste, votare? Per il pensiero azionista, la “partecipazione” è la più alta espressione della dignità del cittadino. Era l’idea di “libertà degli antichi” che si concretava nel ruolo pubblico del cittadino nella polis. La “libertà dei moderni” riconosce, invece, al cittadino anche il diritto di non partecipare, di rifugiarsi nel proprio particolare, senza, con ciò, essere accusato di non collaborare allo “Spirito del progresso”. Anche farsi i fatti propri e non votare è una manifestazione di libertà.

Dunque, se si dice che “ogni mezzo è lecito per cacciare Berlusconi”, per me, non è più in ballo la sorte del governo; è in gioco la democrazia, il sistema nel quale non si cacciano i governi “con ogni mezzo”, ma attraverso procedure costituzionali. Io non sono berlusconiano, e neppure anti; non ho votato centrodestra, come non ho votato altri schieramenti, semplicemente perché non voto da trent’anni. Non sono qui per difendere questo governo né per proporne altri. Se il governo di centrodestra cadesse – nel rispetto delle procedure previste dalla Costituzione – mi accingerei a giudicare quello che venisse con gli stessi criteri di sempre: quanto accresce, o quanto riduce, i nostri diritti individuali, le nostre libertà e il nostro benessere quello che fa il governo? 

E qui vengo al punto, e concludo. La mia bussola sono i diritti, le libertà dei singoli Individui, di ciascuno di noi. E’ perciò che ho giudicato una violazione dei suoi diritti individuali il sequestro dei gioielli di una delle ragazze che andava alle cene di Berlusconi, quale ne fosse stato il comportamento. Immagino che molti di voi non vadano alle cene del cavaliere, e tanto meno a quelle del bunga bunga, ma potrebbe capitare anche a voi di subire gli “effetti collaterali” di un’inchiesta della magistratura che pur non vi riguardasse che indirettamente. Come la prendereste? Ecco, io sono venuto a chiedervi come la prendereste.

di Piero Ostellino

lunedì 14 febbraio 2011

Una lanterna di luce e bellezza, simbolo stesso della fede

Da L'Osservatore Romano (grazie a Cor ad cor loquitur). Breathtaking, proprio così: la bellezza della Sainte Chapelle, espressione del genio cristiano, é di quelle che non lasciano spazio a commenti.
Beato l'uomo che di questa bellezza sa goderne e gustarne fino in fondo il Significato e l'Origine, e non finire mai di stupirsi.



La cappella superiore della Sainte-Chapelle, Parigi


Iniziato il restauro della Sainte-Chapelle a Parigi

Tornerà a splendere
la Sistina di vetro

di Silvia Guidi

L'aggettivo più frequente, nei siti internet che parlano della Sainte-Chapelle, a Parigi, è breathtaking, mozzafiato; "Al boulevard du Palais numero 4 c'è qualcosa che non si può descrivere - racconta un anonimo navigatore della Rete che consiglia di visitare il "sogno realizzato di Luigi IX" prima ancora di prenotare il biglietto per il Louvre - scegliete una giornata di sole a Parigi, entrate alla Sainte-Chapelle dalla cappella inferiore, prendete la scaletta e salite nella che rimarrete senza fiato: uno spettacolo di colori unico, come uno scrigno di pietra e luce. Non ho postato nessuna foto perché non renderebbe neanche un decimo della bellezza di questo posto".
Alla "Sistina dei maestri vetrai" la rivista "Paris Match" dedica un dossier ricco di foto e approfondimenti per raccontare la lunga e difficile opera di restauro iniziata nel 2010 e tutt'ora in corso.
"Dopo l'operaio che ha montato per la prima volta le vetrate, nel 1248, nessun altro le ha mai viste così belle - scrive Anne-Cécile Beaudoin raccontando il lavoro di ripulitura - è servito un anno di lavoro e l'impegno di 25 esperti per far ritrovare il loro colore originale a queste pietre preziose. Perché di un gioiello si tratta; ai tempi di san Luigi la Sainte-Chapelle, grazie alle reliquie che conteneva, avrebbe dovuto rendere Parigi la seconda capitale del mondo cristiano. Luigi IX partì per le crociate due mesi dopo aver assistito alla sua consacrazione, sicuro che Dio, che desiderava servire con tutte le sue forze, avrebbe protetto la sua opera. Sette secoli di storia gli hanno dato ragione.
Sull'Île de la Cité il Palazzo di Giustizia ha preso il posto da tempo del Palazzo Reale, ma le vetrate hanno resistito a guerre e rivoluzioni, persino al nemico più apparentemente innocuo ma insidioso, il cambiamento del gusto e della moda. Quest'opera è nata da una fede capace di spostare le montagne, ora le tecniche più moderne l'accompagnano nel cammino dell'eternità".
La bellezza di questa Gerusalemme Celeste di vetro non si spiega al di fuori del contesto della mistica della luce del XIII secolo, spiega Anne-Cécile Beaudoin: "Per gli uomini del medioevo questi 750 metri quadrati di rosso e blu non erano solo una decorazione piacevole, ma il simbolo stesso della fede". "Ciò che non è altro che pigmento sulla terra è glorificato dal Cielo attraverso la trasparenza - la Beaudoin cita Paul Claudel per far capire meglio al lettore cosa intende dire - questo manto di vetro colorato intorno a noi è materia sensibile al raggio dell'Intelligenza.


Ecco il paradiso ritrovato". Nessuna foto, concordano i visitatori che condividono le loro impressioni sulla Rete, può rendere l'effetto dell'architettura illusionistica della cappella: la volta sembra galleggiare al di sopra delle vetrate, la massa imponente dei contrafforti sparisce nell'artificio di un fascio di nove colonnine distribuite in modo che il volume di ciascun pilastro sia appena avvertito.
Addossate alle colonne che delimitano le campate, le statue dei dodici apostoli costituiscono la decorazione a rilievo più importante della cappella alta, che narra la storia sacra in 15 episodi, dai libri dei profeti alla Passione di Gesù.
Nei secoli, però, questo gioiello dell'arte e della fede ha subito mutilazioni di ogni tipo: durante la Rivoluzione, in quanto simbolo del regno e della religione, viene spogliato dei suoi arredi e gravemente danneggiato: la guglia viene abbattuta, i timpani martellati e le reliquie disperse. Gli organi vengono trasportati a Saint-Germain l'Auxerrois, mentre fortunatamente la maggior parte delle statue viene salvate dall'intervento di Alexandre Lenoir. Dopo la sconsacrazione, nel 1803, la Sainte-Chapelle diventa un deposito di grano, poi un deposito di materiale archivistico: le vetrate vengono rimosse sino a un'altezza di due metri e sostituite con un impasto di gesso e gomma arabica perché la luce non danneggi i documenti. Nel 1845 inizia la prima campagna di restauro guidata da Eugène Viollet-le-Duc con metodi alquanto discutibili, secondo i moderni parametri scarsamente "interventisti" del restauro odierno.
L'intervento attuale ha fatto precedere ogni operazione di reintegro e ripulitura da un esame ai raggi infrarossi, "tessera per tessera", racconta Anne-Cécile Beaudoin descrivendo le tremila ore passate dai restauratori al capezzale di questo malato eccellente: "I danni peggiori li hanno subiti le grisaille, il disegno che tratteggia i lineamenti del viso e i particolari più fini dei personaggi: i re biblici non avevano più le pupille, la prima cosa da fare era ridare loro la vista".


La storia della Sainte-Chapelle è appassionante come un romanzo; non solo la genesi dell'"involucro esterno", ma anche l'avventuroso reperimento di quello che lo scrigno di pietra e luce doveva contenere, la reliquia della corona di spine di Gesù: custodita a Bisanzio, a quell'epoca capitale di un regno latino circondato dai nemici greci e islamici, la corona venne offerta dal giovane sovrano Baldovino II (cugino di Luigi) in cambio di aiuti materiali; nel frattempo, però, i dignitari di Bisanzio l'avevano concessa in pegno ai mercanti veneziani a fronte di un ingente prestito. Per riscattarla, Luigi aveva impegnato somme davvero notevoli e organizzò un trasferimento in Francia attraverso l'Adriatico e Venezia, dove la corona avrebbe sostato per qualche tempo, tra fastose celebrazioni popolari, finché, lasciata andare a malincuore dai veneziani, giunse nella capitale francese nell'agosto del 1239.
"In tanti - scrive Anne-Cécile Beaudoin - la chiamano per errore cattedrale, anche se è sconsacrata da secoli. Sembra ancora un'immensa lanterna, carica di storia ma proveniente dal futuro, pronta a far luce a chiunque la visiti, una metafora della Chiesa (cos'è la Chiesa se non una realtà fatta di luce e di persone?) nata dal gesto di un re che si inginocchia nel cortile del suo palazzo, e decide di trasformarlo in santuario".

(©L'Osservatore Romano - 9 febbraio 2011)

giovedì 10 febbraio 2011

An inexpressibly beautiful world and a phenomenon created for love


"Transcendence", by Michael D. O'Brien


Sono infinitamente felice per aver potuto presentare poveramente (very poorly), stamattina nell'ora di inglese all'interno di un progetto su autori in lingua inglese a nostra scelta, il romanzo di Michael O'Brien "The Island of the World". Non solo perché la prof. era molto interessata e faceva domande ("mi hai appassionata"), non solo perché una compagna mi ha chiesto di prestarle il libro, ma per il semplice fatto di aver potuto parlare di una storia così vera e ricca come quella raccontata da Michael. Al di là di qualsiasi esito. Nonostante un paio di fogli scritti non ero molto preparato: settimana di studio intenso, stanchezza fisica, spesso fatica a concentrarmi, mille impegni, ragioni per cui ho potuto mettermi sul pezzo solo ieri sera, fino a tardi; eppure non so come, o forse sì, ho parlato a lungo (e in inglese, per giunta!) per raccontare tanta e tale bellezza. E' proprio vero: quando possiamo dire di Chi siamo, a Chi apparteniamo, quando possiamo parlare di cosa amiamo e ci riempie di stupore e gratitudine, non siamo mai soli, ed é come essere a casa.



From an interview whith Michael D. O'Brien on "The Island of the World" by Lifesite News:

Q: What are some of the specific spiritual insights you're trying to bring forth for people reading this book?

O'Brien: I hope to communicate the truth that man is born into, and lives in, and dies in a war zone—the War that will last until the end of time. Equally, that the world is inexpressibly beautiful and full of unceasing wonders. And that within ourselves, and within each other, the greatest wonders are to be found. I try to show through the unfolding of providence in the narrative that man is not locked into a mechanistic universe, that he is not a number or a cog, but rather a phenomenon created for love, for life in a community of persons. I try to show through the central character that we must never lose hope.





martedì 8 febbraio 2011

I moralisti e quella poesia rivoluzionaria

Un focoso e doveroso articolo di Antonio Socci contro i soloni della morale, che da giornali e tv pontificano inorriditi su di una mercificazione del corpo e della donna che loro stessi hanno contribuito a sdoganare. E' sempre stato così: quando al mondo si sono urlate rivoluzioni morali e sociali si é sempre distrutto; nello stesso momento storico, invece, uomini veri, peccatori innamorati, sono stati i protagonisti e i testimoni dell'unica vera Rivoluzione, duemila anni e sempre fresca e nuova.


Fummo una generazione irriverente, trasgressiva. Negli anni Settanta chi non ha fatto scioperi e okkupazioni? Il “vietato vietare”, il sei politico, poi gli spinelli, gli amorazzi usa e getta, il fanatismo ideologico, la violenza politica, i capetti intolleranti circondati di “compagne” adoranti.
Una generazione obbedientissima – come la giudicò Pasolini – ai padroni del pensiero dominante che la volevano rivoluzionaria.
Poi alcuni di noi hanno incontrato dei padri e hanno disobbedito ai padroni. Abbiamo sperimentato la vera libertà. Ci siamo avventurati in terre sconosciute, abitate da una bellezza mai immaginata, abbiamo sperimentato l’amicizia, l’autenticità, il gusto di una vita diversa.
Senza neanche metterlo a tema, seguendo il fascino di Gesù Cristo, ci siamo trovati a vivere lo splendore della castità, fra ragazzi e ragazze, e perfino a intuire la poesia rivoluzionaria della verginità.
Meravigliati da quanto era bello il volto della propria ragazza non ridotta a preda, a oggetto su cui sfogare la propria violenta solitudine.
E’ la sovrana e lieta libertà dei figli di Dio per cui Francesco d’Assisi poteva dire: “dopo Dio e il firmamento: Chiara”. E nel Testamento di Chiara si legge: “Francesco, nostra unica consolazione e sostegno, dopo Dio”.
Avevamo incontrato uomini veri e per nulla al mondo volevamo perdere quella nuova vita e quel gusto dell’esistenza.






lunedì 7 febbraio 2011

About steadfast man and victory

...

All men are tested.
All servants of the King are tested mightily.

The steadfast man says, "Here I will stay. I shall not be
    moved."
And in this his soul speaks: "Here is the place where I accept
    to be killed."
Yes, on this battleground. In this desolation. In this place of
    defeat,
will the victory be found

...


from "What is man?", a poem by Josip Lasta, from The Island of the World, pag. 820, by Michael D. Obrien, Ignatius Press
 

venerdì 4 febbraio 2011

Guardare con Dante dove guarda Dante


Dante meets Beatrice at Ponte Santa Trinita, Henry Holiday (1883)

Si é appena conclusa una grande settimana di Grazia. Ieri ed oggi, a scuola, sono stati due giorni di cogestione nelle quali le varie classi hanno potuto organizzare approfondimenti,  visioni di film, incontri, oltre a strani esperimenti di teatro mitologico-filosofico (ho trovato Socrate in corridoio, Danae alla macchinetta, per non parlare di Zeus al banco dei bidelli). Sono stato invitato in due classi, I A e I B, a parlare di Dante; giovedì (in I A) ho affrontato Inferno XXVI, il viaggio di Ulisse e il viaggio di Dante, mentre oggi (in I B) il tema era un'introduzione generale al viaggio della Commedia
Una settimana di Grazia innanzitutto per me; lunedì ho iniziato a preparare i due incontri, in un lasso di tempo che va dalle dieci fino a mezzanotte e mezza, ogni sera. Ho potuto rientrare nel testo, confrontarmi ancora una volta, porre domande, giudicare e cogliere l'infinita Bellezza del cosmo che così fresca trapela dai quei versi così umani e così eterni. Per fare un esempio, visto che un incontro sull'Ulisse dantesco già lo tenni il maggio scorso, ho rivissuto il riaprirsi costante di una ferita, lasciandomi ri-soprendere dal mistero di quei versi: a separarmi da quel primo incontro c'è infatti un anno di vita, scoperte, battaglie e cammino nonché di lettura della Commedia che mi ha costretto a rivedere, correggere,  confermare, approfondire e tornare a stupirmi. Una ferita sempre aperta, oltre ogni schema, che non si potrà mai chiudere. 
Ho avuto modo di raccontare come nella mia vita "poca favilla gran fiamma seconda": il mio incontro con Dante e la Commedia, le domande che essa pone e il viaggio che ci propone; a dire il vero il secondo incontro non ho avuto modo di prepararlo come avrei voluto, visto che fare nuovamente dalle dieci a mezzanotte avrebbe voluto dire non alzarsi più al mattino. 
Tutto questo beato lavoro mi ha abbastanza felicemente consumato, per questa settimana.

Ho imparato nuovamente, specie la sera di mercoledì prima dell'incontro, come nemmeno Dante basti al mio cuore, ma come mi sia padre perché io guardo non a lui, ma con lui e dove guarda lui. E ho avuto infine modo di raccontare il mistero di Dante e Beatrice, e di poterlo fare in un certo modo, come solo quattro mesi fa non avrei potuto.
Da Chesterton a S. Francesco, da Eliot ad Al Pacino (nel film Profumo di donna pronuncia infatti una frase che é per me sintesi della concezione dantesca della bellezza femminile e di Dio...) ho riscoperto inoltre dei compagni di viaggio. 

La possibilità di proporre e comunicare noi stessi al mistero degli altri attraverso ciò che amiamo é una grazia inestimabile: in fondo vale sempre la pena parlare ad una persona sola, nel senso di ciascuno di coloro che abbiamo di fronte, perché una sola persona, diceva Moeller, "é un mondo intero, il mondo della grazia e della libertà che chiede di vivere e risplendere in lui".


 
Questo video invece é una riuscita combinazione di grande arte: l'Inferno di Dante raccontato con le incisioni di Gustave Doré e un brano dal Requiem di Mozart.