sabato 31 ottobre 2009

Grande festa



Forse, alla fine, é anche un bene questa diffusione di neo-paganesimo consumista; tutta questa ostentazione di zucche, streghe, vampiri e fantasmi rende ancora più evidente l'inutile nullità di una "festa" inesistente. E' un bene perché facilita proprio la scelta: fra un party di zucche vuote (della durata di una notte scarsa con annessa sbornia) e la Comunione dei Santi ("nostri grandi amici", sicut dixit B-XVI) cosa scegliereste voi? Per la seconda, poi, trovare una lista é molto più facile e gratificante, per non parlare del fatto che nonostante l'ambiente sia affollato c'è un grande ordine, anzi si riesce proprio a parlare con tutti , e senza urlare. Con tutto il tempo che si vuole.

Una questione di ragione, come sempre.

venerdì 30 ottobre 2009

Più uguali degli altri

Denise Haye; Gary McFarlane; Sheila Matthews; una signora cattolica di Brighton.




Chi sono queste persone? E soprattutto, cosa hanno in comune?

Leggi un po' qui

giovedì 29 ottobre 2009

La Chimera in classe

Interessantissimo articolo su Tempi riguardo la crisi dell'educazione, sul niente che ci portiamo in classe. E' un articolo, a mio giudizio, da rileggere, sottolineare, studiare perché estremamente chiaro e veritiero.
Ne riporto un estratto




Per comprendere la crisi dell’educazione oggi, bisogna rendersi conto che la sua origine è di natura morale. La cultura contemporanea è contrassegnata dalla «vittimizzazione». Gran parte della società attuale si crede vittima di una repressione, pensa che la vita sia cattiva e che le sofferenze sopportate derivino da un ideale di vita troppo elevato, troppo “elitista”. Più in generale, la sua visione del mondo è pessimistica. Volendo trattare l’uomo come un uomo e non come un animale, e parlare alla sua coscienza e non ai suoi istinti, lo si offende, lo si umilia. Non bisogna sottovalutare il diffuso clima depressivo, che in parte spiega le nostre difficoltà in materia di educazione. Per imparare, bisogna amare la vita. Senza amore per la vita, non si ha molto il desiderio di imparare. Tuttavia la vita non è amata, come dimostra il clima di lamento che regna nella nostra società. Non si è più contenti di vivere. Quando un giornalista conclude un articolo scrivendo che «Dio ha fallito», uno scrittore come Cioran riassume la condizione umana intitolando una delle sue opere L’inconveniente di essere nati. Si potrebbe riderne, se ridesse anche l’autore stesso, ma è serio. Questa disperazione chiarisce la crisi dell’insegnamento. Come insegnare, quando l’immagine che si ha della vita è quella del fallimento, dell’odio, dell’amarezza e del non-amore di sé? È assolutamente impossibile. Il nostro essere interiore è diviso. Si cerca di insegnare, pur essendo convinti che la vita non ha nulla da insegnarci. A cosa serve aggrapparsi con una mano al ramo dell’insegnamento su cui si è seduti, mentre lo si sta segando con l’altra? Si parla molto dell’insuccesso scolastico. La sua origine è di natura morale. Ci si scontra con l’insuccesso perché il senso di fallimento ci domina. Buona parte degli alunni non sa perché impara e molti insegnanti non sanno perché insegnano. Non è mancanza di un progetto, ma mancanza di coscienza e di visione dell’uomo. Quando la vita non ha senso, come può averne uno l’insegnamento? Si raccoglie ciò che si è seminato. Partendo dal niente, si trova il niente. A chi sostiene che l’uomo non può costruire niente senza nutrire un alto ideale della vita, si obietta che bisogna ritornare sulla terra e abbandonare i grandi ideali. Si aggiunge poi che è meglio il dubbio, la critica, il pessimismo rispetto allo slancio e alla fiducia. Ma verifichiamolo: il dubbio e il pessimismo non rendono l’uomo lucido. Al contrario. Il mondo che dispera di tutto è lo stesso che crede ingenuamente in un certo numero di utopie. Spera innocentemente nella scienza e nella politica, perché dispera della vita e della coscienza. La sua disperazione nutre e ravviva la speranza di una “Grande Sera” del mondo, l’attesa di un’apocalisse, il desiderio di una rivoluzione totale e immediata.

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mercoledì 28 ottobre 2009

"Mendicare Lui é la vita stessa!"

Per Caterina noi come Bartimeo….

Posted: 27 Oct 2009 05:39 AM PDT

Domenica scorsa, con quattrocento giovani universitari di Firenze, gli amici di Caterina di Comunione e liberazione, abbiamo fatto un bellissimo pellegrinaggio a un Santuario mariano, per mendicare la guarigione di Caterina e la nostra conversione…

Infatti se Caterina è viva è letteralmente perché le vostre/nostre preghiere sono state ascoltate. E se guarirà – come guarirà! – è ancora una volta per questa incessante implorazione che sale al Cielo dal 12 settembre…

Torno a dire dunque del pellegrinaggio. Meraviglioso, sotto quel cielo azzurro, veder salire la preghiera corale e accorata di tanti ragazzi, commovente vedere lo spettacolo di quell’amicizia fraterna che ci rende un cuor solo e un’anima sola, struggente ascoltare i canti del coro che anche Caterina cantava fino al 12 settembre (e che canterà di nuovo, ne siamo certi!).

Arrivati a destinazione abbiamo sentito le parole del Vangelo di domenica 25 ottobre e la bellissima omelia di don Andrea. Quel Vangelo sembrava fatto apposta per noi: è tutto da rileggere.

Lì stanno tutte le risposte ai tanti che in queste settimane mi hanno chiesto il motivo del mio appello a pregare, a mendicare instancabilmente, a bussare a quella porta incessantemente…

E lì sta anche la risposta a coloro che – più o meno discretamente – mi hanno spiegato che non si deve “assillare” troppo il Signore, che potrebbe sembrare una pretesa eccetera…

Come dicevano a Bartimeo quelli che – in fondo – non sapevano quanto Gesù è buono e quelli che – in fin dei conti – pensavano di risparmiare a Gesù l’imbarazzo perché non credevano che Lui poteva (e può) tutto.

Noi non pretendiamo nulla perché siamo semplicemente dei poveri mendicanti, come Bartimeo siamo lungo la strada e come Bartimeo imploriamo il Re dei Cieli che è venuto per noi, è venuto a cercarci perché ci ama, e quando ci dicono di smetterla gridiamo ancora più forte «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ».

Da questa pagina del Vangelo si capisce bene com’è il Cuore di Gesù… Lui ascolta tutti come duemila anni fa ed ha compassione di tutti…

Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.

Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».

Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!».

E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

La vicenda che stiamo vivendo con Caterina ci sta insegnando che noi siamo e dobbiamo essere come Bartimeo non solo oggi, nel dolore, nella prova, ma sempre, perché quello di cui abbiamo bisogno non è solo la guarigione fisica, ma Gesù.

E’ di Lui che abbiamo bisogno più dell’aria e più del pane. E’ Lui la luce e Lui è il medico e la medicina della nostra povera condizione umana… Mendicare Lui è la vita stessa!

Infatti è bellissima la frase finale di questo Vangelo: “E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”.

Come ci ha insegnato don Giussani: “Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”.

E’ Lui stesso che si è fatto uomo ed è venuto tra noi per mendicare il nostro cuore, il nostro amore…

martedì 27 ottobre 2009

La fine (vera) di qualsiasi schiavitù




CHIESA/ Rose: è la fede di Benedetto a spaccare i sassi in Uganda

martedì 27 ottobre 2009

«È Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla». A dirlo è Rose Busingye, fondatrice del Meeting Point International di Kampala, Uganda. Il centro ospita donne sieropositive, «le mie donne», dice sempre Rose parlando di loro. Persone che hanno saputo trovare nella fede cristiana una speranza nuova di vita, l’unica risposta credibile alla disperazione dell’abbandono. È alle “sue” donne che corre sempre Rose col pensiero, quando deve parlare della fede, della Chiesa, della speranza che Cristo rappresenta oggi per il mondo, e per l’Africa. Si è concluso domenica il Sinodo dei Vescovi africani. Anche Rose ha partecipato, insieme a tanti altri ospiti. Ilsussidiario.net l’ha intervistata, alla vigilia del suo ritorno in Uganda.

Cos’ha voluto dire per lei questo appuntamento, alla luce dell’esperienza di Chiesa che vive in Africa?

Capire che è Dio che opera. La nostra capacità, da sola, non salva nulla. Tocchi con mano, una volta di più, l’incapacità nostra, però vedi bene che il cristianesimo va avanti lo stesso. Tutta la Chiesa in Africa sta crescendo. Ma non siamo noi a mandarla avanti; è lo Spirito. Questo l’ho visto benissimo dal modo con cui il papa è stato con noi, durante il Sinodo.

Cos’ha colto di così particolare nella presenza del Santo Padre?

Egli stava con noi senza programmi sul da farsi, ma semplicemente per farci compagnia. Come un padre, che suscita in te quella tenerezza per cui ti chiedi: cos’ho da temere? Era impossibile, davanti a quello sguardo, fraintendere. La prima preoccupazione, trattandosi di una chiesa giovane, come quella africana, poteva essere quella di “consolidare una chiesa futura”. Ma la Chiesa non è prima di tutto un’organizzazione. L’invito del papa, e la sua personale testimonianza, è stata quella di predisporsi ad accettare l’iniziativa di Dio su di noi. È in questa accettazione che sta il futuro - e il presente - della chiesa africana.

Ad ascoltare i programmi di sviluppo dei governi e di tante organizzazioni, sembrerebbe che la prima sfida per l’Africa sia trovare più soldi e fare più progetti.

L’uomo europeo ha tutto, ma allora come mai non è contento? Come mai le strade sono piene di facce tristi, di persone che non sorridono mai? È così perché in Europa si è perso che a renderci felici è il progetto di Dio, e non il nostro. Invece le “mie” donne vanno nella cava a spaccare pietre sorridendo e cantando. Anche se non hanno mangiato nulla.

La sfida più grande in occidente è che la società ha abbandonato le sue radici cristiane. Per la maggior parte delle persone il cristianesimo non ha più nulla da dire alla loro umanità. Qual è invece la sfida culturale che più urgente per i cattolici che vivono in Africa?

La fede in Cristo Gesù. Dico sempre che la fede è la fine della schiavitù. È astratto - mi hanno detto tanti di quelli che ho incontrato. Ma non è così, perché un uomo che vive la fede vede tutto come un dato ricevuto e ne gode. Gode del lavoro, dei figli, del creato. Per un uomo che vive la fede Dio è tutto. E lui è più libero.

Benedetto XVI, nella sua omelia in apertura del Sinodo, dell’Africa ha detto che «il suo profondo senso di Dio» è «un tesoro inestimabile per il mondo intero» e che «da questo punto di vista, l’Africa rappresenta un immenso “polmone” spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza». Cosa pensa di queste parole?

È per questo che è più facile oggi incontrare Cristo in Africa che non nei paesi occidentali. Perché un africano ha un senso del mistero tale da essere sempre consapevole di appartenere a Qualcosa. Qualcosa di grande, di più grande di sua madre e di suo padre. Ma questo Mistero è Cristo presente, Colui che ogni cuore attende. Se lo incontro, diventa la mia nuova identità, il mio giudizio nuovo su tutte le cose. Me ne accorgo quando guardo le “mie” donne. Vedi - mi dico - sono sempre più avanti!, non perché sono più intelligenti, ma perché sono semplici. La fede ha penetrato la loro vita. Quando c’è stato l’uragano di New Orleans percepivano le popolazioni colpite come parte di sé, anche se erano dall’altra parte del mondo. E le hanno aiutate. Quando conosci la fede tutto ti appartiene. È una mentalità nuova, persuasiva. Ti accorgi, semplicemente, che è più bello vivere da cristiano.

Il tema del Sinodo recita “la Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”. La giustizia e la pace sono cose per le quali vale la pena spendersi?


Ma la giustizia, senza Dio, che giustizia è? Lo ha detto bene il papa nell’omelia di domenica. Se non passa Gesù di Nazareth, che senso ha fare progetti? “Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo”. Posso trattar bene il mio prossimo, ma nel tempo mi stanco e allora perché devo farlo? Posso fare progetti di carità, ma alla lunga non reggono. Ma se il mio cuore vive di fede, tutto diviene più facile. E solo allora che ti tratto per quello che sei, perché sei anche tu di Dio. Sei “divino”, mi appartieni anche tu!

In molti paesi africani i cristiani sono perseguitati. Ha fatto scalpore durante il Sinodo il racconto di monsignor Hiiboro Kussala, che ha raccontato di cristiani barbaramente uccisi in Sudan. I cattolici che lei conosce come vivono il rischio del martirio?

Sanno bene che possono morire a causa della loro fede, ma sono sereni, perché se uno ha un ideale per vivere, vale la pena morire per esso. Il problema, all’opposto, è quando manca qualcosa per cui sacrificarsi. I soldi non fanno felici, perché chi ha molti soldi anzi è più triste degli altri. È solo l’incontro con Dio che ci fa essere più uomini e ci fa scoprire il valore di noi stessi. È per questo che a Dio si può anche sacrificare la vita.

Per lei e le donne che vivono con lei, cosa vuol dire incontrare persone che credono in qualcos’altro? In Africa ci sono mille fedi diverse.

Ci sono mille fedi, ma tutti si trovano bene con noi. Più dialogo di così. È la prova che davvero solo in Cristo possiedi tutto. Quanti estranei ho visto sorprendersi, e accorgersi che è bello stare lì con noi, senza preconcetti, senza piani.

È una proposta anche per chi vi odia?

Sì. Immagini le nostre donne, che vanno in cava cantando i canti degli alpini. Uno vede, non capisce cosa vuol dire ma si commuove, perché è bello cantare così. Un uomo che è in rapporto con Dio attira, attira sempre. A Roma, durante il Sinodo, non mi sono mai stancata quando c’era il papa, ma quando non c’era. È stato bello sorprendere in lui tutta la tenerezza del padre che guarda i propri figli.

È l’esperienza del dolore e del male a fermarci, a bloccare tutto.

La fede vince tutto. Se la fede non vince, vuol dire che non è fede, ma un sentimento. Il Mistero di Dio attrae e cambia. Occorre lasciarsi cambiare. Invece misuriamo la Sua iniziativa, poniamo confini: facciamo noi un progetto per il mistero, dove deve arrivare e dove no! Meno male che non dipende da noi, ma “soffia dove vuole”: dove c’è un cuore semplice che lo attende.

Oggi tornerà a Kampala, in Uganda. Le sue donne le chiederanno cos’ha fatto. Che cosa dirà?

Parlerò del papa. Dirò che sono tranquilla perché in lui ho una guida sicura. Non temo più nulla, perché c’è un uomo che più di tutti vive la fede e io l’ho visto. Dobbiamo appartenere a Lui, al Suo popolo, alla Chiesa così com’è. Un uomo che vive l’appartenenza a Cristo come la vive il papa ti attira, non puoi più lasciarlo.

Questa fedeltà di cui parla - del papa verso Dio e sua personale verso il papa - non è una cosa estranea al sentire dell’Africa?

No, perché non è qualcosa di esterno, che viene da fuori, dall’Europa o dalla storia, ma da dentro di noi: uno la scopre guardando come il cuore è fatto. E il nostro cuore è fatto per incontrare Cristo. Un uomo che appartiene, come il papa, grida a Dio. Il mondo viene qui e pretende di dire quello che è bene per noi. Riduce il problema dell’Africa al preservativo. Non ci tratta da uomini. Invece lui, con il suo sguardo e la sua tenerezza di padre, è l’unico che ci vuole veramente bene. È importante che il cristianesimo - ha detto il papa una mattina - non sia una somma di idee, ma un modo di vivere. Il cristianesimo è carità, è amore, ha detto. E se la fede si trasforma in carità, non c’è nulla che le può resistere.

lunedì 26 ottobre 2009

Grandi domande...

Due grandi domande:

1- Può davvero un mago-fattucchiere per di più eretico con l'idea che Dio e Natura coincidono e che predica un ritorno dell'umanità alle divinità egizie essere il trampolino di lancio della rivoluzione scientifica? Urge sereno approfondimento.

2- Se davvero per il Fondatore Eugenio Scalfari Benedetto XVI é un "modesto teologo" che "fa rimpiangere i suoi predecessori", cosa dire di un certo predicatore, assai modesto per giunta, che ogni domenica pontifica dalle colonne di un modesto quotidiano nazionale (dicasi il Fondatore, n.d.r.)?

mercoledì 21 ottobre 2009

«Chi sei Tu, Cristo, che puoi appassionare
così un uomo?»

21/10/2009 - Omelia di don Julián Carrón al funerale di don Giorgio Pontiggia. Milano, parrocchia di S. Ignazio di Loyola, 21 Ottobre 2009
Chi sei Tu, Cristo, che puoi appassionare così la vita di un uomo?
Chi sei Tu, che puoi attrarre tutto l’io, tutta la persona con tutta la sua capacità, immaginazione, intensità, per metterla al Tuo servizio, per poter comunicare agli uomini - non con parole, ma con la vibrazione e con quella intensità che solo Tu puoi introdurre nella vita - la Tua stessa vita?
Chi sei Tu, Cristo?
Noi, tutti noi - e voi giovani in modo particolare l’avete visto - abbiamo potuto toccare con mano che razza di novità Cristo può introdurre nella vita di un uomo quando si lascia prendere tutto, tutto. E allora diventa tutto una passione; quello che abbiamo visto in don Giorgio è questa passione che Cristo è in grado di destare nella vita di un uomo: una passione per Lui, Cristo, e per tutti gli uomini.
Grazie a questa sua semplicità, al suo lasciarsi prendere da questa attrattiva, tanti di voi avete potuto conoscere chi è Cristo, non con parole, non con un discorso, non formalisticamente, ma attraverso quell’avvenimento che Cristo, presente ora, fa accadere in un uomo che si lascia afferrare così. Tutta la sua persona era stata esaltata da questo riconoscimento di Cristo, che gli era stato comunicato - come lui stesso ci ha detto tante volte - attraverso quella modalità, quella intensità di vita che aveva incontrato in don Giussani. Questo lasciarsi prendere secondo questa modalità, diventando figlio di don Giussani, ha consentito a tanti di voi di conoscere veramente chi è Cristo, e ha esaltato il suo io umano, la sua vocazione di prete, la sua capacità educativa. Tutto è stato esaltato in lui; veramente abbiamo avuto la percezione di questo centuplo che diventa la vita, di questo di più che diventa la vita quando noi Lo lasciamo penetrare tutto in noi. Per questo la sua vita è diventata educazione: lui ha educato con tutta la sua vita, comunicando quella esperienza che aveva afferrato lui, come ci ricorda il cardinale Angelo Scola nel messaggio inviato per l’occasione:
«Fin dai primi tempi del Seminario l’amicizia con lui è stata segnata dal suo appassionato desiderio di quella pienezza dell’umano che, per la grazia di Cristo Gesù, ci è donato», e per questo «don Giorgio possedeva la straordinaria capacità di destare in tutti, soprattutto nei giovani, questo ardente desiderio. Nello stesso tempo non desisteva dall’essere di continuo pungolo alla libertà perché si assumesse fino in fondo la responsabilità personale e comunitaria del dono della fede».
Don Giorgio ci ha testimoniato questo fino all’ultimo respiro della vita, fino alla morte, perché la sua morte è l’ultimo suo gesto di amicizia verso di noi. In mezzo alla confusione che tante volte ci domina, la morte mette in chiaro tutto. Non si tratta di un’opinione in più, ma di un fatto, senza “ma” e senza “però”, perché ci mette tutti davanti all’Eterno e ci pone una domanda, che possiamo evitare solo tradendo la natura del nostro cuore: che cosa oltrepassa la barriera della morte? Soltanto quello che è vero.
Perciò la morte è un giudizio su ciò che veramente vale e su ciò che è inutile, e questo è l’ultimo gesto di amicizia che don Giorgio compie verso ciascuno di noi. È come se dicesse a tutti: «Guardate che quello che non oltrepassa questa barriera non vale, non serve». Perciò la sua morte è l’invito più potente che ci lascia, insieme alla sua vita, a vivere di fronte all’Eterno.
Ma noi possiamo guardare perfino questa “sciagura” - abbiamo appena ascoltato nella liturgia - della morte proprio per quello che a tanti di voi, giovani, lui ha comunicato, cioè l’unica cosa che serve per vivere e per morire: Cristo, l’unico risolutore, l’unico che è in grado di accompagnarci nel vivere e di accompagnarci nel morire. Per questo noi siamo in debito con don Giorgio, perché ha testimoniato a tutti noi questa passione. Tutto il resto non ci fa vivere e neppure serve per morire.
Mi è venuta subito in mente, pensando a lui e a questo momento, quella frase di San Gregorio Nazianzeno che abbiamo ascoltato in altre occasioni: «Se non fossi tuo, mio Cristo, mi sentirei creatura finita. Sono nato e mi sento dissolvere. Mangio, dormo, riposo e cammino, mi ammalo e guarisco, mi assalgono senza numero brame e tormenti, godo del sole e di quanto la terra fruttifica. Poi io muoio e la carne diventa polvere come quella degli animali che non hanno peccati. Ma io cosa ho più di loro? Nulla, se non Dio. Se non fossi tuo, Cristo mio, mi sentirei creatura finita».
Questa morte sia per ciascuno di noi una grande occasione di conversione a Lui, a Colui di cui tutto consiste, per essere anche noi figli, cioè testimoni di chi è Cristo per quelli che ci incontrano, perché quella bellezza che don Giorgio ci ha comunicato possa arrivare ad altri, a coloro che ci incontrano nella strada della vita.
Domandiamo alla Madonna di essere eredi di questo grande testimone di Cristo in mezzo agli uomini.

Genera chi é generato

DON GIORGIO Genera chi è generato

di Alberto Bonfanti e Gianni Mereghetti
21/10/2009 - Oggi, alle 14.45, i funerali presso la chiesa di Sant'Ignazio di Loyola, al quartiere Feltre di Milano. Ecco il ricordo di due amici insegnanti che hanno lavorato con lui per tanti anni
Don Giorgio Pontiggia.
Don Giorgio Pontiggia

Incontrare don Giorgio Pontiggia, stare con lui qualche minuto, condividere la sua passione di vita dentro un’ora di lezione o a pesca sul lago di Lecco davanti ad Onno dove lui trascorreva l’estate con gli studenti che più avevano bisogno di essere aiutati, o in uno dei tanti Tridui pasquali che lo hanno visto parlare a migliaia di giovani, era un’esperienza entusiasmante, era entrare in rapporto con una esplosione d’umanità, che andava diritta al cuore. Era sempre una sfida stare accanto a lui, e lo era perché ciò che don Giorgio portava era quello che adesso vede faccia a faccia, il Mistero, mistero perché presenza di un Altro che ridesta l’umano. Questo ha affascinato tutti coloro che lo hanno incontrato: trovarsi davanti un uomo, un uomo che aveva deciso di seguire Cristo perché in Lui aveva trovato la risposta al suo desiderio di felicità. È stato un uomo sempre all’attacco della realtà, non faceva sconti a nessuno e non perché volesse convincere della giustezza di qualche idea, ma perché l’amore di Cristo al suo destino che aveva incontrato nella paternità di don Giussani lo voleva per chiunque incontrava. Don Giorgio è stato uno dei più significativi protagonisti dell’avventura educativa che è sgorgata dal carisma del movimento di Comunione e Liberazione, perché tutto ciò che viveva lo viveva innanzitutto come educazione di sé. In lui era evidente quanto fosse vera l’affermazione che “genera chi è generato”. Per questo ha mosso tanti educatori per la sua tenace e totale sequela al carisma di Cl, di cui lo affascinava e ne trasmetteva la profonda ragionevolezza, e che trovava consistenza e durata nell’affetto alla persona di don Luigi Giussani e poi nella sorpresa del suo rinnovarsi attraverso l’umile e sincera sequela a don Julián Carrón. Al Mistero che ha incontrato nell’esperienza di Comunione e Liberazione don Giorgio ha dato tutto di sé: «Cristo non ti chiede qualcosa della vita, chiede tutto di te»; quante volte lo ha detto ai ragazzi, e lo diceva con forza, sfidandoli, perché era ciò che lui viveva, una dedizione totale al Mistero nella forma umana con cui lo aveva incontrato e nella quale lo seguiva.
È perché ha dato tutto di sé a Cristo che abbracciava ogni studente che incontrava e lo faceva non per spiegargli qualcosa della vita, ma per amore al suo destino. Da don Giussani ha imparato e ha continuato ad imparare attraverso un rapporto quasi quotidiano che l’unico alleato di chi ama il destino dell’altro è la libertà. Puntava a muovere questa libertà, si ingegnava a trovare le strade più favorevoli, era il suo un impegno senza limiti la cui forza era la sua stessa libertà, spesso esplosiva, irruenta, determinata, una libertà che vibrava del suo abbandono totale al Mistero. Per questo non poteva sopportare che il rapporto con i ragazzi potesse essere parziale o ambiguo perché oltre a generare confusione e smarrimento nei ragazzi, sarebbe stato segno di una parzialità nel rapporto che l’adulto aveva con Cristo. Nel suo amore alla libertà dell’altro molti adulti hanno cominciato loro stessi a muovere la loro libertà e a diventare educatori. Don Giorgio educava giovani e adulti, e lo faceva perché l’educazione per lui era un’esperienza umana; nell’educare era la sua letizia, e in pochi come in lui è stato evidente che l’educazione è l’opera di un Altro.
Perché era certo dell’iniziativa del Mistero don Giorgio dava la vita per i ragazzi che incontrava, la dava fisicamente, imitando la tenerezza di Cristo. Molti sono gli esempi di questo suo instancabile sacrificio per l’uno o l’altro ragazzo incontrato. Commovente l’esperienza del rapporto con Andrea, un ragazzo di Siracusa ricoverato in ospedale a Pavia per una grave malattia che lo ha portato alla morte. Don Giorgio lo ha accompagnato in questo cammino, recandosi tante volte all’ospedale per fargli compagnia. Lui stesso ha raccontato a Tracce uno degli episodi più commoventi quando la malattia si era aggravata e Andrea era costretto a letto, ma con un desiderio fortissimo di tornare a casa. Don Giorgio racconta quel momento drammatico con queste parole piene di commozione: «Vedi, gli dissi un giorno che eravamo rimasti soli, dobbiamo chiedere la guarigione, e nella guarigione la felicità, il Paradiso. Anche il mare finisce, e noi lo desideriamo per l’apertura che ci dà. Mi diceva solo sì, faceva fatica, ma sul suo viso i segni della sofferenza sembravano affievolirsi». Don Giorgio ha dato la vita per i ragazzi che ha incontrato, perché il loro cuore potesse afferrare l’unico che corrispondeva loro, Cristo, la sua misericordia che riempie di senso tutto e lo fa vivere da uomini.
È da questa dedizione totale che nasce il Centro di aiuto allo studio Portofranco. Durante una cena all’Istituto Sacro Cuore nella primavera del '99 don Giorgio, dopo aver tuonato contro i centri sociali, contro tanti oratori che sfruttavano i giovani propinandogli divertimenti nel tempo libero, si rivolse ai presenti e disse: «Noi, per l’esperienza che viviamo nel movimento, possiamo creare un luogo libero e aperto a tutti in cui incontrare i ragazzi per quello che sono realmente, a partire dal bisogno più urgente che hanno che è quello di essere aiutati nella fatica dell’imparare. Ci state a realizzare questo luogo?» In quel momento nacque Portofranco, un’idea geniale come dimostrò e dimostra la storia di questo centro che condividendo il bisogno di imparare a studiare condivide il desiderio di vivere pienamente e di essere felici, un’idea geniale perché nata da un’esperienza di rapporto con i giovani.
Questo è don Giorgio Pontiggia, un educatore affascinante e geniale, e lo è perché ha accettato la sfida che il Mistero ha portato alla sua umanità attraverso il carisma di don Giussani.


Da Tracce.it.

Il Sussidiario propone alcune lettere

martedì 20 ottobre 2009

Messaggio di don Julián Carrón


Il nostro carissimo don Giorgio Pontiggia ci ha lasciato. La sua dedizione totale all’educazione dei giovani nella sequela di don Giussani resterà sempre per noi una testimonianza unica.
Sono in tanti che oggi piangeranno la morte di un padre, uno che ha comunicato loro il significato del vivere. La sua passione per ciascuno di loro non potranno dimenticarla più. Quanti possono dire di avere incontrato attraverso di lui la fede come una cosa attrattiva e grande! Tutto in lui, fino al temperamento, diceva che essere cristiani significa essere uomini, senza censurare o dimenticare nulla.
Don Giorgio rimarrà per tutti noi un esempio di una sequela del carisma nell’oggi della vita del movimento: soprattutto negli ultimi anni, dopo la morte di don Giussani, era ancora più accanito nel volersi immedesimare coi passi che lo Spirito di Cristo continuava a indicare a ciascuno di noi per compiere la Sua opera nel mondo.
Domandiamo a don Giussani di ottenere per noi la stessa passione perché Cristo sia conosciuto e annunciato nel mondo che abbiamo visto in don Giorgio.

Milano, 19 ottobre 2009

lunedì 19 ottobre 2009

"Talmente intriso di cattolicesimo..."

Da ilSussidiario.net. Ci vogliono togliere anche i nostri grandi, come Tolkien.






LETTERATURA/ Tolkien nichilista? Ecco l’ultima invenzione dei giornali

lunedì 19 ottobre 2009

L’articolo di Sandro Modeo sul Corriere della Sera del 15 ottobre scorso, dedicato al poema di Tolkien La leggenda di Sigurd e Gudrun si conclude in modo sorprendente, mi riferisco alla due frasi finali in cui si realizza un ardito paragone tra Frodo, il piccolo hobbit protagonista del capolavoro tolkieniano e Sigurd, l’eroe cupo e nordico della leggenda norrena ri-raccontata dal giovane scrittore inglese in questo poema fino a qualche giorno fa inedito in Italia. Nel chiudere il suo articolo Modeo afferma che sia in Sigurd che ne “Il Signore degli Anelli” “gli dei sono assenti, e il cattolico Tolkien lascia alla tenacia degli umili hobbit il compito di resistere all’anello e di distruggerlo. L’eroe Sigurd e l’antieroe Frodo viaggiano verso lo stesso luogo: quello della solitudine dell’uomo davanti ai propri fini e alle proprie azioni”.

L’affermazione merita un approfondimento. Essa è divisa in due parti: quella relativa all’assenza degli dei e quella sulla solitudine degli hobbit e di Frodo. Partiamo dalla seconda parte che suona non convincente sin dal titolo del primo libro della celebre trilogia: la compagnia dell’anello.

Sigurd, così come molti eroi de Il Silmarillion, basta pensare a Turin, viaggiano davvero verso la solitudine, non così però gli hobbit e i protagonisti del Signore degli Anelli. Il viaggio del Signore degli Anelli è un viaggio essenzialmente cristiano e cattolico, un viaggio che in quanto tale è condiviso. Di fatto Frodo non è mai solo. Qui va chiarito un punto: se con “solitudine” Modeo aveva intenzione di parlare di “responsabilità” allora si può anche essere d’accordo, il romanzo di Tolkien è un grande poema che ha al centro anche questo aspetto della libertà e quindi della responsabilità delle azioni umane. L’irruzione dell’Anello nei tranquilli confini della Contea (che sono i confini della vita quotidiana del lettore) è un fatto che interpella il senso di responsabilità di tutti e tutti rispondono, in modi spesso molto diversi, a questa singolare “chiamata”. Da questo punto di vista è vero che la dottrina del libero arbitrio del cattolico Tolkien è rispettata (mentre nelle saghe nordiche e germaniche si sente forte il peso di un Fato cieco e ineluttabile). Ma se invece si vuole parlare della mera solitudine di Frodo c’è soltanto da ripetere che Frodo non è mai solo, viene spontaneo citare Benedetto XVI: «chi crede non è mai solo».

Frodo non è come Ulisse e nemmeno come Enea, tantomeno come Sigurd, ma è come Abramo: un uomo della fede. Egli compie il salto vertiginoso della fede, parte per un viaggio di cui ignora o semplicemente intuisce la direzione e l’esito, in quanto si affida alla parola di qualcun altro. Già la genesi dell’avventura di Frodo ci dice che non è un eroe (e nemmeno un antieroe) solitario. Più che un eroe Frodo è una figura di santo e i santi, si sa, sono coloro che vivono nella Comunione (appunto dei Santi).

Frodo riceve l’anello da Bilbo (ecco, ad esempio Bilbo lui sì che è un personaggio – abbastanza – solitario), ascolta Gandalf, sta sempre con Sam e con una nidiata di cugini e amici e parte per un viaggio insieme ad una intera “compagnia” dove la parola stessa è lì a distruggere ogni idea di romantica e disperata solitudine. Compagnia: cum-panis, mangiare il pane insieme, questa cosa qui così concreta quotidiana e reale è la protagonista della fantastica saga tolkieniana, non l’eroismo o l’antieroismo di un singolo. E’ vero che alla fine Frodo lascerà Sam e verrà ricompensato con il viaggio nel Reame Beato di Valinor ma anche lì non sarà un viaggio solitario ma insieme a Bilbo, Gandalf e tanti altri Elfi che essendo “passati per la grande tribolazione” possono approdare ai lidi del “paradiso” (peraltro questo finale, così apparentemente spiazzante per il lettore, è una conferma della cattolicità profonda dell’opera: nessun ritorno al passato perché la storia procede sempre in avanti, come la strada di cui parla Bilbo nelle sue canzoncine).

La chiusura del romanzo, mentre si apre il sipario sulla descrizione del Reame di Valinor, permette di rispondere alla prima parte dell’affermazione, sul fatto cioè che mancano gli dei nel romanzo di Tolkien. Da una parte questo è vero però è utile ricordare che è Tolkien stesso che ha volutamente cancellato ogni presenza esplicita di divinità o religiosità perché, scrive, il romanzo è talmente intriso di cattolicesimo nel messaggio e nel simbolismo da risultare superfluo ogni altro elemento più evidente; quindi bisogna ammettere che questa presenza divina c’è e rimane per tutto il romanzo ad un livello implicito, più profondo e misterioso (al punto che si può dire che la protagonista del romanzo sia la Provvidenza).


L'ora di Islam (!!??)

Potranno mai convivere i nipotini di Rosseau e quelli di Bin Laden? Vi propongo questo interessante articolo di Vittorio Messori dal Corriere di oggi riguardo all'assurda proposta di un'ora di religione islamica nelle scuole.

Tra l'altro, Messori avanza una particolare ipotesi storica sul destino dell'Islam nell'Occidente secolarizzato.


Religioni - LA PROPOSTA

L’idea (disastrosa) dell’ora di Islam
e il rischio della scuola coranica

Ancora una volta, riecco l’invocazione scaramantica: «Ci vorrebbe l’ora di…». Stavolta, quella nuova, da istituire subito nelle scuole pubbliche, sarebbe «l’ora di Islam». C’è qualcosa di drammati­co, ma anche di grotte­sco, nella parabola, vec­chia ormai di due secoli, delle funzioni che si so­gna di affidare alla «scuo­la di Stato». C’è, qui, un mito nato — come tanti — dagli schemi ideologi­ci di giacobini e girondi­ni.

Non lo scettico Voltaire ma il fervoroso Rousseau fu il maestro di quei signori: si nasce buoni, il peccato originale è una favola disastrosa, date ai fanciulli dei maestri acconci ed avrete il regno della bontà, dell’altruismo, del civismo. Sorgono difficoltà sempre nuove? Ma dov’è il problema?
Basterà inserire nella scuola pubblica delle apposite «ore di…» che educhino al bene e al buono i nuovi virgulti; e tutto sarà ripianato.

Da noi, il Cuore deamicisiano è l’icona caricaturale di questi nuovi templi di un’umanità plasmata dalla Ragione e strappata alla superstizione. Succede, però, che proprio nell’Occidente laicamente formato, abbiano trovato folle entusiaste le ideologie mortifere che hanno devastato i due secoli seguiti al trionfo delle utopie roussoiane. Ma poiché gli ideologi hanno per motto «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà», il mito ha continuato ad agire. Il sesso fra gli adolescenti crea gravidanze incongrue e favorisce violenze? Si istituiscano nelle scuole «corsi di educazione sessuale». Alcol e droghe devastano i giovanissimi? Ecco gli esperti per gli appositi «corsi contro le dipendenze». C’è strage su moto e automobili? Subito «corsi di educazione stradale».

La convivenza sociale è sempre più turbolenta? Ecco dei bei «corsi di educazione civica».
Si potrebbe continuare, ma la realtà è chiara: a ogni problema, una risposta affidata alla scuola. Con il risultato, segnalato da pedagogisti ovviamente inascoltati, o di effetti irrilevanti o addirittura di aggravamento delle situazioni: il confuso istinto di ribellione dei giovani porta a sperimentare e a praticare ciò che è condannato nelle prediche degli adulti, soprattutto se insegnanti.
Trasgredire al professore dà tanto gusto come, un tempo, trasgredire al parroco.

E ora, tocca all’Islam, la cui presenza tra noi, ogni giorno in crescita, è tra gli eventi che meritano l’inflazionato aggettivo di «storico». Non siamo davanti a una immigrazione, ma a una di quelle migrazioni che si verificano una o due volte in un millennio. Per quanto importa, sono tra i convinti che, sulla lunga durata, l’Occidente si rivelerà per l’islamismo una trappola mortale. I nostri valori e, più ancora, i nostri vizi, corroderanno e, alla fine, faranno implodere una fede il cui Testo fondante non è per nulla in grado di affrontare la critica cui sono state sottoposte le Scritture ebraico-cristiane.

Una fede che, in 1400 anni, non è mai riuscita ad uscire durevolmente dalle zone attorno ai tropici, essendo una Legge nata per remote organizzazioni tribali. Una fede che, priva di clero e di un’organizzazione unitaria, impossibilitata a interpretare il Corano — da applicare sempre e solo alla lettera — è incapace di affrontare le sfide della modernità e deve rinserrarsi dietro le sue mura, tentando di esorcizzare la paura con l’aggressività. Ma poi: panini al prosciutto, vini e liquori, minigonne e bikini, promiscuità sessuale, pornografia, aborti liberi e gratuiti, «orgogli» omosessuali, persino la convivenza con cani e gatti, esseri impuri, e tutto ciò di cui è fatto il nostro mondo — nel bene e nel male — farà sì che chi si credeva conquistatore si ritroverà conquistato.

Ma questo, dicevo, in una prospettiva storica: per arrivarci passerà molto tempo e molti saranno i travagli, magari i drammi. Per adesso, che fare? Sorprende che, proprio da destra, si proponga lo pseudorimedio che è, da sempre, quello caro alle sinistre: nelle scuole «corsi di Islam», quello buono, quello politically correct . L’idea non ha né capo né coda.

Brevemente: poiché, a parte casi particolari, gli allievi islamici sono ancora pochi in ogni classe, bisognerebbe riunirli tutti assieme in una classe sola, almeno per quelle ore. Ed ecco pronta la madrassa, la scuola coranica, che esige che i credenti in Allah stiano unicamente con altri credenti. Stretti in comunità, a cura della nostra Repubblica, chi farà loro lezione? E che gli si insegnerà? Gli ingenui, o insipienti, promotori della proposta si cullano forse nel mito di un «Islam moderato», pensano che esistano schiere di intellettuali musulmani «laici, pluralisti, democratici», pronti ad affrontare concorsi per cattedre di Islam «corretto»?

Ignorano che incorrerebbe in una fatwa di morte il muslìm che presentasse la sua religione come una verità tra le altre? Non sanno che relativismo e neutralità religiosa sono frutti dell’illuminismo europeo, ma bestemmie per il credente coranico? Ignorano che l’anno islamico inizia da Maometto e che il tempo e il mondo sono solo del suo Allah? Non sanno che è impensabile il concetto stesso di «storia delle religioni» per chi è convinto che c’è una sola fede e le altre sono o incomplete o menzognere? I politici pensano, allora, di affidare le «ore di Islam» a non islamici, di far spiegare il Corano — in modo «laico e neutrale» — a chi non lo crede la Parola eterna e immutabile di Dio?

Fossi un assicuratore, mai stipulerei una polizza sulla vita per simili, improbabili, introvabili docenti. Se l’insegnamento nelle istituende «madrasse della Repubblica italiana» differisse anche di poco da quello delle moschee, l’esplosione di violenza sarebbe inevitabile. E, come troppo spesso è successo con i fautori delle «ore di…», le buone intenzioni produrrebbero frutti disastrosi.

Vittorio Messori
19 ottobre 2009

venerdì 16 ottobre 2009

Cercatori dell'eterno, padri di civiltà




CRISTIANESIMO/ Monaci, la radice comune di Oriente e Occidente

venerdì 16 ottobre 2009

L’annuale convegno della Fondazione Russia Cristiana (Seriate, 17-18 ottobre) prende le mosse dall’ormai celebre discorso di Benedetto XVI al collegio dei Bernardini di Parigi, in cui il Papa parlò del monachesimo come determinato dalla ricerca dell’eterno e, quindi, come creatore di civiltà. Abbiamo chiesto ad Adriano Dell’Asta di introdurci ad alcuni aspetti dell’incontro

Professor Dell’Asta, la lettura fatta da Sua Santità Benedetto XVI si adatta anche al monachesimo orientale? Potrebbe fare qualche esemplificazione?

Il monachesimo occidentale e quello orientale, russo, sono il frutto di tradizioni diverse, ma queste diversità sono il modo originale e irripetibile di aderire all’unica verità di Cristo. Come spesso si dice, l’oriente può essere più liturgico, contemplativo e mistico, mentre l’occidente può essere più concettuale, attivo e normativo, ma quanto più quello che è decisivo diventa la vita con Cristo e in Cristo, tanto più le differenze diventano solo una ricchezza e non un’opposizione. Del resto, se davvero l’oriente è più liturgico e contemplativo dell’occidente, non si po’ certo immaginare un monachesimo occidentale senza contemplazione e vita liturgica. E sull’altro versante: la vita attiva, o addirittura l’influsso sulla società, non sono certo assenti nella tradizione monastica russa; di fatto, quando furono fedeli al carisma del fondatore e al desiderio di vivere radicalmente in compagnia di Cristo, i monasteri furono sempre un luogo di irradiazione della potenza di trasfigurazione del mondo che è tipica del cristianesimo. Se doveva cercare un sostegno e un modello di vita, il popolo guardava al monaco, anche in Russia.

Può farci qualche esempio?

Il monastero delle isole Solovki, nel mar Bianco, sorto nella prima metà del XV secolo, è un esempio in questo senso: fu un luogo attorno al quale la vita crebbe secondo tutta la sua complessità; e l’eredità della storia ce lo mostra: furono un luogo di bellezza incredibile, la bellezza della natura data da Dio, con il monastero e le sue icone create dagli uomini; e furono nello stesso tempo un luogo nel quale gli uomini imparavano a lavorare, per vivere, certo, ma per vivere nella bellezza, e allora il lavoro non era una condanna o qualcosa di facoltativo, ma una collaborazione con Dio, l’eterno che «è sempre all’opera».

Cosa ha significato essere monaci, nel senso compiuto descritto da Benedetto XVI, nella Russia sovietica?


Quando si parla del monachesimo russo il pensiero va sempre alle Solovki, perché le Solovki sono addirittura un simbolo della Russia in quanto tale: furono un esempio di quella ricchezza e pienezza di cui abbiamo appena detto e poi, dopo la rivoluzione, furono anche uno dei primi lager sovietici, il modello del sistema concentrazionario: punizione ed isolamento, lavoro forzato, sterminio dei «nemici del popolo». Vivere nella Russia Sovietica, per un monaco che voleva vivere da monaco, era impensabile: tutti i monasteri erano stati chiusi, spesso trasformati in prigioni, essere cristiano era un’anomalia che andava eliminata, tanto più esserlo in quella forma di testimonianza esemplare per tutti che è il monaco. Come ho detto, questo era impensabile, ma avvenne; e la fede si è trasmessa proprio perché qualcuno, nel mondo (spesso, anzi normalmente, senza aver fatto nessun voto), viveva esattamente l’esperienza di un’appartenenza totale a Cristo nella quale era possibile vivere con un senso e una gioia reali anche nelle condizioni più tragiche, dando senso a tutto anche in queste condizioni. «Verginità» in russo si dice «celomudrie», una parola che letteralmente significa «sapienza integrale»: il monaco, con la sua verginità, è colui che indica a tutti come è possibile che tutto abbia un significato buono e che questo significato sia vivibile per tutti e sia una possibilità di incontro e di unità per tutti.

Attenzione particolare è data dal vostro convegno alle forme monastiche non isolate dal mondo ma inserite nel vivo del contesto sociale. Perché?

La «sapienza integrale» del monaco è integrale proprio perché è per tutto e per tutti, in tutto; è un’esperienza che tocca tutte le sfere dell’essere: la vita pratica non meno di quella spirituale; è un’esperienza alla quale l’uomo partecipa con tutto il suo essere: con il corpo non meno che con la mente; ed è un’esperienza che cambia tutto l’essere, genera una cultura nuova, nella quale Cristo è «luce della ragione», così si canta nel tempo di Natale. La sottolineatura data dal convegno, quindi, è nelle cose; ovviamente ci sono stati lunghi momenti in cui questa verità è stata oscurata, ma questo fa parte della storia della vita di un popolo e di una tradizione, come il peccato fa parte della vita di ogni uomo. Per altro, proprio da questa integralità è nata la grande cultura russa, cioè la riflessione sull’esperienza che la gente viveva; perché questo è la cultura, cercare di capire e di dare forma, visibilità, di rendere insomma comunicabile e condivisibile quello che si vive e si reputa degno di essere ricordato e trasmesso. E questo comincia da subito, da quando la lingua viene segnata dal cristianesimo e il contadino chiama se stesso con un termine che suona quasi come il termine che significa cristiano, a quando Dostoevskij fa dire a uno dei suoi personaggi che se non esiste Dio lui non è più quel capitano che pure è. Persino all’inizio del XX secolo, in un momento in cui la Chiesa attraversava una crisi tremenda (poi sfociata nella catastrofe della rivoluzione) fu proprio nel riferimento a questa stessa Chiesa che sorsero alcuni dei fenomeni culturalmente più interessanti anche per il periodo successivo.

Come ormai tradizione, il Convegno di Russia Cristiana alterna voci occidentali a voci russe. A che punto è il dialogo culturale tra le due Chiese sorelle?

Il dialogo culturale prosegue, per quello che ci riguarda con azioni comuni, come quella di questo convegno o come l’attività della «Biblioteca dello Spirito», che è nata a Mosca nel 1993, per iniziativa tra gli altri proprio di Russia Cristiana, e che è diventata oggi un punto di riferimento per tutto il mondo culturale moscovita, con gli incontri che organizza (conferenze, concerti, proiezione di film, mostre) in certi periodi a cadenza addirittura quotidiana. Ma ovviamente non si tratta soltanto di quello che è dato di fare a noi: è un fatto che si respira un’aria di grande collaborazione e di grande desiderio di amicizia, sia nei rapporti tra le due Chiese sia, come si diceva, in ambito culturale. Ma soprattutto prosegue il dialogo della vita e dell’amicizia; del resto, se la cultura è quello che abbiamo detto non potrebbe che essere così. Del resto l’idea del nostro convegno è nata proprio constatando che il modo nel quale Benedetto XVI rileggeva la storia della cultura europea coincideva con una chiarezza esemplare e assolutamente simpatetica con quelli che erano i contributi migliori e più autentici della grande cultura russa.





giovedì 15 ottobre 2009

Il nulla sereno

Secondo il mio libro di letteratura italiana, il vertice della coscienza di una cultura non sta nello spessore dei suoi valori ma nella "consapevolezza critica della loro relatività". Il fatto che per l'Ariosto tutte le preghiere, la bellezza, la fama e la gloria di questo mondo si trovino gettate via sulla Luna non incita, secondo il mio testo, ad una visione pessimista della vita (della serie "tanto tutto finisce nel nulla") ma ad un "sereno distacco dalla realtà" (della serie "tutto é vano, distaccatene e fai dell'ironia").

E poi ci chiediamo da dove vengano molti problemi dei giovani d'oggi.



mercoledì 14 ottobre 2009

Caterina…

Posted: 13 Oct 2009 03:54 AM PDT

Molti di voi mi scrivono per avere notizie sulla salute di Caterina. Mi scuso di non poter aggiornare il blog più spesso, ma il silenzio sottintende che le sua condizioni sono sempre le stesse (sia pure con dettagli di alti e bassi che sarebbe inutilie riportare).
Certamente in questo momento ha un grande bisogno delle nostre preghiere che già si sono dimostrate decisive per lei. Cosicché la mia gratitudine verso di voi è destinata a ingigantirsi.
Come piccolo segno di ringraziamento spero, prima possibile, di poter mettere un nuovo canto di Caterin nel blog.
Per il momento vi ringrazio infinitamente col cuore di quello che fate per la nostra/vostra Cate che è davvero in una grande sofferenza. State certi che qualunque novità importante sarà comunicata prima possibile.
Siamo ai piedi della nostra Santa Regina, certi della Sua bontà materna.
Vi abbraccio uno ad uno
Antonio

martedì 13 ottobre 2009

Esperienza dell'attesa

Da Tracce.it



Stanza sul mare


Lettera di Edward Hopper a Charles H. Sawyer, 29 ottobre 1939

Caro signor Sawyer,
Lei mi chiede qualcosa che forse è difficile come dipingere, cioè spiegare la pittura a parole. Per me, forma, colore e disegno sono solo mezzi che servono a uno scopo, strumenti di lavoro, e non mi interessano molto in se stessi. A me interessa soprattutto il vasto campo dell’esperienza e delle sensazioni, che non ha niente a che fare né con la letteratura né con l’arte di pure forme plastiche. Di «esperienza umana» bisogna parlare con cautela, per non correre il rischio di confonderla con il banale aneddoto. Ma mi ha sempre dato fastidio la pittura che si occupa solo delle armonie e dei contrasti del colore e del disegno.
Il mio scopo in pittura è sempre quello di usare la natura come mezzo, per cercare di fissare sulla tela le mie reazioni più intime di fronte al soggetto, così come mi appare quando lo amo di più: quando il mio interesse e il mio modo di vedere riescono a dare unità alle cose. Perché scelga certi soggetti piuttosto che altri, non lo so neanch’io con precisione, ma credo che sia perché costituiscono il miglior mezzo per sintetizzare la mia esperienza interiore.

A proposito di una maldestra bomba islamica in quel di MIlano

Nitrato d’ammonio

L’attentato maldestro di Milano ci ricorda che siamo obbiettivi

Paragonato al terrorismo organizzato con efficienza militare in Pakistan e Iraq, che ieri ha fatto 41 morti nella valle di Swat e domenica 19 a Ramadi, l’attacco alla caserma di Milano in piazzale Perrucchetti è un gesto borderline, un po’ l’exploit in crisi di nervi di un depresso e un po’ il botto inesperto di un jihadista fatto in casa. I dettagli sono patetici. Mohammed Game è l’unica vittima del suo attentato, fatto con una bomba rudimentale – due chili di nitrato d’ammonio contenuti in una cassetta degli attrezzi. Il libico ora è piantonato in ospedale con danni irreparabili agli occhi e una mano amputata. Assieme con la moglie italiana e i suoi due bambini viveva da anni abusivamente in una casa popolare dell’Aler, ma l’ente lombardo, che conosceva la situazione, non ha mai sgombrato la famiglia perché c’erano i bambini. Game è stato aiutato da due complici: un egiziano che l’ha accompagnato in macchina davanti alla caserma, e un libico che l’ha aiutato a trovare il materiale esplosivo. Ma per ora non sono stati trovati collegamenti materiali con la rete del terrorismo internazionale.

La caserma era già finita tra gli obbiettivi di due altri qaidisti fai da te, due marocchini arrestati nel 2008, assieme ad altri bersagli strategici come “il parcheggio dell’Esselunga di Seregno e il bar Mistral”, come dicono le intercettazioni Digos. Ma non lasciatevi ingannare. Le motivazioni dei casi umani, dell’avanguardia che si arrabatta a cucinare bombe imparando da Internet, sono buone anche per i freddi artiglieri che possono arrivare dai campi di addestramento in Pakistan. Il nitrato esploso ieri a Milano è lo stesso composto – l’Anfo – che i talebani fanno saltare sotto i blindati in Afghanistan. E in casa di uno dei due complici ne sono stati trovati 100 chilogrammi, abbastanza per confezionare altre bombe, più potenti.

sabato 10 ottobre 2009

Barack W. Bush

"... hai sentito chi é il nuovo nobel per la pace? L'alleato di Chavez che ha dichiarato Ahmadinejad eletto democraticamente. Nonché colui cha ha finanziato aborti e ricerche su embrioni...pensare che quel nobel é stato rifiutato a Giovanni Paolo II!!!! Buon appetito!!"

Era il messaggio di un amico, ieri sera.
No ma avete sentito anche voi??!! Riuscite a crederci??!! D'altronde il premio nobel é dato da Oslo, cioè da un paese del nord Europa, quindi ad alto tasso di protestantesimo radical chic, islamizzazione e gaio nichilismo. Quindi nessuno stupore. Ma la questione é: c'è più da piangere o da ridere?
Ecco una spassosa chicca da IlFoglio.it, dove magistralmente si spiega (come sull'odierno cartaceo) che a vincere il nobel é stato Barack W. Bush.


Vignetta di Vincino, dal Foglio del 10.10.09

giovedì 8 ottobre 2009

"Tu lo sai che io ti amo"


"Per la mia formazione in famiglia e in seminario prima, per la mia meditazione dopo, mi ero profondamente persuaso che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto"

Luigi Giussani

martedì 6 ottobre 2009

"Mendico di poter riavere il sorriso di mia figlia"

Continua la straordinaria testimonianza di Antonio Socci di fronte al mistero della sofferenza della figlia in coma, una testimonianza di come Cristo sia presente e di come Egli usi della realtà, anche nei casi a noi apparentemente più incomprensibili, per chiamare tutti a innamorarsi di Lui. Quello qui di seguito é l'ultimo articolo pubblicato da Antonio, qui invece trovate i precedenti non riportati su questo blog.


1 ottobre: Un altro canto di Caterina, un altro presagio

29 settembre: Caterina... in sospeso

26 settembre: Caterina ha dato un segno, ma ha bisogno di aiuto

La mia speranza per Caterina

6 ottobre 2009 / In Articoli

Domani porteremo Caterina in un altro centro ospedaliero per iniziare la fase del risveglio (dopo che i bravissimi medici di Firenze le hanno salvato la vita). Abbiamo grande fiducia anche nei medici a cui la affidiamo. Ma sarà il momento più delicato e davvero avremo tanto tanto bisogno del soccorso della Madonna perché Caterina si svegli e stia bene.

Vi ringrazio ancora, dal profondo del cuore, per tutto il vostro affetto, le vostre preghiere incessanti e le vostre commoventi offerte di sacrifici: vi sarò debitore per tutta la vita.

Riporto qua sotto ciò che ho scritto a Maurizio Belpietro, Direttore di Libero, il giornale a cui collaboro, su questi giorni che ci aspettano.

LA MIA PREGHIERA PER CATERINA

Caro Direttore,

la mia Caterina ha occhi bellissimi. La sua giovinezza ora è distesa su un letto di luce e di dolore. E’ come una Bella addormentata. Ma crocifissa. Mi trovo involontariamente “inviato” nelle regioni del dolore estremo e in questo panorama dolente – se un angelo tiene a guinzaglio l’angoscia – ci sono diverse cose che mi pare di cominciare a capire.

La prima notizia è che il mio cuore batte. Il nostro cuore continua a battere. So bene che normalmente la cosa non fa notizia. Neanche la si considera. Finché non capita che a tua figlia, nei suoi 24 anni raggianti di vita, alla vigilia della laurea in architettura per cui ha studiato cinque anni, d’improvviso una sera il cuore si ferma e senza alcuna ragione. Si ferma di colpo (o, come dicono, va in fibrillazione).

Lì, quando ti si spalanca davanti quell’abisso improvviso che ti fa urlare uno sconfinato “nooooo!!!”, cominci a capire: è la cosa meno scontata del mondo che in questo preciso istante il cuore dei tuoi bimbi, il mio cuore o il tuo, amico lettore, batta.

Quante volte ho sentito don Giussani stupirci con questa evidenza: che nessuno fa battere volontariamente il proprio cuore. E’ come un dono che si riceve di continuo, senza accorgersi. Istante per istante dipendiamo da Qualcun Altro che ci dà vita…

C’illudiamo di possedere mille cose e di essere chissacchì, ma così clamorosamente non possediamo noi stessi. Un Altro ci fa. In ogni attimo. Vengono le vertigini a pensarci. Allora si può solo mendicare, come poveri che non hanno nulla, neanche se stessi, un altro battito e un altro respiro ancora dal Signore della vita (“Gesù nostro respiro”, diceva una grande santo).

Certo, si ricorre a tutti i mezzi umani e a tutte le cure mediche. Che oggi sono eccezionali e personalmente devo ringraziare degli ottimi medici, competenti e umani. Ma anch’essi sanno di avere poteri limitati, non possono arrivare all’impossibile, non potrebbero nulla se non fosse concesso dall’alto e poi se non fossero “illuminati” e guidati.

Rex tremendae majestatis… E’ Lui il padrone e la fonte della vita e di ogni cosa che è. E i nostri bambini e le nostre figlie sono suoi. E’ teneramente loro Padre. Allora – con tutte le nostre pretese annichilite e l’anima straziata – ci si scopre poveri di tutto a mendicare la vita da “Colui che esaudisce le preghiere…”.

Mendico di poter riavere un sorriso da mia figlia, uno sguardo, una parola… D’improvviso ciò che sembrava la cosa più ovvia e scontata del mondo, ti appare come la più preziosa e quasi un sogno impossibile… Son pronto a dare tutto, tutto quello che ho, tutto quello che so e che sono, darei la vita stessa per quel tesoro.

Ci affanniamo sempre per mille cause, obiettivi, ambizioni che ci sembrano così importanti da farci trascurare i figli. Ma oggi come appare tutto senza alcun valore al confronto dello sguardo di una figlia, alla sua giovinezza in piena fioritura…

Un gran dono ha fatto Dio agli uomini rendendoli padri e madri: così tutti possono sperimentare che significhi amare un’altra creatura più di se stessi. E così abbiamo una pallida idea del suo amore e della sua compassione per noi…

Caterina è una Sua prediletta, come tutti coloro che soffrono. Mi tornano in mente le parole di quella canzone spagnola cantata splendidamente dalla mia principessa e dedicata alla Madonna, “Ojos de cielo”, che dice: “Occhi di Cielo, occhi di Cielo/ non abbandonarmi in pieno volo”.

Riascolto il suo canto, con il nodo alla gola, come la sua preghiera: “Se guardo il fondo dei tuoi occhi teneri/ mi si cancella il mondo con tutto il suo inferno./ Mi si cancella il mondo e scopro il cielo/ quando mi tuffo nei tuoi occhi teneri./ Occhi di cielo, occhi di cielo,/ non abbandonarmi in pieno volo./ Occhi di cielo, occhi di cielo,/ tutta la mia vita per questo sogno…/ Se io mi dimenticassi di ciò che è vero/ se io mi allontanassi da ciò che è sincero/ i tuoi occhi di cielo me lo ricorderebbero,/ se io mi allontanassi dal vero./ Occhi di cielo..”.

E infine quell’ultima strofa che oggi suona come un presagio: “Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse/ e una notte buia vincesse sulla mia vita,/ i tuoi occhi di cielo mi illuminerebbero,/ i tuoi occhi sinceri, che sono per me cammino e guida./ Occhi di cielo…”.

E’ con questa speranza certa che subito ho affidato il mio tesoro e la sua guarigione nelle mani della sua tenera Madre del Cielo. Per le parole, chiare e intramontabili di Gesù che ci incitano “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”, che promettono “qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, egli ve la darà” e che esortano a implorare senza stancarsi mai come la vedova importuna del Vangelo (che – se non altro per la sua insistenza – verrà esaudita).

Sappiamo che la Regina del Cielo è con noi: pronta ad aprirci le porte dei forzieri delle grazie. E’ lei infatti il rifugio degli afflitti e la nostra meravigliosa Avvocata che può ottenere tutto dal Figlio. Già il primo miracolo, a Cana, gli fu dolcemente “rubato” da lei che ebbe pietà di quella povera gente…

In questi giorni ho ricordato le pagine del Monfort e quelle di s. Alfonso Maria de’ Liguori, “Le glorie di Maria”. E’ stupefacente come duemila anni di santi e di sante ci invitano a essere certi del soccorso della Madonna perché “non si è mai sentito che qualcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, abbia cercato il tuo soccorso e sia stato abbandonato” (S. Bernardo).

“Ogni bene, ogni aiuto, ogni grazia che gli uomini hanno ricevuto e riceveranno da Dio sino alla fine del mondo, tutto è venuto e verrà loro per intercessione e per mezzo di Maria” (s. Alfonso), perché così Dio ha voluto.

Infatti “nelle afflizioni tu consoli” chi in te confida, “nei pericoli tu soccorri” chi ti chiama: tu “speranza dei disperati e soccorso degli abbandonati”. Misero me se non la riconoscessi come Madre, convertendomi (questo significa: “sia fatta la tua volontà”) e lasciandomi guarire nell’anima. Per ottenere anche la guarigione del corpo.

Ma quanto è commovente accorgersi di avere una simile Madre quando si sente concretamente il suo mantello protettivo fatto dai tanti fratelli e sorelle nella fede, pronti ad aiutarti, dai giovani amici di Caterina, bei volti luminosi che condividono l’esperienza cristiana suscitata da don Giussani, dai tantissimi amici di parrocchie, comunità, dagli innumerevoli conventi di clausura e santuari – compresi radio e internet – dove in questi giorni si implora la Madonna per Caterina. Come non commuoversi?

Ho ricevuto decine di mail anche da persone lontane dalla fede che, per la commozione della vicenda di mia figlia, sono tornate a pregare, si sono riaccostate ai sacramenti dopo anni. E hanno compreso di avere una Madre buona che si può implorare e che non delude.

Ma è anzitutto della mia conversione che voglio parlare. Ci è chiesto un distacco totale da tutto ciò che non vale e non dura. Perché solo Dio non passa. Cioè resta l’amore.

Così quando ho saputo dei 4 mila bambini malati di un lebbrosario in India che, con i missionari (uomini di Dio stupendi e immensi), hanno pregato per la guarigione di Caterina, dopo l’emozione ho capito che quei bimbi da oggi fanno parte di me, della mia vita e della mia famiglia.

E così pure i poveri moribondi curati da padre Aldo Trento in Paraguay che hanno offerto le loro sofferenze per Caterina. Voglio aiutarli come posso.

Portando tutto il dolore del mondo sotto il mantello della Madre di Dio, affido a lei la guarigione di Caterina, perché torni a cantare “Ojos de cielo” per tutti i poveri della nostra Regina.

“Mia Signora, tu sola sei la consolazione che Dio mi ha donato, la guida del mio pellegrinaggio, la forza della mia debolezza, la ricchezza della mia miseria, la guarigione delle mie ferite, il sollievo dei miei dolori, la liberazione dalle mie catene, la speranza della mia salvezza: esaudisci le mie suppliche, abbi pietà dei miei sospiri, tu che se la mia regina, il rifugio, l’aiuto, la vita, la speranza e la mia forza” (S. Germano).

Antonio Socci

fonte: Libero (c) 6 ottobre 2009