lunedì 31 maggio 2010

Un omaggio agli archi di Sirim

A Sirim che così mi omaggia, ecco a mia volta un omaggio a lui e ai suoi archi lunghi inglesi



sabato 29 maggio 2010

Uno sguardo mai visto



Ho comprato e letto tutto di un fiato in una sera, dalle nove a mezzanotte e mezza, il libro testimonianza di Maurice Caillet "Ero massone". E' una storia impressionante, la storia di un uomo liberato da Gesù, nel cuore delle logge massoniche più potenti di Francia, nei misteri dell'occultismo e dell'attività medica all'insegna del disprezzo della vita.
Maurice ha scalato i vertici della franco-massoneria e in quindici anni é diventato fra i Venerabili più potenti; ottima posizione nel Partito Socialista, altrettanto ottimo posto fra i medico-chirurghi.
Per circostanze che non sto a dirvi (la sua compagna era gravemente malata) arriva a Lourdes; nell'attesa di Claude, entrata nelle piscine, si rifugia sotto la Grotta e assiste ad una messa.
Non aveva mai saputo che "Bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete", una delle formule dell'iniziazione massonica, fossero parole di Gesù.
E' da lì che parte il riscatto. Ma anche la persecuzione degli ex confratelli, i "tolleranti" framassoni.

Come ho detto, lo si legge di un fiato (in una sera), scritto in stile lineare e semplice, ritmo incalzante. La prima parte, dove racconta dei riti delle logge, sono riuscito a leggerla soltanto perché sapevo che quell'uomo é stato infine liberato dalla vera Luce, quella di Cristo.
In particolare ci sono due passaggi che mi hanno molto colpito, uno dei quali riporto qui di seguito.
Dopo la trasformazione avvenuta a Lourdes, Maurice e Claude conoscono un monaco benedettino, padre Yves, del quale Maurice dice:


"Aveva, poi, uno sguardo come non ne avevamo mai visti, che andava al di là della nostra apparenza fisica, la nostra storia, il nostro vissuto, come se vedesse le nostre anime, ma senza l'ombra di un giudizio. Fu quello sguardo a farci capire che cosa poteva essere l'amore vero, l'agape dei greci; che ci fece scoprire che la tolleranza di cui si inorgogliscono i massoni non é altro che un pallido riflesso di quella che il Cristo testimonia nel mondo, e che si può scoprire negli occhi di quegli uomini che, con semplicità, incarnano in sé il Cristo risuscitato".


La storia di Caillet, che vive ora sotto protezione in Spagna e al quale scriverò al più presto una mail, é l'ennesima dimostrazione per me di come non esista luogo o circostanza tanto buia o perversa nella quale Gesù non venga a mendicare i cuori anche di coloro che servono il Male, per farli Suoi; Caillet ha scritto numerosi libri sull'incompatibilità fra massoneria e fede cattolica, ed era necessario per lui passare anni nel buio delle logge affinché, ora, la sua testimonianza di convertito serva a chi crede di poter saziare il suo desiderio nell'esoterismo massonico di tutte le salse. Solo Cristo asseta e sazia al contempo, il resto distrugge.





venerdì 28 maggio 2010

La Passione di Cristo 2010


Ques'estate sarà rappresentata da giugno a settembre la Passione di Cristo, all'anfiteatro di Sordevolo, un paesino famoso per quest'antica sacra rappresentazione, poco distante da dove abito io, qui nel Biellese. 400 attori, 31 repliche. E' un evento di proporzioni grandiose, teatro di popolo come se ne vede poco, tutto incentrato sulle ultime ore di Gesù.
Qui trovate info su calendario e prenotazioni. Questo il video di presentazione, che merita tutto
Le musiche sono composte dal coro dove canta mia sorella ma, rullo di tamburi, il gran fatto é questo: da quest'edizione parteciperò anche io come comparsa. Sarà bello vestirsi da soldato romano! Domenica le prime prove.




giovedì 27 maggio 2010

Mirare l'alba

Grazie a un amico, ecco un estratto da "Il Signore degli Anelli - Le due Torri", destinato da ora in poi ad essermi molto, molto caro.


Infine Aragorn si erse al di sopra dei grandi cancelli, noncurante dei dardi del nemico. Guardando innanzi vide il cielo orientale impallidire, e levò alta la mano vuota col palmo rivolto verso l’esterno, indicando con ciò di voler parlare.
Gli Orchetti urlarono e sghignazzarono. « Scendi! Scendi! », gridavano. « Se vuoi parlarci, scendi. Porta con te il tuo re! siamo gli imbattibili Uruk-hai. Lo scoveremo nella sua tana se non decide a venir fuori. Mostraci il tuo re scontroso!»
« Il re resta all’interno, o esce quando più gli aggrada », disse Aragorn.
« E allora tu che fai lassù? », ribatterono quelli. « Perché guardi fuori? Desideri vedere quanto è grande il nostro esercito? Noi siamo gli imbattibili Uruk-hai ».
« Guardavo fuori per mirare l’alba », disse Aragorn.
« Che t’importa dell’alba? », sghignazzarono. « Noi siamo gli Uruk-hai: non interrompiamo la battaglia né di notte né di giorno, né col sole né con la tempesta. Noi uccidiamo, col sole e con la luna. Che t’importa dell’alba?»
« Nessuno sa che cosa gli porterà il nuovo giorno», disse Aragorn.
« Andatevene, prima che le cose si mattano male per voi».
« Scendi o ti abbatteremo con le nostre frecce », urlarono. « Questa non è una discussione: non hai nulla da dire».
« Ho da dire ancora una cosa», rispose Aragorn. « Mai nessun nemico si è impadronito del Trombatorrione. Andatevene, o nessuno di voi verrà risparmiato; non ne rimarrà nemmeno uno in vita che possa tornare al Nord con le notizie. Non sapete quale pericolo correte ».
Tanto grandi erano la potenza e la regalità emanate da Aragorn, solo in piedi sui cancelli distrutti innanzi alle schiere nemiche, che molti degli Uomini selvaggi si arrestarono, guardando la vallata dietro di loro, o con aria dubbiosa il cielo. Ma gli Orchetti risero forte ed una grandine di dardi sibilò sulle mura mentre Aragorn saltava giù.



L'arrivo di Gandalf e dei Rohirrim al Fosso di Helm.  Il Signore degli Anelli - Le due Torri

 

mercoledì 26 maggio 2010

"Cristo stesso, e tutto ciò che viene da Lui": Kirill e Ratzinger uniti nell'Europa in crisi

Questo é l'ultimo editoriale di SamizdatOnline



Una piccola luce, invincibile

Cent'anni fa lo scritore russo Soloviev, nel suo Racconto dell'Anticristo, poneva nel tempo della fine del mondo la riunione tra Ortodossi e Cattolici. E' proprio un ortodosso a fare la confessione che tutti accomuna davanti all'Imperatore, l'Anticristo stesso:
Allora simile a un cero candido si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: «Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità."
(Soloviev, Racconto dell'Anticristo)
Probabilmente non siamo all'Apocalisse. Però, dopo mille anni di separazione, dopo i tempi della persecuzione comunista che vide imprigionati e morire fianco a fianco i membri di una e dell'altra confessione sembrano inaspettatamente arrivati tempi migliori. E se non è ancora la sospirata unità, qualcosa al termine di questa lunghissima notte comincia ad apparire.  SamizdatOnLine


UNA PICCOLA LUCE INVINCIBILE  (ovvero pace tra i capponi di Renzo?!)
I Il led della batteria di alcuni netbook è incredibile. Per quanto sia piccolina, la sua luce azzurra è straordinaria. Quando la stanza è al buio sembra che vi sia un sole azzurro. Così piccola e così potente! Così è la luce della speranza. La sua forza la vediamo solo quando le tenebre paiono vincere definitivamente. Allora essa si mostra e le vince.
Non va sottovalutato come piccola luce di speranza un indirizzo di saluto al Pontefice fatto dal Metropolita Hilarion di Volokolamsk in occasione del concerto che c'è stato in Vaticano, offerto dal Patriarca Kirill al Papa. Perché sono importanti le parole di Hilarion ?
Perché esse, al di là del loro contenuto esplicito, dicono anche “altro”; e lo dicono in una maniera che non si udiva ormai da molti anni, nei quali i rapporti tra il Patriarcato di Mosca e il Vaticano avevano raggiunto dei minimi storici. Lo stesso dialogo ecumenico si era interrotto bruscamente e solo negli ultimi tempi era ripartito.
Cosa è questo "altro" che si è sentito? La presa di coscienza russa che l’attacco scristianizzante al quale è sottoposto l’occidente è qualcosa che riguarda tutti i cristiani e non è solo la prova di un fantomatico “fallimento” degli “eretici” cattolici. Si capisce che l’attacco alla Chiesa di Roma non è “colpa sua”, ma è un attacco che va al cuore dello stesso cristianesimo e che coinvolge tutti. Dice Hilarion:
"Personalmente sono convinto che noi ortodossi e cattolici, per agire comunemente, non dobbiamo aspettare il momento in cui spariranno tutte le differenze teologiche tra noi; non possiamo infatti illuderci che questo avverrà presto. Tuttavia, anche prima che questo avvenga, dobbiamo già agire non come concorrenti ma come alleati, soprattutto nella nostra Europa. Santità, noi sosteniamo appieno il suo appello alla rievangelizzazione del nostro continente. Riteniamo però che nessuna Chiesa, neanche una Chiesa così numerosa e forte come la Chiesa cattolica, possa fare questo da sola. Dobbiamo essere insieme. Abbiamo uno stesso campo di missione: l’Europa scristianizzata di oggi, che ha perso le sue radici religiose, morali, culturali. Davanti al secolarismo, al consumismo, al relativismo morale, solo insieme noi ortodossi e cattolici possiamo trovare le forze per riproporre ai nostri contemporanei, con la nostra stessa vita, il nostro umanesimo cristiano, i valori morali della famiglia, della fedeltà coniugale, il valore della vita dal suo concepimento alla sua fine naturale, e tutti gli altri. Così facendo, non soltanto aiuteremo gli europei a trovare un contenuto spirituale e un cardine morale per la propria vita individuale, ma aiuteremo il nostro continente, che attraversa una serissima crisi di identità, a riscoprire le proprie radici spirituali e culturali."
Queste parole sono state certamente possibili grazie all’elezione del nuovo Patriarca, Kirill. Quando fu eletto, tra le persone "dentro" le questioni ecumeniche con gli Ortodossi, si era diffuso un cauto ma fermo ottimismo. Tra tutti i "patriarcabili" Kirill era quello più vicino a posizioni di dialogo con la Chiesa Cattolica. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli ha fatto il suo dottorato al Pontificio Istituto Orientale a Roma, conosce da vicino i cattolici. È un momento bello, questo, in cui alla testa delle Chiese più importanti in Europa ci sono persone che parlano di Cristo sulla stessa frequenza. Non è un caso, quindi, che sia stata una Chiesa così profondamente radicata nell'interiorità e nutrita ininterrottamente dalle sue radici liturgiche e monastiche come quella Ortodossa a capire ed entrare in profonda sintonia con il programma di vera riforma del cristianesimo e di rievangelizzazione, portato avanti da Benedetto XVI: programma che si basa non su chissà quali strategie studiate in qualche “master in pastorale”, ma sulla conversione personale, preghiera e penitenza.

Contro l'imbecillità collettiva  socio di  SamizdatOnLine
 

In cammino verso il culmine di ogni patria



C'è un pamphlet che ci piace, scritto da un filosofo intelligente, di cui si consiglia la lettura.

 

martedì 25 maggio 2010

Recensione: Robin Hood





Mi pare doveroso dire due parole su "Robin Hood", l'ultimo kolossal storico di Ridley Scott con Russel Crowe e Cate Blanchett, dopo aver pubblicato in precedenza la recensione di Mariarosa Mancuso, critica de Il Foglio.
Sono andato domenica sera al cinema (nessuna interrogazione impellente), a vedere il film sul quale avevo già alcuni dubbi. Si era detto che invece di un nuovo Gladiatore, Scott ha girato un nuovo Le Crociate, sottolineando più la voglia di dare un messaggio che di soprendere con puro spettacolo.
Il film racconta la storia che precede la leggenda (quella del film Disney per intenderci). Robin Longstride é un arciere di Riccardo Cuor di Leone, al ritorno dalla Crociata, che dopo una serie di peripezie ritorna in Inghilterra sotto mentite spoglie, assieme ad alcuni compagni. Sul trono a Riccardo succede il fratello Giovanni, contro il quale re Filippo di Francia già trama un colpo di stato; intanto Robin é andato al nord, a Nottingham, per riportare ad un padre la spada di un crociato morto in Francia. Costui, Sir Loxley, é il padrone di un castello e vive con la moglie del figlio, Marion, la bella Cate Blanchett; le loro vite si intrecciano, e Robin riscopre le tracce del suo passato e soprattutto di suo padre. Intanto le città del Nord si alleano contro re Giovanni per reclamare una carta di diritti; sotto l'influenza di Robin, però, e dopo essersi fatti promettere una carta a loro tutela, i vassalli e il re formeranno un'unica armata per respingere i francesi che sono frattanto sbarcati al Sud. Dopo un'epica battaglia sulle rive d'Inghilterra, vinta come ovvio dagli inglesi, al ritorno a Londra re Giovanni, roso dalla gelosia per il successo di Robin, lo dichiara fuorilegge e respinge la richiesta di una carta dei diritti. Costretti a vivere fra i boschi, Robin, Marion e la loro compagnia, danno inizio alla leggenda.





Ebbene, il film per me ha un valore ambivalente. Elenco prima gli aspetti negativi.
Innanzitutto il solite cliché da Medioevo cinematografico, specie riguardo alla Crociate. Riccardo Cuor di Leone é un re fanatico e ubriacone, la sua spedizione un'onta per la civiltà e insomma, é il solito destino dei crociati al cinema. Ma non era così, Riccardo non era affatto così. Ancora più evidenti, da lì in avanti, le strizzate d'occhio al cliché di una Chiesa padrona sulle spalle dei contadini. I magazzini di Nottingham sono stati razziati, solo quelli della chiesa sono pieni ma non si vorrà mica darli ai poveri! Non mi é sfuggita nemmeno l'occhiataccia di un frate, occhi vitrei naturalmente, alla bella Marion, della serie misoginia allo stato puro. E poi Fra Tuck pronuncia la fatidica frase "Non sono mai stato un frate di Chiesa", e dice tutto.
In generale, ed é questo un po' il perno del film, la gente del Medioevo viveva oppressa punto e basta. Sinceramente mi sono chiesto più volte se tutto ciò é davvero così evidente, o se piuttosto la mia idea nell'andare al cinema fosse già in parte formata in questo senso; di sicuro gli elementi sopra elencati sono oggettivi, certo non troppo sottolineati, ma la strizzata d'occhio c'è. Mi sto ponendo il problema dal punto di vista di chi vedrà in "Robin Hood" un film caposaldo come é stato per me "Il Gladiatore". E', come ho detto, il cliché del Medioevo cinematografico.
E gli aspetti positivi? Molti. Forse é proprio il Medioevo a salvare "Robin Hood". Innanzitutto si é subito catapultati nel vivo dell'assedio di un castello francese, e lì la maestria di Scott domina. Realismo puro e assoluto, si combatte al fianco degli inglesi, si schivano frecce e si insulta re Filippo riparandosi dietro una trincea. Eccezionale. Poi é la storia ad interessare: specie l'evolversi della figura di Robin in rapporto alla memoria di suo padre: "Ribellarsi e ribellarsi ancora, fino a che gli agnelli non diverranno leoni". E poi le ballate composte dagli amici di Robin, le danze e le feste.
La battaglia della scogliera é una citazione diretta dallo sbarco in Normandia di "Salvate il soldato Ryan", e ci sta. Anche qui si carica con la cavalleria e si combatte sul bagna-asciuga spargendo sangue francese, nulla da dire. E' un film da godere al cinema proprio per questo.
Marion poi é bellissima, ma qui é un altro discorso. Bellissima.
La colonna sonora é incredibile, perfetta. Tensioni di violini che ricordano il finale dei Miserabili ma in tono epico, fra le cornamuse di Braveheart e la musica dei più grandi film; da innamorato di soundtrack la consiglio a tutti, toni epico-medievali imperdibili.

Che dire infine? Il riconoscere e il tener presente gli elementi da cliché antimedievale, permette comunque di godere di un buon film, senza troppe pretese. Allora é davvero il Medioevo a salvare "Robin Hood"? Secondo me pienamente. Non bisogna sottovalutare mai e poi mai cosa può suscitare nel cuore di un uomo la vista di stendardi sgargianti, cavalieri schierati a battaglia, difensori della libertà e di belle (bellissime, ve l'ho detto) donne; ballate attorno a un fuoco e teste coronate; uomini carismatici che combattono per grandi ideali, hanno una loro spada e cavalcano alla testa di un esercito.
Per me Braveheart é stato questo, sin da quando ero piccolo.

La speranza é che un film come questo, nonostante tutto, desti la nostalgia del vero Medioevo.




"Filosofi ai detti e ladri ai fatti": Alfieri vs Voltéro

Da quando mi sono ritrovato a militare nelle file antigiacobine a seguito e di Cathelineau, de la Rochejaquelein e di tutti gli altri martiri ed eroi, e cioè da poco più di un mese, non mi era ancora stata data così tanta soddisfazione quanto nel leggere questa sonora pernacchia diretta a una delle menti più idiote di sempre, e dico di Voltaire. Credo che l'avversione per questo philosophe sia genetica in famiglia, potrei raccontarvi divertenti aneddoti al riguardo. 
Ad ogni modo, sfogliando il bel libro "Cristo nella Letteratura d'Italia", ho trovato questa satira dell'Alfieri di violenta accusa alla Rivoluzione e a Voltéro; vengono comparati i greggi che hanno formato Cristo e Voltéro stesso, l'uno che "intrepido e feroce/ cantando affronta la sudante meta", l'altro che non solo massacra e distrugge ogni cosa, ma che impiccherebbe Voltéro stesso, procreator di "cannibali uccidenti".

Il disegno é invece della mia compagna, ormai artista di corte, già autrice di Voltaire le diable presente qui nel blog. Parlando del contesto illuminista per introdurre Kant, la prof. ha usato toni entusiasti tali come solo si possono trovare nell'introduzione di Palmiro Togliatti al Trattato sulla Tolleranza del caro Voltéro (l'ho sfogliato in una libreria dell'usato e mi son venuti i brividi...). I miei appunti sono uno spasso, perché rovesciavo in chiave comico-ironica le panzane pro philosophes. Rileggendo sulla lotta alla tradizione, all'autorità, al cristianesimo e insomma lo sappiamo, mi é venuta in mente l'immagine dei philosophes che distruggono tutto cantando a squarcia gola "Highway to Hell", il successo degli ACDC, di facile traduzione: "Autostrada per l'Inferno".  La mia artista si é subito proposta di immortalare il tutto, e la ringraziamo.
Comunque sia, Alfieri ha centrato il cuore della Rivoluzione. Buona lettura (spero di non aver fatto errori, l'ho dovuta riportare a mano).




Tal é l'uom: tal fu sempre: unico perno
é in lui la speme ed il timor perenne:
e tu vuoi torgli Paradiso e Inferno?

in prova or dunque, che a giovarci venne
Cristo, più che Voltéro, util profeta,
udite il gregge che ognun d'essi ottenne

Nell'agòn di virtù sublime atleta
il cristian primo intrepido e feroce
cantando affronta la sudante meta

contro agl'idoli altera erge la voce;
ma, d'ogni invidia e cupidigia esente,
lauda Iddio, tutto soffre, a nullo ei nuoce.

Non così, no, l'ignaro miscredente,
figlio di stolta al par che infame setta,
ch'oltre il culto le leggi anco vuole spente.

"Non v'è Dio? non v'é Inferno? a che diam retta
omai di leggi ai diseguali patti,
onde i poveri in fondo e il ricco in vetta?"

Son filosofi ai detti e ladri ai fatti:
quindi or dal remo e i mascalzon disciolti
dottori e in un carnefici son fatti.

Sotto al vessillo del Niun-Dio raccolti,
ruban, ammazzan, ardono; e ciò tutto
in nome e a gloria degli errori tolti.

Ecco, o Voltér Micròscopo, il bel frutto
che dal tuo predicar n'uscia finora;
ai ribaldi il trionfo, ai buoni lutto.

E tu, tu stesso, ove vivessi ancora,
tu il proveresti, or impiccato forse
da chi te sepolto il nome adora.

Tremante or tu, qual vil coniglio, in forse 
staresti; poiché in auro i lunghi inchiostri
cangiavi, onde Fernet' dal nulla sorse.

Non ch Dio'l Padre e il Cristo, i santi nostri
quanti in leggenda stanno invocheresti,
caduto in man de' tuoi filosomostri;

che casa e campi e libri e argenti e vesti
e poscia il cuoio ti trarrebber lieti,
al filosofi ricco i nudi infesti.

Meglio era dunque tu soffrissi i preti,
che l'uom spogliavan sol nei testamenti,
e ciò con blande sperai in atti queti;

che il procrear cannibali uccidenti,
fattisi eredi a forza d'ogni uom vivo,
quanto ladri più vieppiù pezzenti

(...)

domenica 23 maggio 2010

Now is the month of maying



Ecco a voi un bel madrigale inglese di ambito bucolico, di quelli che piacciono a me, written by Sir Thomas Morley and played by The King's Singers.




Now is the month of Maying,
When merry lads are playing,
Fa la la la la.

Each with his bonny lass,
upon the greeny grass,
Fa la la la la.

The Spring clad all in gladness,
Doth laugh at Winter´s sadness,
Fa la la la la.

And to the bagpipes sound,
The nymphs tread out their ground,
Fa la la la la.

Fie then! why sit we musing,
Youth´s sweet delight refusing?
Fa la la la la.

Say dainty nymphs and speak,
shall we play Barley break?
Fa la la la la.





Concerto campestre, Tiziano

venerdì 21 maggio 2010

Accomunati dalla fedeltà a Cristo, vittime della Rivoluzione Francese

Continua il mio viaggio nelle persecuzioni della Rivoluzione giacobina. Il Martirologio Romano ricorda oggi il beato Jean Mopinot (1724 - 1794), sacerdote morto assieme a molti altri, ricordati come i martiri dei "pontoni di Rochefort".
Ecco la loro storia.


L’Assemblea Costituente nel 1789, dopo aver confiscato tutti i beni ecclesiastici e soppresso gli Istituti religiosi, decretò la Costituzione Civile del, Clero, per cui vescovi e parroci, dovevano essere eletti con il voto popolare e imponendo al clero il giuramento di adesione alla Costituzione stessa; ci fu chi aderì (clero giurato) e chi non lo volle fare (clero “refrattario”).

L’Assemblea Legislativa andata al potere, infierì contro il clero ‘refrattario’ giungendo nel 1792 a massacrarne 300, fra vescovi e sacerdoti.

Seguì al potere la Convenzione Nazionale, che emise contro il clero ‘refrattario’ dei decreti di deportazione, per cui bisognava presentarsi spontaneamente pena la morte, furono così colpiti 2412 sacerdoti e religiosi, deportati in tre zone della Francia, 829 a La Rochelle (Rochefort), 76 a Nantes-Brest e 1494 a Bandeau-Blayc.

I deprtati di Rochefort, dei quali parliamo in questa scheda, appartenenti a 35 diocesi, affrontarono per la fede i crudeli trattamenti ordinati dalla Convenzione, che voleva disfarsi clandestinamente della loro opposizione. Ma la fermezza nella fede dimostrata dai deportati, li rese intrepidi testimoni di Cristo, confermandoli fedeli figli della Chiesa.

Nella primavera 1794, gli 829 sacerdoti e religiosi furono imbarcati su due vecchie navi (pontoni), che rimasero ancorate nella foce del fiume Charente, di fronte all’isola di Aix.

Ammucchiati di notte in uno strettissimo interp0onte, vissero un vero inferno di sofferenze, che furono appesantite dalla cattiveria dell’equipaggio che, ogni mattina, “affumicava” i poveri prigionieri con il fumo di catrame.

I miseri detenuti, costretti a vivere numerosi in così poco spazio, subirono sofferenze e stenti indicibili, senza alcuna assistenza sanitaria e molti di loro erano anziani ed ammalati.

Dopo cinque mesi di quella invivibile detenzione, si contarono ben 547 morti, fra i quali il canonico Jean-Baptiste Souzy, che nel marzo 1794 aveva ricevuto dal vescovo di La Rochelle la sua delega per l’assistenza ai suoi compagni deportati, prima per il disagevole viaggio poi per la prigionia, come molti altri confratelli, fu sepolto nella sabbia dell’isola Madame.

Con la testimonianza dei 282 sopravvissuti, liberati nel febbraio 1795, si poterono raccogliere notizie più o meno complete sul martirio di tutti questi sacerdoti diocesani e religiosi; nel 1932 fu istruito a La Rochelle il processo ordinario per la beatificazione di 64 martiri, dei quali si era potuto reperire una documentazione sufficiente sulla loro morte.

Il 2 luglio 1994 fu riconosciuto il loro martirio, ciò ha permesso la loro beatificazione a Roma il 1° ottobre 1995, da parte di papa Giovanni Paolo II. Ma nella cerimonia di beatificazione furono commemorati tutti i 547 deportati morti a Rochefort, gli eroici “Martiri dei Pontoni” del 1794.

Sulla spiaggia dell’Isola Madame, nell’estuario del fiume Charente, i pellegrini hanno deposto una croce di ciottoli, sul luogo ove furono sepolti molti martiri, indicando simbolicamente la loro tomba.

Si riportano di seguito i 64 nomi, con la qualifica e le date di nascita e morte; nati e vissuti in città e diocesi diverse, morirono tutti nella zona di Rochefort, accomunati nella fedeltà a Cristo, vittime della Rivoluzione Francese; a parte la celebrazione singola per ognuno nel giorno della morte, tutti insieme vengono ricordati il 18 agosto.



- Jean-Baptiste Souzy – sacerdote, vicario episcopale della deportazione (24/3/1732 - 27/8/1794)
- Antoine Bannassat – parroco (20/5/1729 - 18/8/1794)
- Jean-Baptiste di Bruxelles – canonico (12/9/1734 - 18/7/1794)
- Florent Dumontet de Cardaillac – vicario generale di Castres (8/2/1749 - 5/9/1794)
- Jean-Baptiste Duverneuil – carmelitano (1737 - 1/7/1794)
- Pierre Gabilhaud – parroco (luglio 1747 - 13/8/1794)
- Louis-Wulphy Huppy – sacerdote (1/4/1767 - 29/8/1794)
- Pierre Jarrige de La Morelie de Puyredon – canonico (19/4/1737 - 12/8/1794)
- Barthélémy Jarrige de La Morelie de Blars – religioso cluniacense (18/3/1753 - 13/7/1794)
- Jean-François Jarrige de La Morelie de Breuil – canonico (11/1/1752) - 31/7/1794)
- Joseph Juge de Saint-Martin – sulpiziano, direttore di seminario (14/6/1739 - 7/7/1794)
- Marcel-Gaucher Labiche de Reignefort – compagnia missionaria (3/11/1751 - 26/7/1794)
- Pierre-Yrieix Labrouche de Labordaire – canonico (24/5/1756 - 1/7/1794)
- Claude-Barnabé Laurent de Mascloux – canonico (11/6/1735 - 7/9/1794)
- Jacques Lombardie - parroco (1/12/1737 - 22/7/1794)
- Joseph Marchandon – parroco (21/8/1745 - 22/9/1794
- François d’Oudinot de La Boissiere – canonico (3/9/1746 - 7/9/1794)
- Raymond Petiniaud de Jourgnac – vicario episcopale (3/1/1747 - 26/6/1794)
- Jacques Retauret – carmelitano (15/9/1746 - 26/8/1794)
- Paul-Jean Charles – cistercense (29/9/1743 - 25/8/1794)
- Augustin-Joseph Desgardin – cistercense (21/12/1750 - 6/7/1794)
- Pierre-Sulpice-Christophe Faverge – lasalliano (25/7/1745 - 12/9/1794)
- Joseph Imbert – gesuita (1719 - 9/6/1794)
- Claude-Joseph Jouffret de Bonnefont – sulpiziano, direttore di seminario (23/12/1752 - 10/8/1794)
- Claude Laplace – vice direttore tribunale vescovile (15/11/1725 - 14/9/1794)
- Noël-Hilaire Le Conte – canonico cattedrale di Bourges (3/10/1765 - 17/8/1794)
- Pierre-Joseph Legroing de La Romagére – canonico (28/6/1752 - 26/7/1794)
- Jean-Baptiste-Xavier Loir – frate cappuccino († 19/5/1794)

- Jean Mopinot – lasalliano (12/12/1724 - 21/5/1794)
- Philippe Papon – parroco (5/10/1744 - 17/6/1794)
- Nicolas Savouret – consigliere delle clarisse (27/2/1733 - 16/7/1794)
- Jean-Baptiste Vernoy de Mont-Journal – canonico (17/11/1736 - 1/6/1794)
- Louis-Armand-Joseph Adam – sacerdote (19/12/1741 - 13/7/1794)
- Charles-Antoine-Nicolas Angel – religioso dell’Immacolata Concezione (11/10/1763 - 29/7/1794)
- Claude Beguignot – certosino (19/9/1736 - 16/7/1794)
- Jean Bourdon – frate cappuccino (3/4/1747 - 23/8/1794)
- Louis-François Lebrun – benedettino (4/4/1744 - 20/8/1794)
- Michel-Bernard Marchand – sacerdote (28/9/1749 - 15/7/1794)
- Pierre-Michel Noel – sacerdote (23/2/1754 - 5/8/1794)
- Gervais-Protais Brunel – cistercense trappista (18/6/1744 - 20/8/1794)
- François François – frate cappuccino (17/1/1749 - 10/8/1794)
- Jacques Gagnot – carmelitano (9/2/1753 - 10/9/1794)

- Jean-Baptiste Guillaume – lasalliano (1/2/1755 - 27/8/1794)
- Jean-Georges Rhem - domenicano (21/4/1752 - 11/8/1794)
- Claude Richard – benedettino (19/5/1741 - 9/8/1794)
- Jean Hunot – canonico (21/9/1742 - 7/10/1794)
- Sébastien-Loup Hunot - canonico (7/8/1745 - 17/11/1794)
- François Hunot – canonico (12/2/1753 - 6/10/1794)
- Georges Edme Rene – sacerdote (16/11/1748 - 2/10/1794)
- Lazare Tiersot - certosino (29/3/1733 - 10/8/1794)
- Scipion Jérome Brigeat Lambert – decano capitolo cattedrale (9/6/1733 - 4/9/1794)
- Jean-Nicolas Cordier – gesuita, professore (3/12/1710 - 30/9/1794)
- Charles-Arnould Hanus – parroco e decano (18/10/1723 - 28/8/1794)
- Nicolas Tabouillot – parroco (16/2/1745 - 23/2/1795)
- Antoine, detto Constant, Auriel – vicario (19/4/1764 - 16/6/1794)
- Elie Leymarie de Laroche – priore (8/1/1758 - 22/8/1794)
- François Mayaudon – canonico (4/5/1739 - 11/9/1794)
- Claude Dumonet – sacerdote, professore di collegio (2/2/1747 - 13/9/1794)
- Jean-Baptiste Laborie du Vivier – canonico (19/9/1734 - 27/9/1794)

- Gabriel Pergaud – canonico regolare di s. Agostino, priore – (29/10/1752 - 21/7/1794) - Michel-Louis Brulard – carmelitano scalzo (11/6/1758 - 25/7/1794)
- Charles-René Collas du

Bignon – sulpiziano, superiore seminario (25/8/1743 - 3/6/1794)
- Jacques-Morelle Dupas – vicario (10/11/1754 - 21/6/1794)
- Jean-Baptiste Munestrel – canonico (5/12/1748 - 16/8/1794)

Il Re dorme


“Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439)


Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.

Benedetto XVI




martedì 18 maggio 2010

"When I run I feel His plesaure"


Oggi la prof. di Educazione Fisica mi ha detto che rivedendo Momenti di Gloria gli ero venuto in mente, e in particolare c'era una frase che l'aveva colpita. L'ho cercata ed ho deciso di attacarla in camera mia fra gli oggetti a me più cari, oltre che considerarla da ora in poi il mio motto, a conferma del mio essere, come una volta mi disse un amico sacerdote, un atleta di Cristo.
Oggi mi sono allenato con questa frase in testa.

Comunicando a papà la vittoria sui 110hs nella finale B dei Campionati Italiani Societari (CDS) a Saronno, l'anno scorso...

"I believe God made me for a purpose, but e also made me fast. And when I run I feel His pleasure" 

"Io credo che Dio mi abbia creato per uno scopo, ma mi ha anche creato veloce. E quando corro sento che se ne compiace"

lunedì 17 maggio 2010

"Intanto la Natura ritorna bella"





"Intanto la Natura ritorna bella, quale deve essere stata quando nascendo la prima volta dall'informe abisso del caos, mandò foriera la ridente Aurora d'Aprile; ed ella abbandonando i suoi biondi capelli su l'oriente, e cingendo poi a poco a poco l'universo del roseo suo manto, diffuse benefica le fresche rugiade, e destò l'alito vergine de' venticelli per annunziare ai fiori, alle nuvole, alle onde e agli esseri tutti che la salutavano, il Sole: il Sole! sublime immagine di Dio, luce, anima, vita di tutto il creato"

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis

domenica 16 maggio 2010

"We are the men who died for freedom, across the Rio Grande"

Ho trovato la traccia "March to battle (Across the Rio Grande)" dell'album "San Patricios dei Chieftains, che ho già scaricato in attesa di comprare l'intero album.
Preparatevi ad imbracciare il fucile e a partire per il Messico, dopo questo brano vorrete anche voi unirvi ai San Patricios e battervi per la libertà.
La voce che legge é dell'attore Liam Neeson.








"Sii lieta, é vivo"


Dall'Avvenire di oggi, Rondoni regala questo bellissimo editoriale sul Regina Coeli.




IL NOSTRO «REGINA COELI»

TORNIAMO A CANTARE LA NUOVA ANNUNCIAZIONE




DAVIDE RONDONI


L a si sentì cantare per aria. E la si sentirà di nuovo oggi, domenica. È da circa 1.500 an­ni che si canta. È la voce del Regina Coeli, che in tanti canteranno con il Papa. Perché il Pa­pa, a dispetto di quel che tanti dicono e qual­cuno pensa davvero, non è solo. E non c’è mo­do migliore del canto insieme per far sentire la compagnia a un uomo. Ma in un certo sen­so, è proprio una strana canzone. Una strana preghiera. Se uno la legge bene. La compose, si dice, Gregorio Magno. Lui diceva che la a­vessero composta gli angeli. L’aveva sentita una mattina di Pasqua. Le prime tre righe, e lui, il padre del canto liturgico, aggiunse solo la quarta. Una canzone in cui si dice a Maria di 'laetare', di rallegrarsi. Perché suo Figlio, co­me aveva detto, è risorto. È la canzone che an­che Dante fa risuonare nel XXIV canto del Pa­radiso, cantata da beati che sono come 'fan­tolini', bimbi piccolissimi, appena staccati dal seno della madre. Alla Regina del cielo si rivolgeranno dunque oggi, domenica, i cat­tolici d’Italia, con tutta la coscienza della gra­vità del momento in cui qualcosa di 'terrifi­cante' come ha detto Benedetto XVI ha at­taccato la Chiesa da dentro, ma anche con la fiammata d’amore lieto e in pace che Dante vede in quei piccolini appena nutriti dal latte materno.

È un canto di gioia. Una 'nuova annuncia­zione' l’aveva definita lo stesso Benedetto. Gli uomini annunceranno alla Regina che deve stare allegra. Come per uno strano rovescia­mento di ruoli, se così si può dire. Di solito è la Madre che consola. Da 1.500 anni circa la Chiesa canta questa preghiera, dolcissima e struggente. Come un annuncio che gli uomi­ni fanno a Maria. Come se lei, Mater doloro­sa

come molti oggi sono nel dolore, avesse bi­sogno di quell’annuncio. Unico annuncio che fa davvero laetare il cuore umano, pur se tra­versato da sette e settemila spade.

Si riferiva al Regina Coeli anche l’ultima me­ditazione di Giovanni Paolo II. Fu letta il gior­no dopo la sua morte, era il 3 aprile, una do­menica. Prima di concludere quella riflessio­ne che lui non lesse mai con le parole della canzone, Giovanni Paolo II ricordava: «quan­to bisogno ha il mondo di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia». È come se la canzone che si canterà oggi riportasse un po’ nel vento anche queste sue parole non pronunciate qui in terra. Da Papa a Papa, co­me da amico ad amico. Perché gli uomini ri­petono quell’annuncio alla Madonna? Non è strano che ci rivolgiamo in questo modo a Lei, la madre di Cristo? Come se potessimo noi, per una volta, consolare Lei, dirle 'ralle­grati', sii lieta. Strana, meravigliosa canzone. Non sono cer­to un teologo, e molte cose mi sfuggono, ma c’è una misteriosa forza poetica in quelle pa­role. È come se dovessimo dire a Lei, e ripete­re così a noi stessi perché Lei è una di noi, che il corpo che era nascosto nel suo ventre pri­ma della nascita, e poi nascosto nella terra o­ra sì, è risorto ed è visibile tra noi. Come se dovessimo dire a Lei, che lo ha sentito cre­scere nel segreto delle proprie viscere – tre­mando e soffrendo come ogni madre – e poi lo ha visto calare nel segreto delle tenebre mortali - piangendo e volendo morire come ogni madre che vede così il figlio: 'Guarda Ma­ria, è qui, è vivo. Puoi di nuovo guardare Tuo figlio. Come noi lo intravvediamo nel segno velato e commovente della Sindone e poi ora lo vediamo, nel segno vivo e vociante del Suo popolo'. Come se noi dovessimo e potessi­mo dirLe, mentre ci si stringe intorno al Papa: sii lieta con noi, Regina bellissima, perché ve­di, è vivo. E la morte non ha avuto dominio su di Lui.

Lo cantiamo da 1500 anni, lo canteremo do­mani. Lo si canterà per sempre.

sabato 15 maggio 2010

F.to Dawkins

Richard Dawkins é il mentecatto ateo che ha come obbiettivo l'eliminazione di qualsiasi religione dalla faccia della terra, Chiesa Cattolica in primis. Quando impazzavano sui giornali le inchieste e gli attacchi al Papa sulla questione pedofilia negli USA e in generale, il nostro filantropo Dawkins la sparò grossa dicendo che all'atterraggio in Gran Bretagna, bisognava procedere all'arresto di Benedetto XVI, capo di uno stato non riconosciuto dall'ONU per crimini contro l'umanità.
Il video seguente fa riferimento proprio a questa solenne panzana, ed é tratto dal film "La caduta", sugli ultimi giorni di Hitler. Sottotitoli in inglese.

E' talmente surreale che lo considero una terza puntata di Comicittà.
Se fossi un giornalista del Foglio scriverei "F.to Dawkins", che si legge "Fottuto Dawkins".





venerdì 14 maggio 2010

"Up the rebels!": dalla Vandea al Messico






Sarà perché mi é stato fatto dono di trovarmi impegnato nella scoperta di storie di martiri eroi per Gesù, storie sconosciute e volutamente dimenticate come la Vandea, dove fu tentato il primo genocidio dell'era moderna, o in generale storie di gente comune che ha testimoniato Cristo sui patiboli giacobini; sarà per questi motivi che ho esultato incredulo a questa nuova scoperta per certi versi affine.
I "The Chieftains", gruppo musicale irlandese che incide musica popolare, si é appena cimentato con un'impresa non da poco:  rievocare musicalmente una vicenda storica poco nota se non volutamente dimenticata: il battaglione San Patricio.
Messico, anni Quaranta dell'Ottocento. Gli Stati Uniti sono in guerra con Città del Messico causa confini territoriali, e nel corso della guerra un battaglione di cattolici irlandesi militanti stelle e strisce, diserta a favore dei messicani: perché combattere una guerra ingiusta sotto insegne protestanti quando potersi schierare al fianco di un popolo culturalmente differente ma che crede nella stessa fede e cerca la libertà? Ecco, il battaglione San Patricio: ricordato con vergogna in USA, come una compagnia di martiri in Messico.
Musicalmente é un risultato mai visto: un misto di sound irlandese e messicano, con rievocazioni di canzoni dell'epoca. Il lavoro si presenta come pregevole. Nella marcia di battaglia, una delle tracce più belle (già aquistata), il testo é letto dall'attore Liam Neeson; il capo dei Chieftains ha detto che una volta terminata la registrazione, Liam si é alzato in piedi e ha urlato: "Up the rebels!", "Viva i ribelli!".

Immerso nelle mie ricerche e scoperte sulla Vandea del 1793 e dintorni, non ho certo tempo di approfondire la questione San Patricio ma desideravo segnalare il tutto. E' bello vedere (e sentire) uomini che riscoprono storie dimenticate, storie di questo genere, martiri ed eroi. 

Quindi, al fianco dei contadini vandeani, al seguito  di Cathelienau e de la Rochejaquelein (rappresentato in un quadro bello da far piangere), armi e rosario in pugno a difendere  parrocchie e famiglie dall'ondata devastatrice e atea della Parigi rivoluzionaria, saluto il battaglione San Patricio e la sua storia e ringrazio i Chieftains. Che Dio conservi l'Irlanda (anche in questi tempi duri), i San Patricio e le Vandee! E che possa giovare a molti il riscoprire le loro storie.

Da par mio, prometto di fare tutto il possibile per far conoscere ciò che mi é stato fatto dono di scoprire.




Ecco la splendida copertina:

 

giovedì 13 maggio 2010

I martiri di Casamari




Oggi non soltanto si ricorda il giorno delle apparizioni di Fatima, ma fra i santi del Martirologio Romano si trovano anche sei monaci cistercensi, ora Servi di Dio, che furono massacrati dall'esercito rivoluzionario di Napoleone la notte del 13 maggio 1799, all'interno dell'abbazia di Casamari, in provincia di Frosinone, quando le truppe francesi battevano in ritirata dal sud d'Italia incalzate dall'esercito borbonico, dalle schiere sanfediste e dalla flotta inglese di Nelson.
Questi eroici monaci, che decisero di rimanere nell'abbazia per impedire che i rivoluzionari atei di dissacrare il Santissimo, sono un'altra tappa del mio percorso nelle persecuzioni perpretrate dalla Rivoluzione a danno della Chiesa. Sto trovando numerosi e inaspettati amici, nuovi compagni di cammino per i quali, al momento, non posso fare altro che far conoscere la loro storia. Tra l'altro, alcuni di loro erano scappati dalla Francia rivoluzionaria per trovare pace in Italia, dove non mancò però di arrivare la stessa nefasta inondazione giacobina.
Ecco nome e cognome di questi nuovi miei amici, veri vincitori grazie all'unione a Cristo del loro eroico sacrificio.



L'abbazia cistercense di Casamari



Il martirio dei sei monaci cistercensi


L’Abbazia di Casamari, posta in una frazione del Comune di Veroli (Frosinone), appartiene all’Ordine Cistercense, fondato da s. Roberto di Molesmes nel 1098, a Citeaux (Francia), il cui nome latino era Cistercium; Ordine che ebbe il più grande sviluppo e regolamentazione nel 1109, con il terzo abate generale s. Stefano Harding (1060-1134).
L’Abbazia di Casamari sorse sul luogo di un’antica fondazione benedettina, passata poi nel 1150 ai Cistercensi; la chiesa del 1217 e il grandioso complesso delle costruzioni conventuali, sono opera di un’unica mente direttiva che guidò l’opera delle abili maestranze.
Il complesso edilizio, concepito secondo un chiaro e unitario piano cistercense, ricorda l’architettura borgognona per le proporzioni, la purezza delle forme e i prevalenti caratteri del primo gotico francese.
In questo gioiello dell’arte cistercense e cenobio insigne di spiritualità, viveva la comunità dei monaci cistercensi sotto la guida del priore padre Simeone Cardon; il 13 maggio 1799 il clima era di paura, per le notizie degli eccidi e devastazioni perpetrati dalla soldataglia francese e quando alle otto di sera, mentre la comunità si accingeva al canto della ‘compieta’, che precede il grande silenzio della notte del monastero, il gruppo di una ventina di soldati francesi sbandati, irruppe all’interno dell’abbazia, arrecando agli indifesi monaci, spavento, disperazione, sangue e morte.
Mentre la maggior parte di essi, scappavano spaventati e inermi cercando un possibile rifugio, sei monaci coraggiosamente ed eroicamente, restarono a difesa dell’Eucaristia, cercando di nascondere le sacre pissidi o riparando alla profanazione, raccogliendo le particole consacrate disperse sull’altare e per terra.
La soldataglia atea sfogò su di loro la rabbia di non trovare denaro ed oggetti preziosi, tranne i calici sacri difesi dai monaci e a colpi di sciabola, baionetta, archibugio, uccise i sei cistercensi prima di lasciare l’abbazia.
I corpi dei sei martiri, furono poi sepolti dai confratelli ritornati dopo il gran pericolo; attualmente le loro reliquie riposano nella chiesa abbaziale; una serie di bei dipinti, opera di Mario Barberis, custoditi nel Museo dell’Abbazia, illustrano alcune fasi del martirio; di seguito si elencano i loro nomi e brevi cenni biografici per ognuno:
Priore, padre Simeone Cardon; padre Domenico Zawrel, fra Maturino Pitri, fra Albertino Maisonade, fra Modesto Burgen, fra Zosimo Brambat.

Padre Simeone Cardon
Priore e cellerario, nacque a Cambrai, fu monaco benedettino a Parigi, durante la Rivoluzione fuggì dalla Francia e raggiunse rocambolescamente Casamari il 5 maggio 1795, dove vestì l’abito cistercense e, poi, emise la professione di stabilità.
Per bontà ed esemplarità di vita fu nominato, prima economo e successivamente, priore dell’abbazia. All’approssimarsi dell’esercito francese in ritirata, dapprima decise di fuggire con i monaci, ma poi, li esortò a rimanere.
Il 13 maggio egli accolse il drappello degli sbandati e distribuì loro cibo e bevande; davanti alla loro furia distruttiva, dapprima si nascose nell’orto, ma rientrato in sé, ritornò nella sua cella dove fu assalito dai soldati che reclamavano i tesori del monastero. Con la sciabola fu ferito alla testa ed alle mani mentre cercava di parare i colpi.
Morì verso le sette del mattino seguente; aveva cinque ferite, due colpi di baionetta nel corpo, un colpo di sciabola nella testa, uno sul braccio destro e uno sulla coscia sinistra.






Padre Domenico Zawrel
Maestro dei novizi, nato a Codovio in diocesi di Praga, fu dapprima religioso domenicano della Congregazione di Santa Sabina di Praga. Venne a Casamari nel maggio 1776, il mese seguente ricevette l’abito di novizio e, l’anno dopo, professò i voti solenni.
Nella tragica notte del 13 maggio, raccolse per due volte le sacre specie sparse, prima nella chiesa, poi nella cappella dell’infermeria, dove rimase in adorazione con due altri confratelli, fra Albertino e fra Desideo.
Furono sorpresi da tre soldati che gettarono per terra le particole, uccisero con due colpi di sciabola fra Albertino, ferirono gravemente fra Desidero, “e infine lasciarono morto ai loro piedi anche il padre Domenico, dopo avergli tirati più colpi di spada sul capo ed in altre parti del corpo; subito spirò nella medesima cappella dicendo: Jesus Maria”.




Fra Maturino Pitri
Oblato di Fontaineblau, figlio di uno dei giardinieri del re di Francia, fu arruolato e, poi, destinato alla campagna in Italia.
Nel gennaio del 1799 fu colpito da una terribile asma di petto e da febbre e fu ricoverato, con altri undici commilitoni, nell’ospedale “La Passione” di Veroli.
Dichiarato prossimo a morte, si confessò al Padre Simeone Cardon che era capitato nell’ospedale e gli dichiarò di voler vestire, se fosse guarito, l’abito cistercense.
Tre giorni dopo, perfettamente guarito, fu nascosto per una notte nell’appartamento del curato dell’ospedale, don Giuseppe Viti, e di buon mattino, fu poi accompagnato a Casamari.
Il 13 maggio, raggiunto da un colpo di fucile nel corridoio del noviziato, si trascinò e morì nella sua cella.

Fra Albertino Maisonade
Corista, francese di Bordeaux, dopo lo scoppio della Rivoluzione fuggì e si portò a Casamari, dove fu ricevuto ed ammesso fra i monaci del coro.
Nel novembre del 1792 vestì l’abito di novizio e, nell’anno successivo, emise la professione semplice secondo un privilegio, allora specialissimo, concesso alla Comunità di Casamari.
Esemplare negli atti di vita comunitaria, manifestò sempre una devozione profonda per l’adorazione del Sacramento dell’altare. Il 13 maggio, all’arrivo dei francesi, invece di fuggire si ritirò in adorazione davanti al Santissimo Sacramento che era stato profanato nuovamente nella cappella dell’infermeria.
Raggiunto dai soldati francesi, fu colpito e finito a colpi di sciabola sul posto, con padre Domenico Zawrel.




Fra Modesto Burgen
Converso, francese di Borgogna, fu dapprima religioso nell’abbazia cistercense di Settefonti. Durante la Rivoluzione fuggì e si portò a Casamari dove fu accolto fraternamente. Nel gennaio 1796 fu ammesso al noviziato e, nell’anno seguente, emise i voti semplici.
Anch’egli religioso di vita esemplare, in quell’infausto 13 maggio fu inseguito nel corridoio del noviziato, fu raggiunto da un colpo di archibugio e poi finito a colpi di sciabola.





Fra Zosimo Brambat
Converso, milanese di nascita, chiese alla fine del 1792, di essere ricevuto in Casamari. Trascorse due anni, secondo la consuetudine, con l’abito di oblato, poi, nel novembre 1794, fu ammesso al noviziato e, nell’anno successivo, emise la professione semplice nelle mani dell’abate Pirelli.
In quel terribile 13 maggio 1799, fu dapprima raggiunto da un colpo di archibugio e, poi, da colpi di sciabola mentre, nel disbrigo di un’obbedienza, “passava per la saletta per andare in refettorio e avanti la scala della farmacia”.
Riuscì tuttavia a nascondersi, ma tre giorni dopo, il 16 maggio, morì poco fuori delle mura del monastero, dopo essersi incamminato alla volta di Boville per ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi.

Il Papa a Fatima

Queste alcune delle parole di B XVI a Fatima:



Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?» (Memorie di Suor Lucia, I, 162). Con la famiglia umana pronta a sacrificare i suoi legami più santi sull’altare di gretti egoismi di nazione, razza, ideologia, gruppo, individuo, è venuta dal Cielo la nostra Madre benedetta offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo

Questo importante viaggio apostolico io lo seguo bene da questo blog.