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lunedì 6 febbraio 2012

"Che capolavoro che é l'uomo... Contraddizione e speranza nell'Amleto di Shakespeare". Edoardo Rialti a Biella

Lieto di annunciare l'ormai prossima conferenza di Edoardo Rialti nel mio vecchio liceo classico, a Biella. Dopo l'incontro dell'anno scorso dal titolo "Verso casa. Il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien", quest'anno il tema sarà il Bardo inglese, fra le corone più grandi della Letteratura mondiale: "Che capolavoro che é l'uomo... Contraddizione e speranza nell'Amleto di Shakespeare".
Un grande onore e un'infinita gioia per me, come l'anno passato, presentare la serata.
Non posso che estendere l'invito a chiunque abbia desiderio e possibilità di esserci.




venerdì 3 giugno 2011

"Così, la mia durezza fatta solla..."



Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.

Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?

Credi per certo che se dentro a l'alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d'un capel calvo.

E se tu forse credi ch'io t'inganni,
fatti ver' lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.

Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra coscïenza.

Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro».

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che 'l gelso diventò vermiglio;

così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.

Ond' ei crollò la fronte e disse: «Come!
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa ch'è vinto al pome.


Purgatorio XXVII, 19 - 45



A tutti gli amici dantisti del venerdì sera: per la strana e incredibile avventura di questi mesi, grazie.

martedì 17 maggio 2011

The Barrack is back



E' vero. Uomini che si rifiutano di essere "individui eterodeterminati", uomini che quanto alla loro soddisfazione sanno a Chi chiedere (non certo a Cesare), sono loro che cambiano la realtà.
Come diceva GKC, si può andare nel verso della corrente, ma solo una cosa viva può risalirne il corso. E di vita, di febbre di vita, grazie a Dio (letteralmente), ne abbiamo da vendere.

domenica 1 maggio 2011

Proteggi e fai grande questo piccolo cuore


Il pesce rosso

C'era una volta un pesce rosso,
che abitava in fondo al mar,
che abitava in fondo al mar.
Fà Signore che il mare sia profondo,
fà Signore che l'acqua scorra ancor,
fà Signore che il mare sia profondo,
e proteggi il suo piccolo cuor.

C'era una volta una formica,
che trasportava un gran chicco di gran,
che trasportava un gran chicco di gran.
Fà Signore che il chicco sia leggero,
fà Signore che la spiga cresca ancor,
fà Signore che il chicco sia leggero
e proteggi il suo piccolo cuor.

C'era una volta una montagna,
che splendeva sotto il sol,
che splendeva sotto il sol.
Fà Signore che la neve scenda lieve,
fà Signore che il vento soffi ancor,
fà Signore che la neve scenda lieve
e proteggi il suo grande cuor.

C'era una volta tutto il mondo,
che cercava un po' d'amor,
che cercava un po' d'amor.
Fà Signore che l'uomo guardi il cielo,
fà Signore che l'uomo speri ancor,
fà Signore che l'uomo guardi il cielo
e rinnova il suo piccolo cuor. 



La caduta di Icaro, Matisse

Solo questo: grazie. E dentro questo, tutto. 

venerdì 29 aprile 2011

Se sarete quello che dovete essere...



... metterete fuoco in tutto il mondo.


Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicino, vecchi e nuovi amici, vecchi e nuovi compagni di strada.

mercoledì 27 aprile 2011

La fatica é non stare con Gesù

Da Tracce.it. Questa é la Chiesa, ed é un qualcosa di così misteriosamente commovente, la casa mia e dei miei amici dove accade tutto questo, ieri, ora e ancora, ogni giorno.


TRIDUO DI GS

Il "senza misura" di Gesù

26/04/2011 - Erano in settemila, da tutta Italia. Ritrovo a Rimini, per gli Esercizi spirituali di Gs dal titolo "Maestro, dove abiti? Venite e vedete": il viaggio insieme, la Via Crucis, l'incontro con i ragazzi de "L'imprevisto". Il diario di quei tre giorni

Giovedì, in viaggio verso il triduo
Sono ormai tre ore che siamo in viaggio. Qualche risata, qualche dialogo, qualche cantata. Poi un momento di silenzio. Sono rimasta da sola vicino al finestrino. Mi guardo intorno. Forse un po’ stanca per la fatica degli ultimi giorni di scuola, o per la sveglia del giorno prima. O forse è nostalgia di Lui. Sto per chiudere gli occhi ma arriva una mia amica, Lucia. Ha un anno in meno di me. Mi sorride: «Emi, in questi ultimi giorni ho fatto fatica perché mi accorgo che non sono capace di voler bene ai miei amici e così loro non sono in grado di rispondere a tutto il bisogno che sono. Emi, non è colpa loro. Il punto è che io ho bisogno non di essere voluta bene solo per cinque minuti o un pomeriggio. Io ho bisogno di qualcuno che mi voglia bene sempre, uno che mi abbia sempre in mente». Mi rianimo. Ma Uno così io l’ho incontrato! Anche Lucia l’ha incontrato, se no non sarebbe su quel pullman. Allora comincia così per noi il Triduo come la possibilità di rivedere, di rincontrare ora, già da subito e in questi giorni, Gesù che ci ha già afferrate. Ed è così vero che accade ora, che la mia faccia è cambiata.

Venerdì, pranzo
Sono a tavola dopo la lezione della mattina. C’è una ragazza che non conosco. Desa le chiede cosa l’ha colpita di questo inizio. Sono due settimane che neppure si alza dal letto, non vuole andare a scuola, non vuole fare nulla. Guarda sempre la luna... Ma ieri sera la luna era diversa, o, meglio, qualcosa era cambiato in lei. Dice che si è ritrovata a piangere mentre don Eugenio leggeva le lettere. Anche lei non aveva più voglia di vivere. «Ho sempre cercato di riempire in tutti i modi questo vuoto che sento, questa mancanza che sento». Ma don Eugenio ha aperto un possibilità nuova, tutta da capire, tutta da scoprire. Quel vuoto può non essere una tomba. Altri raccontano della corrispondenza sperimentata. Sono stupita e pensierosa. E arriva la domanda di Desa: «A cosa stai pensando, Emi?». Gli racconto di questi giorni, di quel velo di tristezza che li accompagna. Due giorni prima di partire ero a casa, ammalata. Non riuscivo né a dormire né a studiare, e non capivo che senso avesse quel tempo in cui mi sembrava che nulla stesse accadendo. Come diceva poco prima don Eugenio, avevo bene in mente dove avevo sperimentato, proprio il giorno prima, quella promessa di bene. Ma in quel momento sembrava essere ovunque tranne a casa mia. Così ho pensato alla Cri. Lei dice che comincia ad amare anche la malinconia, perché porta Gesù. Le ho scritto e lei mi ha risposto: «Guarda che sono i momenti più veri. E vedrai , non tarderà a mostrarSi». Anche quella malinconia era Sua. Ho sorriso. Nel pomeriggio sono arrivati due miei compagni a trovarmi. Che gioia vederli. Non gli avrei voluto un bene così sincero se non ci fossero state quelle ore che poco prima mi sembravano così insensate. Desa allora mi dice: «Guarda che sarebbero anche potuti non arrivare, quei tuoi amici. Quello non è il miracolo. Il miracolo è prima. Il miracolo è poter guardare come benedizione la malinconia. E così tu avresti potuto passare un’intera giornata da sola, malinconica ma con questa nuova coscienza». Ma l’esperienza che sto vivendo, quell’uomo che ho incontrato, ha realmente la pretesa di darmi la possibilità di non buttare via nulla della mia vita e di rendermi libera fino a questo punto.

Venerdì, Via Crucis
Ultima stazione. C’è molta gente intorno a me. Guardo la croce, ma sono distratta. Poi vedo un volto amico: Davide. È proprio davanti alla croce. Ma non solo fisicamente. Mi commuovo. Mi è regalato lui per poter chiedere anche io quella sua stessa semplicità. Sono davanti a Davide, non solo a quel pezzo di legno. Mi è dato Davide per poter guardare in modo vero la croce. Sono davanti a Gesù.
La Via Crucis è finita. Sono ormai sulla strada verso il pullman. «Io ho scoperto una cosa grande», mi dice una amica: «Questi ultimi giorni guardavo la fatica della mia malattia solo come qualcosa di negativo. Oggi sentendo don Eugenio mi sono resa conto per la prima volta di quale grazia sia: Gesù mi preferisce fino al punto di farmi partecipe della Sua croce. Sto aiutando Gesù a salvare me e il mondo». Questa è la misura di Gesù, anzi il "senza misura" di Gesù.

Sabato
Arriviamo in salone con negli occhi e nel cuore le vite cambiate dei ragazzi della comunità “L’imprevisto” e il volto di Silvio, che dice che per poter stare di fronte al loro bisogno si è accorto di dover innanzitutto stare davanti al suo. Eppure spesso ci sembra di non essere in grado, o, meglio, abbiamo paura di stare con lealtà di fronte al nostro bisogno. Don Eugenio provoca: «Ma di cosa avete paura? Della fatica? Ma è molto più faticoso non aderire alla struttura del nostro cuore, non domandare, non muoversi con lealtà che vivere con cuore aperto. E cadremo, ragazzi. Ma non c’è d’aver timore nemmeno di questo. Perché Gesù, per rimettere in moto la nostra umanità, riaccade ora. Accade continuamente. Ci sono tanti segni della Sua inconfondibile presenza, ma il più grande è il nostro cuore». Il mio cuore è il più grande segno di Lui! Sono uscita da quella sala più me stessa. Ho abbracciato i miei amici con una commozione vera perché finalmente potevo guardarli con amore sincero. C’è tanto da capire, c’è tanto da scoprire ma non c’è più nulla che ci manca. Non un vuoto che è una tomba. Un Volto buono che non si stanca mai di me.

Emanuela, Milano

domenica 24 aprile 2011

L'impero romano crolla, ma ardono i segni di una primavera nascosta. Buona Pasqua




Posted: 23 Apr 2011 11:27 PM PDT

Tutti nel mondo, in questi mesi, vedono tumulti, catastrofi e caos. Analisti e media brancolano nel buio. Tutto dà segno di disfacimento. Un invisibile tsunami ci sta travolgendo.
Eppure io conosco i segni di una primavera nascosta. Ma bisogna volgere lo sguardo altrove. Bisogna accorgersi di qualcosa che sta accadendo nel silenzio, lontano dai riflettori.
Come quando stava crollando l’impero romano e sembrava vi fossero solo le rovine e le orde barbariche e i lupi che infestavano ogni luogo: invece qualcuno silenziosamente stava piantando il seme di una nuova civiltà e della città di Dio.
Dunque non guardate dove guardano tutti i media, cioè verso le rovine, perché la novità e la speranza non vengono dalla politica, dall’economia, dagli stati, dagli intellettuali, dagli eserciti o dalle sedicenti rivoluzioni.
La novità vera sembra fragile e silenziosa come le gemme che spuntano a rinnovare la vita di un bosco.
Dice Péguy che quando vedi una gemma ti sembra una cosa tanto piccola e fragile che sembra insignificante confrontata alla grande foresta.
Eppure senza quella gemma tutta quella foresta secca non sarebbe che legna da ardere, non sarebbe che un cimitero. Non avrebbe alcuna speranza.  
E dunque oggi voglio raccontarvi come spunta una gemma nella foresta morta. Una gemma che sfida lo tsunami del tempo, del dolore e della morte.

Un fatto strano

Immaginate 7 mila giovani fra i 19 e i 15 anni. E pensateli a Rimini, sulla riva del mare. Di sicuro vi viene in mente un gran baccano.
Invece questa immensa folla di giovani sulla sponda dell’infinito era in un silenzio assoluto e commosso, che lasciava sentire la brezza e il rumore delle onde.
E’ accaduto venerdì scorso, venerdì santo, dalle ore 13 alle 18. Settemila giovani dietro a una croce. Anzi dietro al “più bello fra i figli dell’uomo”, dietro all’Inimmaginabile, dietro all’unico uomo veramente affascinante della storia.
L’unico re, umile e veramente potente. L’unico amico fedele, l’unico che ha pietà di noi uomini.
Non crediate che si tratti di extraterrestri. Sono i nostri figli. Frequentano licei e istituti tecnici. Sono normalissimi ragazzi italiani dell’anno di grazia 2011.
Volti normali, abbigliamento tipico della loro generazione, chi col piercing, chi con la coda di cavallo, chi col bordo delle mutande che spunta sotto i jeans.
Non sono ragazzi che non fanno peccati, anzi sono qui proprio perché – come tutti gli altri – li fanno: sono venuti per questo, perché sentono il bisogno dell’abbraccio di un Padre buono, che perdona, di un Amico grande, che non tradisce mai e che medica le loro ferite.
Non sono qui perché non s’innamorano: ma, al contrario, sono qui proprio perché s’innamorano e vogliono capire chi e cosa mai potrà colmare questa loro sete d’amore che è più grande del mare, più immensa, più misteriosa e profonda dei suoi fondali.
Il loro raduno – organizzato da Gioventù studentesca (CL) – era cominciato il giovedì santo, alla fiera di Rimini, proprio con le immagini dello tsunami in Giappone avvolte da una musica che struggeva il cuore.
Don Eugenio Nembrini ha suggellato quelle immagini con una domanda che mette ognuno con le spalle al muro: “che cosa sta in piedi nella vita?”.
Tutto infatti è spazzato via dal tempo e dalla morte. Tutto. Anche il potere più formidabile è ridotto in polvere e non resta nulla.
E così sembra che non valga la pena vivere o pare che si possa vivere solo cinicamente.
Ma invece don Julian Carron ha esortato questi settemila giovani a non rassegnarsi: “sentire urgere dentro di sé le esigenze di felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentirle vibrare, ribollire in ogni fibra del nostro essere” e “prenderle sul serio è ‘la’ decisione più grande della vita”.
E’ l’avventura degli audaci: “per gente viva, libera, capace di volersi veramente bene. Per gente che vuol vivere all’altezza dell’ideale a cui il cuore spinge senza sosta”.
Ma cosa può restare in piedi e resistere alla distruzione del tempo, del dolore, del male e della morte?
Il motto degli antichi monaci certosini diceva: “Stat Crux dum volvitur orbis”. Che vuol dire: solo l’uomo della Croce rimane invincibile, mentre tutto nel mondo passa e tutto crolla.
Resta solo il potere dell’Amore, di “Colui che ha preso sulle sue spalle la croce di ognuno di noi, Colui che ha portato tutte le croci del mondo”, come ha detto don Eugenio.

“Lascieretelo voi?”

L’immensa via crucis dei giovani sfilava in silenzio dietro la croce fra gli alberi del parco Marecchia a Rimini, verso il ponte di Tiberio, fra le note sublimi dello “Stabat mater” di Pergolesi, poi dell’antico canto polifonico “O cor soave/ cor del mio Signore…”.
Un passante, in bicicletta, si è fermato sbalordito e ha chiesto: “ma chi siete? Cosa state facendo?”.
Un ragazzo del “servizio d’ordine” gli ha risposto: “siamo studenti, è venerdì santo: stiamo facendo la Via crucis”. Quell’uomo, commosso, si è messo in ginocchio e ha mormorato: “Dio sia benedetto!”.
Intanto quella fiumana di giovinezza si era fermata a una nuova stazione. Per il lungo cammino qualcuno in fondo si distrae e parlotta.
Ma quando viene letto il vangelo della crocifissione e alla fine don Eugenio dice: “Cristo ha dato la vita per noi e muore per noi”, tutti tacciono di colpo e come un’onda silenziosa si inginocchiano commossi.
Proprio tutti i settemila giovani: sono stati cinque minuti infiniti di silenzio che hanno abbracciato il loro cuore e il mondo, tutti i destini e tutto il tempo, da Adamo al Giudizio universale.
Poi il coro, un meraviglioso coro di ragazzi, ha intonato una laude cinquecentesca a quattro voci che lacera l’anima: “Cristo al morir tendea”.
L’intreccio fantastico delle voci ripete le parole che secondo l’autore Maria ha rivolto agli amici di Gesù: “Or, se per trarvi al ciel dà l’alma e ‘l core,/ Lascieretelo voi per altro amore?”.
Prosegue così: “ben sa, ben sa che fuggirete/ di gran timore e al fin vi nascondrete/ Ed ei pur come Agnel che tace e muore/ svenerassi per voi d’immenso amore”.
Quel canto si conclude con questa strofa: “Dunque diletti miei/ se a dura croce, in man d’iniqui e rei/ dà per salvarvi ‘l sangue e l’alma e ‘l core/ Lascieretelo voi per altro amore?”.
E’ un canto a cui sono personalmente affezionato anche perché è uno dei prediletti della mia Caterina.
Caterina è cresciuta in questa stupenda compagnia che fa ardere i cuori dei giovani per la Bellezza e la Verità. E’ stata educata da gesti così.

Una mano potente

E quando uno tsunami violentissimo ha investito la sua giovane vita e tutti pensavano e dicevano che ormai non c’era più niente da fare, che Caterina non c’era più, una mano potente l’ha afferrata, quella del Re umile che tante volte lei aveva cantato, e la sua mano benedetta e invincibile l’ha fatta riemergere dall’oceano oscuro del coma. Anzitutto attraverso la voce e i volti di chi l’ama perdutamente.
Ora Caterina sta nuotando verso riva: è una traversata defatigante e durissima, ma una grande catena umana la sostiene: quella compagnia che è il volto e la carezza del Nazareno nel mondo.
Dalla sua faticosa croce Caterina partecipa alla salvezza del mondo. “La Bellezza salverà il mondo”, annunciava Dostoevskij, e lei è parte di questa Bellezza.
Diversi di quei ragazzi presenti a Rimini nei mesi scorsi mi avevano scritto, colpiti e commossi dalla storia di Caterina e dal suo sorriso, dal suo canto, dai suoi amici e dall’amore del suo ragazzo che è più forte della morte e dello tsunami.
Per molti di loro Caterina è diventata una sorta di eroina, ben più ammirabile dei miti e dei mitomani imposti dai media, dalla politica, dai giornali.
Ma la forza di Caterina è la stessa che ha portato loro lì a Rimini, che fa fiorire la primavera, che dà senso alla vita, che ha ispirato a Michelangelo la Pietà, che commuove i cuori e muove le galassie. La forza di Colui che ha vinto il mondo e ha vinto la morte.

Antonio Socci

Da “Libero”, 24 aprile 2011

lunedì 18 aprile 2011

Lord I tried

Ragazzi, sembra di essere tornati alle mitiche serate in musica dei mercoledì di luglio al Wagner College, in quel di New York City, assieme ad un pacchetto di Good&plenty, una cherry Coke, le gambe stanche per le lunghe giornate a Manhattan, gli amici americani che ci insegnano a battere le mani e tante altre storie.
Grande Riro! Grazie.


giovedì 10 febbraio 2011

An inexpressibly beautiful world and a phenomenon created for love


"Transcendence", by Michael D. O'Brien


Sono infinitamente felice per aver potuto presentare poveramente (very poorly), stamattina nell'ora di inglese all'interno di un progetto su autori in lingua inglese a nostra scelta, il romanzo di Michael O'Brien "The Island of the World". Non solo perché la prof. era molto interessata e faceva domande ("mi hai appassionata"), non solo perché una compagna mi ha chiesto di prestarle il libro, ma per il semplice fatto di aver potuto parlare di una storia così vera e ricca come quella raccontata da Michael. Al di là di qualsiasi esito. Nonostante un paio di fogli scritti non ero molto preparato: settimana di studio intenso, stanchezza fisica, spesso fatica a concentrarmi, mille impegni, ragioni per cui ho potuto mettermi sul pezzo solo ieri sera, fino a tardi; eppure non so come, o forse sì, ho parlato a lungo (e in inglese, per giunta!) per raccontare tanta e tale bellezza. E' proprio vero: quando possiamo dire di Chi siamo, a Chi apparteniamo, quando possiamo parlare di cosa amiamo e ci riempie di stupore e gratitudine, non siamo mai soli, ed é come essere a casa.



From an interview whith Michael D. O'Brien on "The Island of the World" by Lifesite News:

Q: What are some of the specific spiritual insights you're trying to bring forth for people reading this book?

O'Brien: I hope to communicate the truth that man is born into, and lives in, and dies in a war zone—the War that will last until the end of time. Equally, that the world is inexpressibly beautiful and full of unceasing wonders. And that within ourselves, and within each other, the greatest wonders are to be found. I try to show through the unfolding of providence in the narrative that man is not locked into a mechanistic universe, that he is not a number or a cog, but rather a phenomenon created for love, for life in a community of persons. I try to show through the central character that we must never lose hope.





venerdì 4 febbraio 2011

Guardare con Dante dove guarda Dante


Dante meets Beatrice at Ponte Santa Trinita, Henry Holiday (1883)

Si é appena conclusa una grande settimana di Grazia. Ieri ed oggi, a scuola, sono stati due giorni di cogestione nelle quali le varie classi hanno potuto organizzare approfondimenti,  visioni di film, incontri, oltre a strani esperimenti di teatro mitologico-filosofico (ho trovato Socrate in corridoio, Danae alla macchinetta, per non parlare di Zeus al banco dei bidelli). Sono stato invitato in due classi, I A e I B, a parlare di Dante; giovedì (in I A) ho affrontato Inferno XXVI, il viaggio di Ulisse e il viaggio di Dante, mentre oggi (in I B) il tema era un'introduzione generale al viaggio della Commedia
Una settimana di Grazia innanzitutto per me; lunedì ho iniziato a preparare i due incontri, in un lasso di tempo che va dalle dieci fino a mezzanotte e mezza, ogni sera. Ho potuto rientrare nel testo, confrontarmi ancora una volta, porre domande, giudicare e cogliere l'infinita Bellezza del cosmo che così fresca trapela dai quei versi così umani e così eterni. Per fare un esempio, visto che un incontro sull'Ulisse dantesco già lo tenni il maggio scorso, ho rivissuto il riaprirsi costante di una ferita, lasciandomi ri-soprendere dal mistero di quei versi: a separarmi da quel primo incontro c'è infatti un anno di vita, scoperte, battaglie e cammino nonché di lettura della Commedia che mi ha costretto a rivedere, correggere,  confermare, approfondire e tornare a stupirmi. Una ferita sempre aperta, oltre ogni schema, che non si potrà mai chiudere. 
Ho avuto modo di raccontare come nella mia vita "poca favilla gran fiamma seconda": il mio incontro con Dante e la Commedia, le domande che essa pone e il viaggio che ci propone; a dire il vero il secondo incontro non ho avuto modo di prepararlo come avrei voluto, visto che fare nuovamente dalle dieci a mezzanotte avrebbe voluto dire non alzarsi più al mattino. 
Tutto questo beato lavoro mi ha abbastanza felicemente consumato, per questa settimana.

Ho imparato nuovamente, specie la sera di mercoledì prima dell'incontro, come nemmeno Dante basti al mio cuore, ma come mi sia padre perché io guardo non a lui, ma con lui e dove guarda lui. E ho avuto infine modo di raccontare il mistero di Dante e Beatrice, e di poterlo fare in un certo modo, come solo quattro mesi fa non avrei potuto.
Da Chesterton a S. Francesco, da Eliot ad Al Pacino (nel film Profumo di donna pronuncia infatti una frase che é per me sintesi della concezione dantesca della bellezza femminile e di Dio...) ho riscoperto inoltre dei compagni di viaggio. 

La possibilità di proporre e comunicare noi stessi al mistero degli altri attraverso ciò che amiamo é una grazia inestimabile: in fondo vale sempre la pena parlare ad una persona sola, nel senso di ciascuno di coloro che abbiamo di fronte, perché una sola persona, diceva Moeller, "é un mondo intero, il mondo della grazia e della libertà che chiede di vivere e risplendere in lui".


 
Questo video invece é una riuscita combinazione di grande arte: l'Inferno di Dante raccontato con le incisioni di Gustave Doré e un brano dal Requiem di Mozart.

sabato 29 gennaio 2011

Con Cristo, alla scoperta del cuore umano

Da Avvenire.it. Come mi ha detto un'amica ieri sera, anche io ho bisogno di questo lavoro e di persone che attorno a me siano impegnate in questo lavoro. 
Che sfida e che febbre di vita: con Lui alla scoperta di noi stessi e del cosmo intero. E' davvero un cammino che toglie il fiato. 
Qui trovate il testo integrale in pdf della lezione di Carron "Il senso religioso, verifica della fede"


Un'inaspettata sorpresa, passeggiando per le vie di New York City due estati fa...


A scuola di vita da Giussani

Carrón: «Il senso religioso», una bussola per capire come Cristo cambia l’esistenza



DA MILANO
GIORGIO PAOLUCCI

I
n una società sempre più smar­rita e confusa, dove il desiderio di felicità innato in ogni uomo si appiattisce mentre crescono l’in­differenza e il cinismo, si gioca la sfida sulla credibilità del cristiane­simo. La sfida di ridestare l’umano, di testimoniare la pertinenza della fede con tutte le dimensioni della vita, la sua capacità di rispondere alla domanda di senso che abita nel cuore di ogni persona.

Con questa sfida don Giussani si ci­mentò a partire da­gli anni Cinquanta del secolo scorso, e 'Il senso religioso' è il libro (tradotto in 19 lingue) che documenta questo percorso. Dopo più di mezzo seco­lo Julián Carrón, che gli è succedu­to alla guida di Comunione e Libe­razione, lo ripropone come stru­mento di educazione alla fede: per tutto il 2011 sarà il testo della 'scuo­la di comunità', la catechesi popo­lare proposta a tutti gli aderenti al movimento e realizzata nelle scuo­le, nelle università, nei luoghi di la­voro e persino in carcere (vedere qui sotto). L’altra sera ne ha presentato i contenuti parlando davanti a 8mi­la persone che gremivano il Pala­sharp di Milano, mentre altre 50mi­la lo seguivano in diretta via satel­lite collegate con sale dislocate in
oltre 180 città italiane: è la prima volta in Italia che un libro viene pre­sentato con questa modalità.

A fianco del tavolo da cui Carrón parla, campeggia un’enorme scrit­ta: «Vivere intensamente il reale». È uno dei leit-motiv di Giussani, che ha sempre scommesso sulla capa­cità del cristianesimo di permeare ogni aspetto dell’esistenza e di ren­dere pienamente umana la vita. La fede è capace di ride­stare l’io e di mante­nerlo nella posizione giusta per affrontare tutta l’esistenza, con le sue prove e la sua problematicità. Il senso religioso – l’a­spirazione che muo­ve ciascuno a cono­scere il senso delle cose e ad aprirsi a un 'oltre' che la ragione riesce solo a intuire – trova compimento nell’in­contro con Cristo e ne viene conti­nuamente alimentato: non ne è sol­tanto
la premessa, ma lo strumen­to per verificarlo. Soltanto una rivi­sitazione del senso religioso con gli occhi della fede permette all’uomo di tenere desto il desiderio, di non ridurlo o di non dimenticarlo.

«Il motivo per cui tanti abbando­nano il cristianesimo – argomenta – è che non lo trovano umanamen­te
conveniente, e così la mentalità dominante può allargare sempre più la sua influenza, trovando l’uo­mo sempre più disarmato». La vita può cambiare solo davanti a testi­moni credibili, che fanno riscopri­re la 'convenienza' dell’esperienza cristiana: è decisiva la categoria del­l’incontro, proprio come accadde all’inizio, quando Andrea e Giovan­ni si imbatterono nell’umanità di Gesù e da quella umanità rimasero indelebilmente segnati. Ma se que­sta dinamica non si rigenera conti­nuamente, si rischia di cadere nel formalismo, nella ripetitività di ge­sti e riti, nel sonno di una fede di­venuta stanca, nella scontatezza di un’appartenenza religiosa che alla lunga non regge il confronto con il mondo. «Possiamo continuare ad affer­mare le verità della fede ma non essere protagonisti della storia, poiché in noi non vi è nessuna di­versità rilevabile, come ha detto Be­nedetto XVI: ’Il con­tributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa in­telligenza della realtà».

L’emergenza educativa è uno degli aspetti più evidenti della crisi di
senso che stiamo attraversando, co­me testimonia la Chiesa italiana che l’ha messa a tema in questo decen­nio di attività pastorale. Riguarda i giovani ma anche gli adulti, e ri­manda alla necessità di maestri a cui guardare, da cui imparare, a cui alimentarsi. Solo acquisendo una capacità di conoscere la realtà e di giudicarla, le giovani generazioni possono superare lo smarrimento e la confusione e sce­gliere la strada per il compimento della loro umanità. Nel­l’incontro col Mistero diventato un fatto u­mano, carnale, può i­niziare il cambia­mento. In questa pro­spettiva, Carrón cita il retore romano Ma­rio Vittorino («Quan­do ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo») e sant’Agostino («Chi conosce Te, conosce sé»). La sfida per i cristiani è testimoniare Gesù come qualcosa di contempo­raneo, non riducibile a una teoria o a una serie di norme etiche da ri­spettare, ma come affascinante compagno della vita quotidiana. Per tenere desta questa consape­volezza è necessario un lavoro per­manente: è quello proposto per l’appunto dalla scuola di comunità, lo strumento di educazione alla fe­de proposto da Comunione e libe­razione in tutto il mondo. Perché o­gni uomo possa «vivere intensa­mente il reale».

martedì 18 gennaio 2011

Omero, Dante, Tolkien questo venerdì al mio liceo



A ormai quattro giorni dall'evento, torno a segnalare l'incontro che si terrà venerdì 21 gennaio nella mia scuola, il Liceo G&Q Sella di Biella, dal titolo "Verso casa. Il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien"; relatore sarà il carissimo amico Edoardo Rialti, che i lettori di questo blog conoscono bene per i suoi articoli su Chesterton e non solo. Non c'è nient'altro da dire, se non che sarà un'occasione unica da non perdere, per chi potrà essere presente. 
A me, infine, l'onore e la gioia di presentare una serata così eccezionale, una chiacchierata fra uomini liberi con Omero, Dante e il buon Tolkien a cui siete tutti invitati.

lunedì 10 gennaio 2011

Combattere per il Dio che ha trasformato l'acqua in vino e non viceversa: la pinta e la croce

Grazie alla SCI (Società Chestertoniana Italiana), propongo qui l'ottava puntata di Chestertoniana, la rubrica sul grande scrittore tenuta da un grande amico, Edoardo Rialti, su Il Foglio.



GKC

LA PINTA E LA CROCE



Leggere Chesterton e scoprire che una bevuta in compagnia è la vera ascesi verso il "Dio di tutte le cose buone sulla terra"





di Edoardo Rialti





Invitato a una cena di gala, Chesterton si trovò accanto a una nobildonna, e la malcapitata gli confidò orgogliosa di essere vegetariana. Chesterton annuì compitoe le propose cortesemente di accompagnarlo a vedere una certa cosa. Si alzarono e il corpulento giornalista e scrittore inglese aprì la porta della serra dei suoi ospiti e le mostrò sorridendo una gigantesca pianta carnivora, così che la signora potesse rammentarsi che neppure le piante sono vegetariane. Questo genere di persone divertivano Chesterton, e al contempo lo preoccupavano. Egli era fermamente convinto che "gli uomini oggigiorno abbiano tutti quanti delle idee sbagliate su ciò che riguarda la vita umana. Pare che si aspettino ciò che la Natura non ha mai promesso, e viceversa, fanno di tutto per rovinare ciò che la Natura ha dato loro realmente". Farà pronunciare questa frase a uno dei protagonisti del suo romanzo "L'osteria volante", dedicato a quelli che riteneva essere – e siamo nel 1914 – due tra le massime minacce alla civiltà occidentale: l'islamizzazione e il salutismo.



Riguardo allo scontro tra la civiltà cristiana e musulmana durante il medioevo, Chesterton avrebbe scritto in "The new Jerusalem" (siamo negli anni Venti) un intero capitolo dedicato a fornire un'apologia delle crociate. Anzitutto, a chi oggi rabbrividisce al solo termine "crociata" e ne parla come l'ennesima vergognosa dimostrazione dell'aggressività occidentale contro i musulmani tutti raffinatezza e tolleranza, Chesterton faceva notare che dell'islam invasore della Terrasanta costoro "parlano come se fosse venuta fuori una qualche tribù inoffensiva o un tempietto nel Tibet, mai scoperto prima che fosse invaso. Sembrano totalmente dimentichi che assai prima che i crociati avessero sognato di cavalcare alla volta di Gerusalemme, i musulmani avevano cavalcato quasi fino a Parigi". E alle scuole storiche che riducevano i viaggi e le guerre intraprese per la presa di Gerusalemme a un mero pretesto per appagare brame di potere e ricchezza materiale, Chesterton si limitava a ribattere che "questo tipo di teoria è una blasfemia contro la dignità intellettuale dell'uomo. Ed è tanto una blasfemia quanto uno stupido abbaglio, perché esce di pista per miglia e miglia in cerca d'una spiegazione bestiale laddove si trova un'ovvia spiegazione umana". Che i contemporanei non riescano più neppure a concepire che i loro antenati potessero davvero lasciare tutto e partire per liberare il sepolcro di Cristo, dimostrava soltanto lo spostamento e la riduzionedei loro orizzonti ideali. Oscar Wilde diceva che ogni giudizio critico è in realtà sempre un'autobiografia, e Chesterton si sarebbe detto d'accordo. Si era appenausciti dalla Prima guerra mondiale, con le bandiere nazionali l'una puntata contro le altre, e Chesterton osservava come fosse "assurdo che disprezziamo coloro che versarono sangue per una reliquia quando noi abbiamo versato fiumi di sangue per uno straccio". Ma la dignità della tensione crociata egli la estendeva senza remore anche ai guerrieri dell'altro schieramento: "La crociata o, per quel che conta, il jihad, è di gran lunga il genere di scontro più filosofico, non solo nella suaconcezione di porre un termine alla differenza [religiosa tra i contendenti], ma nelsuo mero atto di riconoscere tale differenza quale la più profonda che ci sia. E' ribaltare del tutto la ragione suggerire che la politica d'un uomo conti mentre la suareligione no. E' dire che egli è condizionato dalla città in cui vive, ma non dal mondo in cui vive".

Sull'"ultima crociata", la grande battaglia navale di Lepanto, egli scrisse unaballata che molti considerano tra le sue opere più belle. Hilaire Belloc non avevadubbi nel recensirla: "Le persone incapaci di notare il valore di 'Lepanto' sono mezze sorde. Lasciate pure che lo restino". E, come "La ballata del cavallo bianco", anche questa lunga poesia accompagnò e sostenne molti soldati della Prima guerra mondiale. Uno di loro, che era John Buchan, lo scrisse a Chesterton stesso, nel 1915: "L'altro giorno nelle trincee stavamo gridando a gran voce la vostra 'Lepanto'". Ma se sulle mura di Gerusalemme o nelle acque di Lepanto lo scontro era stato per la difesa della propria fede, la nuova battaglia in corso nel mondo contemporaneo avrebbe conosciuto un fronte sconosciuto ai secoli passati, il tradimento e il disprezzo dell'Europa stessa alla percezione della vita propria della cultura occidentale. Di questa nuova guerra, e della resistenza organizzata alla nuova invasione, narra appunto "L'osteria volante", nella quale secondo C. S. Lewis è possibile incontrare alcune delle creazioni artistiche di Chesterton che sono maggiormente "permanenti e senza età", soprattutto per quello che rimane forse il cattivo più memorabile di tutta la sua narrativa. Come nel "Napoleone di Notting Hill" o "La sfera e la croce", anche in questo romanzo si trova una coppia di eroi, l'uno molto diverso dall'altro: Dalroy, un capitano irlandese dalla forza erculea, capace di sradicare un ulivo e di comporre una canzone dopo l'altra,magari anche una canzone contro le canzoni, e Pump, un oste inglese dal voltoimpassibile, sotto cui però arde un millenario buon senso popolare, uno che le cosele ha imparate "non accademicamente, come un professore americano, ma praticamente, come un indiano americano". Chesterton amava il detto di Stevenson per cui l'uomo irragionevole non è chi non abbia un pensiero, ma chi non abbia un pensiero da contrapporre all'altro mentre aspetta il treno alla stazione; come scrissela sua amica e biografa Maisie Ward, le coppie di protagonisti di tante sue storieincarnano questa feconda tensione polare, e la coppia Dalroy-Pump deve fronteggiare la più infeconda delle minacce: il bando di tutte le osterie in Inghilterra, per confarsi al superiore ascetismo islamico, e suggellare così la pace con la Turchia, una pace per la quale i torti irrisolti della parte avversa, come il rapimento di tante donne forzate alla poligamia, debbono essere giustificati e dimenticati in nome della tolleranza per gli altrui costumi. Dalroy è l'unico a non accettare che la battaglia sia finita e ribatte disgustato: "Oggi ho visto qualcosa che è peggiore della guerra: il suo nome è pace". Assieme a Pump, e a un cane di nome Quoddle – come il cane di Chesterton stesso – girerà l'Inghilterra conun'insegna d'osteria sulle spalle, un'enorme forma di cacio e un barilotto di rum, attorno ai quali organizza la resistenza, ridestando in chi gli si accosta, eludendo le feroci proibizioni, "quelle risate che dormono dal medioevo in qua" nell'Europa moderna. Il suo è un pellegrinaggio al contrario, in cui è la meta a visitare i pellegrini, perché, se non a Roma, almeno "tutte le strade portano a Rum". Lo studioso Joseph Pearce ha annotato come "sebbene il bando totale dell'alcol possa al giorno d'oggi sembrare un po' tirato per i capelli, bisogna ricordare che al tempo della pubblicazione del romanzo gli Stati Uniti non avevano ancora intrapreso la politica del proibizionismo. Conseguentemente 'L'osteria volante' contiene un elemento di profezia". I nemici dell'osteria sono molti, e ben organizzati: la nuova cultura islamizzante si diffonde con le prediche di Mysra Ammon, un intellettuale musulmano divorato dallo zelo di dimostrare che "la civiltà inglese era stata fondata dai turchi". Il prefisso "al" è tipicamente musulmano in parole come alAlhambra e Algeria? Ammon lo ravvisa anche nell'Albert Memorial. E persino gliodiati pub nascondono nei loro nomi un messaggio criptico: "La testa del saracenoè una corruzione della storica verità: il saraceno è in testa!", esclama trionfantenelle sue conferenze nei salotti della buona società inglese, circondato dal "freddofanatismo che si nota negli occhi delle signore le quali sono solite chiedere la parola negli incontri pubblici". Tuttavia chi lo ascolta bene non può fare a meno di notare che "ciò che egli conosceva era sempre appena il frammento di un fatto. Ciò che costantemente egli mostrava di non conoscere era la verità che si nascondeva dietro il fatto stesso". Ben diverso per statura umana è l'avversario militare di Dalroy, Oman Pascià, "il più grande dei guerrieri turchi, egualmente famoso per il suo coraggio in guerra come per la sua crudeltà in pace". Questi porta sul volto il segno della spada dell'irlandese, "ricevuto, sia detto per la verità, senza ira o vergogna, perché il Turco è sempre grande in queste cose". Altra minaccia ancora è il più celebre editorialista d'Inghilterra, Hibbs "Comunque", chiamato così per "la grande cautela che caratterizzava i suoi giudizi critici, talché tutto quello che scriveva dipendeva sempre da congiunzioni come ma, tuttavia, sebbene e simili". Egli è "l'uomo che sapeva dire sempre la parola che ci voleva in tutte lecircostanze", capace di uno "speciale talento per uno dei peggiori trucchi del giornalismo moderno: il trucco di trascurare il punto più importante di una questione e di appigliarsi a quello meno importante". Qualsivoglia posizione forte e decisa viene affogata dal suo relativismo a buon mercato. Tuttavia "divenne così diplomatico da diventare incomprensibile", e Chesterton, che è stato un giornalista per tutta la vita, offre numerosi esempi dell'evoluzione dell'Hibbs- pensiero: questi passa dal "Checché noi possiamo pensare pro o contro la vivisezione dei fanciulli poveri, il punto su cui siamo tutti d'accordo è che, a ogni modo, deve essere fatta da chirurghi esperti", al "Checché noi possiamo pensare pro o contro la vivisezione dei fanciulli poveri, nessun intelletto moderno può mettere in dubbio la decadenza del Vaticano".



Ma il vertice della piramide, verso cui convergono le conferenze di Ammon, lasciabola di Pascià, le nebbie verbali di Hibbs è Lord Ivywood, il ministro inglese, e "il più bell'uomo d'Inghilterra", dal volto pallido e perfetto e dai capelli prematuramente bianchi, del tutto indistinguibile da un monumento greco-romano, "una di quelle vecchie statue marmoree che sono impeccabili nelle linee, ma mostrano solo ombre di grigio e bianco". Egli è il principale sostenitore dell'islamizzazione d'Europa, perché ha scovato nell'islam un credo limpidamente disincarnato e anti sacramentale, l'unico in grado di far riposare il suo disprezzo per la corporeità. E pur di portare avanti la sua guerra personale, egli non si farà scrupolo di indorare con la propria travolgente eloquenza il progressivo ridursi delle libertà personali per i cittadini comuni. Per Lewis questo ritratto era una delle conquiste più alte dell'arte di Chesterton, e chiedeva ai suoi lettori in un articolo del 1946: "Il politico dottrinario, aristocratico eppure rivoluzionario, inumano, coraggioso, eloquente, capace di volgere i peggiori tradimenti e le espressioni più abominevoli in un fraseggiare che riecheggia di dolce magnanimità – tutto questo sarebbe superato?". "La sua splendida maschera" che, come viene raccontato nel romanzo, "non mutava mai di colore o di espressione", esprime visivamente "quel suo fanatico piacere, piacere che la sua natura strana, fredda, coraggiosa, non poteva attingere né dal mangiare, né dal bere, né dalla donna". Ed ecco emergere il cuore segreto della contrapposizione. Ivywood infiamma qualunque platea lo ascolti, ma egli non è un poeta, "bensì il suo contrario, cioè un esteta", e unideologo della peggior specie per Chesterton: "Il teorico che parta da una teoria falsa e, quindi, in tutto quel che vede pretende di vederne la conferma, è il nemico più pericoloso della ragione umana". Ivywood vuole migliorare, spiritualizzare l'umanità, proprio perché non la ama, così come non ama se stesso. Mentre Chesterton già nel 1908 aveva scritto che "ciò che è prezioso e degno d'amore ai nostri occhi è l'uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo". E i risultati si vedono, dall'una e dall'altra parte.



Come nota Dalroy, i sostenitori dell'abolizione dei vecchi piaceri umani nelle loro "cappelle atee non fanno che parlare di Pace, Perfetta Pace, Fiducia in Dio, Gioia Universale, e anime sorelle. Ma non sono per questo molto più allegri degli altri, et utto quello che fanno, è distruggere tanti buoni scherzi, tante buone storie, tante buone canzoni e tante buone amicizie". Costoro "rinunciano solo a quelle cose che li legano agli altri uomini. Se andate a pranzo con un milionario astemio e sobrio, vedrete che non rinuncerà né agli antipasti, né alle cinque o sei portate, né al caffè, ma bensì abolirà i vini e i liquori perché anche i poveri sono ghiotti di vini e liquori". Il segreto è che "egli non rinuncia che alle cose più semplici e più comuni: al manzo, alla birra, al sonno, perché questi piaceri gli ricordano che egli è solo un uomo".

Alla gelida "solitudine di Dio" proclamata da Ammon e Ivywood, accolta con frigido entusiasmo da miliardari satolli di una vita di vizi, Chesterton con Dalroy e Pumpcontrappone il Dio della tradizione cristiana, "il Dio che ha inventato il buon riso",che non ha voluto restare in una distanza inaccessibile ma ha abbracciato e valorizzato persino i piccoli piaceri di ogni giorno, tanto più cari proprio perché appunto, ci ricordano che siamo solo uomini. "Ci sono poche consolazioni per noi in questo mondo, ma qualcuna c'è", e per Chesterton rinnegarle voleva dire assumersi l'empietà di rinnegare il "divino materialismo" della creazione e il suo creatore, il "Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra", che a Cana avrebbe mutato l'acqua in vino, e non il vino in acqua. Per questo, quando gli si chiedeva perché si fosse convertito alla chiesa cattolica, Chesterton ribatteva "per amore dell'allegria, della salute e della fantasia" e che il cristiano è l'unico in grado di guardare al mistero dell'esistenza, con le sue ferite e le sue bellezze, senza scorgere alcuna contraddizione tra una pinta, una pipa e una croce. Quando morì, Giovanni Papini gli tributò l'onore di essere stato uno di coloro che avevano riportato la gioia in un cristianesimo trincerato nel moralismo. E' anche per questo che "L'osteria volante" è colmo di poesie sul piacere del bere, e del bere in compagnia, poesie che furono raccolte in un volume, dal titolo "Wine, water and songs", di enorme successo popolare, tanto da conoscere oltre quindici edizioniprima della morte di Chesterton. In una di esse il patriarca Noè, sotto il Diluvio,esprime quello che per Chesterton era una preoccupazione fondamentale: "Poco miimporta dove vada l'acqua, purché non se ne vada nel vino!". (8. continua)







ANNO XV NUMERO 307 - PAG II IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ 29 DICEMBRE 2010

domenica 9 gennaio 2011

Fra noi e i Greci

Disputa del Sacramento, Raffaello, stanze di Giulio II
Dopo il Corso di formazione di Centocanti a Roma, un enorme grazie a tutti.
Qui trovate la lezione del prof. Motta dal titolo La Chiesa, il Rinascimento, l'antico, tenuta la sera del 6 gennaio come introduzione alla visita ai Musei Vaticani la mattina succesiva.
Se volete poi visitare la Cappella Sistina direttamente dalla vostro computer non avete che da andare qui.
Di seguito invece una scena dal film "Il tormento e l'estasi", con Charlton Heston, proiettato la sera del 7 dopo un pomeriggio di lavoro sulla lezione di Maria Segato sul Limbo dantesco e il problema della salvezza del mondo antico in Dante. Il film narra del rapporto fra Michelangelo e Giulio II, il Papa che commissionò all'artista fiorentino la volta della Cappella Sistina. E' un film sul genio e sull'arte, molto bello anche se con qualche distinguo rispetto alle solite frecciate anti-Chiesa proprie del cinema.
In particolare, in una scena di dialogo fra Michelangelo e una dama dei Medici che egli ama, con a tema il genio, l'arte e l'amore, i tratti dell'artista fiorentino hanno una straordinaria somiglianza con quelli della figura di Pietro di Craon de L'Annuncio a Maria di Paul Claudel.

Grazie ancora a tutti per questi giorni di lavoro, letteratura, arte, amicizia, passione per il vero e il bello, fino in fondo, fino a Cristo.
E buon lavoro.



giovedì 30 dicembre 2010

La Madonna d'Oropa, Piergiorgio Frassati e il signor Chesterton

Quando ci si ritrova così allegramente e inaspettatamente sulla breccia, come é accaduto e potete vedere dai link qui sotto, si fa davvero esperienza di quell'allegria da trincea (come dice il buon GKC) introvabile fuori dalla Chiesa, trionfante e militante. Insomma, il beato Piergiorgio, il signor Gilbert e la Regina di Oropa hanno organizzato ben bene le cose.


G. K. Chesterton in una caricatura


http://piergiorgiofrassati.blogspot.com/2010/12/anche-leco-del-santuario-di-oropa-parla.html

http://uomovivo.blogspot.com/2010/12/anche-leco-del-santuario-di-oropa-si.html

http://uomovivo.blogspot.com/2010/12/ecco-chi-ha-scritto-del-cavallo-bianco.html


Un caro saluto all'Uomo Vivo e a tutti gli amici di Chesterton e Piergiorgio, che anche dai loro blog combattono con allegria la buona battaglia, proprio come si cerca di fare qui.

sabato 25 dicembre 2010

Il suono delle campane a mezzanotte, come i cannoni di una battaglia appena vinta: il Natale secondo Chesterton

Con grande onore, ho il piacere di riportare qui la settima puntata di Chestertoniana a cura di Edoardo Rialti, una spettacolare e imperdibile rubrica settimanale su Il Foglio.


Quel dinamitardo di Dio

La nascita di Gesù è la feritoia aperta sul territorio del nemico. Il Natale secondo Chesterton

Il Foglio sta pubblicando una "Chestertoniana" a puntate. Pubblichiamo la settima puntata dedicata al Natale. Le prime sei sono disponibili per gli abbonati nell'archivio pdf. Le prossime uscirano nel Foglio in edicola una volta alla settimana.

“Se vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male”.
    Gilbert K. Chesterton

"Anche Dio fu un uomo della caverna”: questo, per Chesterton, costituiva il segreto e la sintesi del Natale, la sua sconvolgente rivoluzione. La storia umana era cominciata in delle caverne dipinte come quelle di Lascaux, che la vulgata vorrebbe piene di irsuti scimmioni intenti a picchiare le femmine con le clave, e che invece dimostrano solo che questo bizzarro “semidio o demone del mondo visibile” chiamato homo sapiens è sempre stato un artista? Ebbene anche Dio ha voluto cominciare la Sua storia su questa terra allo stesso modo della sua creatura: “La seconda metà della storia umana, che fu come una nuova creazione del mondo, comincia pure da una caverna”, e non era affatto un caso che “anche qui gli animali erano presenti”, perché a ben pensarci anche Dio da sempre, proprio come quei primi antichissimi artisti, “aveva tracciato strane forme di creature, colorate curiosamente, sulle pareti del mondo; ma alle sue figure aveva infuso la vita”, e ora almeno un paio di queste sue stesse invenzioni, con una prodigiosa inversione, lo scaldavano col loro fiato. Chesterton amava tutto del Natale, a partire dagli aspetti più semplici come i cenoni familiari, i regali, i giochi, i festoni e i cappellini di carta che anche gli adulti inglesi indossano. Li amava proprio perché ridicoli, capaci di “scuoterci dalle nostre rigide abitudini”, dal momento che, come scrisse in un articolo sul Natale del 1910, “la cosa importante nella vita non è mantenere un rigido sistema di piacere e compostezza (che si può facilmente ottenere indurendo il cuore o la testa) ma mantenere vivo in sé l’immortale potere dello stupore e del riso, e una sorta di giovane reverenza”.

Ma quel che più lo affascinava era che il Natale è tanto familiare quanto rivoluzionario, anzi, rivoluzionario proprio perché familiare: vi si festeggia un imprevedibile e rivoluzionario “incastro”, per dirla con le parole del suo contemporaneo Charles Péguy, tra realtà, esperienze e immagini che la cultura occidentale dà per scontate proprio e solo perché dopo duemila anni, “siamo cristiani psicologi, anche se non siamo teologi”, e che proprio perché non scontate potrebbero scomparire, una volta smarrita la sorgente. Attorno alla grotta di Betlemme egli vedeva radunate tutte le forze, positive e negative, al centro della storia umana, che dal quel momento sarebbero state cambiate per sempre.

Anzitutto il bambino nella mangiatoia. Egli sosteneva che “c’è differenza tra l’esser tirato su come cristiano ovvero come ebreo o musulmano o ateo. La differenza è che ogni fanciullo cattolico ha appreso dalle immagini questa incredibile coincidenza di idee contrastanti, come una delle prime impressioni della sua mente. Non è soltanto una differenza teologica. E’ una differenza psicologica che può andare aldilà di ogni teologia”. Persino “ogni ateo o agnostico, che nella sua infanzia abbia veramente conosciuto il Natale, avrà poi sempre nella sua mente, voglia o non voglia, un’associazione di due idee che moltissima gente deve considerare come remote l’una all’altra: l’idea di un bambino e l’dea di una forza sconosciuta che regge le stelle”. Quindi “per lui avrà sempre un vago sentore religioso la semplice pittura di una madre con un bambino”. Per Chesterton “il bimbo è il simbolo e il sacramento per eccellenza della libertà personale”: è inerme, ma è una novità assoluta e irripetibile, che sfonda e sfida quanto lo precede, che chiede un’accoglienza che spesso disturba”, perché non c’è posto nell’albergo”. “La gente che preferisce i piaceri meccanici a quel miracolo, è rozza e schiavizzata”.

Chesterton, che soffrì l’impossibilità di avere dei bambini, non ha mai nascosto il suo disprezzo e la sua rabbia per coloro che nella civiltà contemporanea preferiscono una vita di piaceri disimpegnati “a quella realtà che è l’unica fonte di ringiovanimento per una qualsiasi civiltà. Sono loro che si compiacciono delle catene della loro antica schiavitù; è il bimbo colui che è pronto per il nuovo mondo”. Costoro continuano magari senza saperlo la politica di Erode, “il re che guerreggiava contro i bambini”.
Commentando la battuta di Scrooge in “Canto di Natale” di Dickens, in cui il vecchio avaro dà già voce a quella che sarebbe stata l’opinione corrente di tanti moderni, per cui la morte degli inermi può contenere l’eccesso di popolazione, Chesterton ribatteva che “quando un gruppo di sprezzantemente benevoli economisti guarda giù nell’abisso della popolazione in eccesso, c’è una sola risposta assicurata che bisognerebbe dare loro, ed è che se c’è un eccesso, quell’eccesso siete proprio voi”. E si trattava del ritorno sotto nuova forma di visioni antiche, perché il disprezzo e la violenza contro i bambini e gli inermi erano uno dei tratti più comuni di tante civiltà precristiane, magari molto civilizzate, contro cui secondo Chesterton i tratti migliori della civiltà greco romana e il giudaismo avevano già combattuto. Non è un caso che in tutte le fiabe e le leggende europee sia sempre presente “l’idea che le forze del male minaccino soprattutto l’infanzia”, e tuttavia non bisogna dimenticare che “nel mondo antico spesso i demoni vagarono liberamente, simili a draghi”.

Basti pensare ai cartaginesi, che “appartenevano a una razza matura e perfetta, abbondante di lussi e di raffinatezza”. Eppure tale “popolo ultracivile si adunava effettivamente insieme per invocare sull’Impero la benedizione celeste gettando centinaia di bambini nella bocca di una fornace. Per avere un’idea approssimativa di questo fatto, si pensi a un gruppo di mercanti di Manchester, in cappello e cilindro e con le fedine a braciola, che vadano in chiesa ogni domenica alle 11 per vedere mettere arrosto un bambino”. Se una simile immagine ripugna, per Chesterton è soprattutto per quel che è accaduto una notte di 2010 anni fa. Con un Dio che si fa appunto bambino “è profondamente vero affermare che da quel momento non potevano esserci più schiavi” perché “gli individui acquistavano un’importanza che nessuno strumento poteva acquistare”. 

Non ci sarebbe mai più potuto essere un potere che cancellasse il valore della persona, da quando l’ultimo dei nati sotto il grande censimento voluto dall’imperatore si rivelava essere Dio stesso: “Coloro che accusarono il cristianesimo di aver dato fuoco a Roma con delle torce erano assassini; ma erano assai più vicini alla vera natura del cristianesimo che non certi moderni i quali ci dicono che i cristiani erano una specie di società etica”. Queste parole di Chesterton saranno particolarmente amate da Hannah Arendt, che le riprenderà affermando da laica che “la fede e la speranza nel mondo trova la sua più efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la lieta novella: ‘Un Bambino è nato fra noi’!”. Eppure questo divino valore della presenza di un bambino non era e non è scontata affatto: “Non è naturale mettere in relazione Dio con un infante più di quel che sia naturale rapportare la gravitazione a un gattino”. Tuttavia questa inaspettata relazione compiva uno dei più antichi aneliti dell’umanità, testimoniato da tutti i racconti mitologici sulle unioni tra gli dei e i mortali, o le leggende sui luoghi sacri abitati dal soprannaturale. Gli uomini antichi, come tutti i popoli con le loro tradizioni, “avevano capito meglio di tutti che l’anima di un paesaggio è una leggenda, e l’anima di una leggenda è una persona”. I pastori di Betlemme si trovavano a fronteggiare la realizzazione inaspettata di questa costante e confusa intuizione.

“La mitologia è una ricerca – afferma Chesterton – e aveva molti peccati, ma non aveva avuto torto nell’essere carnale come l’Incarnazione”. Il grido di Enea, che nel poema di Virgilio lamenta di non poter “unir destra a destra e dire e unire vere parole” con gli dèi trova risposta nell’annuncio che “il Creatore fosse presente a scene alquanto posteriori ai conviti di Orazio, e parlasse cogli esattori delle tasse e cogli ufficiali del governo, nella vita quotidiana dell’impero romano”. Tale intuizione sarà la freccia che farà breccia nel cuore di un convinto “pagano moderno” come il giovane C. S. Lewis, che lesse queste riflessioni di Chesterton nel libro “L’uomo eterno” (siamo nel 1925) mentre si riprendeva dalla febbre di trincea della Prima guerra mondiale: a chi obietta con un sorrisetto che Cristo non sia altro che l’ennesimo mito, come Mitra o Dioniso, Chesterton ribatteva che “il popolino aveva sbagliato in tanti casi, ma non aveva sbagliato nel credere che le cose sacre possono avere un ricettacolo e che la divinità non disdegna i limiti del tempo e dello spazio”. Quando Lewis si convertirà al cristianesimo, attribuirà molto della sua decisione anche a quelle parole, perché “Cristo è un mito, con la tremenda differenza che è davvero accaduto”. E questa lettura della storia umana è ripresa oggi da un pulpito che a Chesterton avrebbe fatto immenso onore, quello di Benedetto XVI stesso: “Gesù non è un mito, è un uomo di carne e sangue […] e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio è diventato realtà”. I ricercatori di un Dio visibile se lo erano trovato davanti piccino e piangente, come nella più inattesa e bella delle fiabe, e Chesterton sorrideva al pensiero che fu così che “i pastori avevano trovato il loro Pastore”.

Eppoi i tre re magi, a rappresentare l’altra grande spinta ricercatrice dell’umanità, assieme all’immaginazione mitico-poetica: la filosofia e la scienza. “La filosofia, come la mitologia, aveva l’aria di essere alla ricerca di qualcosa. E’ la percezione di questa verità, che dà la sua tradizionale e misteriosa maestà alle figure dei tre re” ai quali la tradizione ha dato certi nomi, ma che “starebbero a rappresentare lo stesso ideale umano, se i loro nomi fossero realmente quelli di Confucio o di Pitagora o di Platone”. Quei tre re coronano di gloria ogni sincera ricerca umana. Anche in questo caso l’inaspettato capovolgimento dei ruoli – dei vecchi venerabili che adorano un bambino – mostra visibilmente e sensibilmente l’inaspettato compimento di quanto fosse più vero e nobile negli interrogativi umani. Il cristianesimo può rispondere all’umana sete di conoscenza di tutte le filosofie proprio perché propone “una filosofia più larga delle altre filosofie”. Salva la ragione proprio perché le offre quel “qualcosa” che essa stessa non poteva darsi, la “allarga” per usare un’espressione cara a Benedetto XVI. Ecco come mai secondo Chesterton il cristianesimo sarebbe sommamente ragionevole, perché “contiene ciò che il mondo non contiene. La vita stessa non provvede, come provvede la chiesa, per tutti i lati della vita.

Che ogni altro sistema è angusto e insufficiente comparato a questo e che questa non è una vanteria retorica: ecco un fatto vero e un vero dilemma”. Chesterton sfidava a fare il raffronto: “Dov’ è il santo bambino fra gli stoici e gli adoratori degli avi? Dov’è la Madonna dei musulmani, una donna non fatta per nessun uomo e posta al di sopra degli angeli? Dov’è il san Michele dei monaci di Budda?”. Il cristianesimo supera e vince “tutti i moderni tentativi di sincretismo. Essi non sono capaci di fare qualche cosa di più largo del credo senza lasciarne fuori qualche cosa. Non voglio dire qualcosa di divino, ma qualche cosa di umano”. Insomma, quando doveva sintetizzare perché valesse la pena che i rappresentanti di tutta l’umana saggezza si dovessero inchinare alla proposta che aveva i tratti di quel bimbo sconosciuto, Chesterton si limitava a dire che “in una parola, in essa c’è più roba”.

Ma c’è ancora altro da festeggiare: “Cristo non soltanto era nato allo stesso livello dell’umanità, ma più in basso”, non solo socialmente, ma fisicamente, e in questa immagine “c’è un tratto di spirito rivoluzionario, come di un mondo capovolto” che non poteva affascinare la sua innata simpatia per tutti gli anarchici e i rivoluzionari. Altro che festa dei buoni sentimenti e del pacifismo: nella notte di Natale “c’era anche una sfida; qualche cosa che fa suonare bruscamente le campane a mezzanotte come i cannoni di una battaglia appena vinta”. Si trattava dell’inizio del “più grande disordine che ci sia stato al mondo”, per dirla sempre con i versi del contemporaneo Péguy. Anche Benedetto XVI ha parlato spesso della “rivoluzione di Dio”: per Chesterton questo voleva anzitutto dire che “la gioia della caverna era simile all’allegria di una fortezza o di una tana di briganti; intesa nel suo vero significato, non sarebbe impertinente dire che era l’allegria di una trincea” perché il segreto che si celebrava con quella nascita era “la rivolta – e una così oscura rivolta – contro un’enorme e inconscia usurpazione”, quella di tutti i poteri – di qualsiasi colore o casacca, ma sempre più o meno chiaramente ispirati dallo stesso tentatore – che a questo mondo ambiscono a prendere il posto di Dio nella vita dell’uomo.

“Nel mistero di Betlemme era il cielo che stava sotto la terra” e da quel momento nessun dominio o sistema puramente terreno potrà mai più ambire a spacciarsi per celeste. Anche questa immagine si imprimerà nella coscienza e nel pensiero di Lewis, che a sua volta ribadirà nelle sue conferenze alla radio durante la Seconda guerra mondiale che “territorio occupato dal nemico: ecco cos’è questo mondo. Il cristianesimo è la storia di come il re legittimo è sbarcato – sbarcato, potremmo dire, in incognito – e ci chiama tutti a una grande campagna di sabotaggio”. Ecco la vera buona novella, il D-Day della più grande operazione di riscatto della storia umana. Sono le parole di Chesterton: nella nascita in quella grotta segreta, “c’è anche l’idea di un postazione avanzata, di una feritoia nella roccia, di un’apertura sul territorio nemico. C’è in questa divinità sotterranea come un’idea di minare il mondo”. Cos’altro poteva conquistare un uomo che, ne “L’uomo che fu Giovedì” aveva già scritto un intero romanzo sulla bizzarra scoperta che il misterioso capo di tutti gli anarchici fosse anche il capo di tutti i veri poliziotti? Un Dio non solo bambino, ma anche dinamitardo di tutti gli schemi e i sistemi che umiliano e imprigionano quanto l’uomo abbia già di prezioso, come la propria famiglia, i propri sogni, la propria sete di verità , e soprattutto “l’umana aspirazione a un cielo che sia letterale e locale come una casa”: per Chesterton valeva davvero la pena di festeggiare la più radicale delle rivoluzioni, “qualcosa che è troppo bella per essere vera, ma che è vera”. (7. continua)

di Edoardo Rialti

giovedì 16 dicembre 2010

"Verso casa: il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien": incontro con Edoardo Rialti

Siete tutti invitati all'incontro organizzato nella mia scuola con il professore nonché carissimo amico Edoardo Rialti, dal titolo "Verso casa: il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien".
Il sottoscritto, con grande onore, introdurrà e modererà la serata.
Accorrete numerosi!
 


giovedì 9 dicembre 2010

E' uscito "Carrying the fire - Elogio de 'La strada'"

Cosa ci rende uomini quando tutto é crollato? Qual é la speranza, l'unica, in grado di far camminare un padre e un figlio in un mondo dopo la fine del mondo? E cosa vuol dire portare il fuoco?

Uscito in allegato all'ultimo numero di Letture Cattoliche dicembre 2010, é ora disponibile anche su questo blog il mio saggio "Carrying the fire. Elogio de 'La strada'", sulla storia narrata dall'americano Cormac McCarthy e portata sul grande schermo da John Hillcoat col titolo "The Road".
Lo trovate nella pagina creata appositamente. Non ho avuto altro scopo nello scrivere queste pagine, che é come se fossero state scritte col mio sangue tanto vi ho riversato me stesso, che quello che per cui vive questo blog e molto altro: make beauty.



“L’uomo si fermava e si appoggiava al carrello e il bambino proseguiva, poi anche lui si fermava e si girava e l’uomo alzava gli occhi piangenti e lo vedeva lì sulla strada voltato a guardarlo da qualche futuro impensabile, radioso come un tabernacolo in quella desolazione”.