giovedì 30 settembre 2010

La passione per l'umano che é propria solo del cristianesimo

Non sto passando un weekend che sia uno a casa mia, ma non mi lamento di certo.  Da domani a domenica sarò qui.

Dal sito di BergamoIncontra





E’ un’attrattiva che cambia la vita.

Uomini e donne carichi di una umanità diversa che risvegliano il desiderio di bellezza, verità, giustizia presente nel cuore di ogni uomo. Testimoni tanto commossi dell’amore di Cristo da vivere con originalità, lealtà, intensità, passione e responsabilità il proprio lavoro, i legami familiari, l’amicizia, il tempo libero, insomma la vita di ogni giorno, istante dopo istante.
Una originalità e una passione travolgenti, interessanti da capire e da scoprire.

BergamoIncontra 2010 attraverso mostre, incontri, testimonianze, spettacoli e momenti di vita quotidiana - come il mangiare, il bere e il divertirsi - vuole documentare questa attrattiva; vuole essere un luogo in cui la fede cristiana “grida a tutto il mondo la passione per l’umano che le è propria” e che risponde al desiderio di felicità che primeggia nel cuore dell’uomo.

Il titolo “L’io rinasce in un incontro” prende spunto dal Quinto volume della serie “L’Equipe” della collana i Libri dello Spirito Cristiano edita da Bur. L’opera ripercorre attraverso dialoghi tra don Luigi Giussani e giovani universitari gli anni 1986 e 1987.

martedì 28 settembre 2010

Il "segno di maggior disio" e la conversione: io sono Tu

Central Park, una mamma insegna al suo bambino a camminare. Foto mia, estate 2009


""Un bambino, che é lì solo, guarda in giro tutto spaventato e piagnucola - se non piange, se non frigna, se non grida -; ma appena sente la voce della madre (o del papà) corre verso di lei, si converte, convertit, si gira verso di lei", e in quel momento il pianto é come abbracciato. Il pianto é proprio quello che lo mette in rapporto con la mamma. (...). Non é qualcosa di astratto, é una presenza che quando entra nell'orizzonte del bambino lo converte: accade la liberazione. "Analogamente, la conversione é il riconoscimento che "io sono Tu", che Ti appartengo, appartengo a questa realtà in cui Tu sei, che é perché Tu sei. (...). Perciò nonostante tutta la fragilità, la contingenza, l'effimero della cosa, é proprio questa appartenenza alla nostra compagnia in quanto luogo del nostro rapporto con Cristo e col mondo attraverso Cristo, é proprio questa coscienza d'appartenenza la conversione.Tutto il resto deriva da lì, tutto il comportamento con le cose, con le persone, con se stessi, tutti i rapporti vengono generati da questo soggetto".

Julian Carròn, "Vivere é la memoria di Me", pag. 41 - 42




La vista mia, (...)/ (...)/
volsesi al segno di maggior disio,

e a Beatrice tutta si converse

Paradiso III, vs 124 - 127

domenica 26 settembre 2010

Amati ostacoli

Molfetta (BA), CDS assoluti, dopo i miei amati 110ostacoli. Gara bagnatissima sotto la pioggia, su una pista oscena, con atleti molto più grandi. Dove l'importante era arrivre in fondo,  un discreto risultato, rallentato dalla pioggia.


I believe God made me for a purpose,
but he also made me fast.
And when I run
I feel His pleasure. 

Eric Liddell

giovedì 23 settembre 2010

Il nuovo martirio e i nuovi santi

Quella che si profilava come una delle più grandi umiliazioni per B-XVI, la sua visita in GB da tutti osteggiata, si é rivelata una gioiosa sorpresa per tutti. Ecco un interessante commento.







«Nella nostra epoca, il prezzo da pagare per la fedeltà al Vangelo non è tanto quello di essere impiccati, affogati e squartati, ma spesso implica l’essere additati come irrilevanti, ridicolizzati o fatti segno di parodia»


«C’è qualcosa che mi sta davvero molto a cuore dirvi. Ho la speranza che fra voi che siete qui vi siano alcuni dei futuri santi del XXI secolo. La cosa che Dio desidera maggiormente per ciascuno di voi è che diventiate santi. Egli desidera per voi il massimo. E la cosa migliore di tutte per voi è il crescere in santità. Forse alcuni di voi non ci hanno mai pensato. Forse alcuni pensano che essere santi non sia per loro. (…) Quando vi invito a diventare santi, vi sto chiedendo di non accontentarvi. Avere soldi, da solo, non è sufficiente a renderci felici. Essere grandemente dotati in alcune attività o professioni è una cosa buona, ma non potrà mai soddisfarci, finché non puntiamo a qualcosa di ancora più grande. Potrà renderci famosi, ma non ci renderà felici. La felicità è qualcosa che tutti desideriamo, ma una delle grandi tragedie di questo mondo è che così tanti non riescono mai a trovarla, perché la cercano nei posti sbagliati. La soluzione è molto semplice: la vera felicità va cercata in Dio. Abbiamo bisogno del coraggio di porre le nostre speranze più profonde solo in Dio: non nel denaro, in una carriera, nel successo mondano, o nelle nostre relazioni con gli altri, ma in Dio. Lui solo può soddisfare il bisogno più profondo del nostro cuore».

 (Alcuni stralci dai discorsi di B-XVI in Gran Bretagna)

mercoledì 22 settembre 2010

"You'll never be lonely again": Don Quixote

Ecco un nuovo brano dei miei amati Coldplay finora inedito, "Don Quixote"







So we left La Mancha
Headed out for higher plains
Me and Sancho Panza

Looking for adventure
Rosinante at the reins
To the windmills answer

You'll never be lonely
You'll never be lonely ever again
You'll never be lonely
You'll never be lonely again

I heard you never get wet in Spanish rain
So they sent the doctor, for examining my brain
Said he's not too clear

Oh when the world,
when the world just seems, a little bit too cruel
Gonna leave it better
Make one better

So tell that princess
Tell that princess right down the train
Tell that princess
She'll never be lonely again

I heard you never get wet in Spanish rain
Ooh, ooh
I heard you never get wet in Spanish rain

I heard you never get wet in Spanish rain
Woo ooh, Wooh ooh
Heard you never get wet in Spanish rain

martedì 21 settembre 2010

Lo salverò perché a Me si é affidato. Mi invocherà e gli darò risposta

Mi permetto di citare una cara amica in occasione del mio diciottesimo compleanno, che cade oggi:  ringrazio con tutto il mio cuore di aver incontrato una compagnia in cui Uno mi fa vedere come gli anni che passano non siano un avvicinarsi alla morte, ma il crescere vigoroso e senza limiti nella certezza del Destino che viene, afferra e porta con Sé.
O come dissero altrove: "La vita é una storia d'amore fra il mio io e il Tu di Cristo".



Salmo 138 (12-18, 23s)

Sei Tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, Tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano nascoste le mie ossa, quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i Tuoi occhi e tutto era scritto nel Tuo libro:
i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.
Quanto profondi per me i Tuoi pensieri; quanto grande il loro numero, o Dio:
se le conto son più della sabbia; se li credo finiti, con Te sono ancora.
Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore; provami e conosci i miei pensieri:
vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita.



Salmo 90


Tu he abiti al riparo dell'Altissimo e dimori all'ombra dell'Onnipotente,
d' al Signore: "Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido".
Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge.
Ti coprirà con le Sue penne, sotto le Sue ali troverai rifugio.
La Sua fedeltà ti sarà scudo e corazza, non temerai i terrori della notte,
né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
MIlle cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire.
Solo che tu guardi con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi.
Poiché tuo rifugio é il Signore e hai fatto dell'Altissimo la tua dimora,
non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli darà ordine ai Suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi.
Sulle loro mani ti porteranno, perché non inciampi nella pietra il tuo piede.
Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi.
Lo salverò perché a Me si é affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il Mio nome.
Mi invocherà e gli darà risposta; presso di lui sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni e gli mostrerò la Mia salvezza.

 


Gran Canyon, Angel view, Nevada.


 

lunedì 20 settembre 2010

Dopo l'ultimo, grandioso e commovente spettacolo serale

Con quasi metà classe, compagni ed ex compagni (fra cui il ladrone al mio fianco) dopo un grandioso e commovente spettacolo serale, l'ultimo di questa Passione 2010

sabato 18 settembre 2010

"Desiderai con quasi dolorosa intensità qualcosa che non potrà mai essere descritto": storia di un pagano convertito

Con questo post faccio molto più di quel che può apparire, e cioè postare un bell'articolo su un grande uomo e autore scritto da un grande amico; letteralmente, non é un'esagerazione, io non sarei quello che sono se non fosse per il sì di questo grande uomo e autore e di questo grande amico. Per questo non posso che offrirlo a tutti con cuore colmo di gratitudine.
Chi mi conosce sa.



L’anglicano scomodo

Storia di C. S. Lewis, lo scrittore convertito che piace a B-XVI e imbarazza gli inglesi

Il Daily Telegraph lo attaccò con un articoletto satirico che cominciava così: “Ascetico Signor Lewis”, ma avevano sbagliato bersaglio; quando l’amico J. R. R. Tolkien lo venne a sapere, esplose in una risata, e scrisse al figlio in guerra nella Raf: “Ti dico io! Lui si è scolato tre pinte di birra durante un incontro brevissimo che abbiamo avuto stamattina e ha detto che avrebbe cominciato subito a osservare la quaresima”. Questo era C. S. Lewis – “Jack” per tutti gli amici e gli intimi, visto che riteneva i nomi Clive Staples un brutto tiro dei suoi genitori – l’uomo cui qualche anno dopo, nel 1947, il Times avrebbe dedicato la copertina come al più celebre apologeta laico che il secondo Novecento abbia conosciuto, lo scrittore nato nel 1898 le cui opere come “Le lettere di Berlicche” o “Le cronache di Narnia” vengono tuttora lette da centinaia di milioni di lettori di ogni età e categoria, l’accademico che vedeva le sue aule a Oxford e Cambridge – laddove, caso unico, inventarono una cattedra apposta per lui di Letteratura medievale e rinascimentale – gremite fino all’inverosimile anche da chi non avrebbe poi sostenuto i suoi esami, come gli studenti di matematica o medicina; il conferenziere protestante che accettava di buon grado di tenere una lezione per delle suore di clausura, salvo mormorare sorridendo: “Le porte dei conventi si aprono anche dall’interno, spero”. Egli stesso amava definirsi “un pagano convertito in un mondo di puritani apostati”. E non è un gioco di parole affermare che la sua opera è stata tutta dedicata a che un mondo di puritani – credenti e non – si riscoprisse pagano: uomini magari confusi, ma desiderosi, così da poter diventare autenticamente cristiani. Uno sguardo, questo, che ha molto più in comune col cardinale Newman e Benedetto XVI che con tanta chiesa anglicana contemporanea, cui pure Lewis è appartenuto, ma di cui costituisce un figlio tanto celebre quanto scomodo, con conseguenze al presente davvero imbarazzanti, ma che occorre raccontare per ordine.

Lewis sapeva che la maggior parte delle persone dell’occidente moderno si immaginano Dio in fondo come “il tipo di persona che sta sempre a spiare se uno se la spassa, e poi cerca di impedirglielo”. Era altrettanto, se non più, sicuro che si fosse veramente cristiani in virtù e non nonostante i propri desideri più profondi. E’ questo, se si vuole, il leitmotiv di tutta la sua opera, e del suo straordinario successo. Giovanni Papini disse che Chesterton aveva riportato la gioia nel cristianesimo. E Lewis, che a Chesterton ha dovuto così tanto, intitolò la propria autobiografia “Sorpreso dalla Gioia” (“Soppresso dalla Gioia”, la chiamava con gli amici): egli non ha mai avuto paura di puntare tutto sui “più profondi desideri e impulsi” dell’uomo, giacchè sono proprio questi a condurci a Dio. Sono già il Suo Regno, i Suoi araldi, visto che è proprio Lui ad aver “popolato il mondo di piaceri”, con una speciale strategia. Quello che tocca a ogni uomo desto lo si può riassumere nel consiglio che farà dare ai bambini di “Narnia” dal proprio alter ego letterario, il professor Digory: “Tenete gli occhi aperti. Il segreto vien fuori da solo”.

Ma di quale segreto si tratta, e cosa vuol dire tenere gli occhi aperti? Egli riprende la stessa immagine e la amplia, nella sua autobiografia: “Quello che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate; ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete aver ingannato voi stessi, ma l’esperienza non sta ingannando voi. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente”. E’ questo a mandare in bestia il demonio Berlicche, quando il nipote demonio gli scrive sulla nuova dirompente conversione del suo “paziente”, la persona che gli è stata affidata e che deve tentare fino all’ultimo respiro. Il diavoletto maldestro non capisce le proprie “balordaggini”, e lo zio navigato da secoli di lavoro, spiega: “Hai permesso al paziente di leggere un libro che veramente gli piaceva, del quale veramente godeva. In secondo luogo gli hai permesso di fare una passeggiata fino al vecchio mulino, e di prendervi il tè. Una passeggiata attraverso un paesaggio che veramente gli piaceva, e fatta da solo. In altre parole, gli hai offerto due veri, positivi piaceri. Sei stato così ignorante da non vederne il pericolo?”. Ed ecco il dantescamente “loico” Berlicche spiegare perché: “La caratteristica dei dolori e dei piaceri è che non ci si può ingannare sulla realtà, e perciò, in quanto esistono, offrono all’uomo che li prova una pietra di paragone della realtà”. Ed è stato proprio grazie al pungolo di questa continua pietra paragone che il “paziente” Lewis smise di essere l’esteta cinico e relativista della sua giovinezza. Egli che aveva serenamente rispedito al mittente il cristianesimo familiare all’età di dodici anni, dedicandosi con successo e senza complessi a quelli che riteneva le massime aspirazioni possibili (la cultura, il successo e le donne), “al centro di ogni esperienza pura” continuava ad accusare “qualcosa che non potrà mai essere descritto”. Provò a farlo per tutta la vita, come per bocca di uno dei personaggi del suo ultimo, grande romanzo “A viso scoperto”: si trattava di qualcosa che uno scopre “proprio nei momenti di maggiore felicità. E proprio perché tutto era così bello, nasceva dentro di me un desiderio, sempre lo stesso: da qualche parte doveva esserci qualcosa di ancora più bello. Tutto sembrava dirmi: Vieni! Ma io non potevo andare (non ancora), né sapevo dove andare. Quasi mi faceva male. Mi sentivo come un uccello in gabbia, che vede gli altri uccelli della sua specie prendere il volo verso casa”. Non che la musica e la letteratura, le amate camminate in campagna, i grandi riconoscimenti accademici, gli affetti e gli amori non soddisfacessero. Eppure quanto più si facevano veri e intensi, tanto più custodivano una voce discreta, ma perfettamente chiara: “Non sono io. Io sono un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?”. E tuttavia, come avrebbe scritto poi, “se questa cosa dovesse veramente manifestarsi – se mai dovesse sentirsi un’eco che non si spegnesse subito, ma si espandesse nel suono stesso – voi lo sapreste. Al di là di ogni possibilità di dubbio direste ‘ecco quella cosa per cui sono stato creato’”. Se qualcuno gli avesse chiesto con chi fosse d’accordo, non avrebbe esitato a rispondere: H. G. Wells, Bertrand Russell, Bernard Shaw, i grandi polemisti anti religiosi della sua generazione – la cui statura fa ancor più disperare chi sia costretto oggi a sorbirsi Odifreddi o Augias. Salvo poi ammettere che in fondo in fondo costoro gli parevano “di latta”, perché “in essi non sembrava esserci profondità. Nei loro libri, la ruvidezza e la densità della vita non trasparivano”.

Gli unici davvero in grado di rendere ragione della misteriosa vastità della vita, e del suo intimo rovello, sembravano proprio i detestati cristiani, si trattasse di ammirati scrittori come Dante, Milton, Chesterton, o amici vicini come il collega J. R. R. Tolkien. Saranno loro a sconfiggere per sempre il suo “snobismo cronologico”: ciò che avrebbe lucidamente definito come “l’accettazione acritica del clima intellettuale della nostra epoca e la presunzione che qualsiasi cosa passata di moda ha perso perciò tutto il suo credito. Dovete scoprire perché è passata di moda. Se è stata confutata (e se sì dove, da chi, e con quali risultati)”. Nel suo diario Lewis annoterà: “I cristiani hanno torto, ma tutti gli altri sono noiosi”. Solo una posizione religiosa, che ammettesse “che Dio era Dio”, risultava davvero in grado di abbracciare, senza ridurre o mutilare, quel misterioso struggimento che non poteva essere identificato né con la natura, né con l’arte, né con il sesso. Per questo una sera del 1929, nel silenzio della sua camera al Magdalene College di Oxford, Lewis si inginocchierà: “Ero, forse, il convertito più riluttante di tutta l’Inghilterra”. Ma quello che lo farà passare dal semplice teismo a un positivo cristianesimo sarà il compimento e una sorta di salto quantico di tutta la dinamica raccontata finora. Lewis è troppo intelligente e logico per accontentarsi di ritenere Gesù “un grande maestro morale”. Questa è pura “idiozia”, perché “un uomo che fosse solo un uomo e dicesse le cose dette da Gesù non sarebbe un grande maestro morale. Si tratterebbe o di un pazzo lunatico – e di un tipo particolarmente detestabile – oppure sarebbe il demonio in persona. O quest’uomo era, ed è, il Figlio di Dio; oppure è un pazzo o qualcosa di peggio”. Cristo lo conquisterà da tutt’altra angolazione, “come un pellerossa che tende l’arco”.

Lewis passeggia con l’amico Tolkien lungo il sentiero di Addison’s Walk, con gli alberi che stormiscono al vento d’autunno e lasciano cadere una cascata di foglie. E qui Tolkien chiederà a Lewis quale fosse stata la prima grande occasione in cui l’avesse raggiunto quel “qualcosa che desiderate fin dalla nascita e che cercate da sempre di trovare, di vedere e di sentire”. Lewis disse che si trattava di quando da bambino aveva letto per caso, senza conoscere il contesto, queste parole: “Piangete tutti perché Balder il Bello è morto, è morto”. Lo avevano commosso fino alle lacrime, e gli avevano fatto decidere di dedicare la sua vita alla letteratura, come scrittore e come studioso. Si trattava, avrebbe scoperto poi, di un lamento pagano per la morte ingiusta del più giovane tra gli dei scandinavi. E Tolkien lo provoca: quello che ti ha colpito così tanto in quei versi è accaduto davvero, nella polvere delle strade della Galilea del 33 d. C., in un posto chiamato Golgotha. Quello fu il suo personale “discorso all’Areopago”, e Tolkien il suo san Paolo: “Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio”. Per questo secondo Lewis chiunque incontri Dio non dice mai: “Chi sei Tu?”, ma: “Eri Tu dunque, per tutto il tempo?”, eri già Tu, e io non lo sapevo.


E’ lo stesso orizzonte di colui che è forse la “radice segreta” dei moderni convertiti inglesi, alla cui ombra era cresciuto anche il piccolo Tolkien affidato a un sacerdote del suo oratorio: il cardinale John Henry Newman; questi affermava che “convertirsi vuol dire in fondo aderire ancora di più a quanto si credesse fermamente già prima”. L’uomo secondo Lewis non deve faro altro che guardare bene a ciò che desidera, perché è questo a identificare la propria identità ultima e irriducibile, il suo volto, senza il quale non è possibile scoprire nessuna risposta adeguata. Sono le parole di Aristotele, che Lewis amava citare: “Chi vuol avere successo deve prima porre le giuste domande preliminari”; e sono anche le parole della protagonista di “A Viso Scoperto”, non a caso una regina pagana: “Capii perché gli dei non ci parlano apertamente, né ci lasciano rispondere. Come possono incontrarsi con noi faccia a faccia, finché non avremo un volto? Ora so, Signore, perché tu non dai risposte. Tu stesso sei la risposta. Davanti al tuo volto ogni domanda muore sulle labbra. Quale altra risposta sarebbe soddisfacente?”. Scrivendo a un amico, ecco la conclusione di tanti passi, e l’inizio di un viaggio tutto nuovo: “Gesù è un mito”, come tutte le grandi storie di dei che abbracciano la morte, il dolore e l’umiliazione della vita umana, “con la tremenda differenza che è davvero accaduto”. E a questa tremenda differenza dirà di sì, “sorpreso” ancora una volta che i propri desideri più profondi fossero più veri di quanto egli osasse sperare o immaginare. A questa scoperta Lewis dedicherà tutta la vita, e il suo pensiero e le sue parole arriveranno inaspettatamente lontano, se Papa Benedetto XVI ha potuto dire nel 2008 che “sì, questa storia è accaduta realmente. Gesù non è un mito, è un uomo di carne e sangue […] e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio è diventato realtà”. Le stesse parole. Ma chi ha seguito gli interventi e il pensiero dell’allora cardinale Ratzinger, lo ha trovato spesso citare – soprattutto nei suoi viaggi inglesi – “lo scrittore e filosofo Lewis”, e la sua costante ammirazione per “Berlicche” e “L’abolizione dell’uomo”. E non è stato il solo Pontefice, dato che il Giovanni Paolo II teologo dell’amore sponsale non ha mai nascosto la sua predilezione per “I quattro amori” di Lewis. “Lewis sapeva qual’era il suo apostolato”, affermò Giovanni Paolo II al termine di un’udienza, “e l’ha fatto!”. Che un Pontefice romano dia dell’apostolo a un laico anglicano non è davvero poco. Anche la chiesa d’Inghilterra non può che rammentarlo, ma sempre meno e sempre più a denti stretti, visto che il limpido, solare “cristianesimo così com’è” di questo laico che – pur mettendo Enrico VIII all’inferno per bocca di Berlicche e dicendo che chi dissente dai cattolici sulla Vergine Maria finisce facilmente col sentirsi “un tanghero, oltre che un eretico” – non ha mai voluto pronunciarsi su ciò che divideva le chiese, trova sempre meno spazio in quella chiesa anglicana che, come ironizzava Oscar Wilde, ha come proprio santo patrono il san Tommaso dei dubbi e non il san Pietro delle certezze.

Quel che non si può più celare è come proprio i figli spirituali più celebri del grande apologeta, i suoi eredi artistici e filosofici, siano in maggioranza diventati cattolici, riconoscendo di aver semplicemente portato alle estreme conseguenze quanto era già implicitamente presente nel pensiero e nello sguardo del loro “maestro ed autore”. Bastino alcuni nomi di una lista assai più lunga: Thomas Howard, il teologo appartenente alla più celebre famiglia evangelica americana, quello che è stato chiamato il “Lewis americano”, oppure Peter Kreeft, storico docente di Filosofia del Boston College, forse il più noto apologeta contemporaneo, oppure Walter Hooper, segretario di Lewis e curatore della sua opera omnia, la persona che è riuscita a mettere a disposizione del mondo le migliaia di lettere di chi, pur così gravato da mille responsabilità, ha sempre risposto a chiunque gli abbia scritto, fosse il più illustre dei colleghi o il più piccolo dei bambini. E proprio un aneddoto raccontato di persona da Walter Hooper a chi scrive è forse in grado di descrivere perché tutti costoro, e molti altri, sotto l’influenza di Lewis, abbiano “varcato il Tevere”, come si usa dire. “Se Lewis fosse qui, oggi su questa terra, sarebbe certamente cattolico”, mi disse. “Per me il punto di svolta fu una domenica di Pasqua, anni dopo la sua morte. Mi recai in cattedrale, e un vescovo anglicano – mantenne questa vaghezza per carità, credo, nda – iniziò l’omelia dicendo: ‘Cari fratelli, stamattina parlavo col mio gatto, e gli domandavo: ma tu, o gatto, sei davvero sicuro che Gesù sia risorto?’. Me ne andai via disgustato; a casa accesi il televisore e vidi a Roma un uomo vestito di bianco esclamare a gran voce ‘Cristo è davvero risorto!’. Dove mai sarei potuto andare?”. E’ difficile immaginare un posto diverso per chi sia cresciuto con chi ha pubblicato un saggio come “Il veleno del soggettivismo”, e ha scritto che incontrare Dio è la cosa più gloriosamente scomoda del mondo, perché “Egli sta costruendo una casa tutta diversa da quella che avevate in mente voi. Pensavate di diventare una casetta ammodo: ma Lui sta costruendo un palazzo. Intende venirci a vivere Lui stesso”; se c’è una casetta ammodo è proprio la chiesa d’Inghilterra, che è abbastanza protestante da non obbedire al Papa, ma non così tanto da disobbedire alla Regina.

Nel vangelo si parla di Giacomo e Giovanni come “figli del tuono”, e non c’è forse miglior appellativo per i figli di una voce possente come quella di Lewis, come testimonia lo scrittore e poeta Sheldon Vanauken, aiutato da Lewis a convertirsi – anche Vanauken sarebbe poi diventato cattolico. Questi raccontò del suo ultimo incontro con Lewis, e di come tutti e due si fossero salutati con la sensazione che non si sarebbero rivisti mai più. Sheldon scosse la mano e disse: “Addio”. Fu richiamato dal vocione possente di Lewis, che lo fece tornare indietro. Questi sorrise al giovane, e tuonò: “I cristiani non dicono mai addio. Arrivederci!”. Per i figli e i discepoli di un tuono così, sentire le parole che echeggiavano forti e sicure in piazza San Pietro non poteva che farli sentire a casa.
 
di Edoardo Rialti

giovedì 16 settembre 2010

mercoledì 15 settembre 2010

Un'unica Passione

Ogni volta che guardo con vera coscienza all'occasione incredibile che é stata ed é tuttora (almeno fino al weekend conclusivo, il prossimo) la mia partecipazione alla Passione di Sordevolo ho quasi le lacrime agli occhi. Ringrazio il signor Gino Giorgio, torinese, per avermi inviato questa fotografia, scattata dopo lo spettacolo di alcune domeniche fa e accompagnata da queste parole: "Complimenti ancora per il grandioso spettacolo che fate e che coinvolge
totalmente noi che li guardiamo".
 






"Lance in resta!" gridò Mark con vigore,
"A morte gli dei della morte!
Sopra i troni dell'oscurità e del sangue
corre Dio che é il bracciante buono,
e l'oro e il ferro, la terra e il legno
egli li ama e li lavora.

I frutti spuntano nelle vostre fattorie
e le luci si accendono in ogni casa;
il Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra,
delle ruote e delle trame di ogni fattura,
il Dio che ha costruito il tetto, Gurth,
il Dio che ha fatto la strada,

il Dio, che falcia i re come querce,
scrive canti sopra le pelli,
il Dio dell'oro e del vetro rovente,
confregit potentias
arcuum, scutum, Gorlias,
gladium et bellum".

Acciaio e scintille si infransero su di lui,
 cavallli da battaglia e pugni,
tutti i re del mare vacillarono quando
si sollevò il legno delle armi del Wessex,
allo squillo della parola del Romano,
al rombo del salmo.

La ballata del cavallo bianco, GKC, libro VI

martedì 14 settembre 2010

Top of the Pope: in attesa di B XVI in GB






I preferiti di Ratzinger, Massimo Camisasca (Tempi.it)

Satana, il più grande teologo e uomo spirituale

Da Tempi.it un'interessantissima intervista al filosofo Hadjadj, del quale urge acquistare qualche libro, recensirlo e diffonderlo ai quattro angoli della terra. 



Predicazione dell'Anticristo, Luca Signorelli, particolare



La purezza del diavolo

Il primo avversario della Chiesa non è l’ateo», perché Satana non dubita di Dio né della sua dottrina. Intervista a Fabrice Hadjadj

di Rodolfo Casadei
 
Conosce alla perfezione le verità della dottrina cristiana e non ne dubita. È perfettamente casto e non ha mai commesso un peccato di lussuria in vita sua. Dona gratuitamente del suo senza esigere contropartite materiali. Eppure è il nemico assoluto di Dio e dell’uomo, menzognero, omicida e tessitore di inganni. È il diavolo, l’angelo ribelle. Questo ritratto geniale e sconcertante di Satana si trova nelle pagine di La fede dei demoni, l’ultimo libro di Fabrice Hadjadj tradotto in italiano (da Marietti).
Lo scrittore francese parte di qui per sviluppare una tesi suggestiva: l’ateismo e i peccati della carne, frutto dell’ignoranza e della debolezza umana, non sono i mali peggiori. Molto più gravi per le loro conseguenze sono gli spiritualissimi peccati propri del diavolo, soprattutto quando vengono compiuti dai cristiani: superbia, invidia, odio e disprezzo, vizi dello spirito, sono la base delle più grandi sciagure e di permanenti divisioni fra gli uomini. Per questo il diavolo li ispira continuamente. Dopo l’estate italiana dei giudizi sprezzanti distillati da tribune cristiane, delle gare di purezza e di sputtanamenti fra politici, difficile dare torto ad Hadjadj. Il quale indica anche la strategia per respingere l’assalto diabolico: affidarsi all’incarnazione, cioè alla carne di Cristo e alla carne di Maria, prefigurata nel Genesi come la donna che senza sforzo o paura schiaccia il serpente demoniaco sotto il proprio tallone. Contro ogni superbia, imparare da Maria l’apertura alla Grazia. Perché Maria è accoglienza della Parola di Dio che si fa carne, mentre il diavolo è il contrario dell’accoglienza. È orgoglioso, trae tutto da sé e non vuole ricevere.


Fabrice Hadjadj, il diavolo non è ateo, e perciò, lei dice, l’antitesi fondamentale non è quella fra teismo e ateismo, ma quella fra conoscenza e riconoscimento di Dio. Cosa vuol dire?

Anzitutto va notato che il primo riconoscimento di Gesù Cristo come figlio di Dio nel Vangelo non è quello di san Pietro o degli altri apostoli, ma dell’indemoniato di Cafarnao. Nella sinagoga di quella città un indemoniato incontra Gesù e il diavolo che possiede quell’uomo dice: «Io so chi sei tu, il Santo di Dio». Notare questo ci obbliga a rimetterci in discussione, perché forse non abbiamo le idee chiare sull’identità del nemico radicale e della natura della vera lotta: che non è quella contro l’ateo o il libertino, ma contro un’intelligentissima creatura spirituale. Un puro spirito, ovvero uno spirito impuro che è puro spirito. Pertanto non sarà appellandosi alla mera spiritualità che lo si potrà affrontare: quella è una specialità del demonio, che ha per progetto di ridurre il cristianesimo a uno spiritualismo. Lo scopo del mio libro non è soltanto di ricordare che la fede non è mera conoscenza, ma è riconoscimento che anima il cuore; è anche ricordare che la fede non è evasione in un mondo etereo, ma incarnazione. Dio ha voluto donarci la sua Grazia attraverso la carne, ed è nella carne e attraverso la carne che noi lo raggiungiamo. I grandi teologi ce l’hanno spiegato: il primo peccato del diavolo è stata l’invidia, scaturita dal fatto di sapere che il Verbo si sarebbe incarnato. Satana è inorridito all’idea che Colui che era spirito, e dunque aveva una connivenza speciale con gli angeli come lui, potesse farsi carne, e che gli angeli, puri spiriti, avrebbero dovuto adorare la carne, una carne umana.


Lei distingue fra la fede come dono di Grazia, che gli uomini sperimentano, e la fede come perspicacia dell’intelligenza naturale, che attribuisce ai demoni. In cosa sono differenti?

Gli angeli, compresi quelli caduti, hanno un’intelligenza più sviluppata della nostra. A loro i segni dell’agire di Cristo e della Chiesa sono sufficienti per ammettere che c’è qualcosa che viene da Dio. Per quanto attiene alla fede come dono di Dio, la fede che opera attraverso la carità, questa passa attraverso motivi di credibilità, perché l’atto di fede non annulla la ragione, non è un salto nell’assurdo. Ma i motivi ragionevoli non sono sufficienti a costringere l’intelligenza umana alla fede. L’uomo entra in essa attraverso una sorta d’umiltà, di abbandono. Al cuore della fede come dono c’è un atto di amore: non c’è semplicemente l’intelligenza che riconosce un fatto oggettivo, come nel caso dei demoni, ma un’intelligenza che chiama in causa il cuore e implica un atto di volontà. La volontà pone un atto di adesione, di fiducia, in una sorta di penombra. La fiducia, come ogni atto di amore, non si colloca né in piena luce né nelle tenebre, ma in una penombra. Nel Credo noi non diciamo: «Credo che Dio è così e cosà, è onnipotente e creatore». Noi diciamo: «Credo in Dio». Ed è l’“in” del modo accusativo del latino: «Credo in unum Deum». Cioè c’è un movimento per andare verso. Invece i demoni dicono: «Credo Deum», credo Dio. Cioè c’è l’intelligenza ma manca il cuore. E siccome è una fede prodotto delle sole forze del soggetto, è automaticamente orgogliosa. Lo si è visto a Cafarnao: il diavolo dice «io so chi se Tu». La prima parola è “io”.


Oggi succede un fatto curioso: la maggioranza della gente non crede nel diavolo come realtà teologica, ma allo stesso tempo è sedotta e intimorita dall’immagine della sua potenza. Film e telefilm propongono in continuazione il tema delle forze malefiche soprannaturali, e tanti si rivolgono a maghi e guaritori convinti di essere vittime di spiriti malvagi. Perché questa contraddizione?

Perché quando si abbandona il giusto rapporto con una realtà, immediatamente si manifestano due errori opposti. L’umanità è entrata nel razionalismo, ma il razionalismo non soddisfa il cuore umano. Di conseguenza si produce una reazione uguale e contraria: l’invasione dell’irrazionale. Il razionalismo ha detto: il Mistero è irrazionale, nessun rapporto con esso è possibile. La conseguenza è stata una reazione che instaura un rapporto ossessivo e anarchico con le forze delle tenebre. E che riconosce la potenza del diavolo, ma non la sua intelligenza: lo raffigura folcloristicamente come un caprone, lo associa ai sacrifici di animali. Ma il diavolo agisce più attraverso la sua intelligenza che attraverso la forza, la sua specialità è provocare due o più derive opposte, è orchestrare quelle che Giovanni Paolo II ha chiamato “strutture di peccato”: peccati che non sono in rapporto con un’intenzione umana univoca, ma che si creano per l’opposizione di due o più parti. Pensiamo alla Spagna, dove la reazione alle stragi anticristiane è stato il fascismo e da lì tre anni di guerra civile. Pensiamo al trionfo del nulla in tivù: nessuno l’ha deciso a tavolino, eppure si ha l’impressione che qualcuno l’abbia orchestrato. Il fatto è che il diavolo distingue perfettamente l’errore dalla verità, e moltiplica coscientemente gli errori per giocarci. Noi invece, anche quando siamo nell’errore, crediamo di essere nella verità, e ci teniamo. Il diavolo non ci tiene, ed è per questo che è capace di manovrare e di creare strutture che ci spingono a commettere cose che vanno al di là delle nostre intenzioni coscienti.


Lei semina il dubbio anche riguardo a parole feticcio sia del cristianesimo che della modernità come “dono” e “amore”. Lei dice che donare è cosa buona solo a condizione che il dono non nuoccia a chi lo riceve, e che il valore dell’amore dipende dal valore di ciò che si ama. Dunque anche il dono e l’amore possono essere astuzie diaboliche?

A don Luigi Giussani veniva rimproverato di usare poco la parola “amore”, e lui rispondeva che nella nostra cultura era diventata una parola equivoca. Aveva ragione. Oggi viviamo in un’eresia dell’amore. Il primato dell’amore è un’invenzione cristiana, ma il diavolo distorce la cosa così: purché sia amore, tutto è legittimo. Se una donna si innamora di un boa constrictor e desidera sposarlo, fa bene, perché è amore. Nel nome dell’amore, si perde di vista l’oggettività dell’amore. Perché amare non è semplicemente avere dei sentimenti per l’altro, è anche volere il bene dell’altro. Quando amo io debbo chiedermi: “Qual è il bene per l’altro?”. Ciò che conta di più è questa oggettività.


E per quanto riguarda il dono?

Intorno al dono effettivamente si è installata tutta una retorica moderna, dovuta soprattutto alla realtà dell’economia capitalista, per cui il dono appare come un argine alla logica del mercato. Ora, non è il dono in quanto tale ad essere una cosa cattiva, ovviamente, ma la logica del “dono di sé”, perché al centro mette il “sé”. Il punto non è dare se stessi all’altro, il punto è il bene dell’altro. Non devo donare me stesso all’altro, devo ridonare l’altro a se stesso. E ciò implica il Bene. L’ha detto perfettamente Heidegger: «L’amore predispone uno spazio affinché l’altro possa donarsi all’altro, non solo a me che lo amo. E affinché possa essere se stesso, e non è se stesso se non nella sua relazione col bene». La seconda cosa che va sottolineata è che il dono non è mai principio in una creatura. Il proprio di una creatura è di ricevere prima di donare. La creatura non ha l’iniziativa del dono, ce l’ha il Creatore. Come si legge nella lettera di san Giacomo: «Dio ci ha amato per primo». Se si dimentica questo, il dono entra in una logica demoniaca. Il diavolo è uno che vuole dare senza dover ricevere. Accetta la natura con cui Dio l’ha creato, ma rifiuta la Grazia, perché vuole dare da se stesso, con le sue proprie forze. La sua è una posizione di ebrezza e di orgoglio: io non ricevo, io do da me stesso, senza bisogno della Grazia. Il peccato del diavolo e di quanti sono sotto la sua influenza è di voler fare il bene con le sole proprie forze e secondo i propri piani. Pensiamo ai totalitarismi: hanno cercato di dare all’umanità una società perfetta, ma a partire dai propri piani, senza considerare il carattere irriducibile dell’altro, la singolarità di ogni essere umano. Il totalitarismo consiste nel voler dare all’uomo tutto, ma a partire da una teoria, da un’ideologia, e dunque in maniera totalmente riduttiva e soffocante, come si è visto nella storia.


Lei considera due errori opposti di ispirazione diabolica anche la riduzione del cristianesimo a cristianità, cioè a istituzione secolare, e l’opzione di una Chiesa dei pochi e dei puri, che rinuncia programmaticamente a influire politicamente. Cosa bisognerebbe fare per non cadere nella duplice trappola?

Che i due errori siano diabolici si vede da una cosa: un cristianesimo politicamente realizzato cadrebbe nell’orgoglio di sé, così come il ripiegamento su di sé di una piccola Chiesa di gente pura che ha rinunciato al potere provocherebbe un settario orgoglio spirituale. E l’orgoglio, lo sappiamo, è un caratteristico peccato del diavolo. Nel primo caso, la riduzione del cristianesimo a istituzione secolare ci impedirebbe di donare veramente il nostro cuore, ridurrebbe il paradosso cristiano a slogan, trasformerebbe la vocazione a essere martiri in vocazione a essere signori. Nel secondo caso, l’accontentarci di una piccola Chiesa di puri farebbe di noi una setta che guarda la società dall’alto in basso con disprezzo, e che dimentica che Cristo non è venuto per i cristiani, ma per tutti gli uomini.

lunedì 13 settembre 2010

Questo incantevole abbandono

L'altro giorno ho avuto tempo per una cosa che amo molto, e cioé sedermi in camera mia a sfogliare vecchi libri e letture, riscoprire i passaggi sottolienati e le pagine segnate, risentire le pagine di una certa edizione fra le mani e il profumo proprio di ogni libro. Così facendo mi sono ritrovato fra le mani questo passaggio di una mia vecchia lettura, sottolineato a penna e chiosato (meglio a matita, lo so , ma evidentemente non avevo altro...).


"E' un fuori dal tempo nel tempo... Quand'è stata la prima volta che ho provato questo incantevole abbandono, possibile solo in due? La quiete che avvertiamo quando siamo soli, la sicurezza di noi stessi nella serenità della solitudine non sono niente in confronto al saper abbandonarsi, al saper aspettare e al saper ascoltare che si vivono con l'altro, in una complice compagnia... Quand'é stata la prima volta che ho provato questa felice rilassatezza in presenza di un uomo? Oggi é la prima volta". 

L'eleganza del riccio, M. Barbery pag 271
Love makes the darkness light, by  Michael D. O'Brien

Ultimo primo giorno di scuola

Da "Man without a face, L'uomo senza volto, di Mel Gibson"

domenica 12 settembre 2010

Nine eleven

Ieri, 11 settembre, preso da altri impegni non ho potuto postare nulla. Lo faccio oggi.


Le vittime



Il cantiere del complesso della Freedom Tower comincia ad affiorare sul luogo del WTC (foto mia, estate 2010)



La croce ricavata dalle macerie e ora posizionata a lato di St Peter church, prima chiesa cattolica di NYC, a cinquanta metri dal WTC (foto mia, estate 2009)

venerdì 10 settembre 2010

Sì, esatto, signorina, avrebbe dovuto dire: purtroppo non siamo più nel Medioevo cristiano

Un interessante giudizio di Antonio Socci sulla vicenda lapidazioni e Iran.




Posted: 09 Sep 2010 12:57 PM PDT
C’è un diritto all’ignoranza, ma per la povera gente che non ha potuto studiare, non per i premi Nobel, né per i “maestri del pensiero” che pontificano dalle prime pagine dei giornali prendendo topiche imbarazzanti.
Non si può far la guerra al pregiudizio usando i pregiudizi (più sciocchi), non si può combattere l’oscurantismo esibendo la più crassa ignoranza.
Tanto meno per una causa nobile come la salvezza definitiva della povera Sakineh, la ragazza iraniana dallo sguardo dolce e triste, di cui ieri è stata sospesa la lapidazione.
A cosa mi riferisco? Alla prima pagina della Repubblica di ieri. Che, sotto il titolo “L’appello dei Nobel ‘Salvate Sakineh’ ” riportava, in caratteri grandi, questo testuale virgolettato: “Fermiamo l’orrore sul corpo di quella donna. La lapidazione è medievale, una punizione che non esiste nel Corano”.

Assurdità
Mi sono stropicciato gli occhi e ho riletto: “la lapidazione è medievale”. Sotto questa colossale baggianata, riprodotta fra virgolette e in caratteri grandi, la Repubblica ha riportato i nomi dei Premi Nobel Shirin Ebadi, Luc Montagnier, Rita Levi Montalcini, Harald Zur Hausen, Claude Cohen-Tannoudji e Gerhard Ertl.
Ma dall’articolo si evince che la frase è dell’avvocatessa iraniana, premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi che ha testualmente detto: “La lapidazione è una forma di punizione medievale che non esiste sul Corano”.
Lasciamo perdere la seconda parte della frase (“una punizione che non esiste nel Corano”), anche se sospetto che i mullah di Teheran conoscano ciò che dicono il Corano e gli altri testi normativi dell’Islam meglio di noi.
La cosa che mi ha fatto sobbalzare è quell’altra, perché è platealmente falsa: “la lapidazione è medievale”. Non so se la Ebadi intendeva parlare del “Medioevo islamico”, ne dubito perché altrimenti avrebbe dovuto dirlo.
In ogni caso, siccome la Repubblica non esce in Iran, ma in Italia, siccome ha scritto Medioevo tout-court (senza l’aggettivo islamico), siccome questa è la definizione dell’epoca cristiana data dall’Illuminismo e siccome è tipico della cultura europea post-illuminista attribuire al Medioevo cristiano ogni turpitudine, è naturale intendere il “proclama” che ieri stava sulla prima pagina di Repubblica come un anatema contro il Medioevo per antonomasia, il nostro Medioevo.
E allora qui c’è da trasecolare. Quando mai nel Medioevo si sono lapidate le presunte donne adultere? Per scrupolo professionale ho voluto consultare un medievista a 24 carati come Franco Cardini che, ovviamente, ha negato che nel Medioevo i cristiani lapidassero le donne ritenute adultere.
Anzi. La celeberrima pagina del Vangelo in cui Gesù salva l’adultera dalla lapidazione, prevista dalla legge ebraica di quel tempo, ha segnato una svolta storica. La pietà e il perdono di Dio irrompono nel mondo e lo ricreano.

Gesù liberatore delle donne
Quella pagina è una pietra miliare perché rappresenta in modo drammatico tutta la novità portata da Gesù rispetto all’antica Legge. E’ una rivoluzione che lui dovrà pagare con la vita.
Gesù mostra al mondo la struggente tenerezza di Dio verso i peccatori, rivela il “Padre misericordioso” che corre incontro al figlio scialacquatore pentito e lo riempie di abbracci e onori.
Gesù pronuncia parole durissime proprio contro quelli che si ritengono “perbene”, contro chi pretende di non essere peccatore, di non aver bisogno di perdono e di aver diritto di lapidare gli altri.
Questi “maestri della legge” vengono da lui chiamati “ipocriti” e “sepolcri imbiancati”. Gesù tuona: “Serpenti, razza di vipere! Come potrete evitare i castighi dell’inferno?” (Matteo 23, 4 e sgg). Gesù dice loro provocatoriamente: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli” (Mt 21, 31).
Dopo Gesù il mondo non è più lo stesso. Finisce anche l’orrore della schiavitù femminile. Non si uccide più una donna per un suo presunto peccato. Era un orrore che accomunava tutte le civiltà antiche: nella Roma imperiale, patria del diritto, una donna poteva essere ammazzata dal marito o anche dal suocero perfino per motivi futili, come aver bevuto del vino.
Eva Cantarella, nel suo libro “Passato prossimo”, spiega che su una figlia il padre ha diritto di vita o di morte (Ponzio Aufidiano per esempio uccise la figlia innocente quando scoprì che era stata violentata).
E ovviamente il marito può uccidere la moglie in caso di adulterio di lei. Ma non viceversa. Catone diceva: “se sorprendi tua moglie mentre commette adulterio, puoi ucciderla impunemente; se lei sorprende te invece non può toccarti nemmeno con un dito”.
Era pratica sociale accettata la soppressione o l’abbandono delle figlie femmine o anche il cedere la propria moglie come Catone che dette Marzia all’amico Ortensio (anche Ottaviano si fece cedere Livia dal marito).
Con il cristianesimo inizia l’unica, vera e duratura rivoluzione per le donne. E’ con Gesù, letteralmente con la sua venuta, che la donna acquista una dignità che non aveva mai avuto e che, anche giuridicamente, è pari all’uomo. E la più alta fra le creature sarà la Madonna.
Ricordo che perfino Roberto Benigni, nelle sue letture della Commedia dantesca, commentando il XXXIII del Paradiso, che inizia con la celebre preghiera alla Vergine, diceva: “la donna ha cominciato ad avere la possibilità di dire ‘sì’ o ‘no’ da quando Dio stesso ha chiesto a Maria di Nazaret il suo libero sì o no”.
Il medioevo è la prima, grande fioritura della civiltà cristiana ed è finalmente l’epoca della storia in cui non si è più potuto lapidare la donna adultera, né considerare la donna un oggetto su cui esercitare diritto di vita o di morte.
Qualcuno obietterà: ma come, stiamo dandoci da fare per salvare una povera donna dalla barbara lapidazione e tu pianti una grana in difesa del Medioevo. Sì. Perché in definitiva la salvezza delle tante Sakineh sta solo nella novità portata dal cristianesimo. Come è stato per l’Europa.
E’ vero quindi l’esatto contrario di quanto proclamato dalla prima pagina di Repubblica. Proprio il Medioevo segna, nella storia mondiale, la fine di quell’orrore. La Ebadi avrebbe dovuto dire: purtroppo non siamo al Medioevo cristiano.
Ovviamente non è che il Medioevo sia stato pieno solo di santi: gli uomini continuavano a essere peccatori e barbari. Ma si era invertito il corso della storia che andava verso la sopraffazione e la violenza sistematica sui deboli, i vecchi, i malati, i bambini e le donne. Il Medioevo avrà avuto i suoi difetti, ma non lapidava le donne.
Umberto Eco, che è una firma autorevole di Repubblica ed è un appassionato di quell’epoca potrebbe spiegarlo in un attimo alla redazione di quel giornale. Perché è incredibile che il quotidiano più diffuso, un giornale importante come Repubblica cada in questo colossale errore.

Pregiudizi
Come può accadere? Mi dice Cardini: “perché sui media ci sono cose di cui si può parlare male impunemente: il Medioevo è una di queste. E lo si fa per parlar male del cristianesimo su cui tutti si sentono in diritto di sputare”.
C’è un meraviglioso libro della medievista francese Régine Pernoud, pubblicato da Bompiani, “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, che demolisce proprio i tanti luoghi comuni calunniosi che dal Settecento sono stati ingiustamente diffusi sul Medioevo. Basati su falsità e ignoranza.
L’ignoranza, il preconcetto nutrito di luoghi comuni, la scarsa conoscenza della storia sono tutti ingredienti di quel, più ampio, planetario pregiudizio anticristiano, anzi “pregiudizio anticattolico”, che il sociologo Philip Jenkins, in un suo libro, ha definito “l’unico pregiudizio ammesso”.
In effetti l’epoca del “politically correct”, che ha messo al bando tutti i pregiudizi basati sull’appartenenza etnica, religiosa, sessuale o sociale, ammette solo quello contro la Chiesa cattolica.
Sulla Chiesa e sui cattolici di oggi e di ieri si possono impunemente sparare sentenze di condanna morale e culturale, immotivate e ingiuste.


Antonio Socci

Da “Libero” 9 settembre 2010

Se Augias ascoltasse John Wayne...





... e oltre a lui molti altri, a partire da Benedetto XVI (e, s'intende, per quello che lui dice, non per quello che gli fanno dire), sarebbe molto più simpatico e sereno, scriverebbe libri più belli  e intelligenti (o semplicemente belli e intelligenti), e insomma cambierebbero un po' di cose. D'altronde, lo stesso Wayne disse: "Life is tough, is tougher if you're stupid", "la vita é dura, é più dura se sei stupido".

Invece così non é e accadono queste cose.

giovedì 9 settembre 2010

Lo scultore

Pietà, Michelangelo, particolare


(L'abate Stefano Harding e il monaco Gauldry discutono sulla fondazione di un nuovo monastero cistercense e di chi inviare nella spedizione)


"Mi permetta però di farle osservare che, se lo manda sul serio, manderà con lui la metà del cuore del giovane Bernardo (di Chiaravalle, ndr). Sono stati i migliori amici sin dall'infanzia".
"Ci ho pensato" rispose Stefano pesando le parole. "Ma Bernardo deve abituarsi a sentirsi spezzare il cuore, Gauldry. Sembra che faccia parte della tecnica di Dio nell'arte di scolpire i suoi santi lo spezzar loro il cuore più volte: però lo fa soltanto per modellarlo su quello del Figlio suo".

da "Tre frati ribelli", di M. Raymond

mercoledì 8 settembre 2010

Time - Inception

Sono tanti gli spunti che potrei proporre a partire da una delle mie passioni, le colonne sonore dei film. Fin da quando ero piccolo. D'improvviso mi ricatapultavano nelle atmosfere dei film che più amavo, e non a caso il mio primo cd, avrò avuto dieci anni, é stato la soundtrack de Il Gladiatore. Il secondo Braveheart.
Ho quindi deciso di iniziare a proporre alcune fra le mie tracce preferite e interessanti, sempre con l'idea di make beaty di cui parlavo alcuni post fa.
Inception é un film con Leonardo Di Caprio non ancora uscito in Italia, l'ho visto a luglio a New York. Questa é la traccia finale; fin da quando l'ho sentita in sala, affianco ad un secchiello di Coca Cola da cinque dollari (american size), mi aveva da subito colpito. Il compositore é Hans Zimmer, quello de Il Gladiatore. Ho trovato molto strano e sorprendente che un traccia del genere sia posta in un film di ambientazione moderna come Inception. un science fiction. Personalmente, ascoltando questa musica, fra le tante immagini possibili mi si é fissata in mente quella di un principe ferito dopo una vittoriosa battaglia, riportato dai soldati al cospetto del re suo padre. E' una musica che comunica un senso di compiutezza, di un esito sofferto ma glorioso. Oppure ancora, l'immagine di un esercito in festa di ritorno a casa; il fatto é che questo crescendo mi suggerisce qualcosa di epico.
In realtà, come sarà possibile vedere fra non molto al cinema anche qui in Italia, la scena non vede altro che un gruppo di uomini uscire dal controllo passaporti di un aereoporto. Il mio consiglio? Il film é assolutamente godibile, da vedere.




lunedì 6 settembre 2010

"Non c'è commedia nel deserto": Chesterton ha qualcosa da dire a chi chiede un'Europa islamica


Così come mi é stato donato dalla carissima persona che ne é l'autore, ecco uno stupendo articolo e imperdibile, per capire meglio quale sia la grande differenza fra la civiltà cristiana e quella islamica, fra il Dio di Gesù Cristo e il Dio di Maometto, fra un gioioso campione dell'umano e un triste e corrucciato showman del deserto.
Da IlFoglio.it, come sempre il migliore.
















Chesterton contro Gheddafi

Appunti inediti per spiegare che la religione d’Europa non può essere l’islam

E’ sera in Egitto, e un turista inglese corpulento e ansimante, vestito di bianco impeccabile, accompagnato da una signora dai capelli rossi e l’aria gentile e paziente, sua moglie, osserva le strade e le persone. Tornato in albergo prende il proprio taccuino di appunti e riflessioni, e scrive: “Lungo la strada per il Cairo uno può notare almeno una ventina di gruppi esattamente uguali alla Sacra Famiglia nei dipinti della fuga in Egitto, con una sola differenza: che è l’uomo a cavalcare l’asino”.

Siamo nel 1919, e l’uomo era G. K. Chesterton,
diretto a Gerusalemme; avrebbe poi raccolto i reportage delle varie tappe del suo viaggio-pellegrinaggio in un volume del 1920, “The New Jerusalem” (non più pubblicato in Italia da oltre settant’anni e di cui riproponiamo qui alcuni stralci in una traduzione inedita, ndr). Alle spalle oltre vent’anni come giornalista, già decine di libri e innumerevoli conferenze, al cuore delle riflessioni del celebre polemista c’è sempre e innanzitutto lo sguardo di un poeta, capace di farsi colpire da un’immagine, una scena, sorprendendo e inseguendo gli imprevedibili nessi che questa è in grado di rivelare, sbaragliando le più facili e scontate presunzioni.
Così il viaggio nel tempo che Chesterton compie e annota via via che si muove nello spazio, da Londra, a Parigi, Roma, il Cairo e infine Gerusalemme, riflettendo sulle peculiarità delle diverse fasi della storia e delle civiltà, sono sempre suscitate innanzitutto da un particolare visivo. Così è anche nel caso dell’islam, che ha conquistato l’oriente e l’Africa un tempo romane, eppoi cristiane e bizantine. Il giornalista inglese è al Cairo, e guarda: “Dalla sua superba altitudine il viaggiatore ammira per la prima volta il deserto, da cui giunse la grande conquista”. Per prima cosa un’immagine: “La prima vista del deserto è simile a quella di un gigante nudo a distanza”. Chesterton continua a guardare, ed ecco, pian piano, emergere una scoperta, che porta in sé una considerazione assai più vasta: “Solo coloro che hanno visto il deserto nei dipinti generalmente lo pensano del tutto piatto. Ma quando la mente si è abituata alla sua monotonia, ecco un curioso cambiamento prenderne il posto: parrebbe strano dire che la monotonia della sua natura diventa novità; ma chiunque provasse il comune esperimento di dire qualche parola ordinaria come ‘luna’ o ‘uomo’ una cinquantina di volte, questi troverebbe che l’espressione è diventata straordinaria per semplice ripetizione”.

Questa è “la via del deserto”,
la sua filosofia e l’ultimo orizzonte di quanto in esso nasca, il grande segreto delle “religioni del deserto, specialmente dell’Islam”. Noi “pensiamo al deserto e alle sue rocce come antiche; ma in un certo senso sono innaturalmente nuove, ed ecco che possiamo cominciare a comprendere sia l’immensità che l’insufficienza di quella potenza che emerse dal deserto, la grande religione di Maometto”.
Pochi grandi artisti occidentali hanno trovate parole così semplici e magnanime come quelle di Chesterton – l’innamorato campione dell’occidente che aveva scritto la ballata “Lepanto” e il romanzo “L’osteria volante” in cui denunciava la minaccia di una islamizzazione della società inglese – per tessere un vero elogio dell’islam: “Nel cerchio rosso del deserto, nel luogo tenebroso e segreto, il profeta scopre le cose ovvie. Non lo dico come semplice scherno, giacché le cose ovvie vengono facilmente dimenticate, ed è proprio vero che ogni civiltà elevata decade nello scordare le ovvietà”. Ma ecco poi giungere, con un sorriso e inchino rispettoso, come nei migliori duelli, il guanto di sfida: “L’islam era contento con l’idea di possedere una grande verità, in effetti una verità colossale. Si trattava d’una verità così grande che era difficile accorgersi che si trattava d’una mezza verità”. La stessa grandezza della religione musulmana ne costituisce il massimo limite: “In altre parole, il musulmano, l’uomo del deserto, è abbastanza intelligente dal credere in Dio. Ma il suo credo manca di quell’umana complessità che deriva dall’istituire paragoni”. Invece lo sguardo di un poeta, e di un vero filosofo, vive di paragoni, perché questi soddisfano sia l’immaginazione che la ragione, salvando la misteriosa, affascinante complessità del cosmo; un uomo come Chesterton non si sarebbe mai accontentato per niente di meno, mentre “per farla breve, l’uomo del deserto tende a semplificare troppo, e apprendere la sua prima verità come la verità ultima”.

Per Chesterton l’uomo senza pensieri non è chi non pensi a niente, ma inaspettatamente, e qui egli cita e chiama in gioco l’amato Stevenson, “chi non abbia un pensiero da contrapporre all’altro mentre aspetta il treno alla stazione”. Questa dialettica vitale è il cuore della grande cultura occidentale. E’ un luogo davvero comune parlare dei “paradossi di Chesterton”: ma è proprio qui che essi attingono la loro forza, e il loro significato: si rivelano supremamente intelligenti, proprio perché costringono a scoprire nessi laddove non ce li aspetteremmo. Un “ateo di ferro” come il giovane C. S. Lewis – che trovò in Chesterton “lo scrittore più ragionevole che avesse mai letto” – li definiva i bagliori accecanti della spada di un guerriero che lotti per la vita; una cosa tremendamente seria, e capace di fare breccia nelle corazze più dure, come la sua, che qualche anno dopo, anche grazie a Chesterton, si convertì. Invece “i musulmani hanno un pensiero, e uno supremamente vitale; la grandezza di Dio che livella tutti gli uomini. Ma i musulmani non hanno un altro pensiero da contrapporre, perché davvero non dispongono di altro. E’ la frizione tra due realtà spirituali, tradizione e invenzione, o sostanza e simbolo, che permette alla mente di accendersi”. I milioni di lettori la cui mente sia stata accesa dalle parole di Chesterton, spesso fino a cambiare radicalmente opinioni e vita, lo possono testimoniare.

L’islam predica e propugna l’unità di tutti gli uomini, ma livellandone le differenze e specificità; la sua sterile uguaglianza “è quella del deserto e non del campo arato”. Di qui il sorgere d’un genere tutto peculiare di fanatismo, l’ideologia di ciò che viene sentito come ovvio: “Fanatismo suona come il piano contrario di buon senso, eppure, cosa abbastanza curiosa, sono facce della stessa medaglia. Il fanatico del deserto è pericoloso proprio perché prende la sua fede come un fatto, e neppure come una verità nel nostro senso più trascendentale. Divide i musulmani dai non musulmani proprio come dividerebbe l’uomo dal cammello”.
In sintesi, la migliore definizione dell’islam è che questo costituisce “un movimento, una reazione per la semplicità”. Tuttavia questo livellamento è ormai caratteristica diffusa anche di un occidente che ha smarrito la conoscenza di sé: “Ogni cristiano moderno che critichi così il movimento islamico farebbe altrettanto bene a criticare se stesso e il proprio mondo. Perché invero molte cose moderne sono semplici movimenti al modo del movimento musulmano. Al massimo costituiscono delle mode, in cui una cosa viene esagerata perché era stata prima trascurata”.
Ma cosa, dunque, contraddistingue il vero sguardo occidentale, figlio del cristianesimo? Un appassionato, verrebbe da dire spregiudicato amore per la complessità dell’umana esperienza, salvando e abbracciando quello che altrimenti finirebbe ridotto o censurato: e qui il giornalista inglese evoca soprattutto due grandi bacini: il rapporto col passato, ed il rapporto con il sesso. Entrambi questi fattori giocarono un ruolo fondamentale per il convertito Chesterton, che come poi Lewis avrebbe potuto benissimo definirsi “un pagano convertito in un mondo di puritani apostati”. Da quando Dio si è fatto uomo, tutta la storia umana, nelle sue glorie e nelle sue bassezze, diventa, per così dire, “un affare divino”, e questo permette di guardare al passato, personale e collettivo, con quel sentimento di “pathos” e una “ironia” altrimenti impensabili, “che divideva il cuore dei primi cristiani in presenza della grande arte e letteratura pagana”. Non si può che immaginare un Chesterton deliziato ed entusiasta ad ascoltare dal cielo le parole di Benedetto XVI a Ratisbona, o al Collegio dei Bernardini. “La cristianità, se possibile, non deve perdere niente”.

Così, rispetto alle tradizioni culturali
la civiltà cristiana ha potuto amare gli antichi senza venerarli ideologicamente (come invece accadde con Aristotele nei sapienti musulmani), o criticarli senza doverli distruggere. Nell’autentico sguardo cristiano troviamo sempre “questa combinazione che non costituisce un compromesso, ma piuttosto una complessità fatta di due entusiasmi contrari; come quando gli Anni Bui copiavano i poemi pagani mentre negavano le leggende pagane; o quando i papi del Rinascimento imitavano i templi greci mentre negavano gli dei greci”. Invece “Saladino, il grande guerriero Saraceno, non fece che spogliare le piramidi per costruire una fortezza militare in cima al Cairo. E’ un poco difficile comprendere quale sia il dovere dell’uomo nei confronti della Sfinge, e così i mammelucchi la usarono del tutto come bersaglio”.

Pochi autori del ’900 hanno cantato con tanta appassionata gioia di Chesterton la grande avventura dell’attrazione per una creatura che sia altra e diversa da sé, l’epica gioiosa della sessualità. Basti pensare a “Le avventure di un uomo vivo”, dove il protagonista escogita mille espedienti per sedurre e fare l’amore con mille donne dai nomi diversi, che in realtà sono solo la sua unica, amatissima moglie. Predicendo che si sarebbe arrivati ad un mondo da incubo in cui si sarebbe potuti divorziare per “incompatibilità”, Chesterton nel 1920 ribatteva che il bello delle donne è proprio quello di essere del tutto, incompatibilmente, meravigliosamente diverse dagli uomini. E proprio nel bacino della religione in cui Dio si è fatto uomo (maschio), la donna, “il sesso debole” sono state elevate a una dignità senza pari. Chesterton si divertiva a dire che Dio avrebbe inventato il matrimonio “per nobilitare l’uomo, giacché senza le donne gli uomini resterebbero sempre dei barbari”. Quello che diceva per la ragione potrebbe essere detto del rapporto con l’altro sesso: lo amava troppo per adorarlo, proprio perché lo conosceva bene. Egli, le cui ultime parole svegliandosi del coma per poi morire qualche istante dopo, sono state un “Ciao, mia cara” rivolto alla moglie, notava sorridendo che “ovunque sia cavalleria c’è cortesia; e ovunque sia cortesia c’è commedia. Non c’è commedia nel deserto”. E nell’usare quest’ultima parola sicuramente l’uomo che aveva scritto di non voler andare in cielo se non avrebbe ritrovato il tetto della propria casetta appena fuori Londra, e sua moglie dentro ad aspettarlo, sapeva di riprendere anche il titolo con cui il più grande poeta cristiano aveva cantato nella Firenze del ’300 il suo viaggio verso Dio, che era anche e sempre il suo viaggio verso la donna che gli aveva per sempre cambiato la vita.

Invece “è ammirabile che l’islam ammetta l’uguaglianza di tutti gli uomini, ma si tratta di una uguaglianza tra maschi”. Per Chesterton le donne costituivano il vertice della creazione, e come tale vanno trattate: “La cavalleria non è un’idea ovvia. Si tratta di un delicato equilibrio tra i sessi che conferisce il più raro e poetico genere di piacere a coloro in grado di coglierlo”; mentre, osservando la struttura sociale islamica nota che “il maschio musulmano è, specialmente nella propria famiglia, re, prete e giudice. Quel che voglio dire è che non possiede solo il regno, la potenza e la gloria, ma persino il glamour. […] Egli può comprendere la pietà per il più debole; ma la reverenza per il più debole è per lui semplicemente senza senso”.
Questo è per Chesterton “l’uomo del deserto, che si muove e non si posa mai, ma che possiede molte superiorità alle razze senza posa delle città industriali”. Ma tutti i movimenti e gli echi devono arrestarsi da qualche parte. Mentre le verità parziali, più o meno grandi, più o meno nobili – e in questo caso Chesterton nota che si tratta di una realtà che dura da oltre 1.300 anni e per la quale tanti “uomini semplici e seri e splendidi” hanno dato la vita – “non possono fare altro che muoversi; non hanno trovato dove riposare”. Al pari del femminismo, e del comunismo, molto meno profondi, l’islam è tormentato dalla sua riduttiva semplicità. La differenza rimane sempre la stessa, proprio laddove ad uno sguardo superficiale parrebbero le maggiori somiglianze. E’ un luogo comune che al fondo le professioni di fede non fanno che indicare la stessa nobile ultima realtà. Non dicono tutte che c’è un Dio? E’ vero, ma “come lo dicono” sottende immense differenze, dalle conseguenze altrettanto immense per la vita dell’uomo. Per rispondere Chesterton torna ancora una volta all’immagine, allo sfondo da cui tutto è nato: “il messaggio più elevato di Maometto è un pezzo di divina tautologia. Proprio il grido che Dio è Dio è una ripetizione di parole, come le sabbie e i cieli burrascosi del deserto che si ripetono ancora e ancora. Quella frase è come un’eco eterna, che non può smettere mai di ripetere le stesse sacre parole. Mentre molte persone, per esempio, immaginano che il Credo di Atanasio sia zeppo di vane ripetizioni, ma questo perché le persone sono troppo pigre per ascoltarlo, o non abbastanza lucide per comprenderlo. Vi si usano gli stessi termini, come in una proposizione di Euclide, ma come in una proposizione di Euclide i passaggi sono tutti altrettanto differenziati e progressivi”. E’ questa la radice della straordinaria tendenza innovativa della cultura occidentale: non potrebbe essere altrimenti in un cosmo culturale la cui religione sia la più progressista e materialista – per dirla con Rodney Stark e Romano Guardini – che si possa immaginare. In Cristo Dio stesso si è definitivamente coinvolto con la storia umana, e quindi è sempre possibile scoprire cose nuove, sul mondo e su stessi.

“La filosofia del deserto può solo cominciare ancora e ancora. Non può crescere; non può disporre di ciò che i protestanti chiamano progresso e i cattolici sviluppo”. E qui Chesterton dà prova della salute e della solidità di questa prospettiva con un’immagine che solo un simile sguardo potrebbe permettersi di suscitare: volete sapere se la filosofia che abbracciate funziona, è davvero in grado di rispondere esaurientemente al mondo? Ancora una volta, dipende da quanto somigli al fare l’amore, perché “i credi condannati come complessi possiedono qualcosa del segreto del sesso: prolificano i pensieri”. In questi giorni il leader libico Muammar Gheddafi ripete ogni volta che può che all’Europa converrebbe convertirsi in massa all’islam, e che le donne sono molto più rispettate nella sua religione. Francamente si sente tanto la mancanza di una Fallaci che possa chiedergli se egli condivida il cattolicissimo pensiero di Chesterton secondo cui “Dio avrebbe creato gli uomini solo come scusa per creare poi le donne”. Ma si sa, e Chesterton ce l’aveva già detto, “non c’è commedia nel deserto”.

di Edoardo Rialti