giovedì 29 aprile 2010

La mia natura é il fuoco


"Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo"

(da una lettera di Santa Caterina da Siena)

I veri progressisti


Dalla newsletter "Antidoti" di Rino Camilleri (una raccolta omonima delle quali é uscita da poco per Lindau), alcune interessanti notizie storiche che, diciamo, fanno un po' pensare.




Ho avuto l’onore di essere amico di Léo Moulin e di farne l’elogio funebre al Meeting di Rimini del 1996. Grandissimo sociologo delle religioni, ogni suo libro è stato per me illuminante. Ringrazio adesso Cosimo Galasso de «Il Corriere del Sud» (1 febbraio 2010) di avermi ricordato un suo passo, da cui traggo alcuni brani: «All’inizio del Seicento l’Europa conta 108 università, mentre nel resto del mondo non ce n’è una». Nel Medioevo «i minatori tedeschi vivono nel terrore degli gnomi, dei folletti» del sottosuolo. Li chiamano «coboldi» o «nikolaus» (il primo termine darà luogo al nome «cobalto» e il secondo a «nikel»). Ma «i teologi dicono una frase che dominerà l’intero destino dell’Occidente: Dio ha visto che ciò che ha fatto era buono e lo ripete, lo ripete sei volte». Dunque, niente paura. «Nello stesso tempo in Tibet i Lama proibiscono ai minatori di scavare la terra perché così facendo si va a scavare nella Madre e la si ferisce. Quindi, nessuna possibile metallurgia, se non con i minerali di superficie». Tra il XV e il XVI secolo gli europei contavano su «centocinquanta utensili, mentre in India ne avevano due. In india ci voleva un giorno per fare un tavola e noi la facevamo in due ore». Un progresso, dovuto al cristianesimo («L’idea di progresso appare già nel XII secolo») e che, attenzione, «affonda le sue radici nella tradizione, perché “sale sulle spalle” di quelli che sono venuti prima». La frase è di Bernardo di Chartres (1100-1169): «Siamo come nani sulle spalle di giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti».

lunedì 26 aprile 2010

Il Santo d'Anjou, colui che guidò un Popolo di Giganti facendone gli "insorti di Dio"




Il 21 settembre 1792 la Convenzione giacobina proclamava la Repubblica Francese, imboccando una strada che avrebbe portato di lì a poco alla dittatura spietata e al Terrore di Robespierre. S'iniziò a contare il tempo a partire da quel giorno, anno I della Repubblica, per sradicare dal principio la tradizione cristiana financo dal computo temporale, incentrato sulla nascita di Cristo.
Il 21 settembre 1992, esattamente duecento anni dopo, nascevo io.
E questa é la brutta notizia. Per Maximilien e il suo club s'intende, non certo per me: Jacques mais non jacobin, Giacomo ma non giacobino.

Ma ci fu un altro Jacques inviso ai membri della "Società degli amici della Costituzione", e alla sua storia é indissolubilmente legata l'epica insorgenza cattolica controrivoluzionaria della Vandea, che voglio introdurre proprio con questo post.
Premetto che ho scelto il mio nome "Ser Jacques" per puro amore della lingua francese, ma dopo aver conosciuto un uomo come Jacques Cathelineau, venditore ambulante poi generalissimo dell'Armata Cattolica e Regia vandeana, morto in battaglia a trentaquattro anni e soprannominato il "Santo d'Anjou" per la sua fede, da ora in poi mi firmerò Ser Jacques con questa coscienza, e con il Sacro Cuore puntato sul petto come un contadino vandeano.

Cathelineau é il più solare di quei raggi di luce di cui ho parlato precedentemente, bagliori di gioia e sacrificio vero nelle tenebre del Terrore: sono i martiri che ho imparato a ricordare nelle mie preghiere. Apro con questo post il capitolo sulle insorgenze, a partire dalla prima e più epica, risoltasi in un tentato genocidio del popolo vandeano da parte repubblicana.
Inizio con l'omelia dell'allora Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura Cardinale Poupard incentrata sulla figura del Santo d'Anjou; dalla prima volta che l'ho letta, ogni volta mi commuovo e mi stupisco perché é proprio vero che non esiste tenebra tanto grande nella Storia in cui in maniera inaspettata Cristo non faccia risplendere la sua luce attraverso uomini come il vandeano Jacques.
Vi invito con tutto il cuore a leggerla interamente: non é un mieloso ricamo agiografico, ma la testimonianza di un uomo come solo Gesù può generare.




Jacques Cathelineau



Tratto dal sito di Alleanza Cattolica, l'immagine é mia.

Il 18 luglio 1993, a Le Pin-en-Mauges, nella Francia Occidentale, presente il vescovo di Angers, S. E. mons. Jean Orchampt, è stato ricordato il primo generalissimo degli insorti vandeani contro la Rivoluzione. Nell’occasione S. Em. il card. Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ha pronunciato un’allocuzione, comparsa in L’Osservatore Romano. Édition hebdomadaire en langue française (anno 44, n. 32, 10-8-1993, pp. 8-9), con il titolo Soldat sous l’étendard du Roi du ciel e sottotitoli. Il nuovo titolo e la traduzione sono redazionali.



Jacques Cathelineau, 'il Santo dell'Anjou', un combattente sotto lo stendardo del Re del Cielo

Caro Monsignore,
Signori Rappresentanti delle Istituzioni Civiche e Amministrative,
Caro Parroco di Le Pin-en-Mauges,
Cari fratelli nel Sacerdozio,
Fratelli e sorelle in Gesù Cristo,

è una riunione di famiglia quella che oggi ci raccoglie tutti per celebrare con fervore, nel rendimento di grazie, uno dei nostri in questo villaggio dell’Anjou, Le Pin-en-Mauges, dove Jacques Cathelineau è stato battezzato il giorno dopo la sua nascita, il 5 gennaio 1759. I suoi resti mortali vi riposano in attesa della risurrezione. Qui è presente non solo la Vandea angevina, ma tutta la Vandea, attorno al suo primo generalissimo, Jacques Cathelineau, "il Santo dell’Anjou", e, secondo la bella espressione di monsignor Chappoulie, l’eroe da vetrata.

Eroe da vetrata

Oggi, l’anniversario che ci riunisce, nel fervore del ricordo e nella fedeltà della gratitudine, è quello della morte di Jacques Cathelineau, a Saint-Florent-Le-Vieil, due secoli fa, il 14 luglio 1793. L’esistenza così breve, esattamente trentaquattro anni, l’infanzia nascosta nel cuore della campagna angevina, il sorgere improvviso di un giovane vetturale senza istruzione militare e senza relazioni politiche, la carica vittoriosa che, in un lampo, fa di contadini senz’armi un esercito temibile, e di un giovane dei Mauges senza preparazione un generale di un esercito d’insorti cattolico e regio per la difesa della fede in Cristo, per la fedeltà al Pontefice Romano, e per la libertà di professare la religione con i sacerdoti fedeli alla Chiesa di Dio, e non assolutamente a una Repubblica persecutrice: questa epopea, grazie al suo carattere improvviso e alla sua dimensione, alla sua ispirazione e alla sua dedizione, evoca irresistibilmente il mistero di una Giovanna d’Arco.

Famiglia cristiana

Nato da una famiglia di artigiani — muratori e tagliapietre nella bella stagione, tessitori d’inverno — il giovane Jacques cresce in una famiglia cristiana, dove impara, com’è accaduto a molti di noi nel nostro Anjou, ad amare di uno stesso amore i genitori terreni e il Padre celeste, a recitare la sera il rosario durante la veglia, a non cominciare il pane fatto in casa senza segnarlo con una croce, a non passare davanti a un Crocifisso al crocevia senza salutarlo e segnarsi con rispetto. Fra il padre Jean e la madre Perrine Hudon, il fratello maggiore Jean e la sorella minore Marie-Jeanne trascorre giorni felici, come in tutte le case in cui ci si ama. Ma a dodici anni, nei Mauges, bisogna guadagnarsi la vita. Il parroco di La Chapelle-du-Genêt, don Marchais, amico del parroco di Le Pin, lo prende con sé al proprio servizio. Fa il cantore e il sacrestano in chiesa, e lavora in canonica e in giardino. In questi cinque anni la sua fede si rafforza, la sua devozione si arricchisce, il suo savoir-faire cresce, e il suo faire-savoir si sviluppa. A Le Pin ritorna un giovane alto e bello, dagli occhi chiari, con i capelli ricci e che sa parlare, compagnone qualificato nei banchetti di nozze e nelle feste campagnole e cantore trascinante nella chiesa del villaggio. A diciotto anni sposa la sua vicina Louise Godin, di otto anni maggiore di lui, che gli dà undici figli, di cui, nel 1793, restano loro solo quattro figlie e un figlio.

La Rivoluzione

Jacques è venditore ambulante. Attraversa il paese, i villaggi e le fattorie a vendere pettini e saponette, filo e aghi, lana e fazzoletti di Cholet, zucchero e sale, medaglie e corone del rosario, che vanno a ruba presso i suoi clienti angevini. Gioviale e servizievole, franco e leale, robusto e fine, con il volto vivace e dolce, la voce chiara e conquistante, vende la sua mercanzia e commenta le novità. Che sono cattive. La Costituzione Civile del clero vuol separare vescovi e sacerdoti da Roma e imporre loro il giuramento che a Le Pin come a La Chapelle-du- Genêt rifiutano. È l’ora della prova e della persecuzione. Cathelineau moltiplica i pellegrinaggi a Notre-Dame de Charité, a Saint-Laurent-de-la-Plaine e a Notre-Dame de Bon Secours a Bellefontaine. Di notte, con la croce processionale davanti, i parrocchiani supplicano la Vergine di conservare la fede cattolica: "Confido, Vergine, nel vostro soccorso". Un suo amico, don Cantiteau, ne è testimone: "Spesso solo lui era la guida, il conduttore di centinaia di persone che lo seguivano. Già sostenuto — come pare — da qualcosa di più che umano, percorreva avanti e indietro, per quindici o diciotto volte, tre leghe, cantando e facendo in questo modo il viaggio". Oggi non è un sacerdote a guidare la processione. Domani non sarà un nobile a guidare l’insurrezione. È Jacques Cathelineau, un laico, un semplice fedele, fedele alla sua fede e alla sua coscienza davanti a Dio e davanti agli uomini.

Da Parigi non giungono più solamente cattive notizie, arrivano misure persecutorie. Don Cantiteau si deve nascondere. Cathelineau lo rassicura: "State tranquillo, Signor Parroco, con la mia cassa di mercanzia porterò di casa in casa la vera fede".

Il combattimento per Dio

E questa fu, improvvisamente, la scintilla. La Convenzione decreta l’arruolamento in massa dei cittadini per sbarrare la via dell’Oriente all’invasione straniera, 6.202 volontari per il Maine-et-Loire, dei quali 701 per il solo distretto di Saint-Florent. Sono i giovani del popolo che si sollevano. La piccola nobiltà, che non è potuta emigrare, cerca di farsi dimenticare. Il clero, che non è potuto andare in esilio e che rifiuta il giuramento, si nasconde e cerca di calmare gli animi. La gente del popolo, sfinita dai dispiaceri, rosa dalle indignazioni e dalle preoccupazioni, giovani contadini, artigiani e commercianti rifiutano di servire un regime che li disprezza e li perseguita. Un grido unanime solleva i villaggi e le fattorie, sale dalle case e dalle cantine: "Non partiremo". Il 12 marzo 1793, a Saint-Florent, avviene la scaramuccia tante volte descritta e narrata. A partire dal giorno seguente, secondo Jean Blon, suo cugino, la decisione di Cathelineau, lungamente maturata, viene presa. Egli si pulisce le mani dalla pasta per il pane casereccio che sta per cuocere nel forno. La moglie gli si getta al collo, lo supplica di non lasciarla sola con i cinque bimbi inferiori ai dodici anni. "Abbi fiducia — risponde —. Dio, per cui vado a combattere, avrà cura di voi". Prende una spada, si mette un rosario al collo, si appunta un Sacro Cuore sul petto e parte, per la causa di Dio, seguito da ventisette uomini senza fucile, con una forca, una falce in mano e, nel cuore, una fede invincibile. Fra loro non vi sono né ufficiali, né nobili, né sacerdoti. È il popolo, il buon popolo dei Mauges, sono laici, brave persone, di modesta condizione, tessitori, carpentieri, calzolai, contadini. Cathelineau fa aprire la chiesa: "Voi non potete combattere — dice ai vecchi, alle donne e ai bambini —, pregate per il successo delle nostre armi". Gli uomini, che si sono tolti il cappello davanti al Crocifisso, cantano l’inno della Passione con Cathelineau, che li trascina certamente a combattere per il Re, ma si tratta di Cristo Re:

Vexilla regis prodeunt
Fulget Crucis mysterium
Qua vita mortem pertulit
Et morte vita protulit

Avanzano gli stendardi del Re
Risplende il mistero della Croce
Su cui la vita ha sopportato la morte
e con la sua morte dà la vita.

E così si darà, sotto lo stendardo del Re del Cielo, la vittoria di questi giovani contadini inesperti e la sconfitta dei repubblicani, battuti dagli irresistibili colpi di raspa del capo più prestigioso e più popolare della guerra di Vandea, condotta da uomini e da capi fra i diciotto e i trentaquattro anni. Cathelineau meriterà il bel titolo di "Santo dell’Anjou".


Il Sacro Cuore di Gesù con il motto controrivoluzionario "Dieu le Roi" "Dio il Re", simbolo degli insorti


Il soldato di Dio

Cathelineau fa un segno di croce e si lancia. Lo seguono tutti. La guerra di Vandea è cominciata. Incredibile epopea vittoriosa che porta questi insorti di Dio, da Jallais a Chemillé, e vola di vittoria in vittoria, da Cholet a Saumur e a Nantes, dove un colpo mortale colpisce al petto il generale in capo. Riportato a Saint-Florent, vi muore il 14 luglio: "Il Buon Cathelineau — annuncia suo cugino Jean Blon — ha reso l’anima a Dio, che gliel’aveva data per vendicare la sua gloria".

Dall’inizio alla fine di questi quattro mesi Cathelineau è il soldato di Dio, che fa mettere i propri uomini in ginocchio per chiedere, con il grande scontro di Chemillé, il soccorso del Dio degli eserciti, e che li lancia in combattimento al grido "Soldati di Gesù Cristo, avanti! Con le baionette, le picche, i bastoni!".

Dal Bois-Grolleau alla chiesa di Saint-Pierre de Cholet, con il loro capo, recitano ininterrottamente il rosario, prima di cantare il Te Deum.

A Fontanay Cathelineau porta religiosamente la croce processionale con cui guidava — come ho detto — i pellegrinaggi di Notre-Dame de Charité e di Notre-Dame di Bellefontaine. Con la sua voce forte, chiara e trascinante, lancia il suo appello: "Se durante la carica vi ricordate di essere soldati di Gesù Cristo, vi avventerete come leoni sui barbari nemici del suo nome e delle vostre famiglie. Coraggiosi Compagni, raccomandate l’anima a Dio".

Questo fu il carattere popolare della guerra di Vandea, a imitazione del capo, Cathelineau, democraticamente eletto: un combattimento per Dio.

Come Giovanna d’Arco

A Saumur un testimone racconta: "Tutti i vandeani, sia i capi che i soldati, portavano sul cuore uno scapolare su cui erano le lettere iniziali dei santi nomi di Gesù e di Maria, attorno a un cuore fiammeggiante. Moltissimi portavano il rosario".

Dall’alto, Cathelineau arringa le truppe con la sua bella voce: "Guardate le torri della fortezza. Presto ne sarete i padroni. Le forze principali della Repubblica sono a Saumur. Questa piazza vi farà padroni del corso della Loira. La via verso Parigi sarà aperta. Allora rialzeremo gli altari e rimetteremo il re sul suo trono".

Utopia! diranno gli scettici. Ma Napoleone, che era un esperto di uomini e di soldati, scriverà nelle sue Memorie: "Cathelineau aveva ricevuto dalla natura le principali qualità di un capo militare: l’ispirazione a non lasciar mai riposare né i vincitori, né i vinti. Nulla avrebbe potuto fermare la marcia degli eserciti regi. La bandiera bianca avrebbe sventolato sulle torri di Notre-Dame prima che fosse possibile alle armate del Reno correre in aiuto del loro governo".

In verità, Cathelineau, come Giovanna d’Arco, alimentava la sua ispirazione e la sua determinazione a un’altra fonte: "Il primo movente che lo fece soldato — dirà don Cantiteau — fu la sua devozione: lo zelo ardente per la gloria del suo Dio, il suo attaccamento alla fede cattolica, il desiderio di vedere la monarchia restaurata, ecco i primi e principali motivi che gli hanno fatto prendere le armi e che lo hanno reso intrepido in mezzo ai maggiori pericoli. Nella sua generosa decisione non entrarono assolutamente l’ambizione, il desiderio di fare la propria fortuna, di conquistare gloria e di farsi un nome".

Il Santo dell’Anjou

Cathelineau comincia la guerra con la forza di un crociato, la conduce come un capo militare di grande sagacia e bravura, con coraggio e con prudenza. Nel momento del consiglio, si fa ascoltare. Nel momento del combattimento, si fa seguire. Tutti hanno una fiducia illimitata nella sua parola. Per tutti è "il Santo dell’Anjou". E lo storico lo nota: finché fu alla testa dell’esercito vandeano, lo mantiene sempre all’apogeo della sua grandezza, "un popolo di giganti", dirà il vincitore di Austerlitz, la cui anima di corso comprese la fede dei Mauges e l’ammirò. Le testimonianze sono innumerevoli. Secondo la marchesa di Roche de la Rochejacquelein, "non si è mai visto un uomo più dolce, più modesto e migliore. Era dotato di un’intelligenza straordinaria, di un’eloquenza trascinante. I contadini l’adoravano e gli portavano un grandissimo rispetto. Da molto tempo aveva una grande fama di devozione e di temperanza, al punto che i suoi soldati lo chiamavano il Santo dell’Anjou".

Secondo Boutillier de Saint-André, "il suo valore mirabile, il suo zelo a tutta prova, il suo disinteresse ispiravano una fiducia illimitata ai soldati, che ai suoi ordini facevano miracoli. Era amato dai contadini soprattutto per la sua compassione e perché, nato nella loro classe, ne aveva conservato il costume, i modi e il linguaggio. Per questi motivi venne scelto come generalissimo dell’esercito vandeano, e il semplice mercante di filo fu comandante, senza la sia pur minima opposizione, di grandi signori, sottomessi volontariamente alla sua autorità".

Secondo don Cantiteau, "aveva veramente la fede". L’ultimo messaggio alla moglie fu questo: "Mia cara Louise, alleva i figli nel timor di Dio. Ripeti loro spesso che il loro padre, prendendo le armi, cercava solamente di salvare la religione cattolica nella quale sono stati battezzati. Offro la mia vita perché possano crescere da buoni cristiani nella pace religiosa". Come dice D. Autichamp, sarebbe impossibile negare che Dio ispirò Cathelineau.

La liturgia odierna ci invita a meditare le parabole del Regno dei Cieli. Indubbiamente, Cathelineau, a due secoli di distanza, costituisce per noi una parabola vivente del Regno. Cathelineau fu un cristiano fervente, fedele alla sua coscienza fino all’eroismo, fedele al Dio del Cielo e al Papa di Roma fino all’effusione del sangue. Questo è tutto il segreto della sua epopea: sfida le analisi umane, ma realizza il disegno di Dio.

Il sangue versato per Dio

Come Giovanna d’Arco — Jacques Cathelineau ne era convinto —, la sua ispirazione gli veniva dall’Alto: "Dio ci ha chiesto di combattere — dice — perché non avevamo altro mezzo per affermare la nostra fede. Ma non è certo che otterremo la pace religiosa con le armi. Il sangue che si versa per Dio non è mai perso. Con quello di Cristo serve alla redenzione del mondo". Non sono le parole di un capobanda, ma di un figlio della Chiesa, di un uomo di fede e di speranza, d’amore e di pace. Oggi, nella nostra Francia, nella nostra Europa, nel nostro mondo, abbiamo tanto bisogno di fede e di speranza, d’amore e di pace. Cathelineau ce ne mostra la sorgente.

Fratelli, come Cathelineau ha fatto tante volte nella sua giovinezza felice e gioiosa, come ha fatto nella sua lotta dolorosa e gloriosa, entriamo nel grande mistero dell’Eucaristia, memoriale del sacrificio della Croce, su cui Cristo ha versato il suo sangue per la salvezza del mondo. Permettetemi, concludendo questa rievocazione troppo breve del Santo dell’Anjou, nel bicentenario del versamento del suo sangue per il diritto della coscienza, per la libertà religiosa, per la fedeltà alla Chiesa cattolica, di citare quel grande vescovo d’Angers che fu mons. Chappoulie, nell’invito alla commemorazione del 1959: "L’omaggio che renderemo al "Santo dell’Anjou" ci insegnerà a conservare piamente nei nostri cuori il ricordo di quanti, con lui, lottarono e caddero eroicamente per affermare, di fronte a un potere centrale che trasformava il regime di Francia in una macchina da guerra contro la fede religiosa e contro la fedeltà alla Chiesa nostra madre, contro i diritti di Dio e della coscienza.

"Venerando Cathelineau, non dimenticheremo che, senza il magnifico sacrificio dei vandeani, Bonaparte non avrebbe reso così rapidamente alla Francia il diritto di cantare il Credo dei suoi padri. Senza la morte di migliaia di loro, le nostre chiese non avrebbero ritrovato in una volta sola i loro sacerdoti e le loro campane. Saremmo colpevoli di ingratitudine non ricordandoci che alla Vandea schiacciata sui campi di battaglia Dio diede la vittoria della causa sacra per cui i suoi figli caddero con Cathelineau".

Fratelli, dobbiamo avere il suo stesso coraggio della fede, lo stesso ardore della speranza, lo stesso fervore dell’amore.

Amen.

+ Card. Paul Poupard
Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura






Lo Svarione: "Si vabbé..."

Per la seconda puntata di Comicittà, dopo Avatar II ecc..., ecco una chicca: il trailer dello Svarione degli Anelli III. Buone risate!



domenica 25 aprile 2010

Bucolicon Liber





"Ab Iove principium, Musae: Iovis omnia plena;
ille colit terras, illi mea carmina curae"

"Giove é l'inizio, Muse; in ogni cosa é Giove.
E' lui che regge il mondo; a lui il mio canto é caro"


(III Ecloga, vs 60-61)

sabato 24 aprile 2010

Everything's not lost

Uno dei primi successi dei Coldplay, brano del primo album Parachutes. Il video é preso dal dvd "Coldplay live 2003", di cui c'è anche il cd. In questo live, alla fine del brano, Chris esegue un bellissimo pezzo di piano. Buon ascolto.







EVERYTHING'S NOT LOST

When I counted up my demons
Saw there was one for every day
But with the good ones on my shoulders
I drove the other ones away

So if you ever feel neglected
And if you think all is lost
I'll be counting up my demons, yeah
Hoping everything's not lost

When you thought that it was over
You could feel it all around
Everybody's out to get you
Don't you let it drag you down

'Cos if you ever feel neglected
And if you think all is lost
I'll be counting up my demons, yeah
Hoping everything's not lost

If you ever feel neglected
And if you think all is lost
I'll be counting up my demons, yeah
Hoping everything's not lost

Sing out ah ah ah yeah
ah ah yeah
ah ah yeah
and everything's not lost



NON TUTTO E' PERDUTO

Quando ho contato i miei demoni
Ho scoperto che ce n'era uno per ogni giorno
Ma con quelli buoni sulle mie spalle
Ho cacciato via gli altri

Così se mai ti senti trascurato
E se pensi che tutto è perduto
Io conterò i miei demoni, sì
Sperando che non tutto sia perduto

Quando pensavi che fosse finita
Potevi sentirlo ovunque
Tutti sono li per dirti
Non lasciare che ciò ti faccia cadere

Così se mai ti senti trascurato
E se pensi che tutto è perduto
Io conterò i miei demoni, sì
Sperando che non tutto sia perduto

Così se mai ti senti trascurato
E se pensi che tutto è perduto
Io conterò i miei demoni, sì
Sperando che non tutto sia perduto

Cantando
Oh, oh, oh, sì
Oh, oh, sì
Oh, oh, sì
Non tutto è perduto

Si, dai, si
Oh, oh, oh, sì
Oh, oh, sì
Oh, oh, sì
E non tutto è perduto

giovedì 22 aprile 2010

martedì 20 aprile 2010

Recensione: Danton






"Danton" é un film sul totalitarismo. Non vi troverete consolazioni, né umanità ma semplicemente l'agghiacciante clima creato nella Francia del 1794 (o anno II della Repubblica) dalla dittatura del Comitato di Salute Pubblica e della Convenzione giacobina.
E' un film pressoché perfetto. Un sublime Gerard Depardieu interpreta uno dei principali attori del movimento rivoluzionario, un ideologo che basa il suo potere sul favore della piazza (della serie "Il popolo sono io!") che dopo essere stato uno dei fautori dello sviluppo estremo della Rivoluzione (sviluppo, non radicalizzazione o traviamento, ma coerente sviluppo), vale a dire il Terrore, capisce che é il momento di cambiare politica. Ma i giochi sono innescati.
Il film si concentra sul ritorno a Parigi di Danton, sulle sue ultime settimane di vita, ed é un fedele e magistrale spaccato della lotta fra le fazioni rivoluzionarie a suon di intrighi, equilibri di forze e volontà di affermare il potere della Repubblica, vale a dire a continuare a spargere sangue.



Danton


I due poli sono Danton, amato dal popolo e circondato da fedelissimi (?), e Robespierre, interpretato rasentando la perfezione dall'attore polacco Pszoniak. Un Robespierre che se prima cerca di frenare gli impeti sanguinari di Saint-Just, suo braccio destro, e degli altri membri del Comitato, i quali vorrebbero eliminare senza indugio Danton e i suoi compagni, capisce poi di non avere altra scelta se non farlo arrestare e processare, secondo i metodi in voga all'epoca, vale a dire condanna certa. E' la Rivoluzione che mangia i suoi stessi figli.
Tante le frasi pronunciate da diversi personaggi atte a dipingere il clima rivoluzionario. Clima dove a regnare é l'incertezza; bisogna stare attenti a qualsiasi frase, come si evince dalla scena dell'arrivo di Danton, quando fra la coda per il pane si fa largo una pattuglia giacobina che scorta un condannato alla ghigliottina: "Cominciano presto oggi!"
. E' il regno del sospetto assoluto, e l'implacabilità di tale sistema si coglie nel dramma di Danton stesso, certo dell'appoggio del popolo fino all'ultimo, fino al Tribunale Rivoluzionario dove andrà in scena un processo politico. Ma non é così. Infatti le posizioni di Robespierre e dell' "eroe del 10 agosto" non possono convergere: avevano lottato per l'uguaglianza, ma "per te", dice Danton rivolto a Maxime "uguaglianza significa livellare tutti con la ghigliottina". "Proprio perché sono stato uno che ha iniziato il Terrore ora dico basta".




Saint-Just e Robespierre



E' ben mostrato come nella Rivoluzione ruolo fondamentale avesse l'abilità oratoria; sia il discorso di Robespierre alla Convenzione per convincere i deputati della colpevolezza di Danton, sia il discorso di questi durante il processo fanno capire come l'importante fosse saper parlare. I club hanno mosso la Francia con l'abilità della parola e basta, ed é questa che é capace di convincere un'assemblea che uno dei suoi eroi é d'un tratto diventato capo di un inesistente comitato contro-rivoluzionario. Anche la regia sottolinea questo, facendo lunghi primi piani dei due oratori nei rispettivi discorsi, concentrandosi sull'espressività.



Un'assemblea della Convenzione


In "Danton" non troverete consolazioni. E' un film duro e amaro proprio perché fedele alla storia. L'unico elemento di umanità é la moglie di Desmoulins, amico di Danton, sempre ripresa con in braccio il proprio figliolo: é a lei che bisogna guardare per trovare un bagliore di umanità in mezzo al Terrore. Camille Desmoulins sarà diviso per tutto il film, fedelissimo di Danton ma al contempo grande amico di Robespierre il quale gli offrirà più volte occasione di salvarsi; Camille rifiuterà e accompagnerà Danton sul carretto verso il patibolo.




Camille Desmoulins e la moglie Lucie


"Danton" é un capolavoro del genio polacco Andrej Wajda, autore del recente "Katyn"; uscito nel 1983, é pieno di riferimenti alla situazione della Polonia sotto il regime sovietico, qui metaforicamente rappresentato dalla dittatura giacobina. "Danton" é un film di teologia negativa: dopo la visione occorre fare qualcosa di bello; mai come leggendo e seguendo gli episodi e la mentalità della Rivoluzione Francese ho capito come noi uomini siamo fatti per la bellezza. Ed é in quest'ottica, come già dicevo, che le innumerevoli testimonianze dei martiri rappresentano davvero una luce nelle tenebre, come mostrerò soprattutto nei successivi post sulla Vandea.

Il film é oggi quasi introvabile, io l'ho dovuto ordinare (é distribuito da San Paolo); su YouTube é interamente riportato, e non essendo disponibile il trailer riporto una scena fra le più significative. Lingua francese, sottotitoli in inglese. Il processo é già avviato, e Danton viene portato nelle prigioni del popolo (osservate bene la struttura: é una chiesa sconsacrata) assieme ad altri imputati; il popolo si preme alle inferriate per acclamare Danton. Un prigioniero lo afferra per il bavero e dice: "Allora esiste giustizia! L'inventore del Tribunale Rivoluzionario condannato! Io creperò ma creperai anche tu!"


















"Per la reformazione della Santa Chiesa"

Potevo non riportarlo? Da IlSussidiario.net





I consigli di Santa Caterina al Papa

martedì 20 aprile 2010

Pioveva a dirotto quella sera di cinque anni fa quando, incollati al televisore, aspettavamo che si aprisse il finestrone centrate di San Pietro e un cardinale ci annunciasse il nome del nuovo Papa. Disse: «Josephum sanctae romanae Ecclesiae cardinalem Ratzinger». E aggiunse che l’eletto aveva scelto come nome Benedetto XVI. Dopo pochi minuti il duecentosessantacinquesimo pontefice della Chiesa Cattolica appariva al balcone e si dichiarava «umile lavoratore nella vigna del Signore».

Lavoro duro, pieno di insidie, carico di dolore. Come ben stiamo vedendo. E come la lunga storia della Chiesa mostra chiaramente. Pensiamo a quando, all’inizio del quattordicesimo secolo, il Papa si trovava ad Avignone rischiando di finire sottomesso alla monarchia francese. Per di più pericolose eresie laceravano la comunione ecclesiale, appetiti terreni muovevano guerra al territorio della Chiesa, grandi prelati davano pessimo esempio con una vita dissoluta e mondana.

Ma lo scandalo del male non prevalse neppure allora sulla sicurezza che il Padrone della vigna non l’avrebbe mai abbandonata e che ogni difficoltà avrebbe potuto trasformarsi in sorgente di bene.

Lo documenta in modo impressionante una delle lettere che Caterina da Siena indirizzò a Gregorio XI, il papa che nel 1377 avrebbe riportato a Roma la sede pontificia. La santa senese chiama il Papa «Santissimo e dolcissimo padre in Cristo Gesù» e lo definisce «portinaio» della casa di Cristo «la cui vece rappresentate in terra».

Ella è ben consapevole che la missione del Papa è carica di croce e dolore, tanto più gravi in quanto sono spesso provocati da «ribelli figliuoli». Perciò invita anzitutto Gregorio a imitare il «dolce e innamorato Verbo, che virilmente corre all’obbrobriosa morte della santissima croce, per compire la volontà del Padre e la salute nostra».

Pur dentro un appassionato slancio affettivo - lo chiama «Babbo mio» - Caterina non nasconde le difficoltà: «Da qualunque lato io mi volgo, vedo e’ secolari, e’ religiosi, e li chierici, con superbia correre alle delizie, stati e ricchezze del mondo, con molta immondizia e miseria». E come non ricordare, di fronte alla parola «immondizia», il grido accorato del cardinale Ratzinger durante la Via Crucis del 2005: «Quanta sporcizia nella Chiesa».


Nella vigna del Signore, prosegue Caterina, ci sono «fiori, che debbono essere fiori odoriferi» e invece «gittano puzza d’ogni miseria». E Caterina suggerisce a Gregorio: «Mettete mano a levare la puzza de’ ministri della santa Chiesa; traetene e’ fiori puzzolenti, piantatevi e’ fiori odoriferi, uomini virtuosi, che temono Dio».

Non è opera facile e priva di fatica e tribolazione. Ma, conclude la santa, «confortatevi con Cristo dolce Gesù. Ché tra le spine nasce la rosa, e tra le molte persecuzioni ne viene la reformazione della santa Chiesa».

È quello che Benedetto sta facendo. E, come Caterina, volgiamo essere al fianco del nostro «dolcissimo padre».



domenica 18 aprile 2010

Portare la talare sotto la République


Continuano le mie letture e il mio viaggio dentro la Rivoluzione Francese e le sue persecuzioni; se ancora resisto nell'andare a fondo della storia di questa gabbia di matti é perché scopro continuamente testimonianze incredibili come quella del beato Jacques Burin, sacerdote martire. Ecco la sua storia.





Jacques Burin, sacerdote della diocesi di Le Mans, fa parte del gruppo di 19 martiri di Laval beatificati il 19 giugno 1955. Era nato a Champfleur, in Francia, il 6 gennaio 1756 ed allo scoppio della Rivoluzione Francese era parroco di Saint-Martin-de-Connée. Il 20 febbraio 1791 accettò in buona fede di prestare il giuramento richiestogli, con la clausola che fossero salvaguardati i diritti del papa. Quando però venne a sapere che il pintefice Pio VI aveva condannato la costituzione civile del clero, anche la riserva che egli aveva posta non gli sembrò più sufficiente, motivo per cui, onde evitare lo scandalo, decise di leggere pubblicamente in chiesa la bolla papale. Questo coraggioso gesto gli valse l’arresto, ma grazie ad accorgimenti del suo avvocato difensore riuscì a riottenere la libertà. Fu tuttavia costretto a vivere per circa tre anni lontano dalla sua parrocchia, fingendosi mercante ambulante pur di continuare ad esercitare il suo ministero ove veniva a trovarsi. La legge del 18 maggio 1793 comminava la pena di morte a tutti quei sacerdoti soggetti alla deportazione che venivamo trovati sul territorio della Repubblica.
In quel tempo a Courcité viveva la famiglia Lemagre, composta da tre ragazze e due giovani. Uno di essi comandava la colonna mobile di Evron, mentre due delle ragazze, patriote esaltate, odiavano indistintamente tutti i sacerdoti che non avevano giurato e vivevano nascosti. Un giorno costoro, fingendo di volersi convertire, chiesero alla vecchia domestica del parroco di Trans se esistesse nella zona un sacerdote clandestino disposto a confessarle. La vecchietta ingenuamente ne parlò al Burin, in quel periodo nascosto a Loupmgèrcs. Il sacerdote, senza nulla sospettare, il 17 ottobre 1794 si recò in una fattoria nei pressi della parrocchia di Courcité per raggiungerla l’indomani. Il fattore tentò di dissuaderlo dall’impresa, data la presenza in quel paese della colonna mobile di Evron, ma il sacerdote gli rispose convinto: “Devo andare, vi sono anime da salvare”.
Durante la notte piombò all’improvviso nella fattoria una squadra della colonna mobile. Si avvicinava la fine. Il fattore svegliò il Burin che cercò di fuggire, ma fu scorto presso un pagliaio da due soldati e dunque ucciso a colpi di fucile. Gli si precipitarono quindi sopra e lo trovarono con il calice stretto al petto. Al colmo della gioia uno dei soldati baciò l’arma, mentre altri bevettero in quel calice. La vittima fu poi denudata e gettata sopra un letamaio. Soltanto la notte seguente alcune persone, impietosite, diedero onorata sepoltura alle spoglie del glorioso martire.


sabato 17 aprile 2010

Era primavera eterna



"Ver erat eternum" (Met. I, vs 107)


"qui primavera sempre e ogne frutto" (Purg. XXVIII, vs 141)



"Nonostante si succedano i secoli infatti il fascino che emana Gesù di Nazaret non diminuisce, ma ingigantisce. Ed é sempre la sua stessa storia che accade, eppure sempre nuova, la stessa avventura, ma che si presenta in forme imprevedibili e inimmaginabili: chi infatti avrebbe mai potuto immaginare - dopo San Paolo e san Benedetto e dopo sant'Agostino e san Bonifacio - che qualcuno potesse "inventare" Francesco d'Assisi o Ignazio di Loyola e i suoi compagni? Chi poteva prevedere Caterina da Siena o Teresa d'Avila o padre Pio o Madre Teresa? O Bernadette o Giovanna d'Arco? Un'eterna giovinezza, una serie infinita di primavere, tutte egualmente luminose e tutte con colori diversi".

Indagine su Gesù, Antonio Socci pag. 124-125




venerdì 16 aprile 2010

Vita e letteratura



Ecco un mio articoletto comparso su "Il Biellese" di oggi un po' ritoccato, dopo molte peripezie che non sto a raccontarvi, per presentare la serata su Leopardi.





Nell’aprile 2008 all’Auditorium di Città Studi, il professor Franco Nembrini aveva già mostrato con successo ad un folto pubblico composto di studenti, docenti e gente d’ogni età, come nei versi del grande poeta Dante fosse tracciata ben chiara una strada per l’uomo di sempre. “Amico mio, di che speranze il core vai sostentando?”: venerdì 16 aprile 2010, nello stesso Auditorium, con ingresso libero, Nembrini accompagnerà il pubblico biellese attraverso alcuni testi di Giacomo Leopardi, per verificare se la letteratura ha qualcosa da mostrare alla vita di tutti.

Possono le gioie e le sofferenze, le esperienze e gli interrogativi della vita di un uomo di duecento anni fa essere di qualche interesse per l’uomo di oggi?

Si tratta di verificare se vita e letteratura possono essere vissute e amate come un tutt’uno, così che gli struggimenti e le aspirazioni di un giovane studente come di un uomo di mezza età possano trovare improvvisamente una formulazione chiara e compiuta nei versi o nei romanzi di poeti e prosatori dei secoli passati, d’un tratto diventati compagni, amici, padri.

Serata organizzata dal Centro Culturale Vittorio Piola e dall’Oratorio di San Filippo.



Giacomo Berchi


Auguri, Santo Padre!

giovedì 15 aprile 2010

Fame e sete di vivere



Chi ci salverà dal nostro male?

giovedì 15 aprile 2010

Basta lo squillo del telefonino mentre si è a fare la spesa e il male di cui siamo fatti cade come un macigno sulle vicende quotidiane per fortuna più normali: la notizia della sedicenne russa uccisa e mangiata dai due amici ventenni e la richiesta di un commento. Che cosa c’è da dire? C’è tutto nel fatto: la droga, la musica, lo scherzo prima, poi il delitto e infine per sbarazzarsi del cadavere lo si fa a pezzi e lo si mangia. Dopo due giorni di digiuno, «avevamo molta fame».

Insieme al fatto, un altro fatto: la notizia è quella più cliccata sulla rete. Un altro banchetto, mediatico, degli orrori. “La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator”: il verso di Dante che ha riempito di orrore generazioni di lettori si trova nel più cupo e più ghiacciato posto dell’inferno e la rabbia cieca che contiene è preludio al racconto della morte del conte Ugolino e dei quattro ragazzi chiusi con lui nella torre, si creda o no alla leggenda del cannibalismo. C’è un tradimento, una vendetta, una condanna sproporzionata e infine l’odio permanente che divora tutti, la vittima e il colpevole.

Nel fatto di oggi niente di tutto questo, ma una banalità disarmante e incredibile: una casa, una strada, un festino in cui un intruglio di cose purtroppo consuete nel modo giovanile e non solo condisce relazioni che scivolano presto dalla perversione alla violenza. Il resto del mondo sta alla finestra del suo computer e mangia la notizia fino all’indigestione. E’ un fenomeno molto noto l’avidità per il male, che spesso diventa morbosa come una bulimia, ma non finisce di meravigliare come un numero enorme di persone se ne cibi. Fosse almeno per rigettarlo.


“Beato chi ha fame e sete di giustizia”: una voce risuona da secoli e anche oggi promette che la fame sarà saziata. Non è la fame del corpo quella di cui parla Cristo, anche se parte da lì: altrimenti non avrebbe moltiplicato i pani e dopo non si sarebbe sottratto alla folla che voleva farlo re. E’ la fame di un senso per vivere, poiché questo è il significato primo della giustizia. E Cristo ha offerto se stesso come nutrimento per chi ha questa fame.

Non è un caso se nella sua lettera ai cristiani d’Irlanda dopo i noti scandali, il Papa chieda a quella Chiesa di ricominciare dall’unico che può ristabilire la giustizia, con la pratica della Confessione e dell’adorazione eucaristica. Veramente qui risplende la fede: sembra un granello di senape in mezzo alla montagna di dolore, di carta, di sporcizia.

Forse è venuto il tempo anche per noi, che viviamo una situazione più serena, di fare la nostra parte di penitenza. Non si tratta più solo di rattristarsi, di condannare e di dimenticare quanto prima. “Nulla di ciò che è umano ritengo estraneo a me”, dicevano gli antichi; e noi aggiungiamo neanche il male. Ma per poterlo portare nella nostra coscienza di uomini, in modo che nel mistero dell’alchimia divina serva al bene, occorre appoggiarsi a chi è buono come il pane, occorre guardare: “Ecco l’uomo”.

lunedì 12 aprile 2010

"Introibo ad altare Dei": il beato martire Pinot



Oggi pomeriggio, nella mia casella di posta, ho digitato "Rivoluzione Francese" nel motore di ricerca per ritrovare la cronologia essenziale inviatami dalla prof. tempo fa, in vista della verifica. Ho avuto una grande sorpresa. Da qualche tempo ormai sono iscritto alla newsletter del sito Santi e Beati, per cui ogni giorno mi arriva una lista e una breve biografia dei santi del giorno dopo, ed é così che sono comparsi con mio grande stupore circa novanta risultati inerenti a martiri proprio del periodo rivoluzionario. Ho cominiciato a leggere alcune delle loro storie, impressionato e commosso dalle testimonianze di uomini e donne devoti a Cristo fino alla morte di ghigliottina. Fa impressione leggere di un potere dittatoriale come quello rivoluzionario che non esitò a tagliare la testa ad un uomo di ottantacinque anni soltanto perché sacerdote.
Pensavo di sfiorare la Rivoluzione con una breve lettura, mentre mi si stanno aprendo mille porte, proprio sulla vita di quei martiri che da quando ho iniziato questi studi ho cominciato a ricordare nelle mie preghiere.
Ecco quindi la vita di uno di essi, beato Natale Pinot, catturato prima di celebrare messa, il quale salì sul patibolo indossando ancora i paramenti sacri e pronunciando le parole "Introibo ad altare Dei".





Uomo e prete tranquillo, chiamato a incarichi modesti ad Angers, dove è nato, e dove è arrivato al sacerdozio nel 1771, a 24 anni. Dopo l’ordinazione è stato per un decennio collaboratore di vari parroci nella regione, e solo nel 1781 gli hanno dato un posto fisso: cappellano nell’ospedale di Angers, addetto agli “incurabili”. Sette anni a contatto con vicende di povertà e abbandono.
Poi, la nomina a parroco nel paese di Louroux-Béconnais. In questo centro a 27 chilometri da Angers, padre Noël continua a vivere umilmente, e di lui non si ricordano imprese o detti risonanti. Un’esistenza sottovoce, com’erano i suoi discorsi nell’ospedale di Angers, agli “incurabili”. Però si ricorda una piccola “riforma” sua, a favore di altra gente dalla voce fioca: fin dal primo momento, egli destina ai poveri del paese la maggior parte della sua rendita come parroco.
Non c’è altro da segnalare sul conto di lui, uomo e prete delle piccole cose, delle parole sommesse. Nulla, fino alla rivoluzione francese del 1789; anzi, fino al 12 luglio del 1790, quando si vara in Francial a Costituzione civile del clero, che tende a fare di ogni sacerdote in cura d’anime uno stipendiato governativo legato da giuramento. Ogni parroco, per conservare il posto, deve assoggettarsi alla legge e giurare. Oppure dimettersi.
Il parroco Pinot non va a giurare. Il sindacoi nsiste, impone il giuramento, e lui rifiuta. Destituito da parroco con espulsione immediata, lui rimane ugualmente lì. Ma si direbbe che ci resti ancora in silenzio: non risultano solenni proteste sue contro il sopruso, come accade in molti casi simili. Lui sta zitto, ma non se ne va, finché nel marzo 1791 viene ad arrestarlo la Guardia nazionale. Finisce sotto processo ad Angers con accuse di cospirazione contro lo Stato e ribellione alle sue leggi. Ma non ci sono prove, non una parola o un gesto suo da ribelle, sicché ad Angers lo assolvono. C’è subito un altro processo a Beaupréau, in appello; e un’altra assoluzione. Così, eccolo libero, ma espulso dalla sua parrocchia: e dovrà fare di nascosto il supplente altrove per quasi due anni: il lavoro non manca, con tanti parroci destituiti.
Giugno 1793: padre Pinot ricompare inaspettato a Louroux-Béconnais, insieme a una truppa di contadini male armati e peggio vestiti, ma per il momento vittoriosi. Sono i Vandeani suoi conterranei, in rivolta armata contro la Repubblica;e si chiameranno poi “Armata cattolica e reale”. Ma in verità il 3 marzo di quel 1793 la ribellione in Vandea contro la Repubblica non è esplosa per motivi religiosi o dinastici, bensì perché il Governo di Parigi ha ordinato un nuovo arruolamento forzoso di 300 mila uomini nell’esercito. (In realtà la rivolta di Vandea ebbe eccome motivazioni religiose, come spero di mostrare in futuro. L'arruolamento forzato fu la goccia che fece traboccare il vaso, ndr).
L’insurrezione viene poi stroncata col terrore e padre Noël ritorna clandestino, ma un delatore lo fa arrestare. Nel febbraio 1794, eccolo condannato a morte “per fanatismo religioso”, senza accuse specifiche. E va alla ghigliottina in Angers, facendosi per una volta vedere e ascoltare: lui così poco “visibile”.
Compare ai piedi della ghigliottina indossando i paramenti liturgici. Sale a celebrare il sacrificio di sé stesso, con le parolel atine di quando iniziava la Messa:«Introibo ad altare Dei» (Salirò all’altaredi Dio). Papa Pio XI lo ha beatificato nel 1926. Il museo parrocchiale di Louroux-Béconnais, presso Angers, conserva cimelie ricordi della sua vita.

domenica 11 aprile 2010

"Ciò che solo un figlio può donare al proprio padre"


Di questa commovente e decisa lettera di padre Aldo apparsa sull'Avvenire di qualche giorno fa, dove sono citati due santi per me un padre ed una madre nella fede, io condivido e sottoscrivo tutto.





DA UNA PARROCCHIA DI ASUNCIÓN L’AUSPICIO DI UN « GESTO PUBBLICO »

Io, missionario in Paraguay vorrei che il mondo abbracciasse il Papa


PADRE
ALDO TRENTO*

Caro direttore, mai come in questi giorni in cui gli attacchi al Santo Padre si sono susseguiti a raffica, mi è riecheggiata nella mente una affermazione che don Giussani soleva farci durante gli incontri con noi sacerdoti, parlando del Santo Padre. Era una citazione del cardinal Montini, allora arcivescovo di Milano, alla vigilia dell’apertura del Concilio Vaticano II.
La memoria a volte mi tradisce, però ricordo molto bene la sostanza della dichiarazione citata: «Come sarebbe bello se il Concilio Vaticano II, prima di iniziare i lavori, vedesse tutti i vescovi riuniti pubblicamente rendere un filiale omaggio, una rinnovata fedeltà alla figura del Santo Padre». Erano tempi in cui all’orizzonte stavano apparendo i primi segni di tanta speranza e anche di tanta sofferenza. E il cardinal Montini, che più tardi avrebbe parlato del «fumo di Satana» penetrato nella Chiesa, presagiva già all’inizio del Concilio la necessità che tutta la Chiesa rinnovasse quella comunione effettiva e affettiva con colui che S. Caterina definisce il «dolce Cristo in terra, la garanzia della verità della nostra fede».
In questi tempi difficili, in cui il fumo di Satana è molto più evidente e intenso che al finale del pontificato di Paolo VI, mentre si dispiegano anche attacchi blasfemi contro l’umanità e la santità di Benedetto XVI, mi piacerebbe che tutta la Chiesa facesse un gesto concreto, pubblico, per manifestare l’affetto, la comunione affettiva ed effettiva che ci unisce al Santo Padre. È già stato bello vedere tante Chiese particolari, con i propri pastori e laici, solidarizzare con il Papa. Però è come se sentissi che ci vuole qualcosa di più ed è quel qualcosa che solo chi è figlio sa esprimere, sa donare al proprio padre. Si tratta di un atto di fede, perché l’adesione, la comunione con il Papa appartiene all’atto di fede. Perché Ubi Petrus ibi ecclesia et ubi ecclesia ibi Christus.
Trovare un gesto concreto, come quello evocato da Montini alla vigilia del Concilio Vaticano II, è in fondo rinnovare il nostro 'sì' a Cristo, significa guardare in faccia Cristo, perché è Cristo che è deriso, che viene sputacchiato quando si attacca il Santo Padre.
Io sono lontano, sono in Paraguay in compagnia dei miei ammalati terminali, dei miei barboni e dei miei bambini abbandonati, che nella sofferenza offrono la loro vita perché Gesù conforti il cuore del Papa, colui che per noi è consolazione e granitica certezza, colui che ci garantisce della verità della nostra fede. Che cosa sarebbe di noi, nella debolezza e vicini alla morte, se non potessimo guardare a lui offrendo per lui la nostra vita e il nostro dolore?
Per questo vorremmo che in tutto il mondo i cattolici, bruciati come Santa Caterina dall’amore per il Papa, facessero sentire ancora di più presenza e affetto.
Per questo motivo mi permetto di proporre – io, che non sono nessuno, se non un poveretto che ogni giorno offre la vita insieme ai suoi ammalati per il Santo Padre – gesti pubblici con la partecipazione del popolo cristiano, approfittando della conclusione dell’anno sacerdotale, voluto dal Papa per la santificazione dei suoi pastori. Gesti in cui soprattutto noi pastori, dopo quest’anno di grazia che ci è stato regalato, rinnoviamo il nostro totale amore a Cristo, la nostra consegna generosa e appassionata alla persona del Santo Padre.
Vogliamo dirgli il nostro affetto, vogliamo rinnovare con lui la nostra fede in Cristo Gesù, vogliamo che senta che noi sacerdoti gli vogliamo bene, che ciò che ci interessa è la santità, seguendo il suo costante richiamo a vivere la nostra vocazione integralmente, a gioire per il dono del celibato, sigillo della nostra totale appartenenza a Cristo nella sua Chiesa, perché il popolo affidatoci respiri la bellezza dell’Avvenimento cristiano.
Nella parrocchia in cui vivo ad Asunción ci siamo già mossi tutti ed è bello vedere la testimonianza di affetto che ogni giorno riceve pubblicamente la persona del Papa.
Un piccolo esempio di questo affetto è l’avere assunto l’impegno non indifferente dal punto di vista finanziario, di pubblicare ogni mese un libretto, ben curato, con tutti i discorsi del Papa. Libretto che poi viene regalato a quanti comprano il secondo quotidiano nazionale ogni ultimo giovedì del mese. Così in un povero Paese del Terzo Mondo, la figura e il magistero del Santo Padre sono diventati nella umile coscienza della gente una luce di certezza e speranza.
Preghiamo tutti perché accadano gesti d’amore, che partano dai figli nei confronti di chi ci è padre, maestro e guida.

*Missionario in Paraguay

sabato 10 aprile 2010

Da questo li riconoscerete



Da La ballata del cavallo bianco di Chesterton, grazie a Sirim, una perfetta descrizione degli assalti alla Chiesa di questi giorni, di sempre:



Anche se arriveranno con carta e penna e avranno l’aspetto serio e pulito dei chierici, da questo segno li riconoscerete, dalla rovina e dal buio che portano; da masse di uomini devoti al Nulla, diventati schiavi senza un padrone, da un cieco e remissivo mondo idiota, troppo cieco per essere disprezzato.

Un Uomo vivo



Io amo un Uomo vivo. Noi cristiani amiamo un Uomo vivo. Le religioni lasciamole agli altri.

giovedì 8 aprile 2010

Le teorie e il paniere


Dall'appassionante libro "La Rivoluzione francese" di Pierre Gaxotte, traggo questa splendida citazione a proposito del successo dei philosphes illuministi presso i circoli aristocratici, prima dell' '89, con chiara allusione a madame la ghigliottina:

"Mille testoline incipriate si inebriavano delle teorie che le avrebbero fatte rotolare nel paniere


Dice tutto. Questo fantastico disegno invece é opera della mia vicina di banco Debora Garbi, abile artista, cui commissionai il rifacimento dell'immagine di Voltaire sul libro di Arte. Egregio risultato.