sabato 28 febbraio 2009

Eurabia





Che dire? Ogni commento è superfluo.
Chi dà da mangiare al coccodrillo è perché spera di essere mangiato per ultimo.

venerdì 27 febbraio 2009

La cattedrale ed il supermarket: realismo medievale e "verità impazzita" umanistica.

Interessante giudizio su come sia iniziata nell'uomo una "disintegrazione", nel senso etimologico ma spesso non solo, per cui la vita è divisa in settori, non è afferrata da Uno. E dire "io" diventa piano piano abbassare lo sguardo su se stessi, mentre per un medievale significava alzare lo sguardo a tutta la realtà con un sorriso compiaciuto, percé "io" era parte del tutto, cioè veramente se stessa. E' per questa disintegrazione che Leopardi proverà una "solitudine immensa" nel guardare il cielo, mentre un medievale qualunque nella stessa situazione provava una pace immensa, abituato com'era allo slancio verticale di cattedrali al cui interno tutto era concepito per Dio, cioè per l'uomo.

Credo che il Medioevo cristiano sia una delle poche epoche storiche, se non forse l'unica, in cui un uomo poteva entrare in un edificio, la cattedrale, in cui si rifletteva in ogni minimo particolare non solo l'ordine cosmico, ma anche l'ordine del suo "io", legati misteriosamente da quel "Ponte Amoroso" che è Cristo incarnato. Un'edificio che fosse veramente costruito "a misura d'uomo", dove ogni pietra era lì perché doveva essere lì. Esiste un edificio simile, tuttoggi? Un edificio simbolo di un'epoca, che svolga la stessa imponente funzione di una cattedrale per un medievale?
Forse il supermarket.






Luigi GIUSSANI
Il senso di Dio e l'uomo moderno
tratto da: Il senso di Dio e l'uomo moderno, Rizzoli, Milano 1994, p. 89-93.

All'ideale della santità medievale si sostituisce nell'Umanesimo l'ideale della riuscita umana: non più il Dio cui tutto deve confluire in unità armonica, ma il "divo", l'uomo riuscito che conta sulle sue forze. E' nelle proprie forze che occorre sperare, sulle proprie energie che si scommette. Non importa in quale campo, ma occorre che la vita "riesca". E' già filtrata come accettabile l'idea che non è così importante "riuscire" nella totalità della vita, ma è sufficiente riscuotere l'ammirazione in un particolare settore: l'estetica, il valore militare, la politica, l'erudizione. L'umanista Coluccio Salutati diceva: "Del cielo è degno l'uomo che fa grandi cose su questa terra". E se un uomo non ha goduto di circostanze favorevoli, dove ritrova la sua dignità, se essa non è più retta dal rapporto obiettivo con Dio, ma è consegnata alla mercè del caso? E chi è piccolo e debole, non può essere uomo degno? Il seme del razzismo attende di attecchire su questo terreno.

La scoperta degli antichi manoscritti - salvati in buona parte dai monaci medievali - ha portato, a livello di linguaggio, a convergenze interessanti: la dea "fortuna", o la dea "fama" hanno una rilevante presenza in quell'operazione di recupero del vocabolario antico caratteristica degli umanisti, presenza che contribuisce a chiarire quanto il senso della vita sentito veramente come tale sia il successo, anche ottenuto in un particolare della vita. Il dio dunque, non lontano ed isolato dall'esistenza, ma operante e partecipe nelle vicende umane è il successo.

Diceva Chesterton: "Ogni errore é una verità impazzita". Infatti la riuscita nell'esistenza rappresenta indubbiamente un valore. Esso viene altamente sottolineato nella tradizione cristiana attraverso il concetto di "merito". La parola "merito" indica la proporzione dei gesti che l'uomo compie nei confronti dell'Eterno: l'uomo deve meritare la felicità, o il Paradiso. Ma è chiaro che in questa prospettiva cristiana un malato, per esempio, un uomo sfortunato, un handicappato, possono avere una dignità e una statura più grande di quella di coloro i cui nomi vengono celebrati dai giornali a caratteri cubitali. Tale statura non è ridotta alla fortunata convergenza di fattori esteriori.




Tutta questa parzialità, questa assenza di unità caratterizzerà il filo della cultura moderna, del pensiero e quindi della prassi moderna. La riuscita della vita, la fede o la speranza poggiate tutte sulle umane energie sono tipiche anche della mentalità contemporanea. Non a caso l'espressione "divismo" si è diffusa nella nostra epoca, e il suo campo d'azione non è certo ridotto al senso più specificatamente hollywoodiano del termine. Il divismo ha una sua etica incidente socialmente e non confinata al mondo della celluloide. Al Dio ancor oggi si sostituisce il divo. Il Dio infatti è concepito come entità inarrivabile, mentre il divo è l'uomo che si realizza palpabilmente, oggi come per l'Umanesimo.

Lo statunitense John Dewey, il creatore della pedagogia americana - la sua notorietà era così grande che quando compì l'ottantesimo anno d'età negli Stati Uniti sono stati proclamati due giorni di festività nazionale - pone come suprema formula, supremo criterio dell'educazione, "l'efficienza sociale". Alla parola efficienza egli aggiunge la parola sociale, ma il senso ci porta molto vicino al "divo" degli umanisti.

Occorre comunque notare che tali trasformazioni di mentalità non si sono verificate in modo necessariamente irreligioso. Ma, se i principi cristiani possono essere con devozione trattenuti e non rinnegati, il sentimento del vivere fluttua per suo conto. Dio finisce con l'essere vissuto come una nuvola che si libra nel cielo, sempre più lontana, con sempre minori influssi su una terra sempre più copiosamente afferrata e manipolata dall'uomo solo. Dio diventa astratto, giustapposto alla terra.

Da dove vengono le energie dell'uomo?

L'umanista aveva ancora un senso di umanità reale e non poteva dimenticare che l'uomo è pieno di limiti. Dalla lettura dei maestri antichi attingeva quel velo di tristezza, quel senso del limite ultimo che nel teatro greco faceva concludere tragicamente ogni sforzo umano. Sintomatica è in questo senso l'esclamazione di Petrarca quando dice: "Chi mi darà ali di colomba, sì che m'innalzi e levimi da terra?".


L'umanista è come se si domandasse da dove viene all'uomo quell'energia realizzatrice, fonte di successo e di grandezza, e capisce benissimo che l'uomo non può darsela da sé. L'individuo non é evidentemente fonte della sua forza: essa proviene da qualcosa d'altro, qualcosa di più grande. Così di fronte a un Dio cristiano non negato, ma eclissato in una lontananza empirea, la creatività ultima viene identificata con la natura, una natura sostituzione concreta della divinità astratta.

Una natura panteisticamente intesa caratterizzerà l'epoca rinascimentale.

Ma se la natura è l'origine delle nostre fortune, delle nostre energie, tutto ciò che nasce dalla natura è bene. Dopo l'affermazione dell'uomo realizzatore, propria dell'umanista, l'uomo rinascimentale dichiara un concetto etico nuovo: l'uomo naturalmente agisce bene. E dalla natura che cosa scaturisce? L'impulso, lo spontaneo, l'istinto. Il "bene" diventa l'istinto. Il "naturalismo", che definisce così l'etica rinascimentale, segnala un cambiamento sistematico avvenuto nell'intero corpo della morale. Quando Rabelais scriveva: "Fa' ciò che vuoi, perchè per natura l'uomo è spinto ad atti virtuosi", esplicitava questo mutamento, e già dava voce perfetta ad un principio dell'etica di oggi.

Come é vero che l'errore é una verità diventata pazza! Per riconoscere l'errore occorre urgerlo nella sua logica e solo allora esso renderà manifesto il fatto che é costretto a dimenticare o a rinnegare qualcosa. In questo caso, per esempio, la tradizione cristiana sarebbe la prima a sottolineare l'affermazione di Rabelais, perché la difesa della legge naturale che l'uomo si porta scritta nel cuore é posizione caratteristica della cultura cattolica e significa riconoscere che "per natura l'uomo é spinto ad atti virtuosi".

Ma nello stesso tempo la Chiesa riconosce che occorre essere realisti e non dimenticare che, se é vero che la natura suggerisce all'uomo atti virtuosi, é anche vero che la situazione esistenziale in cui egli vive rende impossibile realizzare l'impeto ideale che l'uomo ha in cuore. Ogni impulso buono ha un'arsi che presto degrada. Ciascun uomo conosce l'amaro sapore, l'umiliazione di sentire questo venir meno a se stesso. Non riconoscerlo significa perdere di vista la concretezza della propria umanità. Rabelais dimentica totalmente tale limite realistico, la cui origine la tradizione cristiana chiama "peccato originale". Con una frase famosa ammetteva quel limite anche il poeta latino Ovidio: "Vedo ciò che è meglio e faccio il peggio".

Vale a dire: l'animo naturale, pur costituendo per l'uomo di tutti i tempi una trama di indicazioni ideali, nel concreto è soffocato da una grande fragilità. Se l'uomo per natura ha una sua forza, esistenzialmente è ferito, ambiguo, equivoco. E' come se avesse le vertigini, se gli tremassero i polsi. Se, per esempio, noi tracciassimo una linea sul terreno e sfidassimo i presenti a seguirla mettendo i piedi uno dopo l'altro e ad avanzare così, nessuno avrebbe difficoltà. Ma se noi potessimo prendere la stessa linea e la alzassimo cento metri da terra, la situazione cambierebbe radicalmente. Sarebbe sì la stessa linea, gli stessi gesti richiesti, ma in condizioni diversissime, al punto da rendere impossibile per i più l'identica operazione. Come struttura l'uomo è capace di determinate cose, di cui storicamente ed esistenzialmente diventa incapace.

Il risultato come clima del naturalismo rinascimentale è bene indicato da una frase di Machiavelli che registra con il consueto cinismo l'atmosfera e la mentalità delle corti del '500: "Noi siamo gli uomini più empi e più immorali che si possono immaginare".

Va notato che nel Rinascimento inizia una sottile ma reale ostilità al Dio cristiano, a un Dio che dice "sì o no", che cerca di modulare, di potare gli istinti umani. Un tale Dio può anche porsi in contraddizione con l'impeto della natura, con l'impulso che sembra naturale, e comincia così a diventare un potenziale o attuale nemico.




mercoledì 25 febbraio 2009

Incipit vita novissima


Se ho capito bene, Petrarca e Dante sono nella stessa situazione. Entrambi in una selva oscura. Ma come ne escono? Se ho capito bene, Petrarca è convinto che la salvezza, il bene, la felicità arriveranno solo quando lui da solo riuscirà a togliersi da questa selva; non riuscendoci, non capisce più nulla e scrive il Canzoniere, autoanalisi messa in poesia, dove l'io è solitario e triste a se stesso; se ho capito bene, invece, Dante in questa selva urla "Miserere!" e scrive la Comedìa, macrocosmo e microcosmo messi in terzine, dove l'io è riflesso del tutto e ogni cosa rifulge del primo amore.
Ma soprattutto Petrarca deve rinunciare all'amore della gioventù, la bella Laura, per arrivare al bene: non riuscendoci si spacca la testa; Dante, al contrario, ha capito il giusto rapporto con la splendida Bice e, difatti, non perde nulla, ma è abbracciato da tutto.
Dante non ha mai rinnegato quell' "Incipit vita nova" della gioventù, e questo l'ho capito benissimo, ma è rimasto soltanto fedele al vero di questo straordinario giudizio.





Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t'amò tanto,
ch'uscì per te de la volgare schiera?

(verso 105, canto II, Inf.)

Eco del Santuario d'Oropa, le nuove recensioni




martedì 24 febbraio 2009

Down in the river to pray


DOWN IN THE RIVER TO PRAY


As I went down in the river to pray
Studying about that good old way
And who shall wear the starry crown
Good Lord, show me the way !

O sisters let's go down,
Let's go down, come on down,
O sisters let's go down,
Down in the river to pray.

As I went down in the river to pray
Studying about that good old way
And who shall wear the robe and crown
Good Lord, show me the way !

O brothers let's go down,
Let's go down, come on down,
Come on brothers let's go down,
Down in the river to pray.

As I went down in the river to pray
Studying about that good old way
And who shall wear the starry crown
Good Lord, show me the way !

O fathers let's go down,
Let's go down, come on down,
O fathers let's go down,
Down in the river to pray.

As I went down in the river to pray
Studying about that good old way
And who shall wear the robe and crown
Good Lord, show me the way !

O mothers let's go down,
Let's go down, don't you want to go down,
Come on mothers let's go down,
Down in the river to pray.

As I went down in the river to pray
Studying about that good old way
And who shall wear the starry crown
Good Lord, show me the way !

O sinners let's go down,
Let's go down, come on down,
O sinners let's go down,
Down in the river to pray.

As I went down in the river to pray
Studying about that good old way
And who shall wear the robe and crown
Good Lord, show me the way !

lunedì 23 febbraio 2009

Una Presenza che cambia

A quattro anni dalla morte di don Giussani, da ilsussidiario.net ecco una testimonianza di come egli ci abbia presi perché non portava a sé, ma a Cristo.
Ed è tutto vero.







GIUSSANI/ 1. Socci: quello sguardo è ancora presente

lunedì 23 febbraio 2009

Spesso ai miei figli ho desiderato parlare degli occhi di don Giussani. Del suo sguardo. Perché gli amici di Gesù finiscono per somigliargli, per avere lo stesso cuore e lo stesso sguardo. Noi abbiamo potuto accorgercene. La nostra generazione ha avuto questa sfacciata fortuna. Questa Grazia. Noi che abbiamo potuto ascoltare don Giussani, conoscerlo, parlarci. Guardarlo parlare. Noi che ci siamo sentiti guardare, uno per uno, ognuno – anche fra altri diecimila – in una maniera esclusiva, che abbracciava la mia anima, la tua anima. Con una stima indomabile in noi che stava insieme a una infinita misericordia. Il suo sguardo diceva a ciascuno di noi: “io sono con te!”. Era veramente con me, più di me stesso. Mi avrebbe difeso contro il mondo intero. Anzi, mi ha difeso contro il mondo intero. Ha scommesso su di me anche dopo mille miei errori. Mi ha abbracciato dopo mille cadute. (E come lui anche i suoi figli, i miei fratelli, lo fanno). Questo è quello che si percepiva. E che abbiamo visto con i nostri occhi. E che continua ad accadere.

E pensando al suo sguardo e al suo volto mi viene in mente quando raccontava certi episodi del Vangelo. Li avevi letti tante volte, li avevi sentiti una miriade di volte, ma con lui succedeva una cosa strana: li faceva accadere. Lì, davanti ai tuoi occhi. Ti sembrava di vederli, ti sembrava di sentirli per la prima volta. Ti sembrava che lui li avesse visti. Che lui ci fosse quel giorno con Gesù.

Viene in mente, pensando a don Giussani, ciò che Hauviette – nel “Mistero della carità” di Péguy – diceva a Giovanna d’Arco: «Tu vedi. Tu vedi. Quello che sappiamo, noi altri, tu lo vedi. Quello che c’insegnano, a noi altri, tu lo vedi. Il catechismo, tutto il catechismo, e la chiesa, e la messa, tu non lo sai, tu lo vedi, e la tua preghiera non la dici, non la dici soltanto, tu la vedi. Per te non ci sono settimane. E non ci sono giorni. Non ci sono giorni nella settimana; e non ore nella giornata. Tutte le ore per te suonano come la campana dell’Angelus. Tutti i giorni sono domeniche e più che domeniche e le domeniche più che domeniche».

La generazione dei nostri figli non ha visto lo sguardo che ha incantato e fatto fiorire la nostra giovinezza. Io mi sono sentito dire: “beati voi”. E’ vero. Beati.

Anche la Giovanna d’Arco di Péguy, pensando a coloro che poterono vedere Gesù, dice così: «Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi». E dice ancora: «Voi avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito il suono delle sue parole. Voi avete udito il suono stesso della sua voce. Come dei fratelli minori vi siete rifugiati nel calore, nel tepore del suo sguardo. Vi siete riparati, vi siete messi al coperto al riparo della bontà del suo sguardo. Di voi stessi ebbe pietà davanti a quella folla. Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente».

“Egli è qui”, così Madre Garvaise risponde a questo grido di Giovanna. E anche attraverso il volto dei santi Gesù raggiunge ogni generazione. Nei secoli. Attraverso lo sguardo, il volto, la voce di don Giussani ci ha raggiunto lo sguardo, il volto, la voce di Gesù. E si vive per questo. Per vedere ogni giorno, di nuovo, il suo sguardo che “ebbe pietà di noi”. Per risentirlo parlare e accadere. Oggi proprio come allora. Come don Gius ripeteva sempre, con le parole di Moelher: «Io credo che non potrei più vivere se non lo sentissi più parlare».

Ma “Egli è qui”.


sabato 21 febbraio 2009

La morte "pietosa" secondo il Reich, ovvero dell'umanitarismo disumano




STORIA/ Eutanasia ed eugenetica, i progetti “umanitari” contenuti nel Mein Kampf

sabato 21 febbraio 2009

Nelle scorse settimane, un articolo di Susanna Tamaro in occasione del Giorno della Memoria, ha innescato un dibattito a cui ha partecipato anche Roberta De Monticelli. La filosofa ha espresso il suo netto dissenso nei confronti di un commento apparso su Il Foglio, in cui si argomentava che «dietro l’umanitarismo eutanasico Susanna Tamaro indovina il ghigno dell’indifferenza nazista che ha aperto i lager». Secondo De Monticelli, le opinioni espresse in quella sede e l’accostamento al caso Englaro, altro non sarebbero che un esempio di «organizzazione della menzogna».

In effetti, l’analogia fra i nazisti e la battaglia a favore dell’eutanasia può apparire «stralunata». Eppure, pochi hanno ricordato che lo sterminio degli ebrei fu preceduto da quella che Mireille Horsinga-Renno - nel libro in cui ricostruisce la vicenda del suo prozio Georg Renno, “medico della morte” ad Hartheim - definisce una «ragionevole strage», ovvero lo sterminio dei disabili (e di altri gruppi sociali ritenuti “degenerati”). Nell’ottobre del 1939 iniziò l’Aktion T4, con cui furono soppresse in maniera sistematica - “disinfettate”, secondo la macabra terminologia amministrativo-contabile del programma - oltre 70.000 persone. Per dare il via all’operazione, bastarono quattro laconiche righe: «Al capo del Reich Boulher e al Dott. Med. Brandt viene conferita la responsabilità di estendere la competenza di taluni medici, designati per nome, cosicché ai pazienti che, sulla base di un giudizio umano, sono considerati incurabili possa essere concessa una morte pietosa dopo una diagnosi approfondita». Firmato: Hitler.

L’Aktion T4 fu preceduta dall’eliminazione di bambini disabili fatti morire di inedia, oppure mediante la somministrazione di taluni farmaci in dosi massicce. Il primo su cui venne praticata l’eutanasia fu un bambino nato con gravi menomazioni fisiche, a cui successivamente sarà diagnosticata anche una condizione di “idiotismo”. Possiamo comprendere il dramma del padre e della madre nei quali maturò la convinzione che loro figlio non avrebbe avuto «nulla di umano», e che la sua vita «non avrebbe significato nulla per lui» e «solo sofferenza» per loro. Perciò i genitori supplicarono il Fürher di concedere l’autorizzazione a sopprimerlo. Hitler affidò l’incarico al suo medico personale, K. Brandt, lo stesso che in gioventù avrebbe voluto affiancare il dottor Schweitzer nel lebbrosario di Lambarené. Gli umanitari sono così: amano così tanto l’umanità, fino al punto di volere l’uomo, in carne ed ossa, morto. Per il suo bene, s’intende.

Il terreno per lo sterminio dei disabili fu preparato da leggi statali eugenetiche che attuarono la dichiarazione programmatica contenuta nel Mein Kampf: fare in modo che diventasse scandaloso metter al mondo bambini quando si è malati o difettosi. L’eutanasia costituì il «ragionevole» sviluppo delle leggi per la sterilizzazione delle persone disabili e degli asozialen, le quali stabilirono lo standard della vita degna, e «meritevole di essere vissuta».

Georg Renno, medico al Castello di Hartheim - dove vennero soppresse oltre 18.000 persone disabili – non negò mai quello che aveva fatto. Più semplicemente gli apparve una conseguenza logica, «ragionevole». Ad anni di distanza, nella sua serena vecchiaia, fu intervistato da un giornalista, a cui disse di avere la coscienza pulita, di non sentirsi colpevole. «Non è come se avessi ucciso qualcuno con un colpo di pistola o qualcosa del genere. Non si è trattato di tortura; per quei malati è stato piuttosto, per così dire, una “liberazione”».

Allora lo sterminio dei disabili venne attuato in gran segreto, di nascosto, da medici designati per nome. E quando fu proposto a Hitler di emanare una legge che depenalizzasse l’eutanasia per ottenere una maggiore adesione da parte dei medici al suo programma di «disinfezione», egli, per un cinico calcolo politico, ebbe il pudore di rifiutare. Oggi, noi umanitari, abbiamo perso anche quello.

mercoledì 18 febbraio 2009

Uomo vivo contro uomo nuovo




"E meditò anche il suicidio, come aveva poi confessato a Oliviero: voleva rinunciare alla vita, dal momento che il mondo la lasciava in un disagio così assoluto. Così pensò seriamente e si convinse che il suicidio era una fuga che non contrastava per niente con i principi morali che ella professava. Tutti ammettevano che si aiutassero gli esseri inutili e moribondi ad andarsene: ne erano una prova gli stabilimenti dell'eutanasia. Non poteva dunque andarsene anche lei, dal momento che la vita si presentava insopportabile?" (da "Il padrone del mondo", di Robert Benson, ediz. Jaca Book)








La battaglia per la vita è la battaglia perché l'uomo di oggi possa tornare a guardare veramente alla realtà: una battaglia di ragione. Condotta a partire dallo stupore di duemila anni per un avvenimento che muove e da "atei imprudenti", ma dalla ragione buona.
Insomma, una battaglia da uomini vivi.

domenica 15 febbraio 2009

Chi è quest'uomo





Il caso

Londra vietata a Wilders,
«nemico dell'Islam»

Il deputato populista olandese non si piega: «Parto lo stesso. Vediamo se mi arrestano»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES — «La prossima settimana, il film sarà proiettato al Parlamento italiano », annuncia sicuro l'onorevole Geert Wilders dal suo sito Internet. E «il film» è quello che lui, deputato populista olandese, ha prodotto in proprio; lo stesso per cui, in queste ore, si vede ufficialmente rifiutato l'ingresso in Gran Bretagna: «Fitna», «Lo scontro », documentario che paragona il Corano, libro sacro dell'Islam, al «Mein Kampf» di Adolf Hitler. Il Parlamento europeo aveva già rifiutato il permesso per la proiezione, chiesta dal parlamentare leghista Mario Borghezio, e ora il ministero degli Interni britannico ha fatto lo stesso: bloccando il film ma anche il suo produttore, che aveva ricevuto un invito da un parlamentare inglese, lord Malcolm Pearson, del «partito indipendentista ». Niente proiezione in una saletta-convegni della Camera dei Lord, com'era stato previsto, e niente via libera per il viaggio a Londra. Spiega una lettera spedita a Wilders da «Apollo House, Dipartimento Frontiere», e firmata da Irving N. Jones del ministero degli Interni: «Caro Signor Wilders... la sua presenza nel Regno Unito comporterebbe una minaccia presente, reale e sufficientemente seria contro uno dei fondamentali interessi della società... le sue dichiarazioni sui musulmani e le loro convinzioni, così come espresse nel suo film Fitna e altrove, minaccerebbero l'armonia della comunità e perciò la sicurezza pubblica».







Lord Nazir Ahmed, un altro parlamentare britannico, di fede musulmana, aveva promesso di portare «diecimila fedeli» davanti allo storico edificio: e ripete che lo farà, se solo Wilders comparirà sulla riva del Tamigi. Ma come, protesta lord Pearson, quello inglese è «la madre di tutti i Parlamenti», e in Gran Bretagna, la culla della democrazia, non era mai accaduto che si chiudesse la frontiera a un parlamentare di un altro Paese europeo! Protesta anche il ministero degli Esteri olandese. E c'è chi chiede un intervento del primo ministro Balkenende. In Olanda, però, c'è anche chi ricorda certi violenti discorsi di Wilders, e il processo che gli pende sul capo ad Amsterdam per «incitamento all'odio e alla discriminazione contro i musulmani e la loro religione». Quanto a lui, ora annuncia: «Parto lo stesso, domani. Vedremo se mi ammanettano all'arrivo». E farà di tutto per partire, infatti, non si sa ancora se scortato o no: guardiaspalle armati lo accompagnano da quando denunciò di aver ricevuto minacce da parte di terroristi islamici, subito dopo l'omicidio del regista Theo Van Gogh. Su quella che sarà l'accoglienza all'arrivo, la lettera speditagli da Londra non lascia molti dubbi: «...Se l'agente dei controlli di frontiera lo riterrà opportuno, giudicando la sua esclusione dal territorio britannico motivata da ragioni di pubblica sicurezza, le sarà rifiutata l'ammissione a norma dell'articolo 19. Ha il diritto di presentare ricorso, al di fuori del Regno Unito». In Israele, dicono gli uomini di Wilders, non c'era stato invece nessun problema, e così sarà in Italia. Dove l'associazione che ha invitato Wilders lo definisce come «un antislamista vero, coriaceo».

Luigi Offeddu
12 febbraio 2009, dal "Corriere della Sera"



Wilders è stato rispedito a casa, in Olanda. Il suo "Fitna", io l'ho visto, è davvero un pugno nello stomaco. Ma il punto è: perché se critichi l'Islam sei nemico del vivere civile, ma se critichi la Chiesa Cattolica ne sei garante? Tutto puoi dire dei cristiani (è molto è falso), niente dei musulmani. Perchè? Ecco dunque la vera consistenza di questi signorotti multiculturali: attaccare il cristianesimo è negli interessi della comunità e del vivere civile, criticare l'Islam è contro il bene della società. Chi ha orecchie per intendere, intenda. Altrimenti vedrà, o meglio, subirà.



giovedì 12 febbraio 2009

La breccia di Udine e le battaglie di un popolo

Il cristianesimo è vulnerabile, ma le misericordine tengono botta/1
Duemila anni di storia contro la ruspa che ha travolto il senso della carità. Macerie e segni di speranza dopo la breccia di Udine

La profezia di Guardini

Al direttore - Ho letto con interesse quanto lei ha scritto sul suo giornale circa la vulnerabilità del cristianesimo, cioè dell’“idea cristiana” dell’uomo, che sembra svanire dietro gli ideologismi imperanti, come è apparso nella gestione della “vicenda Eluana” all’interno e fuori della Chiesa. Quanto da lei appassionatamente deplorato mi ha richiamato alla mente una “profezia” che aveva fatto già nella prima metà del secolo scorso il grande Romano Guardini in una sua piccola pubblicazione su “La fine dell’epoca moderna”. Il noto scrittore italo-tedesco aveva sostenuto che fin dall’inizio del tempo moderno si era preteso di conservare i “valori cristiani” disancorandoli da quel fatto che li aveva generati, cioè dall’avvenimento cristiano. In verità questi valori che nascono dalla rivelazione cristiana sarebbero per sé evidenti, ma divengono “visibili” solo all’interno dell’atmosfera creata da essa. Qualora, dunque, si fosse pervenuto alla negazione sistematica del cristianesimo come l’avvenimento del Dio fatto uomo, lo stesso concetto di “persona” sarebbe stato coltivato e affermato per qualche tempo, ma poi gradatamente sarebbe andato perduto. E’ quello cui oggi stiamo assistendo e che trova la sua più clamorosa manifestazione quando si è costretti a stare su quella soglia misteriosa dell’inizio e della fine della vita umana, là dove solo la considerazione di ciò che l’uomo è, al di là delle sue condizioni fisiche e della sua possibilità di manifestarsi e di farsi valere, può divenire “criterio” dell’azione. Don Giussani, un grande educatore del nostro tempo, ha affermato decisamente, in conformità con la dottrina cattolica, che solo il divino può “salvare” l’umano e quindi che le dimensioni vere ed essenziali della figura umana e del suo destino possono essere “conservate”, cioè riconosciute, conclamate e difese solo da Colui che ne è il senso ultimo. Tanto è vero che quando viene meno il riconoscimento del Mistero presente nella storia, risulta difficile tutta la grandezza dell’uomo. Così recita, infatti, un comunicato di Comunione e Liberazione sul caso Eluana. Joseph Ratzinger, in una lettera indirizzata a Marcello Pera e resa pubblica in un libro che hanno scritto insieme dal titolo “Senza radici”, si chiedeva a quali condizioni il cristianesimo oggi potesse continuare a costituire una sorta di “religione civile” che vada oltre i confini delle confessioni e rappresenti dei valori che possano sostenere l’intera società? A quella domanda l’attuale Papa rispondeva che se il cristianesimo rappresentasse soltanto “il riflesso delle convinzioni della maggioranza significherebbe poco o niente. Ma se, invece, deve essere sorgente di forza spirituale, allora bisogna chiedersi dove questa sorgente si alimenta… E’ chiaro che essa non può essere costruita da esperti, in quanto nessuna commissione e nessuna riunione quali esse siano, possono produrre un ethos nazionale o mondiale. Qualcosa di vivo non può nascere altrimenti che da una cosa viva”. E qui egli sottolineava l’importanza delle “minoranze creative” perché le maggioranze esistenti, anche la maggioranza cristiana, sono diventate “stanche e mancano di fascino”. Sono necessarie, dunque, “minoranze convinte: uomini che nell’incontro con Cristo abbiano trovato la perla preziosa che dà valore a tutta la vita”. Quindi il problema della sopravvivenza del cristianesimo come concezione dell’uomo e della società diviene il problema dell’incontro con Cristo. La sua presenza nella vita sociale è garantita da uomini che uniti in suo nome costituiscano delle comunità “convinte”. Solo queste a loro volta possono essere punto di riferimento per tutti, come un albero sul quale fanno il nido vari uccelli, a tutti, “a coloro che cercano e a quelli che credono”. Caro direttore, le battaglie culturali in difesa dei valori cristiani si possono e si debbono fare; ma il problema vero oggi è quello di costruire il popolo cristiano, un popolo che faccia esperienza della vita cristiana in modo che questa diventi coscienza sistematica e critica della realtà, cioè cultura.
don Francesco Ventorino

I Farisei e il Vitello d'oro



Adesso parlo io. Potrei liquidare in fretta la questione riportando le parole del Ministro della Giustizia Angelino Alfano, pronunciate a Ballarò l'altra sera: "Eluana non è morta per un incidente stradale, ma per una sentenza". Chi sostiene il contrario è un bugiardo. Difatti, chi non si è levato scandalizzato ad opporsi a queste frasi così scomode? Chi, specialmente se cattolico (?), deve pulirsi la coscienza.
Questo mi dà l'opportunità di fare nome e cognome dei nuovi capi farisei presenti qui in Italia, e della loro degna truppa: prima di tutti, Giorgio Napolitano; dietro di lui, senza distinzioni di bandiera, Gianfranco Fini e soprattutto Walter Veltroni, Livia Turco e i califfi del piddì.
Il primo, uomo "pacato e dialogante", è il Presidentissimo che non ha firmato il decreto legge emanato d'urgenza dal governo per salvare una vita. Ora: la metà degli esperti dice che era incostituzionale, l'altra metà sostiene il contrario, e badate bene che non me ne può fregare di meno, perché non c'è niente di più incostituzionale di una morte di fame e di sete su applicazione di una sentenza giudiziaria. Niente. La faccia tosta del Presidentissimo si è rivelata nel suo dovere di "garante della Costituzione", di "difensore" ecc. ecc., mentre una giovane donna moriva. E, una volta morta a seguito di questa condanna, ecco che il nostro si prodiga nell'ergersi a paladino del dialogo, auspicando che questo tragico momento diventi occasione di una "riflessione comune", tutti in silenzio accartocciati su se stessi a dirsi che brutto il mondo. Non ho mai visto un atteggiamento più pilatesco di questo, nel senso di quel Ponzio Pilato anch'egli garante dell'ordine e delle leggi che si laverà le mani sul sangue di Cristo flagellato. Sì, proprio quel Pilato.


Poi Gianfranco Fini, altro garante di non so che, il quale preferisce l'ordine istituzionale e tutto il resto, ma se hanno deciso che una persona deve morire così, ebbene deve morire così. Cinico.
E passiamo all'altro profeta della ggggente, l'uomo che ci salverà dalla catastrofe istituzionale, morale e politica: Walter Veltroni e il suo califfato. Capisco che Berlusconi è Berlusconi, e non gli si potrà mai dare ragione, qualsiasi cosa faccia un governo di centrodestra soprattutto se capeggiato da un simil dittatore, ma arrivare a questi livelli poteva solo lui. Il nostro ha capito che la Costituzione era in pericolo, completamente fregandosene del perché di quel decreto legge d'urgenza, ovvero una donna condannata a morire di fame e di sete che aveva già iniziato la sua agonia, e ha addirittura indetto una manifestazione a difesa della Carta, alla quale hanno aderito tutto il ciarpame culturale di italiana fattura, Benigni (solo Dante, e neanche tutto, ti salva), Fo, Eco e compagnia bella.
Questo è il fatto: Eluana iniziava ad agonizzare, c'è stato un intervento d'urgenza del governo per cercare di salvarla, e loro che fanno? No, la Costituzione. La cosa più grave, più sozzamente farisaica, è che il centrodestra, venerdì, primo giorno d'azione del boia assetatore, si è reso disponibile alla discussione del decreto alle Camere anche il sabato e la domenica, ma il piddì, garante del vivere civile, ha detto che bisognava rispettare le regole, e quindi ci si rivede lunedì. Ed Eluana aveva sete.
La vita non è sacra, e se lo è, non più di un week-end.
Poi è arrivato Dio ad abbracciare quella povera donna, a sorpresa di tutti, a ribadire che solo lui è il padrone della vita.

La notizia della morte di Eluana è giunta nel pieno della seduta del Parlamento, e il senatore del PDL Gaetano Quagliarello ha detto "Eluana non è morta, Eluana è stata uccisa, e noi non ci stiamo!". Chi può dargli torto? La Finocchiaro, piddì, ha urlato allo sciacallaggio politico della destra su una morte. Sciacallo a chi!? Mi aggrego completamente al senatore PDL Gasparri, il quale ha detto che "in questa vicenda peseranno le firme messe e quelle non messe". Scandalo, destra sovversiva e anticostituzionale. Ma chi può negarlo? Chi può negare che se il Presidentissimo avesse firmato quel decreto in tempo, Eluana sarebbe ancora viva?
Quello che si è visto in questa vicenda è stato chi ha avuto a cuore una persona in pericolo di vita, rispetto alla formalità delle leggi. Chi ha meglio servito la Costituzione, chi ha cercato di salvare una vita innocente o chi ha indetto manifestazioni di piazza salvo poi reclamare "silenzio, silenzio!" o "riflessione, riflessione!" e solo allora interessarsi della povera donna e di tutta la vicenda? Le leggi sono fatte per l'uomo, non l'uomo per le leggi. Se anche a servir meglio la Costituzione fossero stati i secondi, beh allora ecco la grande grazia di essere un uomo senza patria, appartenente solo a Cristo e non schiavo di un pezzo di carta.
Io una mia idea ce l'ho: questi gentiluomini hanno coperto con la bagarre sulla Costituzione in pericolo il vuoto che hanno dentro di fronte all'abisso della morte, del significato della vita, che questa ragazza ha riportato prepotentemente a galla. Chi, in definitiva, preferisce il diaologo e la "riflessione comune" a tutti i costi alla verità prima di tutto con se stessi, è perché non ha niente da dire. E mi ha molto ferito sentire di alcuni uomini di Chiesa invocare il silenzio sulla vicenda. Rispetto per un padre devastato sì, silenzio per la prima condanna a morte della storia Repubblicana no. E neanche parlare nei "nostri cuori", come mi ha detto la mia prof. di religione, e mi chiedo quale.
Eluana era un "vegetale", una "pianta grassa", una "non-vita", e ha messo sottosopra una Paese: ha fatto emergere i pensieri di molti cuori, e, per dirla con Langone, ha fatto vedere chi ha "lasciato Cristo per la Costituzione (neanche un vitello d'oro, un pezzo di carta)".
Per ora non mi sento di dire altro. Non dirò cosa c'è fra me, Eluana e Dio, se ho pianto o no, come ho reagito alla notizia e che altro. Ne avrò detto tutto con questo post, probabilmente neanche bene, ma non è ciò che mi preme di più.

Intanto ricordo due cose sacrosante: Eluana Englaro è morta per una sentenza giudiziaria. Punto e basta. A Porta a Porta, un medico assetatore (ora bisognerà distinguerli, fate attenzione), ha risposto al sospetto forte, fortissimo che qualcuno avesse accellerato il "protocollo", (leggi la condanna a morte), scaldandosi e dicendo "Non è possibile pensare che un medico abbia commesso un atto del genere". Già, me lo chiedo anche io. Quale sarà da ora la vocazione della medicina?
Infine, terza ed ultima cosa, una delle suore misericordine (che nome stupendo), intervistata, alla domanda su che cosa avrebbe detto a Beppino Englaro, ha risposto: "Gli direi che c'è un altro modo di amare".




mercoledì 11 febbraio 2009

Il fortilizio della carità, un padre e l'ideologia strisciante

Il cristianesimo si ritrova ora solo e vulnerabile

Una ruspa ha abbattuto il fortilizio della carità. Come è accaduto?

Non è la chiesa cattolica che è debole, magari fosse solo questo, è proprio il cristianesimo che non è mai sembrato tanto vulnerabile. La chiesa cattolica perde e vince le sue battaglie, ma l’idea cristiana, l’idea incarnata dico, l’idea-uomo, l’idea personale di una via e verità e vita, quella smotta, oscilla paurosamente, si rarefà, sembra svanire dietro gli ideologismi anonimi imperanti. Cristo e la carità sono una cosa sola, infatti. Deus caritas est, come recita la seconda lettera di Giovanni, come si inizia la prima enciclica di Ratzinger. E invece la carità è finita sotto i piedi del tempo distratto.

Esagero? Forse sì. Ammetto di brancolare nel buio o, nelle ore di maggior lucidità, di tentennare nel crepuscolo. Fino a ieri, nei paraggi del referendum sulla fecondazione assistita, dicevo che in Italia si sperimentava il laboratorio dell’eccezionalismo occidentale, una attiva ed efficace difesa del sacro contro le pretese invalidanti della filosofia post moderna, con Ratzinger e Ruini e gli altri grandi europei dell’offensiva antirelativista (Caffarra, Cañizares, Schoenborn, Scola) sulla scia del lungo e travolgente papato giovanpaolino.

Oggi mi sembra che il paradigma eccezionalista sia rovesciato. Balza in primo piano la vulnerabilità del cristianesimo. Dunque l’omologazione virtuale anche dell’Italia, patria romana del cristianesimo latino, agli effetti di scristianizzazione radicale del secolarismo moderno. Cerco di spiegarmi meglio. Quello che è successo nel caso di Eluana Englaro è estremo. Una storia privata piena di dolore e di furore è emersa in palcoscenico durante il tempo lungo di un quindicennio. Una regia accurata l’ha sviluppata, atto dopo atto, invadendo l’immaginazione collettiva, perforando lo stesso spazio mediatico già bucato dalle immagini di Welby e del suo diritto di morire. Piano piano abbiamo abbassato tutti la guardia. L’enormità del fatto ipotizzato dalla richiesta di “giusta morte” della famiglia Englaro è scivolata dentro le nostre paure conscie e inconscie, dentro l’idea di una malattia come prigione, di una disabilità cognitiva e percettiva come carcere infernale dal quale liberarsi in nome dell’autodeterminazione, del diritto di morire, e perfino, per larghi strati della cattolicità post conciliare, in nome di Dio.

La libertà di coscienza è stata brandita come arma ideologica per colpire al cuore la carità e la cura, l’attenzione vigile e irriducibile alla persona e al suo diritto di vivere. In una lettera disperata alle autorità civili, scritta di recente dalla famiglia Englaro per rivendicare una concezione della vita e della morte comune ai suoi tre componenti (padre, madre e figlia), le cure caritatevoli delle suore sono state trattate come pratiche invasive indesiderate, descritte come insopportabili violazioni dell’intimità. I consiglieri faustiani di papà Beppino plaudono apertamente alla fine dell’equivoco cristiano e ippocratico della vita come dono da conservare, proteggere e restaurare finché possibile. La morte di Eluana Englaro ha questo effetto di liberazione, nelle loro parole, per lei e per tutti. Anche la vita, come la verità, diventa solo una ridda di interpretazioni, un materiale inerte per la ricerca scientifica e il progresso.

E’ infine arrivato un colpo micidiale a tratti pertinenti del nostro mondo e della nostra era bimillenaria. E’ arrivato un devastante attacco alla cura devota e benevolente del malato e del morente, la messa in questione del servizio gratuito alla persona; è ora disprezzata la lavanda dei piedi come massimo insegnamento apostolico sul corpo degli apostoli, vilipeso l’affratellamento del corpo nudo, e le abluzioni e il contatto e il contagio spirituale e materiale, insomma la stoffa di cui sono fatti i leggendari racconti di guarigione cristiana, di cui sono trapunte le storie miracolistiche degli accompagnatori del dolore della croce, i grandi taumaturghi dello spirito e i santi ospitalieri di tutti i secoli.

Se di fronte a quanto è accaduto non si odono suonare le campane per tutta l’aria disponibile ai campanili di tutte le chiese; non si odono prediche e omelie forti, severe, perfino formidabili, dotate di carisma e di potere intimidente, ma invece appelli donabbondieschi al silenzio orante, come nel caso della sfortunata diocesi di Milano; e se non si mobilitano veri e sapidi intellettuali, chierici capaci di parlare con qualche conseguenza; se non si elevano, se non si stagliano come figure non retoriche di contrasto al fanatismo secolarista pulpiti e cattedre, università e scuole, movimenti ed esperienze collettive di gioventù e discepolati; se davanti a ciò che è accaduto non c’è altro che un gracidare di proteste sconnesse e occasionali, una qualche bella e anche bellissima ma isolata parola del Papa, campioni di buon giornalismo e di buona letteratura cattolica nel giornale dei vescovi, e poi solo molta diplomazia e molte preoccupazioni politiche: questo vuol dire indubitabilmenrte che nel cristianesimo europeo, nella sua forma italiana fino a ieri d’avanguardia e di battaglia, si è inserito il morbo della vulnerabilità più estrema, e qualcosa come il vizio della rinuncia, della compiacenza.
Infatti quel che è accaduto è semplicemente tragico ed è tragico che sia potuto accadere senza vere conseguenze, senza una testimonianza che non fosse il povero rosario recitato da piccoli gruppi pro life di acuta sensibilità e scarso carisma nella chiesa e nel mondo cattolico: una povera cristiana è stata strappata a furia di sentenze dalle mani caritatevoli delle suore Misericordine di Lecco, e trasferita da un ambiente di amore manzoniano a una clinica dove un repartino di morte è stato attrezzato e governato da una setta di volontari che hanno rovesciato il significato della carità, e questo con tutte le migliori intenzioni, mostrando l’atroce volto dell’antipersonalismo ateo, il disprezzo pubblico e pedagogico e piagnone verso una vita indegna di essere vissuta.
Se ci si può permettere tutto questo nel cuore di una grande nazione di radici cristiane come l’Italia, sono guai. Se non si avverte una cocciuta e divampante resistenza come parte della tragedia, se i cristiani sono costretti alla parte dello spettatore o consegnati a un florilegio di retoriche o a una presenza orante ma non potente, sono guai.

Io sono uno di fuori, un passante, non conosco bene la forza dell’invisibilità cristiana, l’esemplarità che scava nel tempo, la predicazione che se ne infischia della dimensione etica, del dover essere kantiano, e si immerge nella coscienza individuale e nella colpa per emendarla, non ho rapporti con la cultura catechistica e il governo penitenziale del peccato. Dunque forse sbaglio, e lo dico con vera modestia. Forte il cristianesimo neanche si accorge di quel che è accaduto, e i suoi problemi sono altri, altro il suo respiro, altro il suo eventuale affanno. Ma quella ruspa che si è abbattuta sul fortilizio della carità mi sembra la minacciosa dimostrazione che il cristianesimo è ormai parecchio vulnerabile, nel senso che la vita e la morte cominciano a definirsi non soltanto a prescindere dal suo insegnamento e dalla sua sensibilità, ma contro di essi. Il che, scusatemi, non mi sembra poco.

Giuliano Ferrara





IDEOLOGIA/ Quel linguaggio che trasforma la morte di Eluana in “applicazione del protocollo”

mercoledì 11 febbraio 2009

Nei giorni che hanno preceduto la tragica morte di Eluana Englaro si è fatta sempre più evidente e pesante una distorsione del linguaggio che non può passare sotto silenzio. Invece di descrivere quello che veniva effettivamente fatto a Eluana, e dire quindi che veniva tenuta in vita con una «alimentazione assistita», si è preso a parlare di «accanimento terapeutico»; poi, invece di usare espressioni come «sospensione dell’alimentazione» si sono preferite formule più neutrali e inoffensive come «applicazione del protocollo»; in tutti i modi si è cercato di negare che il decreto che autorizzava a sospendere l’alimentazione fosse nei fatti, se non proprio una condanna a morte, almeno l’autorizzazione a far morire una persona viva.

(...)

Nessuna somiglianza deve ingannarci: le due ideologie totalitarie che hanno segnato il XX secolo sono finite; ma in un certo uso del linguaggio permane la forma vuota dell’ideologia, una concezione tutta ideologica della realtà, che si pone al di sopra di essa e pretende di poterne disporre sino a negarla. Invece, non in nome di qualche ideologia più ricca e migliore di nazismo e comunismo, ma in nome della realtà, la vita è indisponibile.

Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni non è uno scontro ideologico tra due partiti (laici contro credenti o cultura della libertà che si autodetermina contro cultura della vita, ecc.), non è lo scontro fra due ideologie, ma fra la realtà irriducibile e indisponibile della persona umana e chi la nega.




ELUANA/ 1. L'appello del padre di Terri Schiavo a Beppino Englaro

lunedì 9 febbraio 2009

Pubblichiamo in esclusiva la lettera aperta che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, ha indirizzato attraverso ilsussidiario.net a Beppino Englaro, il padre di Eluana

Caro Signor Englaro,

Mi presento: sono Bob Schindler, il padre di Terri (Schindler) Schiavo. Malgrado noi veniamo da due continenti diversi con differenti culture, abbiamo molte cose in comune. Entrambi siamo padri ed entrambi abbiamo avuto dallo stesso Dio il dono dei figli. Nel mio caso tre. La nascita di Sua figlia e di mia figlia Terri non sono solo accadute, sono state un atto di Dio. Mi ricordo di quando mia figlia Terri era bambina e di come ero orgoglioso dei commenti della gente su quanto fosse carina. Fui altrettanto orgoglioso quando fece i primi passi e disse le sue prime parole. Lo stesso orgoglio mi ha accompagnato per tutta la sua adolescenza fino a quando è diventata una persona adulta. Entrambi abbiamo una figlia che ha sofferto gravi danni cerebrali e io so molto bene quali profondi effetti questo può causare alla persona colpita e alla sua famiglia. Entrambi abbiamo fatto esperienza della stessa disgrazia e dello stesso dolore. Tuttavia, vi è una differenza. Sua figlia è ancora viva, la mia non più. Lei ha ancora il controllo sul futuro di Eluana, io non ho potuto far nulla per Terri. Quando mia figlia Terri subì il trauma cerebrale, le promisi che le avrei fatto avere le cure appropriate. Ho fallito. Ho combattuto senza successo i tribunali e suo marito per poter intervenire nel suo trattamento e riportarla a casa. Ciò non è accaduto e oggi io sono afflitto per il mio fallimento, perché ha portato alla sua morte. La mia famiglia e io siamo addolorati per la perdita di Terri e io in particolare lo sono per il modo in cui lei è stata messa a morte. È morta per fame e sete. Questo tipo di morte è crudele e barbarico. I sostenitori dell’eutanasia Le diranno che far morire di fame e di sete una persona con danni cerebrali non causa dolore. Sono stato testimone di questo tipo di esecuzione e posso dire che è falso. È di gran lunga la morte più dolorosa che un essere umano possa sperimentare. Questa è la ragione per cui accade sempre nella più stretta riservatezza, al riparo di testimoni e cineprese. Se Lei ha intenzione di fare questo a Sua figlia, Le consiglio di prepararsi a come soffrirà. Verrà ridotta a pelle e ossa. Gli occhi usciranno dalle orbite. I suoi denti diventeranno sporgenti in un modo abnorme e i suoi zigomi si ingrandiranno. Non c’è bisogno che Le dica altro, sua figlia soffrirà in un modo incredibile. Mia figlia sembrava un detenuto di quelli che si vedono nei documentari sui campi di sterminio nazisti. Negli ultimissimi giorni della sua vita, quando chiesi che i media potessero essere testimoni della sua morte, mi fu negato. Non voglio che nessun altro muoia in questo modo. Dio ha dato a Lei e a me la responsabilità di insegnare principi morali ai nostri figli e di tenerli fuori dalla cattiva strada. Far morire di fame e di sete Sua figlia è lontano da ciò che Dio desidera.

Bob Schindler Sr






ELUANA/ Il padre di Terri Schiavo: c’è una speranza più forte del dolore

mercoledì 11 febbraio 2009

Riceviamo e pubblichiamo in esclusiva la lettera che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, saputo della morte di Eluana, ha inviato a ilsussidiario.net, dopo la sua prima lettera di domenica scorsa indirizzata a Beppino Englaro.

Siamo molto addolorati nel sentire di Eluana e pieni di tristezza per lei. Aveva solo 38 anni. Eluana è morta solo quattro giorni dopo che i medici hanno cominciato ad interrompere la sua alimentazione e idratazione, con l’intento di causarne la morte. Tristemente, la morte di Eluana ci ricorda ancora le parole di Papa Giovanni Paolo II. L’averle tolto cibo e acqua, cioè l’assistenza di base, così da farla morire, è una cosa che riguarda tutti noi e il modo in cui ci prenderemo cura di quelli che hanno bisogno del nostro amore e della nostra compassione per continuare a vivere. Per la nostra famiglia non passa giorno che noi non pensiamo alla nostra amata Terri e stiamo ancora soffrendo molto per una perdita così grande. Da quando Terri è morta, abbiamo deciso di portare avanti il suo lascito di vita e di amore, così che il suo sacrificio non sia avvenuto invano e, cosa più importante, che altri possano evitare lo stesso terribile destino. Una cosa che sappiamo è che la questione non muore con Terri o Eluana, perché ci sono decine di migliaia di persone che vivono con lo stesso tipo di infermità. E le loro vite sono estremamente vulnerabili al crescente pregiudizio contro chi soffre di una infermità cognitiva. Dopo la morte di Terri, la nostra famiglia ha dato vita alla Terri’s Foundation, per poter sostenere le persone con gravi danni cerebrali che sono in pericolo di essere uccise, in base a questa crescente tendenza a considerare la loro vita come “non degna di essere vissuta”. Noi siamo profondamente addolorati per l’inutile morte di Eluana, ma siamo pieni di speranza che sempre più persone diventino coscienti di come viene trattato chi soffre di infermità come quelle di Terri ed Eluana, e che il nostro mondo cominci a dare valore alle loro vite, piuttosto che eliminarle. Noi preghiamo perché il padre di Eluana e tutti quelli che hanno preso parte nella sua morte possano un giorno ridare valore alla vita e capire che tutte le persone sono state create con pari dignità e rispetto, non importa quale infermità possano avere. Ciò che dà qualità e valore alla vita è l’amore. Amare ed essere amati è ciò che dà valore alla vita. L’amore è l’arbitro ultimo della vita. L’eutanasia è l’abbandono dell’amore. Dove c’è amore, c’è speranza.

Robert Schindler Sr e la famiglia di Terri


martedì 10 febbraio 2009

Lettere dal Mondo Nuovo

Riporto alcuni interventi dei lettori de "Il Foglio" apparsi in queste ore sul sito internet del giornale, fra i quali anche il mio:

L'applauso dei radicali

Ieri sera appena resa nota la notizia della morte della piccola Eluana, il folto gruppo di Radicali che sostava nei pressi della clinica della morte si è lasciata andare ad un applauso. Poveracci, hanno tanto sofferto in questi ultimi giorni e finalmente si sono liberati dall'angoscia abbandonandosi all'applauso liberatorio. Che spettacolo indecente e vergognoso!

Imma Cafararo, Sorrento


Eluana

Dai tempi del Terzo Reich un solo disabile era stato lasciato morire di fame e di sete. Qualcuno si è distratto un'altra volta. Che il Signore perdoni ciascuno di loro e accolga Eluana nella Sua gloria.

Giacomo Berchi, Biella


Ciao Eluana

Eluana è morta sola. Nessuno che le stesse vicino, che le tenesse la mano, i volontari del comitato "per Eluana" (ma cosa sta ad indicare quel per?) i suoi genitori. Questo abbandono esprime tutta l'umanità di coloro che hanno combattuto la battaglia per una vita e una morte dignitosa

Daniela Fusi, Saronno


Vita e morte

Viva la costituzione, Morta Eluana.

Michele Vacca


Silenzio?

Silenzio un accidenti. Se voleva silenzio il Sig. Englaro ci poteva pensare diciassette anni fa, prima di cominciare una battaglia politica nel nome e sul corpo si sua figlia. Ora è il momento delle parole e devono essere dette tutte.

Giovanni De Merulis, Roma


Il silenzio del privato

L'anno impronunciabile urlava: "privato è pubblico".
Oggi, in pubblico, noi urliamo: VITA!

Marco Bellisario, Napoli


Eluana

Ieri sera ho di nuovo visto l'abisso. Era lì davanti a me, il nulla il vuoto infinito.

Giovanni Cesarano, Pietrasanta


Duemilacinquecento anni di storia

"Giuro di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente". (Giuramento di Ippocrate, pronunciato da tutti i medici.)

Gabriele Gatto, Torino


Gli uomini vuoti

"Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l'un l'altro
La testa piena di paglia. Ahimè!"

(T.S.Eliot - Gli uomini vuoti)

Martino Olivo, Trieste


Come è morta Eluana?

L'hanno ammazzata. L'hanno ammazzata facendola morire di fame e di sete.L'hanno ammazzata in fretta, quasi in una corsa contro il tempo, per evitare il voto del Parlamento. Perchè? Forse perchè un padre disperato voleva far finire un incubo. Forse perchè qualcuno ha "usato" Eluana per esaltare la propria visione e cultura della morte. Ma quanti complici! Certamente i giudici che in assenza di una legge si sono arrogati il diritto di stabilire chi può vivere e chi può morire. Certamente un Parlamento che ha lasciato un vuoto legislativo! Certamente il Presidente della Repubblica che ha fatto prevalere la presunta e burocratica difesa della costituzione rispetto alla vita di una persona. Ma siamo sicuri che il decreto fosse manifestatamente anticostituzionale? Il Governo ci ha almeno provato. Silvio Berlusconi, persona discussa ed a volte discutibile si erge come un gigante di fronte al Clan di "Repubblica", ai firmaioli di professione,ai cosidetti sinistri intellettuali soliti noti radical-caviale perennemente presenzialisti .Come si ad accettare ,solo per odio nei confronti del Premier, che una persona disabile possa morire di fame e di sete perchè,secondo alcuni, il suo stile di vita precedente la malattia non avrebbe tollerato l'infermità. Quando toccherà ai vecchi con problemi fisici o mentali che nessuno può curare per mancanza di tempo? Quando toccherà ai ciechi agli storpi, agli"stupidi"ai diversamente abili? Chi fisserà il limite dell'asticella? Basta con gli stregoni della morte

Alberto Villa


Grazie Giuliano

Vorrei anch'io ringraziare Giuliano Ferrara, ho letto il suo articolo "che branco di..", ce ne fossero di gente che s'indigna di fronte a tanta ingiustzia! Non mi sono indignata per la morte di Eluana, lei è nata ad una nuova vita, "Dies Natalis", ma noi qui stiamo morendo, sì, perchè tutto è relativo, non c'è più una verità, una persona può morire , purchè nessuno tocchi le "loro leggi", "le loro sentenze", si sono sostituiti a Dio. Ma ciò che non comprendo è: quei cattolici che sono per l'eutanasia da dove vengono, in quale Dio credono? Il dio del potere, della politica, delle loro lobby,ma Eluana ha dato la vita anche per loro.

Diva Pianesi, Macerata


Cultura della morte

Pensando che le nuvole di questi tempi escatologici si fanno sempre più oscure e immense e tanto per rimanere in tema di infamità disgustose, in questo giorno infinitamente triste mi viene solo da parafrasare lo slogan di chi giustificava altre tipologie di omicidio: pagheremo caro, pagheremo tutto.

Luca Dmbrè, Fidenza (Parma)