venerdì 28 novembre 2008

La Colletta Alimentare


COLLETTA/ Socci: una carità che sa educare e creare sviluppo, anche economico

venerdì 28 novembre 2008

Giunta ormai alla dodicesima edizione, la Giornata Nazionale della Colletta alimentare è diventata ormai un appuntamento fisso per molti italiani. Non solo per le migliaia di volontari che ogni anno permettono la realizzazione di questo grande gesto di carità, ma anche per tutti coloro che, facendo la spesa come tutti gli altri giorni, decidono per una volta di comprare qualcosa in più, facendo così la spesa anche per chi non se la può permettere.

Un gesto semplicissimo, dunque, che in questa sua immediatezza è capace però, come nota Antonio Socci, di «comunicare il cuore» di chi ha dato origine alla grande realtà del Banco alimentare.

Socci, la Colletta alimentare è una cosa un po’ diversa rispetto alla normale beneficenza: è un gesto concreto che coinvolge personalmente chi lo fa. Possiamo dire che, in questo rendere tutti partecipi e protagonisti, è anche un gesto con un valore educativo?

C’è in effetti un valore educativo per la persona singola, nonché un valore culturale per la società, per tutta la comunità umana in cui viviamo. Per la singola persona si tratta di un fatto, un’opera che mette in sintonia con il cuore di chi l’ha pensata. Parlo innanzitutto per me: anch’io andrò sabato a fare la colletta, e a sistemare i pacchi insieme ad altre persone, e quando faccio questo penso sempre a come è nato il Banco alimentare, cercando di immedesimarmi con il cuore di don Giussani. Penso al suo sguardo, e mi immagino la sua espressione, il suo sentimento, il modo con cui sapeva empaticamente sentire il bisogno degli altri. Questo è il cuore della grande carità cristiana: una cosa molto grande, molto bella, un fatto che spalanca. E credo che sia una cosa tutta da vivere; direi anzi che, vissuta con questo cuore, la Colletta è in grado di far vivere la vita intera in un altro modo.

Lei accennava al fatto che in questo gesto c’è un valore per la società intera. Un rilievo importante, in un momento in cui la gente vive con paura gli effetti dell’attuale crisi economica.

Per spiegare questo mi rifaccio a un libro estremamente interessante, che ho letto di recente, intitolato “Benedetta economia - San Benedetto e san Francesco nella storia economica europea”: un libro straordinario che permette di capire l’importanza del cristianesimo nello sviluppo dell’Europa, non solo attraverso il monachesimo – cosa già nota – ma anche attraverso il movimento francescano. Una prospettiva che contiene molti insegnamenti anche per l’oggi. In particolare, fra le attualissime conclusioni cui gli autori arrivano, c’è l’indicazione dei due elementi che hanno dato maggiore dinamismo allo sviluppo dell’economia europea: il primo fattore è la gratuità, per cui attraverso il movimento francescano è nato il mercato moderno, nella sua accezione migliore; il secondo è il carisma, vale a dire il fatto che ciò che è nato da grandi personalità come Benedetto o Francesco ha creato un dinamismo e un’intelligenza della realtà comprensiva di tutti i bisogni. Questa è una lettura veramente interessante, molto utile adesso, soprattutto in prossimità di grandi gesti di carità come la Colletta alimentare e poi le Tende di Natale, organizzate da Avsi.

In che senso tale giudizio aiuta a capire il valore di questi gesti di carità?

È un giudizio culturale che ci permette di capire che il cuore cristiano in ogni epoca si esprime con questo sguardo di carità che anche noi viviamo in questi gesti, in cui è evidente sia la gratuità, sia il carisma che li ha generati; ma al tempo stesso manifesta un’intelligenza delle cose e un’intelligenza della realtà che è stato storicamente assai fecondo.

Questo sembra richiamare a quanto dice Benedetto XVI nella “Deus caritas est”: «non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l'uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell'amore». La carità è più della giustizia?

La giustizia mette in campo il ruolo dello Stato, che ha una funzione equitativa; mentre la carità dice qualcosa in più, perché parla alla persona. È dunque un elemento più umano e più ragionevole. La società non è una massa amorfa che viene plasmata dallo Stato: quando è così è una società non libera. La società è libera se fatta da uomini liberi, che si muovono con responsabilità e con intelligenza. In questo senso la carità è una dimensione della persona e non può essere una dimensione dello Stato, il quale si occupa della giustizia. La carità è un cuore, e quello che conta è che in una società ci siano persone, volti, carismi che fanno vedere questo cuore in atto, e per cui contagiano.

E come dice il Papa è una cosa di cui ci sarà sempre bisogno.

Sì, altrimenti c’è il grosso rischio che segnalava Eliot: esiste una società buona se gli uomini non sono buoni? È questo il punto: non può essere lo Stato a fare la società buona. Ciò che fa buoni gli uomini non è certo una legge o un sistema, nemmeno il più perfetto.

Lei diceva che questo è un bene che contagia. Lo si vede ogni anno dalla gente che viene coinvolta e che si commuove di fronte al gesto di gratuità della Colletta; si sono commossi anche vari politici alla presentazione fatta quest’anno alla Camera…

Questo non mi sorprende, anche perché troppo spesso in modo manicheo pensiamo ai politici come se fossero i “cattivi”, mentre in realtà sono persone normali. Comunque, la spiegazione di un tale “contagio” di stupore e commozione sta nel fatto che evidentemente una cosa così corrisponde profondamente al cuore di ognuno. L’iniziativa in sé genera corrispondenza, ma è soprattutto il cuore che c’è dentro all’iniziativa che dà questa corrispondenza e quindi questa commozione. Se tutti fossimo educati a un cuore del genere, parafrasando una ben nota frase di don Giussani, staremmo tutti meglio. La Colletta è un gesto umano e ragionevole perché è un gesto da cui traspare quel cuore, quell’intelligenza, quella carità. Questo commuove, e contagia.

martedì 25 novembre 2008

Il Partito Comunista, un'ateismo indifferente e l'Eucaristia




A volte il Mistero irrompe nella Storia con tutta la Sua forza, la Sua evidenza tale da cambiare in cinque minuti la vita di un uomo. E' il caso di André Frossard, noto giornalista e scrittore apologeta francese, morto nel 1999, figlio del fondatore del Partito Comunista Francese ed educato al socialismo reale nel più rigido ateismo. Talmente anticlericale da esserlo soltanto in campagna elettorale. Il "problema-Dio" quanto di più lontano dalla sua vita quotidiana. Un indifferentismo "normale", senza scossoni. Eppure André Frossard fu letteralmente travolto dalla Luce dell'Eucaristia, entrando in una cappella per trovare un amico. "Dio esiste. Io l'ho incontrato" è il titolo del suo primo libro, che mi prometto di leggere. E' sicuramente una testimonianza impressionante, come descrive qui di seguito. Tanto inspiegabile quanto evidente, letteralmente un segno.


"Mi feci trovare da chi non Mi cercava, dissi "Eccomi" a chi non invocava il Mio nome".



"Mentre spingevo il cancello di ferro del convento io ero ateo. L'ateismo assume molte forme. C'è un ateismo filosofico che assimila Dio alla natura, rifiuta di attribuirgli una personalità propria e cerca ogni soluzione nell'intelligenza umana; niente è Dio, tutto è divino. L'ateismo scientifico scarta l'ipotesi di Dio e tenta di spiegare il mondo con le sole proprietà della materia di cui non ci si deve chiedere l'origine. L'ateismo marxista è ancora più radicale: non si limita a negare Dio, ma, se per caso si facesse vivo, lo metterebbe alla porta, poiché la sua presenza inopportuna sarebbe d'ostacolo al libero gioco della volontà umana. Esiste anche un genere di ateismo largamente diffuso, che io conosco bene perché era il mio: l'ateismo stupido. Questo ateismo non si pone domande. Trova naturale stare una palla di fuoco ricoperta da un sottile involucro fango secco, che ruota a velocità supersonica su se stessa e intorno a una sorta di bomba a idrogeno, trascinata nel movimento rotatorio di miliardi di lampioncini la cui origine è un enigma e la cui destinazione è ignota. Mentre varcavo quella porta ero l'ateo che ho descritto, lo ero ancora all'interno della cappella. Nel gruppo dei fedeli, in controluce, vedevo solo delle ombre, tra cui non riuscivo a distinguere il mio amico; una sorta di sole splendeva in fondo all'edificio: non sapevo che fosse il Santissimo Sacramento. Nessuna pena d'amore mi tormentava, anzi, quella sera dovevo avere un incontro con una nuova fiamma. Non ero preoccupato, non ero curioso. La religione era una vecchia chimera, i cristiani una specie attardata lungo il cammino dell'evoluzione: la storia si era pronunciata per noi, per la sinistra, e il problema di Dio era stato risolto in senso negativo da almeno due o tre secoli. Nel nostro ambiente, la religione sembrava talmente superata che eravamo anticlericali solo in campagna elettorale. E' allora che è accaduto l'imprevedibile. In seguito, si è voluto a ogni costo farmi ammettere che la fede operava in me fin dall'inizio, che vi ero preparato a mia insaputa, che la mia conversione è stata solo la presa di coscienza repentina di una disposizione mentale che da molto tempo mi destinava a credere. E' un errore. Se c'era una predisposizione in me, era proprio all'ironia nei confronti della religione e se una sola parola poteva definire la mia disposizione mentale, il termine più adatto era indifferenza. Lo vedo ancora oggi, il ragazzo di vent'anni che ero allora, non ho dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di particolare bellezza, vide sorgere all'improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non nell'immaginazione degli uomini; nello stesso tempo era sommerso da un'onda, da cui dilagavano insieme gioia e dolcezza, un flutto la cui potenza spezzava il cuore e di cui mai ha perso il ricordo, nemmeno nei momenti più cupi di una vita investita più di una volta dall'orrore e dalla disgrazia; non ha altro compito, da allora, che quello di rendere testimonianza a questa dolcezza e a questa straziante purezza di Dio che quel giorno gli ha mostrato per contrasto di che fango era fatto. Mi chiedete chi sono? Posso rispondervi: sono un composto alquanto torbido, intriso di nulla, di tenebre e di peccato, che per una forma insinuante di vanità potrebbe attribuirsi più tenebre di quanto sia possibile contenere e più peccati di quanto sia possibile commettere; per contro, la mia parte di nulla è indiscutibile, è la mia sola ricchezza, lo so, è come un vuoto infinito offerto all'infinita generosità di Dio. Questa luce, non l'ho vista con gli occhi del corpo, poiché non era quella che ci rischiara o ci abbronza: era una luce spirituale, cioè una luce maestra, era quasi la verità allo stato incandescente. Ha definitivamente capovolto l'ordine abituale delle cose. Potrei addirittura dire che, da quando l'ho intravista, per me non esiste che Dio e tutto il resto non è che un'ipotesi. Mi hanno detto tante volte: " Dov'è finito il suo libero arbitrio? Sembra proprio che di lei si possa fare quel che si vuole. Suo padre è socialista, e lei diventa socialista. Entra in una chiesa, e diventa cristiano. Se fosse entrato in una pagoda, sarebbe buddista e se fosse entrato in una moschea sarebbe musulmano ". Al che mi permetto talvolta di rispondere che mi succede di uscire da una stazione senza per questo essere un treno. Quanto al mio libero arbitrio posso affermare di averne disposto soltanto dopo la mia conversione, quando ho capito che solo Dio era in grado di salvarci da tutte le forme di asservimento a cui, senza di lui, saremmo inesorabilmente condannati. Insisto. Fu un'esperienza oggettiva, fu quasi un esperimento di fisica, e io non ho da trasmettervi niente di più prezioso di questo messaggio: al di là, o meglio attraverso il mondo che ci circonda e di cui facciamo parte, esiste un'altra realtà, infinitamente più concreta di quella a cui generalmente facciamo credito, e questa realtà è quella definitiva, dinanzi alla quale non ci sono più domande".
(da A. Frossard, Dio. Le domande dell'uomo, Piemme, Casale Monferrato 1990)


giovedì 20 novembre 2008

Recensione: The Passion of The Christ - La Passione di Cristo




Questo film è un capolavoro assoluto. Un capolavoro sotto tutti gli aspetti: per la storia che racconta, per come la racconta e per la grande umanità che emerge da tutti i personaggi che rendono storica questa pellicola. Il tema è la Passione del Cristo, interpretato da Jim Caviezel. Tutti gli attori si adattano perfettamente ai rispettivi ruoli, da Maria con la sua maternità, Giuda con il suo terribile rimorso, un Pilato reso alla perfezione, fino alla figura di Satana stesso, che compare più volte nel corso delle scene. Scene che si aprono nell'orto del Getsemani, con Gesù in preghiera e in supplica di fronte al Padre. Spettrale e davvero ben definita la figura di Satana, che cerca di convincere il Cristo che la sua è una missione impossibile, "Non ce la farai a salvarle tutte", riferendosi alle anime.



Le scene sono quelle evangeliche, ma la maestria di Gibson inserisce qua e là particolari d'autore che rendono perfetto il quadro complessivo. Resa magistralmente è l'angoscia di Giuda, Giuda che si troverà inseguito da una torma di bambini, diabolico simbolo del suo tormento, osservato da Satana. Fino a che non s'impiccherà. Ci sono Caifa e i farisei del Tempio, e c'é poi Pilato, il governatore romano tormentato dalla verità, "Quid est veritas?". Il realismo crudo delle scene è stato ampiamente criticato dall'opinione pubblica, semplicemente perché, a mio avviso, non si tratta di uno splatter di bassa qualità, e come tale senza pretese, bensì addirittura di una rappresentazione della vita del Cristo dove la violenza, il dolore e il sacrificio hanno la pretesa di avere un senso. Pretesa che, secondo i "savi" della modernità, non dovrebbe avere.




La scena della flagellazione, così come la Via Crucis sono rese in un realismo da togliere il fiato, ancor più se si pone caso allo sguardo del Cristo, quando incrocia quello dei suoi persecutori, di Satana, di sua madre Maria. La maternità della Madonna emerge in maniera delicata e suggestiva, la storia di una madre che ha Dio per figlio, che ha avuto Dio sotto gli occhi tutta la vita, una madre che ora vede il Figlio stesso oltraggiato, sputato, flagellato ed infine inchiodato ad un legno. Una madre preda dello sconforto, che segue il Cristo fra la folla lungo la Via Crucis, dall'altra parte del Diavolo. Indimenticabile la scena della prima caduta, quando Maria non osa avvicinarsi al Divin Figlio fin quando non le torna alla mente come, anni prima, correva teneramente, come una madre, a soccorrerlo nelle sue cadute di bambino. E allora va, con Giovanni, dal Figlio che, il volto insanguinato le dice "Vedi... io faccio nuove tutte le cose".




L'umanità. L'umanità di tutti i personaggi è la grande protagonista di questo film sublime. Non certo una pellicola per soli credenti. Così come non si può non visitare la sublime bellezza delle cattedrali d'Europa e non solo, allo stesso modo questo film va visto. Perché la Passione di Cristo è un qualcosa, un fatto con cui tutti prima o poi devono fare i conti. Se non altro per la pretesa di quest'uomo di morire per liberare tutti gli uomini, la pretesa di essere Lui. In questo Mel Gibson ha reso un grande servizio a tutti. Un film che ha fatto scandalo perchè esplicitamente cristiano, perché ha, come si diceva, la pretesa di mostrare sangue per un senso. La scelta, poi, di mantenere le lingue originali, vale a dire l'aramaico antico e il latino, ha un qualcosa di geniale, che non limita certo la buona visione, ma la contestualizza e la rende più vivida e forte.
Un film da brividi, quei brividi sottili e dolci che accompagnano sempre la calda certezza di una storia vera, che accade. Ora. Certo è che questo film eccezionale registra nella sua produzione l'accadere di una fatto straordinario: l'interprete di Barabba, il malfattore liberato da Pilato in cambio del Cristo, si è convertito per lo sguardo che gli è stato rivolto dal Cristo-Caviezel nella ripresa delle scene.
L'attore stesso, dunque, Pedro Sarubbi, ha scoperto la bellezza di Cristo sul set di Gibson, per uno sguardo fugace che lo ha catturato, là, sulle scale del Pretorio. Come duemila anni fa.
















mercoledì 19 novembre 2008

Sweet sweet magic boxes!




Oh, mailboxes, sweet sweet mailboxes!
How could I stay in your country without you? Sweet sweet blue boxes, magic mailboxes for special mails. I found you everywhere, and you were the magic doors for everywhere my friends were. Sweet sweet magic boxes, how were vivid the days I always saw you while I was going at the cafeteria or everywhere, in that magic country, in that magic city. How I was trembling while I was feeding you with my poor mails! Sweet sweet magic blue boxes, do you remeber? You never betrayed me, I know. Thank you sweet sweet mail boxes, I'll always remember your blue shape, your magic blue shape that took my mails trough the Ocean.

Sweet sweet magic boxes, I love you!

martedì 18 novembre 2008

"Pronto, sono Giampaolo Pansa..."

Carissimo signor Pansa,

le scrivo brevemente per raccontarle una fatto accaduto una mattina, ovvero una conferenza organizzata dall'ANPI, sigla che lei conosce bene, sul tema della non-violenza in occasione della giornata indetta dall'Onu. Mi chiamo Giacomo Berchi, ho sedici anni e sono figlio del giornalista Marco Berchi di Biella che lei conosce, e mi avrebbe conosciuto di persona se non fosse che, dopo il suo incontro al Meeting di Rimini, sono dovuto scappare per un appuntamento. A proposito, complimenti per l'intervento.
Nonostante io ricordi quel giorno, due ottobre, più per la memoria dei Santi Angeli Custodi, evidentemente la mia prof. di religione l'ha più presente come data della nascita di Gandhi. Difatti siamo andati a questa conferenza nei saloni della Provincia della nostra città sul tema della non-violenza, conferenzieri i signori dell'ANPI locale e non e il presidente (Pd) della provincia di Biella. Guardi, non le sto a raccontare tutta la pappardella utopico-pacifista che ci è stata riversata addosso, retorica a non finire, valori antifascisti che continuano anche oggi in tutti i campi della vita, dallo spreco di energie alle impronte ai minori rom (a detta del presidente della Provincia, "le nuove stelle di David"), il cambiare il mondo con i nostri piccoli gesti sulla via della non-violenza: insomma un calderone. Un calderone dove finisce dentro Gesù Cristo con Che Guevara, San Francesco con Calamandrei, Falcone e Borsellino con Gandhi e Luther King... l'ho definita una "Religione sociale", i diritti umani eretti a simbolo e definizione dell'uomo, la Costituzione come misura ultima dell'umano, l'antifascismo come ragione di vita, una "Religione" che salva tutto dalle piante ai poveri bambini rom indifesi di fronte a Maroni. Una "Religione" che pretende di salvare tutto, ma credo abbia lasciato per strada la ragione.
Nel momento di assemblea (o soliloquio?) sono intervenuto per primo, e le riassumo brevemente qui di seguito il mio contributo. Ho iniziato esprimendo il mio rispetto per i partigiani presenti e per le loro storie personali durante la guerra, ma ho subito specificato che non mi trovavo d'accordo con tutto il contenuto della conferenza che ho definito come ho fatto qua sopra, una "Religione Sociale" abbastanza confusa. Ho dovuto scegliere i punti, o meglio, il punto da toccare, dato che "sarebbero tante le questioni in ballo che mi ci vorrebbe un'altra conferenza, e non mi sembra il caso". Allora ho premuto su ciò che da loro era definito come il principio del dialogo con tutti, lo stare insieme e l'accogliere il "diverso" come base per il progresso della società (non le dico la retorica!), il dialogo, quindi, la discussione con tutti per un futuro migliore. E ho detto: come mai questo atteggiamento si trasforma in chiusura e attacco quando si parla di Giampaolo Pansa e delle sue storie? Le confesso che dire il suo nome in quella cattedrale del sociale, proprio nel mezzo della funzione religiosa è stato liberatorio. Comunque sia il dado è tratto. Ho chiesto a qualcuno di loro di spiegarmi come mai accadeva questo, lasciando esplicitamente la parola ai conferenzieri.
Silenzio. Silenzio, caro Pansa, non una parola.
"Ci sono altri interventi?", ecco come hanno risolto la questione, togliendo il microfono dalla platea ("Non sentiamo molto!") e mandando gli altri sul podio a parlare. E mi dicevo "Sta a vedere che liquidano così la questione...". Si parla d'altro. Di mafia, non- violenza, insomma la funzione va avanti.
Ad un certo punto un partigiano anziano si alza e prende il microfono:"Io vorrei rispondere a quel gruppo di ragazzi che diceva che noi partigiani eravamo violenti". Parlerà di me? Boh, non so, sentiamo. Inizia a dipingere a tinte fosche la situazione della guerra, cosa erano costretti a fare, a cosa rinunciare ecc... molto sul personale. Insomma: dovevamo prendere le armi. Poi dice "E riguardo a Pansa, beh, diciamolo... ha detto anche un po' di bugie. E' un romanziere che ha costruito il suo curriculum su dei fatti inventati". Si, parlava di me! Allora quando ha finito mi alzo, e senza microfono dico: "Scusate, potrei puntualizzare una cosa, che non mi pare sia stata capita?", ma, guarda caso, era giunto un altro sacerdote sul podio a parlare di Gandhi e di come la non-violenza sia un'azione in atto ecc... "Grazie, scusate allora" dico ironico risedendomi.
Ci rinuncio. Alla fine di tutto la mia prof, un'altra funzionaria di questa Religione Sociale dai contorni indefiniti, mi porta l'anziano partigiano che mi ha "risposto" per "chiarire le idee". E io gli ripeto il problema: come mai manca il dialogo con Pansa? Lei dice che è un romanziere ma perché quando vi invita a smentire una delle storie che porta alla luce voi gli date del fascista e lo attaccate, lo fate tacere? Lui mi guarda e dice "Perché, lo sai, quando eravamo in paese dovevamo scappare eh... andare in montagna.... nelle colline.... era dura" "Si, signore io non metto in discussione la sua storia personale, perché abbiate dovute imbracciare i fucili... il problema, la mia domanda è su Pansa!" e lui "... c'erano le taglie, su noi bambini.... eh, era dura..." "Signore, la capisco, io però...".
Caro Pansa, proprio così: ho dovuto ripetergli cinque volte la mia domanda, non voleva capire! Già, è la situazione di questi dinosauri della storia.
L'imbarazzo, al dire il suo nome, era palpabile. Poi il vecchio partigiano imbarazzato dice, infine "Poi, certa gente... è più interessata alla politica che alla Resistenza" riferendosi a lei. Gli stringo la mano "Grazie, allora, arrivederci, tanto ho capito che non volete risolvere la questione... buona giornata!".

Lei continui così, continui a dar voce alle storie che i gendarmi della memoria continuano a nascondere, continui a fare quello che fa. Mi premeva farle sapere cosa mi era accaduto il giorno dei Santi Angeli.... eh, della non-violenza. Insomma, questa nuova religione sociale ha bisogno del coraggio di quelli come lei per essere smontata. Parafrasando Leopardi "All'apparir del vero, tu misera cadesti".

Spero di rivederla al Meeting di Rimini. Grazie per la pazienza e buon lavoro al "Riformista".


Giacomo Berchi



Questo accadeva ormai quasi due mesi fa. Oggi invece è stata una giornata normale (se normale può essere detto ogni giorno passato cercando di riconoscere la Sua Presenza, del Mistero che fa tutte le cose, insomma un giorno vissuto da cristiano), scuola, pranzo con amici, dormitella e studio. Massofisioterapista, per i soliti problemi, poi un bel paio di scarpe nuove e
una spesa veloce con maman. Doccia. Meglio, doccia calda, perché la caldaia da domenica non funzionava più, quindi si ha più voglia di specificare quel "calda". Squilla il cellulare, in camera mia, esco in accappatoio e vedo numero sconosciuto. Sarà un mio compagno.
"Pronto, è Giacomo Berchi?", o come dice lui, Sghacomo? "Si, chi parla?" "Sono Giampaolo Pansa, papà mia ha detto che oggi non hai l'allenamento di ostacoli" "Oh, si si, esatto...".
Bella sorpresa, no? Rispondi al telefono e dall'altra parte c'è un grandissimo giornalista e storico italiano. Telefonata tranquilla e gratificante, per quanto tranquilla possa essere una telefonata a sorpresa con un grande giornalista mentre tu sei tutto bagnato nel tuo accappatoio verde acceso, piedi nudi. Ah, scusate, per chi non lo sapesse, Giampaolo Pansa è un grande giornalista di sinistra, anche se definirlo così sarebbe scorretto. Tutta la sinistra lo odia, perché ha osato intaccare con fatti concreti, moltissimi fatti concreti, il mito della Resistenza buona e pulita, mito fondante della sinistra italiana. Fatti che tutti attaccano e nessuno prova nemmeno a smentire. Lui parla di Guerra Civile, e ha fatto emergere le nefandezze della guerriglia condotta dai partigiani comunisti, che miravano a fare dell'Italia un satellite dell'Unione Sovietica, così che oggi noi saremmo come l'Ungheria, uccidendo per questo donne, partigiani che non condividevano il progetto totalitario, e anche molti preti. Ci sono molti suoi libri interessanti.
Tornando alla telefonata, mi ha fatto i complimenti per la lettera e ha detto che si è molto divertito, l'ha fatta vedere pure alla moglie. "I consigli che posso dare a uno come te sono questi: studiare, studiare, studiare e leggere, leggere, leggere". Poi mi ha detto che bisogna essere fieri delle proprie idee e posizioni e che bisogna anche stare attenti a dove le si esterna, "perché il mondo non è fatto di Giacomo Berchi, Marco Berchi e Giampaolo Pansa". Ha definito "cinema grottesco" questo film mitico sulla Resistenza che prosegue ancora oggi, e mi ha detto che mi invierà il suo prossimo libro, in uscita a marzo.
Telefonata molto calorosa e colloquiale, per quanto insolita. E divertente.






lunedì 17 novembre 2008

Ah, signori! Come colmarlo quest'abisso della vita?



Tumulto di risate, grida, tintinii di argenti e cristalli

DON MIGUEL Vedo con piacere, signori, che mi volete tutti un gran bene, e sono molto commosso dall'augurio che mi fate così di buon cuore di vedere la mia carne e il mio spirito bruciare di una nuova fiamma altrove, ben lontano da qui. Vi giuro sul mio onore e sulla testa del vescovo di Roma che il vostro inferno non esiste, che non è mai arso se non nella testa di un Messia pazzo o di un cattivo monaco. Ma noi sappiamo che ci sono, nello spazio vuoto di Dio, dei mondi illuminati da una gioia più calda della nostra, delle terre inesplorate e bellissime, e lontane, lontanissime da questa in cui siamo. Scegliete dunque, vi prego, uno di questi lontani e incantevoli pianeti, e speditemi laggiù, questa notte stessa, attraverso la porta vorace della tomba. Perché il tempo è lento a passare, signori, terribilmente lento, e sono stranamente stanco di questa cagna di vita. Non raggiungere Dio è senz'altro un'inezia, ma perdere Satana è grande dolore e noia immensa, in fede mia. Ho trascinato l'Amore nel piacere, e nel fango, e nella morte; fui traditore, bestemmiatore, carnefice; ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo d'uomo, e vedete! Ho perduto Satana. Mangio l'erba amara dello scoglio della noia. Ho servito Venere con rabbia, poi con malizia e disgusto. Oggi le torcerei il collo sbadigliando. (...)
Allora! La mia confessione vi sorprende; sento ridere tra di voi. Sappiate dunque che non ha mai commesso un atto veramente ignobile chi non ha pianto sulla sua vittima. Certo, nella mia giovinezza, ho cercato anch'io, proprio come voi, la miserevole gioia, l'inquieta straniera che vi dona la sua vita e non vi dice il suo nome. Ma in me nacque presto il desiderio di inseguire ciò che voi non conoscerete mai: l'amore immenso, tenebroso e dolce. Più di una volta credetti di averlo afferrato: e non era che un fantasma di fiamma. L'abbracciavo, gli giuravo eterna tenerezza, esso mi bruciava le labbra e mi copriva il capo con la mia stessa cenere, e, quando riaprivo gli occhi, c'era il giorno orrendo della solitudine, il lungo, così lungo giorno della solitudine, con un povero cuore tra le mani, un povero, povero, dolce cuore leggero come il passerotto d'inverno. (...) Una bellezza nuova, (...), una nuova vita, un infinito di vite nuove, ecco quello di cui ho bisogno, signori: semplicemente questo, e nulla di più. Ah! Come colmarlo, quest'abisso della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai. (...)
E' un desiderio di abbracciare le infinite possibilità! Ah, signori! Che facciamo mai qui? Cosa guadagnamo?


(Miguel Manara, O. V. Milosz, ediz. Jaca Book, pag.27)



domenica 16 novembre 2008

Semplicemente davanti a un fatto

La croce di Eluana e di tutti coloro che le stanno accanto è una grande occasione per la nostra umanità (intesa come io umano) di stare davanti al mistero della sofferenza e quindi della vita. Lasciarsi provocare da un fatto che emerge in maniera così prepotentemente dalla realtà è un'occasione per guardare in faccia finalmente la propria vita e la propria domanda di senso e di felicità, il nostro dna di uomini. Ciò che la Cassazione ha deciso della vita di Eluana Englaro è anch'esso un fatto. Oggi su "Avvenire" si ricordava il documento stilato da un avvocato anni fa, negli Stati Uniti, che raccontava nei dettagli le conseguenze della decisione presa allora dalla Corte nei riguardi di un pompiere in stato vegetativo da tre anni, ovvero lo stop all'alimentazione e all'idratazione, stessa decisione del caso di Eluana. E anche questo è un fatto. Limpido e chiaro. Anzi, scientifico, oltretutto.

"Morire di sete - perché nel caso della rimozione di un sondino naso-gastrico il paziente muore principalmente proprio a causa della disidratazione - è atroce. A partire dalla durata dell'agonia: da cinque giorni per i soggetti più fragili fisicamente (anziani e bambini) al massimo di tre settimane. Un lasso di tempo interminabile, in cui il corpo si consuma lentamente a causa della secchezza dei tessuti, alla disidratazione delle pareti dello stomaco (che provoca spasmmi) e delle vie respiratorie. In cui la pelle si ritira, gli occhi si incavano, la temperatura corporea aumenta inesorabilmente in seguito alla mancanza di sudorazione. E in cui le mucose si inaridiscono, il naso sanguina, le labbra e la lingua si spaccano, proprio come dimostrano di sapere i giudici della Corte d'Appello di Milano, che nella sentenza dello scorso luglio ha sancito il distacco del sondino di Eluana si sono "raccomandati" che quelle mucose venissero bagnate, per evitare che la giovane donna soffra. O mostri la sua sofferenza".

E questo è un fatto. Limpido, chiaro. Scientifico, inoltre. Ripeto per l'ennesima volta che il corpo di Eluana non è attaccato a nessuna macchina, respira, ha saputo resistere ad un'emmoragia interna, è in salute. Quindi non si tratta di sostituirsi al "proprio Dio per tenere in vita una cosa che sarebbe morta". "Se uno non pensa non è vita", ma la scienza dice che la vita c'è, in quel corpo. Se basta non pensare per non essere vivi, allora cosa significa pensare? Quando dormi pensi? Eppure vivi. Ragione, fatti, evidenza. Quel corpo vive. E per la stessa ragione con cui si rispetta un corpo di un morto, una "cosa morta", si deve rispettare e amare anche questa forma di vita umana. Semplicemente perché disumana é la fine che si profila , per cui vedi sopra.

La realtà però ci propone anche testimonianze d'amore inimmaginabili, dell'altro mondo. Un'amore da dare tutto di sé. Avevo già proposto questa testimonianza ed ora mi sempre giusto, per aiutarci a giudicare il caso Eluana, poterla di nuovo avere presente. Uno ragionevole non dice "Ok, lui ce la fa, io no" ma è semplicemente tutto provocato da una vita così e si chiede come è possibile.
Per chi dice che Eluana è una "cosa morta".








sabato 15 novembre 2008

Se lo Stato si deve anche occupare dei "pesi"...

Oggi in classe si è resa evidente una verità sconcertante. Per quasi tutti i miei compagni, una persona in coma vegetativo non ha valore né più né meno di una pianta ("Allora non puoi neanche tagliare gli alberi, eh!"), come se quel soggetto non fosse un io, non fosse una storia, anche tragica, non fosse una famiglia, una persona , uno sguardo, un cuore che batte, una vita. No, semplicemente un albero. Seconda verità sconcertante, sostenuta strenuamente da una compagna a cui tengo molto: perché bisogna tenere in vita gente che in realtà non vive e che è solo un peso ed un costo per lo Stato, la struttura pubblica, la famiglia, mentre si potrebbe lasciarla morire e usare gli organi per un altro malato? Ergo, perché non uccidere una persona per salvarne un'altra? Ma la cosa più sconcertante è proprio questa: un peso per lo Stato, un costo. Incredibile. Ma quale ragione così ridotta, quale società così lacerata può concepire il malato come un peso? Solo i branchi di animali fanno così, lasciano indietro chi è "peso" alla vita di gruppo. Un peso, un costo. Ed è tutta gente che alza la mano quando c'é da fare del volontariato. Ma che senso ha? Vi rendete conto? Allora a pensarci bene tutti gli anziani pensionati sono un "peso", un'inutile "costo", basta andare ad una domus per rendersene conto.
La terza verità sconcertante è emersa dalla risposta a quest'esempio: se vedi un uomo che si vuole suicidare tu vai lì tutto di corsa e lo blocchi. Non esistono ragioni, anche le più incredibili, tanto che tu di getto di butti e lo fermi. Invece mi è stato risposto: ma va, certo, lo fermo, ma se ha le sue ragioni... perché no? Lo lascio fare.
Ma allora ragazzi che senso ha il volontariato? Che senso ha aiutare alle Special Olympics? Che senso ha parlare di Pistorius? Che senso hanno le Paraolimpiadi? E' proprio vero che manca la carità, l'amore in sovrabbondanza che deborda verso tutti, amore al prossimo. C'è solo l'"assistenzialismo".



Stephen William Hawking (Oxford, 8 gennaio 1942) è un fisico britannico, fra i più importanti e conosciuti del mondo.

Pur essendo condannato all'immobilità dalla sclerosi laterale amiotrofica, occupa oggi la cattedra lucasiana[1] di matematica all'Università di Cambridge (la stessa che fu di Isaac Newton) ed è membro della Royal Society e del Mensa. Noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri, è oggi uno fra i cosmologi più autorevoli.


Ecco l'esempio di una "non-vita". Seguiranno altri.



(Questa è la parte finale dell'intervista pubblicata da ilsussidiario.net a Mario Melazzini, presidente dell'Associzione Italiana Malati di Sclerosi Amiotrofica sul caso Eluana)

...

Cosa accadrà ora? Molti pensano che sia un semplice automatismo: si stacca una spina e tutto finisce. Ma cosa accadrà realmente ad Eluana, se si dovesse dare esecuzione alla sentenza?

L’idea che il tutto possa risolversi con una sorta di automatismo è figlia di una concezione, gravissima, secondo cui in realtà Eluana non è più una persona viva. Basta staccare una spina, il sondino, e punto e a capo. Non sarà così: morirà di fame e di sete, cioè con una delle morti più atroci che ci possono essere. Questo è doloroso ma deve essere detto, visto che molti pensano e affermano che quella di Eluana non è vita. Io posso affermare, come medico, che sarà una morte atroce, e dovrà essere “controllata”, come accaduto nel caso di Terry Schiavo. Alcuni fautori di questa sentenza e presunti uomini di scienza sostengono che il danno subito da Eluana a livello corticale, cioè della corteccia cerebrale, coinvolgerebbe anche le strutture deputate al controllo della sete e di alcune sensazioni, come il dolore. Ma se fosse così non ci sarebbe ragione di trattare con analgesici maggiori le ultime ore della vita, come accaduto con la povera Terry Schiavo. A Terry furono date forti dosi di morfina. È come mettersi a posto la coscienza, nel caso in cui quella teoria fosse erronea. Significa che presumiamo che lei proverà grande dolore.

La sua malattia costringe anche lei, come Eluana, alla nutrizione attraverso il sondino: che effetto le fa sentire che questa condizione possa essere considerata in contrasto con la dignità della vita?

Mi sento profondamente offeso come malato, e non solo per me, ma anche per i tanti malati che si trovano in condizioni simili a quelle di Eluana, con alimentazione e idratazione artificiale. Tutte queste persone hanno la loro vita; e la vita ha un valore intorno al quale non possono essere prese decisioni, come se la dignità fosse legata al concetto di qualità. Io ne sono estremamente convinto: la dignità di ogni vita ha un carattere intrinseco, ontologico. Mi è rimasta impressa un’intervista fatta alle persone che accudiscono Eluana. Dicevano: «oggi Eluana è molto bella». Perché nessuno parla del fatto che ci sono persone che si occupano di lei, che la vestono, la cambiano, le fanno fare fisioterapia. Per una persona morta sarebbe tempo sprecato Ma Eluana è viva. Purtroppo si pesa spesso che casi come questo, che danno molto disagio, sia molto meglio risolverli. E la cosa più grave è che tutto questo ci distrae da tutti gli altri soggetti che sono a carico delle famiglie, le quali hanno bisogno di strumenti e di sostegno economico per portare avanti queste situazione. Sono costretti a lottare per essere liberi di vivere. È un paradosso: è più tutelata la decisione di interrompere una vita che non la scelta di chi vuole continuare ad esercitare un diritto sacrosanto, come la vita stessa. E così la scelta della vita diventa una battaglia quotidiana.



venerdì 14 novembre 2008

La prima esecuzione di un cittadino disabile della Repubblica Italiana

Sono indignato. Non come lo dicono gli snob, ma sono davvero indignato. Non accadeva dai tempi del Terzo Reich che avvenisse una condanna a morte per una persona disabile. La prima esecuzione della Repubblica Italiana. E ora dico a voi, difensori dei Diritti Umani, gente che si batte per gli Ideali, per il Bene Comune, dico a voi Onu, Organi Internazionali, Onlus, Emergency, Associazioni varie, gente comune. Dico a voi gente "di sinistra", "democratici", gente che si batte per lo Stato Laico, che costruisce una scuoletta in Africa per avere la coscienza a posto. Gente che definisce "atto di amore e civiltà" lasciar morire di fame un disabile. Berlusconi stesso, "l'Anarca Etico", invece di fare in modo che uno stato maomettano, con tutto il rispetto, entri a far parte dell'Unione Europea, apri gli occhi e guarda cosa accade nel tuo paese. Napolitano, intervieni, ma stavolta hai completamente torto se dici che la verità sta nel mezzo: qui si tratta di bianco o nero, giusto o sbagliato, ragione o fanatismo, vita o morte, avere acqua per bere o morire di sete per quindici giorni.
Scusate i toni, non mi sto credendo chissà chi, non è un "appello", questo è un umile blog e io sono un semplice cittadino, sono una persona. E in quanto persona e cittadino parlo, e dico che non voglio fare parte di un paese che uccide i disabili.
Tornando ai signorotti di prima, spolverate un po' i vostri slogan, e vabbé che ora Bush non c'è più (o quasi), ma guardatevi un po': lottate per la morte. Lottate contro la sofferenza uccidendo chi soffre. Parlate tanto di amore e poi negate il pane e l'acqua per vivere. Mi fate schifo. Gente tanto snob, che va in piazza a urlare "Ci tolgono il futuro!", intanto in tasca portano un fottuto iPhone da cinquecento euro e la sera hanno le gambe sotto un tavolo.




Eluana Englaro soffrirà per quindici giorni se non di più, avrà spasmi, diranno che non soffrirà, mentre le inietteranno sedativi per non vederla sobbalzare, per non vederla seccare ed appassire da dentro. Come Terri Schiavo. E allora è inutile che ci fate una testa così con l'antifascismo, con i Valori della Resistenza, con l'indignarsi di fronte ad Auschwitz, se poi lasciate che una vita si spenga senza niente da mangiare. Come un lager qualsiasi, solo lindo e pulito.
Si, ho detto vita, anzi Vita, perché la vita è tale sempre e comunque, bestie senza carità. Il Testamento Biologico, per cui tanto vi battete, sarebbe questo: ognuno lascia scritto cosa si dovrà fare di lui in casi di disabilità gravissima. Ma fatemi il piacere, non fate gli eroi. Cosa ne sapete voi di come vi comportereste di fronte alla morte? Il secondo prima di morire, se magari vi renderete conto che la vita è bella anche quando è brutta. Non potete aggiungere un secondo alla vostra vita e volete addirittura dire con fermezza come starete impassibili davanti alla morte.
Qui non si tratta di laicità, religiosità, quant'altro, si tratta di realtà e ragione: è un diritto poter lasciar morire una persona di fame e di sete? "Eluana ha sempre detto che lei amava la vita come libertà di vivere, non come condanna a vivere", dice suo padre. Intendiamoci: ho il massimo rispetto per il dolore di Beppe Englaro, ma se fosse in mio potere farei di tutto per impedire la sua battaglia. Rispetto la sua sofferenza, ma divergo totalmente dal suo concetto di amore. "A Eluana direi che ce l'abbiamo fatta". Ce l'hai fatta a fare cosa? Come puoi dire a tua figlia che ce l'hai fatta finalmente a farla morire di sete? Società, società malata che generi individui nichilisti, che amano il nulla, società oscena che accetti tutto ma non la vita. Leggete i giornali, guardate la televisione. Nulla, solamente il nulla.
Non restate indifferenti, non fate gli snob. Informatevi.
“Se c'è chi la considera morta lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva. Non chiediamo nulla in cambio, se non il silenzio e la libertà di amare e donarci a chi è debole, piccolo e povero”. Questo dicono le suore che accudiscono Eluana. Che amano Eluana. Vi parleranno di accanimento terapeutico, di eccesso di cure, e voi rispondete che dare da mangiare a chi non può farlo da sé non è una cura, ma un bene di prima necessità. Dite che Eluana non ha bisogno di farmaci, che respira e ha un battito cardiaco regolare, ha ripreso anche il ciclo mestruale, che, anzi, i farmaci cominceranno a darglieli quando non le daranno più da mangiare e da bere. Venti giorni. Forse di più, essendo ben accudita e giovane.
A questo punto che vi dico? Continuerò a pubblicare articoli presi da giornali e siti riguardo a questa vita che vogliono spegnere. Ma dite qualcosa anche voi, non fate gli indecisi. Il giudizio sembra semplice, "Ma si, basta sofferenza...". Poi la realtà vi sbatte in faccia la prima condanna a morte della Repubblica Italiana.
Ho usato toni forti, forse eccessivi, non chiedo scusa, però. Sarà che ho appeno letto l'intervista del Foglio a Oriana Fallaci sul caso Terri Schiavo, l'Eluana americana di quattro anni fa, e allora la verve mi viene così.
A Medjugorje, la Madonna è apparsa di nuovo il venticinque del mese scorso, e ha parlato del "piano di Satana per questo mondo". Ecco tutto. Si, ho detto Satana, e fuggite pure questo blog oscurantista, se siete snob, moderni e per i Diritti Umani. Oppure fermatevi, guardate i fatti. Ma non fate gli indifferenti, per favore.



"La strada per l'Inferno è lastricata di buone intenzioni", diceva il buon vecchio Lewis. Già, siamo proprio a questo punto: si difende la morte chiamando in causa l'"amore"; si chiama "dolce" il nulla assoluto. Complimenti.

mercoledì 12 novembre 2008

Elogio apologetico dello stilnovismo dantesco, ovvero dolce e stilosa dichiarazione d'amore alla Nova Vita



"Incipit vita nova".
Tutto ciò che ora posso dire su Dante Alighieri, il signore che sta dietro la moneta da due euro, in realtà è davvero poco. O meglio, è un piccolo seme destinato a maturare, mano a mano che a scuola inizieremo la "Commedia", una volta terminata la "Vita Nova". Però lo stupore e la gratitidune sono già in fiore. Di fronte ad un uomo che guarda la realtà in modo da non tralasciare nulla, lo stupore è l'atteggiamento più ragionevole. Ed è letteralmente sbocciato questa mattina, lezione di letteratura.
La grandezza di Dante sta nella sua concezione cristiana e medievale dell'esistenza. La grandezza dantesca è la visione del particolare con coscienza del tutto, è la vita piena, "nova", non vissuta per settori, non è l'ideale proclamato e basta, ma l'ideale incontrato, incarnato, talmente reale che lo incontri per strada. L'apertura, l'umanità di Dante parte da qui: "una corrispondenza immediata e diretta tra mondo dei valori (trascendenza) e mondo dei fenomeni (immanenza)", come dice il nostro testo. Ovvero sia, in linguaggio politicamente scorretto, il Destino lo incontri per strada. La pienezza, la Verità stessa, è strettamente legata alla realtà fenomenica, ai fatti, è nei fatti! La bellezza di una donna, di Beatrice, non è punto di partenza per un ragionamento filosofico-teologico, alla bellezza non ci "appiccichi" i tuoi valori, ma la bellezza stessa di quella donna è segno e tramite di Qualcosa di Altro, che prende, che "salva", che dà significato alla donna stessa. Questa è ragionevolezza pura: un'evidenza tale che non la puoi definire, non la puoi rinchiudere, tanto che Dante per parlarci della bellezza di Beatrice non ci parla di peso-altezza-colore dei capelli-numero di scarpe, ma parte subito da sé stesso. "Incipit vita nova", questa esperienza è talmente dirompente che ti ritrovi costretto a parlare di una nuova vita.
Com'ero preso oggi a leggere tutto questo! A leggere di un uomo che a guardare la sua donna non dimenticava nulla, non tralasciava nulla! L'esatto contrario del falso amore che chiude, che ti lega all'esito, e perciò se non va come vuoi tu va tutto male. Dante, che ci mostri come tutto nel cosmo si muova affinché accada una certa cosa (vedi canto II dell'Inferno)!
Difatti la morte di Beatrice è sì causa di sconforto e di abbattimento, ma la sua verità, la sua bellezza, non si esaurivano da sé, non erano un punto arrivo, ma di apertura; era come se Dio dicesse: "Ma guarda a cosa ti sto chiamando, a che bellezza ti sto chiamando, non fermarti a lei!".

Come ho provato amore per tutti i miei compagni, e per la stessa prof, al sentir loro bocciare tutte queste come dotte elucubrazioni, teorie belle ma non vere, o, ancora peggio, con risate del tipo "Ma questo è pazzo...". Io invece ero tutto preso dallo stupore. E' propio vero, come dice il buon Benedetto XVI, che "Cristo non ci salva a dispetto della nostra umanità, ma attraverso di essa". Cristo non ti salva con una fune dal cielo, facendoti abbandonare tutto, ma attraverso l'incontro con Beatrice, attraverso una novità che afferra tutto di te, dal libro di greco al compagno di banco.
Si vive per amore di qualcosa che sta accadendo ora.
E che ti fa dire "Incipit vita nova".


lunedì 10 novembre 2008

"Il suo mistero, simile al mio"

Era il 14 luglio di quest'anno, e accadevano un po' di cose. Innanzitutto io partivo bel bello per l'America, anche se non è su questo che voglio dilungarmi. Anzi, partendo dall'America, o meglio, dalla Hormann Library del Wagner College di New York io mi ricordo che quando potevo, usando la password di un altro (la mia non funzionava!), accedevo ad Internet. E in quel periodo, oltre alla mia partenza, accadeva una battaglia tutta particolare, portata avanti coraggiosamente da Il Foglio (che novità!), Avvenire, Tempi ecc... Una battaglia combattuta a colpi di bottiglie d'acqua. Parte del sagrato del duomo di Milano fu coperto di bottiglie d'acqua, portate dagli aderenti all'iniziativa, un gesto simbolico, ad indicare che Eluana Englaro aveva ed ha diritto a poter essere nutrita con cibo ed acqua, come ogni persona civile che pur non può provvedere da sé a tutto ciò. Domani la Cassazione e tutte queste sigle di cui io mai ho capito un ***** decideranno se è opportuno continuare le cure. Attenzione bene, perché, come svela questo articolo del Foglio del 14 luglio 2008, anche se i giornali useranno questa formula, non c'è nessuna spina da staccare. Eluana respira, il cuore batte. Come il vostro, come il tuo. Ed è interessante stare davanti all'umanità di questo giornalista, che incontrando e vedendo Eluana, ha capito che in quella situazione:"... incominciava il suo mistero, in realtà molto simile al mio".


Mistero. Mistero della vita, ecco quello che non piace sentir nominare a chi dice che Eluana è una "non-vita". E qui, guardando quella donna sul suo letto, sta anche la differenza di tutte le battaglie, di tutti i movimenti: chi si muove per la vita, per affermarne il mistero, e chi per affermare sé stesso.



Ho incontrato Eluana

La mattina apre gli occhi e la sera li chiude, respira da sola e borbotta. “Incapace di relazione attiva con il mondo esterno”. O è il mondo esterno che non è attrezzato a un rapporto con le persone in questo stato?

Ogni mattina gli occhi di Eluana si aprono. Alla sera si richiudono. Nel corso della giornata sono spalancati e ruotano instancabilmente. I medici assicurano che non “vedono”. O per lo meno nessuna reazione del suo apparato visivo sembra collegata a ciò che le sta intorno. Oltre agli occhi la bocca di Eluana è in costante movimento. La sua lingua sembra frugare per cercare un posto dove fermarsi. A un angolo della bocca. Tra i denti, sul palato. E dalla sua gola esce un rantolo discreto. Che a volte assomiglia a un borbottio. Quasi un bla-bla di neonato. Ma anche in questo caso i medici hanno assicurato che non si tratta di nessuna manifestazione correlabile a uno stimolo esterno. Né a una volontà comunicativa. Oltre agli occhi e alla bocca Eluana è da sedici anni immobile. Pietrificata. Accudita dalle amorevoli attenzioni delle suore misericordine, che cercano di evitarle in ogni modo le piaghe da decubito. Al mattino Eluana apre gli occhi e inizia a macinare gorgoglii. Ma per il resto è come una statua. Che alla sera cessa anche queste minime attività.
Così l’ho vista quasi cinque anni fa al secondo piano della casa di cura di Lecco. La stessa dove nacque. Dove emise i primi borbottii, così simili e così diversi da quelli che oggi le escono di bocca. Vorrei dire che l’ho incontrata. Ma non riesco a usare quel verbo. Mi viene da dire che l’ho vista, denunciando un approccio voyeuristico che non ho ancora del tutto ammesso con me stesso.
L’ho vista. Come si vede una persona da un buco della serratura. Senza essere visti a propria volta. L’ho spiata da un mondo che lei sembrava non abitare più del tutto. Se non fosse stato per quegli occhi, quella bocca. Quei rantoli. E per quella salute di ferro. In sedici anni mai un farmaco, mai un’aspirina. Solo quel sondino che un paio di volte al giorno le veniva infilato dal naso fino allo stomaco. Per nutrirla. Non contro la sua volontà, ma in assenza di sua volontà. Come accade a tanti handicappati gravissimi che popolano le vite di famiglie devastate dal dolore. Come accade a tanti giovani e anziani incapaci di vivere e spesso incapaci di relazioni positive con il mondo che sta loro attorno. Sì, costoro deglutiscono. Eluana non deglutisce. Il cibo glielo si deve depositare direttamente nello stomaco. Poi lo digerisce. E nel frattempo respira senza bisogno di macchine o di artifici di alcun genere.
La medicina ha decretato la diagnosi di stato vegetativo permanente. Coma? Sì, nel senso di uno stato vegetativo; una condizione vitale – si badi bene, si tratta di una condizione vitale – paragonabile a quella di un vegetale. Cioè incapace di relazione attiva con il mondo esterno. O è il mondo esterno che non è attrezzato a un rapporto con le persone in questo stato? Non è una domanda retorica, o ad effetto. Sì, perché lo stato vegetativo permanente è quello di tutti coloro che hanno avuto i cosiddetti “risvegli”. La letteratura clinica è ricca di casi di uomini e donne che dopo periodi di “coma” come Eluana si sono incredibilmente risvegliati. Cioè hanno ripreso un contatto “interattivo” con il nostro mondo. Ma non è dato sapere “se” questo possa accadere. Né tantomeno è ipotizzabile immaginare “quando”.
Era stato il signor Peppino Englaro a invitarmi quasi cinque anni fa a vedere (incontrare?) la figlia Eluana. Lui era convinto che avrei cambiato opinione. Gli avrei dato ragione. Non è stato così. Era la metà di dicembre del 2003. Dopo l’ennesimo ricorso alla magistratura i giornali si occuparono del “caso”, mescolando spesso sciocchezze, superficialità e improvvisazione scientifica. A Lecco, dove lavoravo allora, riprese una sopita polemica tra chi vedeva nel signor Englaro una vittima di una medicina e di una giustizia “ingiuste”, “disumane”, e chi meno esplicitamente lo considerava un incredibile e spietato padre privo di compassione per la figlia.
La vita della figlia, di Eluana, sembrava solo un accidente nella tragica e disperata battaglia del padre. La condizione vitale di Eluana sembrava sfuggire ai più. Nelle cronache dei giornali la si indicava come una “cosa” appesa alla vita per il tramite di qualche macchinario sofisticato. Al contrario c’era chi favoleggiava che sarebbe bastato un po’ più di comprensione, di visite, di massaggi, di carezze, di parole, di tutto quell’armamentario della speranza contro ogni speranza, per poterla alla fine rivedere muovere un mignolo, un sopracciglio. La voglia del miracolo è nemica della vita, talvolta, tanto quanto l’incapacità di vederlo, il miracolo.
Di lì, ecco la curiosità. Il voyeurismo giornalistico di poter vedere, senza intermediari. Senza racconti di terzi. E l’incrollabile convinzione di papà Peppino che sarebbe bastato vedere per poter farmi evitare il verbo incontrare. Mi accompagnò sulle scale. Al secondo piano a destra. Poi mi guidò in fondo al corridoio a sinistra. L’ultima camera. Un piccolo vano all’ingresso. Poi la stanza con il letto di Eluana, accanto alla finestra che dà sulla piazza alle spalle della chiesa di San Niccolò. Due suore amorevoli e più che discrete. Silenziose e compassionevoli tanto con Eluana che con il papà. Lui, Peppino, capì che non aveva trovato un alleato nella sua battaglia. Io non seppi dire, né allora né oggi se avevo “incontrato” Eluana Englaro. L’avevo vista. E certamente avevo visto il suo mistero vitale. Tanto simile a quello di mia zia Alda, che vidi da bambino in un ospizio per vecchi incapaci di intendere e di volere. Nutrita a forza. Spesso contro la sua volontà. Eluana non aveva più volontà, come purtroppo mi è accaduto di vedere in forme diverse in tanti altri ragazzi. E non solo ragazzi. Il mistero della sua vita dovrebbe consistere nell’assenza di peristalsi? Nella sua incapacità di chiedere cibo? E di deglutirlo?
Io mi fermo alle domande. Quelle che mi porto ormai chiarissime da cinque anni a questa parte. La tragedia di papà Peppino e di sua moglie non mi convinse delle loro ragioni. Da allora l’evidenza vitale di Eluana consiste per me nel ricordo di quegli occhi spalancati nel vuoto e in quella bocca in perenne borbottio. In quel cuore che continuava a battere senza aiuti meccanici, in quei polmoni che continuavano a ventilare un corpo insensibile, immobile, sospeso in una condizione irraggiungibile. Lì per me incominciava il suo mistero, in verità molto simile al mio.

di Marco Barbieri

sabato 8 novembre 2008

Prospekt's March clips

Ecco in anteprima delle clips dall'ultima ed imminente release dei Coldplay "Prospeckt's Marc EP", pubblicazione che si annuncia addirittura migliore di "Viva la Vida or Death and All His Friends". Chris Martin, il leader, si sente "ambizioso".
Io, invece, certo che questo sarà un altro grande album.

Ecco la playlist:

1. Life in Technicolor II
2. Postcard from Far Away
3. Glass of Water
4. Rainy Day
5. Prospeckt's March / Poppyfield
6. Lost + (feat. Jay-Z)
7. Lovers in Japan (Osaka Sun Mix)
8. Now My Feet Won't Touch the Ground





Sabato mattina







mercoledì 5 novembre 2008

Il mio Obama è differente...

Bravo Barack, se lo meritava proprio. Era la prima volta che assistevo ad un'elezione americana (si, ok, il 2004, ma avevo altro a cui pensare) ed è stato davvero entusiasmante. Ora Barack Hussein Obama è il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d'America. Ovvero il nuovo imperatore del mondo. Sul fronte guerra al terrorismo non mi preoccupa più di tanto, truppe in Pakistan se c'è sicurezza di trovarvi Bin Laden (a quel paese Onu ecc, così mi piaci); ha detto via subito dall'Iraq ma come ha lasciato più volte trapelare, sarà in realtà Petraeus, o meglio il generale Ray Odierno a dettare legge su quando e come un ritiro si possa attuare senza trasformarsi in un disastro per tutti. Quindi bene. Truppe in Afghanistan. Molto bene. Insomma un bushismo senza Bush, quindi bene davvero.
Sul fronte difesa della vita molto meno bene, caro Barack. Dici "non è mia competenza" quando si parla dell'inizio della vita, quando invece Bush ha ospitato alla Casa Bianca una ventina di bambini che dovevano allo stato embrionale essere usati per esperimenti. Li ha abbracciati tutti, avevano la maglietta: io non dovevo nascere. Bravissimo quando dici no ai matrimoni gay, "Perché sono cristiano", oh, almeno quello. Ma non mando giù quando votasti contro la rianimazione dei feti sopravvissuti ad un aborto. Ora levati 'sta retorica di dosso, mamma mia, l'hai detto anche tu: "Sono nato a Chicago, non in una stalla". Eh, ma va? Quindi testa, fatti e risultati. Chi parla di sogni deve anche avere la responsabilità di renderne conto.
Vedremo.




La cosa che proprio non mi va giù è l'obamamania. Ora basta, mi esce dalle orecchie: canti per che cosa? La pace nel mondo e per Obama! Questo film cosa ti ha insegnato? Che la violenza non porta a nulla, e Obama alla White House sarebbe fantastico! E poi l'importante è proprio questo, perché ognuno ha diritto alla sua razione di Obama. Che teatrino! Da Hollywoodd a tutti i cantanti, dalle starlette ai calciatori, per non parlare della politica nostrana. Santo cielo! Da Liberazione a Sandro Bondi, passando per Veltroni, secondo cui se Obama non vinceva ci sarebbe stato rischio nazismo. E che palle, non sei per Obama sei pure razzista, retrogrado. Brrr. Agghiacciante. Non sopporto tutti quelli che hanno questa visione pessimistica del mondo salvata dall'unica luce Obama. Obama qui, Obama là, Obamì, Obamà... Ora non hai più scuse per essere triste. E badate bene che Obama centra con tutto: dai problemi che risolvi con Activia fino alle crisi adolescenziali. Il mio Obama è differente... Mi vedo già Veltroni e compagnia bella dal balcone del loft del Pd proclamare: questa sera, date una carezza ai vostri figli, e dite loro: questa è la carezza di Obama! No no no, non hai più scuse per essere triste. Ha vinto la Speranza, la Spes, la Luce. Obama è diventato un gingillo da portare in giro, una chiccheria che fa tanto in perché paghi uno prendi tutto: un qualcosa che segnali la tua preferenza per Obama e non sei razzista, sei super progress, tanto intelligente da capire che contro il buio ci vuole un nero, sei aggiornato e soprattutto sei giovane e democratico. Osanna, osanna, anzi, Obama, Obama!
Ora, carissimi cantanti, attori, sceneggiatori, registi, politici, destra, sinistra, Scarlett Johansson, Bono, giovani, democratici, giovani e democratici, comunisti, progressisti, anche cattolici, maghi, barbieri, gente comune, giornalisti, Ezio Mauro, Repubblica, Corriere della Sera, Lilli Gruber, Veltro Veltronis, Fidel Castro, Chavez, nonne entusiaste, gente miracolata, insomma cari fedeli dell'Obamamania: ci risentiamo quando il rombo dei cacciabombardieri si dirigerà verso il Pakistan o dovunque sia quel poveraccio; ci risentiamo quando sarà rinforzata l'amicizia con Israele; ci risentiamo quando gli USA torneranno ad alzare voce e sanzioni contro Teheran. Ci risentiamo per ricordarci a vicenda che, fino a prova contraria, amerikano si scrive sempre con la kappa.




Auguri, Barack H. Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti d'America.

martedì 4 novembre 2008

LA MAESTA' DELLA VITA NEL LAZZARETTO

Fra malati terminali già in putrefazione, uomini deformi e odori nauseanti, un missionario italiano lancia ogni giorno la sua moratoria pro life. Una lettera dal Paraguay

di Aldo Trento


Pubblichiamo ( preso da Tempi.it) brani di una lettera inviata in Italia poco prima di Natale da padre Aldo Trento, sacerdote bellunese in Paraguay dal 1989, parroco della chiesa di San Rafael ad Asunción e dal 2004 responsabile della clinica per malati terminali intitolata a san Riccardo Pampuri.


Asunción

Che tenerezza ho provato ieri sera, quando è arrivato un uomo ammalato di cancro, con parte del collo e della spalla putrefatti e pieni di vermi. Un odore nauseabondo. Dandogli la comunione, ho visto un verme camminare sul cuscino, ma ho pensato subito al corpo di Cristo e non ho provato voltastomaco, ma tanta tenerezza. L'abbiamo messo in una stanza bella, da solo. Le infermiere con tenerezza l'hanno pulito. Però ci vorranno giorni di terapia perché quei vermi annidati nella profondità della sua carne, quella carne "divina", spariscano. Casualmente avevamo lasciato aperta la porta che dà sul giardino, e le mosche tropicali come inferocite per l'odore puzzolente hanno invaso la stanza. Quel Gesù sofferente si è spaventato e mi ha detto: «Aiutami a liberarmi da questa sporcizia, perché poi nidificano nelle mie piaghe».

Poveretto! Per mesi ha vissuto nella sporcizia in queste condizioni. Adesso è felice, anche se l'odore che emana è insopportabile anche per lui. Mi sono chinato su di lui, l'ho confessato e baciato. È tornato bello, bello perché è Gesù che nasce. In questi giorni la clinica è piena di casi come questo e l'odore è insopportabile. Che fare? Sì, i deodoranti ci sono... ma non bastano. Il profumo è Gesù Eucarestia che, esposto 24 ore, ci guarda e ci accompagna tenendoci per mano.

L'altra sera, erano le 23, mentre facevo l'ultimo giro in clinica, incontro Sisto - in questo momento il suo cadavere è nella cella mortuaria che mi sta aspettando per la Messa -, già moribondo. Vomita un liquido nero. Provo il voltastomaco. L'istinto mi direbbe di andare oltre, ma subito il pensiero: è Gesù. Mi siedo al suo fianco, lo pulisco e poi accarezzandolo termino di recitare il breviario che avevo incominciato nella cella mortuaria mentre facevo compagnia a Roberto, un altro povero, appena morto. Da un morto a un moribondo. È la Presenza del Mistero che mi accompagna. Quando viene l'infermiera per cambiare Sisto le dico: «Animo, è Gesù, trattalo bene». Vedere con quale tenerezza lo puliva mi ha commosso. Fisicamente, a volte, sembra che non ce la facciamo, ma Lui è lì che ci guarda nel Santissimo, nel vecchio putrefatto che vomita perfino materia fecale. Cose mai viste nella mia vita e che da tre anni mi accompagnano. Ed è bello, è una grande grazia, un dono unico perché è sempre Gesù che mi si manifesta con la Sua tenerezza, quella tenerezza con cui don Luigi Giussani e padre Alberto mi hanno sempre guardato.

Elena, 61 anni, un'emorragia continua. Il sangue non è contenuto da niente, esce dal pannolone, irriga il letto, sporca il pavimento. Ha un cancro terribile nel ventre, è tutta una metastasi. Ha il Rosario in mano: «Padre, dimmi di Gesù, preghiamo assieme». Si afferra al Rosario: «Adesso sto bene. Buona notte, padre».

Lucio, 40 anni, ammalato di Aids. Una diarrea interminabile che fuoriesce dal pannolone, sporca il letto e anche il pavimento. La bella infermiera Betty in un'ora lo ha cambiato già dodici volte, da cima a fondo. Però la diarrea non passa. Tutta la notte Betty, 27 anni, come un angelo ad assisterlo con la tenerezza di Gesù.

Stella, Aids, prostituta e alcolizzata, madre di 5 figli. È arrivata alla clinica per l'ennesima volta l'altro giorno, distrutta in tutti i sensi. Sta malissimo. Mi guarda, sa bene che ha fatto quello che non doveva e che mi aveva promesso che non sarebbe successo di nuovo. Più volte mi ero anche arrabbiato con lei, perché nonostante un sanguinamento quotidiano, continuava a vivere come sempre. L'ho guardata lí, distrutta, e non ho potuto che accoglierla di nuovo perché era Gesù in quelle condizioni disumane. E come d'improvviso, dalla reattività di quel momento, è sbocciata nel mio cuore una tenerezza. Che fare? Darle un bacio e metterla sul letto. Ogni giorno è così, ogni settimana dalla clinica al cimitero e dal cimitero alla clinica.

Il "mostro" è finalmente mio figlio

Il 12 di dicembre la Madonna di Guadalupe mi ha fatto un dono straordinario. Mi chiama il giudice dei minori e in due ore mi consegna come figlio adottivo Milziade, il bambino che vedete nella foto, tutto deformato. Non ha niente di "normale" eccetto che è una grande Ostia bianca. È figlio di Dio quindi è tutto, è normalissimo anche se la sua testa misura 50 centimetri di circonferenza, ha la gobba, una mano paralizzata, non parla, mangia per sonda, i piedi divaricati, il corpo uno stuzzicadenti. Oggi, come ieri, lo chiamerebbero un piccolo mostro. Per me, per noi, è Gesù. Mi consegnano il certificato di nascita in cui è finalmente scritto: Trento Antonio, figlio di Trento Antonio e di madre NN, nato in San Rafael, Barrio Tembetary, Asunción, il 25 dicembre 1997. Firmato, l'ufficiale di Registro civile. Ho voluto che il giudice lo facesse nascere il 25 dicembre. Compirà 10 anni, faremo una grande festa. Mai avrei creduto che mi dessero in adozione un figlio, e in più che figlio!*

«Sto bene, Dio mi vuole con sé»

A chi mi domandava: "Ma tu puoi, come prete?", rispondevo: "Se lo può Dio, credo che è il minimo che un prete possa fare come ministro di Dio". Se Dio si occupa di ognuno di noi, se Dio si è fatto carne, anche noi dobbiamo per lo meno cercare di essere degni del Suo infinito Amore. Sono davvero felice per questo dono, anche perché di fronte a qualunque cosa possa succedermi, so che rimarrà nella clinica per gli anni di vita che gli rimangono. Per me questo è un Natale eccezionale. Una volta in più vedo la bellezza della mia vocazione, dell'elezione di Dio su di me, della Sua infinita Pietà, che chiamandomi a sé mi dà la gioia di sperimentare in piccolo la promessa fatta ad Abramo. Il richiamo del Papa alla speranza è il cuore di quello che ci è dato di vivere, ed è il cuore della clinica che è la mia famiglia.

Padre Aldo Trento

Ps. Questa mattina, 20 dicembre, ho incontrato Elena, di cui ho già parlato sopra, prossima a morire. Con un filo di voce mi ha detto quanto segue. «Padre, l'aspettavo per accomiatarmi da lei, perché già sta arrivando l'ora della mia partenza. Sto bene, perché il Signore mi sta portando in paradiso. Sono felice, padre, perché sto per morire. Sto troppo bene. Non ho dolore (ed è tutta una metastasi), non ho paura. Adesso il Signore mi sta chiamando in paradiso. Padre, sono felice di morire, perché finalmente incontro Gesù. Mi sto accomiatando da tutti e desidero che tutti siano felici. Finalmente sta arrivando il riposo eterno: Gesù. Coi miei familiari sono già nella pace eterna. Sto riposando al punto che neanche il dolore mi pesa più. Da quando sono qui con voi, mi sento in paradiso. Sono felice, padre, sono felice dentro il mio cuore. Benedicimi, perché sono nella pace del Signore. Non voglio che nessuno si senta male perché vado in paradiso. Desidero il paradiso con Gesù. Per questo ho una grande allegria, perché già assaporo la bellezza del paradiso. Dica ai miei figli che io vado in paradiso e non si preoccupino. E tu, figlio mio (rivolgendosi al figlio maschio), dovrai fare da padre e madre per le tue sorelle. Ho chiesto a Gesù se mi vuole donare la grazia di arrivare a Natale, però decida Lui, anche perché sento che Gesù mi vuole con Lui. Alla Madonna chiedo che mi accompagni, perché lei è la mia avvocata. Ogni giorno e ogni notte prego il Rosario. Chiedo perdono a tutti e perdono tutti».

«Che farò io senza di te, Elena?», le ho domandato. E lei mi ha risposto: «Padre, io starò sempre con te, perché sono nella gloria del Signore. Il dolore non mi spaventa, anzi è una grazia, perché vivo con Gesù. Quando il dolore è fortissimo recito il Rosario e il peso ritorna leggero. Passerò il Natale in paradiso e pregherò per tutti voi, perché continuiate a fare il bene. La notte la passo alternando un po' di sonno con il Rosario, che è la mia preghiera, la mia consolazione, la mia forza. Il Rosario è tutto per me. Voglio al mio fianco solo persone che pregano con me il Rosario».

La grazia del male oscuro

«Elena - le ho chiesto - cosa desideri dire alla gente?». «Che preghino il Rosario per gustare la vita e raggiungere il paradiso. Desidero che quelli che soffrono recitino il Rosario, perché è l'unica maniera per vincere il dolore. Io vivo contemplando i misteri del Rosario. Il Rosario è la felicità, è la vita eterna. Preghino con il Rosario la Vergine della pace. Il Rosario ci porta in paradiso, il Rosario è il paradiso. Nel paradiso mi stanno aspettando tutti i santi. Non ho fretta né per il cibo né per le bevande, ho fretta solo di pregare il Rosario. Non mi importa il mangiare, ma non posso stare senza il Rosario».

«Elena - ho domandato - è più potente la morfina o il Rosario?». «Il Rosario, padre. Quando recito il Rosario la morfina non mi interessa più e tutti si meravigliano, restano sorpresi da questa risposta mia». Poi l'ho salutata per visitare gli altri ammalati, e lei ha ricambiato dicendomi: «Padre, il Rosario è la salvezza, ti conduce al paradiso»

Cari amici, è solo uno dei tanti dialoghi con Elena... ma ogni giorno è una grazia parlare con lei, cosciente com'è che il cancro è una grazia perché è stato il miracolo che le ha fatto scoprire la bellezza di Gesú.


* In un'altra lettera, padre Aldo Trento parla di questo bambino, la cui testa è enorme e dalla quale è scivolato via un occhio. Alla fine di questa, dove racconta altre sue esperienza, fa questo nota bene:

Nota Bene: Come vorrei che questo scritto con la foto arrivasse a chi ha deciso che Eluana “deve” morire. No, non può morire se Dio non ha ancora deciso. La vita è sua, di Dio… se la uccidiamo saremo tutti più poveri e disgraziati.

il bambino in questione è questo:



Meno male che i santi esistono.