lunedì 27 giugno 2011

Moving To Mars - Coldplay

Acquistabile da ieri all'interno dell'EP di Every Teardrop Is A Waterfall, assieme alla nuova Major Minus, Moving To Mars é un piccolo grande gioiello. I Coldplay non finiscono mai di stupire: questa traccia richiama da vicino i grandi brani al pianoforte e il sound della prima era della band, ma ha al contempo qualcosa di nuovo. Chris Martin e il piano sono sempre andati d'accordo, e Moving To Mars rimane in questo senso una notevole conferma. 
Come altri grandi successi della band, dopo un inizio delicato e piano le note d'improvviso si incendiano e benvenuti sul pianeta Coldplay.






MOVING TO MARS

Somewhere up above the stars
the wreckage of a universe floats past
Somewhere up above my heart
a tiny little seed is sown
a government is overthrown
who knows when we'll be coming home at last

And I heard it on the radio that one day we'll be living in the stars
and I heard it on a tv show that somewhere up above and in my heart
they'll be tearing us apart
maybe moving us to Mars

We won't see the earth again in these seconds just remain unchanged

8 to 9, 9 to 10
we are meeting for the first time
We might never meet again
you and me
we are meeting for the first time can't you see
7-6-5-4-3
we are meeting for the first time
Singing this space symphony

they'll be tearing us apart
maybe moving us to Mars
past the satellites and stars
they're moving us to Mars  

giovedì 23 giugno 2011

"L'inesausto dialogo con Chi suscita la danza delle galassie e dei mari". Ancora su "The Tree of Life"

Qui sotto ho invece il grande piacere di riportare, direttamente daTracce.it, la recensione di Edoardo Rialti.
The Tree of Life, ecco un'altra prorità post maturità.




THE TREE OF LIFE «Dov'eri tu quando ponevo le fondamenta della terra?»

di Edoardo Rialti

23/06/2011 - Capolavoro o noia mortale? La critica si è divisa di fronte al film di Malick. Per noi l'ha visto non un critico cinematografico ma uno studioso di letteratura. Che lo definisce «un grande passo artistico dei nostri tempi»

La prima premessa è che chi scrive non conosce ambizioni da critico cinematografico, sebbene la mia serata ideale sia sempre godermi qualche storia vera e avvincente, che sia narrata attraverso le pagine di un libro o lo schermo di un film; la seconda è che fra le tante pellicole viste la mia naturale inclinazione, nonostante l’amore per i preferiti Olmi, Lynch, Branagh, Kurosawa, tende di solito a prediligere le buone vecchie avventure “alla occidentale” (spionaggio, polizieschi, storici), e che i film celebrali e quelli cosiddetti “intellettuali” assumono ai miei occhi la stessa attrattiva di un paio d’ore di canottaggio forzato, e sotto la pioggia. No grazie.
Non sapevo bene cosa aspettarmi dal film The Tree of life di Malick, e a leggere certe recensioni avrei trovato di che fuggire, ma i pareri e le reazioni così discordi (capolavoro, noia mortale, film con domande interessanti e riposte parziali, film panteista, film protestante…) tra chi me ne aveva parlato non avevano che ulteriormente accresciuto una forte e benevola curiosità. Certo, le sue altre opere, ed in particolare La sottile linea rossa e ancor più The new world mi avevano sorpreso, colpito ed interrogato, ed il nuovo trailer lasciava presagire qualcosa di molto interessante, ma francamente nulla di tutti questi dati previi avrebbe retto al confronto con ciò cui avrei assistito.
Il primo pensiero a fine proiezione, alzandomi in silenzio in una sala altrettanto azzittita, è stata semplicemente dirmi: «Non credevo nemmeno potessero essere fatti film così», e al tempo stesso già ritornare alle immagini, ai dettagli, riconoscendovi così tanto di vissuto e conosciuto: credo sia questo uno dei tratti distintivi e basilari di tutte le opere d’arte: sono tanto nuove ed inaspettate - un mondo tutto nuovo, un nuovo linguaggio talvolta - quanto capaci di gettare luce su quello che era già presente e vero, e che improvvisamente si riaccende, come messo a fuoco e riscoperto: è proprio vero che la grande arte, come sottolineava Flannery O’Connor, tanto più è “locale”, espressa in un contesto, una storia, un linguaggio, così come è questa famiglia del Texas, quanto più risulta autenticamente universale, capace di evocare quella serie di infiniti e spesso indicibili sfumature che costruiscono il nostro cammino di uomini sulla terra, i giochi da bambini con la luce sul soffitto, la scoperta del mondo, le corse da ragazzi per i campi o a tuffarsi nei fiumi, quasi a tener testa all’energia che ci brucia dentro e ci fa crescere; eppoi anche la paura, e il dolore, la contraddizione, la scoperta del male dentro e fuori di sé, il primo amore e la sessualità (col realismo e l’attenzione dei primi libri delle Confessioni di sant’Agostino e la dolcezza evocativa di Steinbeck o Wendell Berry), il rapporto con la famiglia in cui veniamo al mondo, la seduzione della violenza. Come Malick riesca a realizzare tutto ciò in un’unica sinfonia di immagini, musica e parole, come egli riesca a presentare un intero mondo interiore con la semplice ripresa di un padre che percorre, ripreso di spalle, tutto un intricato mondo di pontili d’acciaio con la sicura andatura di un soldato o un re conquistatore, per poi tornare a casa curvo e stanco, non può essere adeguatamente descritto. Va semplicemente visto.
Tutto ciò avrebbe potuto costituire solo una serie di tasselli magnifici e scomposti, o magari un grande affresco d’umanità, ma Malick li dispone in una storia che li ripercorre cogliendovi un segreto, inesausto dialogo con Chi suscita la danza delle galassie e dei mari, Chi tocca il cuore con la bellezza, la maestosità e la delicatezza, eppure pare spesso strappare via proprio ciò che abbiamo di più caro, proprio come nel libro di Giobbe che apre il film. E per chi scrive le scene più belle sono appunto quelle della vita quotidiana di Sean Penn, che come l’Eliot de Gli uomini vuoti o il Dante nel mezzo di una vita affermata, ma di cui non ritrova più il senso, prigioniero di un mondo gelido che non è altro che la gigantesca proiezione della sua stessa anima confusa, si arresta e ripercorre la propria storia interrogato e guidato fino a «bussare alla Tua porta» dalla fede di sua madre e dalla semplice presenza di suo fratello, protagonista di un gesto di perdono che, proprio come in The new world, imperniato invece sulla natura dell’amore e della fedeltà tra un uomo e una donna, è il punto verso cui converge tutta la narrazione. È esso a ridonare quanto sembrerebbe perduto per sempre e a mettere a fuoco i rapporti e le persone nell’unico orizzonte che conti per davvero, riscoprendo chi ci era già accanto, come un padre pieno di difetti, segrete incertezze ma anche tenerezza e sincero desiderio d’amore. Un perdono che mendicato ed elargito permette di tornare a guardare tutto in modo nuovo, riascoltandovi Quella Voce che la dimenticanza, i limiti ed il male parevano aver allontanato. Quello che poi si palesa sulla spiaggia dell’eternità non è qualcosa che ci aspetta fuori e dopo il tempo, ma la profondità del tempo stesso, tanto che, proprio come Dante ed Eliot, è possibile compiere questo “altro viaggio” in qualsiasi momento e luogo, e, come Sean Penn tornare a sorridere in mezzo ai grattacieli e alle strade, in un mondo che torna a palesarsi per ponte che è sempre stato, perché, come ha recentemente ricordato Benedetto XVI, «l’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare». Assistere a quest’opera vuol dire potersi esporre al lavoro che essa è capace di esercitare su di noi; e la mia immaginazione ed i miei pensieri continuano a tornare alle scene del film di Malick, attingendovi niente meno che questo. A questo inesausto “qualche modo” del nostro dialogo con Dio, del nostro bisogno di perdono, verità ed eternità Malick dà espressione poetica con una forza ed una lirica bellezza che sono un conforto ed una sorpresa. A mio giudizio un grande passo artistico dei nostri tempi e non solo.

The tree of life
di Terrence Malick
con Brad Pitt, Sean Penn, Joanna Going, Fiona Shaw

martedì 21 giugno 2011

Notte prima degli esami

"Gli uomini dell'Est scrutano le stelle,
per segnare gli eventi e i trionfi,
ma gli uomini segnati dalla croce di Cristo
vanno lieti nel buio.

Gli uomini dell'Est studiano le pergamene,
per conoscere i destini e la fama,
ma gli uomini che hanno bevuto il sangue di Cristo
vanno cantando di fronte alle ingiurie"


da La Ballata del Cavallo Bianco, G. K. Chesterton



I cristiani vanno lieti all'esame di maturità, gli uomini che hanno incontrato Cristo impugnano la penna come una spada all'inizio delle più grandi avventure.

venerdì 10 giugno 2011

Every Teardrop is a Waterfall - Coldplay


E' ormai passata una settimana dall'uscita mondiale del nuovo singolo dei Coldplay, Every Teardrop is a Waterfall. L'uscita del nuovo album non dovrebbe essere lontana (Dio sia lodato).
Per quanto riguarda ETIAW, senz'altro siamo di fronte ad un nuovo stile. Confesso che ai primi secondi mi sono chiesto che cosa gli fosse successo (probabilmente l'effetto é stato simile con Violet Hill ormai tre anni or sono), ma é stato solo per un attimo; é un brano esplosivo e la chitarra di John Buckland é splendida, così come la batteria di Will nel finale. 
Il resto é Coldplay.
Comunque sia a riprova dell'imminente uscita del quinto lavoro di Chris&co ci sono le nuove canzoni suonate per la prima volta live al Rock am Ring Festival in Germania, il 4 giugno scorso, fra le quali Charlie Brown e Us Against the World.
Finalmente sono tornati sulla scena!







MAYBE I'M IN THE BLACK, MAYBE I'M ON MY KNEES
MAYBE I'M IN THE GAP BETWEEN THE TWO TRAPEZES
BUT MY HEART IS BEATING AND MY PULSES START
CATHEDRALS IN MY HEART

giovedì 9 giugno 2011

"Sai provare gioia senza un motivo,/ dimmi, hai fede senza una speranza?"

Appena ho saputo che al Meeting di Rimini di quest'anno ci sarebbe stata una rappresentazione teatrale del poema epico di GKC, l'incredibile "Ballata del Cavallo Bianco", ho semplicemente esultato. Questo appuntamento rappresenta senz'altro una punta di diamante di quella splendida cavalcata tuttora in pieno corso che é la Chesterton Renaissance: mai come ora le opere di questo Padre della Chiesa di inizio Novecento (come é stato definito) sono pubblicate e rese finalmente note al grande pubblico. Basta dare un'occhiata al catalogo Lindau per rendersene conto
Come ha detto Edoardo Rialti, Chesterton deve essere fatto conoscere in tutto il mondo. Leggere i suoi saggi, i suoi articoli, i suoi romanzi significa fare i conti con un'umanità piena per non dire straripante, un imponente esempio di come l'amore a Cristo potenzi la ragione, l'intelligenza, lo stupore e il buon umore in un uomo.
Per questo, cari lettori, occorre regalare i suoi libri alle proprie mogli, fidanzate, ai propri mariti, amici e così via.

Quest'anno ricorre anche il centenario della Ballata del Cavallo Bianco, di cui a suo tempo pubblicai una recensione. Qui sotto riporto un articolo dal sito del Meeting di Rimini.

Re Alfred del Wessex

100 anni de “La Ballata del Cavallo Bianco”

Una conferenza a Oxford celebra il poema epico che sarà in scena al Meeting.
 
Ricorrono proprio quest’anno i 100 anni dalla pubblicazione de “La Ballata del Cavallo Bianco” di Chesterton, poema epico, che illumina il presente in modo profetico, fino a descrivere l’arrivo dei nuovi barbari, come quelli che senza spade, con carta e penna, con facce pulite, porteranno la mancanza di desiderio, riducendo l’uomo ad uno sciocco incapace di amare e di odiare: “li riconoscerete dalla rovina e dal buio che portano (…) dalla morte e dalla vita rese un nulla”.
Nel 1911, Chesterton si sveglia d’improvviso nel cuore della notte a causa di un sogno e scrive di getto il poema. Il successo è enorme e nasce uno stuolo di ammiratori entusiasti, tra cui lo storico Christopher Dawson e gli scrittori Grahm Greene e C.S. Lewis. La storia, scritta per il popolo, per essere letta nelle serate davanti al camino, prende le mosse dalla Valle del Cavallo Bianco, luogo nel quale il leggendario re Alfred sconfisse i barbari invasori nel nono secolo.

Per promuovere la conoscenza di questo testo (edito in Italia due anni fa da Raffaelli Editore) la G. K. Chesterton Institute for Faith & Culture, ha dato vita ad un appuntamento il primo di luglio dalle 17.00 alle 20.00 alla St Benet’s Hall, Oxford (38 St. Giles, Oxford) dal titolo “The Ballad of the White Horse”: una conferenza alla quale interverranno padre Ian Boyd, John Coates, i professore Sheridan Gilley, Julia Stapleton e Brian Sudlow. L’evento è promosso, oltre che dall G. K. Chesterton Institute, anche dalla Chesterton Review, dal Center for Catholic Studies, e dalla Seton Hall University.

Al Meeting il 22 di agosto nell’Arena D3 in scena ci sarà l’attore Massimo Popolizio, che ci accompagnerà, insieme a grandi immagini e musica, in un viaggio lungo il pendio della White Horse Hill, nel Sud dell’Inghilterra, per rivivere una storia lontana a noi così vicina.

Per comprendere il valore di questo testo consigliamo la lettura dell’articolo di Edoardo Rialti pubblicato su Il Foglio il 15 di dicembre 2010 e la presentazione che ne fece la traduttrice Annalisa Teggi all’interno di Clandestino al Meeting del 2009. (clicca qui)


Qui uno stralcio dell’articolo di Rialti:
“Per Chesterton quella di Alfredo fu una vera e propria crociata, combattuta “per la difesa della società cristiana contro l’annichilimento portato dai barbari”. E in effetti si trattò davvero di “anni ferrei, infuocati, sanguigni”, come li descrisse Franco Cardini: il lettore che desideri saperne di più può trovare l’anonima “Cronaca Anglosassone”, pubblicata da Luni, e scorrere annotazioni su annotazioni di saccheggi, incendi, omicidi, stupri operati dai vichinghi ogni volta che riuscivano a raggiungere le coste inglesi, con cadenza sinistramente annuale. E così si apre la “Ballata”, come il racconto della “fine di un mondo”, perché, contro ogni millenarismo, per Chesterton il mondo ha conosciuto più volte la fine, e una di queste fu con l’avvento di uomini “dalle barbe scarlatte come il sangue: Navi sinistre si profilarono nell’ombra / piene di un oro strano e di fuoco, / e uomini irsuti, enormi come il peccato, / corna sulle teste, passarono a guado / attraverso le vaste e basse paludi“. Il re ha combattuto e ha resistito, ma ormai giace piangente e sconfitto in un’isoletta, senza sapere più cosa fare con i pochi uomini fedeli rimasti. All’improvviso “Si schiusero piano i fiori, / come il libro che si legge al bimbo, / come un volto amico riflesso nel vetro; lui guradò / ed ecco Nostra Signora / stava alta e passava sicura sull’erba / come un cavaliere sul suo destriero”. Re Alfredo si inginocchia e solleva a Maria la domanda che brucia nel cuore di chi si trovi a fronteggiare una minaccia che sembri inghiottire tutto: “In nome di questa piccola terra / di questo piccolo paese che conosco, / chiedo se ciò che ora, sarà per sempre, / o se i nostri cuori si spezzeranno lieti, / vedendo alla fine il nemico fuggire?”. E la risposta di Maria giunge sulla musica di “una voce umana, ma più alta, / come una casetta abbarbicata tra le nuvole”, in cui si esprime tutta la scandalosa intimità tra l’uomo e Dio propria del cristianesimo: “Le porte del cielo sono solo socchiuse, / noi non sorvegliamo il nostro premio, / il più rozzo villano può facilmente entrare silenzioso e veloce, / e arrivare dritto fino a me […] / Ogni uomo semplice che passi sui campi […] / può ascoltare tra una stella e l’altra, / dall’uscio socchiuso dell’oscurità scesa, / il concilio, più antico di tutto ciò che esiste, / e i discorsi di colui che è Uno e Trino. Tuttavia se egli fallirà o vincerà / a nessun uomo saggio può essere detto”. Altri popoli, altre civiltà “scrutano le stelle e studiano le pergamene / per conoscere i destini e la fama, invece gli uomini segnati dalla croce di Cristo vanno lieti nel buio”. Maria gli si rivolge direttamente: “Tu e tutta la stirpe di Cristo / siete ignoranti e coraggiosi, / e avete guerre che a stento vincete / e anime che a stento salvate”. E lo lascia con una doppia, enigmatica risposta, nella quale si trovano sia un’informazione, sia un quesito: “Il cielo si fa già più scuro e il mare si fa sempre più grosso”, i nemici stanno arrivando, eppoi quella che parrebbe una sfida a tutti i calcoli, e le misure: “Sai provare gioia senza un motivo, / dimmi, hai fede senza una speranza?”

martedì 31 maggio 2011



 

mercoledì 8 giugno 2011

Lo spavento della bellezza

Ieri sera, durante una chiacchierata telefonica con un'amica con a tema Alla sua donna di Leopardi, poesia che avrebbe dovuto presentare oggi alla sua classe, mi sono imbattuto in questo straordinariamente lucido e travolgente passo dello Zibaldone. Queste righe mi hanno subito acceso nella mente ciò che C. S. Lewis afferma in quell'insuperabile sermone che é L'onere della gloria, contenuto nell'omonimo libro edito da Lindau, una delle mie ultime letture.
E' sempre un tuffo al cuore al quale mai ci si può abituare, ogni volta che si scoprono queste tremende corrispondenze d'esperienza e desiderio in uomini lontani fra loro per epoca e cultura. Corrispondenza anche con la nostra esperienza e il nostro desiderio.
Perché come dice GKC le teorie che vogliono spiegare il mondo invecchiano, mentre le cose sono sempre fresche, riaccadono sempre.



Caspar David Friedrich, Donna all'alba



"E' proprio, dico, dell'impressione che fa la bellezza su quelli dell'altro sesso che la veggono o l'ascoltano o l'avvicinano, lo spaventare; (...) e lo spavento viene da questo, che allo spettatore o spettatrice, in quel momento, pare impossibile di star mai più senza quel tale oggetto, e nel tempo stesso gli pare impossibile di possederlo com'ei vorrebbe; perché neppure il possedimento carnale, che in quel punto non gli si offre affatto al pensiero, anzi questo n'è propriamente alieno; ma neppur questo possedimento gli parrebbe poter soddisfare e riempire il desiderio ch'egli concepisce di quel tale oggetto; col quale ei vorrebbe diventare una cosa stessa".

Leopardi, Zibaldone in data 16 settembre 1823



"Ah, ma noi vogliamo molto di più, qualcosa a cui i libri di estetica danno ben poca importanza. Ma i poeti e le mitologie sanno tutto al riguardo. Non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se Dio solo sa che grande ricompensa sia. Vogliamo qualcos'altro che é difficile esprimere a parole: congiungerci con la bellezza che vediamo, attraversarla, riceverla in noi, immergerci in essa, diventarne parte".

C. S. Lewis, L'onere della gloria, Lindau pag. 28






venerdì 3 giugno 2011

"Così, la mia durezza fatta solla..."



Volsersi verso me le buone scorte;
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.

Ricorditi, ricorditi! E se io
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?

Credi per certo che se dentro a l'alvo
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d'un capel calvo.

E se tu forse credi ch'io t'inganni,
fatti ver' lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.

Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra coscïenza.

Quando mi vide star pur fermo e duro,
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro».

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che 'l gelso diventò vermiglio;

così, la mia durezza fatta solla,
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.

Ond' ei crollò la fronte e disse: «Come!
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa ch'è vinto al pome.


Purgatorio XXVII, 19 - 45



A tutti gli amici dantisti del venerdì sera: per la strana e incredibile avventura di questi mesi, grazie.