Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo. S. Caterina da Siena
venerdì 30 gennaio 2009
giovedì 29 gennaio 2009
Date a Isabella ciò che è di Isabella
Chi racconta più queste cose?
Ecco una delle tante "leggende nere" sfatate per amore dei fatti.

Vittorio MESSORI
Leggenda nera: Isabella la Cattolica
tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell'avventura umana Ed. Paoline, Milano 1992, p. 644s.
«Le pressioni ebraiche attraverso i media e le proteste di cattolici impegnati nel dialogo con l'ebraismo hanno avuto successo. La causa di beatificazione della regina di Castiglia, Isabella la Cattolica, ha ricevuto in questi giorni uno stop improvviso (...). La preoccupazione di non scatenare le reazioni degli israeliti, già irritati per la beatificazione dell'ebrea convertita Edith Stein e per la presenza di un monastero ad Auschwitz, ha favorito la decisione di una "pausa di riflessione" circa il prosieguo della causa della Serva di Dio, titolo cui Isabella I di Castiglia ha già diritto».
Così, in un articolo su il «Nostro Tempo», Orazio Petrosillo, informatore religioso de «il Messaggero». Petrosillo ricorda che lo stop vaticano è giunto malgrado ci sia già stato il giudizio positivo degli storici, basato su un lavoro di vent'anni che ha prodotto un totale di 27 volumi. «In tutto questo immenso materiale» dice il postulatore della causa, Anastasio Gutiérrez «non si è trovato un solo atto o detto della regina, sia pubblico che privato, che si possa dire in contrasto con la santità cristiana». Padre Gutiérrez non esita a definire «codardi quegli ecclesiastici che, intimoriti dalle polemiche, rinunciassero a riconoscere la santità della regina». Eppure, conclude Petrosillo, «l'impressione è che difficilmente la causa arriverà in porto».
Non si tratta di una notizia confortante: ancora una volta (per restare alla Spagna, Paolo VI - lo vedemmo - aveva bloccato la beatificazione dei martiri della guerra civile) si è creduto che le ragioni del quieto vivere fossero in contrasto con quelle della verità. La quale, in questo caso, è attaccata, con una virulenza che non rifugge dalla diffamazione, non solo dagli ebrei (cui, negli anni di Isabella, fu revocato il diritto di soggiorno nel Paese), ma anche dai musulmani (scacciati dal loro ultimo possesso in terra spagnola, a Granada), e infine da tutti i protestanti e gli anticattolici in genere, da sempre imbestialiti quando si parla di quella vecchia Spagna i cui sovrani avevano diritto al titolo ufficiale di Reyes católicos. Titolo che presero talmente sul serio che una secolare polemica identificò ispanismo e cattolicesimo, Toledo e Madrid con Roma.
Per quanto riguarda l'espulsione degli ebrei, sempre si dimenticano alcuni fatti: come quello che, già ben prima di Isabella, i sovrani di Inghilterra, Francia, Portogallo avevano preso la stessa misura, e tanti altri Paesi la prenderanno, per giunta senza quelle giustificazioni politiche che spiegano il decreto spagnolo, che pur fu un dramma per entrambe le parti.
Occorre ricordare (e già ne parlammo), che la Spagna musulmana non era affatto quel paradiso di tolleranza che hanno voluto dipingerci e che, assieme ai cristiani, anche gli ebrei subirono in quei luoghi periodici massacri. E' però più che provato che, dovendo scegliere tra due mali - Cristo o Maometto - gli israeliti parteggiarono sempre per quest'ultimo, agendo da quinta colonna a svantaggio dell'elemento cattolico. Da qui, un odio popolare che, unendosi al sospetto per coloro che avevano formalmente accettato il cristianesimo pur continuando in segreto a praticare l'ebraismo (los marranos), portò a tensioni che spesso degenerarono sanguinosamente in «matanzas» spontanee e continue alle quali le autorità cercavano invano di opporsi. L'ancora malfermo Regno, appena nato da un'unione matrimoniale tra Castiglia e Aragona, non era in grado di sopportare né di controllare una simile, esplosiva situazione, minacciato com'era - per giunta - da una controffensiva degli arabi che contavano sui musulmani, a loro volta spesso fintamente convertiti.
Alla pari di quanto avveniva in tutti i Regni dell'epoca, anche in Spagna la condizione giuridica degli ebrei era quella di "stranieri", temporaneamente ospitati senza diritto di cittadinanza. E di ciò anche gli israeliti erano perfettamente consapevoli: la loro permanenza era possibile sino a quando non avessero messo in pericolo lo Stato. Ciò che a parere non solo dei sovrani, ma anche del popolo e dei suoi rappresentanti si sarebbe a un certo punto verificato, a causa delle violazioni della legalità sia degli ebrei restati tali che di quelli solo formalmente convertiti e per i quali Isabella ebbe a lungo «una speciale tenerezza», tanto da mettere nelle loro mani quasi tutta l'amministrazione finanziaria, militare e persino ecclesiastica. Pare però che i casi di "tradimento" fossero divenuti così diffusi da non potere più permettere una simile situazione.
In ogni caso, come scrive la Postulazione della causa di santità di Isabella, «il decreto di revoca del permesso di soggiorno agli ebrei fu strettamente politico, di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato: non ci si consultò affatto con il papa, né interessa alla Chiesa il giudizio che si voglia emettere al proposito. Un eventuale errore politico può essere perfettamente compatibile con la santità. Quindi, se la comunità israelitica di oggi volesse fare qualche querela, dovrà presentarla alle autorità politiche, ammesso che quelle attuali siano responsabili dei predecessori di cinque secoli fa».
Aggiunge la Postulazione (la quale, non si dimentichi, ha lavorato con metodi scientifici, con l'aiuto di una quindicina di ricercatori che, in venti anni, hanno esaminato oltre 100.000 documenti negli archivi di mezzo mondo): «L'alternativa, l'aut-aut "o convertirsi o uscire dal Regno", che sarebbe stata imposta dai Re Cattolici è una formula semplicistica, uno slogan volgare: nelle conversioni non ci si credeva più. L'alternativa proposta durante i molti anni di violazioni politiche della stabilità del Regno fu: "O cessate dai vostri crimini o dovrete uscire dal Regno"». A ulteriore conferma sta la precedente attività di Isabella in difesa della libertà di culto ebraica contro le autorità locali, con l'emanazione di un «seguro real» nonché con l'aiuto nell'edificazione di molte sinagoghe.
Significativo, comunque, che l'espulsione sia stata particolarmente consigliata dal confessore reale, quel diffamatissimo Tomàs de Torquemada, primo organizzatore dell'Inquisizione, il quale era però di origine ebraica. E significativo pure (a mostrare quanto la storia sia sempre complessa) che, allontanati dai "Re cattolici", seppure sotto la spinta popolare e per ragioni politiche anche di legittima difesa, le più ricche e influenti famiglie ebraiche chiesero e ottennero ospitalità al solo che gliela concedesse volentieri, sistemandoli nei suoi territori: il Papa... E può sorprendersi di ciò solo chi ignori che la Roma pontificia è la sola città del Vecchio Continente dove la comunità ebraica abbia avuto alti e bassi a seconda dei papi ma non sia mai stata espulsa, anche solo per breve tempo. Occorrerà attendere il 1944 e l'occupazione tedesca per vedere - più di 1600 anni dopo Costantino - gli israeliti dell'Urbe razziati e costretti alla clandestinità: e coloro che scamparono lo dovettero in maggioranza all'ospitalità concessa da istituzioni cattoliche, Vaticano in prima linea.
Ma la strada verso gli altari è preclusa a Isabella anche da coloro (numerosi, oggi, anche tra i cattolici) che hanno finito per accettare acriticamente quella «Leyenda negra» di cui abbiamo cominciato a parlare e che ci impegnerà ancora. Alla sovrana e al consorte, Ferdinando di Aragona, non si perdona di avere dato inizio a quel Patronado, negoziato col Papa, con cui si impegnavano all'evangelizzazione delle terre scoperte da Cristoforo Colombo, la cui spedizione avevano finanziato. Sarebbero i due «Reyes católicos», insomma, gli iniziatori del genocidio degli indios, compiuto brandendo da una parte una croce e dall'altra una spada. E coloro che sfuggirono al massacro sarebbero stati ridotti in schiavitù. Ma, anche qui, la storia vera ha cose diverse da dire rispetto alla leggenda.
Sentiamo, ad esempio, Jean Dumont: «La schiavitù per gli indiani è esistita, ma per iniziativa personale di Colombo, quando aveva i poteri effettivi di vice-re delle terre scoperte: dunque nei soli, primissimi stanziamenti nelle Antille, prima del 1500. Contro questa schiavitù degli indigeni (Colombo ne inviò molti in Spagna, nel 1496) Isabella la Cattolica reagì come aveva reagito facendo liberare, sin dal 1478, gli schiavi dei coloni nelle Canarie. Fece dunque riportare nelle Antille gli indios e li fece liberare dal suo inviato speciale, Francisco de Bobadilla il quale, per contro, destituì Colombo e l'inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi. Da allora, la politica adottata fu ben chiara: gli indiani sono uomini liberi, soggetti come gli altri alla Corona e devono essere rispettati come tali, nei loro beni come nelle loro persone».
E chi sospettasse che il quadro sia troppo idillico, leggerà utilmente il "codicillo" che, tre giorni prima di morire, nel novembre del 1504, Isabella aggiunse di suo pugno al testamento e che così, testualmente, dice: «Poiché, dal tempo in cui ci furono concesse dalla Santa Sede Apostolica le isole e terra ferma del mare Oceano, scoperte e da scoprire, la nostra principale intenzione fu di cercare di indurre i popoli di esse alla nostra santa fede cattolica e inviare là religiosi e altre persone dotte e timorose di Dio per istruire gli abitanti nella fede e dotarli di buoni costumi e porre in ciò lo zelo dovuto; per questo supplico il Re, mio signore, molto affettuosamente, e raccomando e ordino alla principessa mia figlia e al principe suo marito, che così facciano e compiano e che questo sia il loro principale fine e che in esso impieghino molta diligenza e che non consentano che i nativi e gli abitanti di dette terre acquistate e da acquistare ricevano danno alcuno nelle loro persone o beni, ma facciano in modo che siano trattati con giustizia e umanità e se alcun danno hanno ricevuto lo riparino».
E' un documento straordinario, che non trova alcun riscontro nella storia "coloniale" di alcun Paese. Eppure, nessuna storia è diffamata come questa che inizia da Isabella la Cattolica.

"Prendo sotto la mia protezione gli ebrei dei quartieri ebraici in generale e ciascuno di essi in particolare, le loro persone e i loro beni: li garantisco contro ogni attacco, di qualunque natura"
martedì 27 gennaio 2009
Dov'era Dio ad Auschwitz, una testimonianza

Marina Corradi, Avvenire 27.01.09
(...)
Questi sentimenti di fede e propositi di zelo, che Massimiliano sintetizza nel motto: " Rinnovare ogni cosa in Cristo attraverso l'Immacolata ", stanno alla base della istituzione della " Milizia di Maria Immacolata " (M.I.), cui aveva dato statuto e vita il 16 ottobre 1917; come pure costituiscono il fermento che animerà tutta la vita spirituale e apostolica del P. Massimiliano, fino al suo martirio di carità. Nel 1919 P. Massimiliano è di nuovo in Polonia dove, nonostante le difficoltà di una grave malattia che lo costringe a prolungate degenze nel sanatorio di Zakopane, si dedica con ardore all'esercizio del ministero sacerdotale e alla organizzazione della M.I. Nel 1919 a Cracovia ottiene il consenso dell'Arcivescovo a stampare la " Pagella di iscrizione " alla M.I. e può reclutare fra i fedeli i primi militi dell'Immacolata. Nel 1922 dà inizio alla pubblicazione di " Rycerz Niepokalanej " (Il Cavaliere dell'Immacolata), Rivista ufficiale della M.I.; mentre a Roma il Cardinale Vicario approva canonicamente la M.I. come " Pia Unione ". In seguito la M.I. troverà adesioni sempre più numerose tra sacerdoti, religiosi e fedeli di molte nazioni, attratti dal programma del Movimento mariano e dalla fama di santità del fondatore.
(...)
È una esperienza di vita spirituale e apostolica che dura cinque anni e prepara la programmazione di un'altra. impresa. Nel 1927 P. Kolbe dà inizio alla costruzione, nei pressi di Varsavia, di un Convento-città, che chiamerà "NIEPOKALANÓW" (Città dell'Immacolata). Fin dagli inizi Niepokalanów assunse la fisionomia di una autentica " Fraternità francescana " per l'importanza primaria data alla preghiera, per la testimonianza di vita evangelica e la alacrità del lavoro apostolico. I frati, formati e guidati da P. Massimiliano vivono in conformità alla Regola di S. Francesco nello spirito della consacrazione all'Immacolata, e collaborano tutti nella attività editoriale e nell'uso di altri mezzi di comunicazione sociale per l'incremento del Regno di Cristo e la diffusione della devozione alla Beata Vergine. Ben presto Niepokalanów diventa perciò un importante e fecondo centro vocazionale che accoglie i sempre più numerosi aspiranti alla vita francescana nei suoi seminari, e un centro editoriale che pubblica in aumentata tiratura: " Il Cavaliere ", altre riviste per giovani e ragazzi e altre opere di divulgazione e formazione cristiana.
(...)
Il 19 di settembre la Polizia nazista procede alla deportazione del piccolo gruppo dei frati di Niepokalanów presso il campo di concentramento di Amtitz in Germania, dove il P. Massimiliano animò i fratelli a trasformare la prigione in una missione di testimonianza. Poterono tutti rientrare liberi a Niepokalanów nel mese di dicembre, e riprendere un certo ritmo di attività nonostante le devastazioni subite dai vari reparti.
La nuova autorità amministrativa imposta dal nazismo conosce assai bene la potenza spirituale cristiana che Niepokalanów rappresenta ed esercita in Polonia contro ogni forma di ingiustizia e di errore; e conosce inoltre le ferme intenzioni che animano i frati cavalieri di Maria Immacolata, perché ha sentito direttamente dal P. Kolbe questa dichiarazione: " Siamo pronti a dare la vita per i nostri ideali ". La Gestapo però ricorrerà all'inganno per incriminare P. Massimiliano.
Arrestato il 17 febbraio 1941 P. Massimiliano fu rinchiuso nel carcere di Pawiak dove subì le prime torture dalle guardie naziste; e il 28 maggio fu trasferito al campo di concentramento di Oswiipcim, tristemente famoso. La presenza del P. Kolbe nei vari blocchi del campo della morte fu quella del sacerdote cattolico testimone della fede, pronto a dare la vita per gli altri, quella del religioso francescano testimone evangelico di carità e messaggero di pace e di bene per i fratelli, quella del cavaliere di Maria Immacolata che all'amore della Madre divina affida tutti gli uomini. Coinvolto nelle stesse sofferenze inflitte a tante vittime innocenti, egli prega e fa pregare, sopporta e perdona, illumina e fortifica nella fede, assolve peccatori e infonde speranza.
Era pronto al dono supremo cui aveva aspirato fin dagli anni giovanili dando alla sua carità questa dimensione evangelica: "Da te ipsum aliis = Amor"; lo compì con estremo slancio di amore quando liberamente si offrì a prendere il posto di un fratello prigioniero condannato insieme ad altri nove per ingiusta rappresaglia, a morire di fame. Nel bunker della morte il P. Massimiliano fece risuonare con la preghiera il canto della vita redenta che non muore, il canto dell'amore che è l'unica forza creatrice, il canto della vittoria promessa alla fede in Cristo.
Il 14 agosto 1941, vigilia della festa della Assunzione di Maria SS., la ferocia inumana e anticristiana stroncò la sua esistenza terrena con una iniezione di acido fenico. La Vergine Immacolata, che gli aveva offerto in vita la corona della santità lo attendeva in cielo per offrirgli quella della gloria.
La fama della vita santa e dell'eroica morte del P. Massimiliano Maria Kolbe si diffuse nel mondo, ovunque ammirata ed esaltata. Espletati dalla autorità della Chiesa i processi e gli esami canonici sulla eroicità delle virtù del Servo di Dio Massimiliano Maria e sui miracoli attribuiti alla sua intercessione, il Santo Padre Paolo VI lo proclamava Beato il 17 ottobre 1971.
Il 10 ottobre 1982 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo proclama Santo e Martire.
Dov'era Dio ad Auschwitz? Sul Golgota.
lunedì 26 gennaio 2009
"Tutta Sua: altro non mi interessa"

Inizialmente Vittoria non voleva neanche il numero: era troppo doloroso rimettere in discussione la scelta presa e poi era preoccupata per la salute del marito, che in passato aveva avuto una gravissima crisi depressiva. Un inspiegato tarlo l’ha spinta però a chiamarmi all’insaputa del marito.
Abbiamo parlato per mezz’ora circa. Mentre mi raccontava, capivo che la cardiopatia del suo bambino era più grave di quel che lei stessa pensava. Io ho omesso volontariamente di farglielo sapere per non aggravare la posizione del piccolo. Racconto a mio marito di questo ultimo particolare e lui, con decisione, mi dice: «Ma scusa, Giussani ti ha mai nascosto nulla della fatica del vivere, o invece ha scommesso tutto sulla tua libertà? Troviamo un modo intelligente perché Vittoria abbia tra le mani tutti i fattori per decidere». Abbiamo pensato di metterla in contatto con la nostra cardiologa: sarebbe stata lei a informarla compiutamente sulla cardiopatia del figlio. L’ho richiamata per darle il numero e per chiederle di poterla richiamare l’indomani per sapere che cosa le avesse detto la dottoressa, anche per avere il pretesto di risentirla.
Il giorno dopo è Vittoria stessa a chiamarmi; mi informa che è all’aeroporto e che sta per partire per Barcellona. Mi si è gelato il sangue. Lei subito però aggiunge: «Abbiamo comprato il biglietto anche per Alice, la nostra primogenita, si parte tutti in vacanza, non abortisco più». È impossibile descriverti la gioia provata. Le ho detto che ero felicissima che la cardiologa l’avesse tranquillizzata, ma lei prontamente mi ha risposto: «La cardiologa non c’entra nulla. Avevo già deciso dopo la nostra telefonata: tu hai salvato la vita a mio figlio».
Dopo diverse telefonate è nata l’esigenza di conoscerla personalmente, per cui a metà ottobre sono andata a Roma in giornata. Inizialmente io e Sergio, mio marito, eravamo perplessi dato il costo del biglietto e l’impegno che richiedeva l’organizzazione familiare, ma è bastato ci chiedessimo: «Ma quale prezzo siamo disposti a pagare per obbedire a come il Mistero decide di accadere nella nostra vita?». Non ci è voluto molto perché insieme rispondessimo quello che ci ricorda la Scuola di comunità: «Fatto obbediente fino alla morte». Come l’atteggiamento di Cristo verso il Padre è stato l’obbedienza, l’atteggiamento che dobbiamo avere verso Cristo è lo stesso. L’obbedienza definisce l’atteggiamento di Cristo di fronte al Padre. Cristo riconosce, accetta e aderisce al disegno del Padre, così che anche quando il disegno del Padre implica la Sua morte, Cristo riconosce che quella è la strada della Sua vita. Per questo Dio Lo ha glorificato e tutto Gli ha dato nelle mani.
È per questo che abbiamo deciso che io andassi a Roma. A Roma sono stata accolta come una regina. Mentre passeggiavamo per la città ho chiesto a Vittoria che cosa l’avesse persuasa, dato che non mi tornavano i conti: non mi pareva di aver detto nulla di così decisivo. Lei mi ha risposto che l’aveva colpita il fatto che io fossi una donna felice e che con mio marito avessimo deciso di avere altri due figli dopo il nostro Giovanni, che ora ha cinque anni. Lei non si spiegava come fosse possibile che con un figlio così gravemente compromesso avessimo deciso non solo di non abortire, ma di avere altri figli. Semplice - le dicevo - avevamo bisogno di un modo per dire, senza dire, a Giovanni che la vita è buona, ma questo lui lo può capire solo se vede me e mio marito certi di questa bontà. Quale modo migliore se non regalargli dei fratelli? Lei ha aggiunto: «Questo mi ha persuasa».
Dopo aver passato la mattina e il primo pomeriggio insieme, mi hanno riaccompagnata all’aeroporto. Piero, il marito, era incredulo che io fossi andata a Roma solo per conoscerli, sprecando tempo e denaro. Continuava a dirmi: «Io pensavo che tu venissi a Roma per tuoi affari. Invece sei qui solo per noi. Nessuno al mondo lo avrebbe fatto». Io gli ho detto che in realtà c’era una lunga lista di amici che avrebbero voluto essere lì con me, ma che non erano riusciti a venire. Ma vorrei condividere con te un altro fatto, quello decisivo, quello che ha stravolto la mia vita. Mentre mi stavo dirigendo all’imbarco, Vittoria m’ha detto, scoppiando in lacrime: «Non voglio perderti. Tu hai donato la vita a mio figlio». Io ho sorriso, ma avrei voluto urlarle in faccia: «Non io, non io, ma Colui che la sta donando anche a noi in questo istante che ci sta consegnando l’una all’altra!». Ho taciuto. Sorridendo e guardandola negli occhi con una sconosciuta tenerezza le ho detto: «Non piangere!».
Durante il viaggio in aereo, ripensavo a questo fatto, ero rammaricata di non averle detto ciò che pensavo. La sera successiva, studiando la mostra su san Paolo che ho presentato a Bergamo, leggo da una udienza generale del Papa: «Secondo Paolo, la vita del cristiano comporta un’immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. Paolo scrive: siamo stati completamente uniti a lui. Cristo è in noi, Cristo è in me». Finito di leggere ho ripensato alla scena che ti ho descritto e, quasi senza fiato, mi è venuto in mente l’incontro tra Gesù e la vedova di Nain: «Donna, non piangere!», e le restituisce il figlio.
Da allora questo è il mio pensiero dominante: è mai possibile che Cristo si sia così piegato sul mio nulla da rendermi uno con Lui? Ma chi è Costui che ha avuto così pietà del mio niente? Chi è Cristina perché te ne curi? Una poveraccia. E che cosa fa Cristo con me? Ha deciso di scomodarsi per questa povera donna, un niente, un nulla assoluto, che Egli ha deciso di rendere tutto con Lui, un tutt’uno, proprio una sola cosa, gratis. Ma chi è Costui? Dio mio, che gratitudine! Come al solito, l’Amato mi toglie il respiro.
Intanto il piccolo è nato, si chiama Filippo, e da circa un mese è ricoverato al Bambin Gesù. Nel frattempo Vittoria ha conosciuto Paola, un’amica del movimento a Roma, con sei figli. Anche vedere l’amicizia e la letizia di Paola sta dando aiuto e conforto a Vittoria e a Piero. Non so cosa sarà di loro, se mai si innamoreranno di Ciò che ha innamorato noi, ma so bene cosa voglio sia di me: pazza o equilibrata, malata o sana, tutta Sua, tutta Lui. Altro non mi interessa.
Cristina, Bergamo
domenica 25 gennaio 2009
La battaglia della ragione
è il bello della testimonianza nel mondo, no?
"La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto".
martedì 20 gennaio 2009
L'Elefante, la carità ed il Mondo Nuovo

In quale mondo vogliamo vivere?

"Sono un amico di Eluana, uno di quei quattro famosi amici che dovevano testimoniare al processo, anche se poi la mia testimonianza non è stata sentita. In tutti questi anni ho parlato spesso con il padre di Eluana: essendo stat indicato dalla figlia, a suo tempo, come un caro amico, mi ha sempre coinvolto in questa vicenda. Di fronte a una cosa così, la prima reazione è quella che ho avuto anch'io: avevo vent'un anni, perché io ho un anno in meno di Eluana, e la prima reazione è stata quella della fuga. Poi la realtà ritorna, perchè Beppino Englaro mi ha cercato più volte con insistenza e mi ha posto davanti a questa realtà. Ho visto che la Chiesa e il movimento hanno sempre sottolineato la buona fede di Beppino... Ed è assolutamente così. Quando mi confronto con lui, c'è un problema giuridico che - è chiaro - provoca un corto circuito anche per un avvocato come me, perché l'obiezione che lui ti fa: "La famosa signora Maria, che aveva la cancrena alla gamba, ha potuto rifiutare le cure, come la Costituzione prevede. Eluana è in una condizione molto peggiore, perché non può esprimere il suo pensiero. Eppure a lei non viene permesso" o almeno, non era permesso finché la Cassazione non è intervenuta (...). Ma c'è un'altra cosa davanti alla quale mi sono trovato e mi trovo in difficoltà. Io sono andato spesso a trovare Eluana, soprattutto all'inizio. La sensazione è quella di parlare con una persona che non ti ascolta, che non ti sente. Ultimamente sono stato a trovarla e le parlavo, ma nel momento stesso in cui le parlavo, una parte di me si sentiva stupida, nel senso che non ero convinto di parlare con una persona che mi potesse sentire.... Io non voglio esprimermi. Vi porto solo la testimonianza di una persona che la conosce per come era prima, che ha vissuto la battaglia del padre, (...) e che di fronte a questa cosa si è sempre chiesto: ma questa è vita? Perchè il problema è qui, il problema che mi ponevo io da cattolico, di fronte a una cosa che fa parte della mia vita, che mi ha colpito in modo così evidente è: ma questa è vita? Dopodichè, però, questa domanda l'ho risolta. Perchè nel momento in cui è uscita la sentenza della Cassazione io ho smesso i panni dell'avvocato, ho smesso i panni della persona che può stare a destra e a sinistra, può essere cattolico o no, e dentro di me ho detto: ma tu lo faresti veramente? E la risposta è stata: no. Io non riuscirei mai a fare questa cosa. E allora, forse, se una persona guarda dentro di sè, nel suo cuore, e sente che non riuscirebbe mai a fare questa cosa, forse è perché questa forma di vita così, a livello così minimo di coscienza (...) è comunque un mistero, è comunque una vita che c'è, è comunque una cosa misteriosa. E io, come uomo, non mi sentirei mai di sopprimerla".

lunedì 19 gennaio 2009
Per il loro bene, naturalmente
Così è, that's it, è il Mondo Nuovo!
Tutti autistici
Con la diagnosi prenatale sull’autismo, per i Rain Man molti Oscar ma non la vita
Le belle scoperte e i buoni propositi per il nuovo anno comprendono il test prenatale sull’autismo: troppo testosterone nella pancia della mamma potrebbe significare un neonato alla Rain Man, perfetto per una quantità smodata di Oscar ma poco adatto a nascere. Non è ancora la realtà, è una possibilità: il professor Simon Baron-Cohen (cugino di Sacha, Borat per intenderci – una specie di monumento all’autismo) ha pubblicato la sua scoperta, costata otto anni di studi, e si è anche onestamente chiesto se potrà essere considerata una procedura accettabile. E’ accettabile diagnosticare l’autismo con l’amniocentesi, considerato che con la sindrome di Down il test prenatale ha condotto al novanta per cento di aborti? (Sarah Palin ha avuto un bambino down ed è stata accusata di folle esibizionismo perché non lo lasciava a casa nascosto durante la campagna elettorale).
Gli autistici potrebbero essere i prossimi eliminati: bambini un po’ asociali, che fanno fatica a parlare, che non hanno subito voglia di guardarti negli occhi, ma poi all’improvviso ti accarezzano i capelli, bambini difficili che si tappano le orecchie perché sentono i rumori in modo diverso, bambini geniali che a due anni sanno già leggere e a tre scrivono e fanno i conti, bambini che terminano un puzzle di duecento pezzi in cinque minuti e poi si spaventano a vedere il Re Leone, si buttano fra le braccia della mamma, adorano mangiare la pizza e fanno grandissimi progressi, si laureano e lavorano, tradiscono la moglie, si trasformano in venerati maestri o in soliti stronzi. Sono bambini misteriosi, i medici ancora adesso non sempre hanno le risposte: signora, suo figlio è solo stressato, signora suo figlio è intossicato dalle vaccinazioni, signora non so che dirle, provi con l’ippoterapia. Signora siamo tutti un po’ autistici, non trova? Tutti asociali, fissati, irascibili: raddrizzare i quadri, lavarsi le mani, non calpestare le righe, rimettere i libri nello stesso identico modo, se hai spostato il dentifricio ti uccido, le righe del tuo maglione mi fanno inferocire.
Perfino il molto moderno e molto conformista blog del Times, Alpha Mummy (che ovviamente detesta sia Sarah Palin sia Rachida Dati, troppo poco gruppettare, troppo originali: una che rinuncia all’aborto e l’altra che rinuncia al congedo di maternità), si chiede se sia il caso di utilizzare uno strumento così, se non si rischi di aumentare la selezione eugenetica, come avviene già in Cina per le bambine, ritenute poco degne di venire al mondo. Anche le Alpha Mummy sanno cosa succede dopo le diagnosi prenatali. Si eliminano i down, si eliminano le ragazzine, si eliminano gli autistici, fino a che non nascerà più nessuno, nemmeno un nevrotico qualunque.
venerdì 16 gennaio 2009
Chi guida con la ragione

Ho appena udito al telegiornale della strabiliante notizia: niente "bus-atei" a Genova (le motivazioni ve le spiego poi). Intanto a questa iniziativa portata avanti a Londra, Barcellona, Washington e Madrid, proprio nella capitale spagnola si sono levate voci contrarie, e con i fondi di una parrocchia é stata comprata questa pubblicità sui bus: "Dio esiste, godi della vita in Cristo". A Londra, invece, un autista si è rifiutato di guidare un "bus-ateo".
Tiè.
giovedì 15 gennaio 2009
"Se il mondo vi odia...", ovvero uomini senza patria


Arthur Chuquet (1835 - 1925), storico e biografo, a proposito della Rivoluzione Francese

mercoledì 14 gennaio 2009
La ragione va a piedi

"La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno", disse il serpente sorridendo ai due. Allora essi, ora sicuri, presero la mela e la mangiarono, ed il serpente fu invitato ai talk show, in prima serata, nei salotti di cultura...
Leggi "La lieta novella della solitudine razionalista. Se queste sono buone notizie..." da IlSussidiario.net
martedì 13 gennaio 2009
Piazze arabe, mute facce da schiaffi ed un popolo che canta
Da ilFoglio.it una squisita chicca langoniana. Schiaffeggio, canto e sottoscrivo totalmente.
Dopo dieci anni di sorrisini, quella piazza ha dimostrato cosa diavolo è l’Eurabia
Il silenzio dopo i sorrisini. Ricordo i sorrisini di certi amici quando si cominciò a parlare di scontro di civiltà. Samuel Huntington era chiaramente un paranoico e meno male che non avevano mai visto una sua foto, altrimenti chissà i giudizi lombrosiani intorno al faccino da bambino grinzoso, caratterista ideale per horror avatiani nelle case dalle finestre che ridono. La faccia di Oriana invece la conoscevano tutti, ed era l’icona della vecchia pazza, mica si potrà dar retta a un’esaltata. Bat Ye’or, la scrittrice che ha coniato il termine Eurabia, era impronunciabile e ignota allora come oggi. Dopo oltre dieci anni di sorrisini stolidi le facce intorno a me sono diventate serie da un giorno all’altro. Le immagini dell’occupazione musulmana delle piazze italiane le hanno capite più o meno tutti.
Mi pare che solo Alberto Melloni continui coi sorrisini e mi figuro la sua faccia da schiaffi quando racconta che il Corano non c’entra con l’islam, che è come dire che il latte non c’entra col formaggio. Vaticanista antievangelico che non riconosce l’albero dai frutti. Le facce sono diventate serie però, da loquaci, silenziose. Perché? Perché non è da tutti ammettere di aver sbagliato, e così a lungo.
E perché si ha la sensazione di essere stati abbandonati: dai pastori (ce n’è uno a Milano che vuole mettersi d’accordo coi lupi); dai questori; dai sindaci e dai governatori, che si baloccano con grattacieli altissimi per evadere dalla realtà della convivenza al piano stradale; dalle massime cariche dello stato (in particolare la prima e la terza, spinte dai propri incoercibili sentimenti anti-italiani a inneggiare a Europa e magistratura ovvero alle due entità che impediscono l’espulsione dei coranisti). Il povero cristo che cosa può fare? Andare in chiesa e cantare. “L’invasione islamica sarà fermata dai nostri canti” disse Don Giussani a Renato Farina. Io vado in chiesa a cantare il Salve Regina, vita, dulcedo, et spes nostra, salve. Chi non canta scenderà nel gorgo muto.
sabato 10 gennaio 2009
La Luce delle catacombe
A leggere quest'intervista a tutto campo data al settimanale Tempi dal filosofo Roger Scruton mi vengono i brividi. Brividi caldi, come di fronte alle parole dei profeti. Di sicuro di uomini intelligenti. Sono un po' le persone che vorrei diventare, alle quali mi accosto con curiosità e sincera ammirazione. Ma forse non solo quello. In effetti siamo anche noi alla fine dell'Impero Romano, un'epoca di barbarie tecnologiche e raffinate, "democratiche". Però è altrettanto intrinsecamente rassicurante la verità delle cose, assolutamente dolcissima e sinfonica. Allora, interviste come questa, uomini così, ti danno la vertiginosa sensazione di stare alla fine del mondo tenendo per mano Chi ti salva. E tutto ciò è cristianamente dolce e saldo, tanto che non ti spaventa più lo stare faccia a faccia con questo mondo suicida, questo pazzo mondo "democraticamente" aspro e fragile che affonda sempre più. Perché la realtà è sempre positiva. Perché un bambino che nasce, un uomo che cresce, un'amicizia sono già il terreno della vittoria di Dio. E poi questo geniale dono della libertà è la scommessa più grande che Lui ha fatto su di noi. Emile Zola (esempio di "illuminista" al buio) diceva che "La società non potrà progredire fino a che l'ultima pietra dell'ultima chiesa non sarà caduta sull'ultimo prete", e dopo di lui c'è stato il secolo del martirio, il Novecento, ed ora il democratico nichilismo nel quale l'Occidente sprofonda. C.S. Lewis affermava invece che l'abolizione del cristianesimo è immediatamente precedente all'abolizione dell'uomo, e basta avere gli occhi per vedere quanto sia vero.
"Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo". (San Paolo).
Ma allora con una certezza così a che valgono gli Emile Zola? Che si fottano.
Roger Scruton
L’Occidente si può ricostruire. Per il «filosofo più influente al mondo» nella nostra civiltà il rancore ormai ha preso il posto della fede, «ma i barbari non hanno ancora distrutto tutto. La pietas ci salverà»

E' l’autore della Guida filosofica per tipi intelligenti e del Manifesto dei conservatori, scrive di vino sul The New Statesman e dei temi più disparati sull’American Spectator. Quello che per il New Yorker è «il più influente filosofo al mondo» ama la musica (è compositore), l’architettura (ma non le archistar) e la caccia alla volpe, Thomas Stearns Eliot e Dante Alighieri. è stato in Italia nel maggio 2006, invitato da Tempi per una serie di incontri con Giuliano Ferrara. Vita e Pensiero ha da poco pubblicato La cultura conta. Fede e sentimento in un mondo sotto assedio, brillante omaggio funebre alla cultura, dimensione ormai sconosciuta in tempi di basso impero. Eppure Scruton, anche quando s’ostina a pestare il mortaio sull’insensatezza degli idoli moderni, non si sofferma mai alla sterile elegia del passato. è per questo che, proprio al termine dell’ultimo libro si trova il capitolo “Raggi di speranza”, in cui il filosofo inglese elenca le persone e i gruppi di persone che hanno saputo nell’ultimo mezzo secolo del Novecento «rigettare il nichilismo dominante»: «Giovanni Paolo II, il movimento giovanile di Comunione e Liberazione, fondato in Italia da don Luigi Giussani, correnti filosofiche tipo quella promossa da René Girard in Francia, da Jan Patocˇka in Europa Centrale, da Czeslaw Milosz in Polonia e Aleksandr Solzenicyn in Russia».
Come il suo adorato Eliot, Scruton si rammarica che il mondo moderno non ci permetta più di «prendere una parola e da essa estrarne il mondo», ma che, al contrario, le parole siano usate per occultare. Celare il reale per «nasconderne il significato» al fine di imporre nuove eresie, «cioè verità esasperate in menzogne». Un suo maestro, Thomas Masaryk, negli anni Trenta, previde un futuro in cui «ogni fede sarebbe stata messa in dubbio, ogni moralità relativizzata, ogni appagamento annientato». E, aggiunge Scruton a Tempi, «certamente abbiamo fatto molta strada in quella direzione. Ma non siamo ancora arrivati a quel punto, e l’umanità nel passato è spesso tornata indietro dall’orlo del baratro, come ha fatto alla fine dei Secoli Bui».
Nichilismo a luci rosse
Eppure i segnali che giungono, in particolare dal Vecchio Continente, sembrano indicare che il piede che franerà nell’abisso è stato levato. Nella sua Inghilterra – dove, ebbe a dire, ormai «Dio è uno straniero, un immigrato clandestino» – Sky Real Lives ha mandato in onda il suicidio di Craig Ewert, malato di Sla. Il suicidio uscito dalla sfera della disfatta e della ribellione privata si è trasformato in show, documentario, reality. Per Scruton, in storie come questa, c’è «il potenziale per una sorta di pornografia della morte. I cuori delle persone saranno induriti dalle immagini del suicidio al punto che nessuno reagirà nemmeno se il suicidio è manifestamente assistito, e nemmeno quando quel che è presentato come “suicidio” non lo è affatto, ma è piuttosto il frutto di una manipolazione o di un inganno».
Così come è una frode quella spacciata dal sito internet del quotidiano francese Liberation che ha scelto di ospitare un “Osservatorio sull’eterosessualità”. Sulle istanze omosessuali – «è l’ortodossia della nuova ummah dei disaffezionati» – Scruton puntò l’indice contro «la filosofia contemporanea che ha ridotto il problema della morale sessuale a quello dei diritti. Viviamo in un tempo esposto alla causa del nulla e ciò è dimostrato dalla mancanza di volontà di avere figli, cioè di creare qualcosa che abbia un significato al di là del momento». Oggi, di fronte all’iniziativa online del quotidiano francese, annota che siamo di fronte «a una delle eredità del femminismo: il credere che il “genere” sia un artificio sociale e che noi possiamo costruirlo in qualsiasi modo ci piaccia, e in particolare in modo tale da liberare la gente da “ruoli di genere” non desiderati. Fa parte del tentativo di normalizzare l’omosessualità l’idea secondo cui l’eterosessualità debba essere essa stessa descritta come una “costruzione” che può comportare una violenza nei confronti di coloro che vi sono sottomessi».
L’uomo, bestia morale
Ed è una costruzione anche quella che vuol farci credere di essere solo delle scimmie in giacca e cravatta, ma non per questo più evolute degli orangutan del Borneo. Sulle istanze dell’ambientalismo più sciocco Scruton riversa spesso una ferocia cannibale. Tempo fa allevò e mangiò un maiale cui aveva dato il nome del grande teorizzatore dei diritti degli animali: Singer. Lo ha pasciuto, sgozzato e quindi macellato a casa sua, il tutto – orgogliosamente – al di fuori di qualsiasi confine di legalità. E a chi gli chiedeva conto dell’“efferato delitto”, Scruton non aveva altro da far notare se non che «siamo diversi dagli animali, siamo esseri morali, mentre gli animali non lo sono. Da qui la domanda se mangiarli o meno. Loro non si pongono questa domanda. Difendo l’opinione secondo cui noi dobbiamo mangiarli perché, se non li mangiassimo, non esisterebbero». è per questa ragione che può solo ridere amaro della Spagna di José Luis Rodriguez Zapatero, paese che ha voluto garantire i “diritti fondamentali” anche alle grandi scimmie antropoidi. «La Spagna di Zapatero – spiega – è un ottimo esempio di una nazione in fuga dal proprio passato e dalla propria identità spirituale. È in uno stato di ripudio, e non sorprende la scoperta che il movimento per i diritti degli animali ha messo radici laggiù, dove tutte le forme tradizionali di distinzione stanno subendo un processo di erosione. Il problema, ovviamente, è che si possono garantire diritti agli scimpanzé, ma non si può insistere sui loro doveri, e di conseguenza i diritti diventano vuoti privilegi che non portano beneficio né all’umanità nella quale vivono immersi gli scimpanzé né agli stessi scimpanzé. Immaginiamo di garantire “libertà di movimento” o “libertà di associazione” agli scimpanzé. Come sarebbe la nostra vita?».
La gratitudine e il perdono
La filosofia di Scruton può essere riassunta in parole “antiche”, e bellissime, con cui il filosofo cerca di sottrarre l’esistente dalla coltre dell’indistinto. Pietas, gratitudine, perdono, riso (Scruton ha scritto pagine chestertoniane sull’idea di ironia). Parole che si contrappongono a multiculturalismo, tolleranza, altruismo («l’altruismo, a differenza della pietà, ha esiti sadici»), termini ormai usati per legittimare, spesso, violenze indicibili. Per questo, per Scruton si tratta di recuperare un senso dell’umano che solo la tradizione giudaico-cristiana è ancora in grado di comunicare. La pena è barare sul senso dell’evidente, come ebbe a dire a Giulio Meotti del Foglio: «è vero che il feto è un collage di elementi chimici, ma solo nel senso che la Quinta sinfonia di Beethoven è solo una collezione di suoni, la Monna Lisa di colori e i Promessi Sposi di parole. Creazione significa invece creare un significato. Se gli esseri umani cominciano a scomporre il tutto nelle parti, si ritroveranno in un mondo senza significato di atomi disconnessi in cui niente sembra prendere parte al presente». «Quando la fede si ritira – dice a Tempi – il rancore prende il suo posto. Questo è quel che vediamo oggi nel mondo occidentale: il rancore per i successi degli altri, per la buona sorte degli altri, per le doti degli altri, e il desiderio di essere una celebrità che gli altri invidiano e verso la quale gli altri provano rancore a loro volta. Il perdono è il contrario di questo atteggiamento; è il desiderio di dare agli altri, di trarre piacere dal loro piacere, e di essere umili al cospetto dei nostri stessi errori».
La libertà e l’obbedienza
In tempi in cui tutto, per diritto, deve essere permesso, Scruton ama ripetere che «la vera libertà, la libertà concreta non è agli antipodi dell’obbedienza, ma solo l’altro lato di essa». Perché, chiosa, «il mondo non ha bisogno di pietà a buon mercato, ma di pietas: l’abitudine all’obbedienza e all’umiltà al cospetto della creazione, e la rinuncia al desiderio di sfruttare, di controllare, di essere l’Übermensch a cui il mondo deve prostrarsi. La gratitudine sta scomparendo dal mondo come lo conosciamo. Eppure è la risposta adeguata al dono dell’esistenza, e il modo di trasformare l’esistenza in una fonte di gioia anziché di ansia. Consiglio il contrario dell’esistenzialismo: vivere nella gratitudine, non nell’ansia, essere umili, non ostinati, riconoscere l’estensione della nostra ignoranza e il bisogno di essere riconciliati con gli altri e con il nostro destino».
Come l’Eucarestia nelle catacombe
Vasto programma? Nel suo Il tramonto dell’Occidente Oswald Spengler scriveva: «Un giorno l’ultimo ritratto di Rembrandt e l’ultima battuta di Mozart cesseranno di esistere perché l’ultimo occhio e l’ultimo orecchio accessibili al loro messaggio saranno scomparsi». Scruton ha già osservato che è senz’altro veritiero che l’uomo moderno vaga come un cieco in una valle nebbiosa, ma anche che «sta emergendo un forte movimento laico e soprattutto cattolico che va nell’opposta direzione, rappresentato da Karol Wojtyla e da Joseph Ratzinger». Non è ancora giunto il tempo di suonare le campane a morto. «No, ricostruire è ancora possibile, e lo vediamo accadere. La fede è difficilmente reperibile in un’epoca di buio, ma brilla come una luce all’orizzonte, e quella luce cresce come ci si avvicina ad essa. I barbari non hanno distrutto tutto, ci hanno solo obbligato a privatizzarlo, a ospitarlo dentro noi stessi come memoria e a tenerlo lì, come una volta l’Eucarestia era tenuta nelle catacombe».
giovedì 8 gennaio 2009
La vera modernità

mercoledì 7 gennaio 2009
"Che spettacolo! La possibilità di essere testimone"
31 dicembre, ore 12; 40 gradi di calore. Siamo in 6 al cimitero dell’Est di questa capitale: la segretaria, l’autista dell’ambulanza, Lorenzo il figlio di Roberto Fontolan, una donna con un uomo che lei dice essere suo marito, ed io. Abbiamo accompagnato l’anziano Salesiano italiano, morto come un santo il 30 dicembre alle ore 14 .
Questa volta sono scoppiato in lacrime. Non solo perchè è il 50esimo figlio del Padre che seppellisco nel nostro cimitero, mentre gli altri 450 sono in qualche tomba dove i parenti hanno dato loro sepoltura, ma molto di più perchè sono davanti a un uomo nato in Piemonte, orfano da piccolo, educato dai Salesiani e infine salesiano lui stesso per molti decenni. Missionario in Paraguay dal 1957 e poi, per misteriose circostanze che appartengono alla libertá di Dio e dell’uomo, lascia la congregazione. Da 20 giorni Dio l’aveva condotto qui.
La congregazione lo aveva abbandonato...chissá perchè lui l’ha abbandonata? È una domanda che mi fa male. E mi fa ancor piú male perchè un solo salesiano lo ha visitato qui in ospedale, e un solo salesiano lo ha visitato da morto. E poi nelle 24 ore in cui il corpo sacro di quest’uomo è rimasto con me...nessuno...eccetto quella donna, una donna che solo Dio sa chi è e chi era per lui. La guardavo quella donna, ancora una volta solo una donna al suo fianco...forse quella per cui ha lasciato tutto...chissà. Ma che importa, l’importante è che ancora una volta il regno della bellezza, dell’amore umano era lì. Era lì con me, lì mentre con i becchini lo mettevo nella tomba. La peccatrice e questo peccatore ancora una volta a dare l’ultimo bacio a quel peccatore santo. Piangevo come un bambino perchè sentivo palpitante che solo Dio perdona, solo Dio non guarda agli aggettivi o sostantivi “buono”, “cattivo”, “religioso”, “consacrato”, o al club o alla congregazione o al carisma al quale appartieni.
Sì, solo Dio è misericordioso! Per Lui esiste solo l’uomo, esiste il figlio. Non il figlio “buono” o “cattivo”, esiste il figlio e basta. Come in un bagliore mi viene alla mente quando lasciai la mia congregazione 20 anni fa...ma a me era stato concesso un privilegio: due braccia mi avevano accolto e abbracciato, quell’uomo che come mi ha scritto per Natale la sorella Livia “dal cielo ti sta sorridendo”. Fra me e questo salesiano c’è questa grande differenza. Io, peccatore peggio di lui...abbracciato da Giussani. E lui chissá...da altre braccia diverse, che solo Dio conosce.
Tristemente queste braccia lo hanno portato a vivere come un mendicante in uno dei mercati piú brutti e folcloristici del mondo, il mercato 4 di Asuncion. Un mercato dove si vive nella sporcizia. È lì che lo ha incontrato l’assistente sociale, avvisato da quella donna, oggi con me al cimitero. L’ha incontrato a due metri da terra in un soppalco di un deposito con una lamiera a 40 centimetri dal capo. Fuori 48 gradi di caldo. Immaginate sotto quella lamiera! Lì faceva tutto, era un cumulo di sporcizia. Arrivato alla clinica dirá alla bella infermiera che lo laverà con cura: “Signorina non serve, perché tanto morire puliti o sporchi non cambia niente e poi non sarebbe sufficiente per lavarmi tutta l’acqua di Asuncion!”.
Dopo quella doccia la sua anima tornò bella. Ricevette tutti i sacramenti, rinnovò quei voti di povertá, castitá e obbedienza...diventati finalmente non piú obblighi morali ma espressione della libertá ritrovata, cioè della Verginitá ridonatagli dal Mistero. Ha rivissuto la bellezza del suo battesimo ed è morto dicendo “Grazie o Padre del cielo perchê non ho perso la fede”. Ecco la vera questione amici. Come non piangere ascoltando simili parole. Avrei voluto vegliarlo tutta la notte...ma la mia stanchezza me l’ha impedito e così l’ho lasciato solo in compagnia del parroco! Il Santissimo Sacramento!
Ma ho fatto fatica a dormire, e ho dormito male.
Come Gesù, nessun salesiano, nessuno a vegliare con lui?
Che dolore quando un carisma diventa uno strumento per l’uso. Che dolore quando un carisma diventa un partito, diventa un gruppo! Che terribile quando sei amico per il “club” a cui appartieni...sì perchè anche un carisma può diventare un club...e non parte di un’amicizia che ti rimanda in ogni momento a quanto ci ripete Carron: “Io sono Tu che mi fai”.
L’obbedienza è un’amicizia. Che conforto...adesso so con certezza che anche per me la morte mi incontrerá come quest’uomo fra le braccia di una compagnia...non importa se fatta da 5 o 6 persone piú i becchini. Ma è sempre un’amicizia...il segno visibile che solo Dio perdona, che solo Dio è misericordioso.
Sono tornato dal cimitero con il cuore fisso sulla misericordia di Dio che mi guarda e mi ama così come sono, come un uomo. Che spettacolo! L’ultimo giorno dell’anno essere testimone che solo Dio è misericordia, è perdono.
Tutti mi potranno giudicare, condannare, abbandonare, ma DIO NO IN ASSOLUTO.
Vivo solo per questa certezza.
Buon Anno
Padre Aldo
martedì 6 gennaio 2009
Se questo è un Duomo

Guardate la foto qui sopra: è di sabato pomeriggio. Mille, forse duemila musulmani hanno occupato piazza Duomo a Milano per protestare contro i raid israeliani a Gaza, hanno bruciato bandiere con la stella di David e poi hanno pregato rivolti verso la Mecca. Anche il sagrato è stato occupato. Il Duomo ha dovuto chiudere. Se un cristiano, ammesso che ce ne sia ancora qualcuno in circolazione, avesse voluto entrare nella cattedrale per pregare, o per partecipare alla messa, avrebbe dovuto rinunciarvi. La stessa cosa è successa a Bologna in piazza Maggiore, davanti a San Petronio: la foto è a pagina 5. Anche in altre città d’Italia e d’Europa molte piazze e molti sagrati si sono trasformati in improvvisate moschee all’aperto. Guardate e tenete presente un dato: è la prima volta che succede.
Ma perché i musulmani, per protestare contro la guerra in Palestina, hanno scelto i luoghi simbolo della cristianità? Perché non davanti a un consolato israeliano? O americano? Perché per la preghiera, invece che in una moschea - ce ne sono ormai parecchie - hanno scelto le cattedrali, come a Milano, o la basilica più importante come a Bologna?Domande alle quali si possono dare due risposte. La prima sgombrerebbe il campo da qualsiasi dietrologia: sono andati davanti al Duomo e davanti a San Petronio perché quelle sono le piazze principali di Milano e di Bologna. Secondo un’interpretazione ancor più benevola, hanno addirittura voluto cercare un’ideale solidarietà con i cristiani, pregando l’unico Dio: in fondo, ha osservato qualcuno, sulla facciata del Duomo sta scritto Mariae Nascenti, e se c’è un culto che accomuna cattolici e musulmani questo è proprio quello mariano. La preghiera di massa sarebbe dunque un atto di pietà, una richiesta di carità in un momento di sofferenza per il popolo arabo.Ma c’è un’altra possibile chiave interpretativa, che è quella di una simbolica occupazione. Di un atto di arroganza e perfino di violenza: a Milano i dimostranti - guidati dall’imam di viale Jenner, già condannato per terrorismo - sono arrivati di corsa, seminando paura, sgomberando di forza la piazza, occupandola senza alcun permesso, costringendo appunto il Duomo a chiudere. Dove sarebbero, visti i modi e i fatti, il rispetto e la solidarietà con i cristiani?Sembra quasi che, con questa azione forse coordinata nelle varie città, il mondo islamico abbia voluto lanciare un segnale: i vostri tradizionali luoghi di preghiera adesso diventano nostri. Dove prima pregavate voi, adesso preghiamo noi. Per il devoto musulmano i luoghi, i segni, i simboli hanno un valore ben più profondo di quanto ne attribuiamo noi occidentali, ormai largamente secolarizzati.
Può darsi che quest’ipotesi di un’occupazione simbolica sia un allarmismo esagerato. Resta il fatto che non si vede che cosa c’entrino il Duomo e San Petronio con i raid israeliani; e che mai la preghiera collettiva si era tenuta sui sagrati delle chiese cattoliche. (Non vogliamo neanche immaginare che cosa avrebbe scritto Oriana Fallaci. Avrebbe parlato come minimo di sfregio, di oltraggio. Quando cominciò a sostenere quelle sue tesi, fu fatta passare per un’invasata. Adesso sono molti, invece, a temere che avesse ragione).Ma la vera notizia, quella che ci ha indotti - a distanza ormai di due giorni - ad «aprire» il giornale con la foto che avete visto in prima pagina, è la distrazione, il disinteresse, il deprimente silenzio che ha accompagnato le invasioni di piazza Duomo e piazza Maggiore. I saldi e le code agli outlet valgono ben di più, nel nostro media-system, di un Duomo trasformato in moschea. Ed è di questo che abbiamo paura. Non dei musulmani, la cui aggressività in tutto il mondo è piuttosto, probabilmente, un segno di debolezza e di declino. Abbiamo paura dell’ignavia, della viltà, dei contorcimenti mentali di un Occidente che soffre di infiniti complessi e sensi di colpa. Di un mondo che per non offendere i musulmani cancella i presepi, i riferimenti a Gesù nelle canzoni di Natale e il prosciutto dalla mensa dell’asilo: ma che non ha nulla da eccepire se il Duomo è costretto a chiudere. Che cosa avremmo letto sui nostri giornali se quattro cattolici tradizionalisti fossero andati a pregare davanti alla moschea di Segrate?È il nulla dell’Occidente che spaventa. Il vuoto pneumatico di valori e ideali che lascia campo libero a chi, invece, si nutre di un pensiero forte e di uno spirito di conquista. Non ce ne frega nulla di rinunciare al presepe perché al Natale non crediamo più, così come non crediamo più in niente: né in una filosofia che non sia quella del godersi la vita, né in una morale che non sia quella del secondo me. L’Occidente tace, di fronte all’avanzata dell’islam, perché non ha niente da dire: la stessa Chiesa sembra spesso rinunciare, per paura chissà di che, ad essere se stessa.C’è chi dice che proprio questo nulla ci salverà dall’islam. Che i musulmani saranno alla fine sconfitti, più che da quel che resta dei nostri valori, dall’effetto contagioso dei nostri vizi. È probabile che finirà così. Ma non prima di uno scontro che sarà tutt’altro che breve e indolore.
(da Il Giornale del 5/1/09)
Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, edun suo amico particolarmente dialogante
LA MOSCHEA A CIELO APERTO
Nessuna volontà di provocare, semplicemente una situazione dettata dall’orario, dal correre dell’orologio. Secondo il responsabile del centro islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, il migliaio di islamici che sabato scorso hanno pregato rivolti alla Mecca in piazza del Duomo lo hanno fatto perché «era semplicemente giunta l’ora della preghiera, e ormai si trovavano lì. Fossero stati in un’altra piazza, l’avrebbero fatta dove si trovavano». Dunque, a un certo punto, dopo aver forzato i cordoni delle forze dell’ordine in piazza San Babila (termine ultimo del corteo pro-Palestina autorizzato) una massa incredibile di persone si sarebbe accorta con sgomento, una volta raggiunta la piazza principale della città, che era già l’ora della preghiera del pomeriggio. Riesce a non scoppiare a ridere perorando questa tesi anche il portavoce dell’Ucoii, Ezzedine Elzir: «La manifestazione si è conclusa proprio nel momento della preghiera. Assolutamente - dice - non c’era alcuna intenzione di offendere nessuno, né mancanza di rispetto verso i nostri fratelli cristiani».
Chi però, in quanto successo sabato scorso, di rispetto non ne vede affatto è l’arciprete del Duomo, monsignor Luigi Manganini: «C’è stata da parte dei musulmani in preghiera di fronte alla cattedrale quantomeno una mancanza di sensibilità».
Non di sensibilità, ma di rispetto della legge parla invece il parlamentare di An e vicesindaco di Milano con delega alla Sicurezza, Riccardo De Corato: «Il ministero degli Interni può, se vuole, denunciare gli organizzatori del corteo pro-Hamas di sabato scorso, per manifestazione non autorizzata, adunata sediziosa, e per pratica religiosa al di fuori del luogo di culto. I manifestanti - ha sottolineato - avevano infatti l’autorizzazione della Questura a sfilare fino piazza San Babila. Gli arabi poi hanno pregato sul sagrato senza aver dato alcun preavviso alla Questura, come prevede la legge. Infatti l’art 25 del codice penale dice che “chi promuove o dirige funzioni, cerimonie o pratiche religiose fuori dei luoghi destinati al culto deve darne avviso almeno tre giorni prima al questore”. Per questi motivi - ha concluso - mi aspetto che il ministro degli Interni prenda seri provvedimenti nei confronti di chi continua a violare le leggi».
«Chi brucia le bandiere di Israele e trasforma piazza del Duomo nel luogo improvvisato della preghiera islamica, non manifesta ma provoca. Non protesta ma cerca l’intimidazione». Questo il pensiero di Alberto Grancini, assessore socialista della Provincia di Milano, per il quale quella «non era una manifestazione politica ma l’espressione del fanatismo religioso che non cerca il dialogo ma incita alla violenza. È bene dirlo in maniera chiara, questo tipo di manifestazione è fuori dalla cultura e dalla concezione occidentale della convivenza tra diversi».(da Il Giornale del 6/1/09)"Senza regole è impossibile ogni dialogo"
Antonio Socci è uno dei più noti giornalisti cattolici del nostro Paese (ha appena pubblicato per Rizzoli Indagine su Gesù). Lo abbiamo intervistato sulle impressioni che gli ha suscitato la manifestazione filo-palestinese che, sabato, ha paralizzato il centro di Milano. Una manifestazione in cui si sono viste bandiere d´Israele date alle fiamme, stelle di Davide trasformate in svastiche e cori pro-Hamas. Un corteo di due ore che si è concluso in piazza Duomo, con trecento musulmani in ginocchio ad ascoltare la preghiera dell´imam.
Centinaia di musulmani che, sabato recitavano la salat in piazza Duomo a Milano... Che impressione le ha fatto?
«Innanzitutto al di là dell’atto in sé mi ha stupito il dopo. Mi sarei aspettato di avere delle motivazioni, delle risposte serie e mi sembra che non ce ne siano state. Mi aspettavo che una comunità integrata, come è quella islamico-milanese avesse un comportamento diverso: più rispettoso, più attento sia alle norme che regolano le manifestazioni sia alla sensibilità dei cristiani. Ho sentito che durante la preghiera islamica il Duomo è stato chiuso ed è rimasto impraticabile...».
E a proposito delle reazioni delle autorità laiche e religiose della città?
«Beh, mi sarei aspettato parlasse il vescovo, che è sempre così attento alla questione del dialogo. Sono rimasto stupito di fonte al silenzio... Non si può parlare sempre di dialogo e poi, in una situazione del genere, non dire niente. Mi ingenera forti dubbi anche la commistione di un gesto di questo tipo con una questione politica come quella di Gaza. Non vedo il nesso e, nel silenzio della comunità islamica, non è facile farsene una ragione... Vedo in questo non farsi capire un atteggiamento preoccupante».
La spiegazione data dall’imam del centro islamico di viale Jenner suona più o meno così: «Si sono trovati lì all’ora della preghiera e hanno pregato come se fossero in qualunque altro posto...».
«Questa però è una spiegazione che non spiega niente. Non ci si può limitare ingenuamente a mantenere la discussione su questo piano. Onestamente... Non si vede che senso abbia una risposta del genere. Bisogna chiedere uno sforzo maggiore da parte dei responsabili della comunità islamica. In Italia ci sono delle regole, non si possono fare manifestazioni spontanee... L’unico dato che mi sembra positivo è che non ci sono state grosse violenze...».
Bandiere in fiamme e stelle di Davide trasformate in svastiche sì...
«È vero, anche se in molte delle cose accadute a margine della manifestazione la religione c’entra poco e va tenuto conto che in piazza non c’erano solo islamici... È proprio per questo che il silenzio è intollerabile».
Molti cittadini di Milano a vedere piazza Duomo trasformata in «moschea» hanno avuto una sensazione di choc che va al di là dell’essersi visti guastare lo shopping dei saldi... Quella piazza è un simbolo...
«È comprensibile. Ma non bisogna estremizzare la situazione o generare falsi allarmismi. Serve una valutazione lucida che metta i puntini sulle “i”, fatta senza rabbia. Piazza Duomo è usata per un sacco di manifestazioni ma è chiaro che è una piazza con una cattedrale cattolica. Ecco, immagino che se qualcuno avesse portato qualche migliaio di cattolici a pregare di fronte ad una moschea, magari a quella di Roma, ci sarebbero state delle reazioni piuttosto seccate, comprensibilmente seccate. Io non andrei a pregare di fronte ad una moschea, mi sembrerebbe una provocazione fuori luogo».È quello che ha detto anche don Manganini, l’arciprete del Duomo...
«Solo che l’arciprete non basta. Il vescovo dovrebbe intervenire in maniera forte. È giusto far in modo che i musulmani abbiano i loro luoghi di culto, è giusto il dialogo interculturale. Però poi bisogna prendere posizione quando, invece, accadono cose di questo tipo. L’errore di molti cattolici e di molti laici è quello di pensare ottimisticamente che le identità siano facilmente assimilabili. Ma la storia ci insegna che non è così. Dovrebbero fare una riflessione più seria. Ci sono circostanze che dovrebbero farci aprire gli occhi... Non ci si può appellare al dialogo e poi, quando serve, limitarsi a tacere».(da Il Giornale del 6/1/09)
lunedì 5 gennaio 2009
venerdì 2 gennaio 2009
Duemilaotto
"Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla"
(Giovanni, capitolo 15)







