domenica 28 settembre 2008

Just because I'm losin', doesn't mean I'm lost







Just because I'm losin'
Doesn't mean I'm lost
Doesn't mean I'll stop
Doesn't mean I will cross

Just because I'm hurting
Doesn't mean I'm hurt
Doesn't mean I didn't get
What I deserve
No better and no worse

I just got lost
Every river that I tried to cross
Every door I ever tried was locked
Oooh and I'm just waiting 'till the shine wears off

You might be a big fish
In a little pond
Doesn't mean you won
'Cause along may come a bigger one

And you'll be lost
Every river that you try to cross
Every gun you ever held went off
Oooh and I'm just waiting 'till the fires will stop
Oooh and I'm just waiting 'till the shine wears off

Oooh and I'm just waiting 'till the shine wears off
Oooh and I'm just waiting 'till the shine wears off



-"Lost!" percorre la medesima strada attraversata da Fix You, servendosi di un organo dalle sfumature madrigalistiche. E' un pezzo che si avvicina alle musiche gospel per gli handclap e i cori simultanei. Parte dell'album è stato registrato in una chiesa, respirando a pieni polmoni l'etere mistica di navate, sguardi di santi marmorei e altare. (..) "I Coldplay hanno forse ritrovato la fede in Dio?". Chris Martin, rispondendo alla domanda, ha affermato candidamente che ha sempre ricercato una strada per comprendere la natura dell'Onnipotente, (...), per il leader dei Coldplay è una dolce parola da cantare, un'Entità che opera giustamente e si oppone alla depressione. Giocando un po', il frontman crede di essere l'unico al mondo a credere in Zeus: un'affermazione ovvia, se si considera la formazione classica del cantante (che avvicina l'individuo alla visione originaria del cattolicesimo, ovvero quello mitra precristiano) e la sua filosofia impregnata dell'odore di Grecia antica. Sicuramente il disco rivela qualcosa che può essere identificato con il Cristianesimo-.

(Dalla recensione su www.coldplayzone.it)

sabato 27 settembre 2008

Il mondo al rovescio

Che cos' è l'atletica se non le mani sporche del rosso della pista? Il respiro che muove il corpo prima della partenza, quando tutto è teso a quello che verrà, che sta per venire, una forza che si sprigiona e parte. Una potenza in divenire, tutta protesa in quell'attimo, quel "Pronti" che si prepara a sparare. Quando non hai udito se non per quello sparo, in aria, in quella posizione dalla quale non ti ricorderai più niente se non dopo l'arrivo.
L'atletica è il doppio nodo della scarpa chiodata, quella forza rossa dalle punte di cristallo che ti punzecchia da sotto la pelle, quando senti i muscoli tendersi come le corde di una catapulta. Quando mancano dieci minuti alla tua corsa. E' vedere in faccia quelli come te, è il non tenere conto di tutto quello che inevitabilmente ti tempesta la mente. L'atletica è quando "Ai vostri posti" ti riporta alla mente tutto quello che non centra: casa, scuola, preoccupazioni. E tu li scacci via. Solo un segno di croce prima di scendere dentro quella forza in divenire a fendere aria e spazio tutta intrecciata nel tuo corpo.
Atletica è il silenzio dello stadio, è il silenzio degli occhi di chi ti guarda.
Lo sparo libera. Lo sparo non è una pistola verso l'alto, è la corda che ti teneva legato ai blocchi, teso, arrampicato sulla pista, il mondo al rovescio dietro di te e gli ostacoli davanti a te. Vedi solo questo: il tuo respiro, il mondo al rovescio, i nodi delle tue scarpe, il rosso della pista, il tuo bacio alla Madonna nera di Czestochowa.
Poi libero. Subito su, e da lì non c'è più mondo. Ci sono solo 9.50 metri fra te ed il passo davanti, fra il passo dietro di te che non esiste più e i 9.50 metri successivi.
Correre un 110 ostacoli. Le uniche cose che pensi di te stesso sono il meccanismo ormai parte del tuo essere, quello dell'ostacolista, e la gamba che attacca il pezzo di legno.
Più veloce di tutto.
Atletica è quella sensazione unica di passare rasente con tutto te stesso l'ostacolo sotto di te, appena sfiorato. Il ritmo dei chiodi come musica nelle tue orecchie.
Non vorrei essere da nessun altra parte.
Rieti, domenica 5 ottobre, campionati italiani atletica leggera, aspettatemi.







venerdì 19 settembre 2008

Questa pazza, alta, altissima febbre da uomini liberi: febbre di vita



... ovvero, cronaca di una lettura tardi tardi nella notte, e di divani pieni illuminati per leggere.

"Uomini liberi". Questo numero della rivista "Tracce" è veramente una sorgente d'acqua fresca. Vita e storia di gente comune che si è scoperta protagonista. Innanzitutto si tratta del Meeting di Rimini, evento unico nel panorama culturale italiano e non solo, dove, fra stand, padiglioni e ristoranti, puoi trovare seduti ad uno stesso tavolo un musulmano, un cattolico, un anglicano a discutere di dialogo e convivenza: altro che "multiculturalismo-volemose-bbene"; dove trovi una malata di Aids che ha riscoperto se stessa in un incontro nel quale le è stato detto "Tu hai un valore più grande della tua malattia", ed ora non è definita da nessuna circostanza, tantomeno da un virus; dove trovi scienziati che si scoprono abbracciati, protagonisti, pienamente se stessi nello studio dell'universo, del reale: a caccia della bellezza; carcerati, poi, gente che dovrà passare tutta la vita in galera, dietro le sbarre, che ride canta e balla perché "la libertà non dipende da circostanze esterne, ma da un cuore che, grazie ad un incontro, riprende coscienza di sé". Carcerati che ballano con i loro carcerieri! E spiegano una mostra. Ci credereste, amici miei? E Marco Bersanelli, un astrofisico, uno che progetta satelliti per lo spazio ecc. ecc., che ti racconta di come l'uomo "torna ad essere protagonista quando torna ad essere mendicante, a mendicare il suo traguardo, il suo destino". Mi ricorda queste due prime lezioni di filosofia, a scuola, dove introducendo la materia si è insistito sullo stupore, sulla meraviglia: la realtà c'è, io ci sono. E su come l'inizio del percorso di conoscenza si trovi nel riconoscere la prorpia ignoranza. E questo cosa vuol dire? Se si stringe ancora di più? Riconoscere la propria ignoranza, cioè riconoscersi bisognosi di tutto. Mendicanti!! Finalmente toccati sul vivo! Altro che lezioni a leggere articoli di certi preti-poco-preti (vedi Messe rock) scaricati da www.partitodemocratico.it, nevvero? Compagni, dovevate vedere le vostre facce!
"La storia? La fa il mendicante".
Poi si parla di un altro protagonista, un'altro ex prete-poco-prete che è stato cambiato da suoi studenti con questa provocazione: "Professore, non è così che lei cambia il mondo, il mondo cambia se cambia lei, e lei cambia se si lascia amare da Gesù". E lui ha detto si, fino in fondo, fino in Paraguay, fino alla Missione, alla vita per gli altri. Non per assistenzialismo, per autocompiacimento, ma per Cristo. E il mondo l'ha cambiato, credetemi.
Tutti uomini, tutte donne, tutti figli che hanno detto si. Tutti che hanno fatto ciò che in questo mondo è considerato stupido e lesionista, cioè seguire: hanno seguito Qualcuno più grande di loro, che attraverso le trame della loro vita li ha chiamati. E guarda caso, seguendo, si sono trovati veramente uomini, veramente se stessi.
E per questo non bisogna "credere"! Un mio carissimo amico, sul Meeting, "Beh, per chi crede, bello". Ma come! Basta guardare. "Quello che abbiamo visto", titola il primo articolo sul Meeting: non si può ridurre a schema, mettere a guinzaglio la vita che cresce, che cambia.
Basta guardare.

"L'obbedienza che ci fa camminare", l'articolo sul pellegrinaggio verso la Madonna di Czestochowa di migliaia di ragazzi, di uomini e donne che seguono una strada. E, dopo giorni di cammino, esperienze, conoscenze, silenzi, canti e preghiere, "il meglio ed il peggio di voi", finalmente sopra la collina la visione del Santuario. Non l'ho visto io, non ancora, ma l'ho già gustato negli occhi dei miei amici.

Ma ve l'ho detto o no che questo "Tracce" è una sorgente d'acqua fresca per la ragione e la vita dell'uomo?

"Febbre di vita", che cos'è che fa un uomo veramente libero? Dona tutto se stesso, facendo innamorare di Cristo centinaia di altri uomini. La vita di Andrea Aziani è stata questo. Da Abbiategrasso al Perù, all'amore per un popolo fatto di amore ai volti ed al destino di gente che, pur non sapendolo, non aspettava altro. Febbre di vita.
Potendo riporterei tutto qua sopra, l'intera rivista. Ma non posso. E' poi è sera, devo andare a fare altro. Avevo solo bisogno di scaricare sulla tastiera tutta questa carica di energia, di vita, di febbre da uomini liberi.

Brr, che brivido. Musica dei Blues Brothers, presente? Si, un bella carica! Che voglia di suonare 'sta armonica...
Per l'intanto, cari amici miei, s'avvicina il giorno dei miei natali, il giorno dell'Apostolo Matteo.
A volte mi manca l'America, a volte vorrei poter stare al telefono dieci ore, a volte mi andrebbe di prendere, correre correre correre fino a stancarmi morto. Altre invece vorrei andare a scuola e stare fino in fondo con i miei compagni. Uscire. Oh, ed una libreria! Da quanto non ci entro!! Libri libri, cartaceo, profumo di stampe!
E adesso ho voglia solo di far salire, salire, salire sempre sempre più questa febbre libera, questa febbre di vita. Mendicando tutto a Colui che tutto mi ha dato.

Ah, "Tracce", rivista per chi non vuole stare tranquillo.

lunedì 15 settembre 2008

Mattina

Tornare a scuola. Riappassionarsi al destino degli altri, di quelli che ti sono posti affianco. Con tutto lo struggimento che ti muove ancora una volta; e addormentandoti, vuoi che ti risvegli sempre. E che sia così.


De-sideribus

giovedì 11 settembre 2008

Vedendo quella cicatrice

Sarà che oggi avrei voglia di parlare d'altro, insomma. In questa mattina di settembre, pre-scolastica e ancora abbastanza calda, avrei altre cose da dirvi e da dirmi. Però no, in realtà è necessario parlarne.
Non giriamoci intorno, oggi è l'unidici nove, l' 11/9, o come dicono in America il nine-eleventh, il 9/11.
Non ha importanza perchè oggi, sette anni fa, io stavo giocando al computer, proprio qui. Uno dei miei giochi di battaglie e simili. Poi vado in sala, erano circa le tre del pomeriggio, e dico "Mamma, papà!" e chissà che cosa gli volevo dire. Si stavano appena mettendo davanti alla televisione, "Zitto che c'è stato un attentato alla Casa Bianca". E io che cosa ne capivo, avevo si e no dieci anni. E la televisione si è accesa, e riesco solo a ricordare due o tre cose: la prima è che erano inquadrate due aste enormi, no meglio, due enormi pilastri grigi dai quali usciva del fumo nero nero. Poi mio papà che telefonava al vicedirettore del Biellese (all'epoca era ancora direttore qui). E basta.
Io le Torri Gemelle, le Twin Towers le ho conosciute così.




A New York, quest'estate, vedendo quella cicatrice non potevi far altro che stare zitto. Non avevi nulla da dire. Nulla. Eri lì, porca miseria. Lì, esattamente nel posto dove sette anni fa ti sarebbero cadute addosso macerie, detriti, corpi. Polvere, avresti visto tutto grigio, anzi non avresti visto nulla. No, non avevi nulla da dire. C'è un buco, capite, uno squarcio. Vedi solo un cantiere. E il cielo vuoto
"Fuckin' Muslims", come ha detto un mio amico americano.





Vedere i video, quelle persone, i firefighters, i poliziotti che correvano. Le urla dei giornalisti che coprivano la zona, just run for yuor life!
Ragazzi, l'undici nove sarà quello che racconteremo ai nostri figli, ai nostri nipoti, cos' come i nonni ci raccontano di Torino bombardata o di che altro. Questa è la guerra della nostra generazione. E non è una cosa bella, purtroppo.
Ma questo lo so, se vedo ancora uno dire che l'unidici nove è un complotto gli sputo in un occhio. Gli direi di venire a vedere, venire a New York, dai vieni. Vieni a vedere il Memorial, i video, vieni a vedere la gente che piange, e me ne frego se odi Bush, o meglio quello che di Bush dicono i media, guarda. Vallo a dire ai newyorkesi. Vallo a dire a chi ha perso tutto lì, in quella città dentro la città. Vallo a dire a loro.





Però ho visto di cosa è capace una nazione libera. Ho visto come la gente si è rialzata, come il popolo che sa dire "In God we trust", "Confidiamo in Dio", sia potuto ripartire. Ed è una cosa che commuove, sapete. Voi ci colpite il nostro cuore? Voi tirate giù due torri enormi, il nostro simbolo, il nostro orgoglio, la casa di migliaia di persone? Noi ne ricostruiamo un'altra, e la chiamiamo Freedom Tower, Torre della Libertà.
Un mese dopo i marines erano a Kabul, a rovesciare il regime dei tagliagole, che davano protezione ad Al Qaeda ed avevano ucciso il Leone del Panshir, il capo dell'Alleanza del Sud, afghani anti talebani, per la libertà, amici degli americani. Lo hanno fatto saltare in aria il 10 settembre 2001.
Sentite poi vi parlerò un'altro giorno di Kabul, di Bagdhad e del resto. Degli errori di Tommy Franks e della disastrosa gestione del secondo tempo della guerra di Bagdhad da parte di William Casey, e della guerra finalmente vinta dal generale Petraeus. Di Al zarqawi e di tutti colore che amano la morte più di quanto noi amiamo la vita. Un'altro giorno, ora non ne ho voglia. O forse non lo farò mai, non lo so.
So soltanto che è una mattina di settembre, e ho altro da fare. Aspettare una lettera, fare il letto, andare a vedere l'orario di scuola, leggere. Andare a buttare il vetro, che mi diverte perché lo sbatti dentro con forza e senti tutto che si rompe.



"Quello che i terroristi volevano per noi era che ci spaventassimo, andassimo nelle nostre case e non ne uscissimo più fuori. Ma non abbiamo fatto questo...
Non ci siamo nascosti nelle tenebre.
Siamo tornati alla luce del sole"

- Alunno delle scuole elementari, PS 22, Staten Island, NY









A volte anche io ho un po' di paura, di timore. Mi sento come il nostro insegnante a NY, che quando ha visto alla tv quegli aerei voleva afferrarli dal video e tirarli indietro. "They can't do that! They can't!". Ti senti strano, se c'è gente che odia che può fare cose simili.
Ma ora una musica mi chiama

"Ho un'amico grande grande, di più giusti non ce n'è; mi ha donato tutto il mondo, è più forte anche di un re; se io tremo lui è sicuro, e non ha paura mai; è l'amico più sincero sai, e ti segue ovunque vai".

Io posso solo ripartire da lì.










martedì 2 settembre 2008

Recensione: Le Scaphandre et le Papillon - Lo Scafandro e la Farfalla







Una storia incredibile. Una storia vera di quelle che bisognerebbe avere sempre presenti, mentre si ha paura di una testimonianza di vita come questa, come quella di Jean-Dominique Bauby.
Jean-Do è il caporedattore dell'importante rivista di moda francese "Elle", e la sua vita procede fra un'ex moglie con tre figli e un'amante. Una vita sfrenata, che ha tutto o quasi.
Un giorno però, portando in giro in macchina suo figlio viene colpito da un ictus. E tutto crolla. Si ritroverà in ospedale a dover fare i conti con la rarissima locked-in sindrome. In pratica: perfettamente cosciente e in grado di pensare però del tutto chiuso nel suo corpo ormai scafandro, impossibilitato nei movimenti. Del tutto. Tranne la palpebra sinistra, la sua farfalla. Si accorge, e noi con lui, che sì parla ma gli altri non lo sentono! Si ha la sensazione di soffocare, perchè la sua voce è soltanto quella della mente. E due cose gli rimangono: l'immaginazione e la memoria. Ma questo dopo, perché prima ha voglia soltanto di morire.
Le due infermiere che lo seguono, una per aiutarlo a smuovere il corpo a partire dalla lingua (impresa molto difficile, "Voglio che si alleni a mandarmi dei baci, così"), l'altra per insegnarli l'unico possibile metodo di comunicazione, sono i suoi angeli custodi. E sarà da questo metodo di comunicazione a partire da un battito si due no che la vita riparte per Jean-Do. Fra mille difficoltà. L'ortofonista gli ripete ogni volta un'alfabeto ordinato secondo le lettere di più frequente uso nella lingua francese, e lettera dopo lettera, un po' indovinando, Jean-Do parla. E la prima cosa che "detta" è: voglio morire.
Ma sarà che la vita è più viva della morte, sarà che il vedere i figli correr felici, l'essere padre e figlio anche in quella situazione, insomma: Jean-Do scriverà un libro. Incredibile, no? Un libro che vi consiglio di leggere, proprio "Lo scafandro e la farfalla" edizioni Tea qui in Italia. Un viaggio nella sua vita, nella sua malattia, nella sua memoria. Nella sua immaginazione, libera.
"Ero cieco e sordo o mi serviva la luce di un'infermità per vedere la mia vera natura?". E il film riporta i flashback che sono narrati nel libro, come ad esempio la gita a Lourdes con la sua amante, lui miscredente ("Ma sono tutte balle!") che voleva passare il weekend con lei a fare "maialate", e "Lourdes non mi sembra il posto più adatto per farle". Però ci vanno, e lei gli fa comprare una statua della Madonna con l'aureale lampeggiante, "benedetta dall'Arcivescovo". E lui che non ce la fa, deve uscire, e passeggiando di notte per le vie della cittadina si ferma a guardar la vetrina con la Vergine, dove riflesso vede se stesso.

Jean-Do porterà a termine il suo libro, morirà poco dopo. La sua storia ,con i suoi drammi, i suoi dubbi, le sue certezze (come la presenza dei suoi angeli custodi, lì in ospedale, o la figura del faro sulla spiaggia), la consiglio a tutti. A tutti, e soprattutto a quelli che vogliono misurare la qualità della vita delle persone, a quellli per cui "No, così piuttosto mi uccido". Certo, anche io molto probabilmente non ce la farei. Ma questo non mi impedirebbe di affidarmi a coloro che sono lì per me. Attaccarsi a quell'irriducibile "io" che ci rende uomini."Signor Bauby, lei non può dire questo, ci sono persone che le vogliono bene e per le quali conta tanto". A quelli per cui esiste la "dolce morte". Guardate il film, leggete il libro e ditemi se la vita umana non è tale in ogni suo istante, anche in casi estremi come questo.




"Non mi importa, signor Bauby, se lei mi porterà in fondo all'oceano col suo scafandro, perché lei è anche la mia farfalla".