martedì 2 settembre 2008

Recensione: Le Scaphandre et le Papillon - Lo Scafandro e la Farfalla







Una storia incredibile. Una storia vera di quelle che bisognerebbe avere sempre presenti, mentre si ha paura di una testimonianza di vita come questa, come quella di Jean-Dominique Bauby.
Jean-Do è il caporedattore dell'importante rivista di moda francese "Elle", e la sua vita procede fra un'ex moglie con tre figli e un'amante. Una vita sfrenata, che ha tutto o quasi.
Un giorno però, portando in giro in macchina suo figlio viene colpito da un ictus. E tutto crolla. Si ritroverà in ospedale a dover fare i conti con la rarissima locked-in sindrome. In pratica: perfettamente cosciente e in grado di pensare però del tutto chiuso nel suo corpo ormai scafandro, impossibilitato nei movimenti. Del tutto. Tranne la palpebra sinistra, la sua farfalla. Si accorge, e noi con lui, che sì parla ma gli altri non lo sentono! Si ha la sensazione di soffocare, perchè la sua voce è soltanto quella della mente. E due cose gli rimangono: l'immaginazione e la memoria. Ma questo dopo, perché prima ha voglia soltanto di morire.
Le due infermiere che lo seguono, una per aiutarlo a smuovere il corpo a partire dalla lingua (impresa molto difficile, "Voglio che si alleni a mandarmi dei baci, così"), l'altra per insegnarli l'unico possibile metodo di comunicazione, sono i suoi angeli custodi. E sarà da questo metodo di comunicazione a partire da un battito si due no che la vita riparte per Jean-Do. Fra mille difficoltà. L'ortofonista gli ripete ogni volta un'alfabeto ordinato secondo le lettere di più frequente uso nella lingua francese, e lettera dopo lettera, un po' indovinando, Jean-Do parla. E la prima cosa che "detta" è: voglio morire.
Ma sarà che la vita è più viva della morte, sarà che il vedere i figli correr felici, l'essere padre e figlio anche in quella situazione, insomma: Jean-Do scriverà un libro. Incredibile, no? Un libro che vi consiglio di leggere, proprio "Lo scafandro e la farfalla" edizioni Tea qui in Italia. Un viaggio nella sua vita, nella sua malattia, nella sua memoria. Nella sua immaginazione, libera.
"Ero cieco e sordo o mi serviva la luce di un'infermità per vedere la mia vera natura?". E il film riporta i flashback che sono narrati nel libro, come ad esempio la gita a Lourdes con la sua amante, lui miscredente ("Ma sono tutte balle!") che voleva passare il weekend con lei a fare "maialate", e "Lourdes non mi sembra il posto più adatto per farle". Però ci vanno, e lei gli fa comprare una statua della Madonna con l'aureale lampeggiante, "benedetta dall'Arcivescovo". E lui che non ce la fa, deve uscire, e passeggiando di notte per le vie della cittadina si ferma a guardar la vetrina con la Vergine, dove riflesso vede se stesso.

Jean-Do porterà a termine il suo libro, morirà poco dopo. La sua storia ,con i suoi drammi, i suoi dubbi, le sue certezze (come la presenza dei suoi angeli custodi, lì in ospedale, o la figura del faro sulla spiaggia), la consiglio a tutti. A tutti, e soprattutto a quelli che vogliono misurare la qualità della vita delle persone, a quellli per cui "No, così piuttosto mi uccido". Certo, anche io molto probabilmente non ce la farei. Ma questo non mi impedirebbe di affidarmi a coloro che sono lì per me. Attaccarsi a quell'irriducibile "io" che ci rende uomini."Signor Bauby, lei non può dire questo, ci sono persone che le vogliono bene e per le quali conta tanto". A quelli per cui esiste la "dolce morte". Guardate il film, leggete il libro e ditemi se la vita umana non è tale in ogni suo istante, anche in casi estremi come questo.




"Non mi importa, signor Bauby, se lei mi porterà in fondo all'oceano col suo scafandro, perché lei è anche la mia farfalla".



1 commento:

Anonimo ha detto...

Devo chiedere venia, se non ti lascio mai commenti qui. Eppure leggo ogni volta, e sempre più sorrido, perchè il tuo essere è anche mio orgoglio. Mi spiego, come scrivi, come esprimi gli ideali per nulla comuni in un ragazzo della tua età, mi fanno ringraziare per quel sedile sfondato sul pullman rimini-torino.
Orgogliosa di conoscerti. Vabbè, siccome sappiamo che odio essere sentimental-profonda, me ne torno nella mia soffitta,che c'è da smuovere qualche strato di polvere, giusto per aggiungerne altri.
E se magari non trovi delle mie orme qui in mezzo, non significa che io non ti spii con un cannocchiale dal mio abbaino impolverato.
Leggerò il libro,comunque, perchè a tutti capita di essere scafandro in certi momenti della vita, chi più chi meno. Ma la farfalla rimane lì.
Anche se è nera.
R.R.