giovedì 11 settembre 2008

Vedendo quella cicatrice

Sarà che oggi avrei voglia di parlare d'altro, insomma. In questa mattina di settembre, pre-scolastica e ancora abbastanza calda, avrei altre cose da dirvi e da dirmi. Però no, in realtà è necessario parlarne.
Non giriamoci intorno, oggi è l'unidici nove, l' 11/9, o come dicono in America il nine-eleventh, il 9/11.
Non ha importanza perchè oggi, sette anni fa, io stavo giocando al computer, proprio qui. Uno dei miei giochi di battaglie e simili. Poi vado in sala, erano circa le tre del pomeriggio, e dico "Mamma, papà!" e chissà che cosa gli volevo dire. Si stavano appena mettendo davanti alla televisione, "Zitto che c'è stato un attentato alla Casa Bianca". E io che cosa ne capivo, avevo si e no dieci anni. E la televisione si è accesa, e riesco solo a ricordare due o tre cose: la prima è che erano inquadrate due aste enormi, no meglio, due enormi pilastri grigi dai quali usciva del fumo nero nero. Poi mio papà che telefonava al vicedirettore del Biellese (all'epoca era ancora direttore qui). E basta.
Io le Torri Gemelle, le Twin Towers le ho conosciute così.




A New York, quest'estate, vedendo quella cicatrice non potevi far altro che stare zitto. Non avevi nulla da dire. Nulla. Eri lì, porca miseria. Lì, esattamente nel posto dove sette anni fa ti sarebbero cadute addosso macerie, detriti, corpi. Polvere, avresti visto tutto grigio, anzi non avresti visto nulla. No, non avevi nulla da dire. C'è un buco, capite, uno squarcio. Vedi solo un cantiere. E il cielo vuoto
"Fuckin' Muslims", come ha detto un mio amico americano.





Vedere i video, quelle persone, i firefighters, i poliziotti che correvano. Le urla dei giornalisti che coprivano la zona, just run for yuor life!
Ragazzi, l'undici nove sarà quello che racconteremo ai nostri figli, ai nostri nipoti, cos' come i nonni ci raccontano di Torino bombardata o di che altro. Questa è la guerra della nostra generazione. E non è una cosa bella, purtroppo.
Ma questo lo so, se vedo ancora uno dire che l'unidici nove è un complotto gli sputo in un occhio. Gli direi di venire a vedere, venire a New York, dai vieni. Vieni a vedere il Memorial, i video, vieni a vedere la gente che piange, e me ne frego se odi Bush, o meglio quello che di Bush dicono i media, guarda. Vallo a dire ai newyorkesi. Vallo a dire a chi ha perso tutto lì, in quella città dentro la città. Vallo a dire a loro.





Però ho visto di cosa è capace una nazione libera. Ho visto come la gente si è rialzata, come il popolo che sa dire "In God we trust", "Confidiamo in Dio", sia potuto ripartire. Ed è una cosa che commuove, sapete. Voi ci colpite il nostro cuore? Voi tirate giù due torri enormi, il nostro simbolo, il nostro orgoglio, la casa di migliaia di persone? Noi ne ricostruiamo un'altra, e la chiamiamo Freedom Tower, Torre della Libertà.
Un mese dopo i marines erano a Kabul, a rovesciare il regime dei tagliagole, che davano protezione ad Al Qaeda ed avevano ucciso il Leone del Panshir, il capo dell'Alleanza del Sud, afghani anti talebani, per la libertà, amici degli americani. Lo hanno fatto saltare in aria il 10 settembre 2001.
Sentite poi vi parlerò un'altro giorno di Kabul, di Bagdhad e del resto. Degli errori di Tommy Franks e della disastrosa gestione del secondo tempo della guerra di Bagdhad da parte di William Casey, e della guerra finalmente vinta dal generale Petraeus. Di Al zarqawi e di tutti colore che amano la morte più di quanto noi amiamo la vita. Un'altro giorno, ora non ne ho voglia. O forse non lo farò mai, non lo so.
So soltanto che è una mattina di settembre, e ho altro da fare. Aspettare una lettera, fare il letto, andare a vedere l'orario di scuola, leggere. Andare a buttare il vetro, che mi diverte perché lo sbatti dentro con forza e senti tutto che si rompe.



"Quello che i terroristi volevano per noi era che ci spaventassimo, andassimo nelle nostre case e non ne uscissimo più fuori. Ma non abbiamo fatto questo...
Non ci siamo nascosti nelle tenebre.
Siamo tornati alla luce del sole"

- Alunno delle scuole elementari, PS 22, Staten Island, NY









A volte anche io ho un po' di paura, di timore. Mi sento come il nostro insegnante a NY, che quando ha visto alla tv quegli aerei voleva afferrarli dal video e tirarli indietro. "They can't do that! They can't!". Ti senti strano, se c'è gente che odia che può fare cose simili.
Ma ora una musica mi chiama

"Ho un'amico grande grande, di più giusti non ce n'è; mi ha donato tutto il mondo, è più forte anche di un re; se io tremo lui è sicuro, e non ha paura mai; è l'amico più sincero sai, e ti segue ovunque vai".

Io posso solo ripartire da lì.










2 commenti:

Anonimo ha detto...

Non sono tanto pratica nei commenti sul blog, per cui dirò solo una cosa detta un po' male, ma vedendo lo speciale di ieri sera su la7 ho fatto una scoperta sorprendente: anche in quell'immane disastro è possibile trovare un positivo. Non sono diventata matta, ho visto che quel giorno è stato foriero di miracoli; persone che rischiavano la propria vita per salvarne altre, alcuni stupendosi anche di se stessi, i firefighters che si sacrificavano con un eroismo non vanaglorioso, un uomo che ha trovato un "fratello", uno sconosciuto che l'ha salvato, ed ha affermato che non si era mai sentito voluto così bene... Tutte queste testimonianze sono un invito a chiedersi: "Cosa vale davvero nella mia vita?" La risposta non è scontata, e nessuno può sostituirsi a ciascuno nella ricerca di essa; io ho scoperto che nessuna circostanza negativa può eliminare la possibilità di trovare quello che si cerca, cioè la felicità (penso soprattutto all'uomo che si è sentito amato per la prima volta), e ho verificato la verità di questa domanda: "A che serve la vita se non per essere donata?" Ne è una prova la nostra commozione di fronte ai pompieri che salgono le scale mentre tutti scappano... sarebbero pazzi altrimenti, eppure anche se magari non capiamo perché l'hanno fatto non possiamo negare che il loro gesto ci corrisponde di più di uno che pensa solo alla sua pelle.
Una piccola scoperta detta un po' male e sommariamente, ma avevo bisogno di condividerla.
Elena

Anonimo ha detto...

Voglio essere un'americana, voglio poter non dimenticare le cicatrici e ripartire a testa alta; voglio avere la forza di costruire una torre della Libertà sulle rovine delle Twin Towers abbattute; voglio poter uscire nel sole senza nascondermi nelle shadows qualora un turbine travolga la mia vita, sconvolga i miei piani. Dico questo pensando al quotidiano. Voglio essere un'americana in questo senso. Chiedo di poterlo essere.
p.s.: magari è fuori luogo ma..vorrei ribadire quanto mi piace il modo di scrivere del signor Giacomo Berchi. Se mai pubblicassi qualcosa, io ti finanzio:)
Chiara