giovedì 30 aprile 2009

Il relativismo etsi Ecclesia non daretur del priore televisivo, che nulla ha da dire, quindi è sempre "in ascolto"...

Confesso che quando ho letto questo articolo ero commosso. Finalmente. Finalmente una parola chiara davanti a tanta confusione, ad un rimestare delle acque, perché così è. Francesco Agnoli, sul Foglio del 26 aprile, pubblicava questo articolo proprio per spiegare per filo e per segno una cosa che, in realtà, è abbastanza chiara: condisci pure con dei bei discorsi, ma se nulla hai da dire dirai sempre e comunque nulla.

Di chi stiamo parlando? Di Enzo Bianchi e della sua Comunità di Bose, quelli che sono sempre "in ascolto", forse perché non hanno nulla da dire. Le affermazioni assurde di questo priore televisivo, sempre ben in vista ("La Stampa", "Che tempo che fa" su Rai tre,...), messe così tutte insieme mi fan davvero paura. Anzi. Si tratta di una "spiritualizzazione" del cristianesimo: non c'è carne, non c'è dramma umano, non c'è domanda, non c'è tensione, non c'è lo sguardo di Maria e non c'è traccia di quella compagnia che è la Chiesa, che è Pietro. Solo un vago "spirito", "in ascolto" dello "Straniero", non meglio definito... la Sposa di Cristo deve diventare Sposa del mondo. E Gesù è un profeta che a dodici anni ha sentito "una chiamata più forte" e "ha narrato Dio al mondo". Dove, come, perché non si sa; se è incontrabile oggi non si sa, anzi forse non è neanche quello del Vangelo....

E' il cristianesimo fai da te, quello su misura delle tue idee, come già Lutero aveva tentato di inventare. Non a caso Bianchi parla di "spezzare la Parola", dove Cristo disse "spezzare il Pane", rimandando così a quella frattura luterana, che spezzo per sempre la Parola e l'Europa.

Bianchi non definisce, parla e attacca, ma non propone nulla. Nulla. Solo attacca il Papa, al primato di Pietro sostituisce il "primato del Vangelo", usa molti termini grecizzanti, tanto fini, e individua nei Ferrara, Mel Gibson ecc. i nemici della cristianità. Quello che Bianchi desidera (e da parte sua attua...) è un cristianesimo ininfluente, che tace, chiuso nelle sagrestie. C'è da stupirsi che trovi così largo seguito fra i politically correct di casa nostra? E' la Verità che genera l'Amore, non viceversa.

Utime due osservazioni. Mi vengono in mente il passo del Vangelo in cui Gesù afferma di essere venuto a portare la divisione, la spada: Egli divide, è una proposta che divide; inoltre un passo di Eliot, in cui si dice che la Chiesa è dura dove gli altri sono teneri e tenera dove gli altri sono duri.

Andare d'accordo con le posizioni tutti, io non lo considero un vanto, ma semplicemente un silenzio travestito da "dialogo". Il vero dialogo è un'altra cosa. Il cristianesimo è un'altra cosa. Togli la carne e togli tutto.



di Francesco Agnoli

Sono reduce dalla lettura dell’ultimo libro di Enzo Bianchi, Per un’etica condivisa (Einaudi), e non posso non riflettere sulla spaventosa distanza che esiste tra il pensiero di questo famoso monaco mediatico e l’ortodossia cattolica. L’errore di fondo, che inficia tutto il ragionamento di Bianchi, è quell’ ottimismo mondano che si è insinuato profondamente nel pensiero ecclesiastico e cattolico nell’epoca del post Concilio. Mondano, intendo, perché ignora o sminuisce del tutto l’esistenza del peccato. “Quando la Chiesa, scriveva parecchi anni fa il Cardinal Journet al cardinal Siri, prenderà coscienza sino a che punto lo spirito del mondo è penetrato dentro essa, si spaventerà”.
Ma come è penetrato questa mentalità, di cui Bianchi è oggi uno dei massimi alfieri? A mio modo di vedere all’epoca del Concilio, allorchè in molti si diffuse l’idea che col mondo, inteso in senso evangelico, occorresse trovare un modus vivendi pacifico e conciliante, sempre e comunque. Bisognerebbe anzitutto ritornare a quegli anni, per evitare di costruire leggende e miti come quelli che piacciono ai vari Melloni, Mancuso e, appunto, a Enzo Bianchi: il concilio non fu una pacifica e simpatica riunione di vescovi e periti, tutti in perfetto accordo tra loro, ma fu una lotta dura, che vide la presenza di posizioni problematiche e critiche, rispetto alla volontà di “aggiornamento” e “innovazione”, di molti uomini di grande spessore, dal cardinal Siri, più volte papabile, ai cardinali Ottaviani, Ruffini, Bacci, sino al Coetus Internationalis patrum, formato da centinaia di padri conciliari, e raccolto intorno a mons. Marcel Lefebvre.


I documenti conciliari sorsero dunque in mezzo alla tempesta, agli scontri, talora veramente aspri, tra “conservatori” e “progressisti”, con correzioni, emendamenti, e ambiguità, inevitabili laddove un documento nasca come mediazione, come compromesso tra posizioni divergenti. A mio modo di vedere, l’ambiguità più grande fu quella sull’atteggiamento da tenere, appunto, rispetto al mondo, allo spirito moderno e alle sue filosofie. Il concilio volle essere pastorale, e quindi soffermarsi proprio e soprattutto, in questo caso senza godere dell’infallibilità, sui modi, le strategie, per una nuova evangelizzazione, efficace e fruttuosa. Il principio guida, che fu indicato da Giovanni XXIII, fu quello di utilizzare, rispetto alla “severità” del passato, la “medicina della misericordia”.


Ci fu insomma un cambio di passo, che Romano Amerio, oggi riscoperto e finalmente ristampato da Fede & Cultura, commentò tra l’altro con queste profetiche parole: “Questo annuncio del principio della misericordia contrapposto a quello della severità sorvola il fatto che, nella mente della Chiesa, la condanna stessa dell'errore è opera di misericordia, poiché, trafiggendo l'errore, si corregge l'errante e si preserva altrui dall'errore. Inoltre verso l'errore non può esservi propriamente misericordia o severità, perché queste sono virtù morali aventi per oggetto il prossimo, mentre all'errore l'intelletto repugna con un atto logico che si oppone a un giudizio falso. La misericordia essendo, secondo S. theol., II, II, q. 30, a. 1, dolore della miseria altrui accompagnato dal desiderio di soccorrere, il metodo della misericordia non si può usare verso l'errore, fatto logico in cui non vi può essere miseria, ma soltanto verso l'errante, a cui si soccorre proponendo la verità e confutando l'errore. Il Papa peraltro dimezza un tale soccorso, perché restringe tutto l'officio esercitato dalla Chiesa verso l'errante alla sola presentazione della verità: questa basterebbe per sé stessa, senza venire a confronto con l'errore, a sfatare l'errore. L'operazione logica della confutazione sarebbe omessa per dar luogo a una mera didascalia del vero, fidando nell'efficacia di esso a produrre l'assenso dell'uomo e a distruggere l'errore” (Romano Amerio, Iota unum, Fede & Cultura).



Questo brano magistrale mi sembra possa essere utile per far fronte anche oggi a questo ottimismo mondano, che nasce all’interno del mondo cattolico, e che si presenta con alcune caratteristiche costanti: la condanna più o meno aspra delle decisioni e della pastorale della Chiesa del passato; il ripudio della Tradizione e il tentativo di presentare il Vaticano II come una sorta di nuova Pentecoste, di vero e proprio atto di nascita della cosiddetta “Chiesa conciliare”. Ottimismo mondano di cui il citato Bianchi costituisce uno degli esempi più solari, in quanto espressione di un tipo di cattolicesimo adulterato che ritiene che l’essenziale sia raggiungere una posizione condivisa, una mediazione, un punto di incontro, quale esso sia, tra la Verità di Cristo e le posizioni, anticristiche, del mondo. Se analizziamo il libro citato ne troviamo subito, nell’incipit, il significato di fondo: Bianchi vuole fare pulizia, anzitutto all’interno del mondo cattolico, mettere i puntini sulle i, spiegare quale debba essere il comportamento dei suoi fratelli di fede. Costoro, scrive Bianchi, debbono smetterla di riunirsi in “gruppi di pressione (sic) in cui la proposta della fede non avviene nella mitezza e nel rispetto dell’altro, per diventare intransigenza e arrogante contrapposizione a una società giudicata malsana e priva di valori”. La lettura del seguito fa capire bene il significato di queste parole, del tutto simili a quelle di un Augias o di un Odifreddi: esse sono una condanna chiara, anche se un po’ ipocrita nelle modalità, della posizione della Chiesa e dei cattolici, riguardo al referendum sulla legge 40 e alla questione dei pacs-dico.


Una condanna, in generale, di ogni tentativo legale e leale da parte dei cattolici, e non solo, di affermare valori non negoziabili in politica. Bianchi lo ripete più volte, spiegando quello che è ovvio, e cioè che “il futuro della fede non dipende da leggi dello stato”, ma dimenticando che i cattolici, come tutti gli altri cittadini, sono chiamati ad esprimere la loro visione di società, qui e oggi, e non a ritirarsi nelle sagrestie. Il cattolicesimo che Bianchi vorrebbe è invece insignificante e inesistente sul piano culturale e politico, e finisce addirittura per delineare una religiosità amorfa, astratta, spiritualista, che è lontanissima dall’idea originaria del cattolicesimo.

Ogni scontro e polemica attuale, ogni rinascita odierna dell’anticlericalismo, continua il monaco, è sempre colpa dei credenti, “è sempre una reazione a un clericalismo che si nutre di intransigenza, di posizioni difensive e di non rispetto dell’interlocutore non cristiano”. A parte che non si capisce bene, a leggere queste parole, a quale dibattito abbia assistito Bianchi in questi anni, il punto centrale è un altro: nel togliere al cristianesimo la sua capacità di incarnarsi nella realtà, per plasmarla concretamente, Bianchi finisce per negare cittadinanza al cristianesimo stesso e per scegliere come punto di riferimento assoluto e ingiudicabile, quasi metafisico, la Costituzione repubblicana. Da essa deriverebbe, udite, udite, “l’assoluto diritto dello stato di legiferare su tutte quelle realtà sociali fondate o meno sul matrimonio (sia religioso che civile)”. “Diritto assoluto”, scrive Bianchi: una affermazione, a ben vedere, che oggi, dopo l’esperienza delle statolatrie totalitarie, neppure il più laicista tra i giuristi arriverebbe, almeno nella teoria, a sostenere. In tutto il suo argomentare Bianchi annulla il concetto di Verità, affermando un relativismo pieno; sostiene la perfetta equivalenza tra fede e ateismo (“l’uomo può essere umanamente felice senza credere in Dio, così come può esserlo un credente”); nega di fatto in più passaggi, con linguaggio equivoco, ma chiaro, il primato petrino, a vantaggio del “primato del Vangelo”, e propone come unico riferimento del suo argomentare, da buon protestante, solo e soltanto la bibbia, la sua “lettura personale e diretta” (sic), etsi Ecclesia non daretur.

“Per un’etica condivisa” è appunto un inno ad un “modo”, ad uno “stile”, al “come”, con cui i cristiani dovrebbero presentarsi oggi ai non credenti: un modo, uno “stile”, inaugurato dal Concilio Vaticano II, che sarebbe “importante quanto il messaggio”. Coerentemente, in tutto il libro manca, appunto, il messaggio! Non vi è mai una affermazione chiara di una verità teologica o morale: si parla di “etica condivisa”, si lanciano sfrecciatine piuttosto velenose ai cattolici, al centro destra, a Berlusconi, a Maroni, a Mel Gibson, a Ferrara, come fossero loro i problemi della cristianità, ma poi non si arriva mai ai contenuti: tutto puro stile, buonismo a buon mercato, mai una parola, una posizione, quale che sia, sulla clonazione, la fecondazione artificiale, le famiglia, l’eutanasia, la sessualità, e tutti i problemi più scottanti dell’etica odierna. Al massimo qualche vago riferimento alla pace, e un accenno, velatissimo, per carità, alla 194, la legge che legalizza l’aborto, ricordando però, anzitutto e soprattutto, che i cattolici dovrebbero rispettare ogni legge nata dal “confronto democratico”, e proclamata, lo si ricordi, da quello Stato che ha potere “assoluto” di vita e di morte.

A Bianchi sfugge, come avrebbe detto Amerio, che lo stile è questione secondaria, nel senso che viene dopo, logicamente e non cronologicamente, perché l’Amore procede dalla Verità, e non viceversa. Gli sfugge, inoltre, che il suo irenismo indifferentista e relativista è stato già bollato da san Pio X, allorché deprecava quanti alla sua epoca si adoperavano per un “adattamento ai tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede, tenera assai per i miscredenti”, all’apparenza, ma in realtà priva di vera misericordia, perché spoglia di verità. A chi continuava a sponsorizzare una “conciliazione della fede con lo spirito moderno”, Pio X indicava il crocifisso, e ricordava che certe idee “conducono più lontano che non si pensi, non soltanto all’affievolimento, ma alla perdita totale della fede”. Perché se io non fossi un credente, e leggessi, per cercavi una parola di verità, il libro di Bianchi, arriverei alla conclusione che la verità non esiste, e che la mia sete di verità è roba da persone senza “stile”. Caro Bianchi, la verità, nella carità, mi dice sempre un’amica pro life, ma: la verità, per carità! Questo è l’unico stile, della Chiesa, di Cristo e del suo Evangelo, cioè della buona novella (vede che la novella, il messaggio, è importante?) (Il Foglio, 26 aprile 2009).


lunedì 27 aprile 2009

"Quanta scienza tra le righe di Dante"



Esce oggi sull'Eco di Biella con questo titolo il mio articolo di presentazione alla mostra "... E quindi uscimmo a riveder le stelle - Incontrare la scienza in compagnia di Dante", esposta nella mia scuola.
Non pensavo che sarebbero nate così tante cose da quel "Incipit vita nova" letto in classe.
Ed è solo l'inizio...



QUANTA SCIENZA TRA LE RIGHE DI DANTE

In mostra al Liceo la Divina Commedia fra uomo e universo

di
Giacomo Berchi


Chi avrebbe mai detto che in quell’immensa cattedrale di umanità che è la “Commedia” dantesca si potesse trovare qualcosa di interessante sul fronte scientifico per l’uomo di oggi ? Scienza. Già, perché concedere qualcosa da questo punto di vista non solo a Dante, ma addirittura al Medioevo ci sembra assurdo e completamente antistorico. Ma i fatti dicono il contrario. Per l’uomo di allora, l’interrogativo sul reale, dal filo d’erba alle galassie era come una tensione naturale, che lo lanciava verso la scoperta del mondo. Il genio di Dante ha colto, maturato e sviluppato i frutti di un’epoca che, anche dal punto di vista scientifico, è stata non solo importante ma di base. Quel che di quell’epoca stupisce ancora oggi è l’atteggiamento proteso verso la realtà che, fra le altre cose, ha reso possibili interessanti e fondamentali sviluppi dal punto di vista scientifico.
E’ ormai accettato da tutti gli studiosi, sebbene fatichi a farsi largo nell’idea comune, che già nel Medioevo quello che oggi consideriamo un atteggiamento scientifico fosse non solo presente, ma ben vivo e diffuso. “… E quindi uscimmo a riveder le stelle. Incontrare la scienza in compagnia di Dante”, la mostra dell’Associazione Euresis ora esposta al Museo Roccavilla al Liceo Classico, con guide alcuni studenti formati da uno dei curatori, il prof. Gargantini, spazia su di un panorama affascinante e largamente sconosciuto, almeno per il grande pubblico. E’ una mostra curata da scienziati, non da dantisti, e, si badi bene, con nessuna forzatura: non si vuole certo far di Dante uno scienziato. Tuttavia le sorprese sono numerose. I venti pannelli della mostra seguono un percorso preciso. Si inizia con un’introduzione sul contesto in cui l’opera dantesca si sviluppa, un contesto creativo e dinamico, quello medievale, interessato alla realtà. Dopo aver osservato come nel II canto del Paradiso, Dante e Beatrice usino magistralmente i procedimenti del metodo scientifico, nei pannelli centrali si spazia sui vari campi della scienza toccati nell’opera, dalla logica aritmetica ai moti relativi. Infine, nell’ultima parte, la mostra sviluppa il passaggio più affascinante: la cosmologia dantesca. Gli studiosi hanno osservato come l’idea di universo in Dante superi la geometria euclidea, in modo tale da non poter essere interpretata se non attraverso la relatività di Einstein. Infatti, nella “Commedia”, apparenti contraddizioni inspiegabili per la concezione del tempo hanno portato gli scienziati d’oggi a dover ammettere, incredibilmente, una misteriosa analogia fra la cosmologia moderna e il quadro dell’universo composto nelle tre cantiche.
Ma la mostra va oltre. Non si limita a una pura rassegna di considerazioni e dati e si lancia in un giudizio. Perché in gioco c’è l’uomo, anche qui. Se, come ovvio, nei contenuti la scienza dantesca non giova a molto a noi moderni, può invece tornare utile, per non dire umanamente interessante, lo sguardo, l’approccio che Dante, e con lui il Medioevo, hanno dimostrato verso la realtà, base per ogni ricerca scientifica. All’isolamento delle branche della scienza moderna, che nel loro concentrarsi su singoli aspetti della realtà hanno smarrito la visione della totalità, Dante risponde con un abbraccio cosmico, dove ogni particolare del reale, nella sua specificità, è indagato a partire da un amore ed un interesse possibili grazie a uno sguardo stupito di fronte al quadro d’insieme. E ciò è uno sprone ad un indagine vera, cioè umana. Dante, nella sua opera, è stato letterato, poeta, storico, perfino scienziato, senza mai dover censurare la sua domanda di uomo, anzi proprio a partire da essa. Oggi soprattutto, la scienza ha bisogno di uomini appassionati alla realtà in tutti i suoi fattori, protesi e lanciati nella scoperta a partire da uno stupore umano.

venerdì 24 aprile 2009

Il teatrino ideologico di chi vuol far di una festa nazionale una festa di partito (senza guardare la realtà...)

Da Il Sussidiario







25 APRILE/ Pansa: un'adunata delle sinistre regressiste

venerdì 24 aprile 2009

Puntuali come ogni anno tornano le polemiche sulla festa più contestata dell’Italia repubblicana. L’episodio della liberazione delle città di Milano e Torino svanisce sempre più lontano nel tempo; mentre ben presenti e frastornanti rimangono i battibecchi sulle scelte dei politici a riguardo delle adesioni alle manifestazioni, sui fischi e tafferugli ai cortei, insomma su tutto ciò che fa da contorno alla vera e propria commemorazione della realtà storica.

Giampaolo Pansa al problema delle vera memoria storica, contro le violente ed egemoniche riduzioni ideologiche, ha dedicato la più parte della sua attività di scrittore. Dunque la sua voce è quanto mai autorevole sul tema. E proprio qualche giorno fa sul Riformista è entrato nel vivo del dibattito, dando l’umile consiglio a Berlusconi di evitare la vetrina milanese, teatro negli ultimi anni di vicende a dir poco incresciose.

Pansa, intorno a questa festa tutti gli anni si fa un gran parlare sui giornali: ma alla gente interessa ancora festeggiare il 25 aprile?

No, è una festa che non viene più sentita dalla gente, per il semplice motivo che ormai da anni è diventata, di fatto, una festa di partito. Questo è avvenuto un po’ per l’assenza dell’opinione pubblica di centrodestra; ma soprattutto ciò si è verificato a causa della cavalcata arrogante di tutte le sinistre. Ricordo invece che c’è stato un tempo in cui la cosa era vissuta in modo diverso. Nel 1945 io avevo dieci anni, e abitavo in una piccola città del Piemonte, Casalmonferrato: lì, allora, negli anni successivi si assisteva a una festa di tutti. Poi è cambiata radicalmente.

Che cosa in particolare è cambiato?

È diventata – soprattutto la manifestazione più in vetrina di tutte, cioè quella di Milano – un’adunata di tutte le sinistre che io chiamo “regressiste”, quelle più scaldate, che coprono di insulti chiunque parli dal palco e non appartenga al loro clan. Questo è accaduto a Pezzotta qualche anno fa; e soprattutto è successo a Letizia Moratti, colpevole di essere stata ministro con Berlusconi, che fu letteralmente cacciata dal corteo, nonostante si trovasse lì con suo padre Paolo Brichetto, un bravo partigiano della Brigata Franchi di Edgardo Sogno, poi finito a Dachau. Di fronte a questi episodi risulta evidente che sia diventata una festa senza senso. Ecco perché l’opinione pubblica diserta questi appuntamenti: non la sente come festa nazionale, perché connotata da un antifascismo autoritario, che esclude, anziché includere.

Lei ha scritto molti libri su queste vicende, e andando in giro per l’Italia a presentarli ha incontrato tanta gente che ha vissuto sulla propria pelle certe esperienze. Che tipo di umanità emerge in questi incontri?

Sì, in effetti incontro tantissima gente, ancora oggi. Già quando è uscito nel 2002 “I figli dell’aquila”, la storia di un ragazzo che aveva combattuto con la Repubblica sociale, avevo cominciato a ricevere molte lettere, di gente che sostanzialmente diceva: «meno male che c’è qualcuno che racconta l’altra parte della storia». Ma quello che più mi ha colpito – lo ricordo anche nel libro che uscirà a fine maggio per Rizzoli, dal titolo “Il revisionista” – è che con l’uscita del “Sangue dei vinti”, a ottobre 2003, ricevetti già prima di Natale più di duemila lettere, ancora dello stesso tono.

Non è dunque una parte marginale dell’Italia quella che aveva bisogno che qualcuno raccontasse l’altra parte della storia.

C’è stata – e c’è ancora oggi – un’Italia divisa, cui ci riferiamo quando parliamo di guerra civile. In mezzo c’era quella che Renzo De Felice chiamava la “zona grigia”, di cui per altro faceva parte anche la mia famiglia, fatta di gente che aspettava che finisse la guerra, sia quella dei bombardamenti che quella dei rastrellamenti. Ma c’era anche l’Italia che aveva combattuto con la Repubblica di Mussolini, e che è stata messa a tacere. Io non faccio altro che incontrare tutti i giorni, per strada, al bar, in treno, al ristorante, gente che mi ferma e mi ringrazia per aver dato voce a un’Italia che è stata costretta a stare zitta per sessant’anni.

Verrebbe da dire che sono più gli esclusi che hanno voglia di fare una festa…

In effetti questa Italia sarebbe disposta sì a fare una festa, che fosse una festa vera. Sarebbe cioè disposta a celebrare il 25 aprile come la data che segna la fine della guerra per tutti, anche per chi ha perso. Ma quando poi vede che è diventata la festa dei vincitori, e soprattutto di quelli più autoritari, allora conclude che è meglio stare a casa.

Ma è una cosa che riguarda solo le generazioni passate, o vede questo stesso sentimento anche nelle generazioni successive a quelle della guerra?

Be’, visto che gli anni passano, mi capita di incontrare qualcuno molto anziano, che è stato nella Repubblica sociale; ma nella maggior parte dei casi incontro i loro figli e nipoti, e nella loro memoria la guerra civile è ancora presente. Il silenzio imposto, obbligato, visto come una costrizione ingiusta, crea una rabbia che poi si estende a giri famigliari sempre più vasti. Magari anche gente che vota a sinistra, ma che non digerisce questa Italia dalla lingua tagliata, e che si ribella, seppur pacificamente, a che ci sia una parte della vicenda della nostra storia che debba essere cancellata.

Quando ha iniziato a scrivere su questi argomenti prevedeva che avrebbero riscosso tanto successo, e che avrebbero generato anche tante polemiche?

Io ho iniziato a scriverli quasi senza rendermi conto di quello che facevo; poi è andata crescendo la sensazione di aver preso una strada molto importante. Una strada che racconto in questo ultimo libro, “Il revisionista”: mi era stato chiesto di raccontare il mio percorso autobiografico, ma m’è sembrata una richiesta eccessiva. Non sono un personaggio così importante, e quindi, come si dice dalle mie parti, mi sono tenuto basso. Ho voluto raccontare come sono arrivato a scrivere questi libri, per dare voce a un’Italia costretta al silenzio, che in questo mi ha seguito. Pensare di essere i soli a rappresentare l’Italia, come fa la sinistra “regressista”, è una vera stupidaggine, perché poi la gente non ti crede, e non ti segue. Anche se poi Piazza del Duomo viene riempita, non cambia nulla: non è comunque una festa sentita.

Cosa ne pensa infine della scelta di Berlusconi di partecipare alle manifestazioni ma di non andare a Milano?

Ne ho parlato nel pezzo uscito sul Riformista martedì: un articolo tutto sommato banale, in cui non ho fatto altro che dire al presidente del Consiglio: prima di decidere di andare a Milano, bisogna che qualcuno le ricordi quello che è successo negli ultimi anni. E non ho nemmeno ricordato tutto: solo dopo aver mandato il pezzo infatti mi sono ricordato che c’erano state anche le nuove brigate rosse, che avevano sfilato con giganteschi cartelloni riportanti i nomi dei loro compagni in cella. E nessuno li ha cacciati dal corteo. Ora giustamente Berlusconi non andrà a Milano, ma andrà a Onna, paese distrutto dal terremoto, che fu anche teatro di una strage operata dai tedeschi in ritirata. Ha fatto bene a prendere questa decisione, e a non dare ascolto all’invito scioccamente arrogante di Franceschini. È stato questo il motivo per cui ho deciso di scrivere l’articolo: m’ha dato fastidio quell’arroganza nel dire: “vieni a Milano, che ti copro io”. Detto poi da uno che non è nemmeno in grado di coprire sé stesso.

(Rossano Salini)

giovedì 23 aprile 2009

Una non "casuale" ingratitudine

Da Il Foglio

La centenaria che prova il disegno intelligente, e lo chiama “caso”

Al direttore - La scienziata italiana Rita Levi Montalcini compie cent’anni e oggi l’ho sentita elencare alla radio tutte le grandi cose fatte o accadute nella sua lunga vita, e poi aggiungere: “Per tutto questo non posso che ringraziare il caso”. Mi sono chiesto che senso abbia ringraziare il caso per i ghirigori di un uccello nel cielo o per la fulminea perizia chirurgica con cui una scimmietta si pulisce una nocciolina. Ma credo sia più significativo che la grande scienziata italiana, senza apparenti sollecitazioni in tal senso, abbia sentito il bisogno di ringraziare.
Raffaele Pastore, via Web

La senatrice Levi Montalcini, e le arrivino anche i nostri caldi auguri per i suoi formidabili cent’anni, dimostra in se stessa l’esistenza di un disegno intelligente della creazione, che lei chiama caso.

Giuliano Ferrara


Se usare la ragione è scomodo...



SPAGNA/ Zapatero vuole il silenzio della Chiesa sull’aborto

giovedì 23 aprile 2009

È sorprendente la capacità che ha il ministro dell’Uguaglianza, Bibiana Aído, di rispondere a tutte le opinioni contrarie alla posizione del Governo sull’ampliamento dell’aborto che vuole approvare prima dell’estate. Lo fa così frequentemente e in modo così aggressivo che si è guadagnata il titolo di ministro che parla di più tra tutti quelli che siedono al Consiglio dei Ministri.

Le sue ultime parole sull’aborto sono state queste: «La Chiesa può solo dire che è peccato e non che si tratta di un delitto». Queste dichiarazioni della giovane ministro sono deboli. In primo luogo perché sono antidemocratiche. Da quanto un governo si permette di indicare cosa dovrebbe o non dovrebbe dire la Chiesa? Chi ha concesso questo potere alla Aído? Il Ministro non permette alla Chiesa la libertà di esprimersi e di giudicare quello che vuole? La beniamina del Governo Zapatero non lascia prendere posizione alla Chiesa su temi sociali che sono sul tavolo? Le vuole togliere questo diritto fondamentale?

Questa è la vera ossessione dell’“era Zapatero”: escludere la Chiesa dal dibattito pubblico. Non permettere che la Chiesa giudichi questioni che ci riguardano tutti. Sembra che alla Chiesa sia vietato entrare in determinati dibattiti o polemiche.

Ma continuiamo a esaminare le parole del ministro. Effettivamente, per la Chiesa cattolica l’omicidio è un peccato. Si tratta né più né meno del quinto comandamento: «Non uccidere». E l’aborto, così come hanno ricordato i quasi mille firmatari del manifesto di Madrid da una posizione lontana da principi morali, è la morta di una vita, quella dello zigoto. E il ministro Aído, volendo confinare la Chiesa esclusivamente alla definizione di ciò che è peccato, in fondo sta riconoscendo che l’aborto è un omicidio.

Ci sono verità che continueranno a essere tali anche se gli si cambia il nome e bugie che non saranno altro che menzogne, per quanto legali siano. E l’aborto, per quanto legale sia, non smetterà di essere ciò che è, cioè un omicidio. E la Chiesa ha il dovere, l’obbligo di gridarlo ai quattro venti. Inoltre, la Chiesa non solo definisce o può definire, come vuole il ministro, ciò che è peccato o meno. La Chiesa sostiene, solitaria in questi momenti e controcorrente, verità che più nessuno ormai considera tali.

Qui sta la radice, il nocciolo della questione. Che la vita non ce la diamo da noi stessi, non è nostra, non siamo signori e padroni della realtà. In questo modo, questo “grido” espresso dalla Chiesa non è una condanna, è un richiamo all’apertura della ragione per arrivare a riconoscere la positività dell’esistenza, per quanto sia difficile la circostanza di ognuno.

Caro ministro, non è un problema di peccare o non peccare, è un problema di esistere o non esistere, di vivere o uccidere. E se si uccide, c’è un delitto, non un diritto che lei vuole ora imporre.

(Raquel Martín)

lunedì 20 aprile 2009

Quattro anni di Magistero







"la concezione stessa che Ratzinger ha dell’evento liturgico come momento in cui si manifesta l’assoluta priorità dell’iniziativa di Dio nella vita dell’uomo, la sua grazia, la sua misericordia, e nello stesso tempo la sua capacità di intervenire nella storia, di dare forma all’esistenza, di ricompaginare, visibilmente e invisibilmente, i cammini del cosmo verso la loro ricapitolazione". (dall'articolo di Mons. Camisasca)



In particolare, tema che qui solo accenno, la questione della liturgia ha qualcosa di davvero affascinante e commovente. L'attenzione che Benedetto dimostra è davvero un segno: a tutti parrà la fissazione di un povero vecchio oscurantista attento a particolari inutilmente fastosi, ma invece sto capendo sempre di più che la liturgia è davvero il culmine del metodo con il quale Dio si rende presente. Certe frasi, certi gesti, davvero sono segno di un Altro. La deriva della liturgia non è qualcosa di marginale nell'attuale crisi all'interno della Chiesa, ma invece rappresenta qualcosa di centrale. La liturgia non è, o non dovrebbe essere, formalismo.
Comunque sia, sono certo che quella tempesta di verità, invocata dal commovente grido dell'uomo moderno, proprio ha a che fare con ciò di cui la liturgia è segno.
Come Dio ha creato il mondo e tutta la realtà senza gli uomini, diceva S. Agostino, così non lo salverà senza la collaborazione degli uomini. Difatti, proprio quando tutti Lo credevano morto, ed il sepolcro era chiuso, ecco che si è originata la vera e unica "tempesta di verità" in quegli uomini spauriti e confusi, ma cambiati e rinati grazie a una Presenza.
"Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".





Solo una tempesta di verità può salvare l’Europa dal conformismo

Il Belgio mi è sempre stato antipatico. Come entità, dico. Come errore geografico. Come ambiguità linguistica e culturale. Come nazione idonea a soluzioni mediocri. Eppure ho una bisnonna o trisnonna fiamminga. E Bruxelles è a suo modo una città accogliente. Ma che miseria in questo gesto di ridicola tracotanza del Parlamento belga, una condanna praticamente unanime del Papa per un suo delitto di opinione, per aver detto che il preservativo non è la soluzione virtuosa e, anzi, in Africa potrebbe creare dei problemi nella lotta contro l’Aids. Il pastore della chiesa cristiana universale non ha il diritto di pensare e di esprimersi liberamente, visto che non gli si oppongono legittimamente altre opinioni libere, ma un atto formale di censura parlamentare, un gesto di intimidazione politica.

Così l’organo deliberativo massimo del paese che ha nella sua storia l’Union Minière e la più sordida e violenta esperienza di colonialismo e di rapina pretende di stabilire, in polemica con la chiesa missionaria e con la cristianità di un Albert Schweitzer, che in Africa il problema non è auspicare l’educazione autoctona degli africani a una sessualità adulta e significativa, fondata sull’amore e sul piacere, su una controllata vita affettiva e familiare, piuttosto che sulla promiscuità e sul più selvaggio commercio sessuale-genitale; no, gli africani devono essere imbottiti di preservativi, e vedrete che risultati. Lo dice la mozione parlamentare di Bruxelles, che accusa il Papa di indifferenza verso la vita umana. Eccola, la caricatura dello stato etico. Eccola, la trasformazione formale della laicità negativa, ostruttiva, in dogma parascientifico: il legislatore vi invita a pensarla così, e non secondo la cultura e le parole del Papa. Eppure John Miklethwait e Adrian Wooldridge, due giornalisti tra i più intelligenti e informati del mondo, ci dicono che Dio è di ritorno, God is Back, come reca il titolo del loro ultimo gran libro, e questo ritorno avviene anche in Europa, anche nel continente in cui le logiche concordatarie hanno impedito alla cultura religiosa di farsi un suo spazio di mercato e di vivere sull’emulazione e la competizione fra chiese libere e separate dallo stato, sul modello americano. Speriamo sia vero.

Contro il conformismo, solo un Dio ci può salvare. Contro le pretese ideologiche di caste politiche uscite dal nulla, e che nel nulla rientreranno, solo un nuovo spirito religioso ci può tutelare. L’Europa avrebbe bisogno di una tempesta di verità, qualcosa che vada anche molto oltre il normale magistero di una grande chiesa, qualcosa di fortemente rivelatore, qualcosa che la scuota, che le tolga il torpido lasciatole dalla grande prova di sé che la sua cultura moderna ha dato nel Novecento: il comunismo e la Shoah.

Giuliano Ferrara


Da il Sussidiario





Il metodo di Benedetto XVI

lunedì 20 aprile 2009

Quattro anni fa come oggi, il cardinale Josef Ratzinger veniva eletto papa e assumeva il nome di Benedetto XVI. Quattro anni sono veramente troppo pochi per permettere un giudizio, sia pur sommario sull’alba di un pontificato. Il pensiero corre subito ai ventisette anni di regno di Giovanni Paolo II. Eppure non dobbiamo dimenticare che Josef Ratzinger ha già ottantadue anni, che egli è consapevole di questo, e che ha voluto imprimere perciò al suo pontificato un percorso ben preciso, sapendo di dover fare solo cose essenziali e molto incisive.

Egli non crede probabilmente che sia efficace spostare gli uomini da un incarico a un altro. Lo ha fatto, all’inizio del suo pontificato, ma poi si è come fermato. Preferisce il cambiamento interiore delle persone, come ha chiaramente richiesto nella sua sorprendente lettera all’episcopato cattolico. È convinto che Dio può tutto, anche cambiare il cuore degli ecclesiastici e aprirli a una considerazione più vera del bene della Chiesa e della loro stessa vita.

Quali sono le linee di questa concentrazione? Innanzitutto la sua attenzione principale si rivolge all’evento della liturgia. Uno degli ultimi libri pubblicati prima della sua ascesa al pontificato, Introduzione allo spirito della liturgia, se rivisitato oggi, può essere un’utile chiave di lettura di tutto il pontificato nel suo svolgimento compiuto fino ad ora. Non voglio qui riferirmi al motu proprio che riguarda la riabilitazione della messa di san Pio V, ma a qualcosa di ben più profondo, la concezione stessa che Ratzinger ha dell’evento liturgico come momento in cui si manifesta l’assoluta priorità dell’iniziativa di Dio nella vita dell’uomo, la sua grazia, la sua misericordia, e nello stesso tempo la sua capacità di intervenire nella storia, di dare forma all’esistenza, di ricompaginare, visibilmente e invisibilmente, i cammini del cosmo verso la loro ricapitolazione. Chi vuole capire qualcosa di questo pontificato deve leggere e rileggere con attenzione le omelie di Benedetto XVI, soprattutto quelle pronunciate in occasione dei tempi liturgici forti, l’Avvento e il Natale, la Quaresima e la Pasqua, la Pentecoste. Lo ha notato più volte Sandro Magister nei suoi interventi. In quei testi, Josef Ratzinger appare chiaramente come un nuovo Leone Magno, un nuovo Ambrogio, un nuovo Agostino, colui che sa trarre dall’itinerario liturgico una pedagogia esistenziale, rivelatrice di tutto il cammino dell’uomo verso Dio, e di Dio verso l’uomo.

Non manca, naturalmente, in queste sue omelie la profondità della storia della Chiesa, delle preghiere liturgiche antiche, soprattutto latine, a cui Ratzinger attinge a piene mani per mostrare la continuità di una tradizione e la sua efficacia. Ma anche i gesti liturgici, i tempi, gli spazi. Tutto è per lui rivelatore di una pedagogia del mondo rinnovato.

È come se Benedetto XVI avesse rinunciato a far dipendere il discernimento su cosa fare o non fare da una efficacia immediata. Sa che la crisi della Chiesa e nella Chiesa è profonda. Vuole seminare dunque in profondità.

Alla luce di queste considerazioni, si comprendono altre due iniziative che io collocherei allo stesso livello dell’attenzione per la liturgia. Sto parlando dell’anno paolino e dell’annunciato anno dedicato al sacerdozio. Attraverso l’anno paolino ancora in corso, Benedetto XVI ha voluto riandare alle radici della Chiesa e nello stesso tempo favorire un’esposizione assolutamente concentrata su Cristo della fede e della dottrina cristiana. Per Paolo esiste solo Cristo, e Cristo crocifisso e risorto. Egli non si è mai soffermato nelle sue lettere sull’infanzia di Gesù (ha tutto concentrato in tre parole: nato da donna), non ha parlato della vita a Nazareth, e neppure dei tre anni della comunità apostolica. Per Paolo, il Gesù che lo interessa è quello della passione, morte, e resurrezione, quello che è asceso al cielo e siede alla destra del Padre, il Figlio di Dio fatto carne. L’anno paolino ha permesso ai pastori sensibili e attenti di riproporre in modo vitale il cuore dell’esperienza cristiana. Allo stesso modo, e con la stessa radicalità, Benedetto XVI sa che il punto più grave della crisi della Chiesa ancor oggi è la vita sacerdotale. Scarseggiano i maestri, gli educatori, sono incerti gli insegnamenti impartiti in molte scuole di teologia, permane una crisi affettiva di molti sacerdoti, accentuata dalla solitudine e dal ripiegamento. Ma soprattutto in molti paesi, si assiste a una riduzione progressiva del popolo di Dio, la cui educazione e crescita è la finalità primaria della vita del sacerdote. Non è dunque un caso che papa Ratzinger abbia voluto questo anno sacerdotale, collegandolo al 150° anniversario della morte del santo Curato D’ars.

Un’ultima annotazione: il cuore del papa guarda ad est, alla Russia, alla Cina. Nel suo libro su Benedetto XVI, scritto all’indomani della nomina del papa, e che rimane comunque l’unico libro interessante su questo pontificato (Benedetto XVI. La scelta di Dio, Rubbettino editore), George Weigel, prevedendo proprio quest’attenzione di Josef Ratzinger ha scritto: “L’Asia è il continente che ha visto il più grande fallimento della missione cristiana in due millenni”. E aggiunge: “La Cina potrebbe essere il più grande campo di missione cristiana del ventunesimo secolo”. Ma anche l’India, in cui assistiamo oggi a una persecuzione così atroce dell’esigua minoranza cattolica, è un punto di riferimento importante. La sua profonda cultura induista e buddista interroga la sapienza cristiana e la fede nell’unica salvezza che viene da Cristo.

domenica 19 aprile 2009

La palude degli uomini tristi e la gioiosa missione di Pietro


Da Avvenire di oggi

COMINCIA IL QUINTO ANNO DI PONTIFICATO
NELLA PALUDE DEL RELATIVISMO LA PAROLA NETTA DI QUESTO PAPA

di Davide Rondoni

Se non fosse un poco irriverente si potrebbe dire, parafrasando: un anno trascorso pericolosamente. Ma la barca di Pietro, si sa, naviga da sempre in mezzo a tempeste e a pirati. Non sono mancati neppure gli ammutinamenti di parte di marinai, ed­ una barca su cui ogni tipo d’uomo, con pregi e difetti, viene invitato a salire. Nessuno, nel Vangelo, ha promesso ai discepoli una vita tranquilla. N­é é stato chiesto ad alcuno un 'certificato' di santità per poter salire sulla barca. Dire quindi che per la Chiesa e per il suo pastore questo­ é stato un anno vissuto intensamente tra grazie e prove­ é come dire: tutto bene, la navigazione procede. Per questo il primo sentimento congiunto al primo atto della ragione di fronte a questo Papa, pervenuto alla conclusione del suo quarto anno di pontificato, ­é di gratitudine. Con il nome fortemente significativo di Benedetto, siamo grati di trovarci dinanzi a quest’uomo e proprio in questo incrocio dei tempi. Siamo a un incrocio della strada della storia in cui il mite e ragionevole invito a considerare la presenza del mistero di Dio nella vita umana­i é il più avventuroso dei richiami.
Siamo a un incrocio della storia dove con 'relativismo' si indica il nome filosofico e culturale del grande disorientamento circa il valore dell’esistenza.­ E' dunque il nome della grande palude e della terra di rovine in cui il nostro, come l’antico Benedetto, si é messo a lavorare per la vigna del Signore, come disse all’esordio. La presenza della Chiesa nel mondo attuale, ha scritto una grande narratrice americana, ­ é l’unica cosa che rende meno duro il mondo in cui viviamo. Il richiamo a considerare Dio come la Verità misteriosa dell’esistenza, come Mistero buono che ama la vita, é l’annuncio che sfida ogni avanzamento della palude, nella vita personale come nella pubblica.
Così oggi, come fu per Benedetto che coi suoi monaci rese meno dura la vita dell’Europa tra le macerie dell’Impero. Gli eventi, i grandi segni che stanno costellando la vasta mole del suo lavoro in senso dottrinario e di cura pastorale, e persino le polemiche che stanno delineando la figura di Benedetto XVI in termini avventurosi dipendono precisamente, unicamente, e oso dire, provvidenzialmente, da questo richiamo che il Papa sta facendo, in modo instancabile e illustrandolo in molti modi e campi della vita. Il mistero di Dio c’entra con l’esistenza e la ama. Si può dire, in ogni circostanza della vita: Padre nostro. Non­ é vero che la vita di ciascuno­ é una casualità che si perde nella nebbia dei giorni e delle opinioni: c’è un Dio che ama la vita e vuole che sia lieta. Un Dio che desidera fino al sacrificio del Figlio che la nostra vita abbia la speranza per affermarsi anche in mezzo alle prove. Non ha pretese questo Papa. Non segue le opinioni che gli convengono. A differenza di ogni altro leader mondiale, non deve inseguire nessun consenso.­ E' il servo dei servi che porta un annuncio, con la sua parola e la sua testimonianza. Di questo gli uomini di fede, ma anche quelli che vogliono comprendere cosa sia veramente la fede, gli sono grati.

sabato 18 aprile 2009

Centocanti, ci sono anch'io!


Dal sito dell'Associazione Centocanti.

L’Associazione Centocanti nasce nel febbraio 2005 da una decina di studenti dell’Università Cattolica di Milano, appassionati all’opera di Dante Alighieri ed in particolar modo alla Divina Commedia.

L’intuizione da cui tutto ha avuto origine è che Dante, come nessuno altro poeta nella storia della letteratura, è capace di parlare al cuore e alla mente di ogni uomo, nel medioevo così come nel XXI secolo, mentre oggi il poeta fiorentino è sempre più ingabbiato in ambiti specialistici e accademici, diventando oggetto di studio solamente per gli “addetti ai lavori”. Da questa intuizione è cominciato un lavoro con alcuni professori ed amici per provare a restituire Dante a chi ne è legittimo possessore, ovvero la gente: per questo il primo obiettivo è stato quella di diffondere la conoscenza della Commedia in particolar modo tra i giovani, proponendo loro l’apprendimento a memoria dei canti.

Oltre a questo iniziale progetto l’Associazione ha proposto incontri di lecturae dantis per Scuole, Università, Centri Culturali e Comuni, ed eventi pubblici di recita della Commedia nelle città italiane. L’Associazione ha inoltre stretto rapporti di collaborazione con enti pubblici nazionali (ad esempio l’Università Cattolica di Milano o il Centro Studi Dantesco di Ravenna) per la realizzazione di eventi danteschi di vario genere, tra cui convegni scientifici, summer-school, mostre itineranti: tutto questo sempre partendo dall’originaria passione ideale, la scommessa che l’incontro con la straordinaria esperienza di Dante Alighieri sia una possibilità reale per chiunque, ancora oggi.



Ecco il canto che mi è stato assegnato alla mia richiesta di iscrizione. E' davvero un canto notevole, dove si toccano temi che mi riguardano da vicino.
Centocanti, ci sono anch'io!





PURGATORIO, CANTO XXII



Canto XXII, dove tratta de la qualità del sesto girone, dove si punisce e purga la colpa e vizio de la gola; e qui narra Stazio sua purgazione e sua conversione a la cristiana fede.]

Già era l'angel dietro a noi rimaso,
l'angel che n'avea vòlti al sesto giro,
avendomi dal viso un colpo raso;

e quei c'hanno a giustizia lor disiro
detto n'avea beati, e le sue voci
con 'sitiunt', sanz' altro, ciò forniro.

E io più lieve che per l'altre foci
m'andava, sì che sanz' alcun labore
seguiva in sù li spiriti veloci;

quando Virgilio incominciò: «Amore,
acceso di virtù, sempre altro accese,
pur che la fiamma sua paresse fore;

onde da l'ora che tra noi discese
nel limbo de lo 'nferno Giovenale,
che la tua affezion mi fé palese,

mia benvoglienza inverso te fu quale
più strinse mai di non vista persona,
sì ch'or mi parran corte queste scale.

Ma dimmi, e come amico mi perdona
se troppa sicurtà m'allarga il freno,
e come amico omai meco ragiona:

come poté trovar dentro al tuo seno
loco avarizia, tra cotanto senno
di quanto per tua cura fosti pieno?».

Queste parole Stazio mover fenno
un poco a riso pria; poscia rispuose:
«Ogne tuo dir d'amor m'è caro cenno.

Veramente più volte appaion cose
che danno a dubitar falsa matera
per le vere ragion che son nascose.

La tua dimanda tuo creder m'avvera
esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,
forse per quella cerchia dov' io era.

Or sappi ch'avarizia fu partita
troppo da me, e questa dismisura
migliaia di lunari hanno punita.

E se non fosse ch'io drizzai mia cura,
quand' io intesi là dove tu chiame,
crucciato quasi a l'umana natura:

'Per che non reggi tu, o sacra fame
de l'oro, l'appetito de' mortali?',
voltando sentirei le giostre grame.

Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali
potean le mani a spendere, e pente'mi
così di quel come de li altri mali.

Quanti risurgeran coi crini scemi
per ignoranza, che di questa pecca
toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!

E sappie che la colpa che rimbecca
per dritta opposizione alcun peccato,
con esso insieme qui suo verde secca;

però, s'io son tra quella gente stato
che piange l'avarizia, per purgarmi,
per lo contrario suo m'è incontrato».

«Or quando tu cantasti le crude armi
de la doppia trestizia di Giocasta»,
disse 'l cantor de' buccolici carmi,

«per quello che Clïò teco lì tasta,
non par che ti facesse ancor fedele
la fede, sanza qual ben far non basta.

Se così è, qual sole o quai candele
ti stenebraron sì, che tu drizzasti
poscia di retro al pescator le vele?».

Ed elli a lui: «Tu prima m'invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m'alluminasti.

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,

quando dicesti: 'Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende da ciel nova'.

Per te poeta fui, per te cristiano:
ma perché veggi mei ciò ch'io disegno,
a colorare stenderò la mano.

Già era 'l mondo tutto quanto pregno
de la vera credenza, seminata
per li messaggi de l'etterno regno;

e la parola tua sopra toccata
si consonava a' nuovi predicanti;
ond' io a visitarli presi usata.

Vennermi poi parendo tanto santi,
che, quando Domizian li perseguette,
sanza mio lagrimar non fur lor pianti;

e mentre che di là per me si stette,
io li sovvenni, e i lor dritti costumi
fer dispregiare a me tutte altre sette.

E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi
di Tebe poetando, ebb' io battesmo;
ma per paura chiuso cristian fu'mi,

lungamente mostrando paganesmo;
e questa tepidezza il quarto cerchio
cerchiar mi fé più che 'l quarto centesmo.

Tu dunque, che levato hai il coperchio
che m'ascondeva quanto bene io dico,
mentre che del salire avem soverchio,

dimmi dov' è Terrenzio nostro antico,
Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
dimmi se son dannati, e in qual vico».

«Costoro e Persio e io e altri assai»,
rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
che le Muse lattar più ch'altri mai,

nel primo cinghio del carcere cieco;
spesse fïate ragioniam del monte
che sempre ha le nutrice nostre seco.

Euripide v'è nosco e Antifonte,
Simonide, Agatone e altri piùe
Greci che già di lauro ornar la fronte.

Quivi si veggion de le genti tue
Antigone, Deïfile e Argia,
e Ismene sì trista come fue.

Védeisi quella che mostrò Langia;
èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
e con le suore sue Deïdamia».

Tacevansi ambedue già li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;

e già le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù l'ardente corno,

quando il mio duca: «Io credo ch'a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo».

Così l'usanza fu lì nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l'assentir di quell' anima degna.

Elli givan dinanzi, e io soletto
di retro, e ascoltava i lor sermoni,
ch'a poetar mi davano intelletto.

Ma tosto ruppe le dolci ragioni
un alber che trovammo in mezza strada,
con pomi a odorar soavi e buoni;

e come abete in alto si digrada
di ramo in ramo, così quello in giuso,
cred' io, perché persona sù non vada.

Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,
cadea de l'alta roccia un liquor chiaro
e si spandeva per le foglie suso.

Li due poeti a l'alber s'appressaro;
e una voce per entro le fronde
gridò: «Di questo cibo avrete caro».

Poi disse: «Più pensava Maria onde
fosser le nozze orrevoli e intere,
ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.

E le Romane antiche, per lor bere,
contente furon d'acqua; e Danïello
dispregiò cibo e acquistò savere.

Lo secol primo, quant' oro fu bello,
fé savorose con fame le ghiande,
e nettare con sete ogne ruscello.

Mele e locuste furon le vivande
che nodriro il Batista nel diserto;
per ch'elli è glorïoso e tanto grande

quanto per lo Vangelio v'è aperto».

venerdì 17 aprile 2009

La bandiera di tutto il mondo libero

LEPANTO

di
G.K.Chesterton






Bianche fontane gettano acqua nei cortili assolati, Ed il Sultano di Bisanzio sorride mentre zampillano; C'é riso - come quello delle fontane - in quel volto temuto da tutti, Egli smuove l'oscurità della foresta, l'oscurità della sua barba; Incurva la mezzaluna rosso sangue, la mezzaluna delle sue labbra; Poiché il mare più interno di tutta la terra é terrorizzato dalle sue navi. Hanno osato sconvolgere le bianche repubbliche d'Italia, Hanno circondato l'adriatico Leone del Mare, Ed il Papa ha rivolto le sue braccia lontano temendo agonia e sconfitta, Ed ha chiamato i Re della Cristianità per combattere in nome della Fede. La fredda Regina d'Inghilterra osserva da un cannocchiale; L'ombra dei Valois si annoia alla messa; Dalle isole occidentali immaginifici richiami indeboliscono le armi spagnole, Ed il Signore del Corno d'Oro ride di fronte al sole.



Fiochi tamburi si odono rullare, al di là delle colline, Dove si agita soltanto un principe senza corona, su un trono senza nome, Dove, alzandosi da un seggio malfermo, da uno stallo senza maggiordomi, L'ultimo cavaliere d'Europa toglie le armi dalla parete. L'ultimo trovatore sopravvissuto, cui ha insegnato il canto l'uccello Che un tempo era andato a Sud a cantare, quando il mondo era ancora giovane. In quel completo silenzio, piano ma senza paura, Da una strada ventosa giunge il rumore della Crociata.



Forti tamburi tuonano come lontani colpi di cannone, Don Giovanni d'Austria sta andando alla guerra, Pesanti bandiere sbattono nel gelido vento notturno Nelle tenebre rosso scure, nei riflessi d'oro antico; Torce cremisi su timpani di rame, Ora gli squilli, ora le trombe, ora il cannone, ed egli arriva. Don Giovanni che ride della terribile barba arricciata, Ergendosi sulle staffe come sui troni della terra, Sollevando la propria testa come una bandiera per tutto il mondo libero. Luce d'Amore della Spagna - hurrah! Luce di Morte dell'Africa! Don Giovanni d'Austria Cavalca verso il mare.


Maometto é nel suo paradiso sopra la stella della sera, (Don Giovanni d'Austria sta andando alla guerra. ) Poggia il suo gran turbante sulle ginocchia di una eterna urà, Un turbante intessuto di mari e di tramonti. Quando si leva dal morbido giaciglio crea scompiglio nel giardino dei pavoni, E procede fra le cime degli alberi, di cui é più alto; E la sua voce attraverso tutto il giardino é un tuono incaricato di portare Il nero Az-rael ed Ariel ed Ammon sull'ala. Giganti e geni, Dalle molte ali e dai molti occhi, La cui cieca obbedienza ha infranto i cieli Quando Salomone regnava.



Sfrecciano nel rosso e nella porpora dalle nubi cremisi del mattino, Dai tempi in cui gli dei dorati chiudono, vergognandosi, gli occhi; Si alzano in abiti verdi ruggendo dai verdi abissi del mare Dove si trovano cieli caduti, grida crudeli e creature senza occhi, E su di essi crescono a grappoli le valve e grigie foreste marine si arricciano, Sommersi da uno splendido male, la malattia delle perle; Insuperbiscono nel fumo blu zaffiro che sale dalle azzurre fenditure della terra, Si raccolgono, si stupiscono ed adorano Maometto. Ed egli disse: “Spezzate le montagne in cui si nascondono le termiti, E setacciate la sabbia rossa e d'argento affinché non rimanga un solo osso di santo, E seguite i Giaurri che volano notte e giorno, senza tregua, Poiché ciò che ci ha creato fastidi di nuovo giunge dall'ovest. Abbiamo posto il sigillo di Salomone su tutto ciò che sta sotto il sole, Su quello che é fatto di conoscenza, di dispiacere e di durezza. Ma c'é un rumore tra le montagne, tra le montagne, e riconosco La voce che ha scosso i nostri palazzi - quattrocento anni or sono: E’ di colui che non dice "Kismet"; é di colui che non accetta il Destino; é Riccardo, é Raimondo, é Goffredo alle porte! E’ di colui che ride di fronte alla sconfitta considerando il valore della posta. Schiacciatelo, ed avremo la pace”. Poiché egli ha udito il crepitio dei tamburi e il rombo dei cannoni, (Don Giovanni d'Austria sta andando alla guerra). Improvviso ed ancora - hurrah! Un fulmine dalla Spagna! Don Giovanni d'Austria E’ partito da Alcalà.


San Michele sulla sua montagna sulla rotta verso Nord (Don Giovanni d'Austria é sicuro ed avanza). Dove brillano mari grigi e si alzano forti maree E la gente di mare si affatica e vele rosse si alzano. Agita la lancia di ferro e sbatte le ali di pietra; Il rumore ha attraversato la Normandia; il rumore se n'é andato; Il Nord é pieno di situazioni e testi complessi e di occhi dolenti, E morta é ogni innocenza di rabbia e di sorpresa, E un Cristiano ha ucciso un Cristiano in una stanza polverosa e stretta, E il Cristiano ha temuto Cristo che aveva uno sconosciuto volto di maledizione, E il Cristiano ha odiato la Maria che Dio aveva baciato in Galilea, Ma Don Giovanni d'Austria sta solcando il mare. Don Giovanni che chiama attraverso il tono e l'eclissi Che chiama con la tromba, con la tromba delle labbra, Una tromba che ha detto “ha!” Gloria Domino! Don Giovanni d'Austria Sta arringando le navi.


Re Filippo sta nel suo studio col Toson d'Oro intorno al collo (Don Giovanni d'Austria é armato sul ponte) I muri ricoperti di velluto, nero e soffice come il peccato, Mentre un nano esce ed un altro nano tombola dentro Tra le mani ha una fiala di cristallo, color della luna, La tocca, si punge e subito trema E il suo volto é bianco e grigio come quello di un lebbroso Come le erbacce nelle grandi case abbandonate da tempo, E in quella fiala c'é la morte e la fine del suo nobile lavoro, Ma Don Giovanni d'Austria ha aperto il fuoco sopra i Turchi. Don Giovanni é alla caccia e i suoi cani latrano. La fama della sua spedizione giunge oltre l'Italia. Forza con i cannoni, ha! ha! Forza con i cannoni, urrà! Don Giovanni d'Austria Ha aperto il suo bombardamento.


Il Papa era nella sua cappella prima che il giorno della nostra battaglia finisse, (Don Giovanni d'Austria é nascosto nel fumo) La stanza nascosta nella casa dei mortali in cui Dio siede tutto l'anno, La finestra segreta da dove il mondo appare piccolo e tanto caro. Egli vede come in uno specchio sull'enorme mare crepuscolare La mezzaluna delle navi crudeli il cui il nome é mistero; Esse proiettano grandi ombre verso i nemici, oscurando la Croce ed il Castello, Esse offuscano gli alati leoni di pietra sulle galee di San Marco; E sopra le navi ci sono le residenze di comandanti bruni, dalla barba nera, E sotto le navi ci sono le prigioni, dove si trovano tra molti dolori Prigionieri cristiani ammalati e senz'aria, tutti schiavi catturati, Come la stirpe di una città sprofondata, come una nazione condannata alle miniere. Sono persi come gli schiavi che penavano, quando nei cieli mattutini incombevano Le vie celesti degli dei più potenti, al principio della tirannia. Sono innumerevoli, senza voce, senza speranza come quelli morti o abbandonati Davanti agli alti cavalli dei Re nel granito di Babilonia. E più di uno invecchia senza rendersi conto nella sua calma stanza infernale Dove una faccia gialla guarda dentro attraverso la grata della sua cella, E ritrova il suo Dio dimenticato e non cerca più un segno - (Ma Don Giovanni d'Austria ha spezzato la linea di battaglia!) Don Giovanni correndo dalla poppa intrisa di sangue, Che imporpora tutto l'oceano come il vascello di un pirata sanguinario, Lo scarlatto ricopre l'argento e l'oro, Scardinando i boccaporti e sfondando le serrature, Liberando le migliaia di schiavi che faticano sotto il mare Bianchi per la felicità, ciechi per il sole e storditi per libertà.


Vivat Hispania! Domino Gloria! Don Giovanni d'Austria Ha liberato la sua gente!


Cervantes sulla sua galea rinfodera la spada (Don Giovanni d'Austria fa ritorno con una corona). E vede attraverso una terra esausta una strada solitaria in Spagna, Sulla quale un cavaliere magro ed insensato cavalca sempre invano, E sorride, ma non come il Sultano, e ripone la sua lama... (Ma Don Giovanni d'Austria torna dalla Crociata).




mercoledì 15 aprile 2009

Il mito salvato

Da Avvenire del 11.04.09



L’ultimo viaggio di Lewis con amore e psiche


di
EDOARDO RIALTI

Cosa vuol dire amare davvero?­ E' davvero possibile trovare e donare l’amore? E qual’è il nostro autentico volto, la nostra identità ultima e segreta? Qual­ é l’ultima parola sul cammino doloroso della vita, e su tutti i rapporti che in essa nascono, si sviluppano e portiamo nel cuore? Sono queste le domande che percorrono A viso scoperto, l’ultimo romanzo di C.S. Lewis, il grande convertito autore delle Cronache di Narnia e delle Lettere di Berlicche, scritto nei pochi anni di matrimonio trascorsi con l’amatissima moglie Joy sotto la perenne minaccia del cancro di cui poco dopo ella morirà; si tratta del libro che Lewis stesso amava di più, e che tutti i suoi più profondi conoscitori estimatori (dal suo segretario e curatore Walter Hooper, a Thomas Howard, al filosofo Peter Kreeft o allo scrittore M.D. O’ Brien) considerano il suo capolavoro, e che Jaca Book ha recentemente riedito in Italia, laddove questa storia resta ancora ingiustamente poco nota, persino tra i lettori di Lewis.
Per raccontare, secondo le sue stesse parole,­ la visione – e la devastazione – che una vocazione, o anche una fede, produce nella vita di un uomo, Lewis decide di rinarrare uno dei miti antichi che gli erano più cari e che l’aveva colpito fin dalla giovinezza, la storia di Amore e Psiche nelle
Metamorfosi di Apuleio.
Ma secondo un’altra, inaspettata prospettiva, che ci obbliga ad abbassare le difese di una presunta distanza e che ci coinvolge in modo nuovo e sorprendente, quella di Orual, la sorella brutta e gelosa di Psiche: ­è lei, amaraggiata e colma di rancore per essersi sentita sempre esclusa dalla felicità vera ed autentica, a raccontare in un lungo monologo la propria accusa rabbiosa contro il misterioso Dio che ha sconvolto ed umiliato per sempre la sua vita, portandole via l’amatissima sorella. Perchè, perchè Costui l’ha fatto, con quale pretesa? E chi è Costui?
Ma tutto ciò porta un’altra, segreta domanda, che il ripercorrere gli eventi alla luce del ricordo farà lentamente emergere, nella coscienza della narratrice, e del lettore. Chi infatti accetta di ascoltare la voce di Orual si troverà coinvolto in cammino doloroso e struggente di purificazione, al termine del quale ci scopriamo cambiati assieme ai suoi protagonisti: Orual, Psiche, Volpe (uno dei più commoventi tributi che siano stati resi alla saggezza antica, con la sue grandezze ed i suoi limiti), il valoroso Bardia, il re brutale Trom e la frivola Redival; seguendo il corso degli eventi e delle relazioni di quel mondo lontano eppure vivissimo, evocati da Lewis con la sua impareggiabile potenza narrativa, siamo aiutati a scendere nel cuore profondo di noi stessi, a fronteggiare i nostri desideri, le nostre paure, e quell’ultima disperazione di poter incontrare e vivere l’amore autentico per la quale siamo portati alla tentazione della falsa possessivite delle menzogne. Anche noi, come la protagonista, vi iniziamo a morire prima di morire: usciamo dalle misure e dalle prigioni delle false risposte per addentraci sempre più nelle regioni dell’amore, della fiducia, del dono di sè. Eccoci scoprire di non avere ancora un volto, di essere ciechi a noi stessi e agli altri, ma che esiste uno Sguardo che ci conosce e ci ama, e nel quale­ è possibile trovarci, e donarci. Con questo racconto avvicente Lewis, a differenza di altre sue opere, ci ha donato molto più di una profonda allegoria: egli ha consegnato un autentico mito cristiano, una storia colma di significato che trafigge il cuore e lo spalanca a ricevere ciò a cui tutti segretamente aspiriamo.