martedì 29 settembre 2009

Pizze clericali. E dei Santi, neanche l'ombra...

Da IlSussidiario.net, delizioso





FILIPPO NERI/ Cammilleri: non confondiamo i santi coi "santini" della Tv

martedì 29 settembre 2009

Le fiction sui santi tirano, si sa. Anche se, dei santi in questione, di santo c’è poco. Registi e sceneggiatori capiscono, del Santo, solo «il dramma umano», e quello rappresentano. Così che, in video, tra un santo cattolico e una brava persona non c’è differenza. Ed è già tanto se il regista e/o il soggettista non gabellano per agiografia le loro personali ideologie. O, se non ne hanno, il pensiero politicamente corretto. Se glielo fai notare, ti rispondono che stanno facendo una fiction, non un documentario. Ma allora perché non prendersela coi fanti e lasciare in pace i santi? Perché, abbiamo detto, i santi fanno audience. L’unica è cambiare canale, così che si levino il vizio. Con un gigante della fede (e della mistica) come s. Filippo Neri si è già misurato Luigi Magni in State buoni se potete e abbiamo solo visto Johnny Dorelli vestito da prete mentre Branduardi-Spiridione si esibiva in una delle sue più banali canzoncine. Un pretino sdrucito e filantropico contro l’arroganza della Chiesa controriformistica (con tanto di cardinale provvisto di amante minorenne). Scommetto quel che volete che anche quest’altra versione non si allontanerà dai precedenti di Bakhita e Moscati. E dire che, grazie alla tecnologia degli effetti speciali, i miracoli potrebbero essere ben mostrati. Senza miracoli, infatti, che Santi sono?

Filippo Neri ardeva d’amore per Cristo, tanto che si scottava la mano se la appoggiava sul petto (letterale: alla morte gli si trovarono due costole spostate per far luogo al cuore dilatato), andava in estasi a ogni messa levitando davanti a tutti e fu costretto a pregare Dio di smetterla perché si vergognava. Potremmo continuare. Ma ci piacerebbe sentire spiegato perché un fiorentino come lui si sia trasferito a Roma, proprio nel cuore della Controriforma.

Non pretendiamo che la Controriforma venga chiamata col suo giusto nome, Riforma cattolica, e che la c.d. Riforma protestante sia qualificata per quel che realmente fu: scisma ereticale. Cioè, visto che si parla di un santo cattolico, che le cose siano mostrate come le vedeva lui. Ma che almeno non ci si propini il solito cliché azionista-massonico dell’oscurantismo clericale contro cui si erge il don Mazzi della situazione.

Il braccio destro di s. Filippo Neri era il beato Cesare Baronio, che poi divenne cardinale sotto s. Roberto Bellarmino (gesuita, capo del Sant’Uffizio e Dottore della Chiesa) e consigliò al suo amico Galileo di smetterla di atteggiarsi a teologo per tornare a occuparsi di scienza. Consiglio che, com’è noto, Galileo non seguì. Filippo Neri era talmente «contro» che fu proposto all’episcopato e al cardinalato. Rifiutò per umiltà e non certo per superbia. Ed era talmente il santo «degli ultimi» che il suo Oratorio era frequentato dalla crema della nobiltà romana, che volentieri si mischiava ai poveracci all’ora delle rappresentazioni teatrali e musicali. E si metteva in fila, come tutti, davanti al suo confessionale.

Da tempo vado sostenendo (ma inutilmente) che le vite dei santi sono di per sé molto più spettacolari di una fiction. Ovviamente, bisogna conoscerle in modo approfondito e, anche, conoscere in modo altrettanto approfondito il quadro storico in cui si sono svolte. Ma finché registi e sceneggiatori saranno convinti di sapere «cosa piace alla gente» continueremo ad assistere a pizze insipide, noiose e, ma sì, clericali.

domenica 27 settembre 2009

La vera Libertà, Uguaglianza e Fraternità. La lezione vandeana

Dall'Avvenire di oggi

di Aleksandr Solzenicyn

Dalla Vandea ai gulag Il filo rosso di Solzenicyn


Due terzi di secolo fa, quand’ero bambino, leggevo già con ammirazione nei libri il racconto che rievocava l’insorgenza della Vandea, così coraggiosa e così disperata.
Sono passati venti decenni, decenni diversi a seconda dei diversi Paesi, e non solo in Francia, ma anche altrove, l’insorgenza vandeana e la sua sanguinosa repressione sono state sempre di nuovo illuminate. Infatti gli accadimenti storici non sono mai compresi pienamente nell’incandescenza delle passioni che li accompagnano, ma a una discreta distanza, quando vengono raffreddate dal tempo. Per molto tempo si è rifiutato di ascoltare e di accettare quanto era stato gridato dalla bocca di coloro che morivano, che venivano bruciati vivi: i contadini di una terra laboriosa, per i quali sembrava fosse stata fatta la Rivoluzione, ma che la stessa Rivoluzione oppresse e umiliò fino all’estremo limite, ebbene, proprio questi contadini si ribellarono contro di essa! I contemporanei avevano ben colto che ogni rivoluzione scatena fra gli uomini gli istinti della barbarie più elementare, le forze opache dell’invidia, della rapacità e dell’odio. Essi pagarono un tributo decisamente pesante alla psicosi generale, quando il fatto di comportarsi da uomini politicamente moderati, o anche soltanto di sembrarli, veniva già considerato un crimine. Il secolo ventesimo ha notevolmente offuscato agli occhi dell’umanità l’aureola romantica che circondava la rivoluzione nel secolo diciottesimo. Di mezzo secolo in mezzo secolo gli uomini hanno finito per convincersi, partendo dalle loro stesse disgrazie, del fatto che le rivoluzioni distruggono il carattere organico della società; che danneggiano il corso naturale della vita; che annientano i migliori elementi della popolazione dando campo libero ai peggiori; che nessuna rivoluzione può arricchire un Paese, ma solamente quanti si sanno trarre d’impiccio senza scrupoli; che generalmente nel proprio Paese produce innumerevoli morti, un vasto impoverimento, e, nei casi più gravi, un degrado duraturo della popolazione. Il termine stesso 'rivoluzione' – dal latino revolvo – significa 'rotolare indietro', 'ritornare', 'provare di nuovo', 'riaccendere', nel migliore dei casi mettere sossopra, una sequenza di definizioni poco desiderabili. Attualmente, se da parte della gente si attribuisce a qualche rivoluzione la qualifica di 'grande', lo si fa ormai solo con circospezione, e molto spesso con molta amarezza. Ormai capiamo sempre meglio che l’effetto sociale che desideriamo tanto ardentemente può essere ottenuto attraverso uno sviluppo evolutivo normale, con un numero infinitamente minore di perdite, senza comportamenti selvaggi generalizzati. Bisogna saper migliorare con pazienza quanto ogni giorno ci offre. E sarebbe assolutamente vano sperare che la rivoluzione possa rigenerare la natura umana. Ebbene, la Rivoluzione francese, e in modo assolutamente particolare la nostra, la Rivoluzione russa, avevano avuto questa speranza. La Rivoluzione francese si è svolta nel nome di uno slogan intrinsecamente contraddittorio, e irrealizzabile: «Libertà, uguaglianza, fraternità». Ma, nella vita sociale, libertà e uguaglianza tendono a escludersi reciprocamente, sono antagoniste: infatti, la libertà distrugge l’uguaglianza sociale, è proprio questa una della funzioni della libertà, mentre l’uguaglianza limita la libertà, perché diversamente non vi si potrebbe giungere.
Quanto alla fraternità, non è della loro famiglia, è un’aggiunta avventizia allo slogan: la vera fraternità non può essere costruita da disposizioni sociali, è di ordine spirituale. Inoltre, a questo slogan ternario veniva aggiunto con tono minaccioso «o la morte», il che ne distruggeva ogni significato. Mai, a nessun Paese, potrei augurare una 'grande rivoluzione'. Se la Rivoluzione del secolo diciottesimo non ha portato la rovina della Francia è solo perché vi è stato Termidoro. La rivoluzione russa non ha conosciuto un Termidoro che abbia saputo arrestarla, e, senza deviare, ha portato il nostro popolo fino in fondo, fino al gorgo, fino all’abisso della perdizione. L’esperienza della Rivoluzione francese avrebbe dovuto bastare perché i nostri organizzatori razionalisti della 'felicità del popolo' ne traessero lezioni. Ma no! In Russia tutto si è svolto in un modo ancora peggiore, e in una dimensione senza confronti. Numerosi procedimenti crudeli della Rivoluzione francese sono stati docilmente applicati di nuovo sul corpo della Russia dai comunisti leninisti e dagli specialisti internazionalisti, soltanto il loro grado di organizzazione e il loro carattere sistematico hanno ampiamente superato quelli dei giacobini.
Non abbiamo avuto un Termidoro, ma – e ne possiamo esser fieri nella nostra anima e nella nostra coscienza – abbiamo avuto la nostra Vandea, e più d’una. Sono le grandi insorgenze contadine, quella di Tambov nel 1920-1921, della Siberia occidentale nel 1921. Un episodio ben noto: folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche, hanno marciato su Tambov al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciate dalle mitragliatrici. L’insorgenza di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti, per reprimerla, abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici.
Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, di Tersk, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio. Vedo con la mente i monumenti che verranno eretti un giorno, in Russia, testimoni della nostra resistenza russa allo scatenamento delle orde comuniste. Abbiamo attraversato il secolo ventesimo, un secolo di terrore dall’inizio alla fine, terribile coronamento del Progresso tanto sognato nel secolo diciottesimo. Oggi, penso, crescerà sempre più il numero dei francesi che capiscono meglio, che valutano meglio, che conservano con fierezza nella loro memoria la resistenza e il sacrificio della Vandea.

sabato 26 settembre 2009

Il percorso storico dell'uomo verso la felicità



Saggio breve scolastico incompreso dal docente che, a quanto lascia intendere, avrebbe preferito un telegramma. Amen.


Il soggetto della “Divina Commedia” è la storia della salvezza; essa è intesa e narrata come il cammino della Storia intera e allo stesso tempo come il percorso personale e storico di ogni singolo uomo verso il suo compimento eterno. Per sua natura l’aspetto storico e personale non può che essere composto da riferimenti a volti, circostanze e incontri realmente accaduti nella vita, in questo caso, del poeta e uomo fiorentino Dante. E’, in fondo, ciò che risalta prepotentemente alla lettura della “Commedia”. Ecco quindi la prima fondamentale domanda: questo forte carattere autobiografico è in se stesso un artificio letterario, una genialità poetica accessoria utilizzata dall’autore al fine di una maggior riuscita di contenuti e stile? Risposta: certamente no. Una diversa versione della domanda appena posta, infatti, sarebbe: è forse possibile raccontare in un’opera letteraria, come ad una serata fra amici, la storia della salvezza del mondo senza che essa abbia inesorabilmente ad intrecciarsi con l’esperienza di chi narra? Storia della salvezza significa prima di tutto, storia e storie di uomini salvati. Certo, soltanto un uomo come Dante ha potuto narrare della salvezza come egli solo ha fatto, ma è pur vero che essa ha che fare con la vicenda storica di ogni singolo uomo. Dante quindi può parlare e parla del cammino al compimento eterno della Storia perché parte innanzitutto da fatti e incontri che hanno portato lui su quella strada; e viceversa può guardare in questo modo alla sua vita perché la Salvezza è entrata nel mondo. A partire quindi da quella che potrebbe essere definita un’ottica autobiografica sì, ma prettamente cristiana, prima di concentrare l’attenzione sulla prima delle tre cantiche, quella infernale, è necessaria una premessa. Al pari di ogni opera letteraria, la “Commedia”, a maggior ragione, è stata oggetto di diverse valutazioni (e talvolta riduzioni) nel corso dei secoli; pressoché ogni epoca ha dato la sua interpretazione di essa per di più perdendo di vista il contesto cristiano e medievale di cui Dante rimane l’insuperato cantore. Non sorprende quindi trovare Victor Hugo e altri esponenti della cultura francese dell’Ottocento interpretare l’ “Inferno” dantesco come un paesaggio gotico e romantico, stravolgendone il significato. Al giorno d’oggi, tempo di cultura mediatica, questa e altre interpretazioni stratificatesi lungo le varie stagioni della critica hanno generato un’interpretazione pressoché sentimentale e fuorviante in particolare della prima cantica. Ne segue un’alienazione di questa parte dell’opera, da cui deriva un’incomprensione delle due rimanenti, viste oggi come astratte e distanti. Guardando all’opera per quello che essa dice, è comunque possibile tornare al testo nella sua verità. Se essa è veramente la storia della salvezza, tutto viene restituito al lettore nella sua organicità: Inferno, ma anche (e soprattutto) Purgatorio e Paradiso.

E’ proprio sugli episodi maggiormente noti al grande pubblico che lo scontro fra le interpretazioni dei critici si fa più acceso, come è ovvio che sia: gli incontri con i grandi personaggi dell’Inferno sono quindi, per loro natura e successo, esposti più sovente alle riduttive interpretazioni di cui sopra. E’ quindi essenziale e non marginale tenere vivo questo richiamo nell’accostare le pagine dell’opera, specie nell’ottica di questo saggio breve, ovvero quella di un’autobiografia cristiana.

Iniziando da Inferno V. In Paolo e Francesca, i due amanti dannati per l’eternità, Dante fissa per sempre il mondo letterario cortese della propria epoca nelle sue drammatiche conseguenze per il destino eterno dell’uomo. La direttrice critica De Sanctis – Sapegno ha contribuito a formulare al riguardo di questo celebre episodio una contrapposizione fra il Dante cristiano, inesorabile accusatore, e il Dante più umano, generoso nel perdono. Ma non si potrebbe comprendere a pieno il giudizio di Dante su i due amanti se non andando a vedere il discorso teologico sull’amore dei canti XVII e XVIII del Purgatorio: in essi Dante chiama i suoi maestri di gioventù (rimando all’ambiente stilnovista e cortese), “ciechi che si fanno duci” (vs 18 Purg. XVIII), e al celebre verso di Inferno V “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (vs 103) viene contrapposta la terzina “Onde, poniam che di necessitate/ surga ogne amor che dentro voi s’accende,/ di ritenerlo è in voi la podestate” (vs 70 – 72 Purg. XVIII). Dante quindi prova pietà tanto da svenire perché in Paolo e Francesca vede drammaticamente figurato il terribile destino che il clima culturale dell’epoca preparava a tutti coloro, fra i quali lui, per un certo periodo, che in nome della scusante di Amore si sentivano liberi di seguire ogni istinto e passione. Ma nel canto XVIII della seconda cantica, Virgilio espone a Dante la teoria tomistica del libero arbitrio, ovvero che l’uomo dotato di ragione e libertà è in grado di riconoscere il vero bene e quindi di resistere all’istinto sul momento più appagante. Questo dice il cristianesimo: l’uomo è dotato di ragione e libertà.

E’ comunque solo l’astrazione teorica di certa critica che impedisce di vedere le evidenze più grandi di questa vicenda: i due amanti si trovano nel buio e nella bufera sferzante di quella parte d’Inferno, per l’eternità; Paolo piange amaramente al sentir narrare nuovamente l’istante che li dannò per sempre; e infine “quei due che’nsieme vanno” (vs 74) hanno soddisfatto il loro desiderio di possesso reciproco svuotandolo di ogni pienezza e compimento, trovando nell’abbraccio tanto desiderato la loro tomba di dolore eterno. Ecco quindi il punto che qui interessa: Dante non piange perché non comprende il motivo della loro dannazione, ma perché in essi vede raffigurato l’esito scampato di gran parte della sua gioventù: è questo il primo passo, il primo atteggiamento che Dante giudica e allontana da sé per arrivare alla salvezza.

In Inferno X, Dante e Virgilio si trovano nel primo girone della Città di Dite, si ha un altro dei più celebri episodi dell’opera, uno di quegli incontri indimenticabili per il lettore della “Commedia”: quello con Farinata degli Uberti e Guido Cavalcanti (vero protagonista dietro la figura del padre Cavalcante). Ecco che sulla scena si affaccia prepotentemente la Firenze dell’epoca, nei suoi tormenti politici e culturali che videro lo stesso Dante a lungo implicato. Essendo nel girone degli eretici, ed essendo i due personaggi incontrati quasi simboli (specie Farinata) della Firenze politica dell’epoca, Dante rileva come fosse presente in quegli ambienti un forte epicureismo dal quale egli stesso, così fa intendere, fu fortemente tentato. Il canto, così riuscito in tutte le sue componenti (Chiavacci Leonardi lo compara ad uno spartito musicale), raggiunge l’acme nella terzina dei versi 61-63, dove viene espresso uno dei cardini dell’opera intera e dell’esperienza del poeta. Cavalcante compare miseramente sulla scena, sorgendo dalla tomba, a interrompere il discorso fra Farinata e Dante; al non vedere il figlio anch’egli poeta affianco a lui chiede disperato: “se per questo cieco / carcere vai per altezza d’ingegno” (vs 58-59) come mai Guido non si trovi con lui. Dante risponde: “Da me stesso non vegno: / colui ch’attende là, per qui mi mena / forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”. Ecco il punto: ciò che differenzia Dante dai personaggi finora incontrati (ma sarà così per tutta la cantica) è ciò che rende la grandezza e magnanimità di questi inutile per la loro salvezza, cioè il fatto che soltanto egli, Dante, riconosce di non poterla raggiungere con le sue forze ma con l’aiuto e la guida concreta della Grazia divina. Farinata rimane, come in vita, un grande uomo politico, carismatico; a Guido, amico di gioventù dello stesso Dante, viene riconosciuto un grande ingegno; eppure entrambi ebbero a disdegno di arrivare alla felicità seguendo qualcuno di più grande. Per Dante non è più così, e tutta la Commedia è una sequela continua di qualcuno più grande; per cui era doveroso e necessario, seppur doloroso in un certo senso, staccare per sempre da sé, giudicandola, l’esperienza che rischiava di far di Dante stesso uno che ritiene l’anima col corpo morta.

E’ fondamentale avere chiaro il binomio desiderio – sequela, perché è il denominatore comune degli incontri di tutte e tre le cantiche. Ogni personaggio incontrato da Dante ha dentro a sé l’urgenza della felicità e della realizzazione di sé, e ognuno di loro ha cercato di perseguirla secondo scelte e passioni personali: Farinata nei giochi politici fra le parti; Cavalcanti nella superbia del suo alto ingegno; Paolo e Francesca nel sospirato amore e così via. Tutte queste sono infatti passioni umane che non furono estranee alla stessa vita del poeta. Allora perché portarono alla dannazione? Sono forse un male in sé? Questi interrogativi verranno ripresi alla fine del percorso.

Forse mai come attorno alla figura di Ulisse l’interesse di tutte le letterature si è focalizzato in maniera così radicale. Così l’autore della Commedia, avendo egli un forte motivo personale per farlo, come si vedrà. Come per l’episodio di Paolo e Francesca, anche qui, in Inferno XXVI, la critica ha operato una divisione, sia pure più marcata: da una parte gli “innocentisti” (Ulisse non ha colpe, ha soltanto seguito il suo desiderio di conoscenza) e dall’altra i “colpevolisti” (egli merita di morire in quel modo poiché ha sfidato Dio nel cercare di conoscere ciò che all’uomo non è dato di conoscere). In fondo, che colpe può avere l’eroe omerico? Egli è l’uomo che vede in sé il desiderio infinito di conoscere la realtà; allora Dante, anzi Dio stesso, condanna e reprime ciò che di più grande abita il cuore dell’uomo? Scoraggia vedere come molta critica abbia riposto di sì, vedendo nell’Ulisse dantesco la condanna dell’uomo medievale ad ogni forma di grandezza d’animo, essendo l’uomo limitato ad obbedire alla legge divina. Eppure Dante non si pone il problema come un osservatore esterno: egli sa e lascia intendere al lettore attraverso numerosi riferimenti lungo tutta l’opera che Ulisse è lui stesso. Lo fa capire la duplice invocazione a Virgilio dei versi 65 – 67, o ancora prima i versi 19 – 22: “Allor mi dolsi e ora mi ridoglio/ quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi/ e più lo’ngegno affreno ch’i non soglio,/ perché non corra che virtù nol guidi”. Frequenti i riferimenti pure lungo le altre cantiche, a partire dalla navicella di Purgatorio I. C’è stato un periodo nella vita del poeta in cui egli ha creduto di poter spiegare tutto con il suo ingegno, di poter penetrare il mistero della realtà a partire da un’indagine il cui unico strumento fosse solamente la propria capacità. L’orazion picciola che Ulisse rivolge ai suoi in cui è contenuta tutta la grandezza dell’uomo è ciò che Dante più condivide e approva: il desiderio di conoscenza è il motore stesso del suo agire. Ma quello stesso desiderio si tramuta in Ulisse in superbia, diventando quindi la causa della sua morte.
Chi può saziare allora il desiderio infinito dell’uomo?

“La sete natural che mai non sazia/ se non con l’acqua onde la femminetta/ samaritana domandò la grazia” è l’inizio del XXI del Purgatorio.

Ecco quindi la riflessione conclusiva: tutti i riferimenti autobiografici contenuti nella prima cantica sono il giudizio che Dante da a tutte quelle esperienza che nella sua vita hanno promesso tutto ma non hanno mantenuto che ben poco.
E’ necessaria una precisazione. Sembra quasi, nel sentire comune del giorno d’oggi, che Dante, mostrando come dannati uomini che pure hanno desiderato amare, conoscere, vivere degnamente, quasi sia costretto ad un di meno, ad una felicità comunque sia monca, non piena. Ma ecco allora la domanda: chi ha posseduto e amato di più la persona desiderata, Francesca o Dante? Chi è andato a fondo della natura della realtà, arrivando a poter dire di conoscerla veramente, Ulisse o Dante? Dante arriva dove Ulisse ha desiderato; egli raggiunge ciò che Ulisse, ed ogni uomo, ha da sempre bramato. Chi ha conosciuto il Mistero che unico ha potuto saziare la sete del compimento? Tutti i personaggi dell’Inferno, in un certo senso, hanno ottenuto ciò che volevano, ma soltanto Dante ha potuto veramente dire che la sua sete è stata saziata. E il giudicare staccando da sé tutte le tanto allettanti quanto vuote promesse di pienezza incontrate lungo la proprio vita è il suo modo per indicarci la vera e unica strada verso una felicità piena e umana.

Tischreden


E' comunque chiaro che il miglior antidoto a qualsiasi Facebook è una bella e sana telefonata fra amici. O una bella e sana chiacchierata a tavola. O una bella lettera. Tutte le chat del mondo sono poca cosa in confronto, e questo è come la penso io, se qualcuno ha intenzione di chiedermi "Sei su Facebook?". Non che quest'ultimo annulli le cose di cui sopra, almeno in alcuni (pochissimi) utenti é ancora così, ma certo le sminuisce di valore. E se proprio vi interessa una piccola chat la uso anche io.
Ma ogni telefonata (per non parlare di mail, lettere, serate a tavola!) non fa che accrescere questa mia convinzione.

giovedì 24 settembre 2009

Marija da Caterina con la Regina del Cielo

24 settembre 2009 / In Articoli

Oggi, nel primo pomeriggio, Caterina avrebbe dovuto laurearsi in Architettura. Aveva passato tutta l’estate sulla tesi…. Ma non è il momento dello struggimento. Siamo in battaglia e come soldati bisogna stare all’istante presente, senza nostalgie.

Dobbiamo combattere con e per Caterina. Come lei sta facendo: ieri è stato evidente. Ha fatto altri “piccoli” passi che in realtà sono grandi scalate, come il fatto di respirare da sola…

Ieri era anche la festa di padre Pio: avevo chiesto al Padre un bel regalo per Caterina. Ne è arrivato uno inimmaginabile e grandioso: la visita della Regina del Cielo. Sì, sono certo che la Madonna è sempre lì con lei, ma ieri in modo speciale quegli “ojos de cielo” che Caterina canta con tanta passione (l’avete sentita), l’hanno teneramente abbracciata…

In breve: in mattinata mi telefona Marija Pavlovic (una dei sei veggenti di Medjugorje), nostra grande amica che già da giorni prega per Caterina, e mi dice che – per una serie di circostanze – può venire a Firenze e vorrebbe far visita a Cate proprio nell’ora della quotidiana apparizione.

E’ arrivata, abbiamo partecipato alla messa e poi è andata da mia figlia con mia moglie, mentre noi, con gli amici di Cate, recitavamo il rosario fuori. La Madonna è venuta, stava in cima al letto, dietro la testa di Caterina. L’ha benedetta e ha benedetto Alessandra e Marija che ha chiesto il miracolo della guarigione per Caterina.

La Madonna ha ascoltato e ha iniziato a pregare. Ci ha fatto capire col suo gesto che bisogna affidarsi totalmente a Lei e pregare ancora. E noi instancabilmente continuiamo…

Ce l’hanno insegnato i santi. San Francesco di Paola ha detto: “E’ cosa certa quel che vi dico: tutto ciò che chiedete nella preghiera abbiate certezza che è già vostro perché così dovrà avvenire per volere della Madonna”.

E alla mistica Maria Valtorta – che fra l’altro è sepolta proprio alla S.S. Annunziata, a Firenze – è stato detto: “Io vi dico: abbiate una fede sconfinata nel Signore. Continuate ad averla nonostante ogni insinuazione e ogni evento, e vedrete grandi cose quando il vostro cuore non avrà più motivo di sperare di vederle…”.

Penso che in questi giorni ci stia facendo capire molte cose preziose. Anzitutto che la vera malattia è quella di noi sani quando siamo lontani da Dio. Gesù ha bisogno che qualcuno lo aiuti a portare su di sé il male degli uomini. Per sanarli.

Noi cristiani che siamo parte del Suo Corpo, offrendoGli le nostre sofferenze e le nostre vite lo aiutiamo in questo. Io sono pieno di stupore e commozione per le tante persone che mi hanno scritto che offrono le sofferenze delle loro diverse prove e malattie… E’ stupore e commozione per l’abbraccio del popolo cristiano…

Una mail che ho ricevuto dice:

“Caterina senza fare nulla muove il mondo. Tutto quello che ci comunichi è un grande miracolo che accade davanti ai nostri occhi. Gesù è qui ora e possiamo vedere la Sua Gloria attraverso la fede del suo popolo. Caterina è i nostri figli e tu e Alessandra siete noi. Continuiamo a Pregare Maria perché Gesù guarisca la vostra e nostra Caterina. Un grande abbraccio. A. T. ”.

Penso anche io che attraverso la sofferenza muta di Caterina, che commuove tanti cuori, la Regina del Cielo stia guarendo tante persone e sono certo che, con l’aiuto delle nostre preghiere e dei nostri digiuni, stia facendo grandi cose. Guarirà anche Caterina, facendola svegliare dal coma e facendola tornare a cantare la bellezza di Dio.

Fra le migliaia (letteralmente) di mail che mi arrivano e a cui tento di rispondere come posso, ne trascrivo una, di una mamma, che dice tutte queste cose:

Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia, nelle due settimane di coma profondo della mia piccola Elena, una città intera ha pregato per lei. Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo.

Noi, in sala rianimazione, abbiamo sollecitato continuamente Elena pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole ascoltare tanto Mozart.

Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita.

Si é svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime. Il Signore ci ascolta. Anche Caterina vi sta sentendo come la mia piccolina. Anche la miocardiopatia dilatativa gravissima, di origine non virale e ancora oggi inspiegabile, si è risolta e il cuoricino di Elena batte senza bisogno di aiuto.

Coraggio, non pensate al domani, vivete giorno per giorno la vostra battaglia e il Signore vi darà forza e pace proprio come a noi.

Continuiamo a pregare per Caterina.

Alessandra.

Queste sono le bellissime testimonianze che mi state dando e che trascrivo qui perché penso possano essere di aiuto per molti. Mentre vi abbraccio tutti ringraziandovi per tutto quello che fate.

Tanti sono rimasti commossi nell’ascoltare “Ojos de cielo” cantata da Caterina con il coro Foné, degli universitari di CL. Nei prossimi giorni cercherò di mettere qui nel blog altri loro canti. Spero che sentire la sua voce e quella dei suoi amici sia un piccolo ringraziamento per le vostre preghiere e le vostre offerte di digiuni. Ma sono certo che la più grande ricompensa vi arriverà dal Cielo…

Antonio Socci

mercoledì 23 settembre 2009

Caterina. Siamo al momento cruciale

Posted: 22 Sep 2009 03:26 AM PDT

Ieri Caterina ha recuperato piena autonomia cardiaca (questi medici sono veramente bravissimi). Nei prossimi giorni si spera che possa recuperare anche l’autonomia respiratoria, ma ogni passo sembra aver bisogno delle nostre lacrime e delle nostre suppliche (e vi ringrazio dal profondo del cuore di quello che tutti voi state facendo!!!).

Quando è tornata dalla sala operatoria, ieri sera, aveva le mani e i piedi un po’ gonfi e così una guancia e un occhio. Ma non molto. Poverina, è veramente crocifissa, tante sono le ferite e le sofferenze atroci di questi giorni.

Ma resta sempre bella come il sole. Incredibilmente bella. Quella sua bella fronte, quelle belle labbra vermiglie come rose, quella sua lunga chioma scura riccioluta…

Cosa provano una madre o un padre di fronte a una figlia distesa su un letto, immobile, nell’impotenza di svegliarla non si può dire. L’angoscia e la paura di quello che potrebbe essere non hanno limiti e bisogna subito rifugiarsi nel presente e nell’implorazione alla nostra buona Madre, che può tutto e che ci ama.

Guardare la nostra bimba così è come trovarsi davanti al tabernacolo, nell’adorazione eucaristica, ma anziché nel pane e nel vino è in un volto, il volto della figlia che ami, che il Signore ti sta di fronte…

Da oggi cominciamo a farle sentire la musica, quella musica che lei tanto ama. Tutto può accadere: che si risvegli e torni fra noi, sana e bella come prima, o che….. non oso dirlo.

Non so veramente perché tutto questo stia accadendo. Vedo attorno a me cose immense che Dio sta compiendo: persone che intenerite dalla vicenda di Caterina addirittura ritornano a Dio, che ricominciano a pregare e perfino a digiunare, altre che offrono le loro sofferenze…

Signore se la sofferenza di Caterina e la nostra che ti offriamo, abbracciate dalla Tua, ti serve a guarire tante vite, ti lodiamo, commossi e stupiti. E ti imploriamo, ti supplichiamo: consenti ora alla Tua e nostra Madre di guarire Caterina.

Non potete immaginare quanto ci ha commosso scoprire un altro piccolo dettaglio della vita di Caterina, qua a Firenze, con gli amici con cui vive questa bellissima esperienza cristiana.

Vi ho già detto che per lei il coro degli universitari di Comunione e liberazione (il Coro Foné) è una cosa importantissima perché cantare è qualcosa di vitale per lei, è il modo con cui esprime ciò che sente nella profondità della sua anima.

Ebbene, nel concerto di Natale alla S.S. Annunziata, Caterina eseguì come voce solista un canto spagnolo dedicato alla Regina del Cielo intitolato “Ojos de cielo”.

Una sua amica ci ha dato la traduzione di quella parole e ancora una volta i nostri occhi si sono riempiti di lacrime. C’è come il presagio di quello che sarebbe accaduto e il grido di Caterina che sia Lei, la nostra amata Maria, a risvegliarla e riportarla alla vita. Ecco quelle parole tradotte:

Occhi di cielo

Se guardo il fondo dei tuoi occhi teneri

mi si cancella il mondo con tutto il suo inferno.

Mi si cancella il mondo e scopro il cielo

quando mi tuffo nei tuoi occhi teneri.

Occhi di cielo, occhi di cielo,

non abbandonarmi in pieno volo.

Occhi di cielo, occhi di cielo,

tutta la mia vita per questo sogno…

Se io mi dimenticassi di ciò che è vero

se io mi allontanassi da ciò che è sincero

i tuoi occhi di cielo me lo ricorderebbero,

se io mi allontanassi dal vero.

Occhi di cielo..

Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse

e una notte buia vincesse sulla mia vita,

i tuoi occhi di cielo mi illuminerebbero,

i tuoi occhi sinceri, che sono per me cammino e guida.

Occhi di cielo…

Come si fa a non piangere?!!! … E ora, se volete, potete sentire come canta la mia Caterina: è sua la voce solista. Oh Madre mia, permettile di tornare a cantare per Te !!!

Ascolta il brano “Ojos de cielo”

martedì 22 settembre 2009

Nauseati dalla bruttezza, ma desiderosi di gioia



(...)

I piccoli, umili e tenaci Hobbit sono forse i più grandi personaggi letterari del ‘900, la vera risposta al cupo secolo che ci siamo lasciati alle spalle, perché i più capaci a risollevare l’antica virtù della speranza. Lo esprime bene Michael Tolkien, figlio dello scrittore, quando ha risposo alla domanda sul successo del padre: «Almeno per me non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui».


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lunedì 21 settembre 2009

21 settembre

Oggi è il mio compleanno, e mi piace sempre ricordare questo salmo.




(Costa bretone, estate 2009)



Dal Salmo 138

Signore, tu mi scruti e mi conosci,

tu sai quando seggo e quando mi alzo.

Penetri da lontano i miei pensieri,

mi scruti quando cammino e quando riposo.

Ti sono note tutte le mie vie;

la mia parola non è ancora sulla lingua

e tu, Signore, già la conosci tutta.

Alle spalle e di fronte mi circondi

e poni su di me la tua mano.

Stupenda per me la tua saggezza,

troppo alta, e io non la comprendo.


(...)


Sei tu che hai creato le mie viscere

e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;

sono stupende le tue opere,

tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa

quando venivo formato nel segreto,

intessuto nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi

e tutto era scritto nel tuo libro;

i miei giorni erano fissati,

quando ancora non ne esisteva uno.

Quanto profondi per me i tuoi pensieri,

quanto grande il loro numero, o Dio;

se li conto sono più della sabbia,

se li credo finiti, con te sono ancora.

Maria spiega come guarire Caterina e noi

Posted: 20 Sep 2009 12:05 AM PDT

Cari amici,

anzitutto ancora un immenso grazie per le vostre preghiere e la vostra vicinanza. Vi abbraccio uno ad uno. Ieri abbiamo appreso che anche l’ipotesi di miocardite di origine virale, come causa dell’arresto cardiaco del 12 settembre, è venuta meno dalle analisi. Quindi non c’è praticamente alcuna causa (si parla di aritmia fatale) ed è come se davvero il Nemico avesse potuto stritolarle il cuore. Per questo c’è bisogno dell’aiuto del Cielo.

Io penso sia già un miracolo della nostra buona Madre, per le nostre preghiere, che dopo un po’ il cuore abbia ripreso a battere. Ma adesso, per vincere la notte del coma, permetterle di risvegliarsi e tornare sana fra noi, c’è bisogno di aiutare la Santa Vergine a completare il suo miracolo.

E’ stata la Madonna stessa, a Medjugorje, a spiegarci come fare:

“Voi avete dimenticato che con la preghiera e il digiuno si possono allontanare anche le guerre e sospendere le leggi naturali. Il digiuno migliore è quello a pane e acqua” (21 luglio 1982).

Ci ha insegnato come ricevere tutte le grazie con queste parole:
“Pregate! Pregate! Quando vi dico questa parola voi non la comprendete. Tutte le grazie sono a vostra disposizione, ma potete riceverle solo attraverso la preghiera” (12 agosto 1982).
E come ottenere la guarigione dei malati:
“Per la guarigione dei malati è necessario una fede salda, una preghiera perseverante, accompagnata dall’offerta di digiuno e sacrifici. Non posso aiutare coloro che non pregano e non fanno sacrifici” (18 agosto 1982).

Io abbraccio con decisione ed entusiasmo questa strada, implorando la Madonna di permettere a Caterina di tornare a cantare le sue lodi, con la sua bellissima voce e di permettere a me di raccontare in tutto il mondo le Sue meraviglie.

Se potete aiutatemi, convertiamoci! Così, chiedendo la guarigione di Caterina otterremo anche la nostra.

Grazie. Vi voglio bene.

Antonio

sabato 19 settembre 2009

Caterina (3) : c’è un mistero…

Posted: 18 Sep 2009 02:00 PM PDT

Cari amici, fratelli miei,

i prossimi giorni per Caterina saranno quelli cruciali: la verifica neurologica ci darà qualche risposta che potrebbe essere terribile sull’esito del coma. Per questo vi prego in ginocchio di intensificare il vostro aiuto di preghiera…

Intanto voglio confidarvi una cosa. Stamani sono andato alla S.S. Annunziata. Forse qualcuno di voi sa perché… Nel settembre 2004, quando ho accompagnato a Firenze Caterina diciannovenne a fare l’esame di ammissione ad Architettura, accadde…. Beh, trascrivo qui sotto l’articolo che scrissi sul “Foglio” su quel giorno per me struggente …

.. ieri è accaduto un evento insignificante per voi, ma non per me. Mia figlia primogenita fu una bambina riccioluta, oggi diciannovenne è una scura bellezza da profetessa biblica, una voce superba quando – al pianoforte – canta “Bring me to life” degli Evanescence o, a due voci con sua sorella, “Nothing else matters” dei Metallica. Ieri mattina l’ho accompagnata a Firenze dove inizia l’università e dove quindi vivrà.

E mentre correvamo sul crinale delle colline di San Donato, la dolce valle di San Gimignano ai nostri piedi, pensavo: “ma quando e come e perché sei cresciuta così? Eri piccola ieri e stamani ti sei alzata e sei una principessa.

E’ un imbroglio! Non mi hai dato il tempo neanche di trattenerti, di fermare il tempo come un Faust innamorato e incatenarti alla tua adolescenza. Neanche mi sono accorto che diventavi grande, bestia che sono”.

Ecco, ho pensato: l’ho già persa. Sì, tornerà a casa (anche spesso, spero), ma ha la sua vita, soprattutto ha il suo destino e non sono io, non è casa mia. Dice mia moglie: “che pizza che sei! Mica è morto nessuno. E poi Firenze è dietro l’angolo”.

Non è vero, non è questione di chilometri: la vita se ne va. Ogni giorno tutto se ne va. Anche se non ce lo diciamo: “Ma chi ci ha rigirati così/ che qualsia quel che facciamo/ è sempre come fossimo nell’atto di partire? Come/ colui che sull’ultimo colle che gli prospetta per una volta ancora/ tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia,/ così viviamo per dir sempre addio” (Rilke).

C’est la vie. E, nella malinconia, lo struggimento dei quarantenni, quello che Péguy definiva “il loro segreto”: desiderare la felicità dei figli e sperare che l’impossibile per loro avvenga. Così arrivo a Firenze: i viali, via Capponi, di colpo una quantità di ricordi che si affastellano fra quelle strade. Le avventure e le facce dei tanti amici dei miei 20 anni che tutte assieme stanno sotto il nome “Comunione e liberazione”.

Ad aspettare Caterina ci sono altre facce giovani che accolgono le matricole organizzando per loro dei preziosi precorsi per i test di ammissione. Altre facce, ma la stessa storia, lo stesso timbro umano, la stessa cordialità, lo stesso nome e la stessa avventura. Quando chiedo a mia figlia se è persuasa, lei mi risponde con una disarmante felicità.

Io che sto fuori dall’ “organizzazione” e tiro sassi alle finestre credo che siano la meglio gioventù.

Giro l’angolo e mi trovo in piazza della Santissima Annunziata. Vado ad “affidare” mia figlia e il suo destino alla Regina del cielo: che la tenga lei sotto il suo mantello. Mi accorgo solo allora che quei ragazzi sono la sua risposta, sono come il concretissimo lembo del mantello di Maria, il suo abbraccio materno che raggiunge mia figlia. La sua tenerezza.

Poi mi colpisce una coincidenza. Esco dalla SS Annunziata e mi trovo davanti l’immensa cupola del Brunelleschi che – secondo Irving Lavin – rappresenta il grembo di Maria gravido di Dio: “nel ventre tuo si raccese l’Amore…”. Poi mi volto ancora e trovo San Marco, il convento domenicano dove è vissuto La Pira che faceva uno strano sillogismo: “Firenze è il centro del mondo, San Marco è il cuore di Firenze e il cuore di san Marco è l’Annunciazione del Beato Angelico. Dunque l’Annunciazione è il cuore del mondo”.

Insomma dovunque la gloriosa bellezza di Firenze mi parla di Colui che sta per arrivare e di Colei che lo porta in grembo. Non di un passato …gli amici di mia figlia sono sedotti da Qualcuno che è già tra loro come “il più bello tra i figli dell’uomo”. Vuoi vedere la faccia di un cristiano?

Sta in un altro verso di Rilke: “Così sempre distratto d’attesa,/ come se tutto t’annunciasse un’amata”.

Mentre ci penso, lunedì mattina, mi arriva un sms di padre Tiboni, missionario (ciellino) in Uganda, che dice: “oggi è san Giovanni Battista. Come lui il nostro unico lavoro è testimoniare la presenza di Cristo”. Coincidenza. San Giovanni è il protettore di Firenze: riconobbe Colui che stava arrivando fin dal seno di sua madre. Gli bastò sentire la voce di Maria che lo portava in sé. Era Lui “il mondo nuovo che sta iniziando” (Agostino). E Giovanni se ne accorse.

Vi sembra una piccola cosa quella che ho visto ieri, in poche facce di giovani fiorentini? Beh, tutto cominciò a Nazaret, un borgo sperduto, in un povero tugurio abitato da una sconosciuta fanciulla…

Questo scrivevo in quel settembre 2004… Ora capite perché stamani sono andato alla S.S. Annunziata e in lacrime le ho chiesto di ridarmi la nostra principessa guarita… L’avevo affidata alle Sue mani di Madre, al Suo mantello…

So che Lei non abbandona mai i suoi figli, ma so che in questo momento, per qualche misterioso motivo, devo implorare con tutte le mie forze e con tutti i miei amici il Suo soccorso…

Un ultimo dettaglio. La Chiesa della S.S. Annunziata è quella dove ogni anno Caterina, con il coro degli universitari di Comunione e Liberazione, faceva il concerto di canti per le tende di Natale dell’Avsi. Sono venuta a sentirla anche lo scorso Natale. Lei andava pazza per il canto e per il coro e ci teneva tantissimo che andassi a sentirla. Ha una voce bellissima.

Anno scorso ha cantato da solista, durante la Via Crucis di Cl la laude “Voi ch’amate lo Criatore”, che è il pianto di Maria sul Figlio morto… Ha cmmosso tutti per la sua intensità. Io ho implorato la Vergine Santa di far risuonare ancora a lungo il canto di Caterina che dà voce al suo pianto di Madre…

Infine ricordavo in particolare un canto che Cate interpretava da solista all’ultimo concerto. E’ un canto bellissimo, spagnolo, che cantato da lei incantava tutti… Io non conoscevo la sua traduzione. Oggi, con mia moglie, per caso l’abbiamo letta e siamo scoppiati in lacrime. Eccola:

“Riu riu chiu, canta l’allodola: Dio protesse dal lupo la nostra agnellina; il lupo rabbioso la volle sbranare, ma Dio onnipotente la seppe difendere….”

Ho come la sensazione che quel lupo rabbioso (che è il Nemico di Dio) avesse un conto aperto con me e mi abbia voluto annientare colpendo Caterina, il mio stesso cuore. Signore Gesù, tu che sei buono e puoi tutto, ti imploro, difendila tu la mia fanciulla, manda Tua Madre a guarirla, pronuncia ancora una volta per la mia Caterina, il tuo “Talita Kum”, “agnellino, alzati!”…

Antonio Socci

venerdì 18 settembre 2009

Qualche notizia su Caterina

Posted: 17 Sep 2009 12:43 AM PDT

Amici carissimi,

mi arrivano centinaia di mail ogni giorno a cui, come potrete capire, faccio fatica a rispondere, travolti come siamo dalla vicenda della nostra dolce Principessa. Posso aprire la posta solo raramente e a notte fonda.

Quindi mi scuso con tutti coloro a cui non potrò rispondere e soprattutto ringrazio dal profondo del cuore per le tantissime preghiere che un popolo intero, in Italia e nel mondo , nei posti più lontani, in queste ore sta alzando al Cielo. E’ un popolo bellissimo e davvero commovente.

Ne abbiamo immenso bisogno perché in queste ore Caterina è stabile, sul piano fisico generale, ma in una situazione drammatica e delicatissima dal punto di vista neurologico.

Dobbiamo pregare ardentemente perché riesca a svegliarsi e possa tornare fra noi senza avere gravi danni cerebrali. Vi imploro ancora di pregare con noi per questo, convinto che si debba fare come si ha insegnato la Madonna a Cana, lei che per prima “vinse” la volontà di suo Figlio, “forzandolo” a soccorrere quella povera gente.

A Rue du Bac, rispondendo a santa Caterina Labouré su alcuni anelli alle sue mani che non emettevano raggi spiegò: sono le tante grazie che mio Figlio è pronto a concedervi, ma che voi non chiedete. In un’altra apparizione ha ripetuto: “il Cuore di mio Figlio si lascia commuovere”.

Vi assicuro che lo spettacolo di fede e amore che mi stanno dando in queste ore gli amici di Caterina, sempre in preghiera lì da lei, e tantissimi di voi, contutte le vostre testimonianze, con l’amore che avete per mia figlia anche senza averla mai incotrata, commuove perfino me che sono cattivo, dunque è sicuro che commuoverà Gesù che è la Bontà.

Del resto lui stesso ci ha insegnato a chiedere insistentemente, senza stancarci mai, senza mai perdere la fiducia perché – dice in un passo del Vangelo, parlando della “donna importuna” – se non altro per la sua insistenza verrà accontentata. E dice anche che “Il regno dei Cieli appartiene ai violenti” che ne saccheggiano i tesori: ecco noi vogliamo farGli questa dolce violenza con le nostre lacrime e le nostre preghiere, accompagnati da tutti i santi che abbiamo avuto anche la grazia di avere come amici sulla terra.

Poi, un giorno, quando potrò, racconterò quante persone che si dicono atee o agnostiche, per tenerezza verso Caterina, in queste ore, hanno ricominciato a pregare. Ma siamo anzitutto noi, io, Alessandra, i nostri amici che in queste ore ci stiamo convertendo. Ed è una conversione veramente definitiva E per questo ancor più insistentemente chiediamo al Signore la consolazione della guarigione di Caterina.

Amici cari, vi imploro di continuare con noi in queste implorazione continua che ci sta già cambiando e ci fa capire – perché è il Signore che ci illumina così – quanto dipendiamo totalmente dalla Sua Grazia. Totalmente.

Vi abbraccio uno ad uno

Antonio Socci

martedì 15 settembre 2009

Il bambino smarrito fra i giocattoli ha bisogno dei santi

I giovani nell’era di Nietzsche

Autore: Lusso, Matteo Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.i




Inizia un nuovo anno scolastico: offriamo queste riflessioni di un nostro amico insegnante, per la riflessione di tutti “Ahimè! Sta per giungere il tempo in cui l’uomo non scoccherà più la freccia del suo desiderio oltre l’essere umano e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare” (Nietzsche, Così parlò Zarathustra).

“Nei prossimi anni il mondo sarà sottosopra: dopo che il vecchio Dio è stato congedato, sarò io a reggere il mondo” (Nietzsche, lettera a Carl Fuchs, 18 dicembre 1888).

Verrebbe innanzitutto da dire che quel tempo è giunto, che la profezia di Nietzsche/Zarathustra si è perfettamente avverata. Il mondo di oggi – anche quello dei giovani – è così: l’uomo ha disimparato a tendere l’arco del proprio desiderio, l’obiettivo della freccia è sempre a corto raggio e come il bambino si esalta quando riesce a superare una prova che gli viene facilitata, così l’uomo di oggi si accontenta ed è appagato di ciò che riempie facilmente la sua vita, dentro il perimetro ristretto del proprio desiderio. Siamo in fondo contenti così, va bene così, proprio perché non sappiamo reagire, non sapremmo far vibrare l’arco e scoccare la freccia verso orizzonti più lontani, perché abbiamo disimparato a desiderare. Avere il vestito firmato, trascorrere una settimana al mare con il proprio “tipo/a”, un bel cellulare, andare bene a scuola e poter tornare all’ora in cui si vuole la notte: ecco la portata – ben identificabile – degli obiettivi della propria freccia. D’altra parte è così che ci vuole il mondo: rassegnati, impegnati, indaffarati, distratti: così siamo fedeli consumatori e perfetti cittadini. L’importante è non disturbare, non lasciarsi prendere dall’irrequietudine, non creare problemi, tanto non serve… il mondo è un meccanismo troppo perfetto per essere inceppato. Un gioco, in cui i giocatori sanno già chi vince: ribellarsi un po’ va bene, fa parte del gioco, è concesso all’adolescente questo margine di creatività ma anche lui stesso sa che presto o tardi il gioco finirà e per questo non si prenderà sul serio più di tanto. Chi non sa accettare il limite rischia grosso, chi non rientra in tempo, chi va oltre il prevedibile o il concesso… Succede, soprattutto ai più sensibili o vivaci! Allora saranno guai davvero ed arriveranno schiere di esperti del disagio giovanile, della devianza, del recupero. Sono rischi previsti dalla società per chi non ha capito che si trattava di un gioco e che il ritorno alla realtà era inevitabile.

Forse per Nietzsche più che una profezia si trattava di un auspicio: che l’uomo impari a non desiderare altro che l’essere umano, che l’arco del desiderio disimpari a vibrare significa accettare finalmente e sino in fondo la propria mortalità, imparare a cercare il senso della terra nel vivere stesso, scoprire il senso del proprio cammino umano giorno dopo giorno mentre si compie il cammino stesso. Non più ipotesi di senso assolute ed universali ma unicamente costruite, cercate, verificate nella propria ed irripetibile biografia. Ma il grande pensatore tedesco, se fosse presente oggi, credo dovrebbe lealmente constatare che, in luogo del superuomo, l’io nato dalla morte di Dio è un bambino smarrito in una foresta di giocattoli.

Ai giovani che incontro amo dire: dovete imparare a difendervi, dovete imparare a difendervi dai cattivi maestri delle passate generazioni, mettendo in gioco il vostro giudizio e il vostro cuore. Dovete farlo perché la vita è vostra ed è terribilmente bella e voi avete diritto a goderne pienamente.

La cultura nichilista di oggi, che esalta la libertà individuale e rifiuta la sacralità della vita, è stata paragonata dal Papa alla follia hitleriana. «I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte», ha detto infatti Benedetto XVI all’Angelus, denunciando che «purtroppo questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti».

«Bisogna riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta a un punto cruciale, come grandi letterati e pensatori hanno percepito, e come gli avvenimenti hanno ampiamente dimostrato». «Da una parte - ha rilevato il Pontefice - ci sono filosofie e ideologie, ma sempre più anche modi di pensare e di agire, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra - ha continuato - abbiamo i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, al tempo stesso, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina». (Angelus, 9 agosto 2009)

C’è qualcuno che sappia parlarvi delle stelle? Che sappia farvi sognare le stelle?



Ma che cos'é in fondo questa santità? Ecco una testimonianza.

lunedì 14 settembre 2009

"Ebbi la conferma che con Gesù si vive meglio"

Da Tracce.it


I FATTI

PEZZI «Cattolici e ortodossi, mai così vicini all'unità»

di Aldo Cazzullo
14/09/2009 - C’è un arcivescovo, a Mosca, che non dà interviste, non va in tv, non partecipa a polemiche. Ma svolge in silenzio una missione importante. Ripubblichiamo l'articolo che gli ha dedicato il Corriere della Sera
Mons. Pezzi davanti alla cattedrale cattolica di Mosca.

Mons. Pezzi davanti alla cattedrale cattolica di Mosca.

La riunificazione tra cattolici e ortodossi, la fine dello storico scisma, la comunione spirituale della cristianità «potrebbe accadere presto, anche nel giro di qualche mese. In fondo siamo stati uniti per mille anni. Poi per altri mille siamo stati divisi. Ora il cammino di riavvicinamento è al culmine: il terzo millennio della Chiesa potrebbe cominciare all’insegna dell’unità. Ormai non ci sono più ostacoli formali; tutto dipende dal reale desiderio di comunione. Da parte nostra, della Chiesa cattolica, il desiderio è vivissimo».
C’è un arcivescovo, a Mosca, che non dà interviste, non va in tv, non partecipa a polemiche. Svolge in silenzio una missione importante.
«Ho una diocesi grande sette volte l’Italia, da Murmansk, a nord del circolo polare artico, all’enclave baltica di Kaliningrad» sorride.
Figlio del sindacalista dei facchini del porto di Ravenna. Cresciuto al fianco di don Giussani. Missionario in Siberia dopo il crollo del comunismo.
Uomo di Ratzinger. È Paolo Pezzi, 49 anni, «arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca» (le quattro diocesi cattoliche russe prendono il nome dalle chiese e non dalle città, per non urtare la sensibilità degli ortodossi).
La «Madre di Dio» è la cattedrale cattolica di Mosca, un’imponente chiesa neogotica di mattoni rossi. Dietro l’abside, dove c’era un’officina, oggi c’è l’arcivescovado. Vi fanno capo sacerdoti polacchi, slovacchi, tedeschi, ucraini, bielorussi, spagnoli, argentini, nordamericani, olandesi, francesi, portoghesi: un’avamposto della Chiesa di Roma. Poi ci sono otto italiani. E c’è lui, l’arcivescovo. Incaricato di vegliare su un milione e mezzo di cattolici russi, sparsi su un territorio sterminato. E di riannodare i rapporti con gli ortodossi. Che stanno conoscendo un’evoluzione inaspettata, per certi versi straordinaria.
Due mondi che si erano ignorati per secoli, racconta l’arcivescovo, sono stati avvicinati dalla storia. «Sotto il comunismo, ortodossi e cattolici hanno conosciuto gli stessi gulag, lo stesso destino ». Paolo VI incontrò il patriarca di Costantinopoli Atenagora.
Il Papa polacco aveva attenzione e passione per i rapporti con Mosca, dove però si avvertiva ancora il retaggio di antiche rivalità nazionali; tanto più che l’arcivescovo cattolico era un bielorusso di origine polacche, Tadeusz Kondrusiewicz, nominato da Benedetto XVI arcivescovo di Minsk al posto del leggendario cardinale quasi centenario Kazimierz Swiatek, una vita nei campi di Stalin. Ora a Mosca c’è un italiano; e per prima cosa monsignor Pezzi ha chiarito che la sua missione non è il proselitismo. Dall’altra parte, dopo la morte del patriarca Aleksej II, è stato eletto Kyrill. Cirillo, come il padre del cristianesimo russo. Già capo dipartimento del patriarcato di Mosca per i rapporti con l’esterno, ha incontrato più volte Ratzinger, conosce bene il Vaticano e il cattolicesimo.
Oggi, dice monsignor Pezzi, «non ci sono più ostacoli reali sul cammino verso la piena comunione», verso il ricongiungimento tra le due confessioni. Sui temi della modernità, cattolici e ortodossi la pensano allo stesso modo.
«Nulla ci divide su bioetica, famiglia, tutela della vita, limiti alla procreazione assistita». Ma anche la dottrina, spiega l’arcivescovo, è sostanzialmente la stessa. «C’è il punto dei tre dogmi proclamati dopo la separazione. Ma per due, l’Immacolata Concezione e l’Assunzione al cielo della Vergine, il problema è la formulazione, non il contenuto di fede. Resta la questione del primato del Papa. Se ne occuperà il prossimo incontro della commissione cattolici-ortodossi. E non mi pare impossibile arrivare a un’intesa».
La storia di monsignor Pezzi è nel nome del paese romagnolo dov’è nato: Russi. Il padre fondò la Cisl di Ravenna, organizzando i lavoratori del porto; melomane, a casa ha una grande collezione di dischi di musica classica. La madre è insegnante.
Lui studia da perito tecnico, ha già un lavoro alla Telecom quando incontra Cl, e don Giussani. «Avvertii tre forme di vocazione: a essere vergine, sacerdote e missionario». Entra nella Fraternità San Carlo, fondata da un altro sacerdote ciellino, Massimo Camisasca, che dopo la laurea in teologia e il dottorato alla Lateranense manda il giovane Pezzi in Russia. «Arrivai a Novosibirsk, Siberia, nel ’93. Ho incontrato i superstiti dei cattolici tedeschi deportati da Stalin negli Anni Trenta, e i loro discendenti. Uomini e donne che per decenni non avevano incontrato un prete se non qualche fuggiasco, non avevano avuto chiese, non potevano fare la comunione né sposarsi se non segretamente; eppure avevano conservato la fede. Le babushke , le nonne, mi mostravano i quaderni su cui avevano scritto le preghiere da insegnare alle figlie e alle nipoti. Lì compresi che il cristianesimo è come una pianta che cresce pure nelle zone più impervie e non può essere sradicata. Ebbi la conferma che con Gesù si vive meglio».
Benedetto XVI l’ha voluto rettore del seminario cattolico di San Pietroburgo, l’unico in tutta la Russia, e dal 2007 arcivescovo a Mosca. Ogni anno monsignor Pezzi è invitato alle celebrazioni di Natale e Pasqua: «L’ultima è durata quattro ore e mezza». Chissà che noia. «Al contrario. Il rito ortodosso è pieno di fascino, anche perché non ha nulla di statico, si è sempre in movimento. E alla fine, nella notte, si cena alla stessa mensa». Ha incontrato Putin – «non solo autoritarismo; anche autorità» – e il nuovo presidente Medvedev: «Putin sembra fare affidamento sulla forza, in particolare su Difesa e Interni, esercito e servizi segreti. Medvedev viene dagli studi di diritto e dalla pratica del business , e pare più attento all’Economia. Ma non ci sono reali divergenze tra i due». Però l’incontro che l’ha segnato di più è stato con una babushka siberiana. «Stalin le aveva ammazzato due figli. Le chiesi cosa pensasse di lui. Mi rispose: "Pensare? Cosa vuole che pensi? Stalin l’ho perdonato. Altrimenti non avrei potuto vivere". Io ero fermo all’idea, quella donna mi parlava della vita. Noi rischiamo di fermarci al pensiero, mentre le storie del cattolicesimo russo parlano al nostro cuore. E ci raccontano l’esperienza del martirio, del perdono, e ora la grande speranza della comunione di tutti i cristiani».
(dal Corriere della Sera, 14 settembre 2009)

Stiamo lottando per Caterina

Posted: 13 Sep 2009 11:20 PM PDT

Ringrazio immensamente tutti coloro che in queste ore pregano per mia figlia, Caterina, 24 anni, che si trova in coma all’ospedale di Firenze per un inspiegabile arresto cardiaco.

C’è una cosa importantissima e preziosissima che si può fare: pregare! Far celebrare messe e recitare rosari per la sua guarigione è, in questo momento, la speranza più grande. Noi e gli amici lo stiamo facendo instancabilmente, anche con la recita della preghiera per ottenere l’intercessione di don Giussani (ve la copio qua sotto).

Io e tutta le mia famiglia ve ne siamo grati.

Che Dio vi benedica.

Antonio Socci

Signore Gesù, tu che ci hai donato don Giussani come padre e ci hai insegnato, attraverso di lui, la gioia di riconoscere la nostra esistenza come offerta a te gradita, concedici per sua intercessione la grazia della guarigione di Caterina. Te lo chiediamo per la sua glorificazione e per la nostra consolazione. Amen.

domenica 13 settembre 2009

Il segreto maestro di cerimonie

"In realtà, qualche anno di differenza nelle date di nascita, qualche chilometro di distanza tra due case, la scelta di un'università piuttosto che un'altra, la destinazione a un reggimento invece che a un altro, il caso che ci ha fatto parlare di un argomento, la prima volta che ci siamo incontrati, invece di tacere - una qualsiasi di queste circostanze avrebbe potuto farci restare separati.
Ma, per un cristiano, non si può parlare, a rigor di termine, di fatalità. Un segreto maestro delle cerimonie ha lavorato per noi. Cristo, che disse ai suoi discepoli: "Non siete voi che vi siete scelti, ma sono Io che ho scelto voi", può veramente dire ad ogni gruppo di amici cristiani: "Non siete voi che vi siete scelti, ma sono Io che ho scelto voi, gli uni per gli altri". (...). Essa (l'amicizia) é lo strumento attraverso il quale Dio rivela a ciascuno le bellezze degli altri, che non sono, certamente, superiori alle bellezze di un migliaio di altre persone; con l'amicizia Dio ci apre gli occhi su di loro. Queste, come tutte le bellezze, derivano da lui, e quando si stabilisce un'autentica amicizia esse vengono da lui accresciute per questo tramite, cosicché l'amicizia diventa il suo strumento per creare, e anche per rivelare".


C.S. Lewis, "I quattro amori"






(Questo video é tratto dal film "Master and Commander", di cui consiglio vivamente la colonna sonora, specie i brani di musica classica come questo. Da ascoltare in treno in ritorno da Torino alla fine delle vacanze, o quando volete)

venerdì 11 settembre 2009

091201 1683





È sempre 11 settembre

venerdì 11 settembre 2009

Non riusciva proprio ad addormentarsi, quella notte dell’undici settembre. Tra pochi giorni sarebbe stato il settimo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice. E lui, in quella notte del 1683, lui, l’undicesimo papa che portava il nome di Innocenzo, proprio non era tranquillo. Lo preoccupavano la lentezza con cui avanzavano i suoi tentativi di riforma della curia romana e la sorda ostilità di tanti prelati che pure l’avrebbero dovuta sostenere. Lo preoccupava l’andamento delle missioni nei paesi lontani, su cui si teneva costantemente informato e che trovava tanti ostacoli. Lo preoccupava l’ansia di fare della Chiesa l’autentica madre per tutti i poveri e la sicura maestra della vera fede, mentre spesso i suoi uomini privilegiavano il fasto e i suoi intellettuali seminavano dubbi.

Ma quello che lo angustiava nel profondo dell’animo era la minaccia turca. Dal 14 luglio ingenti truppe del sultano Mehemet IV, al comando dell’implacabile Kara Mustafa, assediavano Vienna. Tutti sapevano che se gli ottomani avessero preso la capitale dell’impero asburgico l’ondata turca non si sarebbe più fermata e sarebbe potuta arrivare – Dio non voglia – a travolgere persino Roma. Il pericolo era enorme: il cristianesimo rischiava di essere cancellato dalla faccia dell’Europa.

Lui, Innocenzo XI, le aveva tentate tutte per convincere i rissosi re e signori cattolici a coalizzarsi per bloccare i turchi. Ma le gelosie, i calcoli politici, la speranza di qualche piccolo guadagno nazionale ostacolavano i suoi sforzi. E poi c’era il sovrano francese, Luigi XIV, che, pur vantando il titolo di «re cristianissimo», se la intendeva col turco e per danneggiare gli Asburgo pareva disposto a darla vinta agli infedeli. Che miopia!

È vero, c’era pure qualche speranza. Il re polacco, Jan Sobieski, si era mosso per dare man forte ai viennesi assediati. E poi quel frate cappuccino, Marco d’Aviano, era una vera potenza: aveva girato mezza Europa (solo a Parigi l’infido Luigi XIV non lo aveva fatto entrare) predicando la necessità di difendersi ai turchi, aveva convertito molte persone e la gente lo considerava un santo; ora era a Vienna e si sapeva che era un abile organizzatore, anche nelle cose militari. Sembrava che la mano del Signore fosse con lui. Ma Innocenzo non riusciva, comunque, a dormire.

Al mattino del 12 settembre finalmente le truppe cattoliche attaccarono gli assedianti. Nonostante la loro superiorità numerica, i turchi furono sonoramente sconfitti. Il pericolo che l’Europa perdesse il suo volto cristiano era scongiurato. Per ringraziare la Madonna, Innocenzo estese a tutta la Chiesa universale la festa, che fino ad allora si celebrava solo in qualche diocesi, del Nome di Maria.

Acqua passata, direte. Non proprio. Qualche verso dei Cori da «La Rocca» di Eliot, nonché il triste spettacolo che abbiamo visto nelle scorse settimane, ci aiutano a capire perché. Dopo l’esilio a Babilonia, il profeta Neemia tornò a Gerusalemme per ricostruirvi il tempio. Ma, dice Eliot, «C’erano fuori nemici per distruggerlo, / e dentro c’erano spie ed opportunisti, / quando lui e i suoi uomini posero mano a riedificare il muro. / Così edificarono come gli uomini devono edificare, / con la spada in una mano e la cazzuola nell’altra». Infatti «Siamo circondati da serpenti e cani: per cui qualcuno deve stare all’opera, e altri tenere le lance». La Chiesa è sempre minacciata dall’esterno e minata all’interno. Nessuno scandalo, ma una chiara consapevolezza: «C’è un lavoro comune / Una Chiesa per tutti / E un impiego per ciascuno / Ognuno al suo lavoro». Ai tempi dei beati Innocenzo XI e Marco d’Aviano, nel 1683. E oggi.