mercoledì 28 marzo 2012

L'enigma e la chiave a Milano

 In Via Zebedia 2, al Centro Culturale di Milano, venerdì 30 alle 18 ci sarà la presentazione del libro di Ubaldo Casotto sul nostro Chesterton. Ci vediamo là.







Presentazione del libro 
G.K. CHESTERTON. L’ENIGMA E LA CHIAVE
di Ubaldo Casotto, prefazione di Stefano Alberto, Edizioni Lindau, 2011 

Chesterton ci piace, e piacerà in futuro, perché, come dice Stefano Alberto nella prefazione di questo volume, “è un uomo vivo che ci aiuta a restare vivi”.
Chesterton non fu filosofo, ma nei suoi libri si trova la migliore filosofia, e questo volume ne ricostruisce il percorso attraverso saggi, romanzi, pamphlet polemici, articoli. Impossibile ricavarne un sistema, semmai - secondo l' uso della scolastica - glosse, note a margine, appunti di lettura. Ne emerge alla fine il quadro di un realista in lotta con il nichilismo, di un razionalista in lotta con i razionalisti, di un uomo libero in lotta con i libertari, di uno spirito religioso in lotta con le religioni, di un uomo che infine abbracciò la follia della croce per combattere la pazzia del riduzionismo moderno, tenendo fede al suo motto: "Per uno che sappia appena tenere in mano una spada è sempre un onore accettare un duello".
Rileggere Chesterton aiuta a diventare protagonisti della sfida lanciata da Benedetto XVI alla postmodernità: "Allargare i confini della ragione". 
 
intervengono
Ubaldo Casotto, giornalista, autore del volume
Paolo Cevoli, attore 

domenica 25 marzo 2012

"Cristiada" in arrivo?

Da Avvenire del 21 marzo. Speriamo l'ultima frase possa essere presto cambiata.




«Cristiada», la rivolta per difendere la fede
 
​ Le logge contro le chiese, un sedicente illuminismo riformista contro una vituperata metafisica, le leggi della plutocrazia contro le tradizioni della fede: un periodo turbolento si scatena nella prima metà del ’900 in Messico, quando la massoneria al potere si scaglia contro un cattolicesimo radicato. Fu la guerra dei cosiddetti cristeros, il cui nome deriva da Cristos Reyes, i «Cristi-Re», come gli avversari definivano con intento spregiativo gli insorti cattolici che combattevano al grido di «Viva Cristo Re!», riprendendo il tema della regalità di Cristo, all’epoca molto popolare e in sintonia con l’istituzione della festa di Cristo Re proclamata nel 1925 da Pio XI.

Una guerra civile nata con l’imposizione di leggi laiciste e oppressive volute dal nuovo presidente messicano, massone e intransigente, il generale Plutarco Elías Calles. Lotta contro la Chiesa, le sue autonomie e le cosiddette «primitive» credenze del popolo al centro del programma presidenziale, condotto con rigidità assoluta e violenze ripetute, tali da far passare alla storia il personaggio con il nomignolo, poco lusinghiero, di Nerone messicano. Aveva, in effetti, incendiato una nazione e scatenato l’esercito governativo mandandolo a caccia, con vera furia iconoclasta, di fedeli e sacerdoti, che avevano addirittura proclamato la sospensione del culto pubblico.

Su quei fatti ancora poco divulgati, e poco nobili per tutti, che finirono con una resa comune gravida di conseguenze, in cui brillarono intolleranze e fanatismi, ma anche molti dei martiri della terra messicana, Cristiada apre un sipario tragico e magniloquente. La rivolta, come il film, inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente (strascichi della storia ancora gravano sul Messico moderno), nel 1929, con l’accordo tra Governo e Santa Sede, che voleva evitare ulteriori spargimenti di sangue.

Dean Wright firma con questo soggetto impegnativo la sua prima regia – fino ad oggi una vita al servizio degli effetti speciali – e per l’occasione viene chiamato un cast di stelle cine-televisive: Peter O’Toole, Andy Garcia, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac, convinti dall’intraprendente, giovane produttore messicano Pablo Jose Barroso per una produzione da 40 milioni di dollari («la più impegnativa nella storia del cinema messicano»), che ha occupato maestranze e tecnici locali per trentasei settimane.

Un profluvio di musica, di lacrime, di pallottole, di eroismi piccoli e grandi, di frasi grondanti sentimenti, conversioni e testimonianze di fede, per «un film uscito dal cuore – confessa il produttore nel corso della proiezione di ieri all’Augustinianum di Roma – e non da un calcolo politico. Per dare un’immagine autentica del popolo messicano, del mio popolo, della sua lotta per la libertà di culto e di religione ed evitare che questo passato ritorni». Uscite previste? «Il 20 aprile in Messico, il primo giugno negli Stati Uniti (col titolo For greater glory)». E in Europa? «Non abbiamo per ora nessuna certezza che riusciremo a farlo uscire».

Luca Pellegrini

mercoledì 14 marzo 2012

Dante razzista ecc ecc...

Da IlSussidiario.net


IL CASO/ Abolire Dante islamofobo e antisemita? Prima sbarazziamoci dell'Onu

 
martedì 13 marzo 2012

 
IL CASO/ Abolire Dante islamofobo e antisemita? Prima sbarazziamoci dell'Onu  
 
 
È da ieri che i giornali danno spazio all’ultima trovata di alcuni consulenti Onu dell’associazione «Gherush92»: La divina commedia è intrisa di «razzismo», «presenta contenuti offensivi e discriminatori» nei confronti di ebrei, islamici, omosessuali. 
Si tratta di «un’opera che calunnia il popolo ebraico», da Caifa (sommo sacerdote che «consigliò i Farisei che convenia» uccidere Gesù, e che Dante presenta «crocifisso in terra» e calpestato da tutti gli ipocriti), fino a Giuda, conficcato in fondo all’inferno in una delle tre bocche di Lucifero, mentre «’l capo ha dentro e fuor le gambe mena». Maometto, poi, «seminator di scandalo e di scisma», avendo spaccato l’unità del corpo cristiano, si ritrova per contrappasso diviso nel suo stesso corpo, «rotto dal mento infin dove si trulla» (cioè si scorreggia), mentre «tra le gambe pendevan» le interiora e lo stomaco («’l tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia»).
Caro Dante, i nuovi moralisti ti insegnano che così tu offendi Caifa, Giuda e Maometto con «termini volgari e immagini raccapriccianti»: «è uno scandalo che i ragazzi, in particolare ebrei e mussulmani, siano costretti a studiare opere razziste come la Divina Commedia». Da qui la richiesta al ministro dell’Istruzione «di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali»: «la continuazione di insegnamenti di questo genere rappresenta una violazione dei diritti umani» e fomenta «le persecuzioni antiebraiche» addirittura «fino alla Shoah. Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale».
Dante ha ispirato Hitler, insomma. E in questo mondo in cui ormai siamo tutti tolleranti, va eliminato chi si permette di dire qualcosa di diverso da quanto piace alla mentalità comune. Pazienza se nessun altro più di Dante, proprio descrivendo lo stomaco di Maometto, ci lascia intravedere una possibilità della lingua poetica (ossia della ragione) così sorprendentemente realistica e lontana dai ragionamenti astratti.
Il popolo dei permalosi si offende per ogni parola non approvata dal politically correct: «cieco», «negro», «ignorante», «handicappato» sono state tutte immolate sull’altare degli dèi del bon ton. Dire poi che Giuda ha tradito Gesù, che Caifa lo ha fatto uccidere, che Maometto ha portato divisioni non sarebbero constatazioni ma insulti. Da oggi in poi, se qualcuno mi dirà che non so giocare a basket, non dovrei prenderla più come constatazione bensì come offesa alla mia sensibilità, e chiedere a qualche ministro di proteggere i diritti dei «diversamente giocanti».
C’è qualcuno che vorrebbe assimilare la poesia a una chiacchierata elegante ma vuota fra signorine col cagnolino ai bordi di un campo di golf: una poesia alla John Lennon («no heaven», «no countries», «no religion», «no possessions»), in cui non c’è spazio per nessun altro colore se non per i sette dell’arcobaleno, cioè per quello che la mentalità del momento suggerisce come ben accetto. La storia del messaggio positivo dell’opera d’arte nasconde una precisa ideologia, che cerca nell’altro soltanto la replica di se stesso: una noia mortale!

L’arte invece, come la vita, è un incontro, e non c’è bisogno di essere già d’accordo con chi scrive o con chi parla: porta con sé tutto il gusto del rapporto imprevedibile con qualcosa d’altro. Cosa cerchiamo leggendo Dante? Soltanto la conferma alle nostre idee o – che è lo stesso – la dialettica con esse? È questo il punto debole dei nuovi catechisti dei diritti universali: non riescono ad aprirsi alla possibilità di scoprire qualcosa che è diverso da loro. Ma leggere non è una liturgia, in cui sappiamo già cosa aspettarci, bensì l’incontro con qualcosa che ci sfida: cosa ha scritto Dante? perché lo ha scritto? cosa c’è di vero? Dall’incontro con un’opera non si esce in accordo o in disaccordo, ma sfidati. 
Chi non accetta questa sfida, finisce per blaterare di rispetto per chi è diverso, ma non si accorge di desiderare un pianeta fatto di esseri tutti uguali, anziché ciascuno unico e irripetibile. A quel punto perfino Dante può finire davanti al tribunale delle proprie fissazioni conformistiche, che invocano sovieticamente epurazioni di Stato. Non è una lotta di principio, ma di potere: in fondo, non sono dispiaciuti né per Maometto né per Giuda, non conta la loro colpa né la loro salvezza; semplicemente, non avendo il talento artistico e conoscitivo di Dante, provano a vincerla a colpi di diritti, in modo da mettere nell’inferno non quelli che ci ha messo il poeta ma quelli che ci metterebbero loro. Per favore, però, «smettetela di pensare ai vostri diritti, smettetela di chiedere il potere» (Pasolini).
In un mondo di «puritani apostati» (C.S. Lewis), ci è ancor più necessaria la libertà di Dante, che non si è fatto problema di invocare nello stesso poema le Muse e la Madonna, di parlare di Dio e della zanzara, di condannare i papi e di salvare le prostitute. Forse non aveva pensato al sindacalismo dilagante: doveva aspettarsi la querela dei lussuriosi, dei papi, degli omosessuali e dei traditori, perché tutti hanno diritto a esprimere la loro opinione. A Dante, però, non interessava la categoria astratta ma il singolo uomo: chiamava peccato il peccato, ma salvava perfino un indiano che «muore non battezzato e sanza fede». Non si è preoccupato di come schierarsi nei confronti degli ebrei né quando ha fatto di Giuda il peggior peccatore né quando ha messo in Paradiso altri ebrei come Gesù, la Madonna, gli apostoli, Davide ed Ezechia.
Aveva ragione Giorgio Gaber: «Siamo talmente preoccupati per il sopruso fatto su un singolo individuo che non ci preoccupiamo affatto per il sopruso che subiscono tutti gli altri individui costretti a sorbirsi una valanga di cazzate». E «se abbiamo già sperimentato quanto faccia male una dittatura militare, non sappiamo ancora quanto possa far male la dittatura della stupidità».

 

sabato 10 marzo 2012

"Ditemi, strani uomini..."


 Volantone di Pasqua 2012

06/03/2012 - «Quello che abbiamo di più caro è Cristo stesso». È in distribuzione il Volantone di Pasqua di Comunione e Liberazione...

 

In un momento storico in cui il Papa ha indetto l’Anno della fede e in cui stiamo facendo la Scuola di comunità con a tema la fede in Cristo, come ci ha detto don Giussani, con gli occhi degli apostoli, per percorrere la strada che hanno fatto loro – dall’impatto con la sua umanità alla domanda sulla sua divinità –, riproporre il testo del Volantone permanente del movimento (uscito nel 1988), accompagnato dall’immagine di Cristo del Masaccio – che esprime l’attrattiva, la potenza della Sua divinità ora –, ci sembra per noi e per tutti il giudizio più consono alla situazione attuale in cui stiamo vivendo.
Usiamolo perciò nei nostri ambienti. È un’occasione per dire a tutti questo giudizio sulla storia nostra e di tutti. Lo leggo per farlo presente a tutti:
«L’imperatore si rivolse ai cristiani dicendo: “Strani uomini… ditemi voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi: che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. Allora si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: “Grande sovrano! Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità». […]
Non è ovvio che cosa abbiamo di più caro. Tante volte ci sorprendiamo a scoprire che quello che abbiamo di più caro non è proprio Cristo stesso, ma altre cose che sono conseguenze, non la Sua presenza, non la Sua persona. Il Volantone quindi, è un giudizio, un richiamo, per una memoria di che cosa è il cristianesimo.
Avendolo davanti per tutto l’anno ci auguriamo, come avevamo detto alla presentazione della Scuola di comunità, che cresca sempre di più il desiderio di Cristo […]: potremo non desiderare altro che questo, se capiamo di che cosa abbiamo bisogno; se invece il bisogno si riduce, potremo farne a meno e accontentarci di qualcosa di meno di Lui.

(Dagli Appunti della Scuola di Comunità con Julián Carrón, 29 febbraio 2012)