Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo. S. Caterina da Siena
sabato 3 marzo 2012
lunedì 26 dicembre 2011
About desire of the most noble form
domenica 13 novembre 2011
Like a thousand sunrises
La letteratura mondiale inizia con la storia di un padre, sposo e re e del suo lungo viaggio per ritornare a casa. Chesterton direbbe che siamo di fronte ad un poeta originale, cioè in grado di trattare argomenti sempre veri e sempre misteriosi per quella creatura chiamata uomo. Sicuramente direbbe lo stesso di Michael D. O'Brien e del suo ultimo, immenso romanzo The Father's Tale, appena uscito negli Stati Uniti e da poco troneggiante sul mio comodino. Millesettantadue pagine riunite nel poderoso tomo della Ignatius Press, con cui già avevo fatto conoscenza per un altro capolavoro di O'Brien, The Island of the World, agguantato dopo una vertiginosa ascesa agli scaffali alti del ripiano di una enorme libreria dell'usato in centro a Manhattan.
Ecco il "trailer" del libro:
"In this epic tale of the complex and mysterious working of love, O'Brien takes his readers on a harrowing intercontinental odyssey, offering them an inside view both of brutal torture and mystical transport in which the dark incongruities of divine providence reorder faith and hope so that love becomes fully possible."
David Lyle Jeffrey, Ph. D.
Distinquished Professor of Literature and the Humanities, Baylor University
"The best of Michael O'Brien's novels. He creates caracters like Dickens, explores human relationships like Austen, and has the epic scope of Tolstoy and Dostoyevsky. I believe this novel will merit inclusion in any list of the world's greatest novels."
Fr. Joseph Fessio, S.J.
giovedì 20 ottobre 2011
The Father's Tale
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Through the uncertainty and the anguish, the loss and the longing, Graham is pulled into conflicts between nations, as well as the eternal conflict between good and evil. Stretched nearly to the breaking point by the inexplicable suffering he witnesses and experiences, he discovers unexpected sources of strength as he presses onward in the hope of recovering his son—and himself. This is a modern retelling of the parables of the Prodigal Son and the Good Shepherd combined.
...
mercoledì 18 maggio 2011
Buone notizie da Oltreoceano
Dear friends,
There will always be a struggle whenever there are souls who will be helped to turn in the direction of salvation, by the grace of God working through an instrument of culture. There are trials and there are periods of testing when we must put one foot after another in total faith that Jesus is the Master of the Impossible. His “methodology” with us is to ask that we first make an act of total faith, and once we have put our feet on the path of abandonment, then comes confirmation and the resources to continue forward.
There is other news regarding my books.
Winter Tales, a new collection of my imaginative stories for readers young and old has just been published by Justin Press, Ottawa. You can read more about it at the publisher's website: www.justinpress.ca
The final stage of preparation for printing my novel The Father’s Tale is underway. The book will be published by Ignatius Press in September (possibly October) of this year. For almost 14 years I have worked on this modern retelling of the parables of the Good Shepherd and the Prodigal Son combined. I’ll be sending a notice of its publication through this newsletter as soon as it becomes available.
You may be interested in seeing two articles, the first reporting on my contribution to a conference on sex abuse in the Church, held recently at St. Paul's University in Ottawa. It recounts my own experiences. The second is an interview I gave about a Canadian bishop, Raymond Lahey, who has been convicted of importing and distributing child pornography (so hideous a sin and crime that one shudders to mention it). The scandal should give us pause for reflection on the present condition of the particular churches, and on our need to pray always for the purification and strengthening of the Bride of Christ.
http://www.catholicregister.
and
http://www.lifesitenews.com/
Blessings to you all in Jesus our Saviour,
Michael
giovedì 12 maggio 2011
Il nesso con l'Infinito
| Prayer, by Michael D. O'Brien |
lunedì 4 aprile 2011
La Gioia, la liberazione del prigioniero
Si uccide volentieri un nemico e si uccide ancor più volentieri colui che ci porta la Gioia. Lo si uccide perché ci mostra la nostra miseria, la nostra incapacità di donarci da soli la Gioia. C'è un principio fondamentale: "Posso uccidermi da solo, ma da solo non posso beatificarmi". Per raggiungere la beatitudine ho bisogno di una Beatrice, ho bisogno che Dio salvi Beatrice e che mi salvi con lei, ho bisogno di quel Dio che "parea nel suo volto gioire" (Dante, Paradiso, XXVII, 105). La Gioia non attende di trovarci già felici, così come Gesù non attende che il mondo sia santo per venire: egli viene e domanda una sola cosa, non che noi meritiamo la sua venuta, che non sarebbe altrimenti una grazia, quanto piuttosto che noi riconosciamo, una volta che lui sia venuto, la nostra sconfitta, la nostra tristezza, quei nostri piccoli piaceri laboriosi e meschini, in maniera tale da potercene infine affrancare e poterci così aprire alla Gioia.
(...)
(c'è qualcosa che) vieta per sempre a Comunione e Liberazione di chiudersi in se stessa: se la comunione é il principio della liberazione, allora occorre innanzitutto vivere una comunione con il prigioniero, con lo schiavo, con colui che ha bisogno di essere liberato. E' molto semplice: il salvatore deve vivere nello stesso mondo del prigioniero, e intraprendere una comunione imperfetta con lui per poi poter entrare in comunione piena."
domenica 27 febbraio 2011
Quella misteriosa unità dell'esistenza
"Ho letto le poesie di Cyprian Norwid, il mio primo incontro con lui. E' morto di fame e stenti a Parigi - ovviamente, in quale altro posto, altrimenti? E anche una rilettura dei Sonetti della Crimea di Mickiewicz. Ho copiato da entrambi piccoli frammenti luminosi come a conservarli per un incomprensibile assemblaggio. Ma che cosa risulterà ritratto dalla somma totale, davvero? Questi frammenti sono solo i cocci di uno specchio rotto, oppure compongono la vetrata nella finestra di una cattedrale, comprensibile solo quando vi filtra la luce del sole? Non so che cosa io sia tra queste due cose. Resto incomprensibile a me stesso. E' così per tutti gli uomini?
| Vetrate della navata centrale della cattedrale di Nevers, Francia. Foto mia, estate 2009 |
mercoledì 16 febbraio 2011
L'altro e l'Altissimo
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| Immagine dal film "Once" |
giovedì 10 febbraio 2011
An inexpressibly beautiful world and a phenomenon created for love
| "Transcendence", by Michael D. O'Brien |
From an interview whith Michael D. O'Brien on "The Island of the World" by Lifesite News:
lunedì 7 febbraio 2011
About steadfast man and victory
mercoledì 29 dicembre 2010
About limitless water, limitless air and love
| Transcendence, by Michael D. O'Brien |
lunedì 13 dicembre 2010
About poetry, self-centered ego and love
| "Transcendence", by Michael D. O'Brien |
"Of course, if I can remember it. I have already forgotten what I said".
martedì 30 novembre 2010
La statura dell'uomo é in ciò che attende e desidera
lunedì 22 novembre 2010
About saints, poets and nature
| "Transcendence", by Michael D. O'Brien. |
lunedì 13 settembre 2010
Questo incantevole abbandono
| Love makes the darkness light, by Michael D. O'Brien |
giovedì 2 settembre 2010
I preti, il gelato e B XVI
| The Martyrdom of St. Thomas Becket, Michael O'Brien. |
Questa volta si tratta di una pubblicità. L’immagine maliziosa, diffusa in Gran Bretagna, è quella di due sacerdoti che stanno per baciarsi, accanto alla scritta: «Noi crediamo nella salivazione». L’elemento irriverente e sacrilego sta nel pessimo gioco di parole tra “salvation”, l’opera di salvazione dell’anima, e “salivation”, la secrezione di saliva, chiara allusione ad un French kiss. Con l’aggiunta di una sola vocale sono riusciti a trasformare la provocazione in profanazione.
A commissionare l’offensiva reclame è stata la società londinese che ha reso celebre il gelato italiano nel Regno Unito. Si tratta, infatti, della Antonio Federici’s Gelato Italiano, premiata ditta che da oltre cento anni (1896) confeziona il celebre manufatto dolciario che pare sia stato inventato dagli arabi quando scoprirono, durante l’occupazione della Sicilia nel IX secolo, le neviere iblee.
Sulla qualità dei prodotti della ditta londinese non v’è nulla da ridire, visto che ha persino ottenuto il primo premio per il “miglior gelato del mondo” dall’International Ice Cream Consortium (IICC) nel 2009. Sul buon gusto dell’iniziativa pubblicitaria, invece, da dire ve n’è molto.
Come era prevedibile, l’empia reclame ha suscitato una veemente protesta da parte di consumatori cattolici, i quali si sono rivolti alla Advertising Standards Authority (ASA), l’ente che vigila sulla correttezza e liceità della comunicazione pubblicitaria. La provocatoria iniziativa commerciale, infatti, non può essere archiviata come una semplice caduta di stile, per quanto discutibile e di dubbio gusto. Lo dimostrano, tra l’altro, le parole di Matt O’Connor, direttore creativo dell’azienda, che nel difendere l’operazione di marketing, si è appellato espressamente all’indignazione che regna nell’opinione pubblica britannica sull’omosessualità dei preti cattolici. O’Connor, confidando nell’influenza della potente lobby gay, è arrivato a sfidare l’ASA con un provocatorio auspicio: «Ben vengano le indagini». L’azienda è convinta, infatti, che quella pubblicità, se può far indignare qualche retrivo bigotto, in realtà «celebrates homosexuality», e inoltre «fa espresso riferimento al recente episodio dei tre preti scoperti a frequentare night club riservati ai gay». In nome della sacra laicità, i responsabili marketing della Antonio Federici’s Gelato Italiano sono arrivati addirittura a mettere in discussione il potere di decisione dell’ASA sul caso, in quanto, a detta degli stessi responsabili, tale ente non può arrogarsi il ruolo di «moral guardian». Questo sì che sarebbe un sacrilegio della politically correctness.
Il fatto è che, approfittando cinicamente del vento anticattolico che soffia in Gran Bretagna (e non solo), la premiata gelateria ha lanciato una campagna pubblicitaria dal titolo “Il gelato è la nostra religione”, nella quale la raffigurazione dei preti gay è soltanto l’ultima delle provocazioni. Lo scorso giugno, infatti, la stessa azienda aveva fatto pubblicare l’immagine di una suora incinta nell’atto di gustarsi un gelato, accanto alla frase: «concepito immacolatamente». Furono più di quaranta i ricorsi presentati allora all’ASA da parte di cattolici profondamente indignati per la blasfema offesa del concepimento di Nostro Signore. L’ASA – che non pare brilli per solerzia e celerità – sta ancora valutando la possibilità che un simile messaggio commerciale possa ritenersi offensivo.
Anche in quel caso O’Connor, forte della deriva anticattolica internazionale, (che proprio a giugno raggiunse l’apice con il blitz in Belgio), ha difeso l’iniziativa definendola una «pubblicità intelligente, provocatoria ed iconoclasta». Nel tentativo di far breccia tra i detrattori dei papisti ed invocando le leggende nere che circolano sulla Chiesa, il direttore creativo ha precisato che quell’immagine, in realtà, «intende mostrare qualcosa di assai più profondo», ovvero «le orribili storie di migliaia di giovani donne irlandesi rinchiuse come schiave nei conventi dalla Chiesa cattolica, e a cui le suore hanno sottratto i figli, perché ritenute delle “degenerate”». Il bello è che O’Connor ha affermato di essere egli stesso, da buon irlandese, un autentico cattolico.
Quando ho letto queste dichiarazioni mi è subito venuta in mente la riflessione esternata da Benedetto XVI ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo lo scorso 11 maggio. Proprio in quell’occasione, infatti, il Santo Padre aveva denunciato il pericolo del “fuoco amico”, ed aveva amaramente ammesso che gli attacchi più pericolosi e subdoli sono quelli che avvengono all’interno del mondo cattolico e della stessa Chiesa.
Non voglio essere profeta di sventura, ma temo che ce ne accorgeremo durante il prossimo viaggio che il Papa ha in programma di fare proprio in Gran Bretagna. Sospitet eum Deus!
mercoledì 28 aprile 2010
lunedì 5 aprile 2010
Feriti, torniamo a Cristo
The new Exodus, by Michael D. O'Brien
Artist Commentary:
Da La Repubblica di Pasqua
Caro direttore,
mai come davanti alla dolorosissima vicenda della pedofilia tutti abbiamo sentito tanto sgomento.
Sgomento dovuto alla nostra incapacità di rispondere all’esigenza di giustizia che veniva fuori dal profondo del cuore.
La richiesta di responsabilità, il riconoscimento del male fatto, il rimprovero degli errori commessi nella conduzione della vicenda, tutto ci sembra totalmente insufficiente di fronte a questo mare di male. Niente sembra bastare. Si capiscono, così, le reazioni irritate che abbiamo potuto vedere in questi giorni.
Tutto questo è servito per mettere davanti ai nostri occhi la natura della nostra esigenza di giustizia. È senza confini. Senza fondo. Tanto quanto la profondità della ferita. Incapace di essere esaurita, tanto è infinita. Per questo è comprensibile l’insofferenza, perfino la delusione delle vittime, anche dopo il riconoscimento degli errori: nulla basta per soddisfare la loro sete di giustizia. È come se toccassimo un dramma senza fondo.
Da questo punto di vista, gli autori degli abusi si trovano paradossalmente davanti a una sfida simile a quella delle vittime: niente è sufficiente per riparare il male fatto. Questo non vuol dire scaricarli della responsabilità, tanto meno della condanna che la giustizia potrà imporre loro. Non basterà neanche scontare tutta la pena.
Se questa è la situazione, la questione più bruciante - che nessuno può evitare - è così semplice quanto inesorabile: «Quid animo satis?». Che cosa può saziare la nostra sete di giustizia? Qui arriviamo a toccare con mano tutta la nostra incapacità, genialmente espressa nel Brand di Ibsen: «Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?». O, detto con altre parole: può tutta la volontà dell’uomo riuscire a realizzare la giustizia a cui tanto aneliamo?
Per questo anche quelli più esigenti, più accaniti nel pretendere giustizia, non saranno leali fino al fondo di se stessi con la loro esigenza di giustizia, se non affrontano questa loro incapacità, che è quella di tutti. Se questo non accadesse, soccomberemmo a una ingiustizia ancora più grave, a un vero “assassinio” dell’umano, perché per poter continuare a gridare giustizia secondo la nostra misura dovremmo far tacere la voce del nostro cuore. Dimenticando le vittime e abbandonandole nel loro dramma.
Nella sua audacia disarmante è stato il Papa, paradossalmente, a non soccombere a questa riduzione della giustizia a una misura qualunque. Da una parte, ha riconosciuto senza tentennamenti la gravità del male commesso da preti e religiosi, li ha esortati ad assumersi le loro responsabilità, ha condannato il modo sbagliato con cui è stata gestita la vicenda per paura dello scandalo da parte di alcuni vescovi, esprimendo tutto lo sgomento che provava per i fatti accaduti e prendendo dei provvedimenti per evitare che si ripetano.
Ma, dall’altra parte, Benedetto XVI è ben consapevole che questo non è sufficiente per rispondere alle esigenze di giustizia per il danno inferto: «So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata». Così come il fatto di scontare le condanne, o il pentimento e la penitenza dei fautori degli abusi, non sarà mai sufficiente a riparare il danno arrecato alle vittime e a loro stessi.
È proprio il suo riconoscimento della vera natura del nostro bisogno, del nostro dramma, l’unico modo per salvare - per prendere sul serio e per considerare - tutta quanta l’esigenza di giustizia. «L’esigenza di giustizia è una domanda che si identifica con l’uomo, con la persona. Senza la prospettiva di un oltre, di una risposta che sta al di là delle modalità esistenziali sperimentabili, la giustizia è impossibile… Se venisse eliminata l’ipotesi di un “oltre”, quella esigenza sarebbe innaturalmente soffocata» (don Giussani). E come il Papa l’ha salvata? Appellandosi all’unico che può salvarla. Qualcuno che rende presente l’aldilà nell’aldiqua: Cristo, il Mistero fatto carne. «Egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa».
Fare appello a Cristo, dunque, non è cercare un sotterfugio per scappare davanti all’esigenza della giustizia, ma è l’unico modo di realizzarla.
Il Papa si appella a Cristo, evitando un scoglio veramente insidioso: quello di staccare Cristo dalla Chiesa perché troppo piena di sporcizia per poterlo portare. La tentazione protestante sempre è in agguato. Sarebbe stato molto facile, ma a un prezzo troppo alto: perdere Cristo. Perché, ricorda il Papa, «è nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo». E per questo, consapevole della difficoltà di vittime e colpevoli a «perdonare o essere riconciliati con la Chiesa», osa pregare perché, avvicinandosi a Cristo e partecipando alla vita della Chiesa, possano «arrivare a riscoprire l’infinito amore di Cristo per ciascuno di voi», l’unico in grado di sanare le loro ferite e ricostruire la loro vita.
Questa è la sfida davanti alla quale siamo tutti, incapaci di trovare una risposta per i nostri peccati e per quelli degli altri: accettare di partecipare alla Pasqua che celebriamo in questi giorni, l’unico cammino per veder rifiorire la speranza.






