"Colui che dà la Gioia non ha bisogno che l'epoca gliela dia. La sventura stessa é il luogo della sua missione. La disgrazia dei tempi non é un ostacolo, ma una conferma: la conferma che egli é stato messo là per comunicare la Gioia. La Gioia é come l'Essere. L'Essere non attende che il nulla gli dia la possibilità di esistere: egli é ed egli comunica l'esistenza. Allo stesso modo la Gioia crea le sue stesse condizioni di possibilità. Non aspetta che la sofferenza le permetta di intervenire: ella interviene e soffre per diffondersi.
Allo stesso modo il Cristo non aspetta che il mondo sia santo per venire a lui. Tutto ciò che egli chiede é di essere peccatore, di essere profondamente abbandonato al peccato, di essere completamente perduto, al punto da non accorgersi di essere perduto: é così che all'improvviso il Cristo viene e proclama ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista (Luca 4,18). E' vero, proclamando la liberazione, egli rivela la nostra prigionia e proclamando il ritorno alla vista egli rivela la nostra cecità. Per molti si tratta di una rivelazione insopportabile e subito la comunità di Nazareth arriva al punto di volerlo uccidere.
Si uccide volentieri un nemico e si uccide ancor più volentieri colui che ci porta la Gioia. Lo si uccide perché ci mostra la nostra miseria, la nostra incapacità di donarci da soli la Gioia. C'è un principio fondamentale: "Posso uccidermi da solo, ma da solo non posso beatificarmi". Per raggiungere la beatitudine ho bisogno di una Beatrice, ho bisogno che Dio salvi Beatrice e che mi salvi con lei, ho bisogno di quel Dio che "parea nel suo volto gioire" (Dante, Paradiso, XXVII, 105). La Gioia non attende di trovarci già felici, così come Gesù non attende che il mondo sia santo per venire: egli viene e domanda una sola cosa, non che noi meritiamo la sua venuta, che non sarebbe altrimenti una grazia, quanto piuttosto che noi riconosciamo, una volta che lui sia venuto, la nostra sconfitta, la nostra tristezza, quei nostri piccoli piaceri laboriosi e meschini, in maniera tale da potercene infine affrancare e poterci così aprire alla Gioia.
(...)
(c'è qualcosa che) vieta per sempre a Comunione e Liberazione di chiudersi in se stessa: se la comunione é il principio della liberazione, allora occorre innanzitutto vivere una comunione con il prigioniero, con lo schiavo, con colui che ha bisogno di essere liberato. E' molto semplice: il salvatore deve vivere nello stesso mondo del prigioniero, e intraprendere una comunione imperfetta con lui per poi poter entrare in comunione piena."
Si uccide volentieri un nemico e si uccide ancor più volentieri colui che ci porta la Gioia. Lo si uccide perché ci mostra la nostra miseria, la nostra incapacità di donarci da soli la Gioia. C'è un principio fondamentale: "Posso uccidermi da solo, ma da solo non posso beatificarmi". Per raggiungere la beatitudine ho bisogno di una Beatrice, ho bisogno che Dio salvi Beatrice e che mi salvi con lei, ho bisogno di quel Dio che "parea nel suo volto gioire" (Dante, Paradiso, XXVII, 105). La Gioia non attende di trovarci già felici, così come Gesù non attende che il mondo sia santo per venire: egli viene e domanda una sola cosa, non che noi meritiamo la sua venuta, che non sarebbe altrimenti una grazia, quanto piuttosto che noi riconosciamo, una volta che lui sia venuto, la nostra sconfitta, la nostra tristezza, quei nostri piccoli piaceri laboriosi e meschini, in maniera tale da potercene infine affrancare e poterci così aprire alla Gioia.
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(c'è qualcosa che) vieta per sempre a Comunione e Liberazione di chiudersi in se stessa: se la comunione é il principio della liberazione, allora occorre innanzitutto vivere una comunione con il prigioniero, con lo schiavo, con colui che ha bisogno di essere liberato. E' molto semplice: il salvatore deve vivere nello stesso mondo del prigioniero, e intraprendere una comunione imperfetta con lui per poi poter entrare in comunione piena."
Fabrice Hadjadj, da "Modernità contro modernismo ovvero la grazia del nostro tempo",
intervento nell'Aula Magna dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Giovedì 3 marzo 2011
Grazie mille Elena.
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