domenica 28 giugno 2009

Bono Vox e Sotoo


Questo articolo, preso da Tracce.it, mi ha fatto tornare in mente la mia visita alla Sagrada Familia a Barcellona, l'ottobre scorso.
Eccovi alcune foto in esclusiva.


BARCELLONA Guarda chi si vede alla Sagrada Familia: Bono Vox

di Paolo Perego
26/06/2009 - Il leader degli U2 in visita alla cattedrale catalana. A fargli da guida, Etsuro Sotoo e un gruppetto di amici. Cronaca di un pomeriggio fuori dall'ordinario
Etsuro e Bono sotto la cupola della Sagrada.
Etsuro e Bono sotto la cupola della Sagrada.

Barcellona, prima domenica d’estate. Tra le navate della Sagrada Familia cammina un gruppetto di persone. A guidarle c’è un personaggio che i lettori di Tracce conoscono bene: Etsuro Sotoo, lo scultore e architetto giapponese che ha consacrato la vita a proseguire l’opera di Gaudí. Ma la sorpresa gli cammina a fianco, camicia jeans e occhiali da sole a lente ampia. Quelli che porta anche quando sale sul palco, davanti a migliaia di persone. Il nome? Paul David Hewson. Ma il mondo lo conosce come Bono Vox, voce e leader degli U2.
Che cosa ci faceva una delle rockstar più famose di tutti i tempi in mezzo alle colonne del tempio catalano con un gruppo di amici di Sotoo?
Pochi giorni prima John Waters, giornalista irlandese, aveva accettato di fare da tramite per invitare l’amico cantante: Bono si sarebbe trovato già a Barcellona per il concerto di apertura del tour europeo - che porterà gli U2 anche a Milano il 7 e 8 luglio -, magari poteva essere un’occasione per incontrarlo. «Si può fare. Ma la settimana prima del concerto del 30», risponde l’assistente di Bono agli spagnoli che chiamano per una conferma.
Così ecco un piccolo gruppetto di amici con Sotoo ad aspettare all’appuntamento la rockstar: «Non ci credevamo, finché non è arrivato davvero», racconta Diego Giordani, responsabile della comunità di Cl di Barcellona. Bono è con un amico d’infanzia, Gavin Friday, un altro artista. La visita comincia. «Ci aspettavamo una star, e invece è arrivato un uomo vero. Pieno di domande, di stupore, capace di lasciarsi sorprendere e toccare da quello che vede», racconta ancora Giordani. Il dialogo con Sotoo è serrato. Bono è curioso, lui che proprio alla Sagrada si è ispirato per le scenografie del suo concerto, come ha detto in un’intervista tv pochi giorni prima: «Gaudí ha progettato un luogo per l’adorazione. E la musica è adorazione. A volte di Dio, a volte della persona che ami, a volte della gente che ti sta attorno...». Il giapponese spiega, indica, racconta di Gaudí. Bono lo incalza tra le guglie: «Barcellona è la città del surrealismo... Miró, Dalí. In questi c’è un dinamismo che ritrovo nel realismo di Gaudí. Qual è l’origine di questo realismo?». Sotoo indica il gruppetto di amici: «Qualcosa che accomuna tutti noi: la fede». Bono ha un sussulto e sorride: «Hey man...». Accidenti. «Da lì in poi è come se si fosse sentito più tranquillo, come a casa», cerca di spiegare Giordani. La visita prosegue, tra spiegazioni di Etsuro e domande di Bono, che richiama l’amico ad ascoltare bene le parole del giapponese: un dialogo fitto, su Creazione, Trinità, Incarnazione, con l’irlandese che colpisce tutti citando a memoria il vangelo di Giovanni. Poi si ferma a guardare la cupola: «Vorrei essere toccato da tutta questa bellezza», e fa prendere per mano tutti e li fa pregare in cerchio. E ancora, quando scendono nella cripta: davanti alla tomba di Gaudí, Bono intona Amazing Grace: «Grazia straordinaria, com’è dolce l’annuncio che ha salvato un miserabile come me...».
Si risale, sono passate più di due ore. Bono si rivolge ancora una vota a Etsuro: «C’è una frase che amo di un filosofo che non amo: Nietzsche. “Perché una cosa diventi grande ha bisogno di una grande obbedienza nella stessa direzione”». E la stessa cosa la dice Sotoo: «Per capire Gaudí occorre guardare ciò che Gaudí guardava, stare dove Gaudí stava, e questo luogo è la fede».
Poi i saluti, e il regalo (una copia di The Religious Sense) e Bono abbraccia uno a uno i suoi compagni di questo straordinario pomeriggio: «Vi aspetto al concerto».












venerdì 26 giugno 2009

Quel gomito appoggiato sul libro

Da IlSussidiario.net

(...)

Mi voglio, invece, soffermare su una delle opere analizzate nel volume. Si tratta del michelangiolesco Tondo Pitti, conservato al Bergello di Firenze. Scrive Verdon (che anni fa ha dedicato un saggio a Michelangelo teologo): «Il tondo rappresenta Maria, seduta su un blocco di marmo mentre mostra un libro aperto al bambino Gesù, il quale vi appoggia il braccio destro. Alle spalle di Maria, l’altro bambino che guarda verso Cristo è san Giovanni Battista, sovente raffigurato nell’arte fiorentina in quanto patrono cittadino. Ma l’intuizione teologica principale del tondo è comunicata in un altro particolare: il braccio di Gesù poggiante sul grande libro tenuto da Maria, che comunica l’idea di un’antica cultura “incarnata” nel Verbo fattosi bambino». Perché si tratta di una grande intuizione teologica? Appunto perché il cristianesimo non è una «religione del libro», l’incontro con esso non avviene per riflessione su una teoria e il suo mantenersi nella storia non si realizza perché uno stuolo di scribi commenta e chiosa le parole scritte di una dottrina del passato. Quel braccino di un sorridente bambino è «la vittoria della carne umana sulla parola scritta».

Maria è pensosa, dice Verdon, perché rappresenta tutta l’umanità nel suo sforzo, intenso e un po’ triste, di comprendere il mistero dell’esistenza. E come può farlo? Leggendo un libro, cioè paragonandosi con il meglio che il suo lungo cammino e diuturno sforzo ha saputo produrre e tramandare. «Ma, al posto delle parole, Dio le ha dato il suo Verbo come figlio in carne ed ossa».

Maria, però, è anche la Chiesa. Tra i suoi figli non è mai escluso il pericolo di comportarsi come scribi, sottili interpreti di un libro, dotti esegeti di una teoria, ripetitori di un discorso. Ma il braccio un po’ insolente di quel bambino posato sul libro sta a ricordare che «solo lo stupore conosce» e che l’unico «catechismo» convincente è quello «della carne».


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martedì 23 giugno 2009

"D'accordo su tutto": l'ateo relativista e il cardinale coltivatore del dubbio

Su Repubblica del 18 giugno usciva un'agghiacciante intervista di Eugenio Scalfari al cardinale Martini. Ho appena avuto il coraggio di leggerla; davvero é incredibile come il nichilismo, il buonismo ebete e vuoto del mondo moderno, oltre ad un clericalismo che odia la Chiesa sia penetrato così in alto nel clero e nel mondo cattolico. Il nostro mondo sta perdendo la faccia, odia il cristianesimo sempre di più, cioè odia se stesso, e invece che riportare Cristo come risposta alle domande dell'uomo d'oggi sempre più impazzito, riprorre la ragionevolezza della fede, si parla di una Chiesa che si potrebbe anche smantellare, di come sia la Chiesa a doversi inginocchiare davanti al vitello d'oro di questa modernità; il passato é un unico errore di duemila anni, la figura del Papa porta inevitabilmente con sé un residuo di temporalismo. Come diceva Paolo VI, se ben ricordo era lui, il fumo di Satana é entrato nel Tempio di Dio. Non il proprio desiderio di felicità, ma il dubbio perenne é innalzato a criterio ultimo, e quindi siamo tutti esaltati se c'è una conferenza dal titolo "La pace è il nome di Dio" dove partecipano cardinali, protestanti, anglicani, addirittura monaci buddisti, introduce Martini e parla Scalfari.
E la carità non é il sovrabbondare dell'amore di Cristo che lancia l'uomo ad amare tutti, ma l'esigenza di giustizia sociale, di rivoluzione.
"... ci accorgemmo subito che eravamo d' accordo su tutto, la sua etica era anche la mia, lui la riceveva dall' alto, io dall' autonomia della mia coscienza, tutti e due ci ponevamo il problema dell' incontro tra il sentimento religioso e una modernità laica e relativista."




Qui il commento-editoriale di Giuliano Ferrara, su Il Foglio

Eugenio Scalfari spesso tira fuori il peggio dei suoi interlocutori, perché li sfida in una gara di narcisismo camuffata da emulazione intellettuale e morale, per giunta nobile.
Accadde anche ieri in una conversazione su Repubblica con il cardinale Carlo Maria Martini, che ha deciso di passare questi anni venerabili alla ricerca non del giusto, del bello, del vero e del buono ma del consenso, comunque sia.
Da Scalfari Martini si è lasciato sgridare per aver scritto un libretto modesto, a quattro mani, con don Luigi Verzè, definito dal famoso moralista laico come “un personaggio di notevole intraprendenza”, che sarebbe una formale diminutio di persona non grata se non si attagliasse, la definizione, al suo stesso autore.
Si è anche mediocremente giustificato, cosa che un principe della chiesa dovrebbe evitare di fare: per lavorare di penitenza, il confessionale giusto non è il lettorato di Repubblica.
Martini ricorda spesso il vangelo, che sarebbe anche il suo mestiere.
Sostiene che bisognerebbe smantellare la chiesa come istituzione, diplomazia e rocciosità della sede petrina prima di ogni altra cosa; tutto quello che non è spiritualità e pauperismo è istituzionalismo o residuo temporalista, deriva costantiniana, orrida alleanza con il potere.
Bisognava fare Papa un pastore, non un teologo o un diplomatico, nell’ultimo conclave. E va bene. Abbiamo capito. Ma è andata così, e sarà da farsene una ragione, se si voglia risultare persuasivi nel ragionare intorno alla chiesa di Benedetto XVI.
Martini dimentica però di citare il vangelo in quel versetto che ci sembra di ricordare dedicato al matrimonio: l’uomo non disgiunga ciò che Dio ha unito.
Il carattere sacramentale del matrimonio non interessa l’esegeta biblico fattosi pastore dei divorziati risposati, che vorrebbe addirittura dedicare un concilio non già alla vasta piaga sociologica e spirituale della distruzione della famiglia moderna attraverso il divorzio, l’aborto e altri ammennicoli del diavolo: no, Martini vuole fare un concilio per alleviare il disagio spirituale dei divorziati che si risposano e chiedono l’eucaristia, infatti il cardinale intuisce il numero sempre crescente dei peccatori (dal punto di vista della chiesa) e vuole ingurgitarli tutti come segni dei tempi, correzioni di un’etica cattolica cattiva in quanto formalistica e antirelativistica, numeri di un consenso decisivo per l’alleanza con il mondo com’è. Già che c’è, Martini definisce la frequenza dei sacramenti, della messa e le vocazioni come “aspetti esterni, non sostanziali” della vita cristiana, che sarebbe solo e soltanto carità, e forse fede e speranza.
A Martini, dice infine Scalfari, piace Scalfari, che è un “ateo perfetto”; a entrambi, dicono in coro Scalfari e Martini, dispiacciamo noi atei imperfetti, che manifestiamo liberamente, in nome di una ragione più larga e varia del razionalismo conformista, una certa ironica ma sincera devozione per la dottrina, l’annuncio e la liturgia cattoliche.
Sinceramente, e gentilmente, ricambiamo.


Segnalo inoltre un link interessante per capire come la posizione di Martini non abbia nulla a che fare con il cattolicesimo, auspicandone infatti una sua protestantizzazione relativista, un soggettivismo che non risparmia nessuno dei temi caldi dell'attualità, nonché la consistenza stessa della Chiesa di Roma.






lunedì 22 giugno 2009

Finali di atletica



Sabato e domenica si sono svolte a Saronno le finali A1 dei campionati italiani di società di atletica leggera. Ero appena tornato da uno stiramento e quindi non avevo nelle gambe troppo allenamento... a dire il vero, fino allo sparo dello starter non credevo di farcela. Alle iscrizioni avevo il miglior tempo, 15.00, mentre il secondo 15.11.
Fatto sta che nonostante un ventaccio che soffiava contro, per una bellezza di quasi 3 metri di vento contro (insomma un casino), ho raggiunto l'oro con un 15.09, che sarebbe stato qualcosa come 14.90, quindi un ottimo tempo.
Ma soprattutto era da tanto che non vivevo l'atletica così! Viva i 110 ostacoli, la specialità più bella in assoluto (vedere per credere).
Ho fatto anche da tappabuchi per la squadra (piazzata quinta alla fine dei giochi) correndo un 100 metri; ero in attesa della premiazione degli ostacoli quando lo speaker mi fa: "Tu non dovresti essere alla partenza dei 100?" Ops, una corsa, infilo le scarpe ed eccomi sui blocchi. Non potete immaginare come ero (relativamente) rilassato... semplicemente correre e basta, niente legni da passare sfiorandoli, niente ostacoli. Ero nella prima di due batterie, quella con i tempi non alti, e ho pure vinto. In totale ho raggiunto un ottimo sesto posto finale.
Ho vinto i meravigliosi amaretti croccanti di Saronno, oltre alle due medaglie.
L'obbiettivo della prossima gara é di scendere sotto i 15, cioè sparare a cannone, termine tecnico "gara ignorante" ("Berchi voglio una gara ignorante"). E sia.

Questo filmato, preso dall'Enrico V penso sia la cosa più adatta, specie per come mi sentivo appena passato il traguardo dei 110, oltre che per mille altri motivi.
"Non nobis, Domine".



venerdì 19 giugno 2009

L'infinito nel finito, il Cuore del mondo

Da Tracce.it


Con l’inizio di giugno, mi piace ricordare che questo mese è tradizionalmente dedicato al Cuore di Cristo, simbolo della fede cristiana particolarmente caro sia al popolo sia ai mistici e ai teologi, perché esprime in modo semplice e autentico la “buona novella” dell’amore, riassumendo in sé il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione. La solennità del Sacro Cuore di Gesù è la terza e ultima delle feste che fanno seguito al Tempo Pasquale, dopo la Santissima Trinità e il Corpus Domini. Questa successione fa pensare ad un movimento verso il centro: un movimento dello spirito che è Dio stesso a guidare. Dall’orizzonte infinito del suo amore, infatti, Dio ha voluto entrare nei limiti della storia e della condizione umana, ha preso un corpo e un cuore; così che noi possiamo contemplare e incontrare l’infinito nel finito, il Mistero invisibile e ineffabile nel Cuore umano di Gesù, il Nazareno. Nella mia prima Enciclica sul tema dell’amore, il punto di partenza è stato proprio lo sguardo rivolto al costato trafitto di Cristo, di cui ci parla Giovanni nel suo Vangelo (cfr 19,37; Deus caritas est, 12). E questo centro della fede è anche la fonte della speranza nella quale siamo stati salvati, speranza che ho fatto oggetto della seconda Enciclica.
Ogni persona ha bisogno di un “centro” della propria vita, di una sorgente di verità e di bontà a cui attingere nell’avvicendarsi delle diverse situazioni e nella fatica della quotidianità. Ognuno di noi, quando si ferma in silenzio, ha bisogno di sentire non solo il battito del proprio cuore, ma, più in profondità, il pulsare di una presenza affidabile, percepibile coi sensi della fede e tuttavia molto più reale: la presenza di Cristo, cuore del mondo.

(Benedetto XVI, Angelus, 1 giugno 2008)



giovedì 18 giugno 2009

Si conosce solo ciò che si ama

Da Tracce.it, la presentazione di una delle fantastiche mostre del Meeting di Rimini su Sant'Agostino.

SANT’AGOSTINO Se la conoscenza è tensione all’infinito

di Giuseppe Bolis
18/06/2009 - Seconda puntata delle schede sulle mostre del Meeting 2009. Protagonista è il "cuore inquieto" del Vescovo di Ippona. Condizione indispensabile per una vera conoscenza
da Sandro Botticelli (1480)." title="Sant'Agostino rappresentato
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Sant'Agostino rappresentato
da Sandro Botticelli (1480).

Agostino è ancor oggi l’autore cristiano più letto. Le Confessioni sono il suo capolavoro, il testo religioso più venduto anche tra i non credenti. Perché questo successo? Perché di fronte alle sue parole la vibrazione del cuore di tante generazioni?
Sembrerà strano, ma il motivo è che Agostino è stato semplicemente - ma nello stesso tempo decisamente - un uomo, ovvero uno che è sempre stato se stesso, leale con le proprie esigenze, tanto da non scendere mai a compromessi con il desiderio del suo cuore ferito. È per questo che scorrendo le pagine delle sue opere, ed in particolare delle Confessioni, ci sentiamo a casa. Vorremmo essere come lui: perché, in fondo, siamo come lui.
Egli ci testimonia in modo continuo l’apertura del suo cuore che non si accontenta mai di nulla. Attraverso le esperienze più diverse Agostino giunge - alla fine - alla consapevolezza che il suo desiderio, messo in moto dalle creature finite, è teso a qualcosa di infinito. Egli lo capisce alla fine del suo percorso. Ma ci sorprende perché lo pone all’inizio delle Confessioni come a ricordarci la nostra natura originaria: «Ci hai fatto per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» (Confessioni I, 1,1). L’inquietudine è dunque espressione del nostro umano più vero. Per questo Agostino ci sfida: senza seguire questo desiderio nulla soddisfa. Senza ridestare questo amore a sé, nessuna esperienza potrà renderci veramente felici.
È da qui che prende le mosse la Mostra dal titolo “Si conosce solo ciò che si ama” dedicata al grande vescovo e dottore della Chiesa, per la prima volta presente al Meeting di Rimini. Essa vuole accompagnare il visitatore a fare esperienza - attraverso la testimonianza di Agostino - di come l’avvenimento della conoscenza di Dio e dell’io sia l’unica strada che possa condurre alla felicità poiché «che altro è vivere felicemente se non possedere qualcosa di eterno, conoscendola?». In questa prospettiva conoscere significa amare la verità perchè «nessun bene è conosciuto perfettamente se non lo si ama perfettamente» (Diverse questioni 35,2).
Il percorso sarà corredato di allestimenti inediti e multimediali per ascoltare Agostino “dal vivo”. Saranno esposti manoscritti antichi scelti dall’immensa produzione letteraria del vescovo di Ippona. Anche noi, come il suo amico e primo biografo Possidio, avremmo voluto ascoltarlo dal vivo perché «io credo che abbiano potuto trarre più profitto dal suo contatto quelli che lo poterono vedere e ascoltare quando di persona parlava in chiesa, e soprattutto quelli che ebbero pratica della sua vita quotidiana fra la gente» (Vita di Agostino, 31). «Sì, anche per noi sarebbe stato bello poterlo sentire vivo. Ma è realmente vivo nei suoi scritti, è presente in noi» (Benedetto XVI). Ecco il motivo e il taglio espositivo di questa mostra: conoscere Agostino entrando direttamente in contatto con lui. Far parlare Agostino, più che parlare di Agostino.

Una postilla: cosa serve per visitare questa mostra? Lasciamo ad Agostino “vivo” di rispondere: «Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico. Dammi un cuore anelante, un cuore affamato, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto che è la vita, un cuore che sospiri la fonte della patria eterna, ed egli capirà ciò che dico. Certo… se parlo ad un cuore arido, non potrà capire» (Commento al Vangelo di Giovanni, discorso 26,4).

mercoledì 17 giugno 2009

Da Togliatti a Cristo: riscoprirsi uomo

Da Tracce.it


MASSIMO CAPRARA Ricordo di un rivoluzionario vero

di Gianni Mereghetti
17/06/2009 - Si è spento il 16 giugno a Milano a 87 anni. Dal 1944, per vent'anni, è stato segretario di Togliatti. Poi, un lungo cammino di riscoperta della fede. Fino all'incontro con don Giussani. Ecco come lo ricorda un amico
Massimo Caprara al Meeting di Rimini.
Massimo Caprara al Meeting di Rimini.

Massimo Caprara è tornato tra le braccia del Padre dopo una vita di grande intensità, segnata da una tensione insopprimibile al vero, da una ricerca appassionata del Mistero della vita. Segretario di Palmiro Togliatti negli anni duri in cui dominava l’ideologia si è sempre lasciato interrogare dalla realtà, tanto che i drammatici avvenimenti del 1968 a Praga lo portarono a lasciare il Partito Comunista Italiano e a fondare il gruppo del Manifesto. Massimo non poteva accettare che un popolo fosse privato del bene della libertà come non poteva accettare il consenso, altrettanto colpevole, di chi anteponeva la scelta di parte alla difesa dell’uomo e del suo desiderio.
Da qui iniziò il suo lungo, instancabile cammino alla ricerca di ciò che potesse abbracciare pienamente le sue esigenze umane. Fino alla scoperta della fede.
Il Meeting di Rimini rappresentò un punto di riferimento fondamentale del suo percorso. Il primo incontro con il Meeting fu durante l’edizione del 1999, in occasione dell’omaggio a Eugenio Corti. Caprara aveva già messo in discussione il suo passato, anche se non lo rinnegava, ma cercava in esso quella libertà che avrebbe potuto portarlo alla fede. Affermò di «non essere ancora un credente, ma di sentire il bisogno di trovare la fede». Il Meeting lo colpì per la passione umana e la tensione al vero che lì incontrò. Per questo vi tornò nel 2000, a presentare ancora una volta un testo di Eugenio Corti (L’isola del Paradiso) e poi nel 2001 e nel 2002, ogni volta testimoniando un passo in avanti in questo suo cammino ad abbracciare il Mistero, così da esserne abbracciato fino a «riscoprirsi uomo», come recita il titolo della sua autobiografia in cui racconta la storia della sua coscienza.
L’incontro con tanti giovani e tanti uomini in cui la fede rispondeva all’umano è stato decisivo per Massimo. È stato un incontro a segnare la sua vita, un incontro a compiere tutte le esigenze del suo cuore, e in questo incontro è nata la coscienza di essere stato chiamato dal Mistero ad una strada in cui la sua umanità si sarebbe realizzata. Lo disse con decisione e certezza proprio al Meeting del 2004, presentando Riscoprirsi uomo. Storia di una coscienza: «Certamente sono stato chiamato, perché non si può passare da soli da una grande solitudine a una grande fede». Una fede che ha fatto di lui quel rivoluzionario che aveva sempre voluto essere. Sempre al Meeting del 2004 concluse dicendo: «Adesso mi sento veramente rivoluzionario, adesso che non sono più comunista sono veramente rivoluzionario, nel senso in cui lo dice don Giussani. E se qualcuno mi chiederà un giorno: “Tu cosa hai fatto nella tua vita?” io risponderò “Sono stato un rivoluzionario”». Caprara è stato ed è un rivoluzionario, perché si è preso il coraggio di seguire il suo cuore, la sua esigenza di verità, la sua domanda di libertà, e lo è stato fino in fondo perché ha riconosciuto che in Cristo l’umanità si ritrova. Per questo ricorderemo sempre i suoi occhi pieni di certezza, il suo sguardo intenso, fisso al Mistero che lo ha chiamato a sé, perché potesse dire io con tutta la dignità che è data ad un uomo vero.
Dall’incontro con il fatto cristiano in cui Caprara ha riscoperto se stesso è nato per lui anche un compito cui ha dedicato l’ultima parte della sua vita, il compito di raccontare la menzogna e la violenza di cui l’ideologia si è resa responsabile della storia. Lui, che si è dichiarato “prigioniero volontario” dell’ideologia, è stato nello stesso tempo colui che in questi anni ci ha raccontato il suo orrore, per amore alla verità, ma ancor di più perché chi ne è ancora imprigionato potesse trovare la strada della liberazione.
Uno degli incontri più significativi si svolse a Milano il 18 febbraio 2002, di fronte a millecinquecento giovani. Caprara ripercorse le origini della storia del comunismo, raccontando episodi personali. Lo fece perché, avendo visto e conosciuto gli orrori dell’ideologia comunista, non aveva il diritto di tacere. «Ho visto, ho conosciuto e ora lo devo dire... Cerco la verità e la voglio cercare insieme ai giovani, insieme agli uomini del mio tempo, della mia epoca. Discuto perché il passato non venga rimosso, discuto perché altri non vengano indotti all’errore”. Raccontare a tutti quello che lui aveva visto divenne il compito più importante degli ultimi anni della sua vita, certo che è dai fatti che l’uomo capisce ciò che corrisponde al suo cuore o ciò che ne nega il valore. Sono stati anni intensi, Caprara è andato dovunque in Italia, ha incontrato gli studenti nelle scuole, ha partecipato a numerosi incontri promossi da centri culturali, ha scritto testi in cui documentare gli orrori dell’ideologia, come Paesaggi con figure o Gramsci e i suoi carcerieri. Per i giovani ha avuto una grande predilezione: ogni volta che li incontrava li coinvolgeva nel suo lavoro di ricerca del vero. Era per loro un maestro, insegnava a guardare dentro la storia con la forza del giudizio, una forza che sa svelare la menzogna e sa far emergere ciò che nessuna violenza può distruggere, il grido dell’uomo a Colui che, unico, lo libera dal male.
La sua energia sempre all’attacco del vero è oggi più che mai una consegna che, come lui ci ha insegnato, trova nel cuore dell’uomo il suo punto di forza, la possibilità unica di compiersi dentro i passi della vita quotidiana.

martedì 16 giugno 2009

La solita fiction

Dalla newsletter di Rino Camilleri, storico e romanziere, autore fra l'altro de "La vera storia dell'Inquisizione". Purtroppo oggi é più la gente che ama lo spettacolo, piuttosto che la verità.





Inquisizione

Cari amici, molti di voi mi hanno visto martedì 9 giugno su «Top secret», programma su Rete 4 condotto da Claudio Brachino. Io e Marina Montesano commentavamo il film di Milos Forman L’ultimo inquisitore, prima e dopo la visione. La Montesano è coautrice, con Franco Cardini, de La lunga storia dell’Inquisizione (Città Nuova), io ho scritto La vera storia dell’Inquisizione (Piemme, prefazione di Franco Cardini). Insomma, due libri garantiti da uno dei massimi medievisti al mondo. Non c’era molto tempo per fare le pulci storiche al film, che sul tema «Inquisizione» pescava nel più torbido dei romanzi gotici ma di storico non aveva nulla (e poi, tra un film di due ore e un controintervento di pochi minuti non c’è partita). Si dirà che le opere di fantasia non hanno obblighi con la storicità; però io, che scrivo anche romanzi storici, la storia la rispetto. I registi cinematografici, invece, devono fare i conti con chi dà loro i non pochi soldi che servono a fare un film, e pagare tributo alle lobby che tengono i rubinetti del denaro. Le quali, oggi, sono ideologicamente nemiche della Chiesa. Ora, poiché il grosso pubblico non legge i saggi storici ma guarda i film, detto grosso pubblico rimane come era quello sovietico rispetto alla storia del comunismo: miti e fandonie al posto dei fatti, perché non c’è migliore schiavo di quello che non sa di esserlo. Credete che l’Oliver Stone de Le crociate (Heaven’s Kingdom) e il regista de Il ponte di San Luis Rey (con De Niro e cast stellare) non possano permettersi di consultare uno storico serio? Dunque, quando falsificano la storia, lo fanno apposta. Per questo il Beato don Alberione aveva fondato (prima del Concilio) la San Paolo Film. Nel film di Forman tutto quello che si vede sull’Inquisizione è volutamente falso, e anche incongruente, come ho detto in trasmissione. Da secoli, per esempio, due cardinali dovevano visitare le celle inquisitoriali per controllarne lo stato due volte al mese. Le lenzuola venivano cambiate due volte alla settimana. Non c’erano le catene e c’erano le ore d’aria e i permessi sulla parola. Ma non fatemi ripetere qui quel che ho scritto sul mio libro. Fate solo sapere ai capoccioni ecclesiastici che, nella civiltà dell’immagine, fa più un solo film di Mel Gibson di tutti i loro piani pastorali.

venerdì 12 giugno 2009

Parlare al cuore di ogni uomo

Da Avvenire


quelli di Centocanti

La scoperta di Dante: "Lo recitiamo nel metrò"


DA MILANO

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. La celebre frase pronunciata da Francesca da Rimini nel quinto canto dell’Inferno potrebbe ripeterla per sé (in senso metaforico) anche Francesca Gargantini, quinta liceo scientifico a Milano. Tutto comincia due anni fa, quando in occasione dell’open day il suo insegnante di italiano, Paolo Valentini, propone ai suoi studenti di curare la recitazione di alcune terzine della Commedia dantesca. "Rimasi letteralmente fulminata da come il ’prof’ e alcuni miei compagni pronunciavano quelle parole. Era come se fosse qualcosa che li riguardava personalmente, come se Dante avesse scritto quelle parole per noi, per ogni uomo. Non ci avevo mai pensato prima, ma in effetti­ é proprio questo il genio di Dante. E da quel giorno la Divina Commedia­c é ominciata a diventare per me una vera e propria passione". Per coltivarla, quella passione, Francesca ­entrata a far parte dell’associazione Centocanti fondata proprio dal suo 'prof' con alcuni amici dell’università, molti dei quali sono diventati insegnanti e coltivano questa passione tra i banchi delle scuole. Centocanti­ é nata nel 2005 e coinvolge centinaia di studenti medi e universitari talmente innamorati del sommo poeta che hanno imparato a memoria un canto ciascuno, e lo vanno declamando nelle scuole e nelle piazze d’Italia, in occasione di manifestazioni culturali, feste popolari, festival di poesia.
La prima volta­ é accaduto a Milano, nel 2006: migliaia di persone hanno assistito allo spettacolo urbano messo in scena nelle stazioni del metrò, nelle piazze e davanti alle chiese del centro. Analoghe performance sono andate in scena a Bologna, Firenze e Trento, in decine di licei e istituti tecnici, centri culturali, teatri. Quest’anno l’associazione ha promosso momenti di formazione a cui hanno partecipato insegnanti e studenti,­ ed­ "é questa strana mescolanza che mi stupisce ogni volta – spiega il professor Valentini –. Dante, come nessuno altro poeta nella storia della letteratura, é capace di parlare a tutti, mentre oggi­ é sempre più ingabbiato in ambiti specialistici e accademici, diventando oggetto di studio solamente per gli addetti ai lavori e poco o nulla interessante per la maggior parte degli studenti".
Oggi gli iscritti al progetto Centocanti sono 220, compresi alcuni insegnanti che rilanciano nelle loro classi il fascino senza confini del poeta fiorentino che da settecento anni parla al cuore di ogni uomo. Compreso quello di Francesca, una ragazza come tante con una passione speciale.

Giorgio Paolucci



Da oggi faccio ufficialmente parte dell'Associazione. Non un progetto, ma un'amicizia davanti a qualcosa di più grande, tutto ancora da scoprire.
Viva Gesù e viva Dante!!

giovedì 11 giugno 2009

In questi giorni...

Tienanmen, 5 giugno 1989







Omaha Beach, Normandia, 6 giugno 1944





Biella, 11 giugno 2009: finita la scuola

lunedì 8 giugno 2009

Amante della vita

Da ilSussidiario.net






DON GIUSSANI/ Protagonisti della vita

lunedì 8 giugno 2009

Don Giussani è stato un profondo conoscitore dell’uomo. Da quando, ragazzo, ha trovato nella lettura di Leopardi una delle chiavi più espressive dell’animo umano, mai si è placata la sua ansia di incontrare e leggere il segreto dell’uomo. Il senso religioso (la sua opera più famosa, la più letta, anche se forse una delle più complesse e profonde) è innanzitutto una grande riflessione su tutte le dimensioni della vita umana.

Ma questa riflessione era per don Giussani l’esaltante “esercizio” di vita di ogni incontro. Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo o di sentirlo parlare ha certamente percepito di essere di fronte ad un genio dell’umano, ad una intelligenza capace di penetrare le pieghe della ragione, dell’affettività, della libertà.

Un amante della vita, un amante dell’uomo e della sua opera, ecco come lo definirei. Amante dell’uomo perché innamorato di Cristo, amante di Cristo perché innamorato dell’uomo. Per lui era impossibile scindere le due cose e ogni volta che parlava dell’uno parlava, pur non nominandolo, anche dell’altro.

Don Giussani era innanzitutto un uomo segnato, colpito da un incontro avvenuto a quattordici anni, quando improvvisamente ha percepito che quel Verbo di cui parla san Giovanni nel primo capitolo del suo Vangelo, “il Verbo si è fatto carne”, voleva dire che nella nostra vita era entrata la giustizia; in un uomo, la verità; in quel volto di uomo, la bellezza. Quell’uomo portava in sé tutto quello che ogni cuore poteva desiderare. Se non tenessimo conto di questo, non comprenderemmo le ragioni profonde della sua passione per l’uomo, della sua instancabile opera di educatore, padre e maestro.

Una delle prime cose che don Giussani, mio insegnante di religione al Berchet, mi ha comunicato è stata proprio la passione di incontrare gli uomini attraverso le loro opere, attraverso i loro scritti, attraverso le loro poesie, i loro romanzi, i loro libri. Essendo appassionato lui stesso, ci ha introdotti, per esempio, alla tradizione del canto, non solo del canto importante, del canto gregoriano, del canto polifonico, di cui è stato un grande difensore e comunicatore, ma anche dei canti popolari, dei canti brasiliani come di quelli irlandesi, dei canti africani piuttosto che di quelli latino-americani, perché attraverso il canto, così come attraverso la poesia e la letteratura, egli faceva incontrare a noi ciò che aveva incontrato lui, e cioè il desiderio dell’uomo di conoscere ciò che sta dentro la vita, ciò che costituisce la profondità di ogni cosa, di ogni pensiero, di ogni respiro.

Amante della vita, è una definizione di Javhè, nell’Antico Testamento. È innanzitutto questo che mi ha fatto riconoscere in don Giussani il segno di Dio, la Sua orma. Egli è stato un amante della vita anche nei suoi aspetti più familiari: amava mangiare, amava bere, amava la conversazione, le cose belle, la montagna, il mare, i viaggi, perché in tutto ciò, appunto, vedeva un segno del destino cui la vita di tutti gli uomini è ordinata.

Questo suo amore alla vita è diventato per noi una educazione alla bellezza, una educazione a scoprire ciò che di bello c’è nel mondo e a vedere in esso una parola detta a noi. In una sinfonia di Beethoven, in una sonata di Schubert, in un tramonto particolarmente emotivo, in una traccia di luna e di stelle sul mare nella notte (sto citando delle cose di cui lui ci parlava), in una voce di bambina che dice alla mamma “Mamma tutto è grande per te. Tutto in te diventa grande” egli trovava se stesso e l’infinito. Ecco, questa è l’educazione alla bellezza che ci ha comunicato: vibrare per le cose grandi o meglio per la grandezza che sta dentro tutte le cose.

domenica 7 giugno 2009

Cosa vuoi da me


LA LETTERA

Quando ci dimentichiamo della maiuscola

04/06/2009 - Un'insegnante si trasferisce da L'Aquila a Termoli. Nella nuova scuola c'è anche un'altra professoressa della sua città. Le due iniziano a cercarsi e...
Cari amici, anche oggi vi scrivo tardi, sono molto stanca (Maria ha la febbre alta e l’orario di lavoro di diciotto ore ormai è salito a ventitre!). Prima di addormentarmi vi penso e dato che non posso telefonare a tutti ogni tanto porto su il mio portatile e vi scrivo una mail per raccontarvi come va. A scuola da me c’è un’altra insegnante che viene dall’Aquila, si chiama Ivonne. L’ho conosciuta solo venerdì scorso. Continuavo a cercarla nel liceo, ma non la trovavo mai. Avevo saputo che venerdì doveva fare delle ore di supplenza, per cui sono andata nella sua classe per portargli il Tracce di maggio. Lei però non c’era. Così, dato che in classe non c’era nessuno, sono rimasta a fare lezione io, e poi, preoccupata, l’ho chiamata. Lei mi ha risposto che non sapeva niente, e che se l’avesse saputo sarebbe venuta (sul foglio in sala professori c’era il suo nome e c’era scritto “avvisata per telefono”). Allora le ho detto: «Da oggi in poi ti chiamo anch’io! E così ho fatto. Il giorno dopo ci siamo conosciute, le ho dato il Tracce e lei, guardandolo, mi ha detto: «Ora capisco perché sei così! Io non credo, ma lo leggerò da laica».
Stamattina, quando sono entrata durante la seconda ora, ho visto l’avviso in sala professori con il suo nome con la stessa scritta. Ieri mi aveva chiesto una mano perché non riusciva a contattare la Protezione civile e non riusciva a sapere quando i Vigili del fuoco avrebbero visto casa sua. Vado nella sua classe, ma lei non c’è. La classe era scoperta da un’ora e mezza. La chiamo immediatamente. Anche questa volta mi dice che non era stata avvisata. Nel frattempo la vicepreside entra in classe e mi vede al suo posto. Le spiego l’accaduto. Quando Ivonne arriva, andiamo subito dalla vicepreside. Il problema? La segretaria aveva il numero di cellulare sbagliato e lasciava messaggi in segreteria! Roba da non credere! Comunque, dopo aver risolto questo problema, andiamo a prenderci un caffè, anche perché dovevo dirle della casa. Mentre rientriamo a scuola mi dice: «Se non ci fossi tu...». Ivonne insegna Lettere, ma ha sbagliato. Ha sbagliato perché doveva mettere la maiuscola! Io ci sono perché Uno mi ha voluta e mi ha messo lì. Ma quante volte facciamo come Ivonne? Quante volte io chiamo “amore mio” Gino, o “tesoro mio” i miei figli e quante volte sbaglio. Sbaglio perché mi fermo lì e non arrivo a cogliere il Mistero che me li dà. Se c’è una cosa in cui il terremoto mi ha cambiata è proprio questa coscienza. È come se Dio mi avesse detto: “Tu sei voluta e tutto quello che hai non darlo per scontato, perché sono Io che te lo do”. Credo che il motivo per cui spesso non ci sentiamo provocare dalle circostanze è perché non riconosciamo che la nostra vita e quel che abbiamo davanti è un dono, è fatto da un Altro. Perché quando io ricevo un dono è allora che dico: ma perché me lo dai? Perché proprio a me? Cosa vuoi da me?

Grazia, Termoli

Da Tracce.it

Sapienza!?

Grazie al blog del giornalista fogliante Giulio Meotti, Zakor, riporto qui di seguito la lettera di una professoressa dell'Università La Sapienza (!?) di Roma, la quale contesta la decisione del rettore di invitare Gheddafi, il dittatore libico, a parlare in aula magna agli studenti.

La stessa università che, ricorderete, ha incivilmente chiuso le porte al Papa, ecco che le apre ad un ben noto dittatore.

Bene.





Al Magnifico Rettore Prof. Luigi Frati

Al Senato accademico

Ai colleghi dell'Università di Roma “La Sapienza”


Magnifico Rettore, cari colleghi,

apprendo con costernazione che l'Università di Roma "La Sapienza", che non ha saputo accogliere con rispetto e civiltà il papa Benedetto XVI, accoglierà il giorno 11 giugno il leader libico Moammar Gheddafi, che incontrerà la comunità accademica tutta in aula magna. Il comunicato reso pubblico recita che il sig. Gheddafi si rivolgerà in particolar modo ai nostri studenti.
Non so in quale sede accademica sia stata deliberata questa visita né per quali ragioni sia stata decisa.
Esprimo la mia ferma protesta circa l'opportunità di invitare solennemente il sig. Gheddafi, leader di un regime dittatoriale, a parlare nella nostra Università, che mi auguro dedita con sforzo congiunto di tutta la comunità accademica -al di là di ogni differenza politica- alla tutela dei principi di democrazia e libertà, che sono a fondamento della Costituzione repubblicana, e a tenere vivi tra i nostri giovani studenti sentimenti di profondo attaccamento alla libertà e alla pace.
Ricordo che pochi giorni fa è morto, dopo sette anni di patimenti nelle prigioni libiche, Fathi Eljahmi, dissidente libico che ha patito nelle carceri l'oppressione del regime di Gheddafi insieme alla moglie a al figlio maggiore solo per aver combattuto per il diritto di parola e per riforme democratiche. Mi chiedo se qualcuno nella comunità accademica della Sapienza potrà chiedere conto all'ospite del destino tragico di questo spirito libero e di tutti i suoi concittadini, meno noti, che per persecuzione politica sono stati costretti a tacere, sono stati imprigionati o sono stati espulsi dal paese.
Ricordo che i partiti politici sono vietati, che è vietato il diritto di sciopero, che la stampa è soggetta a censura, che la magistratura è controllata dal governo, che vi sono severe restrizioni al diritto di parola, di associazione, di manifestazione e alla libertà di religione. Ricordo che l'attuale regime libico ha espropriato ed espulso senza diritto di difesa le residue comunità ebraiche presenti in Libia e la Libia, storicamente centro di una fiorente comunità ebraica, è oggi uno Stato privo della presenza di qualunque cittadino di religione ebraica. Ricordo che nell'ambito delle Nazioni Unite il regime libico ha promosso ripetutamente campagne di attacco fazioso e violento contro lo Stato d'Israele ed è stato tra i promotori della conferenza Durban II, dalla quale l'Italia si è ufficialmente dissociata e alla quale si è rifiutata di partecipare.
Mi chiedo quali insegnamenti il sig. Moammar Gheddafi potrà impartire ai nostri studenti e perchè la nostra comunità accademica debba ascoltarlo senza una voce critica chiara e ferma. Se la diplomazia internazionale segue la propria strada, la comunità accademica dovrebbe sempre e comunque, con coraggio, parlare a tutela della libertà.


Prof. Bruna Ingrao

giovedì 4 giugno 2009

L'avventura della conoscenza

Da Tracce.it


DA MILANO AL MEETING Un'avventura nel Rinascimento. Ma non solo

di Emmanuele Michela
21/05/2009 - «L’avventura della conoscenza nella pittura di Masaccio, Angelico e Piero» è una delle mostre del prossimo Meeting di Rimini, e la sua realizzazione ha impegnato due professori e quasi cinquanta universitari di Milano. Ecco perché
Un particolare del Tributo di Pietro, di Masaccio.

Un particolare del Tributo di Pietro, di Masaccio.


Arriva dalla Cattolica di Milano una delle mostre del Meeting 2009: «L’avventura della conoscenza nella pittura di Masaccio, Angelico e Piero» è il titolo del percorso curato da Marco Rossi, docente di Storia dell’Arte Medievale, e da Alessandro Rovetta, docente di Storia della Critica d’Arte, entrambi dell’università milanese. E a collaborare con loro, ormai da diversi mesi, c’è un gruppo di studenti iscritti a Lettere, Filosofia e Beni Culturali, cui poi si è aggiunto qualche altro amico dell’Università Statale.
«Circa un anno fa i due professori ci avevano proposto di lavorare con loro - spiega Benedetta, studentessa di Storia dell’arte impegnata nella mostra - per analizzare gli affreschi di Masaccio, Beato Angelico e Piero della Francesca, quali protagonisti del Rinascimento, un momento singolare perché di passaggio dal Medioevo all’Umanesimo».
Così si inizia a lavorare coi due professori: ci si incontra settimanalmente per dividersi il lavoro di ricerca, che viene poi realizzato in settimana, in gruppi, tra libri e appunti.
Le settimane passano e ci si accorge che, non basta studiare i tre artisti solo dal punto di vista artistico, bisogna approfondire anche il contesto storico e quello filosofico. Ecco che quindi vengono coinvolti altri amici di Storia e Filosofia, e il gruppo di lavoro arriva a contare circa cinquanta universitari. Intanto la mostra prende forma. Sarà un percorso che evidenzierà l’esperienza umana ed artistica dei tre pittori, guardando in particolare il Ciclo della Croce in San Francesco ad Arezzo, la Cappella Brancacci e il Convento di San Marco a Firenze, con lo scopo di percepire, prima di tutto, il loro modo di rappresentare la realtà: Masaccio in modo drammatico, Beato Angelico più contemplativo mentre Piero tutto teso a cogliere il dettaglio.
Non solo: dopo tanto studio sui libri, arriva ad aprile anche il momento di andare a Firenze e Arezzo per vedere direttamente le opere. «Il viaggio è emblematico di tutto il percorso fatto coi due docenti - continua Benedetta -: sono stati per noi veri maestri nell’affiancarsi a queste opere senza dar nulla per già conosciuto. A Firenze all’uscita di ogni visita, ci veniva chiesto cosa pensavamo di quello che avevamo visto: era una provocazione su ciò che studiavamo, per farci capire che c’è sempre un legame con la nostra vita. Non ci ha lasciato indifferenti, per esempio, la forza umana che si propaga dai personaggi dipinti da Masaccio, segnati dalla drammaticità del loro rapporto col Mistero; mentre di Piero della Francesca ci ha affascinato la curiosità con cui indaga la realtà».
Ma c’è un altro aspetto di quel viaggio che ha colpito gli studenti: «Il modo in cui il professore lasciava sempre spazio a qualcosa che poteva essergli sfuggito. Avrà visto migliaia di volte quelle opere, eppure il modo in cui quei tre artisti guardano le cose non smette mai di interrogarlo. E questo è l’aspetto più bello della conoscenza: avere maestri veri che ti aiutino a capire le cose, interrogandosi loro in prima persona. Anche perché, per lasciarsi ferire dalle opere di Masaccio, non è necessario essere esperti d’arte: anche i nostri compagni di Filosofia, meno esperti di noi, riuscivano a cogliere in pieno il dramma di quei personaggi».
Nulla di più calzante con il titolo della prossima edizione del Meeting, “La conoscenza è sempre un avvenimento". «Per conoscere questi artisti abbiamo dovuto prima di tutto interrogarci noi su quello che essi ci comunicavano - conclude Benedetta -, ed è in questo modo che si può imparare sempre qualcosa di nuovo dai libri». «Prendi il Tributo di Pietro, di Masaccio. C’è da imparare da come Pietro si fidi di Cristo che gli chiede di cercare una moneta nella bocca di un pesce».



mercoledì 3 giugno 2009

Il potere, la gloria e la redenzione




LETTURE/ Il potere e la gloria, un “dono” di Graham Greene

giovedì 28 maggio 2009

Nemmeno contro questo peccato gli sembrava di avere da proporre alcun insegnamento valido, a meno che non lo fosse la sua stessa persona che puzzava di acquavite nella stalla.

«La sua stessa persona». È proprio il mistero racchiuso in queste semplici parole a costituire il cuore del grande dramma raccontato ne Il potere e la gloria di Greene, un dramma che riguarda il cammino di ogni cristiano, quale che sia la sua posizione, la sua situazione nella vita del mondo.

Il lettore si trova immerso fin dalla primissime battute della storia in un mondo afoso, soffocante, sotto un sole spietato e nugoli di zanzare, ma il calore, l'afa, lo stordimento si rivelano niente più d'un pallido riflesso del clima umano e spirituale realizzato dalla rivoluzione messicana, che ha bandito la Chiesa e ne ha imprigionato ed ucciso i sacerdoti: privato dello sguardo di Dio, del Suo orizzonte, l'uomo si è ritrovato solo con sé stesso in un “pianeta abbandonato”, preda non solo dei propri peccati ed errori, ma ancor più della propria spietata misura, la quale è capace solo di schiacciare e accusare sempre più, ancora e ancora. Ed ecco, c'è chi si rintana nel compromesso e nella mediocrità, senza però mai sfuggire ad un più o meno esplicito senso d'invincibile oppressione; chi invece, per non provare la minima compassione per la debolezza della carne si aggrappa e dedica con fanatico accanimento alla gelida utopia d'un avvenire radioso, senza più bisogno di perdono e destino, un'utopia che, in nome d'una pace e d'un amore astratti e impersonali, non si fa mai troppo scrupolo al presente di umiliare, torturare ed uccidere; chi continua semplicemente a strappare brandelli di felicità confusa nella violenza del peccato. Dentro tutto questo, nella “crudele mischia degli uomini” l'ultimo prete rimasto senza abiurare si trascina da una parte all'altra dei villaggi più abbandonati, sempre in fuga, braccato senza sosta e senza pietà dai nemici esterni ed interiori: da una parte la polizia, i delatori, la diffidenza della gente, la fame e la sete che lo costringono spesso a contendere pezzi d'osso ai cani selvaggi; dall'altra le macerie della sua indegnità, la sua debolezza di “prete-spugna”, consumato dall'acquavite e capace di dilapidare persino il pochissimo vino faticosamente conservato per la Messa, dilaniato dal peso delle sue gravi incoerenze e debolezze, perennemente sul baratro dell'ultima disperazione, quella di credersi divorato senza scampo dal sue stesso limite, un dannato che depone Dio sulla bocca della gente, eppure sempre capace, ancora e ancora e ancora, laddove tutti sono fuggiti o hanno ceduto, di dire sì al grande compito che ha investito la sua vita: ma era ancora da lui che prendevano Dio, Dio nella loro bocca. Senza di lui sarebbe stato come se Dio, per tutto quel tratto dalle montagne al mare, avesse cessato di esistere.

E così egli porta sé stesso a quella gente stanca, oppressa e spesso cinicamente indifferente, porta sé e tutti propri limiti, offrendosi quasi sempre al dileggio e al disprezzo, ma è così, proprio così che egli può portare loro anche quel Dio che si è legato alla sua persona per sempre nel sacramento della sua povertà offerta, fino al sacrificio più straziante.

Dentro all'unica vera grande rivoluzione che ci sia, quella messa in moto dalla presenza del Suo Signore e Maestro, anch'egli è un segno di contraddizione, per il quale si svelano i pensieri di molti cuori: davanti a questo sacerdote schiacciato dalla propria miseria umana, che continua a sperare che arrivi qualcuno migliore di lui, finalmente quello che ai suoi occhi sarebbe un uomo buono con il fuoco dell'amore, tutti sono chiamati a prendere posizione, ed ecco emergere la piccineria, la codardia, ma anche le impensabili profondità ed il coraggio e soprattutto, sotto mille forme e magari mille camuffamenti, l'insopprimibile anelito d'ogni uomo per un sguardo più grande dell'umana misura, per una presenza capace di strappare dalle sabbie mobili del male. Ed è proprio ciò che si fa strada fino a loro attraverso i gesti e le parole di quell'uomo debole e braccato, ma che sa sempre scorgere e commuoversi per l'immagine di Dio anche nel più degradato dei suoi fratelli.

Questa terribile caccia all'uomo, che è al contempo un doloroso cammino di spoliazione e sacrificio, raccontata con tanta maestria e profondità, è davvero un grande dono: in essa G. Greene, superando come forse solo in “Fine di una storia” la costante tentazione della propria narrativa a ripiegarsi sull'analisi dei suoi dubbi e delle sue lotte, ci ha testimoniato ciò che “porta” la vita stessa del suo protagonista: in fondo, l'unica cosa che possiamo davvero donare agli altri siamo noi stessi cambiati dall'amore che ci ha raggiunti e fatti suoi per sempre.

lunedì 1 giugno 2009

Pigro, alzati!




"Non ti è detto: sforzati di cercare la via per giungere alla verità e alla vita; non ti é stato detto questo. Pigro, alzati! La vita stessa é venuta a te e ti ha scosso dal sonno; e se é riuscita a scuoterti, alzati e cammina!"
Sant'Agostino