venerdì 26 febbraio 2010

Se questo é essere "naif"....

Si commenta da solo.

La nuova frontiera del Web è l'aborto in diretta su Twitter

In questo momento sto abortendo, e non è poi così male”, ha detto Angie Jackson sorridendo davanti alla sua webcam con gli occhi ben pitturati di azzurro. Lei ha 27 anni, i capelli tinti, un bambino disabile di quattro anni nato da una gravidanza a rischio e un pc sempre acceso. E dalla Florida ha deciso di raccontare via Twitter il suo aborto con la Ru486.

Il 13 febbraio, fresca di scoperta, ha digitato “Incinta” sulla sua pagina, quella con lo username “antitheistangie”. Da quel momento i suoi 800 follower (si chiamano così gli utenti del microblogging Twitter che “seguono” in tempo reale i post di un altro utente) sono quasi raddoppiati. Subito ha preso la decisione, comunicata urbi et orbi, di prendere la pillola abortiva per “salvarsi la vita” e “sbarazzarsi del problema”. Poi si è messa a fare la telecronaca del suo aborto chimico, con l’inizio dei crampi, il sangue e tutto il resto, perché nulla restasse celato. All’inizio era spavalda, difendeva la sua scelta anche al telefono con i giornalisti spiegando di non aver bisogno di pubblicità, ma di voler soltanto condividere il momento. Per “rassicurare” le altre ragazze che “abortire con la pillola non è così tragico come si immagina”, ma soprattutto per sentire il sostegno dai suoi “amici”, come le piace chiamarli, per sentirsi meno sola.

Qualcuno però ha iniziato a scriverle che stava facendo una cosa orribile come se nulla fosse. Che qualcuno lo avrebbe tenuto per lei, quel bambino. Perché quello era, un bambino, e non un uovo di gallina o di lucertola. Lei continuava a ribattere, a tutti, frase per frase, a rispondere alla stampa e a registrare video, anche ad aborto ormai concluso. A un certo punto gli attacchi on line erano più dei plausi e Angie ha denunciato anche minacce di morte. Ha detto sbigottita che non si aspettava proprio tanto astio nei suoi confronti perché forse, in fondo, lei è “un po’ naif”.

di Valentina Fizzotti

giovedì 25 febbraio 2010

C'è posto anche per te

Il Taz&Bao dell'ultimo Tempi.




"Osserva acutamente un noto vescovo americano, Fulton J. Sheen, che coloro che fuggono la Chiesa per l'ipocrisia, l'imperfezione delle persone religiose, si scordano che, se la Chiesa fosse perfetta nel senso da loro reclamato, non ci sarebbe in essa posto per loro"

Luigi Giussani, Perché la Chiesa

martedì 23 febbraio 2010

Nessuna meraviglia che ci detestino


Crocifissione di San Pietro, Caravaggio


"Non dimentichiamolo mai: noi siamo ancora "i primi cristiani". Il mondo esterno, senza dubbio, pensa esattamente il contrario. Crede che noi stiamo morendo di vecchiaia. Ma l'ha creduto già tante volte. Ha creduto tante volte che il cristianesimo stesse morendo, per le persecuzioni esterne e per le corruzioni interne, per l'avvento dell'islamismo, per il sorgere delle scienze fisiche, per il dilagare di grandi movimenti rivoluzionari anticristiani. Ma ogni volta é rimasto deluso. Il primo disinganno venne con la crocifissione. L'Uomo risorse. In un certo senso - e mi rendo conto di come ciò debba sembrare terribilmente iniquo ai nostri avversari - così é sempre stato da allora in poi. Loro continuano a uccidere la cosa a cui Lui ha dato inizio: e ogni volta, quando spianano la terra sulla sua tomba, sentono improvvisamente che questa cosa é ancora viva, ed é perfino sbocciata in nuovi luoghi. Nessuna meraviglia che ci detestino".

C.S. Lewis, Il cristianesimo così com'é

lunedì 22 febbraio 2010

Don Giussani



Oggi ricorre il quinto anniversario della morte di don Luigi Giussani, il padre di Comunione e Liberazione. Vivendo il suo carisma, attraverso il quale ho potuto sperimentare e sperimento l'incontro con Cristo vivo, mi commuove pensare a che genere unico di compagnia sia la Chiesa. Lo Spirito ha sempre suscitato uomini giusti per ogni tempo e per ogni sfida particolare che la Chiesa si è trovata ad affrontare: Francesco d'Assisi e Domenico di Guzman nel 1200, Filippo Neri e Ignazio di Loyola nel 1500, solo per dirne alcuni. Ora il carisma di Giussani, che é quello in cui io sono costantemente afferrato da Cristo.
Solo nella Chiesa cattolica é pensabile un qualcosa come i carismi: un'unita composita, una sinfonia vera e propria per cui io vivendo l'incontro con il movimento conosco e seguo lo stesso Gesù di chi rimaneva affascinato dal poverello di Assisi e obbediva alla sua regola, o di chi imparava le laude negli oratori filippini di Roma all'epoca della Riforma Cattolica. Indietro fino a Giovanni e Andrea.
Fuori dalla Chiesa non può esistere questa sinfonia: ad esempio nel mondo protestante, un carisma equivale ad una nuova chiesa a se stante. Staccatisi da Roma, essi non hanno fatto altro che eternamente dividersi, fino ad oggi.
La fedeltà alla Fonte, nella Chiesa cattolica, genera invece un'eterna sinfonia, che non é un'omologazione, ma l'armonia di molteplici splendide modalità diverse fra loro, i carismi appunto, per raggiungere e vivere Cristo.
Quella che Lui ha scelto per me é tutta nata dalla passione per l'uomo e per Gesù di don Luigi Giussani, mio padre nella fede.

Qui alcune notizie dalla stampa

sabato 20 febbraio 2010

Preraphaelites Brotherhood

Ho ricevuto da un amico le immagini di questi quadri stupendi. Sono quadri di pittori appartenenti alla confraternita dei Pre-Raffaeliti, un corrente di pittori del periodo romantico, sulla quale é in corso una mostra a Ravenna.



John William Waterhouse, Dante e Beatrice


John William Waterhouse, l'Annunciazione


John William Waterhouse, Windflower


Rossetti, Ecce ancilla Domini


Rossetti, Infanzia di Maria Vergine

mercoledì 17 febbraio 2010

Dante e un insolito approccio: "Ancora non vi rendete conto di quel che state facendo"

Mi sarebbe piaciuto esserci, ma é come se ci fossi. Viva Dante. Da Tracce.it

DANTE A MILANO Quando un maestro si lega a uno studio vivo

di Stefano Regondi
16/02/2010 - Riparte a Milano il ciclo d'incontri sulla Divina Commedia, con la lettura del Paradiso. Ad inaugurarlo, il dantista Robert Hollander. Che ha scelto di fermarsi una settimana intera, perché «qui vedo un modo di studiare straordinario»
Robert Hollander a Esperimenti Danteschi 2008.

Robert Hollander a Esperimenti Danteschi 2008.


Il cliché prevede che un professore invitato a un ciclo d’incontri dopo la lezione ceni con gli organizzatori e riparta. Lui ha deciso di arrivare quattro giorni prima della sua conferenza e ripartire due giorni dopo. Il motivo? Stare con gli studenti. È Robert Hollander, docente di letteratura europea all’Università di Princeton e dantista di fama internazionale, in Italia per l’annuale lezione di Esperimenti Danteschi. Un ciclo d’incontri ideato dall’associazione Studenti Universitari Milanesi (SUM) che da sei anni presenta la lettura integrale della Divina Commedia. La squadra degli “sperimentatori” è composta da una trentina di studenti, per lo più di Lettere, che di volta in volta si impegnano a studiare la cantica, trovandosi insieme per preparare le introduzioni alle lezioni e per riprendere il valore e le provocazioni di quelle precedenti. L’accademico statunitense è alle prese con la lettura del primo e del secondo canto del Paradiso, mercoledì 17 febbraio.
È atterrato in Italia con la moglie già sabato pomeriggio. Un fatto insolito che si spiega guardando al passato. Stupito per ciò che ha visto nelle scorse edizioni grazie a questo “appuntamento dantesco”, Hollander ha deciso quest’anno di prolungare il soggiorno italiano per condividere pranzi e cene insieme agli “sperimentatori”. A tavola gli universitari hanno parlato insieme con l’accademico di Dante, dello studio e dell’università. Poi il professore ha avuto modo di visitare la città meneghina sotto la guida di alcuni studenti. Dall’istituto Sacro Cuore a Brera, dove il docente americano ha girato per i corridoi della pinacoteca. «Del vostro lavoro mi colpisce la serietà, anche nell’organizzazione, nella cura di tutti i dettagli».
Ricomincia da qui, da un professore affascinato, un’iniziativa unica nel panorama accademico, ideata e organizzata interamente dagli studenti. Che propone per questa edizione la lettura del Paradiso, terminando così il secondo ciclo (cominciato nel 2005 con la prima lettura de l’Inferno). Il punto di forza di questi appuntamenti consiste nell’alto profilo scientifico delle lezioni, che non scoraggia la partecipazione, anzi la alimenta, radunando attorno a sé non solo studenti delle facoltà umanistiche ma anche fisici, architetti, liceali e appassionati di ogni età. Ogni mercoledì riparte, alle ore 17, in aula 211 della Statale di Milano, la lettura del Paradiso.
Esperimenti Danteschi ha già all’attivo la prima pubblicazione del ciclo sull’Inferno (a cura di Simone Invernizzi) e in uscita quella sul Purgatorio (a cura di Benedetta Quadrio). Ora non resta che andare, spinti anche dalle parole di Hollander: «Ho visto rarissime volte un modo di studiare come il vostro. Gente che studia la letteratura insieme. Esperimenti è straordinario per la serietà e la qualità del lavoro. E poi le pubblicazioni: ancora non vi rendete conto di quel che state facendo».

Per informazioni: www.esperimentidanteschi.it

"Non abbiate paura, Cristo può colmare le aspirazioni più intime del vostro cuore"

Ecco nuove notizie su Caterina Socci dalla newsletter dello Straniero.


Madonna di San Sisto, Raffaello

La nostra Caterina …

16 febbraio 2010 / In Articoli

In tanti, veramente tanti di voi mi chiedono di Caterina…. Ho difficoltà a spiegare anche perché non posso entrare nei particolari.

Diciamo che la sua situazione è sempre molto delicata. Ha bisogno veramente tanto delle nostre preghiere ardenti. E sono certo che ognuna delle vostre preghiere arriva diritta al cuore di Dio, tramite Maria Santissima, nostra Madre.

Per questo vi ringrazio ancora di cuore, con tutta l’anima, certo che la Regina della pace riempirà il nostro cuore di meraviglia e di felicità. E dedico a voi, come dedico a Caterina (che quel giorno era a Loreto) queste parole del papa, Benedetto XVI, pronunciate al raduno dei giovani del 2 settembre 2007.

Mi sembra il modo migliore di entrare nella Quaresima e trovo che siano parole commoventi per Caterina.

Il Papa disse:

“In questo momento ci sentiamo come attorniati dalle attese e dalle speranze di milioni di giovani del mondo intero (…). A tutti vorrei giungesse questa mia parola: il Papa vi é vicino, condivide le vostre gioie e le vostre pene, soprattutto condivide le speranze più intime che sono nel vostro animo e per ciascuno chiede al Signore il dono di una vita piena e felice, una vita ricca di senso, una vita vera.
Purtroppo oggi, non di rado, un’esistenza piena e felice viene vista da molti giovani come un sogno difficile, e qualche volta quasi irrealizzabile.
Tanti vostri coetanei guardano al futuro con apprensione e si pongono non pochi interrogativi.

Si chiedono preoccupati: come inserirsi in una società segnata da numerose e gravi ingiustizie e sofferenze? Come reagire all’egoismo e alla violenza che talora sembrano prevalere? Come dare un senso pieno alla vita? Con amore e convinzione ripeto a voi, giovani qui presenti, e attraverso di voi, ai vostri coetanei del mondo intero: Non abbiate timore, Cristo può colmare le aspirazioni più intime del vostro cuore!

Ci sono forse sogni irrealizzabili quando a suscitarli e a coltivarli nel cuore è lo Spirito di Dio? C’è qualcosa che può bloccare il nostro entusiasmo quando siamo uniti a Cristo? Nulla e nessuno, direbbe l’apostolo Paolo, potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Cf Rm 8, 35-39).

Lasciate che questa sera io vi ripeta: ciascuno di voi se resta unito a Cristo, può compiere grandi cose. Ecco perché, cari amici, non dovete aver paura di sognare ad occhi aperti grandi progetti di bene e non dovete lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà.

Cristo ha fiducia in voi e desidera che possiate realizzare ogni vostro più nobile ed alto sogno di autentica felicità. Niente è impossibile per chi si fida di Dio e si affida a Lui. Guardate alla giovane Maria!”.

Antonio Socci

domenica 14 febbraio 2010

La buia e scettica celebrazione della "morte" del Cristianesimo. "Lourdes" non é un bel film

E' uscito nelle sale un film particolare, "Lourdes". Concordo pienamente con il giudizio dato da Vittorio Messori, che del Santuario Mariano se ne intende assai, come ben sa chi conosce i suoi libri, un giudizio profondamente negativo. Non trovo sufficienti invece le ragioni addotte da Antonio Autieri, é un giudizio positivo il suo, su il Sussidiario.net, qui la sua opinione.
Come giustamente nota Messori, il maggior pericolo di questo film é di non apparire pericoloso.
Voi che ne dite?





Corriere della Sera

Il commento Le scene sono plumbee, anche nel momento della guarigione. Eppure chi ci è stato sa che è il regno del dolore ma anche della gioia

Il film dell' ex allieva delle suore che spegne le luci (e la fede) a Lourdes

Le immagini «atee» della Hausner riescono a depistare i clericali entusiasti Pellegrini e cappellani I pellegrini si spiano invidiosi, temendo la guarigione del vicino e non la propria e i cappellani replicano con slogan alle domande dei malati

La prospettiva di Jessica Hausner nel suo Lourdes è dichiarata subito, sin dalla scena iniziale, coll' inquadratura dall' alto della sala da pranzo per i pellegrini. Nessuna finestra, ma una luce artificiale fioca, su un ambiente claustrofobico: nero il pavimento, nere le pareti cui sono appesi crocifissi neri, nere le gonne e i pantaloni del personale, neri i mantelli delle hospitalières con la croce di Malta, nere le divise dei Cavalieri dell' Ordine, neri i clergyman dei preti. A quei tavoli funerei prende posto, in silenzio, una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi, assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi («che ci faccio, qui ?»), vivi solo nello scambio di sguardi tra ragazze col velo e giovanotti col basco. Poca, pochissima luce in tutto il film, la cui cifra cromatica è il plumbeo: nuvole nere nel cielo persino nelle pochissime scene all' aperto. Anche la benedizione eucaristica del pomeriggio - l' appuntamento quotidiano più amato dai pellegrini, assieme alla processione notturna con le fiaccole - non è girata, come è nel vero, sulla grande, luminosa Esplanade che fronteggia i tre santuari sovrapposti. No, la Hausner ha scelto di ambientarla nell' enorme chiesa sotterranea, dove non penetra alcuna luce. Poca luce pure per la lugubre festicciola finale. E buia, ovviamente, la scena topica della guarigione - miracolosa o casuale che sia - della tetraplegica venuta a Lourdes non per fede, ma per sfuggire dalla casa dove il male la imprigiona. Credo abbia visto bene la UAAR ,«Unione degli atei e degli agnostici razionalisti» nell' attribuire a questo film il suo beffardo premio intitolato a Brian, dal nome di una dissacrante pellicola su Gesù. Dicono, questi atei organizzati, che l' opera della Hausner potrà aiutare a perdere la fede «chi non è ancora approdato a una visione disincantata e scettica». Pure la Massoneria ha espresso il suo apprezzamento. Che dire, allora, del premio attribuito dagli uomini di cinema cattolici, riuniti in un' associazione riconosciuta ufficialmente dalla Santa Sede? Che dire della diocesi milanese che ha deciso di sponsorizzare quest' opera, diffondendola nelle parrocchie? Verrebbe in mente quanto mi disse un Umberto Eco ironicamente deluso, quando analoghi premi cattolici (uno, addirittura dalla Loyola University, l' ateneo dei gesuiti americani) furono attribuiti al film tratto dal suo «Il nome della rosa»: «Io ho faticato per fare un libro radicalmente agnostico se non ateo, sperando di suscitare un dibattito infuocato. E invece no, ' sti preti mi fregano , applaudendomi e riempiendomi di premi . Quasi quasi ho nostalgia dei bei, vecchi tempi della Santa Inquisizione. Quei tosti domenicani erano meno noiosi del frate e del sagrestano "adulti" che acclamano il miscredente». Ma sì, sarebbe facile sorridere del masochismo clericale, cui peraltro siamo ormai rassegnati. Qui, però, occorre forse riconoscere delle attenuanti. In effetti, a una prima lettura il film della regista austriaca (la solita ex cattolica: l' Occidente ne è ormai pieno) pare accattivante per i devoti. Non c' è nulla dell' anticlericalismo di un Emile Zola che si intrufolò, da anonimo, nel Pellegrinaggio Nazionale francese e ne trasse il suo fazioso romanzo, dove tutto inizia, per lui, da «une paure idiote», da una piccola isterica chiamata Bernadette. Nulla, qui, delle invettive delle Logge ottocentesche, che chiedevano la chiusura manu militari di Lourdes «per abuso della credulità pubblica», nonché per «ragioni igieniche». Il vecchio mangiapretismo vociferante ha fatto posto, nella Hausner, a un ateismo radicale, ma politically correct. E una simile negazione della fede - durissima nei contenuti, ma molto soft nei modi - può avere depistato i clericali entusiasti. L' ateismo, peraltro onestamente dichiarato nelle interviste, non sta tanto nella barzelletta del capo dei Cavalieri hospitaliers (la Madonna che vuole andare a Lourdes, perché non vi è mai stata), battuta un po' blasfema che svela l' incredulità di quei volontari. Non sta tanto nei dubbi dei pellegrini, nel loro spiarsi invidiosi, ciascuno temendo che il vicino di stanza sia guarito e lui no. E non sta neppure in quei cappellani che, alle domande dei malati, replicano con slogan, quasi fossero distributori automatici di risposte apologetiche. No, l' ateismo radicale del film sta nell' annuncio che il Cristianesimo è morto, perché proprio la cartina di tornasole di Lourdes rivela che sono morte le tre virtù teologali che lo sorreggevano: morta la Fede, morta la Speranza, morta anche la Carità, malgrado le apparenze di chi, come i volontari, sembra esercitarla. Ma per amore di sé, non dei bisognosi. Per sfuggire alla noia, per trovare un senso o un marito, più che per aiutare il prossimo. Papa Giovanni definì Lourdes, che molto amava, «una finestra che si è spalancata all' improvviso, mostrandoci il Cielo». La Hausner, quella finestra la chiude: da qui, la mancanza di luce, il senso di oppressione, la claustrofobia, il nero che segnano tutta la sua pellicola. Quel Cielo di Roncalli è ormai sbarrato, uccidendo la Speranza. L' esplosione gioiosa dell' alba della Risurrezione è rimossa a favore di una routine devozionale grigia , noiosa , segretamente ipocrita. Ma è sul serio così? Chi ha esperienza vera di Lourdes sa (e non è retorica) che questo è il regno del dolore ma anche della gioia; della disperazione e della speranza; del dubbio e della fede; dell' egoismo di mercanti, osti, professionisti dell' assistenza e della generosità di infiniti anonimi. Un impasto contradditorio, certo , ma pieno di vita e plasmato, malgrado tutto, da una fede tenace, che non si arrende. Vi sono talvolta nubi, sui Pirenei. Ma, ancor più spesso, vi splende un sole caldo. La Hausner ha le sue ragioni, cui va il nostro rispetto. Ma, attorno alla Grotta - quella vera, non quella della ex allieva delle suore che ha perso la fede - c' è un braciere che continua ad ardere, simboleggiato dalle mille candele accese giorno e notte, da 150 anni. Non c' è il cero ormai spento, o solo fumigante, che vorrebbe questo film, tanto eccellente nella tecnica quanto unilaterale nei contenuti.

Messori Vittorio


(12 febbraio 2010) - Corriere della Sera


giovedì 11 febbraio 2010

Buone notizie dall'Oriente Estremo

Dalla newsletter della FSCB una bella testimonianza.

Tre matrimoni e un battesimo

silanos


Caro don Massimo,
ogni due giovedì ho proposto agli anziani della parrocchia di trovarsi insieme. Dico per loro una messa e poi preghiamo un po’, ci spostiamo nel centro parrocchiale e lì chiacchieriamo, scherziamo e poi pranziamo insieme. Vengono una dozzina di persone più la Gao e sua sorella che preparano da mangiare e fanno da segreteria del gruppo.
Una di queste volte ho fatto raccontare al Signor Qing (80 anni) e a sua moglie la storia del loro matrimonio. L’ho fatto apposta perché sapevo da Paolo che i due non si erano mai regolarmente sposati in chiesa (la moglie ha ricevuto il battesimo solo un anno e mezzo fa, dopo essere guarita da una malattia durante la quale ha visto in sogno Gesù che l’ha invitata a farsi battezzare). Ho poi scoperto che tanti anziani cattolici sono nella stessa situazione del signor Qing, in quanto a quel tempo erano militari e per un’oscura legge di Chiang Kai Shek non potevano sposarsi in chiesa.
Quel giorno, al termine del racconto che i due hanno fatto, li ho ringraziati dicendo che mi avevano commosso e proponendo loro di fare una bella festa insieme agli altri anziani e di sposarsi finalmente in chiesa: loro, commossi, hanno finalmente accettato. A quel punto mi sono commosso davvero e ho pensato a Bertolina e ai due vecchi siberiani che facevano il loro viaggio di nozze tornando a casa a piedi dalla chiesa del villaggio…
Il giorno dopo siamo andati a casa della signora Yang per la preghiera in famiglia. Il marito (81 anni), mezzo sordo, non è cattolico. Chiacchieravamo con lei e la Gao mi sussurra che anche loro due non si sono mai sposati in chiesa, essendo anche il marito della Yang un ex militare. Allora propongo anche a loro di sposarsi. La Yang mostra la sua sorpresa, ma commossa dice di sì. A quel punto però, il vecchio Qing (sempre presente…) parte al contrattacco e si impunta nel voler convertire il marito della Yang, il quale però, non capisce quello che l’altro gli sta dicendo, un po’ perché il loro dialetto cinese non è lo stesso e soprattutto perché il Yang Bei Bei è sordo come una campana. Allora il Qing gli si mette vicino e urla. Niente da fare: l’altro non sente. Eppure il Qing non molla. Prende carta e penna e scrive, con mano lenta e tremolante, i suoi caratteri cinesi su un foglio volante, mentre noialtri presenti mangiamo, parliamo, scherziamo. Alla fine, il vecchio Yang legge l’invito a battezzarsi che il suo quasi coetaneo ed ex commilitone gli fa leggere: e, nell’incredulità’ generale, dice di sì, vuole il battesimo. Spiega che, quando era giovane, avrebbe voluto farlo, ma quando era sotto le armi non ha mai avuto il tempo e, in seguito, non ha mai più trovato nessuno che glielo proponesse, prima che lo facesse il vecchio Qing…
Nei giorni scorsi, infine, ho scoperto che anche la Maestra Luo (80 anni) e suo marito (un ex colonnello dell’esercito di Chiang) non sono ancora sposati…
Così il 29 di novembre festeggeremo il nostro patrono San Francesco Saverio e in quel giorno ci saranno anche tre matrimoni e un battesimo: età media, 80 anni…

Un abbraccio grande,


Lele

PS: Lo dici tu a Francesco Bertolina, che, stavolta, ho fatto meglio di lui?

mercoledì 10 febbraio 2010

Liberazione N°2





Liberazione N°2

parole e musica di Claudio Chieffo

Non mi basta stasera un libro o una canzone
o un amore di donna,
né può la confusione respingere la noia
di una vita mancata…
Ma Tu, Tu solo puoi riempire il vuoto della mia mente,
aprire il cuore di chi non sente…
e poi giocare coi miei pensieri, farmi sentire come nato ieri.
Non darò la mia vita, unica eppure vuota
alla politica idiota
o ad un altro ideale inventato da me
di cui resto padrone o schiavo…
Ma Tu, Tu solo puoi riempire il vuoto della mia mente,
aprire il cuore di chi non sente…
e poi giocare coi miei pensieri, farmi sentire come nato ieri.
Questo amore strano è nato come un figlio
che nessuno ha aspettato,
e perché proprio adesso vogliam farci padroni
di un amore donato?
Ma Tu, Tu solo puoi riempire il vuoto della mia mente,
aprire il cuore di chi non sente…
e poi giocare coi miei pensieri, farmi sentire come nato ieri.

lunedì 8 febbraio 2010

Sete di salvezza

Da IlSussidiario.net, evviva Péguy.




Il mistero di Péguy

lunedì 8 febbraio 2010

Anche se in ritardo, devo ricordare un centenario molto importante. Era il 16 gennaio 1910 quando Charles Péguy pubblicava Il Mistero della carità di Giovanna d’Arco. Un capolavoro di poesia, di teologia, di cristianesimo vissuto. Péguy ha 37 anni e da dieci spende tutte le energie fisiche e le poche risorse economiche per tenere in piedi i Cahiers de la quinzaine (quaderni quindicinali).

Letteralmente si consuma per questo suo periodico, a cui affida la missione di tenere desti i giovanili ideali di giustizia e verità; quelli per cui si era buttato a corpo morto per far riconoscere l’innocenza di Dreyfus e aveva aderito al partito socialista. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, nel suo piccolo atelier di rue de la Sorbonne a Parigi, Péguy si sfianca per contattare gli autori, sistemare i manoscritti, impaginarli, correggere le bozze, cercare gli abbonati, raccogliere i fondi necessari.


Ma più il tempo passa più Péguy si sente ed è di fatto isolato, abbandonato, vinto. È sempre sull’orlo del fallimento, quasi nessuno si occupa del suo lavoro. Pochi capiscono la sua martellante critica alla demagogia che domina il mondo culturale e politico, il suo disperato allarme per una umanità che muore sotto i colpi dell’intellettualismo, del compromesso, dell’ideologia. Molti dei suoi vecchi compagni di strada lo abbandonano; quelli nuovi, i cristiani, (Péguy ha infatti ritrovato la fede) non lo capiscono e sospettano dell’ex socialista, anche perché, per rispetto della contrarietà della moglie, non fa battezzare i figli.


Lui, arrancando, tira dritto; sa che in qualche modo la ritrovata fede avrebbe salvato anche gli ideali della gioventù socialista; non negandoli, ma inverandoli. Così nasce il Mistero. Nel maggio del 1909 Péguy aveva fatto, in quanto riservista, l’abituale esercitazione militare. Gli era capitato per caso di tornare nella natia Orléans e di sfilare in parata avanti alla statua della sua più celebre concittadina, Giovanna d’Arco, da pochi mesi proclamata beata. Le aveva già dedicato una lunghissima opera teatrale quando aveva 23 anni, facendone una specie di socialista ante litteram.


La domanda inquieta di Giovanna era: Come si fa a salvare tutti, a far giustizia a tutti? Dopo quella parata Péguy decide di riprendere in mano il suo vecchio testo e di aggiornarlo. Comincia col fare delle aggiunte sulle pagine stampate, poi si rende conto di aver troppo da dire e riscrive tutto da capo. Porta il manoscritto in tipografia e preme perché il Cahier venga pubblicato nel numero di Natale del 1909. Ma correggendo le bozze – era scrupolosissimo in questo lavoro – gli vengono nuove idee. Soprattutto un nuovo problema: la salvezza che Giovanna cerca non è più solo quella che si risolve con la giustizia umana; ora, da cristiano, si pone la questione della salvezza eterna.


Nessuno deve vivere nella miseria materiale, ma nessuno deve neppure essere escluso dalla misericordia divina, abbandonato alla dannazione. Così a ogni nuovo giro di bozze il poema si ingrandisce. Quando già i tipografi sono spazientiti da questo continuo rifacimento, Péguy ha un ultimo colpo di genio: in soli otto giorni inserisce il lungo monologo in cui Madame Geravaise rievoca il dramma della crocifissione, il dolore di Maria dietro il figlio che porta la croce e lo strazio di Cristo che grida l’angoscia di un Dio che si arresta di fronte alla libertà che non lo accetta. Da rileggere.

domenica 7 febbraio 2010

Scienziato pazzo

Ha raggiunto la coccarda, cioè la premiazione per il miglior intervento della settimana nello spazio lettori Hyde Park Corner, su IlFoglio.it. Spassoso e veritiero.


Veronesi chi?

Veronesi chi? Quello che “bisognerebbe che le persone a 50 o 60 anni sparissero” per lasciare spazio a “piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione” senza bisogno di entrambi i genitori come ai tempi dell’ “androgino-ermafrodita” originario [sic], ed anzi, preferibilmente che si producano per “autoclonazione” femminile, come nel caso di “una donna bella e intelligente che voglia figli, senza uomini, perché li odia” per concludere che, in questo modo, “il desiderio sessuale cesserebbe di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner” realizzandosi finalmente una società “quasi felice”? [La libertà della vita, 2007] Questo, Veronesi? Questo, ha detto che “la religione impedisce all’uomo di ragionare”?

Gaetano Tursi, Portici (Na)



giovedì 4 febbraio 2010

Altro che la solita "Storia"...

Ennesimo contributo per la vicenda Galilei. I fatti ci sono e sono a disposizione delle persone oneste; se non si ha voglia né interesse a guardarli ("La posizione del film sulla vicenda é la mia e sinceramente non mi importa se le carte sono falsate" é stato detto in classe settimane fa) allora il problema é un altro.
Ecco il contributo.


martedì 2 febbraio 2010

Un'utopia emotivamente affascinante ma contro l'umano

Da Tracce.it rubo un bel giudizio sul film del momento "Avatar", sul quale se avrò tempo e modo ritornerò.

LETTERA Avatar, mio figlio e il gusto di un giudizio

01/02/2010 - Un padre di famiglia viene trascinato a vedere il film di James Cameron. E ne esce deluso: «Manca uno sguardo umano». Ma scopre che, anche in quella situazione, si può costruire qualcosa...
Una scena del film.

Una scena del film.

Cari amici,
scrivo per raccontarvi quello che mi è capitato domenica scorsa andando a vedere, con uno dei miei cinque figli e altri tre suoi amici di 11 anni, il film Avatar, che pare sia già diventato il film più visto della storia del cinema.
Probabilmente il fatto di aver ceduto all’insistenza di mio figlio rinunciando a un tranquillo pomeriggio di pennichella, letture e goal di serie A, per un film della durata di quasi tre ore visto su schermo panoramico in seconda fila per mancanza di altri posti, non mi aveva messo nella miglior disposizione per apprezzarlo. Ma, al di là dell’ottimo confezionamento, degli effetti speciali e della spettacolarità - che peraltro riesuma elementi presenti in altri celeberrimi film come Apocalipse Now, Terminator, Jurassic Park... -, il messaggio di fondo del film mi è apparso abbastanza inequivocabile: una profonda e inappellabile disistima per l’uomo in quanto tale, per la sua storia e civiltà, per quello che egli può costruire. E, d’altro canto, un’esaltazione dell’energia della natura in senso panteistico, che alla fine ha il sopravvento con una brutta copia in salsa bio della resurrezione, del primitivismo innocente archi-e-frecce in simbiosi con l’ambiente. Insomma, dell’utopia eco-etico-moralista che, appunto, non ha luogo sulla terra ma può esistere solo sul pianeta Pandora. E trova come unica alleata tra gli uomini la tecno-scienza, impersonata dalla burbera Sigourney Weaver, che difende i nativi per poterli studiare sotto il profilo scientifico: gli altri uomini sono solo affaristi, idioti e violenti, con una prevedibilità noiosa e mortale dei loro comportamenti. Uno sguardo umano tra gli umani, che si usano a vicenda per i rispettivi scopi, è impossibile. L’unico amore possibile è quello tra la figlia del capo tribù dei nativi e il protagonista, ex marine costretto sulla sedia a rotelle, ma sotto le mentite e atletiche spoglie del proprio avatar, surrogato virtuale dell’uomo e dell’alieno costruito in laboratorio, che vive, significativamente, quando l’uomo dorme. Ma quale “amore”? Un amore che non porta alla realizzazione di sé e della propria natura, ma anzi alla scelta del protagonista (uomo) di diventare definitivamente alieno, rinunciando alla sua natura e storia umana: del resto, come dice il protagonista al proprio fidato computer, perché mai gli alieni dovrebbero essere interessati agli uomini? Per «la birra light e i blue jeans», evidentemente gli unici valori rispettabili della nostra cultura (alla faccia di Dante, Leopardi, Mozart...)?
È davvero interessante vedere questo film per capire a quali conseguenze, in realtà a quale utopico “nulla”, porta la mentalità dominante così lucidamente rappresentata e sposata dagli autori e in cui siamo immersi ogni giorno: avendo abolito la possibilità del rapporto umano con Dio, si finisce per abolire l’uomo stesso, come aveva profetizzato Clive Staples Lewis oltre 50 anni fa.
Ma il fatto più interessante è ciò che è successo immediatamente alla fine del film. I quattro ragazzi che erano con me si scambiavano entusiasti le impressioni (l’ultima mezz’ora del film è tutta una spettacolare battaglia): «Io voglio avere un avatar», diceva uno; e un altro per superarlo: «Io voglio essere un avatar». Io li guardavo sconfortato e un po’ triste, sperando di aver modo, senza fare un pesante “pistolotto”, di comunicare in modo efficace il mio giudizio. In quel momento mio figlio si stacca dalla combriccola degli amici e, vedendomi pensieroso, mi chiede: «Papà, papà, ti è piaciuto?». Ero felice che me lo chiedesse, che non fossi per lui semplicemente il papà-autista, possibilmente muto e accondiscendente, necessario per raggiungere il cinema... Gli rispondo secco: «No». «Come no?», mi dice lui, di fatto richiamando l’attenzione anche degli altri amici. Allora vado all’attacco: «Scusa Simone, belli gli effetti speciali, ma ti sei accorto che non c’è un uomo nel film che esprima una positività e una bellezza del vivere da uomo, tanto che alla fine il protagonista decide di diventare un alieno? Nella tua esperienza, le persone che conosci sono proprio tutte così negative?». Attimo di silenzio e poi lui: «No, non sono così». «Se la vita fosse tutta così non ci sarebbe speranza per nessuno», riprendo io. Ancora silenzio: «È vero papà, hai ragione». Parte poi una discussione serrata con tutti i ragazzi, in auto e davanti a una pizza, richiamando diversi episodi del film e sollecitando un giudizio da parte loro. Uno di loro, mi ha raccontato poi il padre, arrivato a casa, alla richiesta di come era stato il film, ha risposto: «Bruttissimo!».
Be’, al di là dell’esito, sicuramente non definitivo, della piccola battaglia nella lotta con ciò che pensa “il mondo”, ho proprio provato un certo gusto. Un gusto a non lasciarsi schiacciare dalla circostanza con tutti i suoi falsi effetti speciali, ma a rischiare un giudizio e ad accompagnare chi ti è vicino a un proprio giudizio, senza mettere i figli sotto una campana di vetro che si sgretolerebbe in un attimo sotto i colpi fascinosi e subdoli della cultura al potere. Un giudizio che nasce dall’esperienza di appartenere a un luogo reale - non a un’utopia emotivamente affascinante -, che c’è in forza di un Padre che non ci ha giudicati per il nostro niente. Ma, attraverso la carne non virtuale di Suo figlio, ci ha amato e ci ama come figli.

Alberto, Seregno

lunedì 1 febbraio 2010

"La vita é quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela"

Da IlSussidiario.net








APPELLO/ La resa di Crisafulli sarebbe l'eutanasia di Stato: così Eluana muore ancora

lunedì 1 febbraio 2010

Salvatore Crisafulli è un uomo entrato in uno stato vegetativo persistente a seguito di un incidente stradale. Una condizione comatosa classificata con 3-4 punti della Scala di Glasgow (GCS) , in pratica l’identica condizione in cui si trovava la povera Eluana Englaro.


A differenza della sfortunata ragazza di Lecco, però, Salvatore si è risvegliato dal coma dopo quasi due anni dall’incidente e ha raccontato che, per tutto quel periodo in cui veniva ritenuto “un vegetale”, lui, in realtà, sentiva e comprendeva perfettamente. «I medici dicevano che non ero cosciente, ma io capivo tutto», racconta Crisafulli in un’intervista, «e piangevo perché non riuscivo a farmi capire».

Nell’aprile dello stesso anno scrive al Capo dello Stato e, quattro mesi dopo, invia una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in cui denuncia come nei confronti di coloro che si trovano nella sua condizione «non esista un’intensa e continuativa assistenza» mentre «leggi come la 328 e la 162 non vengono recepite dalla Regione Sicilia».


In quella stessa lettera a Berlusconi, però, Salvatore Crisafulli trova sempre la forza di combattere ogni prospettiva eutanasica: «non può il diritto di morire diventare la nuova frontiera dei diritti umani».


Spiega, però, che «se lo Stato riuscisse a garantire pienamente la tutela della vita, in ogni fase della malattia e della disabilità ed anche nella fase insostenibile, non esisterebbe alcun fenomeno di eutanasia». È la disperazione, secondo Salvatore, che può condurre alla scorciatoia della dolce morte. Questa era la situazione fino all’anno scorso.


Un destino funesto, però, continua ad abbattersi sulla famiglia Crisafulli. La vigilia dello scorso Natale, alle quattro di pomeriggio, Marcello, il fratello maggiore di Salvatore, viene travolto da un pirata della strada mentre, con la sua motocicletta, si stava recando ad acquistare delle focacce per tutti gli altri familiari riuniti in occasione della festa.


Marcello resta immobile sull’asfalto, in bilico tra la vita e la morte, fino a quando non viene portato d’urgenza in ospedale. Solo lì si conoscerà l’esito dell’incidente: tre fratture alla colonna vertebrale, la frattura delle costole, la perforazione dei polmoni, una frattura alla cervicale, la frattura alla clavicola e gravi lesioni a un occhio. Proprio a causa delle fratture alla colonna vertebrale, Marcello rimane paralizzato e non potrà più camminare.

Dopo questo gravissimo incidente, la situazione della famiglia Crifasulli si trasforma in tragedia. Marcello, infatti, era il fratello che accudiva amorevolmente Salvatore di notte e di giorno, e rappresentava, praticamente, l’unica concreta possibilità di assistenza.


Il fratello Pietro arriva a denunciare pubblicamente: «Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perché Salvatore ha bisogno di aiuto 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d’accordo».


Così Pietro annuncia «un viaggio della morte per suo fratello», in una clinica belga ove praticano l’eutanasia. La rabbia, umanamente comprensibile, si scaglia contro le istituzioni pubbliche, i politici, le autorità e persino la Chiesa, colpevoli di aver abbandonato Salvatore privandolo del necessario aiuto e della dovuta assistenza.

Ora, è difficile pontificare sulle disgrazie che hanno colpito la famiglia Crisafulli. Un senso di profondo rispetto fa sì che il giudizio si fermi di fronte alla soglia del mistero del dolore. Non so se davvero le istituzioni pubbliche abbiano abbandonato Salvatore Crisafulli al suo destino. Se così fosse, sarebbe incredibilmente triste. Sarebbe come se Eluana Englaro fosse morte inutilmente.


Uno degli effetti per cui pareva che la sua scomparsa non fosse stata vana, era il fatto di aver illuminato, con uno spietato raggio di luce, quel cono d’ombra in cui silenziosamente vivono la propria sofferenza migliaia di persone in stato vegetativo persistente insieme ai propri cari. Vanificare questo effetto significherebbe far morire Eluana una seconda volta.

Non so - ripeto - se le istituzioni pubbliche abbiano fallito nel loro compito, ma certo non si è fatta attendere la voce di chi non smette di credere in quella profonda solidarietà che nasce dalla concezione cristiana dell’amore. L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, infatti, ha subito dichiarato «la propria disponibilità ad accogliere in un clima di grande rispetto e di particolare solidarietà Salvatore Crisafulli».

Certo, però, che lo Stato e soprattutto le Regioni non devono essere da meno. Non sarebbe giusto costringere i cittadini a minacciare l’improbabile ricorso all’eutanasia per chiedere assistenza. Che la minaccia paventata dai familiari di Salvatore rappresenti, in realtà, più una disperata provocazione che una reale intenzione, lo dimostrano gli interventi di due insospettabili personalità. Una di queste è Silvio Viale, il medico radicale che da anni si batte per l’eutanasia, e l’altra è il senatore Ignazio Marino, noto per le sue posizioni in tema di testamento biologico.

Il primo, Silvio Viale, ha invocato la necessità di nominare un curatore per Salvatore Crisafulli, come fu per Eluana Englaro, e ha denunciato «le strumentalizzazioni del fratello e della famiglia di Salvatore Crisafulli» ritenendole «un’offesa per tutti coloro che si battono per il diritto all’autodeterminazione e per l'eutanasia, la quale, prima di tutto, è una libera manifestazione di volontà e non la morte imposta dai familiari».


«Nessun medico belga, olandese, lussemburghese o svizzero - ha precisato Viale - procederà mai all’eutanasia o all’accelerazione della morte senza almeno una, sebbene ricostruita, chiara e manifesta volontà della persona».

Il secondo intervento è quello di Ignazio Marino il quale, dopo aver precisato di essersi sempre batttuto «per la libertà di scelta rispetto alle terapie, sulla base dell’articolo 32 della Costituzione», ha riconosciuto che «l’annunciata intenzione dei familiari di Salvatore Crisafulli di portarlo in Belgio perché gli sia praticata l’eutanasia, sembra apparire più come «frutto della disperazione ed esasperazione della famiglia per l’assenza di assistenza che denunciano».


Marino ha precisato, sul caso Crisafulli, di nutrire dubbi sulla sua effettiva volontà di morire, facendo peraltro presente che «quando la morte è decisa da qualcun altro non si può parlare di eutanasia ma piuttosto di omicidio».


Anch’io non credo che Salvatore Crisafulli si sia arreso e che la disperazione abbia vinto sul suo ostinato desiderio di vivere. Certo è che la nostra coscienza resta turbata di fronte al dubbio che non sia stato fatto tutto il necessario per alleviare la sua sofferenza e per consentirgli la dovuta assistenza.


Salvatore è sempre quello che, rivolgendosi a Napolitano, ha dato a tutti noi una lezione con queste parole: «Credetemi, la vita è degna d’essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato. La vita è quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita di finta dolcezza. Signor Presidente della Repubblica, solo il suo intervento (ma con i fatti) potrà evitare ulteriori richieste di eutanasia, in alternativa ordini di chiudere tutti i reparti di rianimazione». No, davvero Salvatore non può essersi arreso.