venerdì 31 dicembre 2010

Al Signore buono dell'istante che viene

Da Avvenire.it, un augurio di buon anno a tutti.


La sibilla della Cappella Sistina, particolare

TE DEUM DEL CUORE

DAVIDE RONDONI


E ora che l’anno finisce, il cuore deve de­cidere da che parte stare. Il cuore, che è la sede delle decisioni che davvero segnano l’esistenza, come dice la Bibbia. E il nostro cuore, adesso che finisce un anno duro e pie­no di fatiche, deve decidere: lamento o gra­titudine? È sempre così. Di fronte a un anno che passa, come di fronte al viso dei propri figli, o delle persone che ti trovi accanto. Hai mille motivi per lamentarti, cuore nostro. Mil­le motivi per dare voce alle ferite. Alle delu­sioni. Ai torti subiti. Mille motivi per far par­lare la lingua amara della rivendicazione. O la lingua stanca dell’avvilimento.

Molte notizie che anche oggi troviamo sui giornali farebbero salire parole dure dal cuo­re. Ma come c’è la durezza della pena, c’è an­che la durezza della gioia. La resistenza, la forza della gratitudine. Quella che proviamo per cose che magari sui giornali non ci fini­scono. La gratitudine per le cose da niente che costellano la nostra vita. Per il respiro che ancora ci viene accordato, e il riso e anche per il pianto con cui conosciamo il dolore e l’amore. Le cose che non fanno notizia, co­me il sorriso di un figlio, l’occhiata della per­sona che amiamo, il suo voltarsi quando la salutiamo. Quelle cose da niente che non fan­no notizia, ma che ci suggeriscono una gra­titudine invincibile. E noi vogliamo scegliere di rendere grazie per queste cose da niente. Per la fede dei semplici, papi nel fulgore del loro ministe­ro o ammalati nella penombra della loro of­ferta. Vogliamo ringraziare per tutte le ma­dri che, camminando lavorando soffrendo, non perdono la speranza. E custodiscono l’amore. Per tutti quelli che non fanno no­tizia e fanno andare il mondo, mettendo cu­ra e pazienza in lavori senza onori appa­renti. Gratitudine per la bellezza spavento­sa e dolce di questo posto chiamato Italia, edificato dal genio, dalla fede e dalla opero­sità dei nostri padri, sotto i cui cieli abitia­mo e vediamo panorami per cui vale la pe­na essere venuti al mondo. Il nostro cuore decide di ringraziare, in questa fine d’anno. Per le cose che ci hanno corretto. Per quel­le che, pure facendoci soffrire, ci hanno le­gato di più a ciò che vale. E ringraziare per le cose da niente, i 'buon­giorno' scambiati per le scale, i 'se hai biso­gno di una mano, ci sono' che ci hanno det­to anche con gesti silenziosi. Vogliamo ren­dere grazie per la benedizione dei bambini nostri e per quelli degli altri. Per i loro visi do­ve tutto reinizia. E per la pazienza dei nostri anziani, che onorano il tempo senza sentir­lo come una ingiustizia, ma come un chiari­mento. Vogliamo ringraziare per la pazienza preziosissima dei sofferenti nel corpo, nella mente. Per chi è restato senza lavoro, ma non senza dignità. Per le cose che non fanno mai notizia, come la cura e l’amicizia offerta da tanti a chi è solo. Per il mare di bene che con onde silenziose sostiene il nostro viaggio.

Ora che l’anno finisce strapperemo il cuore dalle mani del demonio lamentoso che vor­rebbe non farci vedere come i cuori di tutti cercano il bene. Ora che finisce l’anno con tutte le sue ferite e le sconfitte e le perdite, rin­grazieremo per tutti i doni, e per il segreto bene che si nasconde anche nel patimento se una mano ci passa sugli occhi come ai bambini. Ringrazieremo per tutti gli abbrac­ci silenziosi. Per i baci di amicizia e di amo­re scambiati. Per le cose da niente che non fanno notizia ma hanno fatto la vita e la spe­ranza per questo anno che finisce. E ringra­zieremo per il dono più misterioso di tutti, la fede. Per le mani che ce lo hanno offerto, per i volti che lo hanno confermato in mezzo al­le tenebre dell’anno. Per i dolci amici che ci hanno parlato di Lui, Signore buono dell’an­no che va e dell’istante che viene.

giovedì 30 dicembre 2010

La Madonna d'Oropa, Piergiorgio Frassati e il signor Chesterton

Quando ci si ritrova così allegramente e inaspettatamente sulla breccia, come é accaduto e potete vedere dai link qui sotto, si fa davvero esperienza di quell'allegria da trincea (come dice il buon GKC) introvabile fuori dalla Chiesa, trionfante e militante. Insomma, il beato Piergiorgio, il signor Gilbert e la Regina di Oropa hanno organizzato ben bene le cose.


G. K. Chesterton in una caricatura


http://piergiorgiofrassati.blogspot.com/2010/12/anche-leco-del-santuario-di-oropa-parla.html

http://uomovivo.blogspot.com/2010/12/anche-leco-del-santuario-di-oropa-si.html

http://uomovivo.blogspot.com/2010/12/ecco-chi-ha-scritto-del-cavallo-bianco.html


Un caro saluto all'Uomo Vivo e a tutti gli amici di Chesterton e Piergiorgio, che anche dai loro blog combattono con allegria la buona battaglia, proprio come si cerca di fare qui.

mercoledì 29 dicembre 2010

About limitless water, limitless air and love

Transcendence, by Michael D. O'Brien
"So much space above the ocean! The sense of infinity that opens before him is a feeling that only limitless air above limitless water can give. His heart begins to beat wildly. It is that certain beat one feels only when falling in love. Though this is not first love, it is a return to the first illumination, when he  had gasped with wonder over a love that would make such a world, that is present in it and speaks tender words through it"

from Island of the World, by Michael D. O'Brien, Ignatius Press pag. 779 

martedì 28 dicembre 2010

La fine dell'Impero

Due preoccupanti segnali che mostrano il decadimento della nostra Europa e la persecuzione dei cristiani: la solita Inghilterra e l'Unione Europea.


sabato 25 dicembre 2010

Il suono delle campane a mezzanotte, come i cannoni di una battaglia appena vinta: il Natale secondo Chesterton

Con grande onore, ho il piacere di riportare qui la settima puntata di Chestertoniana a cura di Edoardo Rialti, una spettacolare e imperdibile rubrica settimanale su Il Foglio.


Quel dinamitardo di Dio

La nascita di Gesù è la feritoia aperta sul territorio del nemico. Il Natale secondo Chesterton

Il Foglio sta pubblicando una "Chestertoniana" a puntate. Pubblichiamo la settima puntata dedicata al Natale. Le prime sei sono disponibili per gli abbonati nell'archivio pdf. Le prossime uscirano nel Foglio in edicola una volta alla settimana.

“Se vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male”.
    Gilbert K. Chesterton

"Anche Dio fu un uomo della caverna”: questo, per Chesterton, costituiva il segreto e la sintesi del Natale, la sua sconvolgente rivoluzione. La storia umana era cominciata in delle caverne dipinte come quelle di Lascaux, che la vulgata vorrebbe piene di irsuti scimmioni intenti a picchiare le femmine con le clave, e che invece dimostrano solo che questo bizzarro “semidio o demone del mondo visibile” chiamato homo sapiens è sempre stato un artista? Ebbene anche Dio ha voluto cominciare la Sua storia su questa terra allo stesso modo della sua creatura: “La seconda metà della storia umana, che fu come una nuova creazione del mondo, comincia pure da una caverna”, e non era affatto un caso che “anche qui gli animali erano presenti”, perché a ben pensarci anche Dio da sempre, proprio come quei primi antichissimi artisti, “aveva tracciato strane forme di creature, colorate curiosamente, sulle pareti del mondo; ma alle sue figure aveva infuso la vita”, e ora almeno un paio di queste sue stesse invenzioni, con una prodigiosa inversione, lo scaldavano col loro fiato. Chesterton amava tutto del Natale, a partire dagli aspetti più semplici come i cenoni familiari, i regali, i giochi, i festoni e i cappellini di carta che anche gli adulti inglesi indossano. Li amava proprio perché ridicoli, capaci di “scuoterci dalle nostre rigide abitudini”, dal momento che, come scrisse in un articolo sul Natale del 1910, “la cosa importante nella vita non è mantenere un rigido sistema di piacere e compostezza (che si può facilmente ottenere indurendo il cuore o la testa) ma mantenere vivo in sé l’immortale potere dello stupore e del riso, e una sorta di giovane reverenza”.

Ma quel che più lo affascinava era che il Natale è tanto familiare quanto rivoluzionario, anzi, rivoluzionario proprio perché familiare: vi si festeggia un imprevedibile e rivoluzionario “incastro”, per dirla con le parole del suo contemporaneo Charles Péguy, tra realtà, esperienze e immagini che la cultura occidentale dà per scontate proprio e solo perché dopo duemila anni, “siamo cristiani psicologi, anche se non siamo teologi”, e che proprio perché non scontate potrebbero scomparire, una volta smarrita la sorgente. Attorno alla grotta di Betlemme egli vedeva radunate tutte le forze, positive e negative, al centro della storia umana, che dal quel momento sarebbero state cambiate per sempre.

Anzitutto il bambino nella mangiatoia. Egli sosteneva che “c’è differenza tra l’esser tirato su come cristiano ovvero come ebreo o musulmano o ateo. La differenza è che ogni fanciullo cattolico ha appreso dalle immagini questa incredibile coincidenza di idee contrastanti, come una delle prime impressioni della sua mente. Non è soltanto una differenza teologica. E’ una differenza psicologica che può andare aldilà di ogni teologia”. Persino “ogni ateo o agnostico, che nella sua infanzia abbia veramente conosciuto il Natale, avrà poi sempre nella sua mente, voglia o non voglia, un’associazione di due idee che moltissima gente deve considerare come remote l’una all’altra: l’idea di un bambino e l’dea di una forza sconosciuta che regge le stelle”. Quindi “per lui avrà sempre un vago sentore religioso la semplice pittura di una madre con un bambino”. Per Chesterton “il bimbo è il simbolo e il sacramento per eccellenza della libertà personale”: è inerme, ma è una novità assoluta e irripetibile, che sfonda e sfida quanto lo precede, che chiede un’accoglienza che spesso disturba”, perché non c’è posto nell’albergo”. “La gente che preferisce i piaceri meccanici a quel miracolo, è rozza e schiavizzata”.

Chesterton, che soffrì l’impossibilità di avere dei bambini, non ha mai nascosto il suo disprezzo e la sua rabbia per coloro che nella civiltà contemporanea preferiscono una vita di piaceri disimpegnati “a quella realtà che è l’unica fonte di ringiovanimento per una qualsiasi civiltà. Sono loro che si compiacciono delle catene della loro antica schiavitù; è il bimbo colui che è pronto per il nuovo mondo”. Costoro continuano magari senza saperlo la politica di Erode, “il re che guerreggiava contro i bambini”.
Commentando la battuta di Scrooge in “Canto di Natale” di Dickens, in cui il vecchio avaro dà già voce a quella che sarebbe stata l’opinione corrente di tanti moderni, per cui la morte degli inermi può contenere l’eccesso di popolazione, Chesterton ribatteva che “quando un gruppo di sprezzantemente benevoli economisti guarda giù nell’abisso della popolazione in eccesso, c’è una sola risposta assicurata che bisognerebbe dare loro, ed è che se c’è un eccesso, quell’eccesso siete proprio voi”. E si trattava del ritorno sotto nuova forma di visioni antiche, perché il disprezzo e la violenza contro i bambini e gli inermi erano uno dei tratti più comuni di tante civiltà precristiane, magari molto civilizzate, contro cui secondo Chesterton i tratti migliori della civiltà greco romana e il giudaismo avevano già combattuto. Non è un caso che in tutte le fiabe e le leggende europee sia sempre presente “l’idea che le forze del male minaccino soprattutto l’infanzia”, e tuttavia non bisogna dimenticare che “nel mondo antico spesso i demoni vagarono liberamente, simili a draghi”.

Basti pensare ai cartaginesi, che “appartenevano a una razza matura e perfetta, abbondante di lussi e di raffinatezza”. Eppure tale “popolo ultracivile si adunava effettivamente insieme per invocare sull’Impero la benedizione celeste gettando centinaia di bambini nella bocca di una fornace. Per avere un’idea approssimativa di questo fatto, si pensi a un gruppo di mercanti di Manchester, in cappello e cilindro e con le fedine a braciola, che vadano in chiesa ogni domenica alle 11 per vedere mettere arrosto un bambino”. Se una simile immagine ripugna, per Chesterton è soprattutto per quel che è accaduto una notte di 2010 anni fa. Con un Dio che si fa appunto bambino “è profondamente vero affermare che da quel momento non potevano esserci più schiavi” perché “gli individui acquistavano un’importanza che nessuno strumento poteva acquistare”. 

Non ci sarebbe mai più potuto essere un potere che cancellasse il valore della persona, da quando l’ultimo dei nati sotto il grande censimento voluto dall’imperatore si rivelava essere Dio stesso: “Coloro che accusarono il cristianesimo di aver dato fuoco a Roma con delle torce erano assassini; ma erano assai più vicini alla vera natura del cristianesimo che non certi moderni i quali ci dicono che i cristiani erano una specie di società etica”. Queste parole di Chesterton saranno particolarmente amate da Hannah Arendt, che le riprenderà affermando da laica che “la fede e la speranza nel mondo trova la sua più efficace espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la lieta novella: ‘Un Bambino è nato fra noi’!”. Eppure questo divino valore della presenza di un bambino non era e non è scontata affatto: “Non è naturale mettere in relazione Dio con un infante più di quel che sia naturale rapportare la gravitazione a un gattino”. Tuttavia questa inaspettata relazione compiva uno dei più antichi aneliti dell’umanità, testimoniato da tutti i racconti mitologici sulle unioni tra gli dei e i mortali, o le leggende sui luoghi sacri abitati dal soprannaturale. Gli uomini antichi, come tutti i popoli con le loro tradizioni, “avevano capito meglio di tutti che l’anima di un paesaggio è una leggenda, e l’anima di una leggenda è una persona”. I pastori di Betlemme si trovavano a fronteggiare la realizzazione inaspettata di questa costante e confusa intuizione.

“La mitologia è una ricerca – afferma Chesterton – e aveva molti peccati, ma non aveva avuto torto nell’essere carnale come l’Incarnazione”. Il grido di Enea, che nel poema di Virgilio lamenta di non poter “unir destra a destra e dire e unire vere parole” con gli dèi trova risposta nell’annuncio che “il Creatore fosse presente a scene alquanto posteriori ai conviti di Orazio, e parlasse cogli esattori delle tasse e cogli ufficiali del governo, nella vita quotidiana dell’impero romano”. Tale intuizione sarà la freccia che farà breccia nel cuore di un convinto “pagano moderno” come il giovane C. S. Lewis, che lesse queste riflessioni di Chesterton nel libro “L’uomo eterno” (siamo nel 1925) mentre si riprendeva dalla febbre di trincea della Prima guerra mondiale: a chi obietta con un sorrisetto che Cristo non sia altro che l’ennesimo mito, come Mitra o Dioniso, Chesterton ribatteva che “il popolino aveva sbagliato in tanti casi, ma non aveva sbagliato nel credere che le cose sacre possono avere un ricettacolo e che la divinità non disdegna i limiti del tempo e dello spazio”. Quando Lewis si convertirà al cristianesimo, attribuirà molto della sua decisione anche a quelle parole, perché “Cristo è un mito, con la tremenda differenza che è davvero accaduto”. E questa lettura della storia umana è ripresa oggi da un pulpito che a Chesterton avrebbe fatto immenso onore, quello di Benedetto XVI stesso: “Gesù non è un mito, è un uomo di carne e sangue […] e i miti hanno aspettato Lui, in cui il desiderio è diventato realtà”. I ricercatori di un Dio visibile se lo erano trovato davanti piccino e piangente, come nella più inattesa e bella delle fiabe, e Chesterton sorrideva al pensiero che fu così che “i pastori avevano trovato il loro Pastore”.

Eppoi i tre re magi, a rappresentare l’altra grande spinta ricercatrice dell’umanità, assieme all’immaginazione mitico-poetica: la filosofia e la scienza. “La filosofia, come la mitologia, aveva l’aria di essere alla ricerca di qualcosa. E’ la percezione di questa verità, che dà la sua tradizionale e misteriosa maestà alle figure dei tre re” ai quali la tradizione ha dato certi nomi, ma che “starebbero a rappresentare lo stesso ideale umano, se i loro nomi fossero realmente quelli di Confucio o di Pitagora o di Platone”. Quei tre re coronano di gloria ogni sincera ricerca umana. Anche in questo caso l’inaspettato capovolgimento dei ruoli – dei vecchi venerabili che adorano un bambino – mostra visibilmente e sensibilmente l’inaspettato compimento di quanto fosse più vero e nobile negli interrogativi umani. Il cristianesimo può rispondere all’umana sete di conoscenza di tutte le filosofie proprio perché propone “una filosofia più larga delle altre filosofie”. Salva la ragione proprio perché le offre quel “qualcosa” che essa stessa non poteva darsi, la “allarga” per usare un’espressione cara a Benedetto XVI. Ecco come mai secondo Chesterton il cristianesimo sarebbe sommamente ragionevole, perché “contiene ciò che il mondo non contiene. La vita stessa non provvede, come provvede la chiesa, per tutti i lati della vita.

Che ogni altro sistema è angusto e insufficiente comparato a questo e che questa non è una vanteria retorica: ecco un fatto vero e un vero dilemma”. Chesterton sfidava a fare il raffronto: “Dov’ è il santo bambino fra gli stoici e gli adoratori degli avi? Dov’è la Madonna dei musulmani, una donna non fatta per nessun uomo e posta al di sopra degli angeli? Dov’è il san Michele dei monaci di Budda?”. Il cristianesimo supera e vince “tutti i moderni tentativi di sincretismo. Essi non sono capaci di fare qualche cosa di più largo del credo senza lasciarne fuori qualche cosa. Non voglio dire qualcosa di divino, ma qualche cosa di umano”. Insomma, quando doveva sintetizzare perché valesse la pena che i rappresentanti di tutta l’umana saggezza si dovessero inchinare alla proposta che aveva i tratti di quel bimbo sconosciuto, Chesterton si limitava a dire che “in una parola, in essa c’è più roba”.

Ma c’è ancora altro da festeggiare: “Cristo non soltanto era nato allo stesso livello dell’umanità, ma più in basso”, non solo socialmente, ma fisicamente, e in questa immagine “c’è un tratto di spirito rivoluzionario, come di un mondo capovolto” che non poteva affascinare la sua innata simpatia per tutti gli anarchici e i rivoluzionari. Altro che festa dei buoni sentimenti e del pacifismo: nella notte di Natale “c’era anche una sfida; qualche cosa che fa suonare bruscamente le campane a mezzanotte come i cannoni di una battaglia appena vinta”. Si trattava dell’inizio del “più grande disordine che ci sia stato al mondo”, per dirla sempre con i versi del contemporaneo Péguy. Anche Benedetto XVI ha parlato spesso della “rivoluzione di Dio”: per Chesterton questo voleva anzitutto dire che “la gioia della caverna era simile all’allegria di una fortezza o di una tana di briganti; intesa nel suo vero significato, non sarebbe impertinente dire che era l’allegria di una trincea” perché il segreto che si celebrava con quella nascita era “la rivolta – e una così oscura rivolta – contro un’enorme e inconscia usurpazione”, quella di tutti i poteri – di qualsiasi colore o casacca, ma sempre più o meno chiaramente ispirati dallo stesso tentatore – che a questo mondo ambiscono a prendere il posto di Dio nella vita dell’uomo.

“Nel mistero di Betlemme era il cielo che stava sotto la terra” e da quel momento nessun dominio o sistema puramente terreno potrà mai più ambire a spacciarsi per celeste. Anche questa immagine si imprimerà nella coscienza e nel pensiero di Lewis, che a sua volta ribadirà nelle sue conferenze alla radio durante la Seconda guerra mondiale che “territorio occupato dal nemico: ecco cos’è questo mondo. Il cristianesimo è la storia di come il re legittimo è sbarcato – sbarcato, potremmo dire, in incognito – e ci chiama tutti a una grande campagna di sabotaggio”. Ecco la vera buona novella, il D-Day della più grande operazione di riscatto della storia umana. Sono le parole di Chesterton: nella nascita in quella grotta segreta, “c’è anche l’idea di un postazione avanzata, di una feritoia nella roccia, di un’apertura sul territorio nemico. C’è in questa divinità sotterranea come un’idea di minare il mondo”. Cos’altro poteva conquistare un uomo che, ne “L’uomo che fu Giovedì” aveva già scritto un intero romanzo sulla bizzarra scoperta che il misterioso capo di tutti gli anarchici fosse anche il capo di tutti i veri poliziotti? Un Dio non solo bambino, ma anche dinamitardo di tutti gli schemi e i sistemi che umiliano e imprigionano quanto l’uomo abbia già di prezioso, come la propria famiglia, i propri sogni, la propria sete di verità , e soprattutto “l’umana aspirazione a un cielo che sia letterale e locale come una casa”: per Chesterton valeva davvero la pena di festeggiare la più radicale delle rivoluzioni, “qualcosa che è troppo bella per essere vera, ma che è vera”. (7. continua)

di Edoardo Rialti

giovedì 23 dicembre 2010

Il prodigio che tutti aspettiamo




L’Osservatore Romano, 23 dicembre 2010
Nel mistero dell’incarnazione l’uomo e la storia
Il prodigio che tutti aspettiamo

di Julián Carrón

«Tutta la mia vita è sempre stata attraversata da un filo conduttore, questo: il Cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti. In definitiva un’esistenza vissuta sempre e soltanto “contro” sarebbe insopportabile» (Luce del mondo, p. 27). Queste parole di Benedetto XVI ci lanciano una sfida: che cosa significa essere cristiani oggi? Continuare a credere semplicemente per tradizione, devozione o abitudine, ritirandosi nel proprio guscio, non è all’altezza della sfida. Allo stesso modo, reagire con forza e andare contro per recuperare il terreno perduto è insufficiente, il Papa dice addirittura che è «insopportabile». L’una e l’altra strada − ritirarsi dal mondo o essere contro − non sono capaci, in fondo, di suscitare interesse per il cristianesimo, perché nessuna delle due rispetta quello che sarà sempre il canone dell’annuncio cristiano: il Vangelo. Gesù si è posto nel mondo con una capacità di attrarre che ha affascinato gli uomini del suo tempo. Come dice Péguy: «Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto… Facendo il cristianesimo». Cristo ha introdotto nella storia una presenza umana così affascinante che chiunque vi si imbatteva doveva prenderla in considerazione. Per rifiutarla o per accettarla. Non ha lasciato indifferente nessuno.
Oggi ci troviamo tutti di fronte a una «crisi dell’umano», che si documenta come stanchezza e disinteresse verso la realtà e che coinvolge tutti gli ambiti che hanno a che fare con la vita della gente. È una disgrazia per tutti, infatti, che le persone non si mettano in gioco con la loro ragione e la loro libertà. E proprio in questo momento la Chiesa ha davanti a sé un’avventura affascinante, la stessa delle origini: testimoniare che c’è qualcosa in grado di risvegliare e suscitare un interesse vero. «Anche il mio cuore aspetta, / alla luce guardando ed alla vita, / altro prodigio della primavera». Tutti noi, come il poeta Antonio Machado, aspettiamo il miracolo della primavera, in cui vedere compiersi la nostra vita. E se qualcuno dirà, ancora col poeta, che è un sogno, perché lo aspettiamo? Perché questa attesa ci costituisce nell’intimo, come scrive Benedetto XVI: «L’uomo aspira ad una gioia senza fine, vuole godere oltre ogni limite, anela all’infinito» (Luce del mondo, p. 95). Ma l’uomo può decadere, il mondo può cercare di scalzare questo desiderio dell’infinito minimizzandolo; può perfino prenderlo in giro offrendo qualcosa che attira per qualche tempo, ma che non dura, e alla fine lascia solo più insoddisfatti e più scettici. Ora, la prova della verità di ciò che affascina e risveglia un interesse è che deve durare. Ma anche le cose più belle – lo vediamo quando si ama una persona o quando si intraprende un nuovo lavoro – vengono meno. Il problema della vita, allora, è se esiste qualcosa che dura.
Il cristianesimo ha la pretesa – perché la sua origine non è umana, anche se si può vedere nei volti degli uomini che lo hanno incontrato – di portare l’unica risposta in grado di durare nel tempo e nell’eternità. Però un cristianesimo ridotto non è in grado di fare questo. Sappiamo per esperienza che esiste un modo astratto di parlare della fede che non suscita la minima curiosità. Se il cristianesimo non viene rispettato nella sua natura, così come è comparso nella storia, non può mettere radici nel cuore.Il cristianesimo è sempre messo alla prova di fronte al desiderio del cuore, e non se ne può liberare: è Cristo stesso che si è sottoposto a questa prova. L’aspetto affascinante è che Dio, spogliandosi del Suo potere, si è fatto uomo per rispettare la dignità e la libertà di ciascuno. Incarnandosi, è come se avesse detto all’uomo: «Guarda un po’ se, vivendo a contatto con me, trovi qualcosa di interessante che rende la tua vita più piena, più grande, più felice. Quello che tu non sei capace di ottenere con i tuoi sforzi, lo puoi ottenere se mi segui». È stato così fin dall’inizio. Quando i due primi discepoli domandano: «Dove abiti?», Egli risponde: «Venite e vedrete». La sua semplicità è disarmante. Dio si affida al giudizio dei primi due che Lo incontrano. L’uomo non può evitare di paragonare continuamente ciò che accade con le sue esigenze fondamentali.
Qualcuno potrebbe obiettare che all’epoca di Gesù si vedevano i miracoli, ma oggi non è più tempo di prodigi. Non è così, perché questa esperienza continua ad avere luogo, come il primo giorno: quando incontri persone che risvegliano in te un interesse e un’attrattiva tali che ti obbligano a fare i conti con quello che ti è accaduto. Come dice il Papa, «Dio non si impone. […] La sua esistenza si manifesta in un incontro, che penetra nella più intima profondità dell’uomo» (Luce del mondo, p. 240).
Alcuni anni fa un mio amico è andato a studiare arabo a Il Cairo. Ha incontrato un professore musulmano. L’incontro si sarebbe potuto svolgere secondo gli stereotipi dell’uno e dell’altro. Ma è accaduta una cosa inattesa: sono diventati amici. Il musulmano ha domandato al mio amico perché era cristiano, e questi lo ha invitato in Italia, dove ha conosciuto il Meeting di Rimini. Trascinato dall’incontro con una realtà umana diversa, ha voluto realizzare il Meeting de Il Cairo, coinvolgendo molti giovani egiziani, musulmani e cristiani.
Di recente, a Mosca, ho conosciuto persone che fino a poco tempo fa non avevano niente a che fare con la fede. L’hanno scoperta incontrando dei cristiani che le avevano incuriosite. Alcune erano battezzate nella Chiesa ortodossa e si sono interessate al cristianesimo – cosa che non avevano mai fatto prima – grazie ad amici che lo vivevano con intensità e pienezza.
Non sono storie del passato, ma qualcosa che accade ora, nel presente.
Nella sua recente visita in Spagna, Benedetto XVI ha invitato a un dialogo tra laicità e fede. E come lo ha fatto? Indicando una presenza, un testimone, Gaudì, che con la Sagrada Familia «è stato capace di creare […] uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con colui che è la verità e la bellezza stessa». Il Papa ha sfidato tutti rendendo contemporaneo lo sguardo di Cristo e indicando l’esperienza nuova che Egli immette nella vita: chiunque può interessarsene o rifiutarla. Quando Benedetto XVI ci chiama alla conversione ci sta dicendo che per testimoniare Cristo, per farci «trasparenza di Cristo per il mondo», dobbiamo percorrere un cammino umano fino a scoprire la pertinenza della fede alle esigenze della nostra vita. Non so se qualche cattolico si può sentire escluso dalla chiamata del Papa. Io no.

© L'Osservatore Romano

mercoledì 22 dicembre 2010

Le Cronache della conversione

Con questo articolo segnalo la nascita del giornale web "La Bussola quotidiana" ad opera di Vittorio Messori, Andrea Tornielli e altra brava gente. Un nuovo importante riferimento da tenere presente nella Rete, dal quale saccheggerò abbondantemente.
Ma ora eccoci all'articolo qui riportato: com'è possibile che si neghi la natura cristiana di opere come quella di Lews? Cos'hanno bevuto a Repubblica per parlare di un "religiosamente corretto" che operi una forzatura per fini commerciali di interpretazioni a favore (a favore!) del cristianesimo?
Grazie a Gulisano per questa messa a punto, e buona visione.





Narnia, le cronache della conversione

di Paolo Gulisano
17-12-2010


Esce oggi sugli schermi il film Il viaggio del veliero, terzo episodio della saga cinematografica de Le Cronache di Narnia, tratta dall’omonimo capolavoro dello scrittore anglo-irlandese C.S. Lewis, ed è subito polemica.

«Narnia film di fede?» titolava nei giorni scorsi il quotidiano La Repubblica, sostenendo - anche attraverso le dichiarazioni di qualche attore - che una lettura cristiana dell’opera è una forzatura a fini commerciali, visto il clima di buoni sentimenti pre-natalizi, e una concessione indebita ad un sedicente «religiosamente corretto» che secondo il quotidiano starebbe prendendo sempre più piede. Perplessità sono state espresse dal buon Liam Neeson, che dà la voce al leone Aslan, e che pur ammettendo che tale personaggio ha evidenti simbolismi cristologici afferma che «rappresenta anche Maometto, Budda e i grandi leader spirituali»; e dal co-produttore del film Mark Johnson che a detta di Repubblica avrebbe sostenuto che «la resurrezione esiste in così tante religioni, in una forma o nell'altra, che è difficile definirla come un'esclusiva del cristianesimo».

Eppure è innegabile che l’opera di Lewis, al pari del Signore degli Anelli del suo grande amico Tolkien, è una grande epica religiosa e cristiana. Il Ciclo di Narnia prese il via con il romanzo Il leone, la strega e l’armadio, seguito da Il Principe Caspian, e quindi - tra il 1950 e il 1956 - furono in tutto sette i libri che uscirono, e che ebbero uno straordinario successo in tutto il mondo. Da allora generazioni di lettori, giovani e non solo, hanno attinto a tutta la bellezza e il fascino delle imprese dei quattro fratelli, del leone Aslan, e di altri indimenticabili personaggi, come quell’Eustachio Scrubb protagonista del Viaggio del veliero la cui vicenda rappresenta, con un simbolismo in realtà molto intuibile, il cammino della conversione e la salvezza rispetto alla triste sorte (diventare draghi, ovvero mostri) che ci riserverebbe l’essere schiavi del peccato.

Un tema che era molto caro al suo autore: C.S. Lewis, irlandese protestante di Belfast, nel nord dell’Irlanda, ferocemente anti-cattolico, poi ateo militante, infine convertito al Cristianesimo (nella Chiesa Alta Anglicana) grazie al suo migliore amico, il fervente cattolico J.R.R. Tolkien. Il suo itinerario spirituale fu complesso e tormentato, e quando infine giunse all’ammissione dell’esistenza di Dio, si definì il «convertito più riluttante di tutta l’Inghilterra». Ben presto tuttavia divenne uno degli scrittori cristiani più apprezzati della sua generazione, un’apologeta acuto quanto appassionato, autore di testi famosissimi come Le Lettere di Berlicche.

Lewis divenne un appassionato apologeta del Cristianesimo, e il modo che scelse per raccontare la propria conversione non si limitò alla saggistica, ma trovò il luogo più appropriato nell’allegoria, nel racconto fantastico. Questo tipo di narrativa offrì a Lewis la possibilità di descrivere, con il linguaggio del mito, lo scenario complesso, contraddittorio ma affascinant, della condizione umana, così come andava facendo il suo amico Tolkien. Entrambi avevano intrapreso il cammino della Mitopoiesi, ovvero della costruzione di miti, descrivendo mondi che, all’interno del romanzo, hanno una loro piena coerenza.

Lewis si affidò alla ragionevolezza delle fiabe in un mondo apparentemente razionale ma in realtà solo razionalistico, e più folle e intriso di male e di ingiustizia di qualsiasi racconto di orchi e draghi o streghe. Quella contenuta nelle favole è d’altra parte una ragionevolezza e una saggezza antica: queste storie meravigliose collocate nel magico reame del «c’era una volta» e della narrativa per l’infanzia hanno le loro radici nei racconti popolari. Dietro l’apparenza del racconto per ragazzi si cela un ciclo epico in cui si fondono grandi temi: un mosaico di miti e di simboli, che correttamente decifrati svelano al lettore più accorto come ogni elemento narrativo sia funzionale alla rappresentazione grandiosa e terribile dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, tra Dio e il Nemico. Nell’opera di Lewis l’intento non è affatto equivocabile: prendere profondamente sul serio questa evidenza, prendere cioè sul serio il Cristianesimo stesso.

lunedì 20 dicembre 2010

Scrivere film per Dio





"Quando ho scritto Braveheart avevo già quarant'anni, scrivevo da anni, anche se avevo iniziato come compositore di canzoni. Non ci sono strategie che voi possiate seguire. Dovete però credere in quello che fate, perché a essere orgogliosi di una sceneggiatura dovete essere innanzitutto voi stessi. E non abbiate paura di sbagliare. Ma se la storia viene dal vostro cuore avrà sicuramente successo. Soprattutto non dovete seguire in modo pedissequo quelli che vi dicono quali sarebbero i gusti del pubblico, o scrivere solo per il committente. E nemmeno per voi stessi, ma per Dio. Provate a pensare che state scrivendo per chi vi ha creato e vi vuole bene"

Randall Wallace, sceneggiatore e regista

giovedì 16 dicembre 2010

"Verso casa: il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien": incontro con Edoardo Rialti

Siete tutti invitati all'incontro organizzato nella mia scuola con il professore nonché carissimo amico Edoardo Rialti, dal titolo "Verso casa: il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien".
Il sottoscritto, con grande onore, introdurrà e modererà la serata.
Accorrete numerosi!
 


A Spell a Rebel Yell - Coldplay

Ecco un esempio di sperimentalismo Coldplay stile U2, una traccia uscita col vinile di "Violet Hill".
Enjoy.





(...)

As far as poetry
Sit down and sing to me
A song

'Cause all I want in this world
All I want in this world
Is for you to come home

A spell
A rebel yell
A spell

Soldier come home to me
You've been away from me
So long

All I want in this world
All I want and deserve
Is for you to come home

A spell a rebel yell (x10)

lunedì 13 dicembre 2010

About poetry, self-centered ego and love

"Transcendence", by Michael D. O'Brien


"I don't get what you're saying. Could you write it down for me?"
"Of course, if I can remember it. I have already forgotten what I said".
"Something about fake prophets, I think you said".
"Did I say that? But that is not it exactly. I think the real challenge for the poet is to distinguish between his tendencies to genuine creative intuition and the impulses of the self-centered ego."
"How does he do that?"
"By seeking to understand himself without falling into the trap of self-obsession. By suffering. And most of all, by loving."
"Love?" Caleb rolls his eyes.
"Yes, Caleb, love. Love costs. It always costs. Sometimes it costs everything."

 From Island of the world, by Michael D. O'Brien pag. 647-648

sabato 11 dicembre 2010

Di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento, occorre testimoniare la persona ridestata da Cristo

Un chiarissimo e prezioso giudizio.

 

  

LE FORZE CHE CAMBIANO LA STORIA SONO LE STESSE CHE CAMBIANO IL CUORE DELL'UOMO


Crisi sociale, economica e politica. Alla fine di questo 2010 tutti siamo presi dallo sconcerto. Come ha detto di recente il cardinale Bagnasco, «siamo angustiati per l’Italia che scorgiamo come inceppata nei suoi meccanismi decisionali, mentre il Paese appare attonito e guarda disorientato». Perché questa crisi ci trova così disarmati, al punto che non riusciamo neanche a metterci d’accordo per affrontarla, pur sentendone l’urgenza come non mai?
A sorpresa il Rapporto Censis 2010 ha individuato la natura della crisi in un «calo del desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della vita. Abbiamo meno voglia di costruire, di crescere, di cercare la felicità. A questo fatto andrebbe attribuita la responsabilità delle «evidenti manifestazioni di fragilità sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e di futuro». Come mai, se siamo stati in grado di raggiungere importanti obiettivi nel passato (casa, lavoro, sviluppo...), adesso «siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto» e a un ciclo storico pieno di interesse e voglia di fare ne segue un altro segnato dal suo annullamento?
Tutto questo ci mostra che la crisi è sì sociale, economica e politica, ma è soprattutto antropologica perché riguarda la concezione stessa della persona, della natura del suo desiderio, del suo rapporto con la realtà. Ci eravamo illusi che il desiderio si sarebbe mantenuto in vita da solo o addirittura che sarebbe stato più vivo nella nuova situazione di benessere raggiunto. L’esperienza ci mostra, invece, che il desiderio può appiattirsi se non trova un oggetto all’altezza delle sue esigenze. Ci ritroviamo così tutti «sazi e disperati». «Nell’appiattimento del desiderio ha origine lo smarrimento dei giovani e il cinismo degli adulti; e nella astenia generale l’alternativa qual è? Un volontarismo senza respiro e senza orizzonte, senza genialità e senza spazio, e un moralismo d’appoggio allo Stato come ultima fonte di consistenza per il flusso umano», come disse don Giussani ad Assago nel 1987. Venticinque anni dopo vediamo che entrambe queste risposte - volontarismo individualista e speranza statalista - non sono state in grado di darci la consistenza auspicata e ci troviamo ad affrontare la crisi più disarmati, più fragili che in passato. Paradossalmente, i nostri nonni e genitori erano umanamente meglio attrezzati per affrontare simili sfide.
Il Censis centra di nuovo il bersaglio quando identifica la vera urgenza di questo momento storico: «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata e appiattita». Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca. Con esso sono costretti a misurarsi tutti coloro che hanno qualcosa da dire per uscire della crisi: partiti, associazioni, sindacati, insegnanti. Non basterà più una risposta ideologica, perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento. Saremo perciò costretti a testimoniare un’esperienza.
Anche la Chiesa, il cui contributo non potrà limitarsi a offrire un riparo assistenziale per le mancanze altrui, dovrà mostrare l’autenticità della sua pretesa di avere qualcosa in più da offrire. Come ha ricordato Benedetto XVI, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà». Dovrà mostrare che Cristo è così presente da essere in grado di ridestare la persona - e quindi tutto il suo desiderio - fino al punto di non farla dipendere totalmente dalle congiunture storiche. Come? Attraverso la presenza di persone che documentano un’umanità diversa in tutti i campi della vita sociale: scuola e università, lavoro e imprenditoria, fino alla politica e all’impegno nelle istituzioni. Persone che non si sentono condannate alla delusione e allo sconcerto, ma vivono all’altezza dei loro desideri perché riconoscono presente la risposta.
Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti - compresi i governanti che oggi hanno la difficile responsabilità di guidare il Paese attraverso questa profonda crisi - decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè, liberandoci da ogni presunzione ideologica, siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona. Sostenere chi, nella vita sociale e politica, non si è rassegnato a una misura ridotta del proprio desiderio e per questo lavora e costruisce mosso da una passione per l’uomo, è il primo contributo che possiamo dare al bene di tutti.

Comunione e Liberazione, dicembre 2010

giovedì 9 dicembre 2010

E' uscito "Carrying the fire - Elogio de 'La strada'"

Cosa ci rende uomini quando tutto é crollato? Qual é la speranza, l'unica, in grado di far camminare un padre e un figlio in un mondo dopo la fine del mondo? E cosa vuol dire portare il fuoco?

Uscito in allegato all'ultimo numero di Letture Cattoliche dicembre 2010, é ora disponibile anche su questo blog il mio saggio "Carrying the fire. Elogio de 'La strada'", sulla storia narrata dall'americano Cormac McCarthy e portata sul grande schermo da John Hillcoat col titolo "The Road".
Lo trovate nella pagina creata appositamente. Non ho avuto altro scopo nello scrivere queste pagine, che é come se fossero state scritte col mio sangue tanto vi ho riversato me stesso, che quello che per cui vive questo blog e molto altro: make beauty.



“L’uomo si fermava e si appoggiava al carrello e il bambino proseguiva, poi anche lui si fermava e si girava e l’uomo alzava gli occhi piangenti e lo vedeva lì sulla strada voltato a guardarlo da qualche futuro impensabile, radioso come un tabernacolo in quella desolazione”.




mercoledì 8 dicembre 2010

In luogo di una "Breve apologia di un peccatore": Mel Gibson e The Beaver


Mel Gibson nel nuovo film The Beaver

Agli inizi dello scorso settembre iniziai un lungo post tuttora nella cartella bozze dal titolo "Breve apologia di un peccatore". In quelle righe, che non ho ora il tempo di portare a dovuto compimento, parlavo di come il bombardamento mediatico ed inquisitorio del mondo liberal di casa Hollywood avesse trovato in Mel e nei suoi drammi personali legati all'ex moglie ed alla sua famiglia un bersaglio facile. Un bersaglio facile e cattolico. Chi mi consosce può intuire l'enorme valore per me delle pellicole di Mel Gibson, prima fra tutte Braveheart, con la quale sono cresciuto. E ancora Apocalypto, L'uomo senza volto. Ma il vertice é sicuramente The Passion, un'opera monumentale il cui valore artistico, pedagogico e cristologico é pari a quello dei più grandi poemi e delle più svettanti cattedrali della Cristianità. 
Non é difficile vedere la mano del Nemico dietro alla tragica situazione in cui Mel si é trovato. Giudicato da tutti, abbandonato e schernito. Certo, le sue sono colpe evidenti, spesso anche gravi. Ma chi siamo noi per giudicare a fondo l'anima di un uomo? Nessuno si é mai accanito contro un Tom Cruise o chi per lui con la stessa foga con la quale é stato assalito Mel Gibson. Come quel coglione di presentatore americano, del quale ho colto una frase lo scorso agosto in hotel a San Francisco mentre papà faceva zapping, che suonava più o meno così: "...  finireste per diventare cattivi agenti pubblicitari di Gesù Cristo. Come Mel Gibson".
Il mondo non ha proprio idea di cosa sia la Chiesa.
Ad ogni modo, mi é tornata alla mente questa "Breve apologia di un peccatore" in quanto é annunciata per la prossima primavera l'uscita di The Beaver, diretto da Jodie Foster e proprio con Mel Gibson come attore principale. La storia é fin troppo la sua, come potete intuire da questo trailer americano.
Che un uomo con il dono di saper narrare storie vere come Mel si riprenda dal baratro non solo é un bene in sé, ma per tutti.
E che ciò possa avvenire tramite un peluche di castoro, bé, ben venga.




lunedì 6 dicembre 2010

La Rocca sulla Fifth Avenue riceve rinforzi

In quel di New York City, lo scorso luglio, scrivendo ai miei venticinque lettori, in una delle mie mails parlai della St. Patrick's Cathedral e dintorni...


Uno sguardo al cielo dalla Fifth Avenue, foto mia estate 2010



"(...) 
27 July


A proposito del nuovo modo di guardarsi attorno, ho scoperto che la Fifth Avenue, la celeberrima via di negozi, e' teatro di una grande battaglia. Il Rockefeller Center, dove si trova l'observation deck del Top of the Rock, assieme all'Empire State il miglior punto di osservazione, e' un enorme complesso di edifici, negozi, ristoranti, uffici ecc. ed e' pieno di simboli massonici.


28 July

L'ingresso principale del grattacielo del Top of the Rock e' sovrastato da un'incisione del Grande Architetto dell'Universo, in altri punti ci sono altre incisioni molto strane e lungo la 5^ c'e' inciso un enorme giacobino con la scritta Liberte egualite fraternite, la triade massonica. Il fatto e' che e' un complesso davvero imponente, e vi si trova pure la famosa statua di Atlas, il mitico Atlante, piegato sulle ginocchia e con il mondo sulle spalle, simbolo dell'uomo autonomo e autosufficiente. Tutto questo tre anni fa non lo avrei potuto notare. Ma ho detto che si tratta di un campo di battaglia, e dopo aver descritto a volo d'aquila le truppe di Sauron, di Aladino, di Tourreau, di Gutrhum o di qualunque nemico vi venga in mente e' ora di passare all'altro campo, quello di Aragorn, di Goffredo, di Cathelineau, o di re Alfred del Wessex. Come alcuni di voi sanno, dall'altra parte della strada esattamente di fronte alla statua di Atlas (costruita li' per dichiarata opposizione) sorge magnifica, imponente e gioiosa la cattedrale di St. Patrick. E' un gioiello gotico incastonato fra i grattacieli, richiama alla mente le grandi antenate di Francia, tipo Chartres. E' un posto che amo: due guglie imponenti, tre grandi portali, nervature svettanti. Ogni volta che entro qui per pregare e per ammirare la bellezza ricevo sempre dei regali, clamorosi (come l'incontro con la coreana l'anno scorso o quello che racconto piu' avanti) o piu' discreti, ma comunque sempre dei regali.
St. Patrick e' la Rocca. Credo non ci sia posto migliore per leggere i Cori dalla Rocca di Eliot, l'opera poetica sul rapporto fra Chiesa e mondo moderno, che la Fift Avenue fra la 50 street e 51 street, dove sta la cattedrale gotica incastonata fra i grattacieli della modernita'. L'Atlas, come dicevo, e' stato costruito propria davanti alla chiesa per dimostrare che l'uomo e' autosufficiente e non ha bisogno di Dio, puo' portare il mondo da solo. Alla sua inaugurazione, l'Arcivescovo ha fatto spalancare il portone principale dicendo che anche l'Atlas, invece, si stava inginocchiando di fronte all'Altissimo.
Sedersi sui gradini di St Patrick, sugli spalti della Rocca piccolina in confronto al complesso del gigante ma certa del suo Re, pensare alla grazia di poter aver coscienza di tutto questo e' davvero grandioso.
Ci si potrebbe scrivere un poema allegorico."
 
 
 Ecco cosa scrive Paolo Rodari, vaticanista de Il Foglio (sempre lui), sul suo blog Palazzo Apostolico riguardo ad un evento storico per la cattedrale di NYC:
 

6 dicembre 2010 -
Si affaccia sulla 5th Avenue, nel cuore di Manhattan. E’ vicina al Rockefeller Center ed è la chiesa principale dell’arcidiocesi di New York. E’ la saint Patrick’s cathedral.
Davanti a sé è stata eretta una statua di Atlante. Nella mitologia greca, Atlante era uno dei Titani. Figlio di Giapeto, aiutò Crono nella rivolta contro gli dèi dell’Olimpo. Gli fu inflitta la pena di sorreggere sulle spalle l’intera volta celeste. Quella di Atlante è una figura molto cara alla massoneria perché simboleggia la ribellione degli uomini contro la religione e la capacità dell’umanità di sorreggere da sé il peso dell’universo.
La statua di Atlante, dunque. Un simbolo voluto in quel posto contro la chiesa cattolica? Probabilmente sì.
Ma la chiesa alle sfide del mondo sa come rispondere.
L’ultima risposta in ordine di tempo l’ha data il Papa. Come racconta il Daily News ha deciso di dare alla cattedrale il rango di basilica, insistendo in questo modo sull’importanza di saint Patrick per New York e la chiesa americana. La decisione è stata sancita ieri da una messa solenne celebrata dall’arcivescovo di New York, Timothy Dolan. Neo presidente dei vescovi americani, Dolan è un dei più strenui combattenti dell’anticattolicesimo americano.
 
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 6 dicembre 2010
 
 Spero di poter tornare al più presto nella grandiosa basilica di NYC.

domenica 5 dicembre 2010

Essere di Cristo in terra d'Iraq

Da IlFoglio.it, "il racconto minuto per minuto della strage di al Qaida nella parrocchia di Baghdad che sta cambiando la storia del cristianesimo in medio oriente".


Dalla galleria immagine de IlFoglio.it


Raghada al-Wafi cammina spedita per le vie del quartiere Karrada, sulla sponda del Tigri che guarda il cuore corazzato di Baghdad, la Green Zone. L’accompagna suo marito, è contenta, sorride. E’ il 31 ottobre e sono sposati da poco più di un mese, ma hanno già una notizia da portare a padre Thair Abdallah, il prete trentenne che li ha uniti in matrimonio: Raghada aspetta un bambino. Vanno verso Nostra Signora del Perpetuo soccorso, la grande chiesa del quartiere, sul cui ingresso veglia un’enorme croce coperta giusto da un velo di cemento che poi si allarga lungo i fianchi dell’edificio.

Alla messa della domenica pomeriggio ci sono duecento fedeli, comprese una famiglia caldea e una ortodossa. Padre Wasim confessa vicino all’ingresso, all’ombra delle massicce porte di legno. Il confratello, l’anziano padre Rafael Qusaimi, sta dando le ultime istruzioni al coro prima della celebrazione.
Inizia il canto e padre Thair sbuca alla destra dell’abside, diretto a passi svelti verso l’altare. E’ la prima domenica dell’anno liturgico, la giornata per la santificazione della chiesa. Benedice i fedeli col segno della croce e scandisce le formule del rito siro-cattolico. Una voce fa risuonare le letture nella sala lunga e quasi spoglia. Lettera agli Ebrei 8, 1-12: “Ecco vengono giorni, dice il Signore, quando io stipulerò con la casa d’Israele e con la casa di Giuda un’alleanza nuova; (…)  porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. Matteo 16, 13-20: “‘Voi chi dite che io sia?’. Rispose Simon Pietro: ‘Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente’. E Gesù: ‘Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa’”. 

(...)

venerdì 3 dicembre 2010

Cosa centrano i graffiti di New York anni '70 con il movimento Rosa Bianca?

  Da Coldplayzone.it, il miglior portale italiano sui Coldplay, curiose indiscrezioni sul nuovo album (data 24 novembre)...
 
 
 
 
Chris Martin ha rivelato a Q magazine alcune notizie riguardanti l'attesissima quinta pubblicazione della band. I testi dell'LP5 sono stati ispirati dai graffiti di New York e dal movimento di un gruppo di ragazzi tedeschi, il White Rose Movement, che stamparono volantini anti-nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il frontman ha espresso la sua ammirazione per le persone che esprimono le proprie convinzioni nei periodi negativi, ammettendo di aver spesso "tirato un po' il freno" nella vita.
Ecco le sue parole: "Ammiro questo comportamento. Ho speso la maggior parte della mia vita agendo con cautela e conformandomi a qualcosa, sebbene non approvi questo modo di vivere. Quindi ho rispetto e ammirazione per le persone che non lo fanno.  Le idee nascono dall'arte dei graffiti degli anni 70 di New York, dove le persone si esprimevano attraverso la pittura. E poi ci fu il White Rose Movement. Quelli che difendono i propri ideali. Sentirsi liberi di essere sè stessi, esprimendosi in circostanze negative. Essere capaci di affermare le proprie idee o di seguire le proprie passioni, anche se tutti sembrano contrastarle."

Nuove indiscrezioni anche riguardo al titolo. Chris ha infatti aggiunto: "Non voglio parlare del titolo. Probabilmente inizierà con una 'M'. E sarà composto da due parole."

giovedì 2 dicembre 2010

Una relazione più forte della morte

Dal messaggio del Santo Padre in occasione delle esequie di Manuela Camagni, Memor Domini della Famiglia Pontificia morta tragicamente lo scorso mercoledì a Roma.




 (...)

Vorrei qui offrire molto brevemente la mia testimonianza su questa nostra Sorella, che è partita per il Cielo. Molti di voi conoscono Manuela da lungo tempo. Io ho potuto beneficiare della sua presenza e del suo servizio nell’appartamento pontificio, negli ultimi cinque anni, in una dimensione familiare. Per questo desidero ringraziare il Signore per il dono della vita di Manuela, per la sua fede, per la sua generosa risposta alla vocazione. La divina Provvidenza l’ha condotta a un servizio discreto ma prezioso nella casa del Papa. Lei era contenta di questo, e partecipava con gioia ai momenti di famiglia: alla santa Messa del mattino, ai Vespri, ai pasti in comune e alle varie e significative ricorrenze di casa.
Il distacco da lei, così improvviso, e anche il modo in cui ci è stata tolta, ci hanno dato un grande dolore, che solo la fede può consolare. Molto sostegno trovo nel pensare alle parole che sono il nome della sua comunità: Memores Domini. Meditando su queste parole, sul loro significato, trovo un senso di pace, perché esse richiamano ad una relazione profonda che è più forte della morte. Memores Domini vuol dire: "che ricordano il Signore", cioè persone che vivono nella memoria di Dio e di Gesù, e in questa memoria quotidiana, piena di fede e d’amore, trovano il senso di ogni cosa, delle piccole azioni come delle grandi scelte, del lavoro, dello studio, della fraternità. La memoria del Signore riempie il cuore di una gioia profonda, come dice un antico inno della Chiesa: "Jesu dulcis memoria, dans vera cordis gaudia" [Gesù dolce memoria, che dà la vera gioia del cuore].
Ecco, per questo mi dà pace pensare che Manuela è una Memor Domini, una persona che vive nella memoria del Signore. Questa relazione con Lui è più profonda dell’abisso della morte. E’ un legame che nulla e nessuno può spezzare, come dice san Paolo: "[Nulla] potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,39). Sì, se noi ricordiamo il Signore, è perché Lui, prima ancora, si ricorda di noi. Noi siamo memores Domini perché Lui è Memor nostri, ci ricorda con l’amore di un Genitore, di un Fratello, di un Amico, anche nel momento della morte. Sebbene a volte possa sembrare che in quel momento Lui sia assente, che si dimentichi di noi, in realtà noi siamo sempre presenti a Lui, siamo nel suo cuore. Ovunque possiamo cadere, cadiamo nelle sue mani. Proprio là, dove nessuno può accompagnarci, ci aspetta Dio: la nostra Vita.

Benedetto XVI

mercoledì 1 dicembre 2010

"Per noi persiani leggere Dante é come leggere l'Amore, in senso assoluto, e poi, conoscere Dio"

Da IlFoglio.it. Occorre però ricordare, rispetto al rapporto di Dante con l'Islam come citato nell'articolo, che il suo avo Cacciaguida, figura centrale del poema ed ancor di più nella terza cantica, in quanto a lui é affidato il compito di svelare a Dante le profezie sul suo futuro terreno, che insomma Cacciaguida é un crociato, un uomo che ha cinto "il ferro per Cristo sempre", direbbe Tasso, ed ha combattuto in Oriente; inoltre, vado a memoria, in Paradiso X, attraverso la figura biblica di Raab, Dante riprende i Papi del tempo perché non più memori di "Nazzarette", cioé dell'ideale della liberazione della Terra Santa.
Al di là di queste dovute precisazioni, sicuramente Dante farà del gran bene anche in terra d'Iran. I frutti eterni di un sì a Gesù superano i secoli e le nazioni, oltre che qualsiasi immaginazione; chissà che qualcuno non si innamori di Lui, sotto il sole cocente di Persia, leggendo le terzine di un poeta innamorato nell'Italia di settecento anni fa.
E' accaduto a me e a molti altri, perché non a un giovane iraniano?

"Nulla é impossibile a Dio".



Consigli per innamorarsi di Dante (e tradurlo) nell’Iran degli ayatollah

La Divina Commedia è stata ripubblicata in Iran, grazie al lavoro di Farideh Mahdavi Damghani, che ha curato la seconda traduzione in persiano dell’opera dantesca. Questa versione, ci dice, è più lavorata nella poetica perché si avvicini alla purezza lessicale dei classici persiani dell’islam, in un’operazione che svela la progressiva rivalutazione di Dante in Iran come poeta legato non solo alla politica, ma anche alla spiritualità. La traduttrice dice di avere mantenuto intatto l’ordine cosmologico cristiano che regge la Commedia, anche se, per poterla pubblicare in un paese come l’Iran, ha dovuto autocensurare i versi ostili all’islam.

Nella nota all’autocensura, Farideh Mahdavi Damghani specifica che non ha tradotto le terzine “troppo divergenti dalla fede e dal diritto islamici”, come quelle in cui, nel Canto XXVIII dell’Inferno, Dante scrive: “Vedi come storpiato è Maometto! / Dinanzi a me sen va piangendo Alì, / fesso nel volto dal mento al ciuffetto”– la pubblicazione della descrizione della pena di Maometto e Alì in qualità di “seminator di scandalo e di scisma” sarebbe incompatibile con le politiche iraniane di punizione per le invettive contro l’islam.
La traduttrice si spinge più in là e giustifica la sua visione dicendo che “Dante non avrebbe mai voluto offendere il puro islam, e se l’ha fatto è stato soltanto perché la totalità della popolazione europea nutriva paura nei confronti dei musulmani come risentimento per le crociate”. La lettura della traduttrice, che dimostra la sua volontà di comprendere la visione dantesca, è in linea con le considerazioni di Edward Said, che, nel suo libro “Orientalismo”, aveva sottolineato l’“inevitabilità cosmologica” di quelle terzine. L’autocensura era già stata attuata anche nella prima traduzione della Commedia, antecedente alla rivoluzione del ’79, pubblicata da Shoja’oddin Shafa – a cui Farideh Mahdavi Damghani rimprovera l’uso di un lessico prosaico, senza slancio poetico, e di un periodare che fa trasparire Dante soprattutto come poeta politico.

La traduttrice, che paragona Dante a Rumi, il massimo poeta della mistica islamica, si dice entusiasta della “ritrovata” religiosità dantesca: “Per noi persiani leggere Dante è come leggere l’Amore, in senso assoluto, e poi, conoscere Dio”. La Commedia era un testo praticamente bandito, reso inaccessibile e venduto a un prezzo esorbitante. Ora, per diffondere un’opera così controversa, bisogna giocare la carta della spiritualità. Tuttavia, la volontà della traduttrice di conferire a Dante uno slancio spirituale sempre maggiore e la grande diffusione della sua edizione della Commedia dimostrano una nuova predisposizione della classe erudita iraniana alla ricezione della cultura religiosa europea, nonostante le attuali censure politiche.

di Omar Ghiani