lunedì 28 giugno 2010

"La Chiesa esiste solo per indicare il Suo volto"

  Dal blog di Antonio Socci




Uno dei più acuti osservatori, leader intellettuale dei cosiddetti ratzingeriani, Giuliano Ferrara, con doverosa autoironia, giorni fa, ha amabilmente rimproverato il pontefice di essere “fuori linea”, sulla storia dei preti pedofili, per (a suo avviso) eccessiva arrendevolezza.
Poi il direttore del Foglio è tornato a lanciare l’allarme.
Ha scritto infatti che “le autorità ecclesiastiche responsabili e i laici liberali, che dovrebbero avere a cuore la libertà della Chiesa (come pegno generale delle autonomie civili), non vogliono capire che la ‘trasparenza’, cioè la resa senza condizioni alla ossessiva campagna secolarista sulla pedofilia del clero, genera le condizioni per un vulnus simbolico drammatico nel corpo dell’istituzione”.
Ferrara ritiene che dal Belgio sia arrivata la conferma di questa sua tesi. Là infatti sono giunti fino a perquisire la casa del cardinale Daneels, primate emerito accusato “di non aver denunciato per tempo il vescovo di Bruges dimissionario a gennaio con l’accusa di abusi su minori”.
Nelle stesse ore addirittura “le tombe di uno dei padri teologici del Concilio Vaticano II, Léon-Joseph Suenens, e dell’arcivescovo Joseph- Ernest Van Roey, sono state sventrate con il martello pneumatico alla ricerca di chissà quali documenti inquisitori”.
Ferrara ha ragione quando denuncia questi eccessi inauditi, ma non sono d’accordo che essi trovino cittadinanza per l’atteggiamento (a suo avviso) rinunciatario del Pontefice.
Al contrario, è proprio la limpidissima scelta del papa per la trasparenza e per la pulizia nella Chiesa che fa apparire gli atti dell’inquisizione belga in tutta la loro ingiustificata assurdità.
Peraltro proprio l’accorato schierarsi di Pietro dalla parte delle vittime ha fatto ammutolire le campagne più anticlericali, inducendo anche giornali estremamente polemici come il New York Times a “togliersi il cappello” di fronte al coraggio del Santo Padre.
Il Papa è l’unico che non abbia parlato di complotti, ma anzi che abbia definito una “grazia” questa provvidenziale tempesta mediatica la quale impone una purificazione alla Chiesa.
Bisogna riconoscere che quello che sta dicendo e facendo è così alto e profetico che lo stesso mondo clericale non capisce e fa resistenza. Ratzinger ha spiazzato sia i ratzingeriani che gli avversari.
Ha capovolto il vecchio e sciocco stereotipo del “panzerkardinal”. E ha mostrato a tutti la grandezza e la forza dell’umiltà. Ha fatto vedere cos’è un padre che sa piangere con i suoi figli violati e sofferenti, abbracciandoli a nome del Nazareno.
Ha spiazzato anche l’idea che del suo pontificato si erano fatti Ferrara e tanti altri, secondo cui egli sarebbe il Nemico del relativismo che corrode e dissolve l’Occidente e capeggerebbe una Chiesa virilmente identitaria capace di far ritrovare all’Occidente solide radici ideologiche.
A mio avviso basta aver letto i libri del cardinal Ratzinger e tanto più i testi di papa Ratzinger per capire che era un’idea infondata. Ma il problema non è anzitutto culturale.
Il “fattore” che Ferrara elude (ovviamente ne ha tutto il diritto) e che per Benedetto XVI invece è determinante, totalmente decisivo, non è culturale: si chiama Gesù Cristo. La sua presenza viva.
E’ Lui che spiega tutto, che fa comprendere tutte le scelte di papa Ratzinger, tutto quello che dice e che fa. Senza considerare Lui si rischia di fraintendere completamente questo pontificato.
Perché, infatti, un simpatizzante come Ferrara può arrivare a vedere nella posizione del Papa addirittura una “resa senza condizioni alla ossessiva campagna secolarista sulla pedofilia del clero” ?
Esattamente per questo. Perché per Ferrara la battaglia si combatte al cospetto dell’opinione pubblica ed ha come oggetto la reputazione della Chiesa, mentre per papa Ratzinger si è al cospetto di Gesù Cristo, unico giudice, e il contenuto della discussione è la verità.
Se si toglie di mezzo Gesù Cristo – e mi pare l’idea di Ferrara – la Chiesa diventa una realtà umana antica e nobilissima, da millenni civilizzatrice, depositaria di valori e identità, e non può farsi processare – per un numero limitatissimo di colpe di suoi esponenti – da un mondo moderno che sprofonda nella depravazione e nell’amoralità.
Ma Benedetto XVI rifiuta radicalmente una simile riduzione. La Chiesa non è la somma dei suoi membri, né dei suoi meriti storici, non è un insieme di antichi e nobili valori umani, né è al mondo per rivendicare la sua reputazione.
La Chiesa è definita soltanto dalla misteriosa presenza di Gesù, presenza vera e operante, fra i suoi. Davanti a Lui, il santo, tutti noi cristiani siamo come panni luridi. E’ Lui e solo Lui che la Chiesa indica, Lui è la salvezza degli uomini, Lui la pace e la felicità. La Chiesa esiste solo per indicare al mondo il suo volto.
Cosicché la Chiesa è l’unica realtà che – diversamente da partiti, da stati, da qualunque altra associazione umana – non ha bisogno di esaltare la propria reputazione, perché, pur avendo al suo interno tanta santità, non predica se stessa, non vuol convincere di aver ragione.
E’ l’innamorata di Lui ed esalta solo Lui.
Infatti la Chiesa è entrata nel mondo con quattro Evangeli nei quali i pilastri della Chiesa stessa, gli apostoli, venivano rappresentati in tutta la loro miseria umana, meschinità e perfino nei loro peccati e crimini.
Com’è stato osservato pure da nemici della Chiesa, nessuno che abbia voluto fondare una religione o un partito o uno stato, ha mai fatto una cosa simile. Sarebbe stata un’autodelegittimazione assai prossima al suicidio.
Solo la Chiesa ha potuto farlo. Sebbene quegli apostoli, in realtà, siano diventati poi autentici eroi, morendo inermi come martiri.
Solo la Chiesa, sul finire del XX secolo che aveva visto i cristiani vittime (a milioni) di tutti i diversi regimi, a tutte le latitudini, con Giovanni Paolo II ha varcato il millennio non con un atto d’accusa, ma al contrario con un “mea culpa”.
Solo la Chiesa – che pure aveva tutti i diritti di puntare il dito su ideologie e partiti – ha saputo chiedere perdono. Mentre non lo hanno fatto i carnefici. E’ un segno di debolezza e cedevolezza o di (umanamente) inspiegabile forza?
Solo la Chiesa può porre la verità al di sopra dell’interesse di fazione e quindi non averne paura neanche quando è dolorosa e umiliante. Come nel caso dei preti pedofili. Neanche quando fa scandalo: “oportet ut scandala eveniant”, disse Gesù, Signore della storia.
La Chiesa non si difende con la menzogna. Così semmai la si distrugge. Immaginare che Dio abbia bisogno delle nostre menzogne per salvaguardare la sua opera è un sacrilegio.
La Santa Chiesa, spiega il Papa, non è una cosca mafiosa che vive sull’omertà. Le menzogne servono solo ai colpevoli che non vogliono emendarsi o a coloro che vogliono salvaguardare un potere terreno. La Chiesa invece vive della verità. E la verità non fa calcoli di convenienza.
La menzogna rende ricattabili. “La verità vi farà liberi”, ha detto Colui che è la verità fatta carne.
Il mondo dice invece “la verità vi farà deboli”. Ma quello che il mondo non capisce, per il Papa, è che  “la debolezza di Dio è più forte degli uomini”. Duemila anni fa aspettavano un giustiziere, un sovrano forte che avrebbe assoggettato il mondo. Ed è nato un bambino inerme.
Poi, diventato grande, perfino gli apostoli pensavano che Gesù sarebbe diventato re. E lui ha scelto invece il trono della croce e la corona di spine. Perché – ha spiegato Benedetto XVI – ha voluto salvare il mondo non con la forza, ma con l’amore. L’amore è più forte di tutto.
E’ per lui, vittima salvatrice, che il papa ha fatto capire a tutti, anzitutto agli ecclesiastici, che le vittime di preti pedofili non sono avversari, ma sono il volto di Cristo crocifisso.
Sono la Chiesa perseguitata. Mentre i persecutori della Chiesa sono semmai i loro violentatori. Tutto questo è grandioso e commovente. E’ divino.

Antonio Socci

da Libero 27 giugno 2010

giovedì 24 giugno 2010

We do not do religion

 L'ultimo Taz&bao di Tempi




Alla conferenza stampa in vista della partita con l’Algeria chiedono a Wayne Rooney notizie sulla croce che porta al collo in allenamento. L’attaccante inglese racconta: «Ce l’ho da quattro anni. Certo non posso metterla durante le partite. Sono cattolico, è la mia religione». La risposta innesca un’altra domanda. A questo punto interviene Mark Whittle, capo delle relazioni pubbliche della Fifa, che fischia fuorigioco. «We don’t do religion». «Qui non ci occupiamo di religione».

Corriere della Sera, 18 giugno 2010  


martedì 22 giugno 2010

Una canzone di vittoria

Proprio in questo momento sto lavorando al primo dossier sui martiri sotto la Rivoluzione francese, e ho sentito il bisogno di qualcosa di bello e grande. Per cui, dopo aver visto ieri sera il bellissimo Invictus, ecco una canzone di vittoria, dalla colonna sonora del film. Una canzone di sport, di sacrificio e vittoria.

P.s: "Colorblind", questo il titolo, non va tradotto letteralmente "daltonico", ma é da intendersi come non uno che non ha pregiudizi razziali, cioé non tiene conto del colore della pelle. E' un film da guardare con una colonna sonora assolutamente da ascoltare.







And it's not just a game
You can't throw me away
I put all I had on the line
And I give and you take
And I played the high stakes
I've won and I've lost
But, I'm fine

Hear me say I'll rise up 'til the end
Hear me say I'll stand up for my friends
And I crash to the ground
And it's just my own sound
I drop in the blink of an eye
I'm colorblind

And your milky way fight
Won't stop my delight
You keep me and lock me away
And it's dark and it's bright
It's your colorful pride that kept me here 9000 days

Hear me say I'll see the sky again
Hear me say I'll drive for you my friend
There's a noise in the crowd
But it's just my own shout
A stumble I fall and I pray

Hear you say your eyes see green again
In the end we'll lived up holding hands
Yes, we'll spark in the night
We'll be colorblind
And these are the lives we gave

Hear me say I'll rise up 'til the end
Hear me say that I'll stand beside my friends
I won't stay on the floor
I will settle the score
A stumble I fall and I pray

Hear me say it's time we stop talking
Eye to eye we see a different face
Yes we we've conquered the war
With love at the core
A stumble I fall, but I'll stay
Colorblind.

domenica 20 giugno 2010

Campionati Italiani di Pescara: and when I run I feel His pleasure

Ai campionati italiani individuali su pista categoria juniores a Pescara, la mia staffetta 4x100 ha conquistato un eccellente secondo posto, ripeto, un eccellente SECONDO posto, battendo le forti squadre delle Fiamme Gialle, di Bergamo e della Riccardi Milano con un tempo di 42.12. Grandioso risultato, da affiancarsi ad una mia gara di 110m ostacoli non brillantissima ma nello standard.
Ecco qualche foto.





Questo il podio, noi siamo tutto a sinistra, io il più a destra dei bianchi
Qui stiamo chiedendo informazioni alla bella damigella abruzzese della cerimonia di premiazione sui "Parrozzi", dolci tipici offertici quale ambito premio.


Preparativi per la foto di rito



Da sinistra: Gregoriu Bogdan, terzo frazionista; Edoardo Sangiorgi, secondo frazionista nonché 4° classificato nei 100 metri; Beppe Paggio, uno dei mister dell'Atletica Vercelli; Alberto Pavia, quarto frazionista; e Giacomo Berchi, primo frazionista.

La (comoda) tribuna dell'atletica Vercelli, ci sono anche io. Da notare: 1 le comode poltrone da cinema; 2 le tipiche trombette spacca timpani in mano al primo individuo qui, subito di fronte, ad emulare le micidiali trombette sudafricane. Letali!





La medaglia di fuoco


I believe
God made me for a purpose, but He also made me fast, and when I run I feel His pleasure

Eric Liddell



E' così bello avere chiaro per Chi correre e a Chi offrire tutto; lo sport ha già in sé grandi e onorabili valori, ed il viverlo per e con Cristo li rende infinitamente più belli, veri e grandiosi.

mercoledì 16 giugno 2010

Maturandi a Oropa

Sainte Chapelle, Parigi. C'è bisogno di cattedrali


La vita é questo: l'angelo del Signore portò l'annuncio a Maria, cioé la realtà come iniziativa del Mistero; eccomi, accada di me quello che hai detto, cioé la nostra libertà che aderisce a qualcosa di presente.  

(da un incontro su L'annuncio a Maria di Paul Claudel, vacanza maturandi di Gs Busto Arsizio, Oropa)

martedì 15 giugno 2010

Dio nelle strade di NYC

L'Arcidiocesi di NYC mi é piaciuta fin da subito; nelle sue iniziative unisce la verve e l'american way alla passione per Cristo, come potete vedere in questo video. Sembra un film, ma é la processione del Corpus Domini nella Grande Mela.






Di questo posto essere testimone anche io, nelle strade di NYC come altrove.

"Anytime you bring Jesus to the streets, anytime you bring Jesus to the people, things happen, lives change, vocations are born, and this is what we need"




"Do not be afraid to go out in the streets and into the public places like the first apostles! To preach Christ and the good news of salvation in the squares of cities"

GP II

Il coraggio dei martiri

A proposito del martirio di monsignor Padovese e del suo funerale nel Duomo di Milano.


C’è cattedrale e cattedrale

Nel duomo di Milano la solenne celebrazione del martiro in terra turca di monsignor Padovese

Per primi entrano i cappuccini, con i sandali ai piedi e la cotta bianca sopra al saio. Portano loro la Croce. Dietro sono una quarantina i vescovi di tutt’Europa e dell’Anatolia, l’arcivescovo Edmond Farhat, nunzio apostolico in Libano, a rappresentare la Santa Sede. La bara spoglia, sopra solo il Vangelo aperto, è già lì per terra davanti all’altare. Dentro al Duomo sembra quasi che sia la presenza di monsignor Luigi Padovese a guidare i gesti dei suoi confratelli nell’episcopato. Funerali solenni, rito religioso, saluto commosso a un fratello nella fede. Per una volta, le formule vuote descrivono un fatto pieno di senso. E’ il rito della chiesa di Ambrogio e Carlo che saluta un suo figlio sacerdote. Per quanto il vicario apostolico dell’Anatolia ucciso il 3 giugno non fosse sacerdote diocesano ma padre cappuccino, figlio di Francesco e della grande vocazione missionaria fiorita nel secolo della riforma cattolica. Ma era partito da qui, aveva studiato i padri della chiesa dell’Asia minore, era diventato biblista e, a Milano, amico del cardinale Carlo Maria Martini. La chiesa ambrosiana ha del resto un filo sottile ma tenace che la lega alla chiesa apostolica di Turchia. E’ lì che Martini aveva voluto guidare il suo ultimo pellegrinaggio da arcivescovo. Perché, disse, in quel luogo “che le vicende storiche hanno ridotto all’essenziale”, accade però che “credere è facile”. E lì l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha portato i suoi giovani preti, per imparare il significato della missione in un paese islamico.

Chi aspettava dalla chiesa di Milano una risposta non timida al martirio di monsignor Padovese ha avuto una risposta solenne. Più di 350 sacerdoti a concelebrare e riflettere sul martirio e intorno tanti laici, anche giovani, universitari. Pieno il Duomo e molta gente sul sagrato, sotto al cielo grigio. Anche ragazzi, universitari. E’ Padovese che guida, a lui si guarda, l’omelia del cardinale Tettamanzi è un florilegio di citazioni.
Nell’ottobre 2009 Padovese aveva scritto: “La vita non viene più dalla morte e dal sacrificio di altri, ma piuttosto nell’offerta di sé, dalla morte di sé per la vita di altri. E’ la fine della violenza! E’ una offerta volontaria!”. Il leitmotiv dell’omelia di Tettamanzi è un versetto di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto”. Lo stesso che il cardinale Camillo Ruini aveva citato quattro anni fa, per don Andrea Santoro.  Ruini disse che la “fine violenta” di don Santoro poteva portare “a concludere che si illudeva”. Il suo era invece “il tipico coraggio dei martiri”. E aveva ribadito: “Fin da adesso sono interiormente persuaso che nel sacrificio di don Andrea ricorrono tutti gli elementi costitutivi del martirio cristiano”. Non dice persecuzione, Tettamanzi, ma parla di “una chiesa di minoranza, spesso sofferente e provata”. Il martirio c’è, nessuno ovviamente ha bisogno di dare un nome alla causa. Ma le letture della liturgia, diversamente dal consueto, sono brani dalla Passione di Luca e Matteo.

Solo alla fine sono più dirette, dure, le parole di monsignor Ruggero Franceschini
, il vescovo di Smirne che proprio non vuole “ingannare nessuno davanti a questa bara”. Dice che la chiesa di Anatolia è un “piccolo gregge disperso e ora anche colpito, sgomento, impaurito”, troppo fragile oggi “per fronteggiare il male che l’ha colpita, troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a sperare almeno di esistere”. Ricorda che Padovese non aveva avuto paura ammonire i suoi figli: “Tra tutti i paesi di antica tradizione cristiana – aveva detto – nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che calpestiamo è stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo anziché rinnegarlo”.

La sveglia è data, l’impegno chiesto non generico: “Alle chiese sorelle chiediamo vocazioni: in particolare sacerdoti, religiosi e religiose… Venite a vivere il Vangelo, venite ad aiutarci a vivere, semplicemente”, ha concluso monsignor Franceschini. Il libretto della liturgia si chiude con una frase del vescovo ucciso: “In un’epoca di pluralismo il fare missione rinunciando a un’attitudine dominatrice pare essere vincente perché riproduce l’atteggiamento di Cristo”.  Sulla sua immagine distribuita ai fedeli, si leggono invece le parole con cui,  il 5 febbraio 2010 aveva ricordato don Santoro: “Mi piace rilevare che sia stato ucciso come simbolo, come realtà di sacerdote cattolico. Non è stata uccisa soltanto la persona, ma si è voluto colpire il simbolo che la persona rappresentava”.


venerdì 11 giugno 2010

Il Foglio e l'orizzonte di Goffredo

Sono salito sul predellino dell'Hyde Park Corner de IlFoglio.it e ho detto la mia:

Apologia della Crociata

Ringrazio di tutto cuore Il Foglio per aver dato così ampio spazio in prima pagina a parole così vere e lucide, salde, ardenti come quelle di Roberto de Mattei riguardo allo spirito di Crociata del Cristianesimo. E, con questa citazione di Chesterton, "Chi crede che l'idea di Crociata deturpi l'idea di Croce é perché ha un'idea di Croce deturpata", invito tutti a leggersi la Gerusalemme Liberata di Tasso. E' dell'orizzonte di Goffredo che abbiamo bisogno.


Giacomo Berchi, Biella

mercoledì 9 giugno 2010

Apologia della Crociata: perché c'é bisogno di uomini che vivano e muoiano per la Croce

E' raro di questi tempi leggere parole così vere, salde, lucide, ardenti. Specie in prima pagina. E' accaduto sul Foglio di ieri, che ha lasciato grande spazio a questo doveroso e commovente intervento, o meglio testimonianza. Introducendo queste parole, mi verrebbe da collegarle a ciò che ho scritto nel precedente post "Make beauty" riguardo alla buona battaglia che siamo chiamati a combattere. Mi viene inoltre in mente una citazione di Chesterton, il quale asseriva: "Chi ritiene che l'idea di Crociata deturpi l'idea di Croce é perché ha un'idea di Croce deturpata".
Ecco perché, altra cosa che ho capito, al di là delle diatribe più strettamente letterarie, l'opera di un uomo come Tasso può essere compresa pienamente solo da chi ha chiaro di essere chiamato ad una battaglia, la battaglia della bellezza e della carità al seguito di Uno che ha già vinto e vince.
Come piace pensare in bocca al pio Buglione le stupefacenti parole qui sotto citate di Santa Teresina del Bambin Gesù.



Statua equestre di Goffredo di Buglione, Bruxelles




Martedì 08 Giugno 2010

(Roberto de Mattei su Il Foglio dell' 8 giugno 2010) - L’irenismo ecumenico è una distorsione della dottrina della chiesa e della sua storia. Il vero spirito del cristianesimo è combattere per la verità e per difendere le radici che affondano nei secoli luminosi del medioevo

"L’addio della chiesa allo spirito di crociata” è un refrain che ricorre da almeno quarant’anni e che condensa la concezione del mondo di un certo cristianesimo, che ha fatto del dialogo ecumenista il suo vangelo. Questa visione si basa su di una distorsione storica e su di un’altrettanto grave deformazione della dottrina della chiesa. Nel caso dell’articolo di Giancarlo Zizola su Repubblica del 7 giugno, si aggiunge a ciò un impervio tentativo di attribuire allo stesso Papa regnante questo slittamento storico e dottrinale. Benedetto XVI, come egli disse nella sua prima udienza del 27 aprile 2005, ha assunto questo nome, non solo in onore di Benedetto XV, ma anche e soprattutto per evocare la straordinaria figura del grande “Patriarca del monachesimo occidentale”, san Benedetto da Norcia, che “costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà”.

Ma quali sono quelle radici cristiane che
, secondo Benedetto XVI, come per il suo predecessore Giovanni Paolo II, non solo i cattolici, ma anche i laici, hanno il diritto e il dovere di difendere? Queste radici, o se si preferisce, i frutti di queste radici, sono sotto i nostri occhi: sono cattedrali, monumenti, palazzi, piazze, strade, ma anche musica, letteratura, poesia, scienza, arte. Questa visibile mappa della memoria è impressa nel codice genetico della nostra civiltà. Ebbene le crociate fanno parte, come le cattedrali, del paesaggio spirituale europeo e ne esprimono la stessa concezione del mondo.

Lo storico dell’arte Erwin Panofsky ha studiato il rapporto tra le vetrate gotiche e la filosofia scolastica, sottolineando come la luminosità delle cattedrali medievali corrisponda alla trasparenza di pensiero di opere come la “Somma Teologica” di san Tommaso d’Aquino (Erwin Panofsky, “Architettura gotica e filosofia scolastica”). Dall’epopea delle crociate traspare – potremmo aggiungere – la stessa luminosità, la stessa diafana bellezza, lo stesso slancio verso l’alto, la stessa forza creatrice, delle opere di san Tommaso d’Aquino e di Dante. Anche le crociate fanno parte di quel patrimonio di valori che, come scriveva Giovanni Paolo II, sono derivati dal Vangelo e si sono sviluppati in coerenza con esso (“Memoria e identità”).

“I capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati (…)” – ha affermato ancora Benedetto XVI (udienza generale del 18 novembre 2009). Lo stesso potrebbe dirsi delle crociate, che hanno inciso nei campi di battaglia della Palestina quella stessa scala di valori che gli architetti infondevano in quegli anni nella pietra delle cattedrali. Né le crociate, né le cattedrali possono essere comprese da chi ignora il modo di pensare, e soprattutto, la fede vissuta, che animava i loro artefici.
Nella cattedrale il popolo cristiano si raccoglieva attorno a un sacerdote che, celebrando la Messa su di un altare rivolto a oriente, rinnovava in maniera incruenta il mistero stesso del cristianesimo: l’Incarnazione, Passione e morte di Gesù Cristo. Nelle crociate, questo stesso popolo prendeva le armi per liberare la Città Sacra di Gerusalemme, caduta nelle mani dei maomettani. La tomba vuota del Santo Sepolcro era, con la Sindone, la testimonianza viva della Resurrezione e la reliquia più preziosa della cristianità.

La prima crociata fu predicata come meditazione all’appello di Cristo che dice: “Chi vuole venire dietro di me rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt. 16, 21-27). Quella stessa Croce, attorno a cui si riuniva il popolo delle cattedrali, era impressa sulla veste dei crociati ed esprimeva l’atto con cui il cristiano si diceva disposto ad offrire la propria vita, per il bene soprannaturale del prossimo, impugnando le armi. Lo spirito delle crociate era, e rimane, lo spirito stesso del cristianesimo: l’amore al mistero incomprensibile della Croce.

Il professor Jonathan Riley-Smith, caposcuola del rinnovamento degli studi sulle crociate, riferendosi a coloro che avevano risposto all’appello della prima crociata, afferma che essi erano “infiammati dall’ardore della carità”, e alla carità, all’amor di Dio, fa risalire la motivazione profonda di questa impresa. Offrire la propria vita è infatti la più grande forma di amore e il più perfetto atto di carità, poiché ci fa perfetti imitatori di Gesù secondo le parole del Vangelo, secondo cui “nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli” (Gv. 3, 16; 15, 13). Solo l’amore, riassunto dal sacrificio di Cristo sulla Croce, è in grado di sconfiggere la morte, che è la suprema sofferenza fisica, e il peccato, che è il supremo male morale. Tale spirito e stato d’animo, abbondantemente documentato dalle fonti, non sorge come un fiume limaccioso dall’inconscio collettivo dell’occidente, ma dall’atto libero di singoli uomini che nei secoli luminosi del medioevo rispondono ad un appello che si rivolge alla loro coscienza.

La risposta a questo appello può essere considerata una “categoria dello spirito” che non tramonta. L’idea di crociata infatti non è solo un evento storico circoscritto al medioevo, ma è una costante dell’animo cristiano che nella storia conosce momenti di eclissi, ma che sotto diverse forme è destinata a riaffiorare. Espungere l’idea di crociata dalla propria “piattaforma programmatica” significa espungere l’idea stessa del combattimento cristiano. L’insegnamento che la vita spirituale è lotta è particolarmente svolto nelle lettere di san Paolo dove si trovano in molti luoghi metafore e immagini tratte dalla vita del guerriero; l’Apostolo spiega come la vita del cristiano sia un bonum certamen che va combattuto “da buon soldato di Gesù Cristo” (II Tim. 2, 3). “Spogliamoci – egli dice – dalle opere delle tenebre e indossiamo l’armatura della luce” (Rom. 13, 12); “Rivestitevi dell’armatura di Dio per potere resistere agli assalti del diavolo (…). State dunque cinti della verità, rivestiti della lorica della giustizia, calzati della saldezza del Vangelo della pace, impugnando lo scudo della fede, col quale potrete estinguere i dardi infuocati del Maligno, prendere l’elmo della salvezza e il gladio dello spirito, che è la parola di Dio” (Ef. 6, 11, 14-17).
Lo spirito di crociata e quello del martirio hanno una comune origine in questa dimensione profonda del combattimento spirituale. Il martirio, come ogni sofferenza, presuppone il combattimento. La vita stessa di Gesù Cristo può essere considerata come un costante combattimento contro l’insieme delle forze ostili al Regno di Dio: il peccato, il mondo e il demonio. Che la vita del cristiano sia una lotta è uno dei concetti che più spesso risuona nel Nuovo Testamento dove si legge: “Non sarà coronato se non colui che avrà legittimamente combattuto” (II Tim. 2, 5). Il Vangelo del resto, nel suo significato originario, è annuncio di vittoria militare, in questo caso la vittoria di Cristo sul male e sulle potenze delle tenebre.

Perché la chiesa non può abbandonare lo spirito di crociata? Molto semplicemente perché non può rinnegare la propria storia e la propria dottrina. La storia delle crociate non è una appendice insignificante della storia della chiesa, ma si intreccia strettamente con la storia del papato. Le crociate non sono legate a un singolo Papa, ma ad una storia ininterrotta di pontefici, per lo più santi, dal Beato Urbano II, che promulgò la prima crociata, a san Pio V e al Beato Innocenzo XI, che promossero “leghe sante” contro i Turchi a Lepanto, Budapest e Vienna, tra il XVI e il XVII secolo. Non è ignoto agli storici che, ancora nel XX secolo, Pio XII studiò la possibilità di bandire una “crociata” anticomunista dopo la rivolta di Ungheria nel 1956.

A quella dei Papi, si aggiunge la testimonianza dei santi, a cominciare da Luigi IX, il re crociato per eccellenza, che con Giovanna d’Arco, anch’essa a suo modo “crociata”, è patrono della Francia, la “figlia primogenita della chiesa”. Contrapporre a queste figure il nostro san Francesco denota, se non malafede, una notevole misconoscenza storica. La più attendibile fonte che abbiamo del viaggio di Francesco è la testimonianza del suo compagno, frate Illuminato, che ci racconta come il santo difese l’opera dei crociati e propose al Sultano la conversione. E come dimenticare le legioni di francescani che si unirono, nei secoli ai crociati, a cominciare da san Giovanni da Capestrano (1386-1456), predicatore della grande crociata del XV secolo, culminata con la liberazione di Belgrado?

Al nome di san Francesco dovremmo affiancare quello di santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e Dottore della chiesa di cui in un recente saggio Massimo Viglione ha mostrato l’animo profondamente “crociato” (“L’idea di crociata in Santa Caterina da Siena”). A Lei potremmo aggiungere un altro dottore di sesso femminile, questa volta contemporaneo, santa Teresina del Bambin Gesù, che in una pagina toccante, rivolgendosi a Gesù, afferma di voler “percorrere la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa”, riunendo in un’unica vocazione quelle dell’apostolo, del crociato, del martire. “Sento – ella scrive – la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa…”. E il 4 agosto 1897, sul letto di morte, rivolgendosi alla Superiora, mormora: “Oh, no, non avrei avuto paura di andare in guerra. Per esempio, ai tempi delle crociate, con quale felicità sarei partita per combattere gli eretici” (“Storia di un’anima”, in “Opere complete”).

La chiesa non ha mai professato il pacifismo. Il combattimento cristiano, che è prima di tutto un atteggiamento spirituale, ma che comprende la possibilità della legittima difesa, della guerra giusta e perfino della “guerra santa”, appartiene alla più pura tradizione cattolica. Chi professa l’ecumenismo e il pacifismo a oltranza dimentica che esistono mali più profondi di quelli fisici e materiali, e confonde le conseguenze rovinose della guerra sul piano fisico, con le sue cause, che sono morali e risalgono alla violazione dell’ordine, in una parola a quel peccato che solo può essere sconfitto dalla Croce. Il mondo moderno, che è immerso nell’edonismo e ha perso la fede, giudica come mali, e come mali assoluti, solo quelli fisici, dimenticando che il male e il dolore accompagna inevitabilmente la vita dell’uomo, spesso elevandola.
Lo spirito delle crociate e di Lepanto ci trasmette un messaggio di fortezza cristiana che è disposizione d’animo a sacrificare i beni terreni, di fronte a beni più alti, quali la giustizia, la verità, l’avvenire della nostra civiltà.

Oggi il nemico che minaccia la chiesa e l’occidente è l’attitudine mentale di chi ritiene che sia finito il tempo di Lepanto e delle crociate e allo spirito del combattimento cristiano contrappone una visione del mondo secondo la quale nulla esiste di assoluto e di vero, ma tutto è relativo ai tempi, ai luoghi e alle circostanze. E’ questo il relativismo denunciato da Giovanni Paolo II quando nelle sue encicliche “Splendor Veritatis” ed “Evangelium Vitae” parla di quella “confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità” (SV n. 93). La battaglia contro il relativismo in difesa delle radici cristiane della società, a cui ha chiamato Giovanni Paolo II e oggi invita Benedetto XVI, è una battaglia in difesa della nostra memoria storica, senza la quale non c’è identità nel presente, perché è sulla memoria che si fonda l’identità degli uomini e dei popoli. Ma le radici cristiane non appartengono solo alla memoria o alla storia: esse sono viventi perché il Crocifisso, che le riassume, non è solo un simbolo storico e culturale, ma è una fonte attuale e perenne di verità e di vita, di sofferenza e di lotta.

La chiesa ha nemici, anche se noi tendiamo a dimenticarlo
perché abbiamo perso quella concezione militante della vita cristiana, fondata sulla Croce, che ha sempre caratterizzato il cristianesimo. La perdita di questo spirito militante è la conseguenza dell’edonismo e del relativismo in cui sono immersi purtroppo anche molti uomini di chiesa. Benedetto XVI ha parlato spesso di minoranze “creative”; potremmo aggiungere “militanti”, perché quella in corso è una guerra culturale e morale in cui ci si affronta in termini di principi di concezioni del mondo. La storia del resto è fatta da minoranze militanti e anche Zizola appartiene a una di esse. Si può militare per il bene o per il male, in un campo o nell’altro, ma solo chi milita lascia il suo segno nelle vicende storiche.

Non si illuda Zizola: si può e si deve sfuggire,
per quanto possibile, allo scontro delle armi, ma non si può sfuggire allo scontro delle idee. Egli stesso ne brandisce una come una clava che vorrebbe abbattere sulle teste dure dei cristiani fondamentalisti o “lepantiani”. D’altra parte, le idee che non si scontrano, non si “incontrano”, ma si fondono, formando a loro volta nuove idee all’insegna dell’indifferentismo e del sincretismo.
La chiesa è una società soprannaturale che ha la missione di annunciare una Verità salvifica e liberatrice. Essendo un’istituzione immersa nel mondo si serve, come è giusto, anche di strumenti politici e diplomatici, ma la politica per lei è mezzo, mai fine. Giuliano Ferrara nel Foglio del 7 giugno lo ha ben visto. Non bisogna confondere un viaggio diplomatico, come è stato quello recente del Papa a Cipro, con il messaggio teologico e spirituale che la chiesa ha il dovere di annunziare.
Nell’omelia a Nicosia, il 5 giugno, Benedetto XVI ha peraltro sottolineato che il legno della Croce non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ma è un segno di speranza, di amore, di vittoria. “Un mondo senza Croce – ha detto – sarebbe un mondo senza speranza”. Anche un mondo senza spirito di crociata sarebbe un mondo senza speranza, perché significherebbe la rinunzia alla lotta per fare della Croce la salvezza di un mondo in rovine.



Cosa accadrà se il sale diventa insipido?

 


A conclusione dell'Anno Sacerdotale, ecco un articolo di Carròn apparso sull'Osservatore Romano di oggi. Da Tracce.it


Prima di tutto autenticamente uomini

di Julián Carrón
09/06/2010 - Pubblichiamo l'articolo di don Carrón, comparso su "L'osservatore romano" per la chiusura dell'Anno Sacerdotale
 
Non dimenticherò mai il contraccolpo avuto durante il ritiro spirituale con alcuni sacerdoti in America Latina. Avevo appena terminato di dire che spesso alla nostra fede manca l'umano, che un sacerdote mi avvicinò. Mi disse che all'epoca in cui era in seminario gli avevano insegnato che era meglio nascondere la sua umanità concreta, non averla davanti agli occhi «perché disturbava il cammino della fede». Questo episodio mi ha reso più consapevole di come può essere ridotto il cristianesimo e dello stato di confusione in cui siamo chiamati a vivere la nostra vocazione sacerdotale.
Una volta domandarono a don Giussani che cosa avrebbe raccomandato a un giovane prete: «Che sia innanzitutto un uomo», rispose, suscitando la reazione stupefatta dei presenti. Ci troviamo agli antipodi dell’indicazione data al seminarista: da una parte, il distogliere gli occhi dalla propria umanità, dall’altra, uno sguardo pieno di simpatia per se stessi. Che cosa risulta dunque decisivo per la nostra fede e la nostra vocazione? Di che cosa abbiamo bisogno? Don Giussani ha più volte indicato nella «trascuratezza dell’io», nell'assenza di un autentico interesse per la propria persona, «il supremo ostacolo al nostro cammino umano» (Alla ricerca del volto umano, Rizzoli, Milano 1995, p. 9).
Invece è il vero amore a se stessi, la vera affezione a sé quella che ci porta a riscoprire le nostre esigenze costitutive, i nostri bisogni originali nella loro nudità e vastità, così da riconoscerci rapporto col Mistero, domanda di infinito, attesa strutturale. Solo un uomo così "ferito" dal reale, così seriamente impegnato con la propria umanità può aprirsi totalmente all'incontro con il Signore. «Cristo infatti – afferma don Giussani – si pone come risposta a ciò che sono "io" e solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo diviene un puro nome» (All'origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 3).
«Non c’è risposta più assurda di quella a una domanda che non si pone» ha scritto Reinhold Niebuhr. Può valere anche per noi quando acriticamente subiamo l'influsso della cultura in cui siamo immersi, che sembra favorire la riduzione dell'uomo ai suoi antecedenti biologici, psicologici e sociologici. Ma se l'uomo è davvero ridotto a questo, quale è allora il nostro compito di sacerdoti? A che cosa serviamo? Quale è il senso della nostra vocazione? Come resistere a una fuga dal reale rifugiandoci nello spiritualismo, nel formalismo, cercando alternative che rendano sopportabile la vita? Oppure non sarebbe meglio, obbedendo al clima culturale, diventare assistente sociale, psicologo, operatore culturale o politico?
Come ha ricordato Benedetto XVI a Lisbona, «spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?» (Omelia della Santa Messa al Terriero do Paco di Lisbona, 11 maggio 2010).
Tutto dipende dunque dalla percezione, innanzitutto per noi, di che cosa sia l'uomo e di che cosa corrisponda realmente al suo desiderio infinito. La decisione con cui viviamo la nostra vocazione deriva perciò dalla decisione con cui viviamo il nostro essere uomini. Solo dentro una vibrazione umana autentica possiamo conoscere Cristo e lasciarci affascinare da Lui, fino a darGli la vita per farLo incontrare agli altri. «Come mai la fede ha ancora in assoluto una sua possibilità di successo?», si chiedeva pochi anni fa l’allora cardinale Ratzinger e rispondeva: «Direi perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. […] Nell'uomo vi è una inestinguibile aspirazione nostalgica verso l'infinito. Nessuna delle risposte che si sono cercate è sufficiente; solo il Dio che si è reso finito, per lacerare la nostra finitezza e condurla nell'ampiezza della sua infinità, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere. Perciò anche oggi la fede cristiana tornerà a trovare l'uomo» (Fede, Verità, Tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, pp. 142–143).
Questa certezza che Benedetto XVI testimonia di continuo anche davanti a tutto il male che ci procuriamo o che causiamo agli altri – pensiamo alla vicenda della pedofilia – ci invita a un cammino per la riscoperta e l'approfondirsi della ragionevolezza della fede: «La nostra fede ha fondamento, ma c’è bisogno che questa fede diventi vita in ognuno di noi […]: soltanto Cristo può soddisfare pienamente i profondi aneliti di ogni cuore umano e dare risposte ai suoi interrogativi più inquietanti circa la sofferenza, l’ingiustizia e il male, sulla morte e la vita nell'Aldilà» (Omelia della Santa Messa al Terriero do Paco di Lisboa, 11 maggio 2010). Solo se sperimentiamo la verità di Cristo nella nostra vita, avremo il coraggio di comunicarla e l'audacia di sfidare il cuore delle persone che incontriamo. Così il sacerdozio continuerà a essere un'avventura per ciascuno di noi e quindi l'occasione per testimoniare ai fratelli uomini la risposta che solo Cristo è al «misterio dell'esser nostro» (G. Leopardi).

(da L'osservatore romano, 9 giugno 2010)

martedì 8 giugno 2010

Corazza, lancia, elmo...

Sono iniziate di gran carriera le prove in costume per la Passione. In questa foto apparsa sull'Eco di Biella di lunedì sono il secondo sulla destra, questa é l'entrata in scena di noi armati.

 

Luci serene e chiare

Ecco a voi un bel madrigale di Carlo Gesualdo (1566 - 1613), principe di Venosa e compositore di musica sacra e profana. In "Luci serene e chiare", qui egregiamente eseguita dai soliti King's Singers, é esaltata la gran beltà di una dama. 
D'altronde, come ha detto qualcuno, l'uomo sa che Dio esiste perché Egli ha creato la donna.













 Luci serene e chiare

Luci serene e chiare,
Voi m'incendete, voi, ma prova il core
Nell'incendio diletto, non dolore.

Dolci parole e care,
Voi mi ferite, voi, ma prova il petto
Non dolor nella piaga, ma diletto.

O miracol d'Amore!
Alma che è tutta foco e tutta sangue
Si strugge e non si duol, more e non langue.

lunedì 7 giugno 2010

Make beauty



E' in arrivo sul grande schermo un nuovo film di duro attacco alla Chiesa. Dopo la recente mistificazione storica di Ipazia in "Agorà", ecco che viene portata sul grande schermo una leggenda anti-ecclesiastica nata nel Medioevo in ambito carnevalesco e succesivamente ripresa e manipolata ad arte in ambiente protestante: "La Papessa". Ambientata nell'Alto Medioevo, é la storia di una giovane donna diventata frate, una volta celato il suo sesso, e dopo molte peripezie addirittura salita al soglio papale. Ovviamente né casta né pura, la leggenda dice di lei che al ritorno dalla processione pasquale verso il Laterano, dopo lo scossone del proprio cavallo, ebbe un parto prematuro, dopo il quale venne lapidata dalla folla.
Il suo successore fece cancellare ogni traccia della sua esistenza.


L'intelletto più idiota della Storia, vale a dire Voltéro, disse: "Calunniate, calunniate. Qualcosa resterà!". Ed ecco che nel duemiladieci questa turpe leggenda va a finire sul grande schermo. I produttori, guarda caso, sono gli stessi de "Il nome della Rosa", uno dei film più infami della storia dell'uomo, espressione di un odio profondo a Cristo attraverso l'attacco a coloro che Lo amano e servono. "La Papessa" non mancherà di nulla: quale occasione migliore per mostrare ancora una volta un Medioevo esistito solo nelle menti pazze di qualche philosophe, con monasteri luoghi di oppressione e fanatismo e la donna seviziata e torturata per celare un represso istinto sessuale da parte dei frati? Per non parlare del fatto che la figura del Papa sarà qui sotto attacco diretto: non solo un Papa donna, ma anche protagonista di rapporti amorosi e via così. Le carte per per una pellicola largamente blasfema ci sono tutte.
Considerata la storia di questo film (la cui pubblicità campeggia all'ingresso della Feltrinelli di Biella, motivo in più per comprarci libri sani alla faccia loro), ho capito che non basta arrabbiarsi e lamentarsi che se facessero qualcosa di simile per Maometto e compagni sarebbe la guerra totale. Questo é pur vero, ma il punto é un altro. Come diceva Péguy non serve lamentarsi della situazione sfavorevole: quella dell'insulto, della provocazione, della mistificazione e dell'attacco é la condizione esistenziale della nostra Chiesa, la Chiesa militante. Sia per il martirio di monsignor Padovese sia per l'uscita nelle sale di sempre più numerose pellicole anticattoliche, dobbiamo sempre tenere presente che stiamo combattendo la buona battaglia, e che il Nemico é all'opera. Un battaglia dove però ci é soltanto chiesto di poggiare il capo sul petto di Gesù, di "mettersi alla scuola di Giovanni" come ha detto B XVI. Lui ha già vinto per noi.
Stamattina mi chiedevo cosa posso fare io per le persone che andranno a vedere "La Papessa", cosa posso fare per coloro la cui fede é resa sempre più debole sotto gli scossoni di questo nuovo mondo anticristiano: ebbene, come mi disse un mio caro amico, make beauty, fare bellezza. Più di tutti i pur giustissimi e necessari articoli che smonteranno sotto i vari punti di vista questo attacco al Papa e a Cristo col cavallo di Troia del cinema, farà molto di più il ripartire dalla testimonianza come presenza. Più si é uniti a Lui più la nostra vita diventa piena di una bellezza desiderabile, più grande di tutti i nostri limiti. E così sarà davvero la nostra semplice presenza a parlare. Ognuno é chiamato a essere presenza: chi con l'arte, chi con il canto, chi con la matematica, chi con altre cose. Tutti possiamo dirGli di sì.
Terminato questo post andrò a finire di preparare l'intervento che terrò giovedì prossimo a tre, quattro classi della mia scuola sull'Ulisse dantesco, con in mente proprio questo: make beauty.

Non siamo soli, e abbiamo bisogno solo della mano di Chi ci ha portato fin qui, come ricorda il buon Goffredo (Gerusalemme Liberata, canto II); e anche nel più duro della battaglia non dobbiamo temere, come mostra l'intervento di san Michele Arcangelo quando i cristiani stavano per cedere all'assalto notturno dei pagani (canto IX).

Per l'intanto, avrò il gran piacere di picconare un po' quell'idiota di Voltéro (fra di noi c'è qualcosa di personale, come già dissi) nel primo dei miei dossier sui martiri della Rivoluzione.
Ricordate, cari amici: essere uniti a Colui che é la Bellezza, Cristo, per essere presenza.

E make beauty, fare bellezza. Questo blog esiste solo per questo.



domenica 6 giugno 2010

"Come parlate, preti?"

Un po' di sana verve langoniana a proposito del martirio di monsignor Padovese.

6 giugno 2010

Come parlate, preti? Padre Lombardi, portavoce della Santa Sede, non puoi esprimerti come un Frattini qualsiasi, non puoi dire che l’omicidio di monsignor Padovese è “incredibile” e lascia “profondamente sconcertati”; monsignor Lucibello, nunzio apostolico in Turchia, non puoi dichiararti “distrutto” e “costernato” e definire il fatto “imprevedibile”. Così straparlando dimostrate di non conoscere il Vangelo né l’animo umano né la lingua italiana, nulla. L’omicidio di un vescovo è quanto di più evangelico e perciò credibilissimo e prevedibilissimo: “Metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome”. Siccome sconcertato significa “disorientato, confuso, smarrito” non è cristiano esserlo, l’oriente resta Cristo anche se ammazzano dieci vescovi al giorno. Si dice sempre che la chiesa ha bisogno di testimoni: bene, martire in greco significa appunto “testimone”. La cosa peggiore è descrivere quella di Padovese come una morte senza senso causata da un pazzo. La cosa peggiore sono le vostre parole.

di Camillo Langone

A proposito di Fratellanza Universale...

La massoneria non é, purtroppo, un affare del solo Ottocento. Anzi.




 
31 maggio 2010

I massoni democratici mettono in imbarazzo Bersani

Fioroni: "L'iscrizione a associazioni segrete è contro lo statuto del partito"

Il nostro articolino di sabato scorso sui problemi che presto avrà il Pd sul tema massoneria ha fatto un po’ di casino. Qui abbiamo spiegato come mai uno di quei classici problemi lasciati lì a decantare in un angoletto del partito per mesi, per anni, è misteriosamente tornano a galla. Tutto nasce da un quesito posto qualche mese fa da un esponente del Pd, il signor Ezio Gabrielli, ex assessore al Porto del comune di Ancona, che alla fine della scorsa estate aveva ammesso di essere un massone e aveva detto “di essere orgoglioso di esserlo”. Gabrielli poi è stato costretto alle dimissioni e ha fatto della sua presenza massona nel Pd una questione di principio. Su questo tema oggi scrive anche al Corriere – che a proposito di problemi legati alla massoneria non è secondo a nessuno – offrendo un articolo sfizioso sull’argomento. “I compagni massoni e la mancata espulsione. Due casi agitano il Pd”.
Il Corriere, oltre al già citato caso Gabrielli, riporta il coming out massone di un esponente del Pd di Scarlino. Ma non è il solo. Qualche settimana fa, a Macerata, il capogruppo in consiglio provinciale del Pd aveva posto pubblicamente il problema della necessaria compatibilità della massoneria del partito. Oggi l’ex assessore Gabrielli ha scritto una lettera molto lunga alla commissione garanzia che dovrà valutare la sua compatibilità con il partito. “La massoneria non è illegale – dice Gabrielli – io ho promesso sulla costituzione e sulle leggi che mi impongono comportamenti rispettosi dei principi di uguaglianza di fronte alla legge e di imparzialità delle pubbliche istituzioni; sulla base dell’attuale formulazione del codice etico non esiste argomento tecnico giuridico che imponga la dichiarazione di incompatibilità e lo scrivente sul punto”.
In base a quale norma un massone non può dire di essere massone nel Pd? Cercasi risposta. Per chi vuole, siamo entrati in possesso di questa lettera di Gabrielli e se vi va la potete leggere qui. E intanto nel Pd c’è chi sulla questione sembra essere piuttosto suscettibile. “Il Pd non puà avere né zone grigie né coni d'ombra né eccezioni per questa o quella associazione. Lo statuto parla chiaro: gli iscritti non possono avere iscrizioni segrete né partecipare ad associazioni che diversamente dalla Costituzione creano cittadini più uguali degli altri", dice per esempio Giuseppe Fioroni. Vedrete, se ne riparlerà presto. Certamente prima di metà giugno, quando la commissione garanzia del Pd discuterà del caso Gabrielli.

Il significato di quel martirio

Dal nuovo editoriale di Samizdatonline

Roba da matti?

Ci sono varie cose su cui riflettere, con l'assassinio di Mons. Padovese.
Tutti sottolineano come sia stato il gesto di un folle. O meglio, quasi tutti: l'arcivescovo di Smirne e altri fanno notare come questa scusa sia spesso stata usata come ritornello per coprire altre cose. La questione andrebbe investigata bene (e seguita su sites seri e realmente informati, come AsiaNews).
Quello che colpisce è che, tranne Avvenire, molti giornali si sono subito affrettati a dire che la politica pare non c'entrare etc. Politica? E chi ha mai detto che il problema è solo politico?
Succubi del pregiudizio laicista che la religione sia qualcosa di sovrastrutturale, e che quindi non possa mai essere il vero motivo di azione, gli analisti si privano della condizione di possibilità di intendere la reale portata di un fenomeno come l'Islam. La religione è vista come pericolosa e fonte di fanatismo solo se è quella cattolica; e sempre attraverso ricostruzioni deliranti e invertite come i film di R. Scott.  Anche quando il suddetto Scott, ad esempio, a parole condanna tutte le religioni come fanatiche, come nel film Kingdom of Heaven, poi di fatto gli esempi illustranti la tesi sono tutti anticristiani.
Invece si può uccidere in nome di Dio, sì. E oggi chi lo fa non sono i cristiani, questi ne sono invece le vittime. Quando gli "imbecilli collettivi", che ricevono i pacchetti di opinioni già preconfezionati, se ne accorgeranno sarà già troppo tardi.

venerdì 4 giugno 2010

Quando il mandorlo si vestirà di fiori


Fra gli amici conosciuti lungo quest'anno scolastico, un posto fra i più eminenti é certamente occupato da Virgilio. Resomi già caro dall'affetto filiale dimostratogli dal mio sommo Dante, l'autore latino ha fin da subito rallegrato il mio cuore facendomi scorgere i pastori radunati a gareggiare, fra poesia e zampogne, come loro insegnato dal dio Pan, lungo il declinare del colle, all'ombra dei faggi. E' la poesia bucolica, sulla quale ha scritto commoventi pagine il buon Chesterton ("L'uomo eterno", del quale potete trovare qui nel blog la mia recensione), rendendomi ancor più chiaro il fascino malinconico e mesto dei paesaggi pastorali, tutto impregnato di religiosità del quotidiano.
Esulto felice, quindi, al leggere l'articolo qui proposto, preso dal Sussidiario.
Ora mi trovo sotto lo stendardo di Goffredo, a respingere gli assalti dei fedeli di Macometto e de le forze infernali, certo della vittoria che, come ricorda il mio condottiero nel canto II della Gerusalemme Liberata, ci é assicurata solo dalla mano di Dio. Non abbiamo bisogno di altro.
Anche per portare avanti lo scontro, che é testimonianza, sul fronte antogiacobino nella mia amata Vandea, iniziando a scrivere i dossier sui martiri cristiani sotto la Rivoluzione.


Virgilio, Chesterton, Tasso, Cathelineau e gli altri... quanti nuovi amici e testimoni con cui proseguire nella strada!








LETTURE/ La religiosità di Virgilio ci chiama a essere felici

venerdì 4 giugno 2010
Permane anche se sotto le spoglie della nostalgia nella nostra vita di cittadini stretti tra le case l’amore alla terra. Le abbondanti piogge di maggio ci hanno regalato un verde pieno e ciò rende più concreta l’etimologia della parola felice, la cui origine è agricola: felice è infatti per gli antichi il campo che ha dato buoni frutti; essere felice coincide con la fecondità.
Gran parte del lessico latino trae la sua forza proprio dalla terra: un esempio significativo è dato dalla parola stirps, che significa radice della pianta. In italiano è diventata stirpe, nell’accezione traslata di discendenza, ma il verbo estirpare mantiene più chiaramente l’originaria relazione con la terra. Un altro esempio viene dalla parola delirare, che significa uscire dal solco, ovvero dalla norma. Il delirio è dunque un comportamento che va oltre un tracciato e perde la giusta direzione.

La terra dunque si confonde nelle nostre parole oltre a deliziarci gli occhi con le sue bellezze, donarci la bontà dei frutti, allietarci con i suoi profumi e i suoi rumori. La terra vive in silenzio e anche questo spesso noi rimpiangiamo nelle nostre giornate trafelate. La calma è infatti una componente del silenzio e dell’armonia.

Un poeta su tutti ha cantato la propria terra con un raro senso di appartenenza, Virgilio. Figlio di proprietari terrieri nel mantovano, visse il dramma della confisca delle terre per premiare i veterani di Cesare, poi grazie all’amicizia di Augusto i suoi fondi vennero reintegrati.

Il poeta si era già allontanato da Mantova, aveva studiato a Napoli, viveva a Roma, ma il suo cuore era nei campi dei suoi avi e la sua poesia ne cantava la nascosta armonia nelle Bucoliche. Più tardi, anche per sostenere la riforma agraria voluta da Augusto, cantò nelle Georgiche il lavoro dei contadini con una partecipazione affettiva che fa di questa opera il suo capolavoro.

Virgilio è uno degli ultimi sapienti antichi, una sorta di padre spirituale che precede la figura del puro intellettuale moderno; forse proprio in virtù del suo radicamento alla terra ha saputo arricchire il mondo culturale dell’occidente, celebrando il lavoro agricolo e la fatica ad esso connessa quando ancora tutto attorno a lui lo considerava una attività da schiavi.

Per lui la resistenza che la terra oppone all’operosità umana è l’occasione per l’esercizio dell’intelligenza, mediante la quale avviene il dominio sulla brutalità degli elementi: “Tutto vince il faticoso lavoro e il bisogno che incalza nell’avversità”. E l’osservazione della natura perché essa renda il suo frutto diventa ammirazione della sua bellezza: “Dovrai anche osservare quando il mandorlo nelle selve / si vestirà di moltissimi fiori curvando i rami odorosi; / se i fiori sovrabbondano, in ugual misura seguiranno i frumenti”.

Fortunati dunque coloro che svolgendo il proprio compito lontano dalle ruberie e dalle lotte delle ricche città “hanno una sicura pace, una vita ignara d’inganni, / ricca di vari beni… sacri i riti degli dei, santi i padri”. È questa la vita a cui Virgilio torna con il rimpianto della sua poesia, a cui aspira almeno una parte di noi: proprio perché i piedi sono saldamente per terra, gli occhi si levano verso il cielo, a chiedere ciò che le mani non possono produrre. È la religiosità degli antichi, la povertà che spesso noi abbiamo smarrito.

mercoledì 2 giugno 2010

Il miracolo

Dal blog, assolutamente da segnalare, del geniale Berlicche, una chicca.


 NEW YORK - dal nostro inviato
Le reazioni all'incredibile miracolo realizzatosi in mondovisione non si sono fatte attendere. Il consiglio di Sicurezza dell'ONU si è riunito d'urgenza, ma non ha ancora deciso su un documento comune a causa dei veti incrociati di Stati Uniti e Cina. Sembra probabile che il risultato finale sarà una risoluzione generica di condanna per "l'inaccettabile interferenza divina verso la libertà umana" ma senza il discusso accenno ai diritti umani che fino alla tarda serata di ieri sembrava inevitabile. E' comunque scontata la censura verso la Santa Sede per l'appoggio fornito all'evento. Sono numerosissime le mozioni presentate da oltre duecento membri dell'assemblea per denunciare il "complotto giudaico-crociato" (come sostenuto dal presidente iraniano), la "strumentalizzazione di un effetto naturale di natura ignota e non riconducibile, malgrado le apparenze, all'esistenza di un'ipotetica ed inesistente entità superiore" (Cina), "preoccupazione e sgomento per l'indebita interferenza ecclesiale negli affari umani" (Spagna).

Si segnalano saccheggi e violenze verso le minoranze cristiane in diversi paesi mediorientali, asiatici e africani. In India sono stati dati alle fiamme un orfanotrofio e un ospedale. Le vittime sarebbero almeno una decina.
In Francia le associazioni dei medici e fisioterapeuti hanno inoltrato una vibrata protesta, denunciando "l'inqualificabile abuso e l'indebito esercizio della professione medica", e inoltrando una denuncia alla corte europea dei diritti dell'uomo. Francois Bregnac, direttore dell'agenzia "Medicine dans l'homme", ha evidenziato i pericoli connessi all'evento miracoloso: "Già abbiamo avuto un calo dei ricoveri ospedalieri di oltre il 30%. Continuando in questa maniera si corre il serio rischio di vanificare tutti i nostri sforzi sulla prevenzione e cura tempestiva delle malattie. Sacrifici di decenni buttati al vento." L'UE ha aperto un'inchiesta.

In Italia la CGIL ha indetto uno sciopero generale di quattro ore ed una manifestazione a Roma per il 10 giugno.
Mentre negli ambienti laici e scientifici ci si interroga e si indica "doverosa prudenza" verso un avvenimento indicato via via come un "clamoroso effetto speciale", "una allucinazione collettiva di scala mondiale" e in ogni caso "di natura ancora inspiegata e di cui probabilmente mai giungeremo a conoscere la vera sorgente", su Internet e Facebook si possono già trovare centinaia di siti che parlano di "energie spirituali umane che si mascherano come cristiane", di "alieni", "complotti atlantidei", "secondo avvento" e "bufala del secolo".
L'UARR ha chiesto le scuse ufficiali del Vaticano e delle reti televisive che hanno trasmesso l'evento. Il portavoce radicale ha affermato: "Se Dio si spinge sino a fare un miracolo in pubblico vuol dire che ormai è proprio ridotto alla frutta."
L'ufficio stampa della comunità valdese ha affermato che "da parte di Dio è stata un'azione sconsiderata. Così si mette in discussione la nostra fede, che non si può basare sui miracoli".
Il vescovo di Parbianise, Mons. Gino Polenzi, ha fortemente stigmatizzato "un avvenimento che ci riporta ai tempi del medioevo e non tiene minimamente conto della dialettica pastorale". "Fatti come questo", ha aggiunto, "mandano indietro di cent'anni il dialogo ecumenico".
L'operato divino è sotto indagine anche da parte del parlamento e della magistratura. "Insomma", è il commento di un parlamentare che intende restare anonimo, "questo Dio chi si crede di essere?".