lunedì 26 dicembre 2011

About desire of the most noble form





"Alex decided to address her in English, not so much because he wished to cover his feelings with deceit, but because if he were to have spoken the words in Russian she might have misunderstood his intention and drifted away into studied indifference or abruptly left and found a safer seat. In fact, he wished to unburden his heart without consequences in a fashion that would neither captivate nor alienate. In this sense it was an exercise for himself alone - or at least the literal content of the message was for his hears only. It was not entirely self-serving. The act of dramatic recitation, which involved elements of entertaiment and the release  of indecipherable music into the atmosphere,  would serve her needs by distracting her from her own wound. There was no desire for conquest in his motivation, nor even a schoolboy infatuation. He felt his admiration was of the most noble and purified sort. If he resembled any other lover in the long history of love, he was sure that he was most like Dante. (...)
If the root of it was sexual, it was only partly so, for what was pouring from the fracture in his chest was of such great strength that he knew it was more than simple carnality or even romanticized, idealized carnality. If he had met her in other circumstances, free of his loneliness and natural attraction, he would still have loved her. So he told himslef".



from The Father's Tale, by Michael D. O'Brien, Ignatius Press, pag. 559-560

sabato 24 dicembre 2011

Gratitudine, umiltà, attesa drammatica. E allegria da trincea. Buon Natale


Nativià, Lorenzo Lotto


"Il Natale, per noi, nel Cristianesimo é diventato una cosa, in un certo senso, semplicissima. Ma, come tutte le verità della tradizione cristiana, esso é, in un altro senso, una cosa assai complessa. La sua unica nota é che esso tocca simultaneamente molte note: umiltà, gaiezza, gratitudine, paura mistica, e anche attesa drammatica. E' non soltanto un'occasione per pacifisti come per i gaudenti; é non solo una conferenza pacifista indù o una festa invernale scandinava. C'è in esso anche una sfida; qualche cosa che fa suonare bruscamente le campane a mezzanotte come i cannoni di una battaglia appena vinta. Tutta questa indescrivibile atmosfera natalizia pende in aria come una fragranza non ancora svanita della esultante esplosione di duemila anni fa in quell'ora unica sui colli della Giudea. Ma é il sapore é nettamente riconoscibile; é qualche cosa di troppo sottile o di troppo solitario per esser reso da quel che intendiamo con la parola "pace"La gioia della caverna era simile all'allegria di una fortezza o di una tana di briganti; intesa nel suo vero significato, non sarebbe impertinente dire che era l'allegria di una trincea. Non solo é vero che quella stanza sotterranea era un rifugio contro i nemici, e che i nemici già stavano scorrazzando sulla sua volta di pietra. Non solo é vero che gli zoccoli dei cavalli di Erode possono esser passati rintronando sulla testa abbandonata del Cristo. Ma in quella immagine c'è anche l'idea di un posto avanzato, di una feritoia nella roccia, di un'apertura sul territorio nemico".


GKC, L'uomo eterno



Questa notte é l'inizio dell'unica vera rivoluzione, dell'unica vera ribellione per cui valga la pena vivere: portare ciò che ci é accaduto, portare Cristo nel mondo.

Buon Natale.

domenica 18 dicembre 2011

Pillole clanDestine

Un paio di pillole dall'ultima newsletter di ClanDestinozoom



Sei pronto per la felicità?
 
San Benedetto aveva scritto, lo ripetiamo, "c'è un uomo che ama la vita e desidera giorni felici?" Sulla base di questo ha coi suoi fratelli salvato tante cose del passato - in un tempo di malora peggio di questo - e inventato cose nuove.
Ora si tratta di fare lo stesso. Ma senza desiderare davvero la felicità - più e dentro ogni altra cosa - non si ripara nulla dalla malora, pur nelle difficoltà e nelle ferite, e soprattutto non si inventa nulla di nuovo.
A chi si sforza di tener su ciò che crolla diciamo: fatica sprecata. A chi si lamenta diciamo: aggravi il peso dei già afflitti. A chi ha il fuoco negli occhi diciamo: vieni con noi. A chi si guarda intorno smarrito e insicuro diciamo: stai perdendo la vita.
dr


A proposito del suicidio assistito di Magri, un lettore ci scrive: "“Val la pena vivere” è un'affermazione soggettiva e ovviamente non una verità incontrovertibile sulle singole esistenze di ciascuno di noi. Detta così è poco più di uno slogan e con gli slogan non sempre si vince la battaglia. C’è chi “la pena” non la trova adeguata alla fatica di proseguire e basta. Non è un esempio, non merita il nostro applauso o il nostro bravo dalle tribune, non è ciò che vorremmo per i nostri i nostri figli, né ciò che gli insegniamo. Chiunque potrebbe facilmente dimostrarci piuttosto che è una follia. Eppure questa storia di morte, che prima era stata anche la storia di un'esistenza vissuta con profondità e impegno, mi ha fatto ricordare una cosa che da tempo avevo dimenticato e che è invece l'unico messaggio di speranza che posso lasciare ai miei figli: eppure la vita è tua. ap". Vorremmo solo rispondergli, all'amico lettore, che la vita non ci appartiene, all'inizio non è nostra, ma ci è misteriosamente data. Non ne siamo padroni. E questo è un fatto, non una opinione. Poi, certo, è nostra, unica, possiamo viverla solo noi e ne rispondiamo. A noi stessi per primi. Tuttavia c'è allora forse un altro e più straordinario modo di invitare i nostri figli ad abbracciare la vita, con tutto quel che può comportare di misterioso e non facile: la vita è dono.

sabato 17 dicembre 2011

La vera pace (Agnus Dei, Berlioz - The Tree of Life)





Ricevere ancora un volta dentro di me l'immensa opera d'arte che é The Tree of Life, di cui ho già più volte parlato in questo blog, é stato coglierne, sempre e ancora, la sua freschissima novità. Anche dopo la nona volta (non é un numero simbolico) in questi mesi, dopo la mia prima visione al cinema pochi giorni dopo la maturità.
Nuovi spunti, nuove immagini, nuove vie intraviste. Ho prestato questa volta uno sguardo più particolare al percorso della madre, la via della Grazia, e al tremendo mistero che essa comunica: colei che più é esposta al riconoscimento dello splendore e della magnificenza della realtà, colei che più vive la sua apertura al Mistero sotteso in ogni volto e in ogni albero, e che quindi gode della presenza di Dio, é colei che vive il dolore più lancinante, la domanda più drammatica, la tensione più gravosa. Come Giobbe. Come i santi, a dire il vero come tutti i cristiani, sia pure in misura gloriosamente diversa. 
Come recita Claudel ne L'Annuncio a Maria: "La pace, chi la conosce, sa che la gioia e il dolore in parti uguali la compongono".
L'unica, vera pace.

L'incredibile Agnus Dei del Requiem di Berlioz, questa volta, mi ha sorpreso particolarmente, così come tutta la sequenza finale, con il suo senso di compimento e distensione. Riascoltarlo integralmente non fa che approfondire l'inesauribile esperienza proposta dal film.









mercoledì 14 dicembre 2011

24.5.12 Coldplay a Torino









martedì 6 dicembre 2011

An attack of wonder, simply because you are alive

Segnalato dal blog della SCI, un immaginario e straordinario monologo di Chesterton dal sito dei Gesuiti britannici. Per leggerlo (e capirlo) basta stare seduti su una sedia.






You can be sitting quietly in a chair and suffer an attack of wonder, simply because you are alive. One moment everything seems boringly ordinary and the next it is suddenly and rapturously extraordinary. One moment you are sitting there with your daily but undramatic nihilism, where nothing seems very special, and the next a chink in your armour lets in a flood of novelty. You break out of the tiny theatre in which your own familiar plot is being played. This is the blessing of the sunrise of wonder. Indeed my main worry about people is that they might stay prisoners, stuck within all that seeming boredom. I wonder about their not wondering enough. You don’t have to be some special Alice to discover wonderland. You are in it all the time. It only needs ordinary imagination to see it. 

So the first fruit of an attack of wonder is the birth of gratitude, even of humility. All the saints in their different ways lived a bottomless abyss of thanks. And then they made their lives into divine poetry, a poetry that opens to an infinite ocean. I exist, I am alive, what a shock, but more so, what a gift. I am given to myself. Life is given to me. 

...




sabato 26 novembre 2011

Un gesto di carità, perché "un uomo vale più di tutto l'universo"

Da IlSussidiario.net






La ragione profonda della carità

venerdì 25 novembre 2011


Che senso ha, sabato 26 novembre, regalare parte della propria spesa a uno sconosciuto, uno dei 120mila volontari della Rete Banco Alimentare, che la farà arrivare a uno o più persone tra il milione e 400mila indigenti, attraverso più di 8mila strutture caritative sostenute? Che senso ha farlo in un momento di crisi in cui per molti anche un euro è prezioso per sopperire ai problemi della disoccupazione o dei difficili bilanci familiari? E poi non ha forse più ragione chi, confidando sui poteri taumaturgici della finanza e della “politica dei giusti” ha ripetuto per anni che “non serve la carità, ci vuole la giustizia”? Sono domande a cui paradossalmente questa crisi mondiale aiuta a trovare risposta.
L’abbiamo visto: la finanza, anche quando non fa addirittura danno, da sola non ce la fa; i paesi del Terzo mondo che crescono di più diminuiscono il loro gap verso i paesi ricchi, ma aumentano di molto le differenze interne tra ricchi e poveri; i paesi sviluppati, oberati di debito pubblico, riescono sempre meno con la spesa pubblica a rendere più dignitosa la vita dei meno abbienti. Non bastano e non basteranno mai progetti politici ed economici. Aveva ragione Benedetto XVI quando nella Deus Caritas Est diceva: “La carità sarà sempre necessaria”.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e incappò nei briganti che lo spogliarono… un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione”. La nostra civiltà occidentale è intrisa, più ancora che dei segni di violenze e guerre, delle tracce del Buon samaritano, di San Martino che dona metà del suo mantello al povero che ne ha bisogno. La tradizione cristiana chiama tutto questo “carità”, dono di sé commosso per il bene dell’altro, perché non ci si può dimenticare che tutto quel che abbiamo ci è stato donato da un Dio che si è fatto uomo e ha accettato di soffrire e morire per salvarci.
A tal punto questa dimensione caratterizza la nostra civiltà, che anche sistemi di pensiero laici hanno dato vita a leghe di mutuo soccorso, cooperative, opere filantropiche, perché nella nostra civiltà è ancora fortemente radicata la coscienza che “un uomo vale di più di tutto l’universo”. Qualcosa di più di una generica solidarietà o di un semplice trasferimento di beni da una persona a un'altra, ma atti in cui, mossi dal desiderio di bene contenuto nel cuore, viene sacrificato qualcosa per rendere migliore la vita di altri uomini.

Certo, dobbiamo sperare e lottare per assetti politici, economici e finanziari più equi ed efficaci, ma senza questi gesti gli indigenti fra noi che non possono aspettare, vivranno peggio. E non sono solo i poveri ad aver bisogno di gesti così: ancora di più ne hanno bisogno coloro che li attuano, i buoni samaritani e anche i sacerdoti e i leviti di oggi che siamo un po’ tutti noi. Rispondendo con un gesto semplice al bisogno del prossimo sconosciuto, ci ricordiamo che ogni uomo è bisogno e desiderio infinito di cui l’indigenza materiale e spirituale sono solo segni.
E così si risveglia il nostro cuore intorpidito; si riapre la nostra ragione divenuta ottusa e incapace di creare, lottare, soffrire; rinasce in noi un desiderio non ridotto, fattore primo di ingegno, conoscenza, creatività, imprevedibile capacità di generare novità, ricchezza, bellezza, per sé e per gli altri. Così, la crisi diventa una sfida per un cambiamento, come recita un recente quartino di CL: da un gesto di carità come quello della Fondazione Banco Alimentare rinasce la speranza di un popolo perché possiamo essere più consapevoli di tutto quanto abbiamo ricevuto e riceviamo; e poi possiamo scoprire come questi gesti possono educare un popolo ad allargare l’orizzonte alle necessità di tutti.


martedì 22 novembre 2011

Cosa resta quando tutto crolla

Da L'Osservatore Romano del 18 novembre. A proposito di crisi.





 Cosa resta quando tutto crolla



«E Dio vide che (…) era cosa buona (…) era cosa molto buona». Questa affermazione, ripetuta ben sei volte nel primo capitolo della Genesi, esprime la convinzione fondamentale del popolo d’Israele sulla realtà: è buona, anzi molto buona. Come può Israele avere una convinzione così certa della positività della realtà dopo che tutta la sua storia è stata attraversata da sofferenze, tribolazioni e travagli di ogni genere?
Questo atteggiamento sorprende ancora di più, se lo collochiamo nel contesto culturale dei popoli vicini. Infatti, l’esperienza del dolore aveva portato gli altri popoli a una ben diversa convinzione: che, cioè, la realtà non è tutta positiva. È quello che esprime il manicheismo: ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, che si riverberano in una creazione buona e in una cattiva. Come mai questa visione manichea non ha preso il sopravvento anche in Israele? Soltanto a motivo della sua storia.
L’esperienza che il popolo d’Israele ha fatto di Dio, pur in mezzo a tutte le sue tribolazioni, è stata così positiva che non ha potuto che affermare la Sua bontà. Dio si è rivelato con tutta la sua potenza salvatrice. E da questa esperienza hanno concluso: Lui, il salvatore, è anche il creatore. C’è solo un unico principio buono all’origine di tutto. Dunque, la realtà è positiva. È stata la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo che ha educato gli ebrei a guardare la realtà nella sua verità.
Ma quello che più colpisce è che questa positività della realtà il popolo d’Israele l’ha veramente compresa proprio nel momento della crisi. Con la perdita del tempio, della monarchia e della terra, andando in esilio, Israele è stato spogliato di tutto quanto identificava come il fondamento della sua fede. È Isaia che Dio manda in soccorso del suo popolo per aiutarlo a guardare bene la realtà che ha davanti: «Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra» (Isaia, 40, 12s., 26-28).
Quando tutto crolla, c’è qualcosa che permane: la realtà e gli occhi educati per guardarla. Col volantino «La crisi sfida per un cambiamento», firmato da Comunione e Liberazione, vogliamo aiutarci a guardare la realtà a partire dalla nostra esperienza. Si tratta di un giudizio sulla situazione in cui siamo immersi, che rischia di far crollare l’Italia e l’intera Europa. Davanti a questo dato ciascuno è chiamato a prendere posizione. La chiave di volta è sintetizzata dalla frase: la realtà è positiva. Ma è vero che la realtà è positiva? Questa è la sfida che noi vogliamo lanciare a tutti, a noi per primi, perché siamo immersi in una situazione che ci offusca, per cui non riusciamo a guardare bene il reale. Con questo giudizio non offriamo un’interpretazione della crisi valida per i soli cattolici, come a dire: “per noi” la realtà è positiva, perché la compagnia, il nostro stare insieme, ci “convince” a pensare così, a consolarci così.
La nostra pretesa è che si tratti di un’evidenza che tutti possono riconoscere. Anche a questo livello ci viene in soccorso Giussani: «Una positività di fronte alla vita, alla realtà, non la induciamo dalla compagnia (sarebbe una magra consolazione), ma ci è dettata dalla natura; la compagnia ci rende più facile accettare questo, anche attraversando condizioni brutte, situazioni complesse» (Luigi Giussani, Si può [veramente?!] vivere così?, Milano, Bur, 2011, pp. 292-293).
La realtà può essere percepita come positiva perché è positiva. È ontologicamente positiva la realtà. Perché? La realtà è positiva perché c’è. Tutto ciò che esiste c’è perché il Mistero ha permesso che accadesse, provoca e mette in moto la persona, rappresenta un invito al cambiamento, un’occasione di un passo verso il proprio destino. Ogni circostanza è strada e strumento del nostro cammino: è segno. In quanto c’è, la realtà è provocazione, e quindi occasione di risveglio dell’io dal suo torpore. Perfino la crisi, perché essa urge con le sue domande.
«Una crisi — dice Hannah Arendt — ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce» (Tra passato e futuro, Milano, Garzanti, 1991, p. 229).
Ma l’irriducibile positività di cui parliamo non si rivela meccanicamente, bensì solo a chi accetta la sfida della realtà, a chi prende sul serio le sue domande, a chi non retrocede davanti alle urgenze del vivere. Quante testimonianze ci sono di persone per le quali le difficoltà sono diventate occasioni di cambiamento! Ciò che è successo è stato misterioso tramite per una ripresa del proprio io e per una comprensione più profonda della natura della realtà, che si pensava già di conoscere. La realtà è positiva per il Mistero che la abita. Ma che cosa occorre per cogliere questa positività? Un uso della ragione secondo la sua vera natura di conoscenza del reale in tutti i suoi fattori. La ragione, infatti, può cogliere la realtà come “dato” vibrante di un’attività e di un’attrattiva, come provocazione, e quindi come invito.
Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che purtroppo questo uso della ragione è molto raro, quasi introvabile. Se la ragione non coglie questo mistero che costituisce il cuore della realtà, l’uomo cede alla tentazione di intendere in modo sentimentale o moralistico l’affermazione: «La realtà è positiva», come se significasse che essa è desiderabile e gradita, piacevole. Come mai accade questo?
Per la nostra fragilità e per il condizionamento del contesto culturale e sociale, per il potere che ci circonda, quando s’imbatte in una realtà che mostra un volto negativo e contraddittorio, la ragione, che pure è originalmente aperta al reale, indietreggia, trema, si confonde. E la realtà, da segno che spalanca, diventa tomba in cui tutti, tante volte, soffochiamo.
Esattamente a questa situazione drammatica il Mistero, entrando nella storia, è venuto a portare il Suo contributo decisivo. Cristo è venuto al culmine della storia del popolo d’Israele proprio per questo: ridestare il nostro io perché possiamo affrontare qualsiasi sfida. Cristo non si è incarnato per risparmiarci il lavoro della nostra ragione, della nostra libertà, del nostro impegno, ma per renderlo possibile, perché è questo che ci fa diventare uomini, che ci fa vivere la vita come un’avventura appassionante anche in mezzo a tutte le difficoltà, anche e soprattutto in tempi di crisi, quando tutto diventa questione di vita o morte, per non perdere la testa e l’anima. Cristo è diventato nostro compagno, mettendoci nelle condizioni ottimali per guardare la realtà secondo la sua vera natura, e non per fare di noi dei “visionari”.
In questa situazione si capisce la rilevanza epocale della battaglia, portata avanti nell’indifferenza generale da Benedetto XVI, per la difesa della vera natura della ragione, per «allargare la ragione», per una «ragione aperta al linguaggio dell’essere», cioè per un io in grado di affrontare qualsiasi sfida. Proprio a questo livello Cristo dimostra la sua eccezionalità: restituendo l’uomo a se stesso. Perciò un uso vero e compiuto della ragione è una verifica della fede, è la documentazione potente e inconfondibile del rapporto riconosciuto e vissuto con Cristo contemporaneo a ciascuno di noi.
Il cristianesimo non si aggiunge dall’esterno, come una sovrastruttura, come un pietismo, alla vita dell’uomo, ma chiarisce, educa e salva la natura stessa dell’uomo, ferita ma non annullata dal peccato originale. Se davanti al contesto attuale non viviamo la realtà nella sua vera natura, vuol dire che la fede non è vissuta nella sua autenticità, non è fede cristiana. Allora la fede è inutile. Invece, paradossalmente, la crisi può rappresentare la possibilità di verificare la convenienza umana della fede, la sua ragionevolezza. Se noi accettiamo questo lavoro, potremo riempirci di una tale ricchezza di esperienza da poterla condividere con tutti, e scopriremo in che cosa consiste l’incidenza storica dei cristiani.
 
Julian Carròn

sabato 19 novembre 2011

Us Against The World - Coldplay

Un nuovo gioiello da Mylo Xyloto, prezioso, splendido e potente ultimo album dei Coldplay.








US AGAINST THE WORLD

Oh morning come bursting the clouds amen
Lift off this blindfold let me see again
Bring back the water let your ships roll in
In my heart she left a hole

The tightrope that I’m walking just sways and ties
The devil as he’s talking with those angel’s eyes
And I just want to be there when the lightening strikes
And the saints go marching in

And sing
Slow it down
Through chaos as it swirls
It's us against the world

Like a river to a raindrop I lost a friend
My drunken hazard daniel in a lion's den
And tonight I know it all has to begin again
So whatever you do, don’t let go

And if we could float away
Fly up to the surface and just start again
Lift off before trouble just erodes us in the rain
Just erodes us in the rain
Just erodes us and see roses in the rain saying

Slow it down
Through chaos as it swirls 
It's us against the world

Through chaos as it swirls
It's us against the world

domenica 13 novembre 2011

Like a thousand sunrises







La letteratura mondiale inizia con la storia di un padre, sposo e re e del suo lungo viaggio per ritornare a casa. Chesterton direbbe che siamo di fronte ad un poeta originale, cioè in grado di trattare argomenti sempre veri e sempre misteriosi per quella creatura chiamata uomo. Sicuramente direbbe lo stesso di Michael D. O'Brien e del suo ultimo, immenso romanzo The Father's Tale, appena uscito negli Stati Uniti e da poco troneggiante sul mio comodino. Millesettantadue pagine riunite nel poderoso tomo della Ignatius Press, con cui già avevo fatto conoscenza per un altro capolavoro di O'Brien, The Island of the World, agguantato dopo una vertiginosa ascesa agli scaffali alti del ripiano di una enorme libreria dell'usato in centro a Manhattan.
"A modern retelling of the parables of The Good Sheperd and The Prodigal Son", secondo le parole dell'autore. Un padre alla ricerca di un figlio. Una trama universale, un poeta e un artista originale. Mi bastano queste parole per riaccendere la fame dello splendore e della bellezza dell'orizzonte che i romanzi di O'Brien testimoniano e spalancano: l'unico motivo per cui questo romanzo é qui ora fra le mie mani é semplicemente perché io ne ho bisogno. Bisogno di questo sguardo, di queste domande, di una storia ricca di dramma e contemplazione. 
Chesterton scriveva che chi ha coscienza della Chiesa come di una maestra viva si aspetta ogni giorno di scoprire una nuova e inaspettata verità, esattamente come fare colazione con Platone o ascoltare Shakespeare far tremare l'universo con una nuova poesia.
Questo accade realmente. Chi non vorrebbe dunque essere presente? E allora cosa altro aspettare quando esce un nuovo romanzo di O'Brien?  


Ecco il "trailer" del libro:




"This is a magnum opus in quality as well as quantity. All of O'Brien's large and human soul is in this book as in none of his shorter ones: father, Catholic, Russophile, Canadian, personalist, artis, storyteller, romantic. There is not one boring or superfluous page. When you finish The Father's Tale you will say of it what Tolkien said of The Lord of the Rings: 'It has one fault: it is too short'. A thousand pages of Michael O'Brien is like a thousand sunrises: who's complaining?"

Peter Kreeft, Ph. D., Boston College
Author, You Can Understand the Bible


"To enter the domain into wich this book take its readers is to find oneself in the precincts of Holiness, really. Everything is here: suspense, poignancy, darkness, goodness, radiance, courage and joy. George MacDonald, Charles Williams, Chesterton, Lewis, and, yes, Dostoyevsky, have ventured across the borders of this terrain. The scrim that lies between ordinariness and That Which Lies Beyond ordinariness is pierced. Michael O'Brien's achievement here is, I think, titanic."
Thomas Howard
Author, Dove Descending: T.S. Eliot's Four Qaurtets


"In this epic tale of the complex and mysterious working of love, O'Brien takes his readers on a harrowing intercontinental odyssey, offering them an inside view both of brutal torture and mystical transport in which the dark incongruities of divine providence reorder faith and hope so that love becomes fully possible."

David Lyle  Jeffrey, Ph. D.
Distinquished Professor of Literature and the Humanities, Baylor University


"The best of Michael O'Brien's novels. He creates caracters like Dickens, explores human relationships like Austen, and has the epic scope of Tolstoy and Dostoyevsky. I believe this novel will merit inclusion in any list of the world's greatest novels." 

Fr. Joseph Fessio, S.J. 




mercoledì 9 novembre 2011

"Tutto quello che c'era di buono in lui cantò, alto in aria, come vento tra gli alberi"

Ecco l'introduzione di L'uomo che ride, la raccolta di articoli a cura di Edoardo Rialti uscita l'anno scorso su Il Foglio ed edita Cantagalli. Un'imperdibile occasione per fare conoscenza con GKC.
Potrei stare a scrivere pagine sul perché ne valga la pena, sul perché ce ne sia estremamente bisogno. Basti questo: per incontrare un uomo vivo, ecco tutto.





Il segreto di GKC

Tutto quello che c’era di buono in lui cantò

Introduzione a "L'uomo che ride", il libro che raccoglie tutte le chestertoniane pubblicate dal Foglio

Al centro di quell'“incubo” dai risvolti enigmaticamente comici che è il romanzo “L'uomo che fu Giovedì” il poliziotto protagonista Daniel Syme si trova a duellare di fioretto con un tenebroso ed anarchico barone francese, che pare incassare i colpi senza versare sangue quasi fosse uno stregone o peggio ancora un demonio, ed il cui abito di velluto nero sembra risucchiare la luce attorno. E dinanzi a questa potenza annichilatrice il giovane poeta e poliziotto si scopre addosso una forza che non sospettava.

“Syme raccolse tutte le proprie forze, e tutto quello che c’era di buono in lui cantò, alto in aria, come un vento alto canta tra gli alberi. Pensò a tutte le cose comuni in quella pazzesca storia: alle lanterne giapponesi di Saffron Park, alla chioma rossa della ragazza nel giardino, agli onesti marinai che trincavano birra lungo il dock, ai suoi leali compagni lì accanto. Forse era stato scelto proprio lui come campione di tutte quelle cose fresche e buone, perché incrociasse la spada col nemico della creazione. Dopo tutto – si disse – io sono più che un demonio: io sono un uomo. Io posso fare l’unica cosa che Satana stesso non può fare: posso morire". La soluzione dello scontro avrà un esito assolutamente inaspettato – per Syme e il lettore – ma l'immagine di questo ergersi a difendere quanto di buono, bello, amabile ci sià già nella vita dell'uomo, di ogni uomo, continuerà a correre come un segreto e costante leitmotiv in tutte le opere di G. K. Chesterton. Lo avrebbe scritto traendo spunto dal magnanimo coraggio di certi personaggi di Charles Dickens, che spesso attirano i sorrisetti sprezzanti di certa critica letteraria: “La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n’è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l’amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l’altra. Una cosa implicava l’altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell’umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo”.

E' questo il principio difeso con una vera e propria guerra urbana da Adam Wayne nel suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, quando il sindaco si mette a capo di una rivolta a difesa delle stradine e degli usi del proprio minuscolo quartiere: “Al pari di tanti altri uomini, sono nato in un cantuccio della terra che amo perchè vi ho giocato da bambino, perché in quel luogo mi sono innamorato e ho trascorso notti divine a chiacchierare con gli amici”.

Il segreto delle grandi storie è fatto della stessa stoffa della nostra vita quotidiana, come avrebbe scritto poco dopo in “Ortodossia”: “Le vecchie novelle hanno per protagonista un ragazzo qualunque. Sono le sue avventure che lo rendono interessante; e lo rendono interessante proprio perché è un ragazzo qualunque. Nel moderno romanzo psicologico, il protagonista è un anormale. Il centro è fuori centro [...] le novelle delle fate hanno per oggetto un uomo normale in un mondo anormale. Il solito romanzo realistico di oggigiorno ci presenta le gesta di un lunatico essenziale in un mondo idiota”. Invece l'innamorato Wayne domanda “Perché dovrebbe essere grottesco affermare che una buca per le lettere è poetica, quando per un anno intero, in una certa strada, non ho potuto leggere il rosso vivo di una buca per le lettere contro il cielo giallo della sera senza sentirmi sconvolto da qualcosa di cui Dio serba il segreto, ma che certo è più forte della gioia e del dolore?” Per questo nelle cose, negli avvenimenti, nelle scelte, corre un solo ultimo discrimine: “Qualunque cosa abbia il potere di far sentire all’uomo di essere vecchio, è fatalmente misera e meschina, sia essa un impero o una squallida bottega. Qualunque cosa lo faccia sentir giovane è un portento, sia essa una guerra immane o una storia d’amore.”Al cinismo livellatore che vorrebbe tutto uguale, perchè tutti parimenti senza valore, Wayne risponde difendendo una stradicciola che “posso soltanto credere che Dio l’abbia amata come sicuramente ama tutto ciò che è sé stesso ed è insostituibile”. Pochi anni dopo in "Ortodossia" Chesterton avrebbe ribadito di essere stato persuaso ad abbracciare una certa posizione sull’esistenza da “questa o quella decantata dimostrazione” ma da “una enorme accumulazione di piccoli ma univoci fatti” perché “è proprio tale evidenza frammentaria quella che persuade. Voglio dire che un uomo può lasciarsi convincere meno, intorno a una filosofia, da quattro libri, che da un libro, da una battaglia , da un paesaggio e da un vecchio amico”. E quella difesa, da parte del suo primo personaggio immaginario, di una “infanzia sempiterna” non verrà meno neppure negli ultimi giorni della vecchiaia dell'autore stesso, quando stendendo la propria “Autobiografia” Chesterton cercherà di esporre in un'unica sentenza la filosofia cui ha cercato di essere fedele per tutta la vita: “Accettare le cose con gratitudine, ma non prenderle senza curarsene”. Cos' è che ha sostenuto questa tensione perenne in Chesterton? In un mondo diventato freddo e indifferente, così diverso da quello dei nostri avi che “erano forse terribilmente rumorosi, ma non erano come noi: terribilmente fermi”, in un mondo in cui “non dobbiamo parlare di religione, perché è illiberale. Non dobbiamo parlare di pane e formaggio, perché vuol dire parlare di botteghe. Non dobbiamo parlare della morte, perché l’argomento è deprimente. Non dobbiamo parlare delle nascite, perché l’argomento è indelicato. No, non può durare. Bisogna che qualcosa sopravvenga a infrangere questa curiosa indifferenza, questo strano egoismo, questa strana solitudine che investe milioni di individui”.

Ed egli se lo augurava così, con questa preghiera-poesia, “La spada della sorpresa”:

“Dividimi dalle mie ossa, oh spada di Dio / finchè queste non si staglino austere e strane come fanno gli alberi, / così che io, cui batte forte il cuore per i boschi svettanti, / possa stupirmi altrettanto di loro. / Dividimi dal mio sangue, che nel buio / sento scorrere come un rosso rivo ancestrale, / tanti ruscelli sotterranei che si diramano e trovano il mare / ma il sole non lo vedono mai.

Donami occhi miracolosi / perch'io possa vedere gli occhi miei/ questi specchi che ruotano / e prendono vita in me, / cristalli terribili, più incredibili ancora / di tutte le cose che vedono.

Dividimi dalla mia anima, così ch'io veda / i peccati come ferite aperte, e l'impavido battito della vita / finché io possa salvare me stesso come farei / con uno sconosciuto per strada”.

Poco prima di morire, Chesterton avrebbe ammesso sorridendo di aver combattutto almeno questa buona battaglia: “Non si diventa vecchi senza aver fastidi; ma io sono diventato vecchio senza annoiarmi. L'esistenza è ancora una cosa mirabile per me, e le do il benvenuto come ad un forestiero”. Le stesse parole della poesia di un ventennio prima. Ma cos'è che l'ha sostenuto, spronato, aiutato a non cedere?

“In arte, in politica, in letteratura non facciamo che discutere di dettagli” scrisse in “Eretici”. “L'opinione di un uomo sui tram è importante; la sua opinione su Botticelli è importante; la sua posizione sul tutto è irrilevante”. Quella che agli occhi del mondo viene comodamente bollata come stranezza, distrazione o eccentricità e magari neutralizzata colla comoda scomunica di "anti moderna", è tutto il contrario, perchè invece “il genio deve essere centrico, deve tenersi al centro del cosmo, e non ai suoi margini”. E chi si trovi davanti a una simile posizione in un altro uomo si sorprende nello stesso stato d'animo imbarazzato e liberatorio di Auberon Quinn nel “Il Napoleone di Notting Hill”: “Gli sembrava che la base del suo cervello gli fosse venuto meno all’improvviso, come cede il pavimento di una stanza. Si sentiva come quando una domanda riesce a squassare i nostri principi esistenziali”. Per milioni di lettori, tra i cui nomi possiamo elencare Gandhi, Michael Collins, Mussolini, Dorothy Sayers, Hemingway, Kafka, Lewis, Giulio Giorello, Eliade, Neil Gaiman, leggere Chesterton ha voluto dire imbattersi in questo terremoto salutare. E' proprio questa “centricità” appassionata che infatti si ritrova nel suo modo di raccontare l'opposta e identica dedizione di MacJan e Turnbull, il cattolico e l'ateo del “La sfera e la croce”, in guerra col mondo e l'uno contro l'altro sull'esistenza o meno di Dio, così come nel tratteggiare nel “L'uomo che fu Giovedì” la feroce allegria del terrorista – ma lo sarà davvero? – Domenica, affascinante e terribile col suo appetito insaziabile e la sua voce che al pari di quella Cristo “faceva cadere di mano le spade”, che inseguito dai poliziotti lascia loro una seria di indizi e domande più enigmatiche ancora, e che pure sembrano ogni volta colpire e ridestare il cuore più intimo e segreto dei diversi investigatori; è sempre in nome di questo amore e questa fedeltà che l”Uomovivo” Innocenzo Smith “salverà” il rettore del proprio College dal nichilismo puntandogli una pistola alla tempia, trasformando una posa nichilista in una faccenda maledettemante seria: il rettore può scegliere, o sottoporsi alla “cura” della rivolverata e liberarsi di ogni inutile affanno terreno, oppure riabbracciare grato il cosmo e la vita levando un francescano cantico di lode che all'alba che si pensava comune e ripetitiva ed in cui invece ecco che, sotto la minaccia della pistola, “il sole cresceva in una gloria che tutti i cieli erano incapaci di contenere; ma la distesa delle acque si dorava, estuava e pareva sufficente alla sete degli dèi”, per poi scendere ad abbracciare le pietre, lo stagno, i tetti… fino alle tende a pallini della casa davanti, che aveva irriso sprezzante. Ed è sempre a difesa delle “poche consolazioni” che ci sono a questo mondo che il capitano Dalroy si lancerà con la sua “Osteria volante” a resistere ad un' Inghilterra impazzita nel gelo del salutismo diffuso dall’eloquenza di Lord Ivywood. Ed è questa anche la forza solare, la sana e scandalosa fiducia nella realtà del più celebre personaggio di Chesterton, quel padre Brown dall'aria così dimessa e grossolana eppure capace di leggere e rivolgersi al segreto di ogni singolo cuore, che non ha paura di sondare i misteri e i delitti più tenebrosi, e sfida i suoi compagni d'avventure, ed i lettori a fare lo stesso: “Il vero Dio fu fatto carne e dimorò apertamente tra noi; e io le dico che dovunque si trovino uomini governati solamente dal mistero, questo è il mistero dell'iniquità. Se il demonio vi dice che qualcosa è troppo terribile per guardarla, allora guardatela. Se vi dice che qualcosa è troppo terribile per ascoltarla, allora ascoltatela. Se ritenete insopportabile qualche verità, fate di tutto per sopportarla.” E questo perchè “quello che noi temiano di più è un labirinto senza centro. È per questo che l'ateismo è soltanto un incubo”. Subito dopo il Primo conflitto mondiale Chesterton, come aveva già notato Charles Peguy e avrebbero poi ammonito anche Eliot o Bernanos, scriverà nel “L'utopia degli usurai” che l'uomo contemporaneo in nome della libertà si si fatto schiavo della più nebulosa e opprimente delle religioni, quella dello stato e dell'economia che “non deve avere dogmi e definizioni. Non può permettersi di avere definizioni. Perché le definizioni sono terribili: fanno le due cose che la gran parte degli uomini, specie le persone agiate, non possono sopportare. Combattono; e combattono secondo le regole”. E questo “giacchè il buon senso ci dice che non è possibile sovvertire i costumi e i compromessi in atto, tutto ciò che esiste, a meno di non credere in qualcosa che si situa al di fuori di sé stessi, in qualcosa di positivo e di divino”. Questa è la guerra in cui Chesterton si è lanciato per tutta la vita come giornalista, poeta, saggista, romanziere, sostenuto da quell'unica fiducia riposante all'origine dello scudo d'umanità e sanità mentale che è l'umorismo: “I pazzi son sempre seri. Impazziscono per mancanza d’umorismo”. Invece, e Chesterton direbbe grazie al Cielo, che visibilmente abbraccia con la sua luce più vasta la nostra piccola terra, “Il riso è l’amore sono presenti dappertutto. Le cattedrali, edificate al tempo in cui Dio era amato, sono piene di grotteschi blasfemi. La madre ride senza posa del bambino; l’amante ride senza posa dell’amante, la moglie del marito, l’amico dell’amica”. E questa segreta sorgente di senso continua a tener testa a tutte le possibili riduzioni e menzogne; anche nelle grigie e deprimenti nebbie della civiltà contemporanea, nonostante le mode e le filosofie e certi algidi moralismi, continua a scorrere ciò che Chesterton aveva notato ancora una volta fin dal suo primo romanzo: “Si coglieva nondimeno, negli occhi degli operai, dei marinai, dei contadini, e più ancora delle donne, una strana espressione che teneva gli uomini più saggi e più avveduti in preda alla febbre del dubbio. Non riuscivano a sondare sino in fondo il costante divertimento che si leggeva nello sguardo”. Andare a fondo di questa misteriosa allegria è il miglior modo per cercare di rispondere alle domende ripetute più e più volte in questa introduzione, e raccogliere l'invito poliziesco lanciatoci da chi racchiudeva nel suo cuore Domenica e Padre Brown, Re Alfredo e Francesco d'Assisi, di chi ha sempre levato il suo canto contro il buio che minaccia le cose buone e le persone amate, come Innocenzo Smith o Marco il patrizio romano de “La Ballata del cavallo bianco”.

Gli articoli qui raccolti
furono intesi sia per "descrivere solo l'effetto di un particolare poeta su una particolare persona", come scrisse Chesterton stesso di  Geoffrey Chaucher, sia come il tentativo di raccontare e ripercorrere in una biografia a puntate – “il profilo popolare di un grande personaggio storico che meriterebbe di essere più popolare”, e sono sempre le sue parole su Tommaso d' Aquino – ma anche per cercare di mettere un poco meglio a fuoco il segreto di come e dove G. K. Chesterton per primo si sia visto puntare la “spada della sorpresa” alla gola, e l’abbia a sua volta rivolta al mondo, vivendo, guardando, scrivendo, sempre col sorriso di quell'insondabile divertimento, quell'“onda di irragionevole felicità” che continua a correre a rinnovare le strade del mondo.

sabato 5 novembre 2011

La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla

Da Tracce.it.



Yosemiti Valley, foto di Ansel Adams



Il genio e la Natura

di Giovanni Zennaro

31/10/2011 - A Modena una mostra dedicata a Ansel Adams: rivoluzionò la tecnica fotografica per ritrarre i grandi paesaggi americani, facendosi testimone di ciò «che vive o è latente in tutte le cose».
 
Quello che più colpisce visitando la mostra Ansel Adams. La Natura è il mio regno (fino al 29 gennaio 2012 all’ex ospedale San’Agostino di Modena) è il senso di grandezza infinita che emana da quelle immagini. Dal massiccio granitico dell’Half Dome alle pareti spioventi di El Capitan, i due giganti della California. Da un fiume ghiacciato a un arido canyon in Arizona.
L’autore, statunitense, è uno dei più grandi fotografi del Novecento. Genio della tecnica, a lui si deve l’invenzione del sistema zonale, che rivoluzionò il modo di fotografare permettendo (già in fase di ripresa) un controllo precisissimo delle molteplici sfumature di grigio nelle immagini in bianco e nero. Fu fondatore del gruppo f/64 assieme ad altri maestri come Imogen Cunningham e Edward Weston, tutti sostenitori della straight photography: fotografia diretta, senza fronzoli, scattata in massima profondità di campo per ottenere una testimonianza della realtà fedele e chiara.
Questa è l’essenza del genio: la capacità di mettere tutta la conoscenza e la perizia tecnica al servizio di qualcosa d’altro. Per Adams, a servizio della bellezza. Ne sono prova le decine di scatti esposti (circa 80 stampe vintage originali, realizzate dallo stesso autore) in questa mostra, la prima interamente riservata ad Adams in Italia. Il pannello introduttivo parla di «un percorso intimo e quasi esclusivo, volto a celebrare la bellezza e a condividere con gli altri tali e tante meraviglie»: affascinato per tutta la vita dall’imponenza delle montagne e dalla vastità delle vallate, il fotografo osserva la grande natura americana. Yosemite, Jasper, Yellowstone sono alcuni dei grandi parchi nazionali in cui periodicamente ritorna in solitudine contemplativa, con il desiderio di essere testimone per gli altri di ciò che lui può vedere. Sono epiche, le fotografie di Adams. Tutto sembra vivo ed eterno. Ciò che accade è il mutare delle stagioni. Così vediamo le rocce dell’Half Dome brillare al chiaro di luna e le ritroviamo poi coperte dalla neve d’inverno. E ancora il Monte Williamson, in Sierra Nevada, illuminato di gloria dai raggi del sole che tagliano le nuvole. Le bianche cime del Colorado...
Adams non cerca i luoghi ignoti al mondo. Fotografa quei parchi sempre più affollati da un turismo distratto, che si lascia sfuggire la grandezza del creato dentro al cestino da picnic. Più volte nella vita si scaglia contro la costruzione di strade ed infrastrutture nei parchi nazionali, evidenziando l’assurdità di dover stendere chilometri d’asfalto per permettere a tutti di visitare la “natura incontaminata”. Il suo è un ambientalismo vero, è il grido di chi sa quanto vale la fatica di salire fino alla vetta per guardare il panorama. L’artista Adams non si batte per un’idea, ma per la vita: «Credo che l’approccio dell’artista e quello dell’ambientalista siano molto vicini poiché entrambi hanno a che fare, a un livello impressionante, con l’affermazione della vita», spiega il fotografo.
C’è un dialogo totale tra l’uomo e la natura: «La wilderness, almeno per me, è qualcosa di mistico: un’esperienza intensa, intangibile e non materialistica. Il diritto all’esperienza è fondamentale». Mistica ed esperienza non sono contrapposte, anzi è solo nella profonda contemplazione del creato che l’uomo inizia l’esperienza vera, non ridotta ad arido materialismo. «Fotografare in modo diretto e autentico significa guardare oltre la superficie e registrare le qualità della natura e dell’umanità che vivono o sono latenti in tutte le cose». La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla: questo è il percorso di Adams. Da qui la grandezza per noi oggi delle sue (bellissime) fotografie.

Ansel Adams. La Natura è il mio regno
Fino al 29 gennaio 2012
Ex ospedale Sant'Agostino

Largo Porta Sant'Agostino, 228, Modena
Da martedì a venerdì 11-13 e 15.30-19
sabato e festivi 11–20
Ingresso libero
Per informazioni: www.fondazionefotografia.it

giovedì 27 ottobre 2011

Shakespeare the Papist

Quest'articolo è per me soltanto l'ultimo di una lunga serie di inviti a prendere seriamente in considerazione l'idea di un'agenda di letture shakespeariane per la prossima estate. D'altronde le tre corone della letteratura mondiale (il Bardo, Dante e Omero) esigono di essere conosciute. E qui, vedi l'articolo sotto riportato da La Bussola Quotidiana, inziano le sorprese.


William Shakespeare



«Shakespeare? Cattolico, i critici si rassegnino»

di Antonio Giuliano
22-10-2011


Cattolico o non cattolico, questo è il problema, verrebbe da dire parafrasando il suo Amleto. In realtà la tesi che da anni ormai vuole il grande William Shakespeare (1564-1616) fedele della Chiesa di Roma oggi è molto più di un’ipotesi. La conferma arriva da un sorprendente numero di libri pubblicati di recente. E se perfino un popolare autore laico inglese come Peter Ackroyd lo ammette nel suo Shakespeare. Una biografia (Neri Pozza), convincente e ben ponderato è l’ultimo volume dell’anglista Elisabetta Sala L’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente? (Ares). L’autrice che già in Elisabetta la Sanguinaria (Ares) aveva brillantemente smascherato la propaganda che circonda l’epoca elisabettiana, mette in luce la dissidenza del drammaturgo e i suoi rapporti con i cattolici perseguitati dalla regina.

Chi non ha mai avuto dubbi amletici sul cattolicesimo di Shakespeare e da anni si batte contro una certa critica ancora diffidente è Peter Milward, gesuita inglese docente di Letteratura inglese alla Sophia University di Tokyo, massimo esperto della religiosità del Bardo. «È un’ipotesi che sostengo ormai dal 1973, quando pubblicai il mio primo libro Shakespeare’s Religious Background. Oggi per fortuna sono tanti i libri che rilanciano questo tema, ma c’è ancora un certo pregiudizio accademico che è duro a morire».

Professor Milward, perché è così convinto che Shakespeare fosse cattolico?
Sappiamo che suo padre, John Shakespeare, compilò di suo pugno un testamento spirituale ritrovato nascosto tra le travi del tetto della sua casa di Henley Street a Stratford. Quel documento (di cui oggi abbiamo una copia settecentesca riconosciuta come autentica) fu probabilmente nascosto lì al tempo della Congiura di Somerville del 1583, quando anche i familiari materni, inclusa la madre di Shakespeare, Mary Arden, per la loro fede furono soggetti all’ accusa di alto tradimento intentatagli da Sir Thomas Lucy di Charlecote Park. E i nomi sia del padre John (nel 1592) che di sua figlia Susanna Hall (nel 1606), figurano nell’elenco dei cattolici ricusanti, di coloro cioè che si rifiutavano di presentarsi alle obbligatorie funzioni religiose di Stato. Erano anni di caccia ai dissidenti cattolici per effetto di un bando severo emesso in nome della regina nel 1591, e l’altro all’indomani della Congiura delle Polveri del 1605.

Come mai allora la regina Elisabetta I (1533-1603) così feroce con i cattolici lo accettò a corte?
Ovviamente in una tale situazione di persecuzione, Shakespeare fu costretto a tacere la sua fede cattolica. Doveva andare in giro mascherato, come il suo Edgar nel Re Lear, e tale è rimasto fino a oggi. La sua maschera era quella di un personaggio di poco conto, di quello che lui stesso chiamerebbe il “buffone”. Dubito che la regina Elisabetta abbia intuito il suo camuffamento (anche se ci sono autori che invece ne sono convinti). Sappiamo però per esempio che la regina si rese conto della fede cattolica del grande compositore William Bird e gli consentì di rimanere a corte perché aveva bisogno di lui per la musica della cappella reale. Allo stesso modo potrebbe aver agito con Shakespeare perché ne stimava il lavoro, soprattutto le commedie e specialmente il personaggio di Sir John Falstaff.

Fu costretto quindi a ricorrere a simboli per non incappare nella censura?
Sì. Sono proprio i simboli, le immagini o i temi che ricorrono nei suoi lavori a rivelare il suo cattolicesimo. Prendiamo ad esempio un tema come il pellegrinaggio. È presente in molte delle sue opere: Riccardo II, Il mercante di Venezia, Come vi piace e Re Lear. L’abitudine di andare in pellegrinaggio era tipicamente medievale e cattolica, ma fu proibita dai protestanti al tempo di Enrico VIII che chiuse tutti i santuari in Inghilterra. Un’altra immagine tipica dei cattolici perseguitati in Inghilterra è stata per esempio la condizione dell’esilio e dell’emarginazione che non a caso ritornano nelle sue opere. Come quando Riccardo II al momento della sua deposizione consiglia alla sua regina addolorata di ritirarsi in Francia ed entrare in convento in modo da vincere “la corona di un nuovo mondo”, mentre lui dovrà subire l’arresto. Un altro tema è il modo in cui il drammaturgo tratta i frati in opere come Romeo e Giulietta, Molto rumore per nulla e Misura per misura. Mentre i drammaturghi protestanti come Robert Greene e Christopher Marlowe li trattano con scherno come personaggi ridicoli, Shakespeare li rispetta e fa in modo che anche i suoi personaggi li rispettino.

Quali sono le altre opere che tradiscono la sua fede?
In uno dei miei libri Biblical Influences in Shakespeare’s Great Tragedies (Indiana University Press), ho analizzato atto per atto, riga per riga le quattro “grandi tragedie” Amleto, Otello, Macbeth e Re Lear, rintracciando davvero tanti riferimenti della Bibbia. Soprattutto le ultime tre scritte già all’inizio del regno di Giacomo I (per Amleto era ancora regnante Elisabetta I) le considero tutte insieme come l’ “opera della passione di Shakespeare” perché richiamano il Vangelo della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Ma nel mio ultimo libro Shakespeare the Papist dimostro come tutte le opere ammettono un’interpretazione cattolica e biblica. Se non si considera questo background, questo retroterra cattolico, molte opere rimarrebbero enigmatiche.

Ha fatto scalpore anche la dichiarazione del primate della Chiesa Anglicana, Roman Williams, che ha ammesso il cattolicesimo del Bardo.
Sono molto contento. Lo stesso arcivescovo di Canterbury mi ha confidato che ha maturato questa convinzione anche dalla lettura di alcuni miei scritti. Solo che non è sufficiente riconoscere che Shakespeare fosse cattolico. È necessario prendere atto che ci troviamo di fronte a un testimone importante di quel cattolicesimo inglese che è stato crudelmente soppresso da Enrico VIII ed Elisabetta I e dai loro crudeli ministri, Thomas Cromwell e William Cecil.

Eppure resistono ancora molte diffidenze riguardo a questa ipotesi…
C’è purtroppo un secolare pregiudizio accademico da parte di un establishment di studiosi di Shakespeare. Costoro godono di tribune universitarie importanti e di pubblicità mediatica. Il problema è poi che alcuni autori come Peter Ackroyd ammettono il retroterra cattolico di Shakespeare. Ma non si può capire il suo ruolo di testimone della cristianità e il suo cattolicesimo se non si studiano a fondo le sue opere e non si considerano le dure persecuzioni del tempo. Shakespeare ha davvero vissuto in un’epoca in cui i cattolici inglesi vivevano nella paura come i cristiani copti oggi in Egitto. Persino i preti, persino i gesuiti, temevano di essere scoperti, arrestati, imprigionati, torturati e giustiziati come traditori. Lui non andò alla ricerca del martirio, ma aveva una grande fede cattolica. E si sentiva investito come drammaturgo nella missione di proclamare la verità della sua epoca e la fede di ciò che Amleto chiama “il mondo non ancora conosciuto”

giovedì 20 ottobre 2011

The Father's Tale

Dalla newsletter di Michael D. O'Brien, una grandiosa e attesissima notizia: l'uscita di The Father's Tale, il suo ultimo romanzo.





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My novel, The Father's Tale has just been published by Ignatius Press. It is the story of Alex Graham, a quiet middle-age man waiting to die. A widower with two sons, he is the owner-manager of a small town bookshop, considered by all who know him to be a "boring man, an unimportant man," and he is contented to be so. When one of his sons disappears without explanation or any hint of where he has gone, the father begins a long journey that takes him for the first time away from his safe and orderly world. As he stumbles across the merest thread of a trail, he follows it in blind desperation and is led step by step on an odyssey that brings him to fascinating places and sometimes to frightening people and perils.

Through the uncertainty and the anguish, the loss and the longing, Graham is pulled into conflicts between nations, as well as the eternal conflict between good and evil. Stretched nearly to the breaking point by the inexplicable suffering he witnesses and experiences, he discovers unexpected sources of strength as he presses onward in the hope of recovering his son—and himself.  This is a modern retelling of the parables of the Prodigal Son and the Good Shepherd combined.


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sabato 15 ottobre 2011

venerdì 14 ottobre 2011

A cosa può servire un cristianesimo senza Cristo?

Se c'è un motivo per cui da un po' di decenni a questa parte il cristianesimo ha perso in fascino e interesse é proprio perché ci si é dimenticati (o si é voluto dimenticare) che il cristianesimo é Cristo stesso. Questo ha lasciato in piedi un edificio di regole e schemi vuoto e pesante e in fin dei conti inutile. Di certo non influente o di scandalo (nell'accezione vera del termine). Non c'è da stupirsi quindi che oggi si acclami, da parte di un certo mondo laico, a quanti affermano addirittura la convenienza di un cristianesimo senza Cristo, perché "il bene é più importante della fede", come ad esempio accade nell'ultimo film di Ermanno Olmi. Ma davvero é così? Non siamo forse circondati da gente stanca di fare il bene "perché deve", di sforzarsi di essere brava, di seguire regole e "valori"? C'è ancora qualcuno che é disposto ad alzarsi e darsi da fare semplicemente per "fare il bene"? 
Certo, un aiuto e una buona azione rimangono tali comunque; ma non si corre il rischio che anche questa diventi una nuova ideologia? Con le conseguenze di tutte le ideologie, cioé l'annichilimento umano di chi si vota a esse.
 
E poi, quanto possono durare i frutti senza la loro radice? Serve davvero un cristianesimo senza Cristo? Sarebbe come sposarsi senza una moglie.


Da Tracce.it






IL VILLAGGIO DI CARTONE Serve un cristianesimo senza Cristo?

di Maurizio Caverzan

07/10/2011 - Esce nelle sale l'ultimo film di Ermanno Olmi. La storia di un prete che accantona il crocifisso, ormai «lontano nel tempo», per dedicarsi totalmente agli immigrati nordafricani. Realizzerà il suo desiderio di voler bene?


«Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede». È la frase centrale de Il villaggio di cartone, il nuovo e quasi certamente ultimo film di Ermanno Olmi, che il regista fa pronunciare al vecchio prete, suo alter ego.
Alla prima scena di quello che si propone come un apologo religioso, senza una motivazione esplicita, il grande crocifisso che giganteggia sull’altare di una chiesa viene rimosso da un braccio meccanico e lo stesso avviene per le immagini sacre delle pareti. Dapprima l’anziano sacerdote, quel Michael Lonsdale che abbiamo visto innamorato di Cristo in Uomini di Dio, sembra rammaricarsene. Ma poco alla volta, pur assalito dai dubbi a proposito della sua stessa vocazione, ritroverà coraggio e motivazioni, anche se di natura assai diversa. Ora tra i banchi e presso l’altare si è rifugiato un manipolo di immigrati nordafricani: il battistero è diventato un abbeveratoio e le candele votive servono a scaldare gli ospiti infreddoliti. Così l’edificio sacro, è questa la metafora voluta da Olmi, diventa vera «casa di Dio» perché luogo di accoglienza e di solidarietà degli ultimi. Non vi si celebrano più i sacramenti né vi si annuncia Cristo morto e risorto per la redenzione dell’uomo. Il centro della storia sono gli immigrati. Così, quando una di loro partorisce in sacrestia, Olmi può citare una nuova natività. E quando il gretto sacrestano (Rutger Hauer) rivela ai vigilantes la presenza degli immigrati nella chiesa sconsacrata, il richiamo al tradimento dell’Orto degli ulivi è immediato. In tutta questa simbologia, però, Cristo è scientemente messo da parte. E a un piccolo crocifisso superstite l’anziano prete dice di «non provare pietà» per lui, ma di sentirlo «lontano nel tempo». Però «il bene è più della fede» e, dunque, missione compiuta.
Purtroppo, c’è da temere che la vera missione compiuta de Il villaggio di cartone sia l’affermazione di un grande equivoco. Un cristianesimo senza Cristo non può che ridursi a religione civile, a mistica sociale. Un vago spiritualismo buono per tutte le stagioni che propaga una falsa idea di carità. Ed è pronto per essere applaudito nei programmi di moda della televisione o nei templi della cultura laica. Tutto questo sebbene nelle interviste per la promozione del film, Olmi abbia confidato di sentirsi finalmente «libero da tutte le chiese». Ribadendo, peraltro, che il crocifisso è «un simbolo di cartone» e che «Gesù Cristo è morto duemila anni fa. Oggi bisogna genuflettersi davanti a chi soffre, agli immigrati, ai giovani devastati dalla droga a chi è senza casa». È vero, per fare il bene non serve la fede: anche gli assistenti sociali o le onlus si prefiggono di farlo. Per un cristiano, invece, il bene coincide con la persona di Cristo, «centro del cosmo e della storia». È quella persona «ciò che abbiamo di più caro», il vero «scandalo» del cristianesimo anche per l'uomo del Terzo millennio. A chi le chiedeva le ragioni della sua missione, Teresa di Calcutta ha risposto in modo inequivocabile: «Non sono un’assistente sociale, né una filantropa. Faccio ciò che faccio perché vedo in ogni povero il volto di Cristo».

Il villaggio di cartone
di Ermanno Olmi
con Michael Londsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber
 

giovedì 6 ottobre 2011

Totalitarismo pedagogico

Si potrebbero compilare elenchi con il nome di persone per bene che di fronte agli orrori raccontati da Orwell e Huxley storcerebbero il naso, e con aria seria e grave finirebbero un doveroso discorso sull'obbligo della memoria con le parole "dobbiamo quindi vigilare affinchè non riaccada più". Ho però il sospetto che quelle stesse persone, di fronte a notizie come quella commentata qui di seguito da Camillo Langone su Libero dell'1.9.11 e riportata recentemente sul blog della SCI, annuirebbero con la stessa aria grave e magari terminerebbero un interminabile discorso (dove Morale e Costituzione, in qualche modo, farebbero la loro parte) con le parole "dobbiamo quindi fare in modo che questo genere di cose diventi la prassi".

PS. Per chi riuscisse a cogliere la contraddizione tra le due posizioni, consiglio la lettura di Il Nemico di Michael D. O'Brien e Il padrone del mondo di Robert H. Benson.


Brave New World di Aldous Huxley, in una vecchia edizione


 

MEGLIO MALEDUCATI CHE EDUCATI DAGLI STATI: I GUASTI DEL TOTALITARISMO PEDAGOGICO
 

Il ministro francese dell'educazione nazionale ci fa tornare in mente le peggiori dittature: chi decide i valori imposti per legge?
 
di Camillo Langone
 
 
Meglio maleducati che educati dagli Stati. È ancora fresca la notizia del turista italiano che ha trascorso tre notti in cella a Stoccolma per aver osato dare uno schiaffo al figlio capriccioso. Fresca ma già superata: in Francia e in Svizzera lo Stato non vuole impedire ai genitori di educare i figli con le cattive, vuole impedire di educarli anche con le buone. Avanza un totalitarismo pedagogico che sottrae i bambini alle famiglie perché siano plasmati da insegnanti pubblici secondo programmi ideologici e alla moda.
Il ministro francese dell'educazione nazionale, che già basta la definizione per ricordarsi di Orwell, se non proprio di Mussolini o Stalin, ha dichiarato: «Farò tornare la morale a scuola». Detta cosi può sembrare una cosa giusta, sarebbe stato più immediatamente preoccupante se avesse affermato di voler diffondere tra i banchi l'immoralità. 
Ma il diavolo come sempre si annida nei dettagli: «Poco importa il metodo, purché il professore trasmetta un certo numero di valori». A parte l'indifferenza tipicamente machiavellica nei confronti dei mezzi, a colpire è la confusione sui fini Quali saranno mai questi benedetti valori in una società fieramente laica ergo atea come quella francese? Se non sono ricavati dal Decalogo, da quale testo verranno estratti? All'uopo si organizzeranno sondaggi, consultazioni, comitati? E si deciderà a maggioranza? E i valori della minoranza che fine faranno?
Tempo addietro proprio un francese, anzi il massimo scrittore francese (Michel Houellebecq), ha definito «valori superiori, la cui scomparsa costituirebbe una tragedia» l'altruismo, l'amore, la compassione, la fedeltà, la dolcezza: una bella panoramica su cui tutti o quasi tutti, francesi e pure italiani, si direbbero d'accordo. Molti però cambierebbero idea qualora si precisasse il significato delle parole. Non credo proprio, ad esempio, che l'altruismo sia compatibile con l'aborto: nessuno, neanche Emma Bonino, può spingersi a definire l'uccisione dì un feto un grande atto di generosità. L'aborto ha tante ragioni, tante motivazioni: l'altruismo però no. 
E la fedeltà? In una repubblica il cui presidente ha avuto tre mogli? L'ultima della quali si chiama Carla Bruni, sì, proprio lei, l'avvenente teorica della coppia aperta, apertissima, spalancata: «La fedeltà è una forma di pazzia».
Ecco, se fossi in quel ministro, e ci tenessi alla poltrona, lascerei perdere anche il valore-fedeltà. Se la pedagogia pubblica francese risulta poco chiara, quella svizzera lo è anche troppo. A partire dal nuovo anno scolastico, ai bambini degli asili di Basilea verranno impartite lezioni con una Sex Box, una scatola del sesso piena di oggettini erotici, affinchè imparino quanto sia piacevole toccarsi. No, non è uno scherzo di cattivo gusto e anche qui c'è in ballo un ministro dell'educazione che però stavolta non è nazionale, è cantonale. 
Che dopo le reazioni furibonde dei genitori abbia intuito di aver preso una cantonata? Manco per idea: «Ci atterremo al nostro obiettivo: far capire ai bambini che la sessualità è qualcosa di naturale». Nessuna possibilità di esenzione, magari l'educazione religiosa è facoltativa ma quella sessuale è obbligatoria. Io piuttosto renderei obbligatorio (ma non per i bambini, per gli insegnanti) Io studio dell'opera di Milosz, lo scrittore polacco Nobel per la letteratura che aveva capito tutto: «L'abbattimento di ogni barriera in questa nostra società permissiva si riduce essenzialmente al dominio del sesso». 
Grazie alla magica scatoletta, inno alla masturbazione precoce, i bambini di Basilea già a cinque anni verranno consegnati al dominio dei propri istinti sessuali mentre i genitori verranno confinati in una totale, umiliante impotenza educativa. Potranno solo pregare affinchè si realizzi il Vangelo di Marco: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare». 
A Basilea il mare non c'è ma fa lo stesso, anche il fiume Reno è abbastanza profondo.

martedì 4 ottobre 2011

Francesco, il suo grande e bellissimo segreto e i commentatori parziali

Ecco l'editoriale dell'edizione di ieri de IlSussidiario.net riguardo uno dei santi più (s)conosciuti di sempre.


S. Francesco d'Assisi, affresco della Basilica inferiore di Assisi, Cimabue (particolare)


Quanti "errori" su San Francesco

 
lunedì 3 ottobre 2011
 
I centocinquant’anni dell’Unità d’Italia e l’approssimarsi dell’incontro interreligioso di Assisi hanno riacceso i riflettori su quello straordinario personaggio che è stato il figlio di Pietro Bernardone, quel Francesco d’Assisi che dell’Italia è il patrono e del dialogo interreligioso un antesignano, per via del suo famoso viaggio dal Sultano.
A dire il vero, i riflettori non si sono mai del tutto spenti. Forse nessun altro santo italiano è stato altrettanto frequentato da storici, teologi, pittori, cineasti, commediografi eccetera. Ora anche grandi quotidiani gli dedicano intere paginate, magari per ricordare che Francesco è stato strumentalizzato ai tempi del fascismo come prototipo di un’italianità aggressiva e poi, a loro volta, strumentalizzarlo per dire quanto i politici attuali sono lontani dalla francescana sobrietà e dalla sua esigente povertà e castità.
In effetti, san Francesco è stato spesso descritto con parzialità. Così abbiamo dovuto sorbirci - per limitarci agli ultimi decenni - il contestatore dell’autorità ecclesiastica, l’ecologista adorante più la madre terra che il suo Creatore, il pacifista a oltranza, il mite dialogante con l’Islam, lo spregiatore del nascente capitalismo, il mistico disincarnato.
Evidentemente ognuna di queste immagini parziali ha dovuto nascondere qualcosa della biografia del santo: la sua cristallina ubbidienza alla Chiesa gerarchica, pur nella consapevolezza acuta dei suoi limiti; la coscienza che il creato è «fratello» perché inserito nel gran disegno della salvezza, fino al punto di sentire fraternamente anche la cosa più lacerante dell’esistenza: la morte; la visione cavalleresca e quindi in un certo senso combattiva della propria vita terrena; il desiderio di convertire a Cristo, unica via di salvezza, anche i seguaci di Maometto; la povertà come imitazione di Cristo e non spregio dell’onesta intraprendenza; la carnalità del rapporto con il Signore crocifisso fino ad assumerne sul proprio corpo le ferite.
Eppure sarebbe così semplice non essere parziali e guardare Francesco per quello che è stato. Basterebbe, ad esempio, osservare uno dei più antichi ritratti, quello del Cimabue nella basilica inferiore di Assisi. La scena è in gran parte occupata dalla Vergine col Bambino seduta su un imponente trono circondata da angeli. Lui, Francesco, è sulla destra, un passo indietro, come non volesse distrarre l’attenzione da ciò che veramente conta. Mostra la ferita al costato quasi con timidezza e guarda lo spettatore con la dolcezza sicura di chi ha un grande e bellissimo segreto.
Deve essere stato proprio questo sguardo che ha prodotto lo straordinario movimento di uomini e donne che lo hanno seguito su una strada ardua, in cui la «perfetta letizia» implica essere maltrattati e irrisi, la ricchezza coincide con la libertà da ogni possesso, la massima espressione di sé con la sequela del vangelo «sine glossa».
Nessuno come Dante ha saputo cogliere quell’attimo in cui un uomo capisce che gli conviene seguire totalmente un altro uomo e quello che quest’altro sta guardando. È perché hanno visto i «lieti sembianti» e il «dolce sguardo» di Francesco e della sua amata Povertà che Bernardo «corse dietro a tanta pace», senza calcolare il prezzo. È per la scoperta di una «ignota ricchezza» che «scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro».
Tutti i commentatori parziali di san Francesco non si sono mai scalzati di niente.