Da IlSussidiario.net uno stralcio dell'intervista a Fabrice Hadjadj.
Se ci limitiamo al “fare”, rimaniamo nell’ambito del nostro potere, delle nostre capacità, e ci si chiude allo stupore. Non si tratta di fare, ma di essere. L’essere è infatti, in fondo, stupore. Per rendersene conto bisogna sapersi abbandonare al riposo, vivere - almeno un giorno alla settimana, un momento nella giornata - la benedizione del shabbat, che si potrebbe anche chiamare la nostra essenza domenicale. Fermate tutto (Fermatevi! Sappiate che io sono Dio, dice il salmo 45) e guardate un fiore, un paesaggio, ascoltate un quartetto di Mozart (o di Haydn), contemplate il volto di un bambino… Ammirate persino una bottiglia, una semplice bottiglia, come sa ammirarla Morandi, non con una genialità speciale, ma con un ampio respiro, con il cuore aperto e disponibile (il che è ancor meglio della genialità), ed ecco apparire il mistero, l’incomprensibilità della presenza di questa bottiglia… Anche la bottiglia più piccola è una bottiglia gettata in mare, che nasconde un messaggio del creatore di tutte le cose.
Portico della Gloria, Santiago di Compostela, particolare
"Il cristianesimo è venuto nel mondo innanzitutto per affermare con violenza che un uomo non solo non deve guardarsi dentro, ma deve guardare fuori - per osservare con stupore ed entusiasmo una divina compagnia e un divino capitano".
Ecco una delle fiamme più vive di questo Meeting esplosivo, l'intervento di don Pino sul titolo "Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi é il cuore".
Da domani sarò al Meeting di Rimini, fino a venerdì. Dio benedica quest'opera così incredibile, così piena di frutti, così umana perché cristiana, così viva di popolo come non se ne vedono più. Il titolo dell'edizione di quest'anno mi ricorda quella bellissima frase della mia Caterina da Siena: "Non accontentatevi delle cose piccoli, Egli, Iddio, le vuole grandi".
Questo l'eccezionale e incredibile messaggio lasciato dal Santo Padre.
Dio benedica anche lui!
Dal Vaticano, 10 Agosto 2010
Eccellenza Reverendissima,
con gioia ho il piacere di trasmettere il cordiale saluto del Santo Padre a Vostra Eccellenza, agli organizzatori e a tutti i partecipanti al Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, che si svolge a Rimini. Quest’anno il titolo della vostra importante manifestazione – “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” – ci ricorda che al fondo della natura di ogni uomo si trova un’insopprimibile inquietudine che lo spinge alla ricerca di qualcosa che soddisfi questo suo anelito. Ogni uomo intuisce che proprio nella realizzazione dei desideri più profondi del suo cuore può trovare la possibilità di realizzarsi, di compiersi, di diventare veramente se stesso. L’uomo sa che non può rispondere da solo ai propri bisogni. Per quanto si illuda di essere autosufficiente, egli sperimenta che non può bastare a se stesso. Ha bisogno di aprirsi ad altro, a qualcosa o a qualcuno, che possa donargli ciò che gli manca. Deve, per così dire, uscire da se stesso verso ciò che sia in grado di colmare l’ampiezza del suo desiderio. Come il titolo del Meeting sottolinea, non qualsiasi cosa è la meta ultima del cuore dell’uomo, ma solo le “cose grandi”.
L’uomo è spesso tentato di fermarsi alle cose piccole, a quelle che danno una soddisfazione ed un piacere “a buon mercato”, a quelle che appagano per un momento, cose tanto facili da ottenere, quanto ultimamente illusorie. Nel racconto evangelico delle tentazioni di Gesù (crf. Mt 4, 1-4) il diavolo insinua che sia “il pane”, cioè la soddisfazione materiale, a poter appagare l’uomo. Questa è una menzogna pericolosa, perché contiene solo una parte di verità. L’uomo, infatti, vive anche di pane, ma non di solo pane. La risposta di Gesù svela la falsità ultima di questa posizione: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Dio solo basta. Lui solo sazia la fame profonda dell’uomo. Chi ha trovato Dio, ha trovato tutto. Le cose finite possono dare barlumi di soddisfazione o di gioia, ma solo l’infinito può riempire il cuore dell’uomo: “inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te – il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” (Sant’ Agostino, Le Confessioni, I, 1.).
L’uomo, in fondo, ha bisogno di un’unica cosa che tutto contiene, ma prima deve imparare a riconoscere, anche attraverso i suoi desideri e i suoi aneliti superficiali, ciò di cui davvero necessita, ciò che veramente vuole, ciò che è in grado di soddisfare la capacità del proprio cuore. Dio è venuto nel mondo per risvegliare in noi la sete di “cose grandi”. Lo si vede bene in quella pagina evangelica, di inesauribile ricchezza, che narra dell’incontro di Gesù con la donna samaritana (crf. Gv 4,5 – 42), di cui Sant’ Agostino ci ha lasciato un commento luminoso. La samaritana viveva l’insoddisfazione esistenziale di chi non ha ancora trovato ciò che cerca: aveva avuto “cinque mariti” ed in quel momento conviveva con un altro uomo.
Quella donna, come faceva abitualmente, era andata ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe e vi trovò Gesù, seduto, “stanco del viaggio”, nella calura del mezzogiorno. Dopo averle chiesto da bere, è Gesù stesso che le offre dell’acqua, e non una qualsiasi, ma “un’acqua viva”, capace di estinguere la sua sete. E così egli si faceva spazio “a poco a poco [...] nel cuore di lei” (Sant’ Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni, XV, 12), facendo emergere il desiderio di qualcosa di più profondo della semplice necessità di soddisfare la sete materiale. Sant’ Agostino commenta: “Colui che domandava da bere, aveva sete del desiderio di quella donna” (Ibid. XV, 11).
Dio ha sete della nostra sete di Lui.
Lo Spirito Santo, simboleggiato dall’ “acqua viva” di cui parlava Gesù, è proprio quel potere vitale che placa la sete più profonda dell’uomo e gli dona la vita totale, quella vita che egli cerca e attende senza conoscerla. La samaritana lasciò allora a terra la brocca “che ormai non le serviva più, anzi era diventata un peso: era avida ormai di dissetarsi solo di quell’ acqua” (Ibid. XV,30). Anche i discepoli di Emmaus vivono di fronte a Gesù la stessa esperienza. È ancora il Signore che fa “ardere il loro cuore” ai due mentre camminavano “col volto triste”.(crf. Lc 24,13-35). Pur senza riconoscere Gesù risorto, durante il tragitto compiuto insieme a lui, essi si sentivano il cuore “ardere nel petto”, riprendere vita, tanto che, arrivati a casa, “insistettero” affinché egli restasse con loro. “Resta con noi, Signore”: è l’espressione del desiderio che palpita nel cuore di ogni essere umano. Questo desiderio di “cose grandi” deve trasformarsi in preghiera. I Padri sostenevano che pregare non è altro che cambiarsi in desiderio struggente del Signore. In un bellissimo testo Sant’ Agostino definisce la preghiera come espressione del desiderio e afferma che Dio risponde allargando verso di Lui il nostro cuore: “Dio [...] suscitando in noi il desiderio, estende il nostro animo; ed estendendo il nostro animo, lo rende capace di accoglierlo” (Commento alla Prima Lettera di Giovanni, IV,6).
Da parte nostra dobbiamo purificare i nostri desideri e le nostre speranze per poter accogliere la dolcezza di Dio. “Questa – continua Sant’ Agostino – è la nostra vita: esercitarsi nel desiderio” (Ibid.). Pregare davanti a Dio è un cammino, una scala: è un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. A Dio possiamo chiedere tutto. Tutto ciò che è buono. La bontà e la potenza di Dio non conoscono un limite tra cose grandi e piccole, tra cose materiali e spirituali, tra cose terrene e celesti. Nel dialogo con Lui, portando tutta la nostra vita davanti al suoi occhi, impariamo a desiderare le cose buone, a desiderare, in fondo, Dio stesso. Si narra che, in uno dei suoi momenti di preghiera, San Tommaso d’Aquino sentì il Signore Crocifisso digli: “Hai scritto bene di me Tommaso; che cosa desideri?”. “Nient’altro che Te”, fu la risposta del Santo dottore. “Nient’altro che Te”. Imparare a pregare è imparare a desiderare e, così, imparare a vivere.
A cinque anni dalla scomparsa di Mons. Luigi Giussani, il Sommo Pontefice si unisce spiritualmente agli aderenti al Movimento di Comunione e Liberazione. Come ebbe modo di ricordare durante l’udienza in Piazza San Pietro il 24 marzo 2007, “don Giussani si impegnò [...] a ridestare nei giovani l’amore verso Cristo, “Via, Verità e Vita”, ripetendo che solo Lui è la strada verso la realizzazione dei desideri più profondi del cuore dell’uomo”.
Nell’affidare ai partecipanti al Meeting queste riflessioni, auspicando che siano d’aiuto per riconoscere, incontrare e amare sempre di più il Signore e testimoniare nel nostro tempo che le “cose grandi” a cui anela il cuore umano si trovano in Dio, Sua Santità Benedetto XVI assicura la Sua preghiera e ben volentieri invia a Vostra Eccellenza, ai responsabili ed organizzatori e a tutti i presenti la Benedizione Apostolica. Unisco cordialmente anche il mio augurio e mi valgo della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio.
Ecco una prima carrellata di fotografie dagli States. Non sono in ordine cronologico, volutamente, semplicemente sono nell'ordine che mi va. (Le date delle foto sono per la maggior parte sbagliate...)
Primo giorno a San Francisco (d'ora in poi SFO), sul battello per Alcatraz. Sullo sfondo i grattacieli del Financial District e il Bay Bridge
Il mio letto nella nostra (mia e di Teo) stanza al Wagner College a New York (d'ora in poi NYC). 14° piano dei dormitori, vista sullo skyline Manhattan. Diciamo che da dopo questa fotografia nulla é rimasto uguale: vestiti un po' dappertutto, lenzuola un po' sfatte, molti e molti più libri sulla scrivania là in fondo...
La mia classe al Wagner, tutti italiani però il più alto livello di inglese. Io sono seduto davanti, maglietta arancione dei carcerati, e dietro di me in piedi Kristine Masters, la nostra grande insegnante di Boston. We are the Bomb!
Relax a Central Park
Relax in acqua a Central Park dopo un'avventurosa vogata
L'avventurosa vogata...
Midtown Manhattan e il Manhattan Bridge visti dal Brooklyn Bridge. In lontananza, l'Empire State Building
Midtown e Downtown Manhattan dal Rockefeller Center
Io e Lucia, compagna di avventura
Io e Nick, giessino della Pennsylvania, in una spiaggia a Staten Island. Dietro di noi The Verrazzano Bridge, che collega Staten Island e Brooklyn
Skyline Manhattan all'alba (scherzo, al tramonto), da una bellissima promenade a Brooklyn
West Coast, California. Non lasciatevi ingannare dalla mia espressione, in realtà ero super preso ed eccitato, una bella adrenalina. Se volete sapere per che cosa mi sto preparando, alla prossima......
Ho scoperto questa storia incredibile e affascinante, tanto da sembrare uscita da un film. Ma è tutto vero. Dal Corriere.it
AVEVA 88 ANNI
Addio al suonatore di cornamusa
che sfidò i tedeschi in Normandia
Morto Bill Millin, che suonò sotto il fuoco nemico
Bill Millin sbarca in Francia
«Millin, Berretti blu», urlava ne Il giorno più lungo l'attore Peter Lawford che impersonava Lord Lovat, il comandante dei commandos britannici sbarcati in Normandia. E il suonatore di cornamusa Bill Millin, che nel film era addirittura interpretato dal cornamusista ufficiale della Regina madre, Leslie de Laspee, marciava avanti e indietro sulla spiaggia battuta dai proiettili delle mitragliatrici tedesche suonando Blue Bonnets over the Border (Berretti blu oltre la frontiera, una melodia tradizionale scozzese) mentre i soldati applaudivano o gli urlavano «Buttati giù, maledetto pazzo». Finzione cinematografica? No, tutto autentico. E il vero Bill Millin, che attraversò indenne la spiaggia normanna di Sword (una foto famosa di quel giorno lo mostra di schiena mentre sta scendendo dal mezzo da sbarco con la spiaggia sullo sfondo), è morto nel Devon a 88 anni il 17 agosto, ricordato oggi da un lungo articolo sul Daily Telegraph.
SUONANDO SOTTO IL FUOCO - La brigata dei commandos di Lovat aveva il compito, dopo lo sbarco, di andare verso il fiume Orne e prendere contatto con i paracadutisti inglesi che avevano conquistato i ponti sul fianco sinistro dello schieramento alleato. Pochi chilometri, ma una distanza lunghissima da percorrere sotto il fuoco nemico. Millin, con la sua cornamusa e il suo gonnellino con il tartan dei Cameron Highlanders, se li fece quasi tutti suonando Hieland Laddie e The Road to the Isles in piedi tra i soldati, visibilissimo anche per i tedeschi che sparavano da tutte le parti (la cornamusa fu danneggiata dalle schegge ma restò utilizzabile). «Non dimenticherò mai il lamento della cornamusa di Bill - disse molti anni dopo il veterano Tom Duncan -. E' difficile da descrivere l'effetto che faceva. Ci tirava su il morale e aumentava la nostra determinazione. Ne eravamo orgogliosi e ci ricordava la patria e i motivi per i quali stavamo combattendo, per le nostre vite e per quelle dei nostri cari». In serata Millin, che allora, nel 1944, aveva 22 anni, chiese ad alcuni prigionieri tedeschi perchè non gli avessero sparato e quelli gli risposero che pensavano fosse un pazzo per cui non valeva la pena sprecare proiettili.
DALLA NORMANDIA A LUBECCA - Scozzese di Glasgow, Millin aveva incontrato Lord Lovat, il capo ereditario del clan Frasier e discendente di una lunga dinastia di combattenti scozzesi, nel 1941, quando erano entrambi nei commandos, le truppe speciali che compivano incursioni «mordi e fuggi» nell'Europa occupata dai tedeschi: il Lord gli offrì di diventare il suo attendente ma lui rifiutò e così divenne il cornamusista personale (il piper) del comandante. In quel ruolo si fece un bel pezzo di guerra, dalla Normandia all'Olanda e fino a Lubecca, una delle più importanti città tedesche conquistate dall'esercito britannico. Alla fine del conflitto se ne tornò alla vita civile. Ma la sua cornamusa (che ora, dice il Telegraph, si trova al National War Museum di Edinburgo) risuonò ancora nel 1995 ai funerali di Lord Lovat, il suo capo, che dopo la guerra era anche diventato, per un po', il suo datore di lavoro. D'altronde il legame tra i due era fortissimo, cementato dalla comune origine. Un esempio? Il ministero della Guerra, dopo le forti perdite subite dai suonatori di cornamuse nella prima guerra mondiale, aveva proibito il loro impiego sui campi di battaglia. «Ah, ma quello è il ministero della Guerra inglese - disse Lovat . Tu ed io siamo scozzesi, per noi non vale». E Millin se ne partì per la Normandia.
Perché proporre quest’anno al Meeting, e quindi a un pubblico italiano, una scrittrice del Sud degli Stati Uniti? Se confrontata con Leopardi, Pavese, Dante, con l’intero canone della letteratura italiana, cosa può aver da dire questa donna sul tema Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore?
Più di ogni altro scrittore moderno, Flannery O’Connor ha assunto una posizione che l’ha spinta a rimanere di fronte al cuore umano, descrivendolo in un modo che rende evidente come ci si senta soffocati, come il nostro desiderio si sbricioli e vada perduta ogni possibilità per l’uomo di essere felice, a meno che si rimanga di fronte all’Infinito. Storia dopo storia e lettera dopo lettera (dopo aver letto le sue lettere raccolte in The Habit of Being, in italiano Sola apresidiare la fortezza, pubblicato da Einaudi, qualcuno ha audacemente proposto per lei il titolo di Dottore della Chiesa), la O’Connor descrive la lotta dell’uomo con il bene e con il male, dando rilievo al dramma del nostro cuore, preso tra nichilismo e speranza, positivismo e mistero, con la “M” maiuscola.
Per lei, anche le cose più semplici, come l’appuntamento per una visita medica (vedi Ruby Turpin in Revelation), o una gita familiare (vedi il dramma tra la nonna e il Balordo in A Good Man is Hard to Find, in italiano Un brav’uomo è difficile da trovare), oppure un corso dietistico presso la locale YMCA (un’associazione maschile cristiana, come in Everything that Rises Must Converge,in italiano Ogni cosa che s'innalza deve ripiegare), diventano luoghi dove uomini e donne si confrontano con il definitivo, misterioso Tu che chiama ogni coscienza in ogni momento vigile della vita (“Ogni giorno è il giorno del giudizio” commenta un personaggio nel racconto Judgment Day). Un Tu che ci chiama fina dall’alba del tempo e con ancora maggiore immediatezza e urgenza dopo la Sua Resurrezione e Ascensione.
Tuttavia, non si rende giustizia alla O’Connor definendola una scrittrice religiosa, perché il tessuto dei suoi racconti è intriso di religione non per fare proselitismo, piuttosto per una visione delle cose che è tutt’uno con quella della Chiesa, e che cerca di evidenziare che la natura e la vita umana sono buone perché sono il riflesso di un’altra realtà, invisibile, in cui Dio è entrato morendo per essa. O’Connor non cerca di convincere il lettore su Dio, ma cerca di rendere “massima giustizia all’universo visibile” (le parole sono di Joseph Conrad) e lascia che i fatti che accadono nella realtà parlino da soli, perché è in questi fatti che Lui parla. Flannery odiava ogni tipo di falsa pietà o sentimentalismo, al punto da affermare che non le piaceva recitare preghiere scritte da santi, perché non necessariamente riflettevano i suoi sentimenti, mentre Dio li conosceva meglio di quanto esse potessero esprimere.
Non era interessata ad essere una scrittrice cattolica ma a essere una scrittrice, una scrittrice che era cattolica, nel senso che ciò che riceveva dalla Chiesa valorizzava la sua libertà e la sua capacità di guardare, né aveva paura di affermare ciò di fronte al mondo letterario e artistico del dopoguerra, che insisteva invece sulla morte di Dio e sul trionfo estetico della mancanza di ogni significato. Come Santa Teresa di Lisieux, la santa patrona delle missioni, Flannery O’Connor ha fatto questo dal suo piccolo studio in una piccola comunità della Georgia, dove si trovava a causa delle limitazioni che le derivavano dalla sua battaglia contro il lupus, la malattia autoimmune di cui era morto anche suo padre. Aveva capito che per essere felice doveva seguire il sentiero tracciato da Dio per la sua vita e che questo comprendeva anche i limiti della sua malattia e del suo talento, e che entrambi l’avevano portata faccia a faccia con il Destino buono che la chiamava e che lei voleva ascoltare.
La mostra di Rimini cerca, perciò, di allargare la sua conoscenza e notorietà nel mondo, di presentare la sua ironia e il suo amore verso la vita come un raggio di speranza per il mondo, una testimonianza che Dio è vivo e sta bene e continua a chiamarci, poco importa ciò che le cosiddette “grandi” menti dominanti nella letteratura e nella filosofia del ventesimo secolo hanno imposto al pubblico, in una concezione del mondo che non è una vera, una visione che annienta la speranza affermando ostinatamente che non vi è nulla oltre quello che vediamo e tocchiamo. Come Gesù, O’Connor ha accettato la croce perché conosceva il Grande Padre che avrebbe fatto risorgere la sua vita e con ogni possibilità di comunicare rimastale, con una lettera come dal suo letto di morte, ha continuato a dirlo al mondo, senza alcuna paura.
In un'epoca in cui si parla di una moschea a Ground Zero (dove si cominciano a vedere spuntare gli edifici del cantiere del complesso della Freedom Tower), e' piu' che mai d'obbligo una ripassata di storia. No, non voglio parlare qui della specifica questione riguardo la moschea, solo una ripassata di storia. Grazie a Langone e alla sua solita verve.
Reliquie dei martiri d'Otranto conservate nella cattedrale
Preghiera. 15 agosto 2010
Beati martiri di Otranto, che sul vostro martirio si faccia un film televisivo o un parco a tema (un’idea di Alfredo Mantovano) o ancor meglio entrambe le cose, per far sapere agli italiani che: 1) non tutti i loro connazionali sono sempre stati voltagabbana e “Franza o Spagna purché se magna”; 2) il Corano contiene nelle sue pagine almeno ottocento scimitarre affilate. L’italiano medio, l’italiano in braga corta e perenne vacanza mentale, crede che le persecuzioni anticristiane siano un’esclusiva di Nerone (si è perso quasi duemila puntate di una storia avvincente e tremenda, appunto la Storia). E pensa che i maomettani non siano poi malaccio: hashish, kebab e cuscus valgono bene qualche moschea! Beati martiri, dovete tornare fra noi con in mano le vostre ottocento teste tagliate, a mostrare quanto costano davvero l’hashish, il kebab, il cuscus.
Per saperne di più riguardo ai martiri d'Otranto, la cui ricorrenza cadeva ieri, leggete qui. Un romanzo che consiglio a proposito è "L'ora di tutti", di Maria Corti.
Alfredo il Grande, Re del Wessex, protagonista de "La ballata del cavallo bianco" di GKC
"E il re disse: "Ora prendi la mia spada, tu che hai fatto divampare il fuoco, perché questo è il modo dei Cristiani, la tempra del guerriero come del prete: lanciare i propri cuori oltre le certezze per guadagnare ciò che il cuore desidera.
Puoi giurare fedeltà ad un'accolita di monaci, o di fronte ad una moglie graziosa, ma questo è il modo dei Cristiani: che il loro giuramento dura fino alla fine.
Perché l'Amore stesso, nostro Signore, alla fine del mondo, sarà seduto in trono su un cavallo rosso, con un elmo d'ottone e un arco di ferro, ma avrà una freccia sola.
L'Amore, con lo scudo del Cuore Spezzato, tende sempre il suo arco, un solo dardo per un solo premio, ed il colpo finale, che parte e vola, giunge come il tuono che spacca il cielo e ha il suono di anime straziate.
E così tu meriti la spada del re, tu che hai lanciato via la tua spada". E il Re, guardandosi attorno, prese una pesante ascia da un uomo lì vicino e si buttò nella mischia"
La ballata del cavallo bianco, libro V, G. K. Chesterton.