lunedì 25 luglio 2011

Il Potere, l'Umanitarismo e i fatti di Oslo

Ecco un paio di ragionevoli commenti riguardo ai fatti di Oslo. A leggere i giornali in questi giorni é assai facile perdere la bussola fra pregiudizi ideologici e, di fatto, una vera e propria difficoltà a guardare la realtà.
Da LaBussolaQuotidiana e IlSussidiario.net



Come è difficile stare davanti alla realtà

di Riccardo Cascioli
25-07-2011


Davanti a una tragedia come quella di Oslo è inevitabile che la prima domanda sia “perché?”. Davanti a ciò che accade – tutto ciò che accade - la nostra ragione chiede il senso, è naturale. Fatti come quello di Oslo semplicemente rendono più urgente, più esplicita quella domanda. Sapere chi è l’autore del gesto, in fondo, è anzitutto condizione per rispondere al “perché”.

Ma non è facile rimanere a lungo davanti a questa domanda aperta, e lo abbiamo visto in questi giorni, in cui i media hanno fatto a gara per dare informazioni approssimative, errate, fuorvianti, palesemente false, ma che in ogni modo rientrassero entro un orizzonte conosciuto, che confermasse certi pregiudizi. Certo, c’è bisogno di informare, di dare subito gli elementi man mano che vengono fuori, ma c’è un modo di darli che soffoca la domanda, il desiderio di capire.

Si è cominciato subito con il terrorismo islamico. Sicuramente c’erano molti elementi che potevano far pensare a questa pista: l’autobomba, le minacce già ricevute da Oslo per la sua partecipazione alla guerra in Afghanistan, la forte immigrazione islamica, il fatto che da dieci anni tutti i paesi occidentali vivono con questo incubo. Ma un conto è avanzare ipotesi, un altro dare per certo ciò che certo non è. Ma le cose si sono complicate subito dopo: non era un islamico, ma il classico scandinavo: alto, biondo, perfino giovane. Un aspetto fisico che ne fa il neonazista perfetto: ecco allora un grande servizio del Tg2 che ci mostra la mappa dei presunti movimenti di estrema destra in tutta l’Europa settentrionale e orientale, mettendo insieme partiti e movimenti che non c’entrano l’uno con l’altro, dai partiti nazionalisti ai movimenti conservatori fino ai gruppuscoli xenofobi. Un oscuro movimento di opposizione all’illuminata Europa che chissà cosa trama.

Senonché, a un più attento esame dei fatti, il giovane terrorista non entra neanche nella “casella” del neonazismo: troppi elementi sfuggono a questa categoria. Ecco allora subito pronta un’altra definizione di comodo: siccome da qualche parte sui social network, l’autore della strage si era definito “cristiano” e “conservatore”,  cosa c’è di meglio che definirlo un “fondamentalista cristiano”? Per i laicisti di tutta Europa, che hanno in mano la stragrande maggioranza dei media, è una manna: così si dimostra che a creare problema sono le fedi religiose, tutte le fedi. E i cristiani non sono meglio degli islamici. Poco importa se anche questa definizione in realtà non si adatti allo stragista norvegese, e il nostro Massimo Introvigne, nell’articolo in Primo Piano, ci spiega bene il perché, e anche come certi servizi giornalistici tradiscano una profonda ignoranza di religioni e fondamentalismi.

Ignoranza, ma anche interessi ideologici: basta vedere cosa è successo alla traduzione della frase di John Stuart Mill che Anders Behring Breivik aveva citato in un intervento su Facebook: “Un uomo con un credo è più forte di 100mila uomini che pensano ai loro interessi”. La parola inglese “belief” (un credo, termine che si applica a qualsiasi convinzione forte) nella traduzione di Repubblica e di tanti altri è diventata “fede”. Come a dire: Vedete? E’ la fede, qualsiasi fede, che genera violenza. E invece sono proprio gli interessi ideologici a violentare la realtà, a ridurla per farla entrare nei propri schemi, ed è per questo che l’etichetta di “fondamentalista cristiano” è quella che continua a saltare da un giornale a un tg. Soltanto chi ha la pazienza di leggersi molti articoli capisce che la realtà di questo giovane, del movimento templare-massonico che avrebbe contribuito a fondare, è molto più complessa e sfugge a facili etichette.

Sembra proprio che in questa occasione la realtà si sia presa una rivincita sulle ideologie, si sia divertita a giocare con i nostri pregiudizi e i nostri schemi, scompaginando ogni volta le acquisizioni raggiunte. Non c’è niente da fare: la realtà è più grande di noi, non si lascia ingabbiare, e l’unico modo per comprenderla è aprirsi ad essa.

Ed è proprio qui che vorremmo tornare, al punto di partenza. Perché – pregiudizi, interessi ideologici, ignoranza o semplice deformazione professionale – di fronte a un gesto così enorme, all’irrompere improvviso e violento del male,  è sembrato che l’unico obiettivo dell’informazione e dei grandi opinionisti fosse placare quella domanda - “Perché?” – allontanando da noi ogni possibile chiamata in causa. Come ha involontariamente evidenziato il servizio di un tg nazionale: “Una volta appurato che non si trattava di terrorismo islamico, Oslo ha cercato di riprendere la sua vita normale…”. Ecco, l’importante è poter tornare alla vita normale, qualsiasi cosa essa significhi.

Molto più difficile e impegnativo cercare invece di capire, tenere aperta quella domanda – “Perché?” – che ci rende quel giovane norvegese e la sua violenza molto più vicine e ci interroga anche sul nostro male, su ciò che possiamo diventare se smettiamo di amare la verità prima di ogni altra cosa.

Chesterton diceva che il pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto fuorché la ragione. Leggendo le lucide analisi e progetti lasciati scritti, è certamente questa la definizione che meglio descrive la follia del giovane norvegese. Ed è una follia molto diffusa nella nostra società secolarizzata e anti-religiosa: anche se non sfocia necessariamente in queste esplosioni di violenza, tanti sono i segnali inquietanti che si colgono nella nostra Europa, dove la vita perde più valore dell’euro e si restringe ogni giorno di più la libertà delle persone.

Tenere aperta la domanda sul perché di questa violenza, stare davanti alla realtà, è il primo passo per invertire la direzione.






Oslo, una fede senza Dio

 
lunedì 25 luglio 2011
 
La terribile strage di Oslo e dell’isola Utoya induce a molte riflessioni. Ma ce n’è una che riguarda davvero in modo radicale i credenti e il vero nemico della fede “alla fine dei tempi”. Chi è questo giovane attentatore norvegese? Un fondamentalista cristiano o un massone? Molti giornali italiani sottolineano il suo essere cristiano, pochi altri la sua appartenenza alla Massoneria. Certo è che nel suo sito Facebook campeggia una foto con il grembiulino e la “divisa” massonica.
Si studiano le sue passioni e le sue farneticazioni religiose, e insieme neo naziste. La cultura contemporanea non può ammettere qualcosa che purtroppo è sempre più evidente dalla caduta del Muro di Berlino: ciò che domina davvero il Potere mondiale post comunista e post freudiano è l’Umanitarismo, la Religione della Massoneria.
Scriveva Augusto Del Noce, recensendo su Il Sabato il libro di Benson, Il Padrone del Mondo: “Oggi che il marxismo è in un declino irreversibile, sino al punto che si rischia di essere ingiusti rispetto alla sua reale potenza filosofica, e che la rivoluzione sessuale e la combinazione marx-freudiana segnano il passo, la lotta contro il cattolicesimo avviene proprio sotto il segno dell’umanitarismo”.
Che cosa è infatti il “fondamentalismo cristiano”, il cristianismo, com’è stato chiamato, se non una forma esoterica di svuotamento della vera fede? E una forma molto insidiosa, per non dire la più insidiosa oggi, come già negli anni Ottanta aveva intuito Del Noce. Se la fede cristiana non è legata a Gesù Cristo ma a una serie di valori, magari “occidentali”, cosificati in una dottrina da contrapporre al nemico (islamico o extra comunitario o chissà cos’altro…) perde il suo carattere miracolosamente “provvisorio” e storico di Avvenimento di Grazia e diventa un sapere mostruosamente posseduto dagli adepti della setta.
Il fanatismo è proprio di chi pensa di possedere la Verità, e non di averla incontrata in una carne. Il cristianesimo diventa sinonimo di restaurazione, di conservatorismo, perdendo il carattere di realtà viva nel presente della storia. Il contrario dell’annuncio: “Il Verbo si è fatto carne”, proclamato da Giovanni all’inizio del suo Vangelo.
Per tutto questo il fondamentalismo cristiano di Anders Behring Breivik è ideologicamente massonico, molto di più di quanto si possa credere, e di quanto la cultura contemporanea possa ammettere.
Le stragi, tragicamente, sono spesso umanitarie, nelle intenzioni. E anche quella norvegese lo è stata.

mercoledì 20 luglio 2011

L'unico divertimento dell'essere cristiani e la gloria dell'individualità

Qualche perla da Ortodossia; Chesterton, assieme a Dante e Omero, fra gli altri,  é certamente un buon compagno di spiaggia. 





"Che Jones adori il dio dentro di sé, alla fine significa che Jones adorerà Jones. Che Jones adori pure il sole e la luna, qualsiasi cosa, ma non la Luce Interiore; che adori i gatti o i coccodrilli, se ne trova qualcuno in giro, ma non il dio dentro di sé. Il cristianesimo é venuto nel mondo innanzitutto per affermare con violenza che un uomo non solo non deve guardarsi dentro, ma deve guardare fuori - per osservare con stupore ed entusiasmo una divina compagnia e un divino capitano. L'unico divertimento dell'essere cristiani é il fatto di non essere lasciati soli con la Luce Interiore, ma di riconoscere nettamente una luce che viene dall'esterno, splendente come il sole, chiara come la luna, terribile come un esercito con tanto di stendardi".


"E' proprio in questo che il buddhismo si ricongiunge con il moderno panteismo e con l'immanenza. Ed é proprio qui che il cristianesimo si ricongiunge con l'umanità, la libertà e l'amore. L'amore desidera l'individualità, ed é per questo che desidera la divisione. E' insito nel cristianesimo gioire del fatto che Dio abbia infranto l'universo in piccoli frammenti, perché sono frammenti vivi. E' insito nel cristianesimo dire: "Figlioli, amatevi l'un l'altro", piuttosto che dire a un'unica persona di amare se stessa. Quersto é l'abisso intellettuale che esiste tra il buddhismo e il cristianesimo: per il buddhista e per il teosofo, l'individualità é la caduta dell'uomo, per il cristiano é lo scopo di Dio, l'intero progetto dell'idea cosmica. L'anima del mondo dei teosofi chiede all'uomo di amarla soltanto per fare in modo che quell'uomo possa calarsi in essa. Ma il cuore divino del cristianesimo getta di fatto l'uomo al di fuori di esso, per poterlo amare".


sabato 16 luglio 2011

Che cosa è davvero l'ecumenismo

Dal sito di CL





 
In vista della Giornata per la pace e la giustizia del 27 ottobre ad Assisi
Dalla novità cristiana uno sguardo davvero ecumenico

di Julián Carrón*
L'Osservatore Romano, 14 luglio 2011


La «Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo», convocata ad Assisi il prossimo 27 ottobre da Benedetto XVI, è un gesto audace, così come lo fu venticinque anni fa l’iniziativa del beato Giovanni Paolo II.
«In nome di che cosa (papa Wojtyła) può chiamare gli esponenti di tutte le religioni a pregare insieme ad Assisi?», si chiese di slancio don Luigi Giussani venticinque anni fa. E rispose. «Ecco: se uno capisce che la natura dell’uomo, il cuore dell’uomo, è il senso religioso, è proprio nel senso religioso che tutti gli uomini trovano una uguaglianza e una identità. L’istanza più profonda del cuore umano è il sentimento religioso, il senso del destino da una parte e dell’utilità del presente dall’altra. Se si vuole usare un termine giusto, il senso religioso è l’unico senso veramente cattolico, che vuol dire adatto a tutti, che è di tutti».
Il senso religioso – questo nucleo originale di esigenze ed evidenze (di verità, di bellezza, di giustizia, di felicità) con cui ogni uomo è lanciato nell’impatto con il reale – è ciò che accomuna gli uomini di ogni tempo e di ogni spazio. Esso esprime la coscienza di originale dipendenza dal Mistero che fa tutte le cose. Per questo don Giussani ci ha sempre insegnato a stimare la «creatività religiosa considerando la dignità di questo sforzo dell’uomo. Ogni essere umano ha una inevitabile esigenza di cercare quale sia il senso ultimo, definitivo, assoluto del suo punto contingente. Ogni costruzione religiosa riflette il fatto che ognuno fa lo sforzo che può ed è proprio questo che tutte le realizzazioni religiose hanno in comune di valido: il tentativo. Tutto ciò che di differente hanno è il modo d’espressione, che dipende da molti fattori; ma tali varianti mai intaccano il valore detto» (Luigi Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Milano, Rizzoli, 2001, p. 18).
Questa perseguita serietà fa anche emergere nel tempo l’ambiguità con cui l’essere umano realizza il rapporto oggettivo col proprio senso religioso. Quest’ultimo, che dovrebbe essere come la luce che illumina gli uomini nel cammino della vita, si trova – essendo il suo oggetto ancora mistero e la ragione umana ferita dal peccato − alla mercé dell’interpretazione del singolo, così che l’imponenza concreta della vita quotidiana lo fa facilmente dimenticare o ridurre.
Il rischio di «eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti», è sempre in agguato, come ci ha ricordato di recente Benedetto XVI (Udienza generale, 1 giugno 2011). Come l’uomo può avere la coscienza chiara e l’energia affettiva per aderire al Mistero fintanto che questo Mistero resta mistero ignoto? Fino a quando l’oggetto è oscuro ciascuno può immaginare quel che vuole e può determinarsi nel suo rapporto con quell’oggetto secondo la propria interpretazione. Come efficacemente dice san Tommaso d’Aquino all’inizio della sua Summa Theologiae: «La verità che la ragione potrebbe raggiungere su Dio sarebbe di fatto per un piccolo numero soltanto, e dopo molto tempo e non senza mescolanza di errori» (I, 1, 1).
Pensiamo all’esperienza amorosa: una persona desidera di amare ed essere amata, ma fin quando il volto della persona amata è sconosciuto che cosa fa? Quello che ritiene soggettivamente più opportuno. È soltanto quando il volto compare che introduce realmente una possibilità di calamitare l’io. Perché io so che desidero l’infinito, che questo infinito c’è perché ho sempre nostalgia di lui – come diceva Lagerkvist – ma ogni giorno afferro il particolare, vado dietro a qualunque oggetto che poi mi lascia insoddisfatto.
E questo è il destino dell’uomo, a meno che capiti quel che ipotizza Wittgenstein: «Hai bisogno di redenzione, altrimenti ti perdi (...). Occorre che entri una luce, per così dire, attraverso il soffitto, il tetto sotto cui lavoro e sopra cui non voglio salire. (...) Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena... mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che “Dio” non mi visiti» (Ludwig Wittgentstein, Movimenti di pensiero, Macerata, Quodlibet, 1999, p. 85).
Per vivere all’altezza del senso religioso, da uomini veramente religiosi, e affinché ciascuno non si esaurisca nel fissare lo sguardo sulle cose terrene, occorre che “Dio” ci visiti. Come? «Ciò che occorre è un uomo, / non occorre la saggezza, / ciò che occorre è un uomo / in spirito e verità; / non un paese, non le cose, / ciò che occorre è un uomo, / un passo sicuro, e tanto salda / la mano che porge che tutti / possano afferrarla e camminare / liberi, e salvarsi» (Carlo Betocchi, «Ciò che occorre è un uomo», in Dal definitivo istante, Milano, Bur, 1999, p. 247).
Con Gesù di Nazaret, «il Mistero è diventato un fatto umano, è diventato un uomo, un uomo che si muoveva con le gambe, che mangiava con la bocca, che piangeva con gli occhi, che è morto: questo è il vero oggetto del senso religioso. Allora, scoprendo questo fatto di Cristo mi si rivela, mi si chiarisce in modo grandioso anche il senso religioso» (Luigi Giussani, L’autocoscienza del cosmo, Milano, Bur, 2000, p. 17) ci ha detto don Giussani ricordando l’incontro di Giovanni e Andrea con Lui. E il retore romano Mario Vittorino descrive esattamente in questi termini la propria conversione: «Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo» (In Epistola ad Ephesios, II, 4, 14).
Ancora don Giussani sottolinea che «Cristo è venuto nel mondo per rendere l’uomo a se stesso ed è in Lui che il senso religioso ha acquistato il suo significato puro, è diventato lucido, limpido, senza possibilità di equivoco. Per questo è nella fede cristiana che il richiamo ad ogni cuore umano trova il suo centro preciso, inconfondibile. La fede, cioè, svolge, afferma questa cattolicità del senso religioso». Con Gesù, il Figlio di Dio, il Mistero di Dio personale è diventato «presenza affettivamente attraente», al punto di accendere il desiderio umano e di sfidare come nessun altro la sua libertà, cioè la sua capacità di adesione. All’uomo basta cedere all’attrattiva vincente della Sua persona, alla Sua attrattiva, come accade all’uomo innamorato: è la presenza affascinante della persona amata che desta in lui tutta la sua energia affettiva. Basta cedere al fascino di chi si ha davanti.
Come afferma don Giussani, «una valorizzazione profonda della sostanza del cuore dell’uomo può essere fatta in modo mirabile, lucido, solo nella coscienza destata da Cristo, solo nella coscienza cristiana». Chi altri, infatti, può compiere il senso religioso se non Colui che ne è l’oggetto proprio? Ecco il punto di partenza di ogni autentico dialogo interconfessionale e interreligioso: nel Suo rapporto col Padre Gesù Cristo non attua un superamento del senso religioso – relegandolo in un “già saputo”, riducendolo quasi a una premessa, sminuendolo a momento propedeutico – bensì lo fa “esplodere” in tutta la sua potenzialità. Solo un cristianesimo che conserva la sua natura originale, i suoi tratti inconfondibili di presenza storica contemporanea – la contemporaneità di Cristo – può essere all’altezza del reale bisogno dell’uomo, ed è perciò in grado di compiere il senso religioso (cfr. Dominus Iesus).
Non si tratta di un postulato da accettare, ma di una novità umana da sorprendere in atto: l’annuncio cristiano si sottopone a questa verifica, al tribunale dell’umana esperienza. Se nell’uomo che accetta di appartenere a Cristo attraverso la realtà della Chiesa accade quello che egli stesso con le sue forze non è in grado di raggiungere – un impensabile risveglio e compimento dell’umano in tutte le sue dimensioni fondamentali – allora il cristianesimo si rivelerà credibile e si renderà verificabile nella sua pretesa.
«Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto» (Luca 6,44): ecco il formidabile criterio di verifica che Gesù stesso ci offre. Il cambiamento generato dal rapporto con Cristo presente è tale che san Paolo non esita a esclamare: «Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Corinzi,5,17). La creatura nuova è l’uomo in cui il senso religioso si realizza nella sua – altrimenti impossibile – pienezza: ragione, libertà, affezione, desiderio! Questo è il contributo che il cristiano che vive veramente la sua fede può dare agli uomini veramente religiosi, testimoniando il compimento della religiosità nel riconoscimento e nell’adesione amorosa a Dio, in modo tale che possa diventare «tutto in tutto» (cfr. Efesini, 1,23) e offrendo loro un criterio di giudizio per vagliare la propria esperienza religiosa.
Questa novità umana diventa uno sguardo veramente ecumenico, nel senso che l’antichità cristiana dava alla parola, in quanto «vibra di un impeto che lo rende capace di esaltare tutto il bene che c’è in tutto ciò che si incontra, in quanto glielo fa riconoscere partecipe di quel disegno la cui attuazione sarà compiuta nell’eternità e che in Cristo ci è stato rivelato» (Luigi Giussani – Stefano Alberto – Javier Prades, Generare tracce nella storia del mondo, Milano, Rizzoli, 1998, p. 157). Per questo l’ecumenismo non si riduce, come in tanti equivoci tentativi, a una tolleranza generica che può lasciare l’altro ultimamente estraneo, ma «è un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento in chiunque. Ogni volta che il cristiano incontra una realtà nuova l’abborda positivamente, perché essa ha qualche riverbero di Cristo, qualche riverbero di verità» (Ivi).
Questa è l’esperienza maturata in questi ultimi anni del quasi sessantennale cammino del movimento di Comunione e Liberazione, non solo con i nostri fratelli ortodossi in Russia, i protestanti in Germania e negli Stati Uniti, gli anglicani nel Regno Unito, ma anche attraverso incontri inaspettati con amici ebrei, musulmani e buddisti. Come non citare la vicenda più che ventennale dei rapporti con i monaci del Monte Koya in Giappone, esponenti del buddismo shingon che già aveva colpito per il senso del mistero il grande missionario san Francesco Saverio? Come non essere grati della presenza nella nostra vita del professore egiziano Wael Farouq e dei suoi amici che è sfociata nell’ottobre 2010 nel grande Meeting del Cairo? Come non accogliere con gratitudine e sempre nuovo stupore la testimonianza di commovente fedeltà quotidiana all’Alleanza di tanti “fratelli maggiori” ebrei in Italia, in Israele, negli Stati Uniti, a cominciare dal professore Joseph Weiler di New York?
È una rete di rapporti in cui ciascuno aiuta l’altro a essere sempre di più se stesso, protagonista di quella pace − per cui «chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace, chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio» (Benedetto XVI, Angelus, 1 gennaio 2011) − di quella tensione alla bellezza, di quell’impeto di amore che diventa generatività e affermazione del Destino buono, di quel Dio che noi riconosciamo mentre si curva su di noi e ci abbraccia: Cristo.

* Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione

domenica 10 luglio 2011

Il vacuum dell'estate

Da Tracce.it, la rubrica antivirus di Davide Rondoni.


Vincent Van Gogh, "Il mare a les Saintes-Maries de la mer"


ANTIVIRUS

L'estate ad occhi aperti

di Davide Rondoni
05/07/2011

Il silenzio dell’estate (quando lo si trova in mezzo ad altoparlanti, radio, telefoni, traffico, bambini) è vasto, pauroso, dolcissimo. Il silenzio del cielo terso. Tutto quell’azzurro per niente. L’aria brillante, inutilmente brillante, verrebbe da dire. A cosa serve questo splendore, che il cielo ripete nel mare e il mare rimanda al cielo? La vastità silenziosa, inutile, aperta dell’aria? Come se venisse qualcosa verso di noi, e non si vede. Una mole di luce. Un incanto ad occhi aperti. Una specie di ubriaca lucidità. O terrore d’ubriaco, come diceva Montale. Lui lo chiamava - e sapeva d’usar lingua dei mistici che ben conosceva - “il nulla”. Non lo si vede solo nei luoghi belli, in estate. Ma anche nel folto, nel gremito di stazioni, di viavai stradali o passeggianti, nel continuum di volti con la medesima espressione. Il deserto pressato nel treno della metropolitana, diceva Eliot, maestro a Montale. La vacanza, l’esperienza del vacuum, vuoto, non appena dei vuoti spazi nell’agenda di solito stipata. Ma del grande vacuum, del grande vuoto o vastità che ci abita e ci chiama, quando nell’estate si presenta. E uno può impazzire. O mettere a fuoco meglio e guardare se il vuoto, anche lui, parla duramente, vertiginosamente, di qualcosa che sempre arriva, dell’Essere che sempre avviene.

venerdì 8 luglio 2011

Beauty/1


Da qualche giorno sono immerso nella lettura del saggio filosofico di Roger Scruton, pubblicato da Vita&Pensiero, La bellezza. Ragione ed esperienza estetica. Pagine dense e ricche: dal giudizio estetico di Kant alla concezione dell'eros in Platone si tratta di un vero e proprio viaggio dentro all'esperienza del bello. Cosa intendiamo dire quando esclamiamo "che bello"? E che differenza c'è fra la bellezza di una tavola ben apparecchiata e quella della Moldava che sto ascoltando ora mentre scrivo? Per non parlare della relazione fra desiderio e bellezza, della differenza fra bellezza umana e naturale e così via.
La tesi di Scruton é che il riconoscimento e il bisogno del bello sia oggettivamente insito nella nostra natura razionale. E che ciò che é bello richieda di essere notato, e che quindi la bellezza sia relazione. 
Riporto un passaggio particolarmente significativo dal capitolo II, La bellezza umana:

"Che attiri la contemplazione o che susciti il desiderio, la bellezza umana é sempre vista in termini personali. Essa risiede particolarmente nei tratti - il volto, gli occhi, le labbra, le mani - che catturano il nostro sguardo durante le relazioni personali e attraverso cui ci rapportiamo vicendevolmente, da io a io. 

(...)

La ricerca della bellezza riguarda ogni aspetto della persona rispetto alla quale potremmo, fosse anche per un breve momento e per qualsiasi motivo, compiere un passo indietro evitando un coinvolgimento diretto, in modo da collocarla all'interno del nostro sguardo contemplativo. Non appena un'altra persona diventa importante per noi, tanto che percepiamo nella nostra vita la forza gravitazionale della sua esistenza, siamo in una certa misura stupiti della sua individualità. Di tanto in tanto, ci fermiamo in sua presenza e lasciamo che il fatto incomprensibile della sua esistenza al mondo si faccia strada in noi. E se la amiamo e ci fidiamo di lei e proviamo il conforto della sua amicizia, ebbene in questi momenti il nostro sentimento é paragonabile al sentimento della bellezza - una pura adesione all'altro, la cui anima risplende sul suo volto e nei suoi gesti proprio come la bellezza risplende in un'opera d'arte.
Non sorprende, dunque, che spesso si impieghi il vocabolo "bello" per descrivere l'aspetto morale della gente. Come nel caso dell'interesse sessuale, il giudizio sulla bellezza presenta una componente irriducibilmente contemplativa. L'anima bella è quella la cui natura morale é percepibile, quella che non si limita a essere un agente morale, ma che diventa anche una presenza morale, con il genere di virtù che si manifesta allo sguardo che contempla. (...) In casi del genere, l'apprezzamento morale e il sentimento della bellezza sono indissolubilmente intrecciati ed entrambi mirano all'individualità della persona".



giovedì 7 luglio 2011

Fabrice Hadjadj: il grido di Giobbe e la gioia che ingrandisce la frattura

Con la domanda di Dio a Giobbe si apre The Tree of Life, che ho rivisto ieri sera e che confermo essere un monumento di meraviglia e stupore per l'Essere e per tutta la realtà. 
Al Meeting di Rimini andrà in scena la pièce teatrale di Fabrice Hadjadj con a tema proprio Giobbe e il mistero della sofferenza. 



Fabrice Hadjadj



Il grido di Giobbe

Verso il Meeting 2011
Pubblichiamo l'articolo tratto dal Notiziario Meeting di giugno di Flora Crescini

Quando si parla di Giobbe, si parla necessariamente del mistero della sofferenza. Molti lo hanno fatto: basti pensare al beato Giovanni Paolo II; il suo bellissimo testo teatrale è stato rappresentato al Meeting, qualche anno fa. Certamente Giobbe affascina perché, attraverso la sua vicenda, viene messa a nudo la condizione umana, piena di contraddizioni e appesantita dal male che, molte volte, deve subire. Troppi autori, tuttavia - e anche cattolici - al male si fermano, trovandovi, in assenza di altre illuminazioni, un segreto piacere, quasi un gusto per il torbido e il deprimente. Nell’impossibilità di spiegazioni, il male e la sofferenza che ne deriva vengono visti come una spiegazione del bene, che arriverà quando saremo morti. Ma, non ci sembra inutile ricordarlo, il male fa male. Una delle caratteristiche del male e della sofferenza è che non spiegano proprio nulla; anzi rendono la vita insopportabile.
Fabrice Hadjadj, in Job, la sua pièce su Giobbe, ha il grande merito spingere sino in fondo il grido terribile della sofferenza; Giobbe subisce la sofferenza, ma urla e non si accontenta di una qualsiasi spiegazione: come scrive Simone Weil “L’anima sa con certezza ... che ha fame. L’importante è che gridi questa sua fame. Un bambino non smette di gridare se gli si dice che forse non c’è pane: continua a gridare”. (Attesa di Dio, Rusconi 1984, p. 164). Giobbe grida perché sa di essere fatto per la gioia, perché non ha rinnegato la gioia: “O gioia, sai bene che se grido così forte, è a causa tua, perché sento ancora la tua chiamata”. Tanto più la ferita sanguina, tanto più forte è l’appello che la gioia fa; lei che non viene a ridurre la frattura, ma a ingrandirla.
Questa è l’idea forte del dramma di Hadjadj; altrettanto forti sono le figure degli amici di Giobbe, letti in chiave moderna. Da chi consiglia a Giobbe di regolarizzare il respiro, di vedere positivo o di fare la meditazione trascendentale, a chi, come la moglie, gli suggerisce una separazione indolore, mediante una semplice pillola. Ed è grazie a ciò che Hadjadj ha il grande merito di rendere attuale la storia sacra, altrimenti letta come reperto archeologico.
A tutti gli amici e ai parenti Giobbe dice “sei qui e questo mi tocca”, ma, nessuno di loro pensa che questa semplice condivisione sia molto; ciascuno vuole dare la propria spiegazione della sofferenza; nessuno con lui sa attendere quello che Dio ha da dire sulla questione. L’unico che da Dio si aspetta tutto, soprattutto la gioia che ha promesso,che non si accontenta di una spiegazione qualsiasi o di una soddisfazione a buon mercato, è Giobbe: l’uomo fatto per la gioia.

lunedì 27 giugno 2011

lunedì 4 luglio 2011

Finalmente The Tree of Life






L'ho fatto, come avevo detto. Terminata (in gloria) la maturità venerdì scorso, ieri sera ho finalmente potuto godermi la visione di The Tree of Life. E' un film, un poema talmente immenso che non mi sogno certo di scriverci su qualcosa in questo momento, ma rimando senz'altro ai precedenti post a proposito, specie le recensioni di Rialti e Camisasca.
L'imponente bellezza può essere solo fruita, non certo piegata e spiegata. E' sicuramente un film unico, dove si é messi di fronte alla nascita delle galassie e alla crescita di un bambino senza soluzione di continuità, dal primo istante della vita sulla Terra fino alla prigione di vetro di enormi grattacieli, in cui un uomo si ferma confuso perché vuole ritrovare il senso dell'esistenza. 
Non ho potuto fare a meno, specie di fronte a tale film, di prestare attenzione alla colonna sonora. Eccone alcuni notevoli brani, inspiegabilmente assenti dall'album acquistabile su iTunes. Scorrendo velocemente alcuni commenti su youtube mi ha colpito quello di una persona la quale, di fronte alla scena della formazione delle galassie accompagnata dalla Lacrimosa, ha confessto di aver pianto per la prima volta per la bellezza e non per una perdita.
"Bellezze che trafiggono come spade", per dirla con Lewis.

Quasi sicuramente tornerò a vederlo.