Con la domanda di Dio a Giobbe si apre The Tree of Life, che ho rivisto ieri sera e che confermo essere un monumento di meraviglia e stupore per l'Essere e per tutta la realtà.
Al Meeting di Rimini andrà in scena la pièce teatrale di Fabrice Hadjadj con a tema proprio Giobbe e il mistero della sofferenza.
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| Fabrice Hadjadj |
Il grido di Giobbe
Verso il Meeting 2011Pubblichiamo l'articolo tratto dal Notiziario Meeting di giugno di Flora Crescini
Quando si parla di Giobbe, si parla necessariamente del mistero della sofferenza. Molti lo hanno fatto: basti pensare al beato Giovanni Paolo II; il suo bellissimo testo teatrale è stato rappresentato al Meeting, qualche anno fa. Certamente Giobbe affascina perché, attraverso la sua vicenda, viene messa a nudo la condizione umana, piena di contraddizioni e appesantita dal male che, molte volte, deve subire. Troppi autori, tuttavia - e anche cattolici - al male si fermano, trovandovi, in assenza di altre illuminazioni, un segreto piacere, quasi un gusto per il torbido e il deprimente. Nell’impossibilità di spiegazioni, il male e la sofferenza che ne deriva vengono visti come una spiegazione del bene, che arriverà quando saremo morti. Ma, non ci sembra inutile ricordarlo, il male fa male. Una delle caratteristiche del male e della sofferenza è che non spiegano proprio nulla; anzi rendono la vita insopportabile.
Fabrice Hadjadj, in Job, la sua pièce su Giobbe, ha il grande merito spingere sino in fondo il grido terribile della sofferenza; Giobbe subisce la sofferenza, ma urla e non si accontenta di una qualsiasi spiegazione: come scrive Simone Weil “L’anima sa con certezza ... che ha fame. L’importante è che gridi questa sua fame. Un bambino non smette di gridare se gli si dice che forse non c’è pane: continua a gridare”. (Attesa di Dio, Rusconi 1984, p. 164). Giobbe grida perché sa di essere fatto per la gioia, perché non ha rinnegato la gioia: “O gioia, sai bene che se grido così forte, è a causa tua, perché sento ancora la tua chiamata”. Tanto più la ferita sanguina, tanto più forte è l’appello che la gioia fa; lei che non viene a ridurre la frattura, ma a ingrandirla.
Questa è l’idea forte del dramma di Hadjadj; altrettanto forti sono le figure degli amici di Giobbe, letti in chiave moderna. Da chi consiglia a Giobbe di regolarizzare il respiro, di vedere positivo o di fare la meditazione trascendentale, a chi, come la moglie, gli suggerisce una separazione indolore, mediante una semplice pillola. Ed è grazie a ciò che Hadjadj ha il grande merito di rendere attuale la storia sacra, altrimenti letta come reperto archeologico.
A tutti gli amici e ai parenti Giobbe dice “sei qui e questo mi tocca”, ma, nessuno di loro pensa che questa semplice condivisione sia molto; ciascuno vuole dare la propria spiegazione della sofferenza; nessuno con lui sa attendere quello che Dio ha da dire sulla questione. L’unico che da Dio si aspetta tutto, soprattutto la gioia che ha promesso,che non si accontenta di una spiegazione qualsiasi o di una soddisfazione a buon mercato, è Giobbe: l’uomo fatto per la gioia.
Quando si parla di Giobbe, si parla necessariamente del mistero della sofferenza. Molti lo hanno fatto: basti pensare al beato Giovanni Paolo II; il suo bellissimo testo teatrale è stato rappresentato al Meeting, qualche anno fa. Certamente Giobbe affascina perché, attraverso la sua vicenda, viene messa a nudo la condizione umana, piena di contraddizioni e appesantita dal male che, molte volte, deve subire. Troppi autori, tuttavia - e anche cattolici - al male si fermano, trovandovi, in assenza di altre illuminazioni, un segreto piacere, quasi un gusto per il torbido e il deprimente. Nell’impossibilità di spiegazioni, il male e la sofferenza che ne deriva vengono visti come una spiegazione del bene, che arriverà quando saremo morti. Ma, non ci sembra inutile ricordarlo, il male fa male. Una delle caratteristiche del male e della sofferenza è che non spiegano proprio nulla; anzi rendono la vita insopportabile.
Fabrice Hadjadj, in Job, la sua pièce su Giobbe, ha il grande merito spingere sino in fondo il grido terribile della sofferenza; Giobbe subisce la sofferenza, ma urla e non si accontenta di una qualsiasi spiegazione: come scrive Simone Weil “L’anima sa con certezza ... che ha fame. L’importante è che gridi questa sua fame. Un bambino non smette di gridare se gli si dice che forse non c’è pane: continua a gridare”. (Attesa di Dio, Rusconi 1984, p. 164). Giobbe grida perché sa di essere fatto per la gioia, perché non ha rinnegato la gioia: “O gioia, sai bene che se grido così forte, è a causa tua, perché sento ancora la tua chiamata”. Tanto più la ferita sanguina, tanto più forte è l’appello che la gioia fa; lei che non viene a ridurre la frattura, ma a ingrandirla.
Questa è l’idea forte del dramma di Hadjadj; altrettanto forti sono le figure degli amici di Giobbe, letti in chiave moderna. Da chi consiglia a Giobbe di regolarizzare il respiro, di vedere positivo o di fare la meditazione trascendentale, a chi, come la moglie, gli suggerisce una separazione indolore, mediante una semplice pillola. Ed è grazie a ciò che Hadjadj ha il grande merito di rendere attuale la storia sacra, altrimenti letta come reperto archeologico.
A tutti gli amici e ai parenti Giobbe dice “sei qui e questo mi tocca”, ma, nessuno di loro pensa che questa semplice condivisione sia molto; ciascuno vuole dare la propria spiegazione della sofferenza; nessuno con lui sa attendere quello che Dio ha da dire sulla questione. L’unico che da Dio si aspetta tutto, soprattutto la gioia che ha promesso,che non si accontenta di una spiegazione qualsiasi o di una soddisfazione a buon mercato, è Giobbe: l’uomo fatto per la gioia.

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