lunedì 30 maggio 2011

The Tree of Life: la domanda di Dio, il cosmo, l'uomo

Tre articoli sul film vincitore di Cannes, The Tree of Life di Terence Malick.






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A ogni modo se Steven Spielberg con Schindler’s List (1993) aveva riportato all’attenzione del mondo la tragedia della Shoah mentre in tempi più recenti Mel Gibson con La passione di Cristo (The Passion of The Christ, 2004) aveva risospinto lo scandalo della Croce sulla bocca di tutti, ora tocca registrare il fatto che il poeta-regista-filosofo Terrence Malick con le ricchissime ramificazioni del suo “albero della vita” è riuscito a riproporre sulle pagine dei giornali anche non specializzati le domande più radicali riferite allo struggimento per una grandezza piena e al “pre-sentimento” per un destino buono per i quali noi tutti siamo stati voluti.
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Da tutto il film trapela una dimensione trascendente della vita, l’esigenza dell’uomo di ricercare un senso ultimo delle cose, nella realtà e nella trama dei rapporti umani: ogni gesto, anche ostile, ogni manifestazione di affetto, magari incommensurabile come l’amore di una madre, non può – ripete il regista - bastare a se stesso. The Tree of Life è un poema; fatto di immagini, di scene, di racconto, di musica: a volte impetuoso, a volte delicato; non sempre di facile comprensione o fluido nella narrazione, vista anche la complessità delle scelte del regista. Ma, con i colori e pennelli tecnologici che il nostro tempo ci offre, con spirito poetico e impressionante sensibilità Malick tenta di mostrare che la speranza dei rapporti umani è che c’entrino veramente con le stelle.



Fa venire i brividi l’apertura dell’ultimo film di Terrence Malick, The tree of life: “Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della Terra?” (Gb 38,4). È il celebre versetto biblico con cui Dio, dopo essersi fatto attendere per tutto il libro di Giobbe, reagisce alla più drammatica domanda dell’umano: perché il male? Perché il dolore? Che cosa ho fatto io per meritarlo?
La risposta di Dio si formula, a sua volta, come una serie di domande, che non esauriscono la questione, bensì la deviano verso un piano più grande, come a dire: “Non fissarti sul male, guarda a tutto quello che c’è, a tutto quello che ho fatto”. Come a suggerire una misura più grande del mero retribuzionismo, abbracciando la quale l’uomo è invitato alla fiducia. Di questa misura “più ampia” è intessuto, almeno come tentativo, l’intero film di Malick, che così assume una prospettiva decisamente provocatoria rispetto alla nostra epoca: la realtà è molto più grande di quanto ognuno di noi tenda a credere ordinariamente, sembra dirci il regista, l’universo ha dimensioni di spazio, tempo ed energie che vanno al di là della nostra immaginazione.
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A leggere questi articoli pare che il film di Malick si ponga come un grande affresco del cosmo ricco di meraviglia e domande aperte. Parlandone ieri sera a tavola, fra persone che comunque non l'hanno ancora visto, si diceva che la presenza é quella del Dio biblico prima di Cristo. Sicuramente, non appena avrò un po' di tempo, andrò a vederlo. In fondo "é soltanto il cristiano che ama ogni sforzo e ogni forma, ogni riflessione di amore al Mistero. Solo chi parte da un'unità può raggiungere l'unità; solo chi parte dall'unità, come il cristiano che ha una chiara idea del senso religioso, capisce come qualsiasi tentativo afferma, però, l'unico Mistero" (Ciò che abbiamo di più caro, Giussani pag. 142).

C'è sempre da imparare quando un uomo, per dirla con Lewis, interroga l'universo onestamente.

domenica 22 maggio 2011

La guerra contro Gesù e noi



Sono ormai quasi giunto al termine della lettura dell'ultimo libro di Socci, La guerra contro Gesù. E' un'opera straordinariamente necessaria, in quanto pone le domande giuste e porta alla luce i fatti negando i quali i soloni dell'esegesi razionalista e in generale i seguaci illuminati (o abbagliati) dell'Illuminismo hanno costruito le loro false teorie. Teorie che mirano al cuore della fede stessa, perché se é vero, e lo é, che c'è una guerra in corso per mistificare la storia della Chiesa é perché, ad un livello ancora più profondo ed insidioso,  é in corso una guerra per negare la figura storica e umana di Gesù. Per negare che Egli sia esistito e che abbia preteso di essere il Figlio di Dio. 
Sono pagine in grado di aprire gli occhi su di un panorama che abbiamo davanti ma che sembriamo non vedere. E' un guerra insidiosa proprio perché non sembra essere in atto. Eppure lo é, ed il deserto alimentato da questo attacco al cuore della fede, la negazione di un fatto storico, é sotto gli occhi di tutti.
Venerdì a scuola abbiamo concluso le lezioni su Nietzsche parlando del prospettivisimo: non esistono fatti, solo interpretazioni. Quando la prof., al termine, ha chiesto se avevamo riflessioni da fare ho alzato la mano e parlato per primo. Non so quanti mi abbiano capito, ma non ho potuto fare a meno di dire questo: ora ho riguadagnato in maniera ancora più chiara il motivo per cui do la vita, e cioé per affermare che esistono i fatti, perché oggi la battaglia (sì, ho usato questo termine) non si gioca sulla fede ma sulla ragione e sulla realtà (e quindi, in seguito, sulla fede). 
Ma come può essere portata avanti questa battaglia, dove il mondo ci é contro? Solo uomini innamorati, afferrati da Cristo, possono non appena resistere, ma creare e generare attorno a sé. I cattolici, come dice Chesterton, sono quel tipo di uomini talmente forti da potersi rilassare. Perché la forza é la Sua.
Socci, citando all'inizio del libro le parole di un martire dei primi secoli a introduzione di un suo scritto in difesa dei cristiani, conclude la premessa con queste parole: 
"La cosa più grande della vita é amare Gesù Salvatore difendendo i cristiani "ingiustamente odiati e perseguitati" e potendo dire "io sono uno di loro"". 
Di fronte a tanto odio come quello mostrato dalle pagine di questo libro, davvero si comprende come solo un uomo appoggiato a Cristo -qui e ora- possa far fronte alla vita e a tutte le sue sfide, perché anche l'apologetica é un elenco di nozioni morte senza la commozione per Cristo presente: "La nostra umanità risvegliata é l'apologia più grande di Cristo", come dice Carròn negli Esercizi di CL.

Detto questo, rendersi conto che c'è una guerra in atto é già un primo, importante passo. Certo non si può stare a guardare (e Kierkegaard sarebbe d'accordo con me)  quando l'amore per Gesù viene sradicato dal cuore di una donna giovane e intelligente a causa della lettura di un libro pieno di falsità e ideologia come la Vita di Gesù di Renan (vedi il capitolo "L'inquietudine di Alessandra"). 
Un libro che Socci dedica ai cristiani perseguitati come anche "ai giovani conosciuti in tanti incontri, perché constatino la solidità e la bellezza dell'annuncio che hanno ricevuto".

Solidità e bellezza. Questa é già la nostra vittoria.

mercoledì 18 maggio 2011

Buone notizie da Oltreoceano

Riporto l'ultima newsletter dal sito di Michael D. O'Brien. Buone notizie, eccome. Innanzitutto che il film script da cui dovrebbe uscire una pellicola tratta dal romanzo Father Elijah (edito in Italia da San Paolo come Il Nemico) é in fase di redazione. E di questo non si può che essere grati, davvero. In più si avvicina la data di uscita negli USA del suo ultimo romanzo, The Father's Tale.
Le parti in rosso sono mie.




18 May, 2011

Dear friends,

Thank you very much for the heartening response to my request for assistance for our scriptwriters, who are working on a final draft of the film script of Father Elijah. We reached our objective because of your generosity. And many who couldn’t send a donation gave the priceless gift of prayer. From time to time I will be updating you on developments. Above all, I beg for your continued prayers that the Lord will “make a way through the desert.” If the spiritual message of this story is to be preserved intact and reach many souls, we will be facing a relentless battle. In fact, it has already begun.

There will always be a struggle whenever there are souls who will be helped to turn in the direction of salvation, by the grace of God working through an instrument of culture. There are trials and there are periods of testing when we must put one foot after another in total faith that Jesus is the Master of the Impossible. His “methodology” with us is to ask that we first make an act of total faith, and once we have put our feet on the path of abandonment, then comes confirmation and the resources to continue forward.

There is other news regarding my books.

Winter Tales, a new collection of my imaginative stories for readers young and old has just been published by Justin Press, Ottawa. You can read more about it at the publisher's website:www.justinpress.ca

The final stage of preparation for printing my novel The Father’s Tale is underway. The book will be published by Ignatius Press in September (possibly October) of this year. For almost 14 years I have worked on this modern retelling of the parables of the Good Shepherd and the Prodigal Son combined. I’ll be sending a notice of its publication through this newsletter as soon as it becomes available.

You may be interested in seeing two articles, the first reporting on my contribution to a conference on sex abuse in the Church, held recently at St. Paul's University in Ottawa. It recounts my own experiences. The second is an interview I gave about a Canadian bishop, Raymond Lahey, who has been convicted of importing and distributing child pornography (so hideous a sin and crime that one shudders to mention it). The scandal should give us pause for reflection on the present condition of the particular churches, and on our need to pray always for the purification and strengthening of the Bride of Christ.

http://www.studiobrien.com/articles/sexual-abuse-in-the-church.html


http://www.catholicregister.org/fr-raymond-de-souza/openness-to-grace-makes-reconciliation-possible


and

http://www.lifesitenews.com/news/bishop-lahey-child-porn-hearings-an-opportunity-for-renewal-and-purificatio/


Blessings to you all in Jesus our Saviour,

Michael

martedì 17 maggio 2011

The Barrack is back



E' vero. Uomini che si rifiutano di essere "individui eterodeterminati", uomini che quanto alla loro soddisfazione sanno a Chi chiedere (non certo a Cesare), sono loro che cambiano la realtà.
Come diceva GKC, si può andare nel verso della corrente, ma solo una cosa viva può risalirne il corso. E di vita, di febbre di vita, grazie a Dio (letteralmente), ne abbiamo da vendere.

giovedì 12 maggio 2011

Il nesso con l'Infinito


Prayer, by Michael D. O'Brien


"L’uomo porta in sé una sete di infinito, una nostalgia di eternità, una ricerca di bellezza, un desiderio di amore, un bisogno di luce e di verità, che lo spingono verso l’Assoluto; l’uomo porta in sé il desiderio di Dio. E l’uomo sa, in qualche modo, di potersi rivolgere a Dio, sa di poterlo pregare. San Tommaso d’Aquino, uno dei più grandi teologi della storia, definisce la preghiera “espressione del desiderio che l’uomo ha di Dio”. Questa attrazione verso Dio, che Dio stesso ha posto nell’uomo, è l’anima della preghiera, che si riveste poi di tante forme e modalità secondo la storia, il tempo, il momento, la grazia e persino il peccato di ciascun orante. La storia dell’uomo ha conosciuto, in effetti, svariate forme di preghiera, perché egli ha sviluppato diverse modalità d’apertura verso l’Altro e verso l’Oltre, tanto che possiamo riconoscere la preghiera come un’esperienza presente in ogni religione e cultura. (...).
Nell’esperienza della preghiera la creatura umana esprime tutta la consapevolezza di sé, tutto ciò che riesce a cogliere della propria esistenza e, contemporaneamente, rivolge tutta se stessa verso l’Essere di fronte al quale sta, orienta la propria anima a quel Mistero da cui si attende il compimento dei desideri più profondi e l’aiuto per superare l’indigenza della propria vita. In questo guardare ad un Altro, in questo dirigersi “oltre” sta l’essenza della preghiera, come esperienza di una realtà che supera il sensibile e il contingente. Tuttavia solo nel Dio che si rivela trova pieno compimento il cercare dell’uomo. La preghiera che è apertura ed elevazione del cuore a Dio, diviene così rapporto personale con Lui"





"Il gesto, ogni gesto é garante di qualcosa, é garante di una visione del mondo, anche il modo con cui uno si alza al mattino. Per questo non c'è nessuna cosa più concepibile, più saggia, non esiste nessun fenomeno più saggio della preghiera del mattino: é il recuperare la coscienza del nesso infinito, del destino infinito, che incomincia dalla banalità della giornata, con la banalità del caffelatte. Ma uno che viva questa dimensione é ardente, va a scuola ardente".

Luigi Giussani, "Ciò che abbiamo di più caro (1988 - 1989)" pag. 55

mercoledì 11 maggio 2011

Amsterdam - Coldplay

Andando in macchina, in questi giorni, riascolto spesso, fra le altre, questa splendida canzone dei Coldplay, uscita con il secondo album A Rush of Blood to the Head. Si chiama Amsterdam. Un tempo la sapevo suonare al pianoforte. Comunque, rileggendo il  testo e facendovi attenzione ne sono rimasto molto colpito. Amsterdam, a suo modo, racconta di come anche nel buio più totale, quando si crede di aver perso definitivamente ogni speranza di salvezza, qualcuno arriva e ci salva. 

Qui trovate un commento completo.




AMSTERDAM

  Come on, oh my star is fading
And I swerve out of control
If I'd, if I'd only waited
I'd not be stuck here in this hole

Come here, oh my star is fading
And I swerve out of control
And I swear, I waited and waited
I've got to get out of this hole

But time is on your side
It's on your side now
Not pushing you down, and all around
It's no cause for concern

Come on, oh my star is fading
And I see no chance of release
And I know I'm dead on the surface
But I am screaming underneath

And time is on your side
It's on your side now
Not pushing you down
And all around, no
It's no cause for concern

Stuck on the end of this ball and chain
And I'm on my way back down again
Stood on the edge, tied to the noose
Sick to the stomach
You can say what you mean
But it won't change a thing
I'm sick of our secrets
Stood on the edge, tied to the noose
You came along and you cut me loose
You came along and you cut me loose
You came along and you cut me loose


TRADUZIONE

Avanti, la mia stella sta svanendo
E sto perdendo il controllo
Se io, se solo avessi aspettato
Non sarei bloccato in questo buco

Vieni qui, la mia stella sta svanendo
E sto perdendo il controllo
E giuro, ho aspettato e aspettato
Devo uscire da questo buco

Ma il tempo è dalla tua parte
E’ dalla tua parte ora
Che non ti opprime, e tutt’intorno
Non c'è motivo di preoccuparsi

Avanti, la mia stella sta svanendo
Non vedo alcuna possibilità di liberazione
E lo so che sono morto in superficie
Ma sto urlando qui sotto

E il tempo è dalla tua parte
E’ dalla tua parte ora
Che non ti opprime, e tutt’intorno
Non c'è motivo di preoccuparsi

Attaccato all'estremità di questa palla e catena
Sono ritornato per la mia strada
In piedi sul bordo, legato ad un cappio
Con lo stomaco sottosopra
Puoi dire quello che pensi
Ma non cambierà le cose
Sono stanco dei nostri segreti
In piedi sul bordo
Legato ad un cappio
Ci sei arrivata
E mi hai liberato
Ci sei arrivata
E mi hai liberato
Ci sei arrivata
E mi hai liberato 

martedì 10 maggio 2011

Il deserto, la nostra domanda e quel "divino drappello" con cui Dio ci raggiunge

Posted: 09 May 2011 08:50 AM PDT

Uno tsunami di chiacchiere, un’alluvione di sciocchezze e pure idiozie, una tracimazione di banali o ridicoli “secondo me” che pretenziosi sentenziano su tutto e tutti…
Come difendersi da questo assordante assedio di tv, internet e altri media che ci fanno perdere di vista la realtà e perfino la cognizione di noi stessi (e che forse proprio per far perdere la cognizione del dolore vengono fatti dilagare)?
Queste formidabili armi di “distrazione” di massa riescono a far credere ad alcuni miliardi di abitanti del pianeta, per giorni, che il matrimonio di due bamboccioni di buona famiglia a Londra sia “la” notizia da diffondere in mondovisione per ore e che debba elettrizzare l’umanità, che sia la notizia importante per la nostra vita.
Assai più delle tragedie del mondo (perlopiù oscurate) e pure della nostra esistenza concreta, delle nostre difficoltà, delle nostre intime e brucianti domande, della nostra personale ricerca del senso della vita.
“Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta,/ forse po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).
Tutto cospira a cancellare la domanda “per cosa vale la pena vivere?” o “chi sono io?”, tutti si rassegnano al pensiero dominante, a ripetere quel che “si dice”, a vivere all’esterno di se stessi.
E così “tutti quelli che mi hanno incontrato è come se non m’avessero veduto” (Rimbaud).
Così ci lasciamo convincere addirittura che è bene non essere se stessi, che l’inautentico è un’opportunità, che tante maschere possano sostituire un volto assente.
Lo proclama un personaggio di Philip Roth nel romanzo ‘La controvita’:
“Tutto ciò che posso dirti con certezza è che io, per esempio, non ho un io, e che non voglio o non posso assoggettarmi alla buffonata di un io.
Quella che ho al posto dell’io è una varietà di interpretazioni in cui posso produrmi, e non solo di me stesso: un’intera troupe di attori che ho interiorizzato, una compagnia stabile alla quale posso rivolgermi quando ho bisogno di un io, uno stock in continua evoluzione di copioni e di parti che formano il mio repertorio.
Ma sicuramente non possiedo un io indipendente dai miei ingannevoli tentativi artistici di averne uno. E non lo vorrei. Sono un teatro e nient’altro che un teatro”.

Così siamo divenuti una dimora disabitata, estranea a noi stessi. Per questo la nostra generazione trova così arduo accompagnare i propri figli in quella fondamentale avventura che è la conoscenza di sé e l’esplorazione del mistero dell’esistenza.
E siccome però esplode da ogni fibra del nostro essere il bisogno di ritrovarci, di scoprire la nostra anima, siccome non possiamo sfuggire alla “nostalgia del totalmente altro”, allora l’industria delle parole ci rifila sui suoi scaffali i “prodotti spirituali”, i Mancuso, i Galimberti e perfino gli Scalfari…
Come se si potesse mai placare l’atavica sete di acqua fresca di un morente nel deserto, con un diluvio di confuse chiacchiere sull’acqua.
Converrebbe piuttosto scoprire guide autentiche, per farci accompagnare alla decifrazione della nostra condizione umana e verso sorgenti di acqua zampillante…
Ci sono due testimoni, due grandi anime, apparentemente molto diverse e lontane: Franz Kafka e santa Teresa d’Avila. Cos’hanno in comune lo scrittore praghese e la mistica spagnola?
Intanto nascono entrambi nella storia e nella sensibilità ebraica e poi hanno scritto due libri – a distanza di tre secoli e mezzo – con un titolo quasi identico: “Il Castello”, nel caso di Kafka e “Il castello interiore” nel caso di Teresa d’Avila.
Per entrambi il “castello” è la metafora della misteriosa fortezza dell’anima, dell’autenticità. E’ stato Antonio Sicari ad accostare, in un suo piccolo volume – “Fortezze accessibili” (edizioni Ocd) – questi due grandi e i loro due libri.
Il “Castello” di Kafka racconta – secondo la sintesi di Sicari – di “un impiegato che giunge nel villaggio situato ai piedi del Castello da cui è stato ufficialmente convocato per assumervi il posto di agrimensore (geometra)”.
Quella “convocazione” del protagonista, identificato come “K.”, è la chiamata ad esistere (dal nulla) e al grande compito della vita.
“Ma nel Castello egli non riesce ad entrare a causa di mille difficoltà e mille intralci burocratici.. Il suo contratto d’assunzione è regolare e non può essere sciolto, ma è stato fatto nell’epoca in cui al Castello c’era veramente bisogno di un geometra, poi la pratica è andata smarrita per anni, quando finalmente è stata ritrovata e spedita già non c’era più bisogno di lui”.
Lo “spaesamento” del protagonista, ci avverte Sicari, è quello dell’uomo moderno: “gettato in un mondo dove non è atteso, dove è di troppo, dove nessuno ha bisogno di lui”.
Infatti l’ostessa del villaggio dice a K. : “lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla”.
A dire il vero c’è stata un’occasione in cui K. poteva entrare finalmente nel Castello: “di fatto c’è un istante notturno in cui sembra che gli venga offerta una qualche possibilità, ma, proprio in quel momento, K. è intontito dal sonno e non ha la forza di rendersene conto”.
Quante volte un avvenimento, un incontro, un fatto, un volto ti fa intuire o ti spalanca la possibilità di ritrovare te stesso, ma poi quella possibilità di una vita diversa non fiorisce, non diventa una storia, viene perduta nella distrazione, a causa del nostro torpore, sprecata dalla nostra mancata adesione, dalle nebbie della sonnolenta esistenza “fuori” di noi.
Cosa ci sia dentro il Castello, cioè cosa si perde a starne fuori, lo racconta Il Castello interiore: “Anche Teresa” spiega Sicari “parla di un uomo ‘estraneo’ al Castello e ne parla in termini ancora più radicali (dato che, nella sua opera, l’uomo esiliato diventa sempre più simile alle bestie), ma ella ha anche insegnato la possibilità, e perfino il dovere, di ‘entrare’ nel Castello, di ‘abbellire e abitare’ progressivamente tutte le sue dimore e perfino di raggiungere l’appartamento regale dove si è amorevolmente attesi”.
Dal tempo di Teresa all’epoca moderna cosa è accaduto? E’ diventato più difficile incontrare delle “guide” che aprano le porte del Castello e ti accompagnino a gustarne le delizie.
Infatti K. non trova intermediari, non trova chi lo aiuti:  “è alla spasmodica ricerca di un qualche amico, anche miserabile” nota Sicari, ma “non c’è mediatore alcuno, non c’è Messia”.
Il nostro è il tempo della povertà, quello in cui è più difficile incontrare i santi, gli amici del Salvatore, è più difficile riconoscerli e seguirli.
Eppure Dio ci raggiunge comunque attraverso il “divino drappello” dei suoi santi che è la Chiesa.
E’ proprio la “detestata” (dal mondo) Chiesa che può accompagnare l’uomo nel Castello in cui è stato chiamato a regnare.
Un po’ come lo “stalker” dell’omonimo film di Tarkovskij (un ex detenuto del lager, uno che a un certo punto mette sulla testa una corona di spine) accompagna chi lo chiede nella “zona” dove si trova la misteriosa “stanza dei desideri”.
Scrive Wittgenstein  “Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena… mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che ‘Dio’ non mi visiti”.
Il Re dei Cieli ci visita e noi non ce ne accorgiamo, pieni di sonno, storditi dalle chiacchiere e dal frastuono della vita esteriore (fuori dal Castello) che non ci fa accorgere della sua voce che ci chiama.
Cosicché Eliot poteva scrivere: “Conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio/ Conoscenza delle parole e ignoranza del Verbo/…/ Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?/ Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?”.

Antonio Socci 

Da “Libero”, 8 maggio 2011

lunedì 9 maggio 2011

Il mondo esisteva


"Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d'una nòria o d'un molino, sissignori, s'era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l'eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d'addormentarsi subito. E, d'improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno. 
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant'anni, chi sa come, d'improvviso gli si fossero sturati. Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d'un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s'era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt'intorno. S'era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s'allontanava nella notte. C'era, ah! c'era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c'era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s'avviava... Firenze, Bologna, Torino, Venezia... tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr'egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s'era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell'arida, ispida angustia della sua computisteria... Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L'attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l'immaginazione d'improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari... Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C'erano, mentr'egli qua viveva questa vita " impossibile ", tanti e tanti milioni d'uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch'egli qua soffriva, c'erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti... sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi... c'erano gli oceani... Ie foreste... E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l'immaginazione una boccata d'aria nel mondo. Gli bastava!".

Luigi Pirandello, Il treno ha fischiato

mercoledì 4 maggio 2011

"La mia felicità - grande mistero - Ti esalti/ perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale"

Con un grande grazie a dal dentro delle cose, ecco uno splendido inno di un giovane e ardente Karol Wojtyla




Magnificat (Inno)


Esalta, anima mia, la gloria del Signore,
Padre d’immensa Poesia – così buono.

Egli ha cinto la mia giovinezza di un ritmo stupendo,
ha forgiato il mio canto sopra un’incudine di quercia.

In te risuoni, anima mia, la gloria del tuo Signore,
Artefice dell’angelica Sapienza – Artefice clemente.

Ecco, riempio fino all’orlo il calice col succo della vite
nel Tuo convito celeste – io, il Tuo servo orante –
grato, perché misteriosamente rendesti angelica la mia giovinezza,
perché da un tronco di tiglio scolpisti una forma robusta.

Tu sei il più stupendo, onnipotente Intagliatore di santi
- la mia strada è fitta di betulle, fitta di querce –
Ecco, io sono la terra dei campi, sono un maggese assolato,
ecco, io sono un giovane crinale roccioso dei Tatra.

Benedico la Tua semina a levante e a ponente –
Signore, semina generosamente la Tua terra
che diventi un campo di segale, un folto di abeti
la mia giovinezza sospinta dalla nostalgia, dalla vita.

La mia felicità – grande mistero – Ti esalti
perché hai dilatato il mio petto in un canto primordiale,
perché hai permesso al mio volto di tuffarsi nell’azzurro,
perché hai fatto piovere nelle mie corde la melodia
e in questa melodia Ti sei svelato in visione – attraverso il Cristo

- Guarda davanti, Slavo! i falò di Sobótka
Non ha perso le foglie la quercia sacra, il re degli alberi non s’è inaridito,
anzi, è divenuto come un dominatore e un sacerdote del popolo.

Esalta, anima mia, il Signore, per un silenzioso presagio,
per la primavera echeggiante di gotica nostalgia,
per l’ardente giovinezza – il calice inebriante del vino,
per l’autunno che ha sembianza di stoppie tristi e di erica.

EsaltaLo per la poesia – per la gioia e il dolore!
- Gioia di dominare la terra, il cielo e l’oro,
perché nelle parole s’incarna la delizia e l’ardore delle generazioni,
perché Tu cogli questa maturità che Ti si stende davanti.

Dolore – la tristezza serale dell’indicibile
quando la Bellezza ci avvolge in un’onda d’estasi,
Sobótka la festa pagana celebrata con canti e danze intorno ai falò nel giorno di San Giovanni.

Dio si china sull’arpa – ma sulla distesa rocciosa
il raggio si spezza – manca forza alle parole,

mancano le parole. E mi sento un angelo caduto –
una statua sul pietrame – sul piedistallo di marmo;
ma Tu alitasti nostalgia nella statua e nello slancio delle braccia,
così si solleva e anela – uno di questi angeli io sono.


E ancora Ti esalto perché Tu sei l’approdo,
la ricompensa d’ogni canto – il giorno del sacro pensiero –
e la gioia echeggiante dell’inno materno,
il silenzioso compimento della parola – Sei il Culmine, Eli!

Sii lodato, Padre, per la tristezza dell’angelo,
per la lotta tra canto e menzogna, il combattimento ispirato dell’anima –

- Tu annulla in noi l’amore per la parola
e spezza la forma che, come un uomo vano, si gonfia.

Cammino sui Tuoi sentieri – io, un trovatore slavo –
suono durante i sobótki per pastori e ragazze tra le greggi,
- ma il canto orante, il canto immenso come la terra
lo getto al piede del trono di quercia, a Te Unico.

Sii benedetto, o canto tra tutti i canti!
Sii benedetta, semente della mia anima e della luce!
Esalta, anima mia, Colui che ha gettato sulle mie spalle
il velluto e il raso sovrano.

Benedetto è l’Intagliatore di santi, Slavo e profeta –
Abbi pietà – io canto come un pubblicano ispirato –
Esalta anima mia, con il canto e l’umiltà
il Tuo Signore, con l’inno: Santo, Santo, Santo!

Il canto, ecco, si unifica: Poesia – Poesia!
- il grano anela come l’anima mia che soffre insaziabile –
- che i miei sentieri si stendano all’ombra di querce, di betulle,
che la mia giovane messe sia gradita al Signore.

Libro Slavo di nostalgie! Echeggia sui confini
come gli squilli degli ottoni nei cori di resurrezione,
con vergine canto sacro, con una poesia reverente
e con l'inno dell'Uomo - Magnificat di Dio.

Cracovia, 1939, primavera-estate

domenica 1 maggio 2011

Proteggi e fai grande questo piccolo cuore


Il pesce rosso

C'era una volta un pesce rosso,
che abitava in fondo al mar,
che abitava in fondo al mar.
Fà Signore che il mare sia profondo,
fà Signore che l'acqua scorra ancor,
fà Signore che il mare sia profondo,
e proteggi il suo piccolo cuor.

C'era una volta una formica,
che trasportava un gran chicco di gran,
che trasportava un gran chicco di gran.
Fà Signore che il chicco sia leggero,
fà Signore che la spiga cresca ancor,
fà Signore che il chicco sia leggero
e proteggi il suo piccolo cuor.

C'era una volta una montagna,
che splendeva sotto il sol,
che splendeva sotto il sol.
Fà Signore che la neve scenda lieve,
fà Signore che il vento soffi ancor,
fà Signore che la neve scenda lieve
e proteggi il suo grande cuor.

C'era una volta tutto il mondo,
che cercava un po' d'amor,
che cercava un po' d'amor.
Fà Signore che l'uomo guardi il cielo,
fà Signore che l'uomo speri ancor,
fà Signore che l'uomo guardi il cielo
e rinnova il suo piccolo cuor. 



La caduta di Icaro, Matisse

Solo questo: grazie. E dentro questo, tutto.