Ecco l'introduzione di L'uomo che ride, la raccolta di articoli a cura di Edoardo Rialti uscita l'anno scorso su Il Foglio ed edita Cantagalli. Un'imperdibile occasione per fare conoscenza con GKC.
Potrei stare a scrivere pagine sul perché ne valga la pena, sul perché ce ne sia estremamente bisogno. Basti questo: per incontrare un uomo vivo, ecco tutto.
22 settembre 2011 - ore 15:25
Il segreto di GKC
Tutto quello che c’era di buono in lui cantò
Introduzione a "L'uomo che ride", il libro
che raccoglie tutte le chestertoniane pubblicate dal Foglio
Al centro di quell'“incubo” dai risvolti enigmaticamente comici
che è il romanzo “L'uomo che fu Giovedì” il poliziotto protagonista
Daniel Syme si trova a duellare di fioretto con un tenebroso ed
anarchico barone francese, che pare incassare i colpi senza versare
sangue quasi fosse uno stregone o peggio ancora un demonio, ed il cui
abito di velluto nero sembra risucchiare la luce attorno. E dinanzi a
questa potenza annichilatrice il giovane poeta e poliziotto si scopre
addosso una forza che non sospettava.
“Syme raccolse tutte le proprie forze, e tutto quello
che c’era di buono in lui cantò, alto in aria, come un vento alto canta
tra gli alberi. Pensò a tutte le cose comuni in quella pazzesca storia:
alle lanterne giapponesi di Saffron Park, alla chioma rossa della
ragazza nel giardino, agli onesti marinai che trincavano birra lungo il
dock, ai suoi leali compagni lì accanto. Forse era stato scelto proprio
lui come campione di tutte quelle cose fresche e buone, perché
incrociasse la spada col nemico della creazione. Dopo tutto – si disse –
io sono più che un demonio: io sono un uomo. Io posso fare l’unica cosa
che Satana stesso non può fare: posso morire". La soluzione dello
scontro avrà un esito assolutamente inaspettato – per Syme e il lettore –
ma l'immagine di questo ergersi a difendere quanto di buono, bello,
amabile ci sià già nella vita dell'uomo, di ogni uomo, continuerà a
correre come un segreto e costante leitmotiv in tutte le opere di G. K.
Chesterton. Lo avrebbe scritto traendo spunto dal magnanimo coraggio di
certi personaggi di Charles Dickens, che spesso attirano i sorrisetti
sprezzanti di certa critica letteraria: “La nostra civiltà moderna
mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della
fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n’è
nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di
oggi abbiano cominciato a dividere l’amore dalla guerra, e a collocarli
in campi opposti. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo,
fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece
che amare. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse
pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a
combattere. Una cosa implica l’altra. Una cosa implicava l’altra nel
vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose
permanenti dell’umanità. Non si può amare qualcosa senza voler
combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui
farlo”.
E' questo il principio difeso con una vera e propria
guerra urbana da Adam Wayne nel suo primo romanzo, “Il Napoleone di
Notting Hill”, quando il sindaco si mette a capo di una rivolta a difesa
delle stradine e degli usi del proprio minuscolo quartiere: “Al pari di
tanti altri uomini, sono nato in un cantuccio della terra che amo
perchè vi ho giocato da bambino, perché in quel luogo mi sono innamorato
e ho trascorso notti divine a chiacchierare con gli amici”.
Il segreto delle grandi storie è fatto della stessa stoffa
della nostra vita quotidiana, come avrebbe scritto poco dopo in
“Ortodossia”: “Le vecchie novelle hanno per protagonista un ragazzo
qualunque. Sono le sue avventure che lo rendono interessante; e lo
rendono interessante proprio perché è un ragazzo qualunque. Nel moderno
romanzo psicologico, il protagonista è un anormale. Il centro è fuori
centro [...] le novelle delle fate hanno per oggetto un uomo normale in
un mondo anormale. Il solito romanzo realistico di oggigiorno ci
presenta le gesta di un lunatico essenziale in un mondo idiota”. Invece
l'innamorato Wayne domanda “Perché dovrebbe essere grottesco affermare
che una buca per le lettere è poetica, quando per un anno intero, in una
certa strada, non ho potuto leggere il rosso vivo di una buca per le
lettere contro il cielo giallo della sera senza sentirmi sconvolto da
qualcosa di cui Dio serba il segreto, ma che certo è più forte della
gioia e del dolore?” Per questo nelle cose, negli avvenimenti, nelle
scelte, corre un solo ultimo discrimine: “Qualunque cosa abbia il potere
di far sentire all’uomo di essere vecchio, è fatalmente misera e
meschina, sia essa un impero o una squallida bottega. Qualunque cosa lo
faccia sentir giovane è un portento, sia essa una guerra immane o una
storia d’amore.”Al cinismo livellatore che vorrebbe tutto uguale, perchè
tutti parimenti senza valore, Wayne risponde difendendo una
stradicciola che “posso soltanto credere che Dio l’abbia amata come
sicuramente ama tutto ciò che è sé stesso ed è insostituibile”. Pochi
anni dopo in "Ortodossia" Chesterton avrebbe ribadito di essere stato
persuaso ad abbracciare una certa posizione sull’esistenza da “questa o
quella decantata dimostrazione” ma da “una enorme accumulazione di
piccoli ma univoci fatti” perché “è proprio tale evidenza frammentaria
quella che persuade. Voglio dire che un uomo può lasciarsi convincere
meno, intorno a una filosofia, da quattro libri, che da un libro, da una
battaglia , da un paesaggio e da un vecchio amico”. E quella difesa, da
parte del suo primo personaggio immaginario, di una “infanzia
sempiterna” non verrà meno neppure negli ultimi giorni della vecchiaia
dell'autore stesso, quando stendendo la propria “Autobiografia”
Chesterton cercherà di esporre in un'unica sentenza la filosofia cui ha
cercato di essere fedele per tutta la vita: “Accettare le cose con
gratitudine, ma non prenderle senza curarsene”. Cos' è che ha sostenuto
questa tensione perenne in Chesterton? In un mondo diventato freddo e
indifferente, così diverso da quello dei nostri avi che “erano forse
terribilmente rumorosi, ma non erano come noi: terribilmente fermi”, in
un mondo in cui “non dobbiamo parlare di religione, perché è illiberale.
Non dobbiamo parlare di pane e formaggio, perché vuol dire parlare di
botteghe. Non dobbiamo parlare della morte, perché l’argomento è
deprimente. Non dobbiamo parlare delle nascite, perché l’argomento è
indelicato. No, non può durare. Bisogna che qualcosa sopravvenga a
infrangere questa curiosa indifferenza, questo strano egoismo, questa
strana solitudine che investe milioni di individui”.
Ed egli se lo augurava così, con questa preghiera-poesia, “La spada della sorpresa”:
“Dividimi dalle mie ossa, oh spada di Dio / finchè queste non si
staglino austere e strane come fanno gli alberi, / così che io, cui
batte forte il cuore per i boschi svettanti, / possa stupirmi
altrettanto di loro. / Dividimi dal mio sangue, che nel buio / sento
scorrere come un rosso rivo ancestrale, / tanti ruscelli sotterranei che
si diramano e trovano il mare / ma il sole non lo vedono mai.
Donami occhi miracolosi / perch'io possa vedere gli
occhi miei/ questi specchi che ruotano / e prendono vita in me, /
cristalli terribili, più incredibili ancora / di tutte le cose che
vedono.
Dividimi dalla mia anima, così ch'io veda / i peccati come ferite
aperte, e l'impavido battito della vita / finché io possa salvare me
stesso come farei / con uno sconosciuto per strada”.
Poco prima di morire, Chesterton avrebbe ammesso
sorridendo di aver combattutto almeno questa buona battaglia: “Non si
diventa vecchi senza aver fastidi; ma io sono diventato vecchio senza
annoiarmi. L'esistenza è ancora una cosa mirabile per me, e le do il
benvenuto come ad un forestiero”. Le stesse parole della poesia di un
ventennio prima. Ma cos'è che l'ha sostenuto, spronato, aiutato a non
cedere?
“In arte, in politica, in letteratura non facciamo che discutere
di dettagli” scrisse in “Eretici”. “L'opinione di un uomo sui tram è
importante; la sua opinione su Botticelli è importante; la sua posizione
sul tutto è irrilevante”. Quella che agli occhi del mondo viene
comodamente bollata come stranezza, distrazione o eccentricità e magari
neutralizzata colla comoda scomunica di "anti moderna", è tutto il
contrario, perchè invece “il genio deve essere centrico, deve tenersi al
centro del cosmo, e non ai suoi margini”. E chi si trovi davanti a una
simile posizione in un altro uomo si sorprende nello stesso stato
d'animo imbarazzato e liberatorio di Auberon Quinn nel “Il Napoleone di
Notting Hill”: “Gli sembrava che la base del suo cervello gli fosse
venuto meno all’improvviso, come cede il pavimento di una stanza. Si
sentiva come quando una domanda riesce a squassare i nostri principi
esistenziali”. Per milioni di lettori, tra i cui nomi possiamo elencare
Gandhi, Michael Collins, Mussolini, Dorothy Sayers, Hemingway, Kafka,
Lewis, Giulio Giorello, Eliade, Neil Gaiman, leggere Chesterton ha
voluto dire imbattersi in questo terremoto salutare. E' proprio questa
“centricità” appassionata che infatti si ritrova nel suo modo di
raccontare l'opposta e identica dedizione di MacJan e Turnbull, il
cattolico e l'ateo del “La sfera e la croce”, in guerra col mondo e
l'uno contro l'altro sull'esistenza o meno di Dio, così come nel
tratteggiare nel “L'uomo che fu Giovedì” la feroce allegria del
terrorista – ma lo sarà davvero? – Domenica, affascinante e terribile
col suo appetito insaziabile e la sua voce che al pari di quella Cristo
“faceva cadere di mano le spade”, che inseguito dai poliziotti lascia
loro una seria di indizi e domande più enigmatiche ancora, e che pure
sembrano ogni volta colpire e ridestare il cuore più intimo e segreto
dei diversi investigatori; è sempre in nome di questo amore e questa
fedeltà che l”Uomovivo” Innocenzo Smith “salverà” il rettore del proprio
College dal nichilismo puntandogli una pistola alla tempia,
trasformando una posa nichilista in una faccenda maledettemante seria:
il rettore può scegliere, o sottoporsi alla “cura” della rivolverata e
liberarsi di ogni inutile affanno terreno, oppure riabbracciare grato il
cosmo e la vita levando un francescano cantico di lode che all'alba che
si pensava comune e ripetitiva ed in cui invece ecco che, sotto la
minaccia della pistola, “il sole cresceva in una gloria che tutti i
cieli erano incapaci di contenere; ma la distesa delle acque si dorava,
estuava e pareva sufficente alla sete degli dèi”, per poi scendere ad
abbracciare le pietre, lo stagno, i tetti… fino alle tende a pallini
della casa davanti, che aveva irriso sprezzante. Ed è sempre a difesa
delle “poche consolazioni” che ci sono a questo mondo che il capitano
Dalroy si lancerà con la sua “Osteria volante” a resistere ad un'
Inghilterra impazzita nel gelo del salutismo diffuso dall’eloquenza di
Lord Ivywood. Ed è questa anche la forza solare, la sana e scandalosa
fiducia nella realtà del più celebre personaggio di Chesterton, quel
padre Brown dall'aria così dimessa e grossolana eppure capace di leggere
e rivolgersi al segreto di ogni singolo cuore, che non ha paura di
sondare i misteri e i delitti più tenebrosi, e sfida i suoi compagni
d'avventure, ed i lettori a fare lo stesso: “Il vero Dio fu fatto carne e
dimorò apertamente tra noi; e io le dico che dovunque si trovino uomini
governati solamente dal mistero, questo è il mistero dell'iniquità. Se
il demonio vi dice che qualcosa è troppo terribile per guardarla, allora
guardatela. Se vi dice che qualcosa è troppo terribile per ascoltarla,
allora ascoltatela. Se ritenete insopportabile qualche verità, fate di
tutto per sopportarla.” E questo perchè “quello che noi temiano di più è
un labirinto senza centro. È per questo che l'ateismo è soltanto un
incubo”. Subito dopo il Primo conflitto mondiale Chesterton, come aveva
già notato Charles Peguy e avrebbero poi ammonito anche Eliot o
Bernanos, scriverà nel “L'utopia degli usurai” che l'uomo contemporaneo
in nome della libertà si si fatto schiavo della più nebulosa e
opprimente delle religioni, quella dello stato e dell'economia che “non
deve avere dogmi e definizioni. Non può permettersi di avere
definizioni. Perché le definizioni sono terribili: fanno le due cose che
la gran parte degli uomini, specie le persone agiate, non possono
sopportare. Combattono; e combattono secondo le regole”. E questo
“giacchè il buon senso ci dice che non è possibile sovvertire i costumi e
i compromessi in atto, tutto ciò che esiste, a meno di non credere in
qualcosa che si situa al di fuori di sé stessi, in qualcosa di positivo e
di divino”. Questa è la guerra in cui Chesterton si è lanciato per
tutta la vita come giornalista, poeta, saggista, romanziere, sostenuto
da quell'unica fiducia riposante all'origine dello scudo d'umanità e
sanità mentale che è l'umorismo: “I pazzi son sempre seri. Impazziscono
per mancanza d’umorismo”. Invece, e Chesterton direbbe grazie al Cielo,
che visibilmente abbraccia con la sua luce più vasta la nostra piccola
terra, “Il riso è l’amore sono presenti dappertutto. Le cattedrali,
edificate al tempo in cui Dio era amato, sono piene di grotteschi
blasfemi. La madre ride senza posa del bambino; l’amante ride senza posa
dell’amante, la moglie del marito, l’amico dell’amica”. E questa
segreta sorgente di senso continua a tener testa a tutte le possibili
riduzioni e menzogne; anche nelle grigie e deprimenti nebbie della
civiltà contemporanea, nonostante le mode e le filosofie e certi algidi
moralismi, continua a scorrere ciò che Chesterton aveva notato ancora
una volta fin dal suo primo romanzo: “Si coglieva nondimeno, negli occhi
degli operai, dei marinai, dei contadini, e più ancora delle donne, una
strana espressione che teneva gli uomini più saggi e più avveduti in
preda alla febbre del dubbio. Non riuscivano a sondare sino in fondo il
costante divertimento che si leggeva nello sguardo”. Andare a fondo di
questa misteriosa allegria è il miglior modo per cercare di rispondere
alle domende ripetute più e più volte in questa introduzione, e
raccogliere l'invito poliziesco lanciatoci da chi racchiudeva nel suo
cuore Domenica e Padre Brown, Re Alfredo e Francesco d'Assisi, di chi ha
sempre levato il suo canto contro il buio che minaccia le cose buone e
le persone amate, come Innocenzo Smith o Marco il patrizio romano de “La
Ballata del cavallo bianco”.
Gli articoli qui raccolti furono intesi sia per "descrivere
solo l'effetto di un particolare poeta su una particolare persona", come
scrisse Chesterton stesso di Geoffrey Chaucher, sia come il tentativo
di raccontare e ripercorrere in una biografia a puntate – “il profilo
popolare di un grande personaggio storico che meriterebbe di essere più
popolare”, e sono sempre le sue parole su Tommaso d' Aquino – ma anche
per cercare di mettere un poco meglio a fuoco il segreto di come e dove
G. K. Chesterton per primo si sia visto puntare la “spada della
sorpresa” alla gola, e l’abbia a sua volta rivolta al mondo, vivendo,
guardando, scrivendo, sempre col sorriso di quell'insondabile
divertimento, quell'“onda di irragionevole felicità” che continua a
correre a rinnovare le strade del mondo.
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