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mercoledì 28 marzo 2012

L'enigma e la chiave a Milano

 In Via Zebedia 2, al Centro Culturale di Milano, venerdì 30 alle 18 ci sarà la presentazione del libro di Ubaldo Casotto sul nostro Chesterton. Ci vediamo là.







Presentazione del libro 
G.K. CHESTERTON. L’ENIGMA E LA CHIAVE
di Ubaldo Casotto, prefazione di Stefano Alberto, Edizioni Lindau, 2011 

Chesterton ci piace, e piacerà in futuro, perché, come dice Stefano Alberto nella prefazione di questo volume, “è un uomo vivo che ci aiuta a restare vivi”.
Chesterton non fu filosofo, ma nei suoi libri si trova la migliore filosofia, e questo volume ne ricostruisce il percorso attraverso saggi, romanzi, pamphlet polemici, articoli. Impossibile ricavarne un sistema, semmai - secondo l' uso della scolastica - glosse, note a margine, appunti di lettura. Ne emerge alla fine il quadro di un realista in lotta con il nichilismo, di un razionalista in lotta con i razionalisti, di un uomo libero in lotta con i libertari, di uno spirito religioso in lotta con le religioni, di un uomo che infine abbracciò la follia della croce per combattere la pazzia del riduzionismo moderno, tenendo fede al suo motto: "Per uno che sappia appena tenere in mano una spada è sempre un onore accettare un duello".
Rileggere Chesterton aiuta a diventare protagonisti della sfida lanciata da Benedetto XVI alla postmodernità: "Allargare i confini della ragione". 
 
intervengono
Ubaldo Casotto, giornalista, autore del volume
Paolo Cevoli, attore 

lunedì 6 febbraio 2012

"Che capolavoro che é l'uomo... Contraddizione e speranza nell'Amleto di Shakespeare". Edoardo Rialti a Biella

Lieto di annunciare l'ormai prossima conferenza di Edoardo Rialti nel mio vecchio liceo classico, a Biella. Dopo l'incontro dell'anno scorso dal titolo "Verso casa. Il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien", quest'anno il tema sarà il Bardo inglese, fra le corone più grandi della Letteratura mondiale: "Che capolavoro che é l'uomo... Contraddizione e speranza nell'Amleto di Shakespeare".
Un grande onore e un'infinita gioia per me, come l'anno passato, presentare la serata.
Non posso che estendere l'invito a chiunque abbia desiderio e possibilità di esserci.




domenica 29 gennaio 2012

E se fosse per sempre

Da Tempi.it. Alain Finkielkraut sarà domani sera a Milano per l'incontro organizzato dal Centro Culturale di Milano presso la Sala di via S. Antonio, 5 dal titolo: "Realtà ed esperienza: donaci un cuore intelligente".







E se fosse per sempre. Intervista sull'amore a Alain Finkielkraut

Per il filosofo francese Alain Finkielkraut «l’amore è un avvenimento che fa assaporare una condizione migliore di quella della libertà. Anche a noi altri moderni, così fieri della nostra autonomia, ossessionati dall’intensità, spaventati dalla durata». L'autore ha scritto il ilbro "Et si l'amour durait". Pubblichiamo l'intervista uscita sul numero 3 di Tempi

23 Gen 2012


E se l’amore durasse. In piena epoca di dittatura del desiderio e della sua crudele volubilità, quando la libertà più grande che si riesce a concepire è quella di potersi disfare in qualunque momento delle promesse fatte, compresi i “ti amerò per sempre”, e matrimoni e convivenze sembrano portare stampata sul retro la data di scadenza fin dal primo momento, quella che l’amore possa durare per davvero diventa un’ipotesi remota. Da formulare con l’aiuto del congiuntivo imperfetto. Eppure anche adesso che «la rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo» (Paul Valéry), la nostalgia per i giuramenti d’amore eterno e per l’umanità che li pronunciava credendoci davvero fa tremare i cuori quando si ode o si legge una frasetta così: e se l’amore durasse. Alain Finkielkraut ci ha costruito intorno un libro (Et si l’amour durait) che fa tesoro della lezione di quattro autori letterari che dell’amore hanno scritto a partire da una posizione risolutamente antiromantica molto moderna: Madame de la Fayette, Ingmar Bergman, Philip Roth e Milan Kundera. I loro personaggi o fanno esperienza della non durevolezza dell’amore, o non ci entrano nemmeno per non soffrire quando tutto finirà, o sono convinti militanti del sesso libertino. E tuttavia l’amore per tutta la vita e anche oltre fa capolino in vari modi nelle storie che raccontano. Suggerendo che ciò non debba restare necessariamente a livello di semplice nostalgia, ma che il miracolo della durata potrebbe prendere inaspettatamente forma. Come, confessa Finkielkraut, è successo a lui con un matrimonio andato ben oltre le attese iniziali, smentendo non le sue illusioni, ma le sue disillusioni.

Il filosofo francese ammette di essere anche lui, come tutti coloro che erano giovani al tempo della rivoluzione sessuale e del Sessantotto, «entrato nell’amore dalla porta del disincanto». Chi ha vissuto da protagonista gli anni della liberazione del desiderio è passato attraverso la convinzione che l’amore fosse una convenzione sociale o una forma di possessività borghese volta a nascondere la realtà del sesso, che la verità fino ad allora negata dell’essere umano fosse la libido. Ma la disillusione rispetto alle promesse della liberazione sessuale non è stata meno forte della disillusione che la maturità porta con sé rispetto alle promesse dell’amore. Da qui la scoperta che la vita umana è più complessa di quanto i dogmi della rivoluzione sessuale volessero far credere e che non tutto è politica, non tutto è questione di rapporti di forza fra uomini e donne. Per questo, anche nel pieno della post-modernità, le domande sull’amore continuano a non lasciare tranquilli, e in particolare quella sulla possibilità che duri.


Monsieur Finkielkraut, siamo post-romantici, sappiamo che l’amore non dura, eppure continuiamo a giustificare le nostre azioni e a rivendicare diritti in nome dell’amore: che si tratti della richiesta del matrimonio fra persone dello stesso sesso o della richiesta di praticare l’eutanasia ai propri cari o dell’abbandono del proprio coniuge per un’altra persona, sempre la richiesta viene fatta o la giustificazione addotta “nel nome dell’amore”. Come può un affetto così precario e (considerata la pluralità di cause per le quali viene tirato in ballo) mal definito, essere criterio supremo e indiscutibile? Non è un’evidente contraddizione?

La rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo, ha scritto Paul Valéry. Siamo entrati nell’era della provvisorietà: i nostri impegni non ci impegnano più, la durata è stata sostituita dall’intensità. Il criterio è diventato l’intensità e non l’amore, o per lo meno quel che succede è che dell’amore non si trattiene che l’intensità amorosa. Ma dentro di noi oscuramente sappiamo che rinunciare alla durata equivale a rinunciare all’amore. Dire: “Ti amo” equivale a dire: “Ti amerò”, equivale a parlare contemporaneamente al presente e al futuro, a sottrarsi al flusso del tempo. Ogni dichiarazione d’amore è una dichiarazione di eternità. L’amore è un’avventura ostinata, l’abbiamo quasi dimenticato, ma non del tutto. Perciò diffido di una morale che facesse dell’amore il suo unico criterio, a maggior ragione per il fatto che oggi dell’amore noi sembriamo non voler trattenere che l’intensità. Ma d’altra parte non voglio accusare troppo la mia epoca, perché la nostalgia e il desiderio della durata restano molto forti e profondi.


Il mondo d’oggi, lei nota giustamente, considera bizzarro e assurdo il comportamento di Madame de Clèves – che rinuncia all’amore per non tradirlo e per non soffrire quando finirà – e allo stesso tempo le dà completamente ragione, cioè giudica che l’amore è precario e perituro per natura. Ma ad essere assurda non è questa schizofrenia della cultura dominante? Non è assurdo il fatalismo con cui il mondo si lascia trascinare nel turbine doloroso del desiderio e dell’amore, pur sapendo che è doloroso? Perché il sapere non genera un atteggiamento più riflessivo? Perché ci si consegna fatalisticamente alla malinconia o alla depressione?

Il fatto è che l’amore non è una decisione, non è una scelta fatta con conoscenza di causa. L’amore è comunque un avvenimento, una fatalità: ci si innamora, non si decide di essere innamorati di qualcuno. «Malgrado me per un altro», scrive Emmanuel Lévinas. Il soggetto innamorato è spossessato: perde il controllo, la padronanza di sé. L’amore è un’alienazione, ma talvolta (non sempre) è un’alienazione positiva. L’amore fa assaporare a noi altri, soggetti così fieri della nostra propria autonomia, una condizione migliore di quella della libertà.


Il capitolo che il suo libro dedica a Bergman sembra anche smontare un mito romantico convalidato dall’illuminismo di Kant e dall’ossessione democratica odierna per la trasparenza: quello secondo cui chi si ama deve dirsi tutto con piena sincerità. L’amore ha bisogno di bugie, o almeno ha bisogno che non tutto sia detto. Amore e verità dunque sono tendenzialmente in conflitto?

Io non direi che l’amore ha bisogno della menzogna. Senza dubbio gli amanti devono evitare di sprofondare in una specie di comunità fusionale. Gli amanti non sono destinati a essere una cosa sola. Contrariamente a quello che vuole dirci il mito dell’androginia nel Simposio di Platone. Premesso questo, l’amore è anche un patto fondato sulla fiducia. Resta il problema di cosa sia meglio fare quando uno dei due tradisce l’altro. Bisogna dire tutto? Non ho una risposta categorica per questa domanda molto delicata, ma capita che il silenzio giovi più della confessione. È esattamente quello che Bergman lascia intendere in Interviste private, perché quando Henrik apprende di essere stato tradito, questa confessione non gli basta, vuole sapere di più; la sua gelosia è insaziabile, più sa e più vorrebbe sapere, fino all’oscenità totale. E l’oscenità totale è mortale. Ecco perché la sincerità completa non può essere una soluzione universale: può succedere che la bugia sia misericordiosa, può succedere che protegga la durata dell’amore.


Sia nella letteratura che nella realtà si dà il caso di amori coniugali che durano, che contraddicono con la loro verificabile esistenza il disincanto post-romantico. Si può filosofare su questo?

Benjamin Constant scrive in Adolphe, il suo unico e magnifico romanzo, di aver voluto prendere in esame quella che definisce una delle principali malattie morali del nostro secolo: quell’inquietudine, quell’assenza di forze, quell’analisi pepetua che colloca una riserva mentale a fianco di tutti i sentimenti e che così facendo li fa sfiorire fin dalla loro stessa nascita. Oggi siamo tutti cugini di Adolphe, siamo tutti disincantati e disillusi sin dall’inizio, per così dire. L’amore è allo stesso tempo un sentimento e un giuramento, e quel giuramento noi lo pronunciamo senza crederci troppo: noi crediamo di ritrovarci prima o poi nell’usura dell’amore. Tuttavia può succedere che noi ci ritroviamo, oserei dire, delusi in positivo. Cioè la nostra vita può rivelarsi come un romanzo che inverte la traiettoria tradizionale delle illusioni perdute. Per parte mia, ho vissuto e vivo tuttora il romanzo non delle illusioni, ma delle disillusioni perdute. Un romanzo che però non scriverò mai, sia per ragioni di discrezione, sia perché non ne sarei capace.


Il suo libro sembra concludere che c’è un amore che dura, e non è l’amore passionale, ma l’amore disinteressato, oblativo: non eros, vittima dei capricci del desiderio, ma agape. Che non è riservato ai cristiani soltanto – anche se lei cita proprio la Deus caritas est di Benedetto XVI per illustrare il concetto – ma a tutti coloro che fanno l’esperienza della compassione per l’altro, che soffrono disinteressatamente per la mortalità dell’essere amato, che sono più addolorati per la morte dell’altro che per la propria. Tuttavia bisogna ammettere che l’amore che più si vorrebbe ricevere e più si vorrebbe dare alla persona amata è quello di sentirsi dire e di poter dire all’amato con verità: «Tu non morirai per sempre». Rainer Maria Rilke ha scritto: «Ama chi dice all’altro: “Non morire”». Cosa c’è dietro questo circuito fra mortalità e immortalità?

Voglio chiarire innanzitutto che non ho voluto fare della storia di Teresa e di Thomas nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera la lezione generale del mio libro. E per parte mia non distinguerei così categoricamente come fa lei nella sua domanda amore passionale e amore di compassione, ovvero eros e agape: io sarei, per quel che mi riguarda, incapace di amore se nel mio amore non ci fosse una componente erotica molto forte. Ma per rispondere alla sua domanda, ricorrerei a una citazione da un altro romanzo di Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, là dove Tamina la vedova dice: «È così semplice: un morto che io amo non sarà mai morto per me. Non posso nemmeno dire: “L’ho amato”. No: io lo amo. E se mi rifiuto di parlare di lui usando un tempo al passato, ciò significa che colui che è morto, è». E Kundera conclude: forse è in questo che consiste la dimensione religiosa dell’essere umano.

mercoledì 11 gennaio 2012

ChestertonBomb

Che siamo nel pieno di un nuovo rinascimento per la figura di Chesterton, come afferma un articolo sul Sole24ore, é ormai indiscusso. L'uscita dell'edizione italiana della Chesterton Review ne é soltanto l'ultimo segnale lampante (che poi agli infopoint delle più grandi librerie di Milano ti guardino come un marziano é un altro discorso).
E' giunto il momento che la gioiosità scomoda del buon GKC (terribile per i moralisti e gli ideologi) venga allo scoperto e faccia parlare di sé. Che poi si cerchi di screditare la sua figura con notizie false fa parte del gioco, e allora é meglio seguire bene questa sana polemica, o meglio questa splendida battaglia.
Sulle colonne del Corriere della Sera del 27 dicembre Alberto Melloni ha recensito una raccolta di articoli di GKC sul matrimonio dal titolo La superstizione del divorzio, riportando in auge le favole sul Chesterton fascista e antisemita. Leggere per credere. E' quindi con enorme piacere che riporto qui di seguito, facendo per quanto possibile da cassa di risonanza e cogliendo l'occasione per ringraziare pubblicamente, la risposta dell'amico Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana e autore di un grande blog che in questa vera e propria rinascenza cavalca in prima linea.


Chesterton fascista? Antisemita? Tutte balle. Un dono del Novecento.





In merito al Suo articolo del 27 Dicembre 2011 apparso su Il Corriere della Sera
Egregio professor Alberto Melloni,
prendo in mano carta e penna per amore di Verità, in quanto ritengo che il Suo articolo apparso su Il Corriere della Sera lo scorso 27 Dicembre 2011 e riguardante il volume La Superstizione del Divorzio di Gilbert Keith Chesterton, ma più ampiamente il pensiero e l'opera di questo grande scrittore, contenga degli errori e soprattutto l'intento chiaro di screditarlo agli occhi dei lettori.
Sono il presidente della Società Chestertoniana Italiana e ritengo mio dovere difendere il pensiero e la memoria di colui che riteniamo uno dei massimi pensatori del XX secolo, checché Lei ne dica (mi spiace me l'abbia messo a fianco di Romano Guardini, del quale penso la stessa cosa) e soprattutto sventare, per quel che mi è possibile, un'operazione di discredito. Su quest'ultima mi profonderò più avanti. Ora debbo farLe notare alcune cose:
  1. Lei prende le mosse da una raccolta di saggi recentemente uscita per i tipi della San Paolo e ben tradotta da Pietro Federico e Tommaso Maria Minardi: anzitutto non condivido quanto lei dice a proposito dell'edizione: "senza una riga che spieghi il contesto politico-ideologico concreto, con un'introduzione che parafrasa il testo e una postfazione che non data nulla". Se lo scopo è screditare, ho capito che è bene screditare anche l'edizione, a scanso di equivoci. Le sue preoccupazioni di carattere storico avrebbero un fondamento se il testo di per sé non fosse così chiaro ed interessante da brillare anche adesso per attualità e validità dottrinale. Se l'estensore di prefazione e postfazione si profonde in citazioni, vedo d'altro canto che Lei non lo fa minimamente, il che mi lascia pensoso. E nonostante ciò, trova modo di dare a Chesterton del fascista e di considerare il testo un'accozzaglia di idee antimoderne, il che, nella temperie attuale, fa molto discredito. Il che continua a farmi pensare.
  2. E' nella migliore delle ipotesi un'imprecisione dire che si tratta di articoli raccolti dopo essere apparsi sul The New Witness: basta leggere la Nota Introduttiva al testo redatta da Chesterton stesso e leggibile a pagina 9 per comprendere che si tratta solo per la prima parte di articoli apparsi sul settimanale del fratello Cecil e di Hilaire Belloc ma che comprende altri scritti occasionati dalla riunione in volume degli scritti sulla polemica sul divorzio (una delle tante in cui si impegnò GKC e per cui divenne famosissimo e molto amato anche all'estero, anche in quell'America sempre criticata nei suoi scritti). Doveva essere un pamphlet ma divenne una sorta di piccolo classico.
  3. E' storicamente falso che The New Witness e gli altri periodici su cui scrisse Chesterton fossero "ammaliati dalla destra europea e mussoliana". Anzitutto The New Witness smise di essere pubblicato quando Mussolini era all'inizio della sua parabola politica. Chesterton ha parole di interesse per Mussolini in un unico testo, La resurrezione di Roma, in cui descrive il suo incontro personale con il duce come pure con Papa Pio XI (ovviamente con toni molto differenti, di curiosa iniziale stima per Mussolini, cosa all'epoca riferibile a molti, di deciso entusiasmo e commozione circa l'incontro con il Papa, che si professò suo lettore: a proposito, la invito a leggere questo testo molto bello e per nulla fascista senza paura di contaminarsi); parliamo della Roma a cavallo del Novembre 1929 e le prime settimane del 1930.
  4. Chesterton scrisse su tantissimi periodici, dei quali nessuno può essere ricondotto nemmeno per errore alla destra europea e a quella mussoliniana. Consideri che The Speaker, il Daily News (giornale di tendenze laburiste radicali), l'Illustrated London News (collaborazione quest'ultima durata dal 1905 sino alla morte) non possono assolutamente essere annoverati così come lei vorrebbe, neanche con la migliore volontà.
  5. Che Chesterton eviti di toccare la Chiesa d'Inghilterra è ovvio, perché non era il suo obiettivo polemico; la sua polemica non tocca minimamente il cosiddetto piano religioso o confessionale bensì quello puramente razionale: Chesterton vuole dimostrare che la posizione favorevole al divorzio ha basi solo nella superstizione, ossia nel contrario del corretto uso della ragione. Altrove e per altri motivi GKC non lesina critiche alla Chiesa d'Inghilterra (provi a leggere La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento, edito dalla Lindau con una mia breve prefazione), quella chiesa nella quale nacque, che abbandonò seguendo i genitori nella cosiddetta Chiesa Unitariana, cui si unì nuovamente grazie a sua moglie Frances e all'amicizia di alcuni ecclesiastici anglicani quali Conrad Noel (detto "The Red Vicar" per le sue idee apertamente socialiste, antiimperialiste e filoirlandesi: che strano "fascista", questo Chesterton, no, professore?), Percy Dearmer (altro socialista, liturgista anglicano: sempre più inusuali, per lei, queste amicizie fraterne che durarono per tutta la vita; eppure Chesterton per lei sarebbe fascista. Come facevano questi due socialisti, il primo dei quali fondatore del British Socialist Party, ad andarci a pranzo senza contaminarsi?).
  6. La polemica sul divorzio fu nel 1918 e i saggi furono raccolti solo nel 1920. Chesterton non era ancora cattolico, quindi ogni possibile polemica con la Chiesa anglicana non aveva ragion d'essere.
  7. Chesterton non fu mai antisemita. Aveva tra i suoi migliori amici numerosi ebrei, uno dei quali, Lawrence Solomon, decise di trasferirsi con la famiglia a Beaconsfield assieme all'antisemita Chesterton. Un bell'esempio di sindrome di Stoccolma, no, professore? Maurice Baring, convertitosi prima di lui al cattolicesimo grazie anche ai suoi scritti, non lo abbandonò mai per tutta la vita. Sin dalla più tenera età si circondò di amici ebrei, che difese anche fisicamente da attacchi di antisemitismo. La leggenda del suo antisemitismo è un altro mezzuccio messo in giro dopo la sua morte per "farlo fuori" in Inghilterra dove era troppo amato e popolare. Se non crede sufficiente ciò che le ho elencato, Le consiglio la lettura di Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton, Sheed and Ward, Londra 1944, pagine 191 e seguenti, oppure se ha modo anche William Oddie, Chesterton and the romance of orthodoxy, Oxford Press, 2009, pagine 79 e 80, che contiene testimonianze di prima mano oltre che le risultanze dei diari e dei taccuini di GKC presenti presso la British Library, e il volumetto collettaneo curato dallo stesso Oddie (che è il mio omologo inglese ed è editorialista di punta del Catholic Herald, oltre che suo precedente direttore) The "Holiness" of G. K. Chesterton che contiene un intero capitolo sull'argomento, documentatissimo. Gli ultimi a sostenere l'antisemitismo di Chesterton siete A. N. Wilson e lei, privi di evidenze. Tenete duro come ultimi samurai.
  8. Shaw non ridicolizzò mai Chesterton, con il quale ebbe un'amicizia lunga una vita pur pensandola in maniera diametralmente opposta. Polemizzarono e concionarono in pubblici dibattiti per partecipare ai quali la gente pagava il biglietto ed al termine dei quali veniva proclamato il vincitore, che quasi sempre era il popolarissimo Chesterton. Il fabiano Shaw non credeva nella filosofia politica di Chesterton e Belloc, il distributismo, che -questa sì- ridicolizzava capitalismo e socialismo e per la quale Chesterton creò il suo ultimo settimanale, il G. K.'s Weekly, nel 1926. Il distributismo trova la sua radice nella Rerum Novarum, sta ritornando -in questo momento di crisi del capitalismo- sulle bocche dei più lucidi ed avveduti. Alcuni tratti si ritrovano anche nei discorsi di Papa Benedetto XVI. GBS amò con sincera amicizia GKC, questa è la verità storica.
  9. Mi perdoni la pedanteria, sono certo che si tratti di un refuso, ma Shaw parlava, a proposito di GKC e Hilaire Belloc, del Chesterbelloc e non dei Chesterbelloc. Voleva sottolineare l'unità di idee e di intenti dei due scrittori, e Chesterton ci rise talmente che ne fece anche occasione per un'autocaricatura. Togliatti lo lasci riposare in pace, è meglio per tutti.
  10. Che Chesterton abbia polemizzato con Dickens mi risulta inesistente oltre che impossibile. Il mondo e le idee di Chesterton erano un po' anche il mondo e le idee di Dickens. Chesterton sin dalle prime esperienze di scrittore si dovette cimentare come critico con le opere di Dickens, tanto che il frutto di questo cimento finì in due volumi. Egli criticò Dickens amandolo profondamente. Poi polemizzare con un morto...
  11. Se Chesterton era un gigante, Guardini cos'è? Un gigante anche lui, ma il paragone secondo me non c'entra nulla. Che Chesterton fosse un gigante del pensiero lo considerano tutti quelli che non sono ammorbati dall'ideologia o dalla necessità di dimostrare una tesi (il che è praticamente la stessa cosa). Fra tutti basti citare lo studioso di San Tommaso d'Aquino Etienne Gilson: "Chesterton fu uno dei più profondi pensatori che sia mai esistito. Fu profondo perché aveva ragione". Gilson definì la biografia del Bue Muto di Chesterton la migliore mai scritta e la definì degna di un genio. Ecco servita la "modestissima profondità dottrinale" di Chesterton, professore... Detto da un Gilson, poi, mi perdoni, ma non so a chi credere.
  12. Comprendo che Chesterton in questo libro e nella sua lunga carriera abbia sempre attaccato i suoi idoli, professore, senza i quali Lei si sente forse smarrito, abituato com'è a distinguerci tra progressisti e conservatori, o meglio fascisti, mentre forse non si capacita che esista un Chesterton così, vero uomo vivo, cattolico a tutto tondo. Ma tant'è. Lei lo considera un antimoderno con un certo astio, mentre il moderno Chesterton ha la sola colpa di non essere modernista.
  13. Secondo me non si è avveduto che di Chesterton lei critica proprio la modernità, ossia il criticare il divorzio non per motivi religiosi bensì per motivi puramente razionali. Con ciò lei viola il principio di non contraddizione, e forse non gliene importerà nulla. Per me conta.
  14. Che la San Paolo pubblichi un testo clericofascista mi risulta impossibile... Una risatina tipo quella evocata da Luca Negri su L'Occidentale forse ci starebbe bene.
  15. Comunque diceva saggiamente un mio giovane amico chestertoniano: il suo pare un prevedibile attacco tipico da Fase 2: GKC ha osato tornare alla luce, occorre quindi metterlo in cattiva luce. Il destrofilo, l'antisemita. Bella penna dall'anima nera. Man mano che il Nostro tornerà sulle labbra e nel cuore dei lettori (cosa che già è), fioriranno critiche simili pur d'impedirne la lettura. D'altronde sono quelli come lei che l'affossarono pian piano nel secondo dopoguerra in Italia: non essendo di destra o di sinistra, non essendo soprattutto organi o al cosiddetto cattolicesimo democratico che ha egemonizzato per decenni il panorama del pensiero cattolico, fu archiviato silenziosamente. Si figuri che i primi due testi di carattere distributista (Il profilo ella ragionevolezza e Cosa c'è di sbagliato nel mondo), pur essendo centrali nel suo pensiero, hanno visto la luce in Italia solo nel 2011.
Non la pensano come lei uomini del calibro di Emilio Cecchi, Italo Calvino (che disse di aver voluto essere il Chesterton comunista), Antonio Gramsci, Jorge Luis Borges, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien (o gira ancora anche per lui la storia che fosse fascista?), Bruno Bettelheim, Marshall McLuhan (che gli deve come molti altri la conversione al cattolicesimo), Sergei Averincev, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, sir Alec Guinness (anche lui grato per la conversione), Hanna Arendt, Neil Gaiman, Natal'ja Trauberg (che lo definì "il contravveleno" contro il nichilismo comunista), Gilberto De Mello Freyre, Orson Welles, Ernst Hemingway, Papa Luciani, Papa Montini, Papa Ratti, Papa Ratinger (ce ne sarà almeno uno che le va a genio?), Franz Kafka, Mircea Eliade e Roberto Benigni.
Basterebbe dire ciò che di lui disse una vicina di casa, una donnina del popolo che non frequentava facoltà teologiche: "era una specie di santo, no? - solo a guardarlo quando gli stendevi il cappello ti faceva sentire grandioso". Hilaire Belloc invece disse: «Non solo capiva le qualità dei suoi oppositori, ma anche le ammirava. Per questo è stato universalmente amato».
Le auguro di amare nello stesso modo il nostro caro Chesterton. E di leggerlo.

avv. Marco Sermarini
presidente della Società Chestertoniana Italiana


domenica 13 novembre 2011

Like a thousand sunrises







La letteratura mondiale inizia con la storia di un padre, sposo e re e del suo lungo viaggio per ritornare a casa. Chesterton direbbe che siamo di fronte ad un poeta originale, cioè in grado di trattare argomenti sempre veri e sempre misteriosi per quella creatura chiamata uomo. Sicuramente direbbe lo stesso di Michael D. O'Brien e del suo ultimo, immenso romanzo The Father's Tale, appena uscito negli Stati Uniti e da poco troneggiante sul mio comodino. Millesettantadue pagine riunite nel poderoso tomo della Ignatius Press, con cui già avevo fatto conoscenza per un altro capolavoro di O'Brien, The Island of the World, agguantato dopo una vertiginosa ascesa agli scaffali alti del ripiano di una enorme libreria dell'usato in centro a Manhattan.
"A modern retelling of the parables of The Good Sheperd and The Prodigal Son", secondo le parole dell'autore. Un padre alla ricerca di un figlio. Una trama universale, un poeta e un artista originale. Mi bastano queste parole per riaccendere la fame dello splendore e della bellezza dell'orizzonte che i romanzi di O'Brien testimoniano e spalancano: l'unico motivo per cui questo romanzo é qui ora fra le mie mani é semplicemente perché io ne ho bisogno. Bisogno di questo sguardo, di queste domande, di una storia ricca di dramma e contemplazione. 
Chesterton scriveva che chi ha coscienza della Chiesa come di una maestra viva si aspetta ogni giorno di scoprire una nuova e inaspettata verità, esattamente come fare colazione con Platone o ascoltare Shakespeare far tremare l'universo con una nuova poesia.
Questo accade realmente. Chi non vorrebbe dunque essere presente? E allora cosa altro aspettare quando esce un nuovo romanzo di O'Brien?  


Ecco il "trailer" del libro:




"This is a magnum opus in quality as well as quantity. All of O'Brien's large and human soul is in this book as in none of his shorter ones: father, Catholic, Russophile, Canadian, personalist, artis, storyteller, romantic. There is not one boring or superfluous page. When you finish The Father's Tale you will say of it what Tolkien said of The Lord of the Rings: 'It has one fault: it is too short'. A thousand pages of Michael O'Brien is like a thousand sunrises: who's complaining?"

Peter Kreeft, Ph. D., Boston College
Author, You Can Understand the Bible


"To enter the domain into wich this book take its readers is to find oneself in the precincts of Holiness, really. Everything is here: suspense, poignancy, darkness, goodness, radiance, courage and joy. George MacDonald, Charles Williams, Chesterton, Lewis, and, yes, Dostoyevsky, have ventured across the borders of this terrain. The scrim that lies between ordinariness and That Which Lies Beyond ordinariness is pierced. Michael O'Brien's achievement here is, I think, titanic."
Thomas Howard
Author, Dove Descending: T.S. Eliot's Four Qaurtets


"In this epic tale of the complex and mysterious working of love, O'Brien takes his readers on a harrowing intercontinental odyssey, offering them an inside view both of brutal torture and mystical transport in which the dark incongruities of divine providence reorder faith and hope so that love becomes fully possible."

David Lyle  Jeffrey, Ph. D.
Distinquished Professor of Literature and the Humanities, Baylor University


"The best of Michael O'Brien's novels. He creates caracters like Dickens, explores human relationships like Austen, and has the epic scope of Tolstoy and Dostoyevsky. I believe this novel will merit inclusion in any list of the world's greatest novels." 

Fr. Joseph Fessio, S.J. 




mercoledì 9 novembre 2011

"Tutto quello che c'era di buono in lui cantò, alto in aria, come vento tra gli alberi"

Ecco l'introduzione di L'uomo che ride, la raccolta di articoli a cura di Edoardo Rialti uscita l'anno scorso su Il Foglio ed edita Cantagalli. Un'imperdibile occasione per fare conoscenza con GKC.
Potrei stare a scrivere pagine sul perché ne valga la pena, sul perché ce ne sia estremamente bisogno. Basti questo: per incontrare un uomo vivo, ecco tutto.





Il segreto di GKC

Tutto quello che c’era di buono in lui cantò

Introduzione a "L'uomo che ride", il libro che raccoglie tutte le chestertoniane pubblicate dal Foglio

Al centro di quell'“incubo” dai risvolti enigmaticamente comici che è il romanzo “L'uomo che fu Giovedì” il poliziotto protagonista Daniel Syme si trova a duellare di fioretto con un tenebroso ed anarchico barone francese, che pare incassare i colpi senza versare sangue quasi fosse uno stregone o peggio ancora un demonio, ed il cui abito di velluto nero sembra risucchiare la luce attorno. E dinanzi a questa potenza annichilatrice il giovane poeta e poliziotto si scopre addosso una forza che non sospettava.

“Syme raccolse tutte le proprie forze, e tutto quello che c’era di buono in lui cantò, alto in aria, come un vento alto canta tra gli alberi. Pensò a tutte le cose comuni in quella pazzesca storia: alle lanterne giapponesi di Saffron Park, alla chioma rossa della ragazza nel giardino, agli onesti marinai che trincavano birra lungo il dock, ai suoi leali compagni lì accanto. Forse era stato scelto proprio lui come campione di tutte quelle cose fresche e buone, perché incrociasse la spada col nemico della creazione. Dopo tutto – si disse – io sono più che un demonio: io sono un uomo. Io posso fare l’unica cosa che Satana stesso non può fare: posso morire". La soluzione dello scontro avrà un esito assolutamente inaspettato – per Syme e il lettore – ma l'immagine di questo ergersi a difendere quanto di buono, bello, amabile ci sià già nella vita dell'uomo, di ogni uomo, continuerà a correre come un segreto e costante leitmotiv in tutte le opere di G. K. Chesterton. Lo avrebbe scritto traendo spunto dal magnanimo coraggio di certi personaggi di Charles Dickens, che spesso attirano i sorrisetti sprezzanti di certa critica letteraria: “La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n’è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l’amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l’altra. Una cosa implicava l’altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell’umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo”.

E' questo il principio difeso con una vera e propria guerra urbana da Adam Wayne nel suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, quando il sindaco si mette a capo di una rivolta a difesa delle stradine e degli usi del proprio minuscolo quartiere: “Al pari di tanti altri uomini, sono nato in un cantuccio della terra che amo perchè vi ho giocato da bambino, perché in quel luogo mi sono innamorato e ho trascorso notti divine a chiacchierare con gli amici”.

Il segreto delle grandi storie è fatto della stessa stoffa della nostra vita quotidiana, come avrebbe scritto poco dopo in “Ortodossia”: “Le vecchie novelle hanno per protagonista un ragazzo qualunque. Sono le sue avventure che lo rendono interessante; e lo rendono interessante proprio perché è un ragazzo qualunque. Nel moderno romanzo psicologico, il protagonista è un anormale. Il centro è fuori centro [...] le novelle delle fate hanno per oggetto un uomo normale in un mondo anormale. Il solito romanzo realistico di oggigiorno ci presenta le gesta di un lunatico essenziale in un mondo idiota”. Invece l'innamorato Wayne domanda “Perché dovrebbe essere grottesco affermare che una buca per le lettere è poetica, quando per un anno intero, in una certa strada, non ho potuto leggere il rosso vivo di una buca per le lettere contro il cielo giallo della sera senza sentirmi sconvolto da qualcosa di cui Dio serba il segreto, ma che certo è più forte della gioia e del dolore?” Per questo nelle cose, negli avvenimenti, nelle scelte, corre un solo ultimo discrimine: “Qualunque cosa abbia il potere di far sentire all’uomo di essere vecchio, è fatalmente misera e meschina, sia essa un impero o una squallida bottega. Qualunque cosa lo faccia sentir giovane è un portento, sia essa una guerra immane o una storia d’amore.”Al cinismo livellatore che vorrebbe tutto uguale, perchè tutti parimenti senza valore, Wayne risponde difendendo una stradicciola che “posso soltanto credere che Dio l’abbia amata come sicuramente ama tutto ciò che è sé stesso ed è insostituibile”. Pochi anni dopo in "Ortodossia" Chesterton avrebbe ribadito di essere stato persuaso ad abbracciare una certa posizione sull’esistenza da “questa o quella decantata dimostrazione” ma da “una enorme accumulazione di piccoli ma univoci fatti” perché “è proprio tale evidenza frammentaria quella che persuade. Voglio dire che un uomo può lasciarsi convincere meno, intorno a una filosofia, da quattro libri, che da un libro, da una battaglia , da un paesaggio e da un vecchio amico”. E quella difesa, da parte del suo primo personaggio immaginario, di una “infanzia sempiterna” non verrà meno neppure negli ultimi giorni della vecchiaia dell'autore stesso, quando stendendo la propria “Autobiografia” Chesterton cercherà di esporre in un'unica sentenza la filosofia cui ha cercato di essere fedele per tutta la vita: “Accettare le cose con gratitudine, ma non prenderle senza curarsene”. Cos' è che ha sostenuto questa tensione perenne in Chesterton? In un mondo diventato freddo e indifferente, così diverso da quello dei nostri avi che “erano forse terribilmente rumorosi, ma non erano come noi: terribilmente fermi”, in un mondo in cui “non dobbiamo parlare di religione, perché è illiberale. Non dobbiamo parlare di pane e formaggio, perché vuol dire parlare di botteghe. Non dobbiamo parlare della morte, perché l’argomento è deprimente. Non dobbiamo parlare delle nascite, perché l’argomento è indelicato. No, non può durare. Bisogna che qualcosa sopravvenga a infrangere questa curiosa indifferenza, questo strano egoismo, questa strana solitudine che investe milioni di individui”.

Ed egli se lo augurava così, con questa preghiera-poesia, “La spada della sorpresa”:

“Dividimi dalle mie ossa, oh spada di Dio / finchè queste non si staglino austere e strane come fanno gli alberi, / così che io, cui batte forte il cuore per i boschi svettanti, / possa stupirmi altrettanto di loro. / Dividimi dal mio sangue, che nel buio / sento scorrere come un rosso rivo ancestrale, / tanti ruscelli sotterranei che si diramano e trovano il mare / ma il sole non lo vedono mai.

Donami occhi miracolosi / perch'io possa vedere gli occhi miei/ questi specchi che ruotano / e prendono vita in me, / cristalli terribili, più incredibili ancora / di tutte le cose che vedono.

Dividimi dalla mia anima, così ch'io veda / i peccati come ferite aperte, e l'impavido battito della vita / finché io possa salvare me stesso come farei / con uno sconosciuto per strada”.

Poco prima di morire, Chesterton avrebbe ammesso sorridendo di aver combattutto almeno questa buona battaglia: “Non si diventa vecchi senza aver fastidi; ma io sono diventato vecchio senza annoiarmi. L'esistenza è ancora una cosa mirabile per me, e le do il benvenuto come ad un forestiero”. Le stesse parole della poesia di un ventennio prima. Ma cos'è che l'ha sostenuto, spronato, aiutato a non cedere?

“In arte, in politica, in letteratura non facciamo che discutere di dettagli” scrisse in “Eretici”. “L'opinione di un uomo sui tram è importante; la sua opinione su Botticelli è importante; la sua posizione sul tutto è irrilevante”. Quella che agli occhi del mondo viene comodamente bollata come stranezza, distrazione o eccentricità e magari neutralizzata colla comoda scomunica di "anti moderna", è tutto il contrario, perchè invece “il genio deve essere centrico, deve tenersi al centro del cosmo, e non ai suoi margini”. E chi si trovi davanti a una simile posizione in un altro uomo si sorprende nello stesso stato d'animo imbarazzato e liberatorio di Auberon Quinn nel “Il Napoleone di Notting Hill”: “Gli sembrava che la base del suo cervello gli fosse venuto meno all’improvviso, come cede il pavimento di una stanza. Si sentiva come quando una domanda riesce a squassare i nostri principi esistenziali”. Per milioni di lettori, tra i cui nomi possiamo elencare Gandhi, Michael Collins, Mussolini, Dorothy Sayers, Hemingway, Kafka, Lewis, Giulio Giorello, Eliade, Neil Gaiman, leggere Chesterton ha voluto dire imbattersi in questo terremoto salutare. E' proprio questa “centricità” appassionata che infatti si ritrova nel suo modo di raccontare l'opposta e identica dedizione di MacJan e Turnbull, il cattolico e l'ateo del “La sfera e la croce”, in guerra col mondo e l'uno contro l'altro sull'esistenza o meno di Dio, così come nel tratteggiare nel “L'uomo che fu Giovedì” la feroce allegria del terrorista – ma lo sarà davvero? – Domenica, affascinante e terribile col suo appetito insaziabile e la sua voce che al pari di quella Cristo “faceva cadere di mano le spade”, che inseguito dai poliziotti lascia loro una seria di indizi e domande più enigmatiche ancora, e che pure sembrano ogni volta colpire e ridestare il cuore più intimo e segreto dei diversi investigatori; è sempre in nome di questo amore e questa fedeltà che l”Uomovivo” Innocenzo Smith “salverà” il rettore del proprio College dal nichilismo puntandogli una pistola alla tempia, trasformando una posa nichilista in una faccenda maledettemante seria: il rettore può scegliere, o sottoporsi alla “cura” della rivolverata e liberarsi di ogni inutile affanno terreno, oppure riabbracciare grato il cosmo e la vita levando un francescano cantico di lode che all'alba che si pensava comune e ripetitiva ed in cui invece ecco che, sotto la minaccia della pistola, “il sole cresceva in una gloria che tutti i cieli erano incapaci di contenere; ma la distesa delle acque si dorava, estuava e pareva sufficente alla sete degli dèi”, per poi scendere ad abbracciare le pietre, lo stagno, i tetti… fino alle tende a pallini della casa davanti, che aveva irriso sprezzante. Ed è sempre a difesa delle “poche consolazioni” che ci sono a questo mondo che il capitano Dalroy si lancerà con la sua “Osteria volante” a resistere ad un' Inghilterra impazzita nel gelo del salutismo diffuso dall’eloquenza di Lord Ivywood. Ed è questa anche la forza solare, la sana e scandalosa fiducia nella realtà del più celebre personaggio di Chesterton, quel padre Brown dall'aria così dimessa e grossolana eppure capace di leggere e rivolgersi al segreto di ogni singolo cuore, che non ha paura di sondare i misteri e i delitti più tenebrosi, e sfida i suoi compagni d'avventure, ed i lettori a fare lo stesso: “Il vero Dio fu fatto carne e dimorò apertamente tra noi; e io le dico che dovunque si trovino uomini governati solamente dal mistero, questo è il mistero dell'iniquità. Se il demonio vi dice che qualcosa è troppo terribile per guardarla, allora guardatela. Se vi dice che qualcosa è troppo terribile per ascoltarla, allora ascoltatela. Se ritenete insopportabile qualche verità, fate di tutto per sopportarla.” E questo perchè “quello che noi temiano di più è un labirinto senza centro. È per questo che l'ateismo è soltanto un incubo”. Subito dopo il Primo conflitto mondiale Chesterton, come aveva già notato Charles Peguy e avrebbero poi ammonito anche Eliot o Bernanos, scriverà nel “L'utopia degli usurai” che l'uomo contemporaneo in nome della libertà si si fatto schiavo della più nebulosa e opprimente delle religioni, quella dello stato e dell'economia che “non deve avere dogmi e definizioni. Non può permettersi di avere definizioni. Perché le definizioni sono terribili: fanno le due cose che la gran parte degli uomini, specie le persone agiate, non possono sopportare. Combattono; e combattono secondo le regole”. E questo “giacchè il buon senso ci dice che non è possibile sovvertire i costumi e i compromessi in atto, tutto ciò che esiste, a meno di non credere in qualcosa che si situa al di fuori di sé stessi, in qualcosa di positivo e di divino”. Questa è la guerra in cui Chesterton si è lanciato per tutta la vita come giornalista, poeta, saggista, romanziere, sostenuto da quell'unica fiducia riposante all'origine dello scudo d'umanità e sanità mentale che è l'umorismo: “I pazzi son sempre seri. Impazziscono per mancanza d’umorismo”. Invece, e Chesterton direbbe grazie al Cielo, che visibilmente abbraccia con la sua luce più vasta la nostra piccola terra, “Il riso è l’amore sono presenti dappertutto. Le cattedrali, edificate al tempo in cui Dio era amato, sono piene di grotteschi blasfemi. La madre ride senza posa del bambino; l’amante ride senza posa dell’amante, la moglie del marito, l’amico dell’amica”. E questa segreta sorgente di senso continua a tener testa a tutte le possibili riduzioni e menzogne; anche nelle grigie e deprimenti nebbie della civiltà contemporanea, nonostante le mode e le filosofie e certi algidi moralismi, continua a scorrere ciò che Chesterton aveva notato ancora una volta fin dal suo primo romanzo: “Si coglieva nondimeno, negli occhi degli operai, dei marinai, dei contadini, e più ancora delle donne, una strana espressione che teneva gli uomini più saggi e più avveduti in preda alla febbre del dubbio. Non riuscivano a sondare sino in fondo il costante divertimento che si leggeva nello sguardo”. Andare a fondo di questa misteriosa allegria è il miglior modo per cercare di rispondere alle domende ripetute più e più volte in questa introduzione, e raccogliere l'invito poliziesco lanciatoci da chi racchiudeva nel suo cuore Domenica e Padre Brown, Re Alfredo e Francesco d'Assisi, di chi ha sempre levato il suo canto contro il buio che minaccia le cose buone e le persone amate, come Innocenzo Smith o Marco il patrizio romano de “La Ballata del cavallo bianco”.

Gli articoli qui raccolti
furono intesi sia per "descrivere solo l'effetto di un particolare poeta su una particolare persona", come scrisse Chesterton stesso di  Geoffrey Chaucher, sia come il tentativo di raccontare e ripercorrere in una biografia a puntate – “il profilo popolare di un grande personaggio storico che meriterebbe di essere più popolare”, e sono sempre le sue parole su Tommaso d' Aquino – ma anche per cercare di mettere un poco meglio a fuoco il segreto di come e dove G. K. Chesterton per primo si sia visto puntare la “spada della sorpresa” alla gola, e l’abbia a sua volta rivolta al mondo, vivendo, guardando, scrivendo, sempre col sorriso di quell'insondabile divertimento, quell'“onda di irragionevole felicità” che continua a correre a rinnovare le strade del mondo.

giovedì 27 ottobre 2011

Shakespeare the Papist

Quest'articolo è per me soltanto l'ultimo di una lunga serie di inviti a prendere seriamente in considerazione l'idea di un'agenda di letture shakespeariane per la prossima estate. D'altronde le tre corone della letteratura mondiale (il Bardo, Dante e Omero) esigono di essere conosciute. E qui, vedi l'articolo sotto riportato da La Bussola Quotidiana, inziano le sorprese.


William Shakespeare



«Shakespeare? Cattolico, i critici si rassegnino»

di Antonio Giuliano
22-10-2011


Cattolico o non cattolico, questo è il problema, verrebbe da dire parafrasando il suo Amleto. In realtà la tesi che da anni ormai vuole il grande William Shakespeare (1564-1616) fedele della Chiesa di Roma oggi è molto più di un’ipotesi. La conferma arriva da un sorprendente numero di libri pubblicati di recente. E se perfino un popolare autore laico inglese come Peter Ackroyd lo ammette nel suo Shakespeare. Una biografia (Neri Pozza), convincente e ben ponderato è l’ultimo volume dell’anglista Elisabetta Sala L’enigma di Shakespeare. Cortigiano o dissidente? (Ares). L’autrice che già in Elisabetta la Sanguinaria (Ares) aveva brillantemente smascherato la propaganda che circonda l’epoca elisabettiana, mette in luce la dissidenza del drammaturgo e i suoi rapporti con i cattolici perseguitati dalla regina.

Chi non ha mai avuto dubbi amletici sul cattolicesimo di Shakespeare e da anni si batte contro una certa critica ancora diffidente è Peter Milward, gesuita inglese docente di Letteratura inglese alla Sophia University di Tokyo, massimo esperto della religiosità del Bardo. «È un’ipotesi che sostengo ormai dal 1973, quando pubblicai il mio primo libro Shakespeare’s Religious Background. Oggi per fortuna sono tanti i libri che rilanciano questo tema, ma c’è ancora un certo pregiudizio accademico che è duro a morire».

Professor Milward, perché è così convinto che Shakespeare fosse cattolico?
Sappiamo che suo padre, John Shakespeare, compilò di suo pugno un testamento spirituale ritrovato nascosto tra le travi del tetto della sua casa di Henley Street a Stratford. Quel documento (di cui oggi abbiamo una copia settecentesca riconosciuta come autentica) fu probabilmente nascosto lì al tempo della Congiura di Somerville del 1583, quando anche i familiari materni, inclusa la madre di Shakespeare, Mary Arden, per la loro fede furono soggetti all’ accusa di alto tradimento intentatagli da Sir Thomas Lucy di Charlecote Park. E i nomi sia del padre John (nel 1592) che di sua figlia Susanna Hall (nel 1606), figurano nell’elenco dei cattolici ricusanti, di coloro cioè che si rifiutavano di presentarsi alle obbligatorie funzioni religiose di Stato. Erano anni di caccia ai dissidenti cattolici per effetto di un bando severo emesso in nome della regina nel 1591, e l’altro all’indomani della Congiura delle Polveri del 1605.

Come mai allora la regina Elisabetta I (1533-1603) così feroce con i cattolici lo accettò a corte?
Ovviamente in una tale situazione di persecuzione, Shakespeare fu costretto a tacere la sua fede cattolica. Doveva andare in giro mascherato, come il suo Edgar nel Re Lear, e tale è rimasto fino a oggi. La sua maschera era quella di un personaggio di poco conto, di quello che lui stesso chiamerebbe il “buffone”. Dubito che la regina Elisabetta abbia intuito il suo camuffamento (anche se ci sono autori che invece ne sono convinti). Sappiamo però per esempio che la regina si rese conto della fede cattolica del grande compositore William Bird e gli consentì di rimanere a corte perché aveva bisogno di lui per la musica della cappella reale. Allo stesso modo potrebbe aver agito con Shakespeare perché ne stimava il lavoro, soprattutto le commedie e specialmente il personaggio di Sir John Falstaff.

Fu costretto quindi a ricorrere a simboli per non incappare nella censura?
Sì. Sono proprio i simboli, le immagini o i temi che ricorrono nei suoi lavori a rivelare il suo cattolicesimo. Prendiamo ad esempio un tema come il pellegrinaggio. È presente in molte delle sue opere: Riccardo II, Il mercante di Venezia, Come vi piace e Re Lear. L’abitudine di andare in pellegrinaggio era tipicamente medievale e cattolica, ma fu proibita dai protestanti al tempo di Enrico VIII che chiuse tutti i santuari in Inghilterra. Un’altra immagine tipica dei cattolici perseguitati in Inghilterra è stata per esempio la condizione dell’esilio e dell’emarginazione che non a caso ritornano nelle sue opere. Come quando Riccardo II al momento della sua deposizione consiglia alla sua regina addolorata di ritirarsi in Francia ed entrare in convento in modo da vincere “la corona di un nuovo mondo”, mentre lui dovrà subire l’arresto. Un altro tema è il modo in cui il drammaturgo tratta i frati in opere come Romeo e Giulietta, Molto rumore per nulla e Misura per misura. Mentre i drammaturghi protestanti come Robert Greene e Christopher Marlowe li trattano con scherno come personaggi ridicoli, Shakespeare li rispetta e fa in modo che anche i suoi personaggi li rispettino.

Quali sono le altre opere che tradiscono la sua fede?
In uno dei miei libri Biblical Influences in Shakespeare’s Great Tragedies (Indiana University Press), ho analizzato atto per atto, riga per riga le quattro “grandi tragedie” Amleto, Otello, Macbeth e Re Lear, rintracciando davvero tanti riferimenti della Bibbia. Soprattutto le ultime tre scritte già all’inizio del regno di Giacomo I (per Amleto era ancora regnante Elisabetta I) le considero tutte insieme come l’ “opera della passione di Shakespeare” perché richiamano il Vangelo della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. Ma nel mio ultimo libro Shakespeare the Papist dimostro come tutte le opere ammettono un’interpretazione cattolica e biblica. Se non si considera questo background, questo retroterra cattolico, molte opere rimarrebbero enigmatiche.

Ha fatto scalpore anche la dichiarazione del primate della Chiesa Anglicana, Roman Williams, che ha ammesso il cattolicesimo del Bardo.
Sono molto contento. Lo stesso arcivescovo di Canterbury mi ha confidato che ha maturato questa convinzione anche dalla lettura di alcuni miei scritti. Solo che non è sufficiente riconoscere che Shakespeare fosse cattolico. È necessario prendere atto che ci troviamo di fronte a un testimone importante di quel cattolicesimo inglese che è stato crudelmente soppresso da Enrico VIII ed Elisabetta I e dai loro crudeli ministri, Thomas Cromwell e William Cecil.

Eppure resistono ancora molte diffidenze riguardo a questa ipotesi…
C’è purtroppo un secolare pregiudizio accademico da parte di un establishment di studiosi di Shakespeare. Costoro godono di tribune universitarie importanti e di pubblicità mediatica. Il problema è poi che alcuni autori come Peter Ackroyd ammettono il retroterra cattolico di Shakespeare. Ma non si può capire il suo ruolo di testimone della cristianità e il suo cattolicesimo se non si studiano a fondo le sue opere e non si considerano le dure persecuzioni del tempo. Shakespeare ha davvero vissuto in un’epoca in cui i cattolici inglesi vivevano nella paura come i cristiani copti oggi in Egitto. Persino i preti, persino i gesuiti, temevano di essere scoperti, arrestati, imprigionati, torturati e giustiziati come traditori. Lui non andò alla ricerca del martirio, ma aveva una grande fede cattolica. E si sentiva investito come drammaturgo nella missione di proclamare la verità della sua epoca e la fede di ciò che Amleto chiama “il mondo non ancora conosciuto”

giovedì 20 ottobre 2011

The Father's Tale

Dalla newsletter di Michael D. O'Brien, una grandiosa e attesissima notizia: l'uscita di The Father's Tale, il suo ultimo romanzo.





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My novel, The Father's Tale has just been published by Ignatius Press. It is the story of Alex Graham, a quiet middle-age man waiting to die. A widower with two sons, he is the owner-manager of a small town bookshop, considered by all who know him to be a "boring man, an unimportant man," and he is contented to be so. When one of his sons disappears without explanation or any hint of where he has gone, the father begins a long journey that takes him for the first time away from his safe and orderly world. As he stumbles across the merest thread of a trail, he follows it in blind desperation and is led step by step on an odyssey that brings him to fascinating places and sometimes to frightening people and perils.

Through the uncertainty and the anguish, the loss and the longing, Graham is pulled into conflicts between nations, as well as the eternal conflict between good and evil. Stretched nearly to the breaking point by the inexplicable suffering he witnesses and experiences, he discovers unexpected sources of strength as he presses onward in the hope of recovering his son—and himself.  This is a modern retelling of the parables of the Prodigal Son and the Good Shepherd combined.


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mercoledì 21 settembre 2011

Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita?



The Tree of Life


"L'emozione più forte é stata quella di scoprire che la vita é altrettanto preziosa quanto sconcertante. E' stata un'estasi perché era un'avventura, é stata un'avventura perché era un'opportunità. La bellezza di una fiaba non dipendeva dal fatto che ci fossero più draghi che principesse; una fiaba é bella e basta. La misura di ogni felicità é la gratitudine e io mi sentivo grato, anche se non sapevo esattamente nei confronti di chi. I bambini sono grati a Babbo Natale quando riempie le loro calze di dolci e giocattoli. Non potevo essergli grato anch'io per aver messo nelle mie calze un miracoloso paio di gambe? Noi ringraziamo chi ci regala una scatola di sigari o delle pantofole per il compleanno. Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita?"

GKC, Ortodossia

sabato 17 settembre 2011

Amare e combattere, o il vecchio romanzo

San Giorgio e il Drago, Paolo Uccello






"Tutti i romanzi consistono di tre personaggi. Se ne possono aggiungere altri, ma qualsiasi altro personaggio é di contorno al romanzo. (...). In un romanzo vero ci sono tre personaggi che vivono e agiscono. Possiamo chiamarli san Giorgio, il Drago e la Principessa. Ogni romanzo deve conoscere il duplice tema dell'amore e della battaglia. Ogni romanzo deve avere tre personaggi: deve esserci una Principessa, l'oggetto da amare; deve esserci il Drago, l'oggetto da combattere, e deve esserci san Giorgio, che é il personaggio che ama e combatte. La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n'è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l'amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c'è sintomo peggiore di quello che vede l'uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c'è sintomo peggiore di quello che vede l'uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l'altra. Una cosa implicava l'altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell'umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo. Amare qualcosa senza desiderare di combattere per averla non é amore, ma lussuria".


GKC, Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura, Marietti 1820

venerdì 16 settembre 2011

Life and Fate

Riporto da IlFoglio.it una notizia, una gran bella notizia, segnalata anche da Tracce.it.


La Bbc scopre “Vita e destino” di Grossman e ne fa un grande radio show

Da domenica 18 settembre il romanzo sulla battaglia di Stalingrado recitato da Kenneth Branagh su Radio 4

Se a sant’Agostino, come da tradizione, sembrava assurdo cercare di mettere tutto il mare in una buca sulla spiaggia, agli autori di Radio 4, storico canale della britannica Bbc che dal 1967 produce programmi di cultura, deve essere sembrato per lo meno impossibile quello che qualche anno fa fu chiesto loro da Mark Damazer, allora direttore della rete: trasformare il romanzo “Vita e destino” di Vasilij Grossman in uno spettacolo radiofonico. Oltre mille pagine, migliaia di personaggi, lunghe introspezioni e decine di eventi narrati da condensare in poche ore. Alison Hindell, regista di punta di Radio 4, consigliò a Damazer di lasciar perdere. Questi però non ne voleva sapere. Si era innamorato del romanzo che ruota intorno alla battaglia di Stalingrado tra nazisti e sovietici, un grande inno alla libertà, dopo che Martin Sixsmith, storico inviato in Unione sovietica della Bbc, glielo aveva consigliato.
Passano quattro anni, e Damazer diventa rettore del St. Peter’s College a Oxford. Ha lasciato Radio 4 un anno fa, ma da domenica 18 settembre potrà godersi da ascoltatore il frutto della sua scommessa: la Bbc trasmetterà infatti la dramatisation di “Vita e destino”. Otto ore suddivise in tredici puntate, con Kenneth Branagh a dare voce a Viktor Strum, il protagonista di quello che da molti è considerato uno dei più importanti romanzi del Novecento.
Sequestrato dal Kgb nel 1961 (tre anni prima della morte di Grossman), “Vita e destino” ricompare quasi vent’anni dopo, nel 1980, a Parigi. In Italia viene tradotto nel 1982 da Jaca Book, diventa poi quasi introvabile, fino a che non viene ripubblicato da Adelphi nel 2008. In mezzo molti anni di oblìo, dovuti anche alla scomoda verità raccontata da Grossman: nazismo e comunismo sono sinonimi storici, due sfumature della medesima tavolozza, modi diversi di chiamare lo stesso totalitarismo che schiaccia la libertà dell’uomo. Il merito di Damazer è dunque quello di essere riuscito a fare in poco tempo in Inghilterra quello che in molti anni non si è riusciti a fare altrove: far conoscere “Vita e destino” a più persone possibili (Radio 4 ha uno share medio di dieci milioni di ascoltatori). Damazer ha fatto le cose per bene: per lanciare lo show ha organizzato la scorsa settimana a Oxford un convegno di due giorni su Grossman, durante il quale sono stati registrati diversi contributi andati in onda a “Start the week”, seguitissimo programma di Radio 4 di Andrew Marr. Durante l’anteprima radiofonica di lunedì 12 settembre, “Vita e destino” è diventato il libro più venduto in Inghilterra nel giro di poche ore.
Damazer non ha fatto tutto da solo, però. Mesi fa è venuto a sapere che l’unico centro studi al mondo dedicato all’opera dello scrittore russo è in Italia, precisamente a Torino. Preso contatto con Giovanni Maddalena, direttore del comitato scientifico e professore di Filosofia teoretica all’Università del Molise, Damazer ha voluto esporre a Oxford la mostra preparata dal centro studi torinese, inaugurata nel 2006 durante il primo convegno internazionale mai organizzato su Vasilij Grossman, e già esposta in questi anni a New York, San Pietroburgo, Gerusalemme e Buenos Aires (ma misteriosamente rifiutata nel 2009 dalla Biennale della democrazia di Gustavo Zagrebelsky). “Leggere Grossman e presentarlo in questo momento della storia – dice al Foglio Maddalena – significa inserire nella propria vita quantomeno il desiderio di una vera libertà: la libertà di non essere schiavi delle circostanze, ma anche, e soprattutto, la libertà di dialogare davvero su ciò che sta a cuore, bello o brutto che sia (soprattutto brutto, perché è del brutto che è difficile parlare), la libertà di aderire al vero anche quando si è in pochi a farlo, la libertà di porsi domande scomode”. Così una decina di giorni fa “l’eccentrico professore italiano Giovanni Maddalena”, come da ritratto del Sunday Times, ha attraversato l’Europa con un furgone per portare personalmente i pannelli della mostra a Oxford e intervenire al convegno.
Adesso tocca a Kenneth Branagh che, a differenza di Stalingrado, non ha resistito all’attacco: “Già il titolo ti cattura – ha detto l’attore presentando la dramatisation – Sembra dire: qui troverai qualcosa di davvero importante”. Le migliaia di personaggi del romanzo sono state ridotte al più maneggevole numero di 159, portati in vita da sessantasette attori grazie al lavoro della regista Alison Hindell e di due autori, Mike Walker e Jonathan Myerson, che hanno dovuto anche riprodurre i suoni per far immergere l’ascoltatore nella polvere delle strade di Stalingrado del 1942 e nell’acqua fredda del Volga. In Inghilterra si comincia domenica (anche online), la speranza è quella di sentire presto le stesse parole anche in italiano.



venerdì 2 settembre 2011

Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita


Una scena da The Tree of Life, in uscita in dvd l'11 ottobre 2011


"Ora la Signora si rialzò e prese ad allontanarsi. Gli altri Spiriti brillanti le andarono incontro per riceverla, cantando mentre lei arrivava:

La Santa Trinità é la sua dimora: niente può turbare la sua gioia.
Ella é l'uccello che sfugge a ogni rete, il cervo selvaggio che scavalca ogni trabocchetto.
Come la madre uccellino per i suoi piccoli o uno scudo per il braccio del cavaliere: così é il Signore Iddio per la sua mente, nella Sua immutevole lucidità.
I diavoli non la spaventeranno nell'oscurità, le pallottole non la spaventeranno nel giorno.
Le falsità atteggiate a verità l'assaliranno invano: ella vede attraverso la menzogna come se fosse un vetro.
L'invisibile germe non la danneggerà, e neanche il sole cocente.
Egli invierà dèi immortali a raggiungerla su ogni strada su cui ella deve viaggiare.
Essi la tengono per mano nei punti più ardui, ella non tira indietro i suoi piedi nell'oscurità.
Ella può camminare tra i leoni e i serpenti a sonagli, fra i dinosauri e le covate di leoncini.
Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita, Egli la porta a vedere il desiderio del mondo"


da Il grande divorzio. Un sogno di C. S. Lewis, Jaca Book, pag 129

domenica 14 agosto 2011

Eternità e presente




Non si potranno mai veramente calcolare gli innumerevoli benefici arrecati al genere umano dalla caduta di questo epistolario diabolico nelle mani di un certo C. S. Lewis, e dalla sua successiva pubblicazione sotto il titolo di "Le lettere di Berlicche". Ricco, ricchissimo di spunti. E poi, cosa più unica che rara, offre a chi legge il gusto della trasgressione delle regole (occorre fare il contrario di ciò che Berlicche suggerisce a Malacoda) ottenendo in cambio nientemeno che felicità e salvezza.
Provare per credere.


Dalla lettere XV:


"Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all'eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: della eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano presente. Il presente é infatti il punto nel quale il tempo tocca l'eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un'esperienza analoga all'esperienza che il nostro Nemico ha della realtà intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà. Egli vorrebbe perciò che essi fossero continuamente occupati o con l'eternità (il che vuol dire occupati di Lui) o con il presente - o che meditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separazione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente. Il nostro lavoro é di allontanarli sia dall'eterno sia dal presente".

mercoledì 20 luglio 2011

L'unico divertimento dell'essere cristiani e la gloria dell'individualità

Qualche perla da Ortodossia; Chesterton, assieme a Dante e Omero, fra gli altri,  é certamente un buon compagno di spiaggia. 





"Che Jones adori il dio dentro di sé, alla fine significa che Jones adorerà Jones. Che Jones adori pure il sole e la luna, qualsiasi cosa, ma non la Luce Interiore; che adori i gatti o i coccodrilli, se ne trova qualcuno in giro, ma non il dio dentro di sé. Il cristianesimo é venuto nel mondo innanzitutto per affermare con violenza che un uomo non solo non deve guardarsi dentro, ma deve guardare fuori - per osservare con stupore ed entusiasmo una divina compagnia e un divino capitano. L'unico divertimento dell'essere cristiani é il fatto di non essere lasciati soli con la Luce Interiore, ma di riconoscere nettamente una luce che viene dall'esterno, splendente come il sole, chiara come la luna, terribile come un esercito con tanto di stendardi".


"E' proprio in questo che il buddhismo si ricongiunge con il moderno panteismo e con l'immanenza. Ed é proprio qui che il cristianesimo si ricongiunge con l'umanità, la libertà e l'amore. L'amore desidera l'individualità, ed é per questo che desidera la divisione. E' insito nel cristianesimo gioire del fatto che Dio abbia infranto l'universo in piccoli frammenti, perché sono frammenti vivi. E' insito nel cristianesimo dire: "Figlioli, amatevi l'un l'altro", piuttosto che dire a un'unica persona di amare se stessa. Quersto é l'abisso intellettuale che esiste tra il buddhismo e il cristianesimo: per il buddhista e per il teosofo, l'individualità é la caduta dell'uomo, per il cristiano é lo scopo di Dio, l'intero progetto dell'idea cosmica. L'anima del mondo dei teosofi chiede all'uomo di amarla soltanto per fare in modo che quell'uomo possa calarsi in essa. Ma il cuore divino del cristianesimo getta di fatto l'uomo al di fuori di esso, per poterlo amare".


venerdì 8 luglio 2011

Beauty/1


Da qualche giorno sono immerso nella lettura del saggio filosofico di Roger Scruton, pubblicato da Vita&Pensiero, La bellezza. Ragione ed esperienza estetica. Pagine dense e ricche: dal giudizio estetico di Kant alla concezione dell'eros in Platone si tratta di un vero e proprio viaggio dentro all'esperienza del bello. Cosa intendiamo dire quando esclamiamo "che bello"? E che differenza c'è fra la bellezza di una tavola ben apparecchiata e quella della Moldava che sto ascoltando ora mentre scrivo? Per non parlare della relazione fra desiderio e bellezza, della differenza fra bellezza umana e naturale e così via.
La tesi di Scruton é che il riconoscimento e il bisogno del bello sia oggettivamente insito nella nostra natura razionale. E che ciò che é bello richieda di essere notato, e che quindi la bellezza sia relazione. 
Riporto un passaggio particolarmente significativo dal capitolo II, La bellezza umana:

"Che attiri la contemplazione o che susciti il desiderio, la bellezza umana é sempre vista in termini personali. Essa risiede particolarmente nei tratti - il volto, gli occhi, le labbra, le mani - che catturano il nostro sguardo durante le relazioni personali e attraverso cui ci rapportiamo vicendevolmente, da io a io. 

(...)

La ricerca della bellezza riguarda ogni aspetto della persona rispetto alla quale potremmo, fosse anche per un breve momento e per qualsiasi motivo, compiere un passo indietro evitando un coinvolgimento diretto, in modo da collocarla all'interno del nostro sguardo contemplativo. Non appena un'altra persona diventa importante per noi, tanto che percepiamo nella nostra vita la forza gravitazionale della sua esistenza, siamo in una certa misura stupiti della sua individualità. Di tanto in tanto, ci fermiamo in sua presenza e lasciamo che il fatto incomprensibile della sua esistenza al mondo si faccia strada in noi. E se la amiamo e ci fidiamo di lei e proviamo il conforto della sua amicizia, ebbene in questi momenti il nostro sentimento é paragonabile al sentimento della bellezza - una pura adesione all'altro, la cui anima risplende sul suo volto e nei suoi gesti proprio come la bellezza risplende in un'opera d'arte.
Non sorprende, dunque, che spesso si impieghi il vocabolo "bello" per descrivere l'aspetto morale della gente. Come nel caso dell'interesse sessuale, il giudizio sulla bellezza presenta una componente irriducibilmente contemplativa. L'anima bella è quella la cui natura morale é percepibile, quella che non si limita a essere un agente morale, ma che diventa anche una presenza morale, con il genere di virtù che si manifesta allo sguardo che contempla. (...) In casi del genere, l'apprezzamento morale e il sentimento della bellezza sono indissolubilmente intrecciati ed entrambi mirano all'individualità della persona".