venerdì 29 aprile 2011

Se sarete quello che dovete essere...



... metterete fuoco in tutto il mondo.


Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicino, vecchi e nuovi amici, vecchi e nuovi compagni di strada.

mercoledì 27 aprile 2011

La fatica é non stare con Gesù

Da Tracce.it. Questa é la Chiesa, ed é un qualcosa di così misteriosamente commovente, la casa mia e dei miei amici dove accade tutto questo, ieri, ora e ancora, ogni giorno.


TRIDUO DI GS

Il "senza misura" di Gesù

26/04/2011 - Erano in settemila, da tutta Italia. Ritrovo a Rimini, per gli Esercizi spirituali di Gs dal titolo "Maestro, dove abiti? Venite e vedete": il viaggio insieme, la Via Crucis, l'incontro con i ragazzi de "L'imprevisto". Il diario di quei tre giorni

Giovedì, in viaggio verso il triduo
Sono ormai tre ore che siamo in viaggio. Qualche risata, qualche dialogo, qualche cantata. Poi un momento di silenzio. Sono rimasta da sola vicino al finestrino. Mi guardo intorno. Forse un po’ stanca per la fatica degli ultimi giorni di scuola, o per la sveglia del giorno prima. O forse è nostalgia di Lui. Sto per chiudere gli occhi ma arriva una mia amica, Lucia. Ha un anno in meno di me. Mi sorride: «Emi, in questi ultimi giorni ho fatto fatica perché mi accorgo che non sono capace di voler bene ai miei amici e così loro non sono in grado di rispondere a tutto il bisogno che sono. Emi, non è colpa loro. Il punto è che io ho bisogno non di essere voluta bene solo per cinque minuti o un pomeriggio. Io ho bisogno di qualcuno che mi voglia bene sempre, uno che mi abbia sempre in mente». Mi rianimo. Ma Uno così io l’ho incontrato! Anche Lucia l’ha incontrato, se no non sarebbe su quel pullman. Allora comincia così per noi il Triduo come la possibilità di rivedere, di rincontrare ora, già da subito e in questi giorni, Gesù che ci ha già afferrate. Ed è così vero che accade ora, che la mia faccia è cambiata.

Venerdì, pranzo
Sono a tavola dopo la lezione della mattina. C’è una ragazza che non conosco. Desa le chiede cosa l’ha colpita di questo inizio. Sono due settimane che neppure si alza dal letto, non vuole andare a scuola, non vuole fare nulla. Guarda sempre la luna... Ma ieri sera la luna era diversa, o, meglio, qualcosa era cambiato in lei. Dice che si è ritrovata a piangere mentre don Eugenio leggeva le lettere. Anche lei non aveva più voglia di vivere. «Ho sempre cercato di riempire in tutti i modi questo vuoto che sento, questa mancanza che sento». Ma don Eugenio ha aperto un possibilità nuova, tutta da capire, tutta da scoprire. Quel vuoto può non essere una tomba. Altri raccontano della corrispondenza sperimentata. Sono stupita e pensierosa. E arriva la domanda di Desa: «A cosa stai pensando, Emi?». Gli racconto di questi giorni, di quel velo di tristezza che li accompagna. Due giorni prima di partire ero a casa, ammalata. Non riuscivo né a dormire né a studiare, e non capivo che senso avesse quel tempo in cui mi sembrava che nulla stesse accadendo. Come diceva poco prima don Eugenio, avevo bene in mente dove avevo sperimentato, proprio il giorno prima, quella promessa di bene. Ma in quel momento sembrava essere ovunque tranne a casa mia. Così ho pensato alla Cri. Lei dice che comincia ad amare anche la malinconia, perché porta Gesù. Le ho scritto e lei mi ha risposto: «Guarda che sono i momenti più veri. E vedrai , non tarderà a mostrarSi». Anche quella malinconia era Sua. Ho sorriso. Nel pomeriggio sono arrivati due miei compagni a trovarmi. Che gioia vederli. Non gli avrei voluto un bene così sincero se non ci fossero state quelle ore che poco prima mi sembravano così insensate. Desa allora mi dice: «Guarda che sarebbero anche potuti non arrivare, quei tuoi amici. Quello non è il miracolo. Il miracolo è prima. Il miracolo è poter guardare come benedizione la malinconia. E così tu avresti potuto passare un’intera giornata da sola, malinconica ma con questa nuova coscienza». Ma l’esperienza che sto vivendo, quell’uomo che ho incontrato, ha realmente la pretesa di darmi la possibilità di non buttare via nulla della mia vita e di rendermi libera fino a questo punto.

Venerdì, Via Crucis
Ultima stazione. C’è molta gente intorno a me. Guardo la croce, ma sono distratta. Poi vedo un volto amico: Davide. È proprio davanti alla croce. Ma non solo fisicamente. Mi commuovo. Mi è regalato lui per poter chiedere anche io quella sua stessa semplicità. Sono davanti a Davide, non solo a quel pezzo di legno. Mi è dato Davide per poter guardare in modo vero la croce. Sono davanti a Gesù.
La Via Crucis è finita. Sono ormai sulla strada verso il pullman. «Io ho scoperto una cosa grande», mi dice una amica: «Questi ultimi giorni guardavo la fatica della mia malattia solo come qualcosa di negativo. Oggi sentendo don Eugenio mi sono resa conto per la prima volta di quale grazia sia: Gesù mi preferisce fino al punto di farmi partecipe della Sua croce. Sto aiutando Gesù a salvare me e il mondo». Questa è la misura di Gesù, anzi il "senza misura" di Gesù.

Sabato
Arriviamo in salone con negli occhi e nel cuore le vite cambiate dei ragazzi della comunità “L’imprevisto” e il volto di Silvio, che dice che per poter stare di fronte al loro bisogno si è accorto di dover innanzitutto stare davanti al suo. Eppure spesso ci sembra di non essere in grado, o, meglio, abbiamo paura di stare con lealtà di fronte al nostro bisogno. Don Eugenio provoca: «Ma di cosa avete paura? Della fatica? Ma è molto più faticoso non aderire alla struttura del nostro cuore, non domandare, non muoversi con lealtà che vivere con cuore aperto. E cadremo, ragazzi. Ma non c’è d’aver timore nemmeno di questo. Perché Gesù, per rimettere in moto la nostra umanità, riaccade ora. Accade continuamente. Ci sono tanti segni della Sua inconfondibile presenza, ma il più grande è il nostro cuore». Il mio cuore è il più grande segno di Lui! Sono uscita da quella sala più me stessa. Ho abbracciato i miei amici con una commozione vera perché finalmente potevo guardarli con amore sincero. C’è tanto da capire, c’è tanto da scoprire ma non c’è più nulla che ci manca. Non un vuoto che è una tomba. Un Volto buono che non si stanca mai di me.

Emanuela, Milano

domenica 24 aprile 2011

L'impero romano crolla, ma ardono i segni di una primavera nascosta. Buona Pasqua




Posted: 23 Apr 2011 11:27 PM PDT

Tutti nel mondo, in questi mesi, vedono tumulti, catastrofi e caos. Analisti e media brancolano nel buio. Tutto dà segno di disfacimento. Un invisibile tsunami ci sta travolgendo.
Eppure io conosco i segni di una primavera nascosta. Ma bisogna volgere lo sguardo altrove. Bisogna accorgersi di qualcosa che sta accadendo nel silenzio, lontano dai riflettori.
Come quando stava crollando l’impero romano e sembrava vi fossero solo le rovine e le orde barbariche e i lupi che infestavano ogni luogo: invece qualcuno silenziosamente stava piantando il seme di una nuova civiltà e della città di Dio.
Dunque non guardate dove guardano tutti i media, cioè verso le rovine, perché la novità e la speranza non vengono dalla politica, dall’economia, dagli stati, dagli intellettuali, dagli eserciti o dalle sedicenti rivoluzioni.
La novità vera sembra fragile e silenziosa come le gemme che spuntano a rinnovare la vita di un bosco.
Dice Péguy che quando vedi una gemma ti sembra una cosa tanto piccola e fragile che sembra insignificante confrontata alla grande foresta.
Eppure senza quella gemma tutta quella foresta secca non sarebbe che legna da ardere, non sarebbe che un cimitero. Non avrebbe alcuna speranza.  
E dunque oggi voglio raccontarvi come spunta una gemma nella foresta morta. Una gemma che sfida lo tsunami del tempo, del dolore e della morte.

Un fatto strano

Immaginate 7 mila giovani fra i 19 e i 15 anni. E pensateli a Rimini, sulla riva del mare. Di sicuro vi viene in mente un gran baccano.
Invece questa immensa folla di giovani sulla sponda dell’infinito era in un silenzio assoluto e commosso, che lasciava sentire la brezza e il rumore delle onde.
E’ accaduto venerdì scorso, venerdì santo, dalle ore 13 alle 18. Settemila giovani dietro a una croce. Anzi dietro al “più bello fra i figli dell’uomo”, dietro all’Inimmaginabile, dietro all’unico uomo veramente affascinante della storia.
L’unico re, umile e veramente potente. L’unico amico fedele, l’unico che ha pietà di noi uomini.
Non crediate che si tratti di extraterrestri. Sono i nostri figli. Frequentano licei e istituti tecnici. Sono normalissimi ragazzi italiani dell’anno di grazia 2011.
Volti normali, abbigliamento tipico della loro generazione, chi col piercing, chi con la coda di cavallo, chi col bordo delle mutande che spunta sotto i jeans.
Non sono ragazzi che non fanno peccati, anzi sono qui proprio perché – come tutti gli altri – li fanno: sono venuti per questo, perché sentono il bisogno dell’abbraccio di un Padre buono, che perdona, di un Amico grande, che non tradisce mai e che medica le loro ferite.
Non sono qui perché non s’innamorano: ma, al contrario, sono qui proprio perché s’innamorano e vogliono capire chi e cosa mai potrà colmare questa loro sete d’amore che è più grande del mare, più immensa, più misteriosa e profonda dei suoi fondali.
Il loro raduno – organizzato da Gioventù studentesca (CL) – era cominciato il giovedì santo, alla fiera di Rimini, proprio con le immagini dello tsunami in Giappone avvolte da una musica che struggeva il cuore.
Don Eugenio Nembrini ha suggellato quelle immagini con una domanda che mette ognuno con le spalle al muro: “che cosa sta in piedi nella vita?”.
Tutto infatti è spazzato via dal tempo e dalla morte. Tutto. Anche il potere più formidabile è ridotto in polvere e non resta nulla.
E così sembra che non valga la pena vivere o pare che si possa vivere solo cinicamente.
Ma invece don Julian Carron ha esortato questi settemila giovani a non rassegnarsi: “sentire urgere dentro di sé le esigenze di felicità, di bellezza, di giustizia, di amore, di verità, sentirle vibrare, ribollire in ogni fibra del nostro essere” e “prenderle sul serio è ‘la’ decisione più grande della vita”.
E’ l’avventura degli audaci: “per gente viva, libera, capace di volersi veramente bene. Per gente che vuol vivere all’altezza dell’ideale a cui il cuore spinge senza sosta”.
Ma cosa può restare in piedi e resistere alla distruzione del tempo, del dolore, del male e della morte?
Il motto degli antichi monaci certosini diceva: “Stat Crux dum volvitur orbis”. Che vuol dire: solo l’uomo della Croce rimane invincibile, mentre tutto nel mondo passa e tutto crolla.
Resta solo il potere dell’Amore, di “Colui che ha preso sulle sue spalle la croce di ognuno di noi, Colui che ha portato tutte le croci del mondo”, come ha detto don Eugenio.

“Lascieretelo voi?”

L’immensa via crucis dei giovani sfilava in silenzio dietro la croce fra gli alberi del parco Marecchia a Rimini, verso il ponte di Tiberio, fra le note sublimi dello “Stabat mater” di Pergolesi, poi dell’antico canto polifonico “O cor soave/ cor del mio Signore…”.
Un passante, in bicicletta, si è fermato sbalordito e ha chiesto: “ma chi siete? Cosa state facendo?”.
Un ragazzo del “servizio d’ordine” gli ha risposto: “siamo studenti, è venerdì santo: stiamo facendo la Via crucis”. Quell’uomo, commosso, si è messo in ginocchio e ha mormorato: “Dio sia benedetto!”.
Intanto quella fiumana di giovinezza si era fermata a una nuova stazione. Per il lungo cammino qualcuno in fondo si distrae e parlotta.
Ma quando viene letto il vangelo della crocifissione e alla fine don Eugenio dice: “Cristo ha dato la vita per noi e muore per noi”, tutti tacciono di colpo e come un’onda silenziosa si inginocchiano commossi.
Proprio tutti i settemila giovani: sono stati cinque minuti infiniti di silenzio che hanno abbracciato il loro cuore e il mondo, tutti i destini e tutto il tempo, da Adamo al Giudizio universale.
Poi il coro, un meraviglioso coro di ragazzi, ha intonato una laude cinquecentesca a quattro voci che lacera l’anima: “Cristo al morir tendea”.
L’intreccio fantastico delle voci ripete le parole che secondo l’autore Maria ha rivolto agli amici di Gesù: “Or, se per trarvi al ciel dà l’alma e ‘l core,/ Lascieretelo voi per altro amore?”.
Prosegue così: “ben sa, ben sa che fuggirete/ di gran timore e al fin vi nascondrete/ Ed ei pur come Agnel che tace e muore/ svenerassi per voi d’immenso amore”.
Quel canto si conclude con questa strofa: “Dunque diletti miei/ se a dura croce, in man d’iniqui e rei/ dà per salvarvi ‘l sangue e l’alma e ‘l core/ Lascieretelo voi per altro amore?”.
E’ un canto a cui sono personalmente affezionato anche perché è uno dei prediletti della mia Caterina.
Caterina è cresciuta in questa stupenda compagnia che fa ardere i cuori dei giovani per la Bellezza e la Verità. E’ stata educata da gesti così.

Una mano potente

E quando uno tsunami violentissimo ha investito la sua giovane vita e tutti pensavano e dicevano che ormai non c’era più niente da fare, che Caterina non c’era più, una mano potente l’ha afferrata, quella del Re umile che tante volte lei aveva cantato, e la sua mano benedetta e invincibile l’ha fatta riemergere dall’oceano oscuro del coma. Anzitutto attraverso la voce e i volti di chi l’ama perdutamente.
Ora Caterina sta nuotando verso riva: è una traversata defatigante e durissima, ma una grande catena umana la sostiene: quella compagnia che è il volto e la carezza del Nazareno nel mondo.
Dalla sua faticosa croce Caterina partecipa alla salvezza del mondo. “La Bellezza salverà il mondo”, annunciava Dostoevskij, e lei è parte di questa Bellezza.
Diversi di quei ragazzi presenti a Rimini nei mesi scorsi mi avevano scritto, colpiti e commossi dalla storia di Caterina e dal suo sorriso, dal suo canto, dai suoi amici e dall’amore del suo ragazzo che è più forte della morte e dello tsunami.
Per molti di loro Caterina è diventata una sorta di eroina, ben più ammirabile dei miti e dei mitomani imposti dai media, dalla politica, dai giornali.
Ma la forza di Caterina è la stessa che ha portato loro lì a Rimini, che fa fiorire la primavera, che dà senso alla vita, che ha ispirato a Michelangelo la Pietà, che commuove i cuori e muove le galassie. La forza di Colui che ha vinto il mondo e ha vinto la morte.

Antonio Socci

Da “Libero”, 24 aprile 2011

mercoledì 20 aprile 2011

I santi sono in mezzo a noi, ci indicano continuamente ciò per cui siamo fatti



Caterina da Siena


Il popolo dei santi

 
mercoledì 20 aprile 2011

Benedetto XVI conclude il suo ultimo libro su Gesù di Nazaret indicando nelle grandi figure dei santi la visibilità della resurrezione. Attraverso le loro vite, i loro volti trasfigurati (come non pensare al corpo di Giovanni Paolo II, soprattutto durante gli ultimi anni di vita, attraversati dal paradosso di una grande fragilità unita ad una forza espressiva eccezionale!), le loro opere, le loro parole siamo catturati dentro l’esperienza di Gesù risorto.
I santi non sono solo coloro che la Chiesa riconosce come tali con atto formale. Sono intorno a noi, camminano sulle nostre strade, ci parlano. Insieme formano quel popolo che è la Chiesa, miracolosamente unito, pur nelle difficoltà delle invidie reciproche, dei malintesi, dei peccati più gravi e ripugnanti.
L’evento della resurrezione si rende accessibile a noi in «un presente che ci provoca e percuote», come disse qualche anno fa don Giussani. Esiste su questa terra un popolo di gente che cammina verso la santità, che accetta di cambiare, di lasciarsi plasmare dal dono della fede. Sono persone come noi, peccatori come noi, ma portatori di speranza. Attraverso la loro testimonianza sperimentiamo la vicinanza di Dio, comprendiamo un po’ di più che ogni istante può essere un passo verso il Bene e che ciò che è veramente definitivo non è il male che compiamo, ma, dentro i nostri limiti, l’abbraccio luminoso del Cristo risorto.

(...) 

martedì 19 aprile 2011

"In un buco del terreno viveva uno Hobbit..."

Grazie a Uomovivo per la segnalazione. Dopo Cristiada, torniamo a parlare di cinema. E che cinema!




17 aprile 2011

IL FILM

Hobbit, in principio era lo

 

E così Peter Jackson ha deciso di tornare nella Terra di Mezzo. È stata un’avventura anche per lui, che di avventure se ne intende. Solo che in questo caso non si è trattato di affrontare draghi, stregoni e malefici, come nei romanzi di Tolkien, quanto piuttosto di vedersela con una più prosaica congiura di contenziosi sindacali, acciacchi di salute e imprevisti hollywoodiani assortiti. A ben vedere, tuttavia, un tocco squisitamente tolkieniano c’è, ed è quello dell’eroe in lotta con le proprie paure. Sì, perché dopo lo straordinario successo dei tre film tratti dal Signore degli Anelli, arrivati nelle sale fra il 2001 e 2003, il regista neozelandese proprio non se la sentiva di tornare a misurarsi con l’epica visionaria di Tolkien. Certo, c’era la possibilità di portare sullo schermo Lo Hobbit, che del Signore degli Anelli costituisce l’antefatto, ma Jackson avrebbe preferito riservarsi il ruolo del padre nobile, sovrintendendo alla produzione e lasciando al messicano Guillermo del Toro il compito di dirigere film.

Ma del Toro ha rinunciato e a quel punto Jackson ha deciso di rimettersi dietro la macchina da presa, nonostante un intervento chirurgico per ulcera perforata e a dispetto dei grattacapi causati dalle rivendicazioni delle maestranze neozelandesi. Come già Il Signore degli Anelli, infatti, anche Lo Hobbit sarà girato nel Paese natale di Jackson. E anche in questo caso le riprese avverranno in un’unica soluzione, portando però alla realizzazione di due film che arriveranno nei cinema a un anno di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 2012 e nel 2013.

Attenzione, però, perché Lo Hobbit non è affatto il prequel del Signore degli Anelli, come si sente ripetere da quando, lo scorso 21 marzo, è scattato il primo ciak. Un prequel ci racconta che cosa è successo prima di una storia che già conosciamo. È un’operazione che si svolge, paradossalmente, a posteriori e che ha ben poco di originario (il che non le impedisce di essere originale). Lo Hobbit, invece, è un inizio. Un vero inizio. Al punto che Il Signore degli Anelli fu considerato per un certo periodo dagli editori, e dall’autore stesso, come «il nuovo Hobbit». La storia comincia nel 1937, quando John Ronald Reuel Tolkien, stimato filologo di Oxford, dà alle stampe un libro in cui le sue ricerche sulle antiche mitologie nordiche si intrecciano con i racconti destinati alla cerchia domestica.

Il protagonista è, appunto, uno Hobbit, un "mezzuomo", creatura caratteristica dell’immaginaria Contea che l’autore sceglie come sfondo della sua creazione. Il piccolo eroe si chiama Bilbo Baggins e, se fosse per lui, non avrebbe alcuna intenzione di girare il mondo. Ma un bel giorno si mette al seguito del mago Gandalf ed ecco che arrivano i draghi, gli incantesimi e, più che altro, l’Unico Anello, di cui il buon Bilbo entra in possesso in modo che sembrerebbe casuale e che invece, secondo alcuni critici, chiama in causa direttamente la Provvidenza, la protagonista innominata dell’intera opera di Tolkien.

È la convinzione espressa, per esempio, da Giovanni Cucci e Andrea Monda nell’interessante L’arazzo rovesciato (Cittadella, pagine 182, euro 12,80), un saggio sull’«enigma del male» che dedica molta attenzione al mondo immaginario del Signore degli Anelli. A differenza degli altri "custodi" che si susseguono nel possesso del monile magico, infatti, Bilbo è l’unico che accetta di disfarsene volontariamente, affidandolo al nipote Frodo e rendendo così possibile il percorso di redenzione che dalla Compagnia dell’Anello giunge fino al Ritorno del Re, passando per Le due torri.

Nei film già diretti da Jackson il ruolo di Bilbo anziano era stato affidato a Ian Holm, l’attore britannico che in precedenza aveva interpretato Frodo in una fortunata riduzione radiofonica dei romanzi di Tolkien. Ora, invece, la parte del giovane Bilbo sarà ricoperta da Martin Freeman, finora conosciuto per alcune serie televisive targate Bbc, come The Office e la recente rivisitazione ipertecnologica dei classici di Conan Doyle, Sherlock, dove Freeman impersona il proverbiale dottor Watson.

Anche nel nuovo Hobbit cinematografico (esiste già un cartone animato degli anni Settanta e anche in Italia circola da tempo una bella versione a fumetti, edita da Bompiani) la tecnologia avrà una funzione fondamentale, che culminerà nell’utilizzo del 3D. Eppure la vera meraviglia che la storia riserva è un’altra e sta tutta nella frase che Tolkien scrisse, un po’ per gioco, nella pagina lasciata in bianco da un suo studente: «In un buco nel terreno viveva uno Hobbit…».
 
Alessandro Zaccuri

Saremo giudicati sulla domanda




Saremo tutti giudicati sulla domanda, perché anche nella fossa dei leoni o sotterrati dalla melma, noi possiamo gridare, domandare. Nella Settimana santa, la liturgia ambrosiana (è stupefacente fino a che punto di tenerezza giunge la Chiesa) ci suggerisce una forma commovente di domanda: «Anche se ho fatto tardi non chiudere la Tua porta. Sono venuto a bussare. A chi Ti cerca nel pianto apri, Signore pietoso; accoglimi al Tuo convito, donami il pane del Regno».
Io non ho mai detto ai primi ragazzi che si riunivano: «Pregate». Coloro che venivano, anche se non partecipavano al contenuto, partecipavano al gesto della preghiera. Dopo un po’ di tempo tutti facevano la comunione quotidiana. Ripetevo loro che il sacramento è la preghiera più grande, l’essenza della preghiera, perché è domanda di tutto il proprio io: un uomo vi partecipa anche senza saper pensare, senza saper dire, senza saper nulla, domanda con la sua presenza: «Sono qui». Come fare, allora, a gerarchizzare valori e contenuti? Che cosa dobbiamo ottenere per poter sviluppare la vita? La domanda che cosa deve domandare? L’affezione a Cristo!
Scrive san Tommaso d’Aquino: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione» (che nel senso latino del termine significa compimento, completezza). La cosa più bella nella storia del nostro movimento è che centinaia, e poi migliaia di giovani hanno imparato e vivono l’affezione a Cristo, che sola permette vera affezione all’amico, alla donna, a sé.
Ma come ottenere questa capacità di affezione a Cristo? Innanzitutto, soprattutto, al di là di tutto, domandandola. La storia religiosa dell’umanità, cioè la Bibbia, termina con questa frase: «Vieni, Signore Gesù». È una domanda “affettiva”, un’espressione vibrante di “attaccamento”. Fino a pochi anni fa era questa la formula che sempre suggerivamo. Adesso se n’è aggiunta un’altra: Veni Sancte Spiritus. Veni per Mariam. È la stessa, più sviluppata e cosciente.
 
 
da "Come nasce un movimento", di Luigi Giussani. Grazie Silvia

lunedì 18 aprile 2011

Lord I tried

Ragazzi, sembra di essere tornati alle mitiche serate in musica dei mercoledì di luglio al Wagner College, in quel di New York City, assieme ad un pacchetto di Good&plenty, una cherry Coke, le gambe stanche per le lunghe giornate a Manhattan, gli amici americani che ci insegnano a battere le mani e tante altre storie.
Grande Riro! Grazie.


giovedì 14 aprile 2011

"A story of passion and struggle for freedom: that will touch everyone"

Ecco un filmato della conferenza stampa del produttore, del regista e del cast di Cristiada: "Quando presenteremo questa storia al mondo, penso che chiunque sarà meravigliato da questa storia di passione  e di lotta per la libertà: questo commuoverà tutti, e ispirerà il mondo", "come attore messicano sono orgoglioso di fare parte di questa pellicola, su questa epoca della storia che poche persone al mondo conoscono; un film che invia un messaggio di fede, di amore, di speranza al mondo intero".

Non c'è nient'altro da dire, se non che fremo d'attesa. I volti, le parole, la musica di sottofondo (probabilmente la colonna sonora) dicono già tutto.
Viva il cinema messicano! Viva Cristo Rey!




martedì 12 aprile 2011

Cristiada

Per quanto riguarda la Storia, i testi scolastici e il mondo del cinema si possono avere diverse combinazioni. La più frequente vede abbondare filoni e luoghi comuni e nei manuali e nei film pur trovando molte, molte difficoltà a trovare conferme nella Storia vera e propria (Il nome della rosa, Luther docent); accade poi che molti fatti storici degni di nota, eroici o drammatici, rimangano nell'anonimato, e questo é forse ancora più comune. Raramente però si verificano le condizioni per cui un fatto storico, eroico e drammatico, misteriosamente (?) assente in tutto e per tutto dai testi scolastici e dalla cultura generale trovi spazio attraverso un grande film.
E' quello che sta accadendo riguardo ai martiri della Chiesa messicana. Ecco le battute iniziali di un articolo di Paolo Gulisano da Storialibera.it:


Sono i Cristeros, cattolici perseguitati che per affermare il loro diritto di vivere la fede si trovarono costretti a prendere le armi. Al grido di Viva Cristo Rey. In Messico, negli anni Venti del secolo scorso. Dominato dalla Massoneria.

Tra gli eventi che nel XX hanno visto per protagonisti quelli che Giovanni Paolo II chiama "i nuovi martiri", uno era finora sfuggito all'attenzione del grande pubblico: il martirio subito dalla Chiesa in Messico. Raccontiamo questa storia dimenticata, che diffficilmente si trova nei libri di storia, quella di una rivolta di coraggiosi, di contadini, maestri, impiegati, madri di famiglia, che insorsero in difesa delle libertà concrete (di fede, di diritto ad un insegnamento libero, ad una socialità non soffocata dallo Stato), che combatterono contro il genocidio culturale: l'epopea dei Cristeros.

Continua



Ed ecco il trailer del film in questione, Cristiada. Ho dovuto guardarlo più e più volte per credere ai miei occhi: speriamo davvero sia un grande film a testimonianza del Vero.



lunedì 4 aprile 2011

La Gioia, la liberazione del prigioniero


You sought me, by Michael D. O'Brien


"Colui che dà la Gioia non ha bisogno che l'epoca gliela dia. La sventura stessa é il luogo della sua missione. La disgrazia dei tempi non é un ostacolo, ma una conferma: la conferma che egli é stato messo là per comunicare la Gioia. La Gioia é come l'Essere. L'Essere non attende che il nulla gli dia la possibilità di esistere: egli é ed egli comunica l'esistenza. Allo stesso modo la Gioia crea le sue stesse condizioni di possibilità. Non aspetta che la sofferenza le permetta di intervenire: ella interviene e soffre per diffondersi.
Allo stesso modo il Cristo non aspetta che il mondo sia santo per venire a lui. Tutto ciò che egli chiede é di essere peccatore, di essere profondamente abbandonato al peccato, di essere completamente perduto, al punto da non accorgersi di essere perduto: é così che all'improvviso il Cristo viene e proclama ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista (Luca 4,18). E' vero, proclamando la liberazione, egli rivela la nostra prigionia e proclamando il ritorno alla vista egli rivela la nostra cecità. Per molti si tratta di una rivelazione insopportabile e subito la comunità di Nazareth arriva al punto di volerlo uccidere.
Si uccide volentieri un nemico e si uccide ancor più volentieri colui che ci porta la Gioia. Lo si uccide perché ci mostra la nostra miseria, la nostra incapacità di donarci da soli la Gioia. C'è un principio fondamentale: "Posso uccidermi da solo, ma da solo non posso beatificarmi". Per raggiungere la beatitudine ho bisogno di una Beatrice, ho bisogno che Dio salvi Beatrice e che mi salvi con lei, ho bisogno di quel Dio che "parea nel suo volto gioire" (Dante, Paradiso, XXVII, 105). La Gioia non attende di trovarci già felici, così come Gesù non attende che il mondo sia santo per venire: egli viene e domanda una sola cosa, non che noi meritiamo la sua venuta, che non sarebbe altrimenti una grazia, quanto piuttosto che noi riconosciamo, una volta che lui sia venuto, la nostra sconfitta, la nostra tristezza, quei nostri piccoli piaceri laboriosi e meschini, in maniera tale da potercene infine affrancare e poterci così aprire alla Gioia.

(...)


(c'è qualcosa che) vieta per sempre a Comunione e Liberazione di chiudersi in se stessa: se la comunione é il principio della liberazione, allora occorre innanzitutto vivere una comunione con il prigioniero, con lo schiavo, con colui che ha bisogno di essere liberato. E' molto semplice: il salvatore deve vivere nello stesso mondo del prigioniero, e intraprendere una comunione imperfetta con lui per poi poter entrare in comunione piena."


Fabrice Hadjadj, da "Modernità contro modernismo ovvero la grazia del nostro tempo",
intervento nell'Aula Magna dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Giovedì 3 marzo 2011



Grazie mille Elena.
 

sabato 2 aprile 2011

Famous Old Painters - Coldplay (?)

E' apparsa sul web questa splendida traccia strumentale dei Coldplay, il cui titolo già era noto in fase di lavorazione a Viva la Vida or Death and All His Friends: Famous Old Painters. Come potete leggere qui non c'è ancora conferma che si tratti di un brano ufficiale, cosa della quale non mi stupirei affatto, visto lo stile inconfondibile.

Comunque sia, lunga vita a Chris e compagni.






venerdì 1 aprile 2011

Voi volevate costruirvi una casa modesta, Lui vi sta preparando un palazzo

Ogni volta che mi accosto alle parole di C. S. Lewis é il riaccadere di qualcosa di misterioso, misterioso e grande. Per alcune filosofie e per alcune fumose fantasie psicoanalitiche affrontate in questi giorni a scuola ho avuto a che fare con uomini tristi.
La Gioia. Ecco cosa riaccade ogni qualvolta mi accosto alle pagine di Lewis, di Chesterton o di qualunque altro uomo abbia goduto di quell'inenarrabile allegria, di quel terribile e dolcissimo amore che é Cristo nella miseria e nello splendore della nostra vita. La realtà diventa improvvisamente più fresca, e tutto il nero degli uomini che hanno chiuso la porta in faccia al mistero del mondo svanisce di fronte alla bellezza di ciò che accade. Questa é la speranza, per noi e per tutti i nostri amici: alzare il capo e accorgersi che davvero l'esperienza é leale, che "l'universo risponde il vero se lo si interroga onestamente".

Che importa se gli uomini tristi sembrano vincere e rovinare ciò che abbiamo di più caro, coloro che amiamo? Noi abbiamo la grazia di un tesoro, in forza del quale poter gridare "Morte agli dei della morte!" e gettarci nella mischia, lieti e innamorati come mai. Custodiamo un segreto, quel rapporto che ci fa essere, in forza del quale (ecco una potente immagine tolkeniana) non esiste assedio, per quanto terribile, che ci impedisca di tuonare in una fragorosa risata.

Perché Uno ha già vinto, e Malacoda ha i giorni contati. 


C. S. Lewis


LETTURE/ Lewis, Berlicche e quel "falso" cristianesimo che ama la morale ma non la vita

 
venerdì 1 aprile 2011
Ci sono libri che vengono rifilati fin da bambini, fatti ingurgitare a forza tra i banchi o in estati troppo afose. Ne abbiamo un ricordo piatto di inutilità celata. Quasi libri di precetti religiosi e buoni propositi, che finche si è piccini possono essere ancora letti, ma una volta raggiunta l’età della ragione cadono nel dimenticatoio. È il caso delle Lettere di Berlicche di Lewis in cui viene riportato il carteggio fra due diavoli: Malacoda apprendista alle prese con il suo primo paziente,e lo zio Berlicche dispensatore di consigli utili per evitare la conversione dell’uomo in questione.
Lewis abbandonerà la fede all’età di dodici anni intraprendendo una vita da esteta, dedicandosi con successo e senza patemi alla cultura, al successo, alle donne. Ma succederà che “dentro ad ogni esperienza pura” continuerà a percepire “qualcosa che non può essere spiegato”. Dirà nella sua autobiografia di che cosa si tratta: “Quello che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate, ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete aver ingannato voi stessi, ma l’esperienza non sta ingannando voi. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente”.
Con questo pungolo Lewis farà i conti per tutta la vita cercando di metterlo a nudo nelle sue opere, e ci riuscirà nell’ultimo romanzo A viso scoperto dove nelle parole del protagonista sembra di rivedere lo stesso scrittore. “Proprio perché tutto era così bello nasceva dentro di me un desiderio, sempre lo stesso: da qualche parte doveva esserci qualcosa di ancora più bello. Tutto sembrava dirmi, Vieni! Ma io non potevo andare... Mi sentivo come un uccello in gabbia, che vede gli altri uccelli della sua specie volare verso casa”.
Lo scrittore non accetta la visione di cristianesimo che passa nell’occidente liberale dei nostri giorni, in cui Dio è visto come: “il tipo di persona che sta sempre a spiare se uno se la spassa, e poi cerca di impedirglielo”. Anzi rilancia la questione nelle lettere di Berlicche dicendo che si è veramente cristiani in virtù e non nonostante i propri desideri più profondi: “Hai permesso al paziente di leggere un libro che veramente gli piaceva, del quale veramente godeva. In secondo luogo gli hai permesso di fare una passeggiata fino al vecchio mulino e prendervi il tè. Una passeggiata attraverso un paesaggio che veramente gli piaceva e fatta da solo. In altre parole gli hai offerto due veri e positivi piaceri. Sei stato davvero così ignorante da non vederne il pericolo?”.

Lewis non concepisce il cristianesimo come castrazione della personalità ma come una sua esaltazione: “In fondo Egli è un edonista.Tutti quei digiuni, quelle vigilie, come i roghi e le croci, sono facciata. O soltanto come la spuma sul lido del mare. Laggiù in alto mare, nel Suo mare, c’è il piacere, e sempre maggior piacere. Ha riempito tutto il Suo mondo di piaceri. Vi sono cose che gli essere umani possono fare tutto il giorno senza che egli vi badi ne tanto ne poco: dormire, lavarsi, mangiare, bere, fare all’amore, giocare, pregare, lavorare. Ogni cosa deve essere distorta prima che ci serva in qualche modo”.
Per questo vale la pena di rispolverare questo libro, magari leggerlo, da soli, con onestà quasi da bambini. Perché si tratta di inno alla vita e al valore, alla dimensione di ogni piccolo gesto, con gli occhi di chi ha scritto che “incontrare Dio è la cosa più scomoda al mondo, perché egli sta costruendo una casa tutta diversa da quella che avevate in mente voi. Pensavate di costruire una casetta ammodo: ma Lui sta costruendo un palazzo. Intende venirci a vivere Lui stesso”. Buona lettura.