mercoledì 29 ottobre 2008

Qui c'è uno che ha le idee chiare.

Questo articolo è tratto da Ilsussidiario.it, ed è scritto da uno con le idee chiarissime. Si parla di elezioni: Obama, McCain, ma soprattutto di ciò che quest'uomo ha incontrato nella sua esperienza, e che determina in lui ogni momento, ogni istante della sua vita: Cristo. Perché andare alle urne non significa dimenticare chi si è, e ciò per cui si vive.
Questo è un personaggio particolare con le idee molto chiare sul criterio per cui un candidato ha una posizione migliore dell'altra o viceversa; un personaggio particolare che sta per partire per l'Iraq, e da quando ha incontrato Cristo guarda i suoi soldati fin nella profondità del loro essere. Li abbraccia. Un uomo particolare che ne ha passate di tutte alla ricerca della Verità, fin quando è stata Lei stessa a farglisi incontro. Carne e ossa, sguardo e presenza. E così ha capito che solo in questo modo, in questo incontro, lui può davvero cambiare il mondo.



Questa tornata elettorale, con i suoi molti dibattiti su come il nostro paese dovrebbe progredire nel futuro, non è qualcosa di lontano o astratto. Sono infatti in procinto di partire per la guerra. Come molti miei amici cattolici, considero le prossime elezioni fra le più importanti della nostra vita. Da cattolici profondamente impegnati nel mondo, abbiamo il compito di formare la nostra coscienza attraverso gli insegnamenti della Chiesa. Dobbiamo quindi scegliere con prudenza il candidato da sostenere, in base ai programmi politici proposti. La domanda che occorre farsi è: chi di loro due servirà meglio il bene comune? Il leader che scegliamo come nostro Presidente deciderà letteralmente il destino di molti americani nati e ancora in grembo. Non possiamo ignorare questa realtà. Ho passato molto tempo a guardare, ascoltare e seguire i candidati. Come tanti, vorrei anch'io creare il mio candidato, così come si costruisce il famoso "Mr. Potato Head" mettendo insieme i vari pezzi del giocattolo; ma questo non è possibile e nemmeno desiderabile, per molte ragioni. La prima e più importante constatazione è il bisogno di accogliere la realtà per quello che è e non per quello che si vorrebbe che fosse. È facile cadere nella trappola ideologica di cercare di trovare il candidato perfetto, dimenticando la profonda verità antropologica che tutti, uomini e donne, sono peccatori. Quindi, non deve mai essere dimenticato che vi è chi si fa promotore di politiche che non sono molto diverse dal male. Come dobbiamo procedere allora? Per rispondere a questa domanda, permettetemi di raccontarvi la mia esperienza personale dell’incontro con un uomo che io considero un santo cattolico. Un po' di anni fa, poco prima della sua morte, ho avuto il privilegio di incontrare e di mangiare “in comunione” con il mio eroe personale, Monsignor Luigi Giussani.. Lasciatemi spiegare perché è il mio “eroe” e perché lo considero un “santo”. Ho ricercato la Verità per tutta la vita, con un desiderio incessante di conoscere, amare e servire Dio. Un cammino di fede che mi ha portato dal protestantesimo evangelico al buddismo, dall'islam allo spiritualismo dei Native Americans, dalla massoneria all'ortodossia russa e finalmente alla "Pienezza della Verità" che è il cattolicesimo. Attraverso l'esempio vivente di Don Giussani, Cristo mi ha insegnato ad amare mia moglie e i miei figli con una profondità che sarebbe impossibile senza di Lui. Posso onestamente dire che la mia vocazione come soldato è stata salvata grazie a Don Giussani. Ora posso amare i miei soldati nella profondità del loro essere e ringraziare Dio ogni giorno per come loro mi rendono evidente Cristo. Don Giussani incarna per me ciò che un vero leader deve essere. Un vero leader è prima di tutto uno che serve. Durante l'incontro, questo Apostolo di Cristo, Don Giussani, mi disse della sua grande speranza e affezione per l’America. Continuò dicendo che considerava l’America come il Sacro Romano Impero. Poi mi guardò dritto negli occhi e mi disse: «I cattolici in America devono essere fedeli al Santo Padre e facendo così salveranno l’America. Non solo l'America come paese ha un grande ruolo di responsabilità in questo mondo, ma ogni cattolico in questo paese ha una grande missione e un grande compito». La verità di quelle affermazioni sta ancora risuonando in me.Basta considerare le questioni della vita, dall'aborto alla ricerca sulle cellule staminali, dall’eutanasia alla teoria della giusta guerra. Dobbiamo anche considerare cosa insegna la Chiesa attraverso il Santo Padre sul matrimonio e sulla famiglia. Seguiamo la loro guida amorevole su questi temi. Sono convinto che la Madonna intercederà perché Dio guidi la Chiesa e ognuno di noi in questi tempi. Invece di cadere nella disperazione nel tentativo di stabilire quale sia il bene comune, dovremmo avere una grande speranza. Nella difficoltà di capire quale sia il candidato che sembra più ragionevole votare, ho rivolto ai miei amici questa domanda: «La Madonna è il modello della nostra fede, ci insegna cosa vuol dire essere cattolici, essere umani, e io non posso fare a meno di pensare chi sosterrebbe se fosse al nostro posto. Quali politiche appoggerebbe? Sceglierebbe per la pace o per uno stato di guerra continua? Ignorerebbe la sofferenza dei poveri, di quelli privi di assistenza sanitaria? Predicherebbe l’odio contro gli immigrati? Queste sono cose su cui mi interrogo, cose su cui prego». Credo che sia di aiuto riflettere sulle parole di Papa Giovanni Paolo II in un’omelia pronunciata il 23 gennaio1999 nella basilica della Madonna di Guadalupe a Città del Messico. Io ho avuto il privilegio di andare due volte in pellegrinaggio a questa incredibile basilica, prima ancora che diventassi cattolico, ma anche allora ho avuto ugualmente la possibilità di riconoscere il miracolo della Madonna. Il titolo di questa parte dell’omelia era: «Benedetta sei tu, America, perchè credi, speri e ami». «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore (Lc 1, 45). Queste parole che Elisabetta rivolge a Maria, che porta Cristo nel suo grembo, si possono applicare anche alla Chiesa in questo Continente. Beata sei tu, Chiesa in America, che, accogliendo la Buona Novella del Vangelo, generasti numerosi popoli alla fede! Beata perché credi, beata perché speri, beata perché ami, poiché la promessa del Signore si compirà! Gli eroici sforzi missionari e l'ammirevole impresa evangelizzatrice di questi cinque secoli non sono stati vani. Oggi possiamo dire che, grazie ad essi, la Chiesa in America è la Chiesa della Speranza». In tutta onestà, l’America di cui il Santo Padre parla nella sua omelia include tutto l’emisfero occidentale. La cosa bella per noi americani è che l’immigrazione ispanica negli Stati Uniti permetterà agli stessi ispanici di diventare maggioranza nel corso della nostra stessa esistenza. Vedo questo fatto demografico come qualcosa di provvidenziale. Ne sono certo per la mia esperienza in Mexico, dove ho studiato per due estati consecutive, ma anche per ciò che ho visto in campus universitari frequentati da studenti ispanici. Abbiamo tanto da imparare da loro e dobbiamo accoglierli e volergli bene. Nel giudicare questi candidati, dobbiamo considerare il nostro dovere di essere solidali gli uni con gli altri. Chi ha la più grande capacità di unire il popolo americano? Quale candidato ha ferme opinioni e convinzioni, ma è disposto a lavorare con altri sia nel partito che nel Congresso per servire il bene comune? Chi saprà andare oltre la propria ideologia politica e vedere il mondo e gli avvenimenti attuali come essi sono realmente? Chi sono i loro consiglieri e amici fidati che li accompagneranno in questi tempi così difficili? Queste sono le domande che dobbiamo porci nel giudicare quale sia il migliore candidato alla Presidenza. Concludendo, non dimentichiamo mai che l’America sarà cambiata da Cristo attraverso la fedeltà dei cattolici al Santo Padre. Così come l’Europa sarà cambiata da Cristo, dalla fedeltà dei cattolici al Santo Padre. Infine, anche il mondo verrà cambiato dalla fedeltà dei cattolici al Santo Padre. Come Paolo VI ci ha insegnato nella sua prima enciclica, Ecclesiam Suam, la trasformazione dell’America, dell’Europa e del mondo accadrà prima di tutto attraverso la nostra personale consapevolezza. Consapevolezza di questo eccezionale “incontro” con Cristo, ogni secondo di ogni giorno delle nostre vite, consapevolezza di questo “sguardo” che ci porterà alla conversione personale. La conversione ci chiama a una più profonda unione con Cristo, perché Lo incontriamo in un modo molto concreto che ci permette di fare esperienza della ragionevolezza della nostra fede cattolica. E ci chiama alla missione. Come affermato dai Padri del Concilio Vaticano II, questo dialogo con gli altri è portato avanti principalmente dai laici, che devono sforzarsi di vivere la fede ogni giorno in una più profonda unione tra le loro famiglie, i colleghi e tutti quelli che incontrano, compresi quelli diversi da sé. Giovanni Paolo II era fra questi Padri conciliari, così come il nostro Papa attuale, che ha lavorato come perito al Concilio. In questi giorni rimaniamo fedeli all'eredità di Giovanni Paolo II e all’odierna visione di Benedetto XVI. Seguiamo il percorso di ragionevolezza segnato da loro per scegliere chi votare e capire quali politiche occorre sostenere come cattolici che vivono in America.

(Il Maggiore David L. Jones è un ufficiale superiore dell’esercito americano, attualmente in servizio nella base di Fort Riley, Kansas, che si sta preparando a partire per l’Iraq)

mercoledì 22 ottobre 2008

Stuff, ovvero confusionale carrellata di fatti

Lo sapevate che il colore blu della stazione della polizia della Lego con cui avete giocato da piccoli, o il rosa dei vestitini delle bambole della vostra infanzia di bambine sono colori "sessisti"? Neanche io. Difatti è il Corriere della Sera di oggi a dirmelo, pag. 25. "Il Consiglio etico del commercio contro il sessismo della pubblicità" (epperò!!) istituito in Svezia ha intimato alla Lego di smetterla con queste visioni dell'uomo e della donna "superate", "stereotipate".
Ragazzi, ma nessuno vi ha mai detto che dovevato lasciare gli Action Man ed invece lanciarvi in castelli rosa da principesse? Ragazze, altro che fabbrica dei gioielli, viva il camion dei pompieri!




Siamo arrivati a questi livelli. Quest'Europa così lacerata, così fiacca, così priva di valori. Quest'Europa che "Non può non riconoscere i contributi del mondo islamico alla sua nascita", ma che a menzionare le radici cristiane perde l'uso della parola (forse che anche a Bruxelles hanno incominciato a parlare Turco? Di già?).
La stessa Svezia, poi, dove i giovani musulmani fanno circolare questa maglietta: "2030: poi comandiamo noi".
L'Europa che si muove per presunti orsi sperduti su spezzoni di ghiaggio a spasso per il mar, ma che non spende una parola per le persecuzioni dei cristiani da parte degli estremisti indù.

Per il resto tutto ok.
McCain e Sarah Palin mi scrivono e-mail, e peggio che vada vince Obama con una politica estera più bushiana di Bush.
Una carissima prof che dice di vivere in una semi-democrazia putiniana.
Un matrimonio sabato questo con volo diretto a Barcellona.
I Coldplay pronti alla prossima pubblicazione.
Un libro bellissimo.

venerdì 17 ottobre 2008

American










Afternoon and dawn, Verrazzano Bridge by room 610, sixth floor, Harbour View, Wagner College Staten Island, New York City NY State









giovedì 16 ottobre 2008

Accadeva oggi

Articolo tratto da ilsussidiario.net

ANNIVERSARIO/ La sorpresa del Papa polacco

giovedì 16 ottobre 2008

Un solo giornale al mondo previde l’elezione di Karol Wojtyla: il bollettino dell’università di Harvard. Nel 1976, due anni prima del conclave, il cardinale di Cracovia aveva tenuto una conferenza nel prestigioso ateneo e il Crimson pubblicò una sua foto con la dicitura: “Un giorno sarà papa”. Anche il settimanale Time, ad onore del vero, inserì il nome di Wojtyla nella lista dei papabili, ma affrettandosi a spiegare che si trattava di una “possibilità remota”.

Il curialissimo Tg1 aveva preparato una lunga serie di biografie di cardinali, per essere in grado di trasmettere quella giusta subito dopo la fumata bianca. Fra le oltre trenta cassette non c’era quella di Wojtyla. Ma il vaticanista Vittorio Citterich, due giorni prima del conclave, incontrò un sacerdote di Forlì, Francesco Ricci, direttore della rivista Cseo (voce della “Chiesa del silenzio”) e questi gli consigliò vivamente di aggiungere in archivio la biografia del porporato polacco. Cosa che il giornalista fece, e di cui ringraziò eternamente il prete romagnolo.

Insomma, oggi i giovanissimi (diciamo pure gli under 30) stentano ad immaginarlo. Ma l’elezione del papa polacco fu davvero una cosa dell’altro mondo. Si fa presto adesso (dopo la doppietta Wojtyla-Ratzinger) a dire papa straniero. Ci siamo già abituati, sembra normale. Ma allora, quel 16 ottobre di trent’anni fa, fu una rivoluzione. Quattro secoli e mezzo di papi solo italiani. L’ultimo straniero, un olandese, Adriano VI, era stato eletto nel 1522 e fra l’altro governò la Chiesa per appena un anno.

Ma ovviamente non fu solo il fatto di non essere italiano, la novità. Un papa che veniva dalla cortina di ferro, da quella parte del mondo che gli accordi fra i vincitori della guerra, nel 1946, avevano assegnato alla “sfera di influenza” dell’Unione Sovietica. Spartizione considerata da tutti, allora, immodificabile. Una scelta temeraria, spericolata, sul piano politico, quella compiuta dai 111 cardinali segregati nella Cappella Sistina. Pare siano stati i cardinali di lingua tedesca (Austria e Germania) i più convinti promotori della candidatura Wojtyla. Fra loro c’era il neo cardinale di Monaco, tal Joseph Ratzinger. Curiosamente uno dei pochissimi cardinali superstiti (per l’esattezza due, lui e l’americano Baum) che nel 2005 parteciperanno anche al prossimo conclave, per eleggere il successore di Giovanni Paolo II.

Come era diverso il mondo quando il ‘guerriero di Dio’ irruppe nella scena planetaria. E come era diversa la Chiesa. Parlare di Cristo, senza aggiungere subito dopo mille precisazioni (dialogo, mediazione, ecumenismo) sembrava sconveniente, retrò. E lui, il nuovo papa, parlava eccome di Cristo, “senza paura”. Prendendosi sberle dai giornaloni, all’inizio. Ne parlava sempre con quella voce da uomo, uomo vero, non da prete (altra, e non secondaria novità!). Ma proprio perché innamorato non di una Idea bensì di una Persona si apriva a tutti, aveva come orizzonte il mondo intero. Mentre oggi forse si corre il rischio opposto, di fare dei valori cristiani una ideologia, una bandiera che chiude anziché… aprire, anzi spalancare le porte a Cristo.

Tutto è stato detto di questo papa, tutto è stato mostrato. Pochi fedeli forse sapranno citare i titoli delle sue 14 encicliche. Tutti però – fedeli e infedeli - si ricorderanno per aver visto in tv qualche suo gesto, in cui passava la sua umanità. Una carezza o un gioco. Il tono della voce che si alza all’improvviso per ricordare a quei presidenti “giovani… più giovani di me” che la guerra è sempre una sconfitta dell’umanità. La mano tremante, i momenti di preghiera in cui tutto il resto sembrava scomparire, la sofferenza che lo addolcisce (non come accade a noi): il pastorale con la croce, impugnato come una lancia quando era giovane, diventa appoggio della sua vecchiaia. Il ricordo più bello degli ultimi giorni me lo ha affidato un cardinale di curia che lo andò a trovare nel letto dell’agonia, nel palazzo apostolico. Un cardinale che non sempre aveva condiviso i suoi orientamenti dottrinali, e per questo era esitante, timoroso e imbarazzato nell’ultimo saluto. “Il Papa apre per un istante gli occhi, mi riconosce, mi fa cenno di avvicinarmi al letto, un sorriso buono, di padre, e mi benedice…” Piangeva questo anziano e navigato porporato, quando lo raccontava.

(Lucio Brunelli)


Stabat Mater

Stabat Mater dolorósa

iuxta crucem lacrimósa,

dum pendébat Fílius.


Cuius ánimam geméntem,

contristátam et doléntem

pertransívit gládius.


O quam tristis et afflícta

fuit illa benedícta

Mater Unigéniti !


Quae moerébat et dolébat,

pia mater, cum vidébat

nati poenas íncliti.


Quis est homo, qui non fleret,

Christi Matrem si vidéret

in tanto supplício?


Quis non posset contristári,

piam Matrem contemplári

doléntem cum Filio ?


Pro peccátis suae gentis

vidit Jesum in torméntis

et flagéllis subditum.


Vidit suum dulcem natum

moriéntem desolátum,

dum emísit spíritum.


Eia, mater, fons amóris,

me sentíre vim dolóris

fac, ut tecum lúgeam.


Fac, ut árdeat cor meum

in amándo Christum Deum,

ut sibi compláceam.


Sancta Mater, istud agas,

crucifíxi fige plagas

cordi meo válide.


Tui Nati vulneráti,

tam dignáti pro me pati,

poenas mecum dívide.


Fac me vere tecum flere,

Crucifíxo condolére

donec ego víxero.


Iuxta crucem tecum stare,

te libenter sociáre

in planctu desídero.


Virgo vírginum praeclára,

mihi iam non sis amára,

fac me tecum plángere.


Fac, ut portem Christi mortem,

passiónis fac me sortem

et plagas recólere.


Fac me plagis vulnerári,

cruce hac inebriári

et cruóre Fílii.


Flammis ne urar ne succénsus,

per te, Virgo, sim defénsus

in die iudícii.


Fac me cruce custodíri

morte Christi praemuníri,

confovéri grátia.


Quando corpus moriétur,

fac, ut ánimae donétur

paradísi glória. Amen.





La Madre addolorata stava

in lacrime presso la Croce

su cui pendeva il Figlio.


E il suo animo gemente,

contristato e dolente

una spada trafiggeva.


Oh, quanto triste e afflitta

fu la benedetta

Madre dell'Unigenito!


Come si rattristava e si doleva

la pia Madre

vedendo le pene dell'inclito Figlio!


Chi non piangerebbe

al vedere la Madre di Cristo

in tanto supplizio?


Chi non si rattristerebbe

al contemplare la pia Madre

dolente accanto al Figlio ?


A causa dei peccati del suo popolo

Ella vide Gesù nei tormenti,

sottoposto ai flagelli.


Vide il suo dolce Figlio

che moriva, abbandonato da tutti,

mentre esalava lo spirito.


Oh, Madre, fonte d'amore,

fammi forza nel dolore

perché possa piangere con te.


Fa' che il mio cuore arda

nell'amare Cristo Dio

per fare cosa a lui gradita.


Santa Madre, fai questo:

imprimi le piaghe del tuo Figlio crocifisso

fortemente nel mio cuore.


Del tuo figlio ferito

che si è degnato di patire per me,

dividi con me le pene.


Fammi piangere intensamente con te,

condividendo il dolore del Crocifisso,

finché io vivrò.


Accanto alla Croce desidero stare con te,

in tua compagnia,

nel compianto.


O Vergine gloriosa fra le vergini

non essere aspra con me,

fammi piangere con te.


Fa' che io porti la morte di Cristo,

avere parte alla sua passione

e ricordarmi delle sue piaghe.


Fa' che sia ferito delle sue ferite,

che mi inebri con la Croce

e del sangue del tuo Figlio.


Che io non sia bruciato dalle fiamme,

che io sia, o Vergine, da te difeso

nel giorno del giudizio.


Fa' che io sia protetto dalla Croce,

che io sia fortificato dalla morte di Cristo,

consolato dalla grazia.


E quando il mio corpo morirà

fa' che all'anima sia data

la gloria del Paradiso. Amen.


"Il sacrificio è una cosa bestiale, inconcepibile"

Cesare Pavese


Dio venuto tra gli uomini va al patibolo: sconfitto, un fallimento; un momento, una giornata, tre giornate di nulla, in cui tutto è finito. Questa è la condizione, la condizione del sacrificio nel suo significato più profondo: sembra un fallimento, sembra di non riuscire, sembra che gli altri abbiano ragione. Il rimanere con Lui anche quando sembra che tutto finisca o sia finito, rimanergli accanto come ha fatto Sua Madre: solo questa fedeltà ci porta, presto o tardi, all'esperienza che nessun uomo al di fuori della comunità cristiana può provare nel mondo: l'esperienza della Resurrezione. E noi siamo capaci di lasciarlo per altro amore questo Cristo che si inoltra nella morte per salvarci dal male, cioè affinché noi cambiamo, perché il Padre eterno rigeneri in noi quello che il delitto della dimenticanza ha surclassato! Quest'uomo che si avventa sulla croce per brandirla, per abbracciarla, per inchiodarvisi sopra, per morire, una cosa con quel legno, «lasceremolo noi per altro amore»? Si svena quell'Uomo per noi e noi dobbiamo lasciarlo per altro amore?

Don Giussani

lunedì 13 ottobre 2008

De odore librorum




Ok gli orbitali dell'atomo, va bene Parmenide, Pitagora pure, San Francesco Ecologista (sigh!), la scuola okkupata, Latinum e la versione ecc. Ma la domanda del giorno è: com'è possibile che un libro edito Piemme profumi in ugual modo di un altro edito e/o? Domanda da alchimisti, da bibliofili, da cartaceografi puristi. Ma il quesito resta.
Un profumo spesso e denso, elegante.

domenica 12 ottobre 2008

Eco del Santuario d'Oropa, ci sono anche io




Da questo numero dell'Eco del Santuario d'Oropa inizia quella che si può ben definire una rubrica di recensioni, dal titolo semplice e inequivocabile "Libri", che mi prenderò cura di tenere. Ringraziando il rettore, nonché zio, e il lettore.

Clicca sull'immagine per leggere, altrimenti è un po' difficile...

mercoledì 8 ottobre 2008

Atleta di Cristo



Riuscite a riconoscermi? Se no andate per esclusione. Rieti, 5 ottobre 2008, pressoché le 9.55. Pista più veloce d'Italia. Ero carichissimo, mi sentivo dentro di dover correre tutto. C'è stata una snervante falsa partenza da parte di un altro atleta. Poi una gara quasi perfetta, un record personale di 15.07 e da abbattere il muro di passare sotto i 15 secondi. E' bastata un'esitazione fra il secondo ed il terzo ostacolo e nonstante una gara quasi perfetta il muro non è stato ancora abbattuto.
"Atleta di Cristo" mi ha chiamato per la prima volta il mio amico Don Gianni. E da allora non me lo tolgo più di dosso, perché io sono Suo anche quando sono sospeso, a mezz'aria, come questa foto. Altrimenti che faccio? Posso anche vincere tutto, ma se vinco per me i miei fiori appassiranno, prima o poi. Atleta di Cristo è identificarmi con quello per cui corro, è dire "me" ma dire allo stesso tempo "Lui", in un'armonia di movimento, in quegli attimi in cui coscienza volontà e atto coincidono anche temporalmente, in uno scatto, un'armonia, dicevo, che, scusatemi tanto, solo noi ostacolisti possiamo capire.

lunedì 6 ottobre 2008

Lepanto, 7 ottobre 1571





Santissima Vergine del Rosario, sostienimi nella mia Lepanto quotidiana.

A proposito de "Il nome della rosa"...

Come mai? Be', la risposta è assai semplice: perché affascinare il pubblico è bello, fa chic, fa molto intellettualone tutto-sapiens. E poi dai, che cosa ci vuole a dare un altro colpo al Medioevo oscurantista, alla repressione del vivere cattolico, dell'odiata Chiesa? "Il nome della rosa" è un'immensa bufala editoriale, un polverone ben scritto, gaiamente nichilista che pasta e rimpasta i luoghi comuni sulla storia della Chiesa che son ripetuti fino alla noia. Sì, avete letto bene, luoghi comuni, storpiature, perché le più recenti ricerche hanno appurato un'altra verità. E l'interessante è notare che pressappoco tutti gli storici son concordi nel rilevare ciò che è scritto qua sotto, persino gli storici marxisti, ma ormai il pregiudizio ha preso strada. E sarà dura smontarlo. Chi non vuol vedere i fatti non ha nulla da fare.
A scuola lo si vede. Leggere di Medioevo, parlare di letteratura e cantiche, arte e vita quotidiana.... cosa dire ad esempio del presunto dualismo cattolico tipicamente medievale? Il dualismo è una visione prettamente catara, di quegli eretici che devastavano campange e monasteri prima di organizzare i suicidi di massa, quegli eretici che la Chiesa ha prima combattuto creando l'Ordine Domenicano, poi con una crociata fortemente richiesta dai principi locali per riportare un'ordine ormai impossibile. Lo leggeremo mai, in un testo scolastico? Ma a parte la mera ricostruzione storica, nel romanzo si può picchiare più duro. Hai più sfumature psicologiche, i "cattivi" son più "cattivi". Questo post è dedicato a tutti, ma in particolare ai miei compagni di classe, per nient'altro che la loro formazione e la loro personale ricerca del vero. Vi propongo questo gioiello di apologetica e di amore ai fatti che un'amica di cui io non sono degno neanche un po' mi ha segnalato. Qua sopra sarà da ora aperto un link permamente sul il sito Storialibera.it, un'interessante proposta politicamente scorretta ma che ha il vizio di guardare principalmente ai fatti. E' presente anche il link alla versione completa di questo articolo, tagliato nelle parti più tecnico-filosofiche.

A voi, carissimi compagni. In nome dei fatti.



Contro "Il nome della rosa"

1. La trama

Negli ultimi mesi ha avuto larghissima circolazione in tutto il mondo il film di Jean-Jacques Annaud Il nome della rosa, realizzato - come recitano i titoli di testa - "sul palinsesto del romanzo di Umberto Eco", che a sua volta - con oltre cinque milioni di copie diffuse in venticinque lingue - viene celebrato come il libro di autore italiano più venduto di tutti tempi (1).

Sarebbero sufficienti le dimensioni del fenomeno a rendere opportuno un suo esame critico, a cui mi sembra utile premettere - per chi già non la conoscesse - un breve accenno alla trama.

Nel novembre 1327 si incontrano, presso una imprecisata ma ricca abbazia benedettina dell'Italia Settentrionale, per una disputa sulla povertà di Cristo e della Chiesa, una delegazione francescana - di cui fa parte il protagonista, Guglielmo da Baskerville, che è accompagnato dal giovane novizio Adso da Melk - e una legazione pontificia guidata dall'inquisitore domenicano Bernardo Gui. Nell'abbazia sono rifugiati due ex eretici della setta estremista dei dolciniani, che conducono vita sregolata e di notte fanno entrare nel convento una ragazza del vicino villaggio, che finirà per sedurre il giovane Adso. La vita dell'abbazia è sconvolta da una serie di oscuri delitti su cui indagano, con metodi diversi, Guglielmo da Baskerville e Bernardo Gui. L'inquisitore identifica i responsabili nella ragazza, che scambia per una strega, e nei due ex dolciniani. Nel romanzo questi presunti colpevoli vengono condotti da Bernardo Gui verso Avignone, e di loro non si sa più nulla; il film mette invece in scena - presso l'abbazia stessa - la loro condanna e immediata esecuzione sul rogo, seguita da un'improbabile rivolta di contadini - in cui l'inquisitore trova la morte -, che riesce a salvare almeno la ragazza. Nel frattempo Guglielmo da Baskerville - in una notte di tregenda, in cui l'abbazia è distrutta da un incendio - scopre il vero assassino: è il vecchio monaco cieco Jorge, che ha ucciso per impedire che venisse alla luce il perduto libro secondo della Poetica di Aristotele, un'opera pericolosa per la Chiesa perché vi si esalta l'umorismo che "uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede. Senza la paura del demonio non c'è più la necessità del timore di Dio" (2).

2. Il "film": un Medioevo di cartapesta

Il film, molto meno complesso del libro, si concentra su due temi noti alla propaganda anticattolica di tutti i tempi: la corruzione dei monaci e gli orrori dell'Inquisizione. Stanca ripetizione di temi noti: contro monaci e inquisitori avevano tuonato la propaganda protestante e i libelli illuministi; contro inquisitori e monaci si scagliava la letteratura popolare ottocentesca di ispirazione massonica. I benedettini vengono dipinti con una galleria di volti deformati, sadici e volgari; i vizi più inconfessabili si danno convegno nell'abbazia mentre i pezzenti del villaggio si scannano per accaparrarsi gli avanzi gettati via dal monastero. Un quadro grottesco, non compatibile neppure con l'incipiente decadenza del monachesimo nel secolo XIV, e che si prende qualche libertà anche con il romanzo dove - se la ragazza rappresenta un caso isolato di miseria - il cantiniere Remigio ha cura di precisare che il villaggio non è povero - "una famiglia normale laggiù possiede anche cinquanta tavole di terreno" - e liberalmente beneficiato dall'abbazia (3). Ma il danno agli spettatori più semplici è fatto: chi, uscito dalla proiezione de Il nome della rosa, ricorderà più che proprio i benedettini hanno fatto la nostra Europa, trasmettendo tesori di cultura - ma anche di conoscenze tecniche e agricole - e costruendo nei secoli punti di riferimento per i poveri e per i sapienti?

Sul tema dell'Inquisizione - che dilata in modo abnorme rispetto al romanzo - il film riapre vecchi armadi polverosi, pieni di arnesi dimenticati da qualche decennio: catene, ferri roventi, segrete, cortei notturni con torce ardenti. Ne nasce un quadro in cui nulla è vero.

Bernardo Gui inquisitore ignorante e feroce: menzogna. Procuratore generale del suo ordine "per la sua vasta produzione, specialmente storica, la ricca e minuta informazione e lo studio dell'esattezza, il G[ui] è considerato uno dei più notevoli storici del primo Trecento, come pure il migliore storico domenicano del medioevo" (4). Oggi gli specialisti hanno completato lo spoglio dei suoi processi inquisitoriali: su novecentotrenta imputati, dal 1308 al 1323, "se ne trovano soltanto 42 rimessi al braccio secolare", mentre altri sono condannati a pene minori, spesso di straordinaria mitezza, e centotrentanove assolti (5). Bernardo Gui impegnato nella caccia alle streghe: menzogna. Presso Bernardo e gli inquisitori suoi contemporanei "è sempre modestissimo il numero degli accusati per pratiche stregoniche" (6), del resto di competenza dei vescovi e non degli inquisitori, a meno che la stregoneria si presentasse mescolata all'eresia. Anche in epoche successive la caccia alle streghe nascerà nei paesi protestanti, mentre la Chiesa cattolica si sforzerà piuttosto di controllare e di frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario discernimento, dai tribunali laici dei principi (7). La tortura generalizzata e indiscriminatamente applicata: menzogna. L'Inquisizione del secolo XIV - a differenza dei tribunali laici del tempo - usa in casi rarissimi la tortura di cui - secondo un decreto del 1311 di Papa Clemente V - l'inquisitore non può, da solo, decidere di servirsi: deve sospendere il procedimento e instaurare "un giudizio speciale, al quale partecipi il vescovo o il suo rappresentante" (8). L'inquisitore che decide in poche ore senza difesa né appello, e anzi enuncia il principio che "chiunque contesta il verdetto di un inquisitore è lui stesso un eretico": menzogna. È l'Inquisizione del secolo XIV che inventa la giuria, consilium che mette l'imputato nella condizione di essere giudicato da un collegio numeroso - spesso di trenta o anche di cinquanta giurati -, dove molti "diventano di conseguenza gli avvocati dell'accusato" ed è l'inquisitore che, davanti alla loro muta, si trova piuttosto in situazione di inferiorità". Del resto l'imputato ha diritto di difendersi e "può produrre testimoni a discarico"; "può anche ricusare i suoi giudici e, in caso di rifiuto di questa ricusazione, ottenerla mediante un appello a Roma" (9). La sentenza eseguita subito dopo la condanna, i rei confessi - e perfino il demente Salvatore - bruciati, il rogo organizzato direttamente dal domenicano inquisitore: menzogna. Nel processo inquisitoriale - lungo e complesso - i rei confessi e pentiti possono essere condannati soltanto a pene minori; è il potere laico, il braccio secolare - e mai la Chiesa -, a occuparsi dell'esecuzione delle condanne. Il popolo, infine, che insorge e uccide Bernardo Gui: menzogna. Gli storici, anche i più ostili alla Chiesa, confermano invece la notevole popolarità dell'Inquisizione presso il popolo, che se ne vedeva protetto dalle vessazioni di eretici che - come i catari e i dolciniani - non di rado trascendevano in violenze e in stragi.

Bernardo Gui morì tranquillamente nel suo letto, dopo essere stato nominato vescovo di Túy nel 1323 e poi di Lodève nel 1324.

3. Il libro: un'apologia della modernità

1. Un romanzo pseudo-storico

Il libro di Umberto Eco può essere letto a tre diversi livelli: come romanzo pseudo-storico; come romanzo ideologico a tesi; e come romanzo iniziatico, che contiene anche un senso nascosto. La lettura più facile è quella pseudo-storica del Medioevo di cartapesta, a cui corrisponde il film. Di alcune delle menzogne di fatto della pellicola non sembra direttamente responsabile il romanzo, che contiene però sul Medioevo e sull'Inquisizione le menzogne di principio fondamentali.

L'Inquisizione viene presentata nel romanzo come un tribunale ideologico, inteso a reprimere ogni possibile discussione di una serie di tesi razionalmente insostenibili, che potevano essere imposte solo con la forza delle armi e dei roghi, seminando il terrore attraverso la continua denuncia e perfino la "creazione" di un nemico. "Spesso - osserva Adso - sono gli inquisitori a creare gli eretici". E un tribunale ideologico non può che condannare sempre e comunque: "Sarai dannato e condannato se confesserai - dice Bernardo Gui al suo imputato -, e sarai dannato e condannato se non confesserai, perché sarai punito come spergiuro!" (10). Lo spoglio statistico delle sentenze dell'Inquisizione, da cui si ricava la bassa percentuale di condanne, ha ormai dimostrato che questa tesi è falsa. Ma non meno falsa è la sua premessa: l'Inquisizione nasce tardi, verso la fine del Medioevo propriamente detto, non a fronte di eretici immaginari ma come reazione agli eccessi reali e concreti di movimenti come i catari, portatori di un "totalitarismo della morte" apologista del suicidio e dell'omicidio degli oppositori, e - più tardi - come i dolciniani, impegnati a mettere a ferro e a fuoco i villaggi in nome di un'utopia comunistica. Senza escludere deviazioni ed errori tipici di ogni tribunale umano, non si può che concludere che l'Inquisizione dei secoli XIII e XIV "è stata il modo necessario di affrontare un antigene sociale molto pericoloso" (11). Affermare il contrario significa liquidare un secolo di studi scientifici sull'Inquisizione per tornare al museo degli orrori dei romanzi di appendice del secolo scorso.

Fuorviante è poi, nel romanzo, l'elemento di supporto della trama, cioè il desiderio della Chiesa di occultare un volume che - con l'autorità di Aristotele - avrebbe pericolosamente legittimato, insieme con la commedia, l'umorismo, nemico della fede perché può liberare dalla paura su cui la religione si fonda. La tesi non è minimamente plausibile. I benedettini del Medioevo hanno salvato con amore anche il legato del mondo classico relativo alla commedia, pure spesso moralmente discutibile. Come ha mostrato Hans Urs von Balthasar, il Medioevo - oltre la critica rigida della patristica - ha dato inizio alla rivalutazione del teatro (12). Nella Summa Theologiae di san Tommaso si afferma, nella questione 168 della Secunda Secundae, che, se l'umorismo vano e malizioso deve essere evitato, l'umorismo di suo costituisce una manifestazione della razionalità umana che può essere perfino virtuosa. Di più: nella mancanza di senso dell'umorismo - "in defectu ludi" - si trova "un qualche peccato", perché "tutto quanto è contro la ragione nelle cose dell'uomo è vizioso", e mancare di umorismo significa spesso rivelarsi poco ragionevoli, "molesti agli altri", "duri et agrestes" secondo l'espressione dello stesso Aristotele (13). Sono questi i medioevali de Il nome della rosa: cupi, tetri, in perenne quanto morbosa attesa di disastri apocalittici?

(...)



Che cosa può imparare il mondo cattolico dalla grande operazione propagandistica realizzata attraverso Il nome della rosa? Certamente una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del fatto che qualcuno ritiene assolutamente necessario sottoporre le folle a periodici bagni di menzogne sulla civiltà cristiana medioevale, insistendo sempre sugli stessi temi - i monaci, l'Inquisizione -, tanto più oggi a fronte del grave rischio che la nuova medievistica scientifica giunga, sia pure lentamente, a conoscenza del pubblico dei non specialisti e smantelli mitologie a cui certe forze sono straordinariamente attaccate. Il film, "mini-museo antireligioso posto dall'altra parte di una cortina di ferro sempre presente" (31), costituisce una facile iniziazione offerta a tutti affinché varchino la soglia ed entrino nel mondo del romanzo, dove si svelano gli arcani della modernità nella loro verità ultima, nichilista e gnostica. Lo scopo di Umberto Eco consiste certamente nel temprare "lo scettro a' regnatori", esaltando lo Stato laico moderno e la sua ideologia; ma talora - involontariamente, e sta qui l'occasione positiva offerta al mondo cattolico - anche "gli allòr ne sfronda" e "svela di che lacrime grondi e di che sangue" il potere svincolato dalla religione e dalla morale e sostenuto da filosofie relativiste o da miti gnostici. Se ne potrà ricavare, per diametrum, che la verità, e una politica che si lasci giudicare dalla verità, fa libero l'uomo, mentre la negazione dell'esistenza di una verità che si imponga anche ai principi - si tratti di Ludovico il Bavaro o del "moderno principe", come Antonio Gramsci chiamava il partito comunista - lo rende schiavo dei potenti di turno. Se poi la lettura de Il nome della rosa indurrà qualcuno a meditare seriamente, sia pure a partire da Gioachino da Fiore, sull'azione dello Spirito Santo nella storia, gli si potrà consigliare - in alternativa all'immensa posterità spirituale gioachimita, rivoluzionaria o "moderata" - la lettura dell'enciclica Dominum et vivificantem, dove l'intervento dello Spirito nella storia viene presentato nella sua forma corretta, radicalmente antiprogressistica, nel senso che la terza persona della Trinità - ben lungi dal venire a certificare la storia come progresso necessario verso una crescente "liberazione" - viene a "convincere il mondo quanto al peccato" anche nella sua dimensione storica. Si comprenderà allora che l'arcano ultimo della modernità come ideologia è il rifiuto di Dio, la "resistenza allo Spirito Santo" che trova "specialmente […] nell'epoca moderna la sua dimensione esteriore" (32).

Massimo Introvigne






mercoledì 1 ottobre 2008

Un particolar 21 settembre 2008

Salmo 138



Chi ha fatto il mondo e ciò che contiene, dà a tutti la vita ed il respiro ad ogni cosa



Sei tu che hai creato le mie viscere * e mi hai tessuto nel seno di mia madre.




Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; * sono stupende le tue opere, Tu mi conosci fino in fondo.



Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto,* intessuto nelle profondità della terra.



Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi* e tutto era scritto nel Tuo libro:



i miei giorni erano fissati,* quando ancora non ne esisteva uno.



Quanto profondi per me i tuoi pensieri;* quanto grande il loro numero, o Dio:



se li conto son più della sabbia;* se li credo finiti, con Te sono ancora.



Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore;* provami e conosci i miei pensieri:



vedi se percorro una via di menzogna;* e guidami sulla via della vita.









Dove due o tre si riuniranno nel mio nome, Io sarà fra loro