giovedì 31 dicembre 2009

Chiesa, singolare femminile

Chiudiamo l'anno con tanti auguri a tutti. Ed intanto, ecco un interessante articolo sulla liberazione della donna da parte del cristianesimo.
Auguri!

giovedì 24 dicembre 2009

Da inafferrabile a presenza familiare

Julián Carrón, Corriere della Sera, 24 dicembre 2009

Quella nostalgia verso l'infinito




Caro Direttore,
c’è una frase di Dostoevskij che mi accompagna in questi tempi, dovendo parlare del cristianesimo alle persone più diverse in Italia e all’estero: «Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Questa domanda suona come una sfida a ciascuno di noi. È precisamente dalla risposta ad essa che dipende la possibilità di successo della fede oggi. In un discorso del 1996, l’allora cardinale Ratzinger rispose che la fede può sperare questo «perché essa trova corrispondenza nella natura dell’uomo. Nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito». E con ciò indicava anche la condizione necessaria: che il cristianesimo ha bisogno di trovare l’uomo che vibra in ciascuno di noi per mostrare tutta la portata della sua pretesa.
Eppure in quante occasioni siamo tentati di guardare l’umanità concreta che ci troviamo addosso - per esempio, il disagio, l’insoddisfazione, la tristezza, la noia - come un ostacolo, una complicazione, un intralcio alla realizzazione di ciò che desideriamo. E così ci arrabbiamo con noi stessi e con la realtà, soccombendo sotto il peso delle circostanze, nell’illusione di andare avanti tagliando via qualche pezzo di noi. Ma disagio, insoddisfazione, tristezza, noia non sono sintomi di una malattia su cui intervenire coi farmaci, come accade sempre più spesso in una società che confonde l’inquietudine del cuore col panico e con l’ansia. Sono piuttosto segni di quale sia la natura dell’io. Il nostro desiderio è più grande di tutto l’universo. La percezione del vuoto in noi e attorno a noi di cui parla Leopardi («mancamento e voto») e la noia di cui parla Heidegger sono la prova dell’inesorabilità del nostro cuore, del carattere smisurato del nostro desiderio - niente è in grado di darci soddisfazione e pace -; possiamo dimenticarlo, tradirlo, ingannarlo, ma non possiamo togliercelo di dosso.
Per questo il vero ostacolo al cammino non è la nostra concreta umanità, ma la trascuratezza di essa. Tutto in noi grida l’esigenza di qualcosa che riempia il vuoto. Lo intuiva perfino Nietzsche, che non poté evitare di rivolgersi al “dio ignoto” che fa tutte le cose: «Rimasto solo, levo le mie mani/ (…) “Al dio ignoto”:/ (…) Conoscerti io voglio - te, l’Ignoto,/ Che a fondo mi penetri nell’anima,/ Come tempesta squassi la mia vita,/ Inafferrabile eppure a me affine!» (1864).

Il Natale è l’annuncio che questo ignoto Mistero è diventato una presenza familiare, senza la quale nessuno di noi potrebbe rimanere uomo a lungo, finirebbe travolto dalla confusione, vedendo decomporsi il proprio volto, perché «solo il divino può “salvare” l’uomo, cioè le dimensioni vere ed essenziali dell’umana figura e del suo destino» (don Giussani).
Il segno più persuasivo che Cristo è Dio, il miracolo più grande da cui tutti rimanevano colpiti - più ancora che le gambe raddrizzate e la cecità guarita - era uno sguardo senza paragoni. Il segno che Cristo non è una teoria o un insieme di regole è quello sguardo, di cui è pieno il Vangelo: il Suo modo di trattare l’umano, di entrare in rapporto con coloro che trovava sulla sua strada. Pensiamo a Zaccheo e alla Maddalena: non ha chiesto loro di cambiare, li ha abbracciati così com’erano, nella loro umanità ferita, sanguinante, bisognosa in tutto. E la loro vita, abbracciata, si ridestava in quel momento in tutta la sua profondità originale.
Chi non desidererebbe essere raggiunto da un simile sguardo ora? Infatti «non si può rimanere nell’amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino. Senza che Cristo sia presenza ora – ora! –, io non posso amarmi ora e non posso amare te ora» (don Giussani). Sarebbe l’unica modalità per rispondere da uomini del nostro tempo, ragionevolmente e criticamente, alla domanda di Dostoevskij.

Ma come sappiamo che Cristo è vivo ora? Perché il Suo sguardo non è un fatto del passato. Continua nel mondo tale e quale: dal giorno della Sua resurrezione la Chiesa esiste solo per rendere esperienza l’affezione di Dio, attraverso persone che sono il Suo corpo misterioso, testimoni nell’oggi della storia di quello sguardo capace di abbracciare tutto l’umano.
Grazie.

mercoledì 23 dicembre 2009

Libertà d'espressione (?)

Da Il Giornale

Zittite il Creazionista. La libertà d’opinione non è uguale per tutti



Continua la campagna contro De Mattei, vicepresidente del Cnr: è troppo cattolico



Qui in Italia siamo pieni di paladini della libertà d’espressione, che organizzano sfilate, cortei e manifestazioni appellandosi al sacrosanto articolo 21 della Costituzione. Poi uno se ne esce con una idea, un’opinione, una teoria fuori dal coro di quelle comunemente accettate. E allora i paladini organizzano una bella campagna. Non in sua difesa, ma per chiederne la testa. Non se la prendono con l’idea, l’opinione e la teoria. Ma con la persona che ha osato aprire bocca. E la libertà d’espressione? Con quella di punto in bianco, si puliscono la suola delle scarpe (innevate).

Facciamo un esempio. Da fine novembre, a più riprese, è saltata fuori una dura polemica contro il vicepresidente del Consiglio Nazionale della Ricerca, il professor Roberto de Mattei. Ottima persona, con un neo enorme per i difensori del libero pensiero, talvolta coincidenti con quelli del laicismo senza se e senza ma (cioè quella versione grottesca del laicismo che ha assunto i tratti tipici dei fondamentalismi, togliendo i crocifissi dalle pareti e vietando, altrove, il velo islamico in classe).

Qual è il difetto di de Mattei è presto detto: non fa mistero delle sue posizioni di cattolico fedele alla Santa romana chiesa. Il suo «reato», invece, è ricoprire la seconda carica del Cnr e di aver organizzato in tale ambito un convegno dal titolo Evoluzionismo, il tramonto di un’ipotesi, seguito dalla normale pubblicazione degli atti. Il titolo è forte. I saggi contenuti, scritti da paleontologi e antropologi, mettono in rilievo le lacune e le contraddizioni del Darwinismo. Avranno ragione? O torto marcio? Qui poco conta.

Qui conta notare la reazione spropositata a quello che in fin dei conti è un tentativo, magari destinato a fallire, di confutare una teoria scientifica, il Darwinismo. Operazione che pare in linea con il metodo così come lo insegnano nelle scuole: una teoria è scientifica solo se falsificabile. Non regrediremo certo al Medioevo, e l’Italia non diventerà l’Afghanistan talebano, se si lascia la facoltà di esporre il proprio punto di vista a chi non condivide la teoria dell’evoluzionismo, e propende per un’altra spiegazione della nascita della vita sulla Terra, quella Creazionista. Eppure è partita una campagna per infangare de Mattei, non tanto le sue tesi, evidentemente indegne di due righe di confutazione. L’obiettivo, dichiaratissimo, sono la rimozione o le dimissioni. Ieri le ha auspicate Piergiorgio Odifreddi su Repubblica con un pezzo che la butta sul personale, con un pizzico di complottismo clericale che non guasta mai. La nomina di de Mattei è un tentativo «di infiltrazione fondamentalista e antiscientista» (ma da parte di chi? Servizi deviati vaticani? Templari alla Codice da Vinci? Odifreddi se sa qualcosa lo dica) servendosi di un «candidato fuori luogo». «Fuori luogo» per questo motivo: insegna Storia del Cristianesimo in una Università privata, dirige il mensile Radici cristiane, è dirigente di Alleanza Cattolica ed era consigliere di Fini quando Fini era ancora compromesso con Berlusconi. Roba da pazzi... Quest’uomo, de Mattei, osa ammettere di essere cattolico! Via, fuori dalle scatole! Gli elettori (ma da quando si vota per il Cnr?) dovrebbero alzare la voce e sbatterlo fuori dal Consiglio. Parola di uno scienziato super partes, come dimostra questa sua dichiarazione: «Quando ho letto la Bibbia mi sono sbellicato dal ridere. Non riuscivo a credere che una religione si potesse reggere su cose del genere. Un Dio cattivissimo, popolazioni annientate, donne violentate. A volte sembra di leggere Mein Kampf di Hitler».

Prima di Odifreddi anche Telmo Pievani era andato giù pesante con un articolo su Micromega dai toni soft come quelli di un comizio di Antonio Di Pietro: «Tesi come queste (quelle del Convegno Cnr) getterebbero nel ridicolo chiunque fosse così temerario da affermarle in pubblico». Meglio sarebbe una «coltre di imbarazzato silenzio», quello riservato da Pievani ai partecipanti al Convegno, privati perfino della dignità del nome: fisico tedesco, sedimentologo francese, etc. Anche perché questi botanici bulgari et similia mancano «di rispetto per il lavoro di generazioni di scienziati». In quanto a de Mattei, non tollera la conoscenza perché incompatibile con la «fede integrale».

A questo punto è intervenuto il presidente del Cnr, professor Maiani, uno che si è opposto alla visita di Ratzinger alla Sapienza, quindi non un abate certosino, il quale ha detto questo: «Voglio precisare che il carattere aperto della ricerca intellettuale e la personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee per me e per il Consiglio Nazionale delle Ricerche non sono un contentino, ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l’occasione intendo ribadire con forza - al di là delle diverse posizioni culturali - i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, professore Roberto de Mattei». Ma Pievani l’aveva previsto: «Ora suoneranno le sirene del vittimismo cosiddetto liberale». Pensa che pretesa assurda ’sti frignoni liberali, vorrebbero che anche de Mattei potesse pensare e studiare quello che gli pare, e, se ne ha titolo, perfino essere vicepresidente di un ente nazionale. Tutto «vittimismo liberale». Tanto più che, a detta di altri intervenuti, ad esempio il professore Ferdinando Boero, sul sito di Micromega, non bisogna confondere la «correttezza scientifica» con «la libertà d’espressione». Non si può dir parola che non sia conforme alla «correttezza scientifica». E chi decide cos’è corretto? Ovvio: ci pensa Boero il quale rivolge questo invito al presidente Maiani, in una moderna variante dell’immortale «lei non sa chi sono io»: «vada nel Web of Science e cerchi il mio nome e quello del suo vicepresidente e confronti le produzioni scientifiche, le citazioni».
Insomma: viva la libertà di parola, a patto che parlino sempre i soliti.

martedì 22 dicembre 2009

La Chiesa nella polis

Da IlSussidiario.net, viva il Papa.




PAPA/ Né spiritualisti né partigiani: Benedetto XVI spiega la politica ai vescovi

martedì 22 dicembre 2009

Per certi suoi tratti il pontificato di Benedetto XVI sembra sempre più assomigliare a quello di alcuni papi della tarda romanità, come Leone Magno e Gregorio Magno.

Papa Ratzinger è innanzitutto un grande liturgo. La liturgia è stato il campo dei suoi interessi di teologo. È ora il campo del suo ministero petrino. Egli vuole salvare la celebrazione dei sacramenti e il sacerdozio ad essa connesso da ogni riduzione possibile. Sia da quella che fa della celebrazione un rito astorico, magico, sciolto dalla concreta vicenda ebraico-cristiana, sia da quella che appiattisce l’evento sulla sua dimensione politica. Qui la politica visualizzata è quella dei partiti e delle ideologie. Il sacerdote non può essere uomo di una sola parte, proprio perché rappresenta l’universale volontà di salvezza di Dio nei confronti dell’umanità.

Il tema è sempre d’attualità. Di recente un vescovo ha chiesto alla Santa Sede se gli era possibile entrare nella Camera dei Lords in Gran Bretagna. Permesso negato. Nei decenni passati abbiamo avuto preti impegnati ai vertici di due stati, Haiti e Congo Brazzaville. Ben più grave il caso di un vescovo paraguaiano diventato di recente presidente della repubblica, naturalmente sospeso a divinis.

Anche in Italia, negli anni ’60 e ’70, non sono mancati preti del dissenso, apertamente militanti nella sinistra estrema. Ben diverso il caso di don Gianni Baget Bozzo, che non si è mai distaccato dalla comunione ecclesiale.

Come vivere un equilibrio che permetta di non cadere nel disinteresse per la polis, nello spiritualismo non cristiano o, all’opposto, nella partigianeria che non sa recepire le ragioni dell’altro, schiacciata in una storicità senza aperture?

Benedetto XVI ha cercato di dare una risposta a questa domanda soprattutto nella sua enciclica Caritas in veritate, non a caso ripresa in più occasioni nel suo odierno discorso prenatalizio alla Curia romana.

Il riferimento concreto è stato al suo viaggio in Africa di inizio anno e al recente Sinodo dei vescovi africani. «Come possiamo essere realisti e pratici, senza arrogarci una competenza politica che non ci spetta?» si è chiesto stamane il Papa. Come «trovare la strada piuttosto stretta tra una semplice teoria teologica e una immediata azione politica?».

La Caritas in veritate ha cercato di trovare questa via mostrando la capacità sociale delle virtù cristiane, fede, speranza e carità. Esse non riguardano uno spicchio privilegiato o strano di uomini che possono disinteressarsi della storia, all’opposto esprimono un dinamismo molto umano di fiducia, creatività, confidenza, perdono, collaborazione, eccetera, che costruisce un tessuto sociale nuovo.

Il Papa ne ha dato un esempio nella sua allocuzione alla Curia parlando della forza della riconciliazione in Africa, cui la Chiesa vuole dedicarsi: se vogliamo strutture politiche ed economiche che favoriscano la riconciliazione, occorrono «processi interiori di riconciliazione» che rendano possibile una nuova convivenza. «Ogni società ha bisogno di riconciliazioni perché possa esserci la pace. Riconciliazioni sono necessarie per una buona politica, ma non possono essere realizzate unicamente da essa».

Il valore politico e non partitico del cristianesimo è sempre più in evidenza nell’insegnamento di Papa Benedetto.

venerdì 18 dicembre 2009

Alla ricerca dell'incontro puro con la bellezza

C'è un filosofo che ci piace, Roger Scruton; c'è un convegno a Roma su Dio, che ci piace assai; c'è una realzione sulla bellezza e il sacro, che non bisogna perdersi. Eccola qua.

(Grazie al Centro Culturale della Svizzera Italiana per la preziosa segnalazione)

Comitato per il Progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana
Convegno Internazionale Dio oggi. Con lui o senza di Lui cambia tutto – Roma, 10-12 dicembre 2009

La bellezza e il sacro
Roger Scruton
Relazione per la seconda sessione, Il Dio della cultura e della bellezza,
Roma, Auditorium della Conciliazione, 11 dicembre 2009

L'Apollo del Belvedere opera romana 130–140 d.C., copia di un original greco in bronzo, probabilmente opera de Leocare, 330–320 a.C. Reperto rinvenuto nel XVI secolo, Musei Vaticani. By courtesy of Wikimedia.

Definire la bellezza è una di quelle imprese necessarie ma impossibili che i filosofi cercano di evitare. Nondimeno, mi è sempre parso innegabile che scopo e appagamento veri dell'artista siano il creare bellezza, e che la bellezza e la creatività siano aspetti diversi del medesimo cimento.
Inoltre, nel creare bellezza l'artista rende gloria alla creazione di Dio. E la bellezza redime ciò che tocca, mostrando come i dolori e le traversie della vita umana siano, tutto sommato, non indegni.

Tale è la mia prospettiva, e nel corso della storia altri vi si sono riconosciuti. L'arte è un tributo umano alla forza creatrice che regola l'universo, un tentativo di rappresentare, entro confini umani, l'esperienza di un mondo che è sia creato sia dato.
Per ciò all'arte è riservato un posto indiscutibile nella pratica religiosa: non solo nei culti pagani dell'antichità, ma anche nella Chiesa cristiana e nei riti che in essa si celebrano. E se l'islam ha espulso l'arte figurativa dalla moschea, non ha però estromesso la bellezza. Al contrario, ha cercato di abbellire e di decorare il luogo di culto in modi che offrano un tributo confacente al Dio che lì si adora.
Di quest'abitudine di offrire in un luogo di culto ciò che di più bello esiste vi è testimonianza in tutto il mondo, nell'ebraismo, nell'induismo e nel buddhismo, nelle semplici moschee del deserto così come nei gloriosi santuari dei santi cristiani. E la nostra risposta alla bellezza è per molti versi simile alla risposta che diamo alle realtà sacre. L'oggetto bello è in qualche modo al di fuori del corso ordinario degli eventi umani. Esige reverenza, rispetto e persino soggezione da parte di chi s'imbatte in esso. Una soggezione così la proviamo per esempio in presenza dell'Apollo del Belvedere, anche se non abbiamo alcuna disposizione a venerare né la statua in se stessa né la divinità che essa rappresenta. Un mondo che contiene bellezza è un
mondo in cui la vita è degna di essere vissuta. Lo stesso avviene con la bellezza umana. Anche quando è l'oggetto del desiderio, il corpo bello o il viso bello ispirano in noi una sorta di reverenza, nonché compiacimento per il mondo che contiene tale meravigliosa r ealtà. Di ciò ebbe ebbe cognizione Platone, che v'ispirò la propria filosofia della condizione umana.
Benché radicate nell'antichità e nel credo cristiano, e ancorché siano sempre rimaste legate all'eredità spirituale che caratterizza la nostra civiltà, le nostra arte e la nostra letteratura non sono mai state subordinate alla religione. Al contrario, abbondano di messaggi opposti alle pretese della fede. Si può ben essere grandi come William Shakespeare, benché ancora oggi si discuta se quel poeta sia stato protestante, cattolico, pagano o persino ateo. L'arte moderna – l'arte iniziata con Édouard Manet, Charles Baudelaire e Richard Wagner – è solo marginalmente cristiana e contiene invece numerosi elementi pagani e scettici. Ma proprio per questa ragione è stata molto cauta nel cercare di non perdere in bellezza. In un mondo
in cui Dio sembra più difficile da trovare e più difficile da tenersi stretto, l'arte si dedica all'inseguimento del bello con urgenza massima. Nell'epoca moderna, non è sempre stato semplice trovare il modo di consacrare le esperienze personali, se non attraverso il tentativo di rappresentarle nell'arte. Ne fornisce un esempio clamoroso il grandioso dramma musicale Tristano e Isotta di Wagner. In questa opera, nulla viene preso in considerazione, eccetto l'amore profano fra i due protagonisti. Accade poco, a parte quanto è inevitabile, allorché questo amore sovversivo vien scoperto e gli amanti condannati. Eppure quasi tutti gli appassionati di musica considerano l'opera con grande rispetto, non solo per la sua bellezza e per la sua potenza straordinarie, ma addirittura come cosa sacra. La si è spesso descritta come l'opera più religiosa del repertorio e almeno un critico l'ha accostata alla Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach quale esempio della più elevata esperienza religiosa in forma musicale. In essa la vita stessa è data come sacra; e tuttavia essa non menziona alcun
dio, riferendosi alla vita oltre la morte come a una notte senza fine.
Questo è solo uno degli esempi di una realtà di cui si ha riprova ovunque nella prima arte moderna, la quale si configura come il tentativo di santificare il nostro mondo attraverso il perseguimento della bellezza artistica. Di fronte al dolore, all'imperfezione e alla transitorietà delle nostre affezioni e delle nostre gioie, miriamo ad archetipi più perfetti. Della condizione umana cerchiamo di fare icone che possano essere contemplate. All'arte chiediamo di riassicurarci sulla sensatezza della vita in questo mondo e sulla redenzione della sofferenza. È questo il compito che artisti quali Paul Cézanne e Vincent van Gogh, poeti come T.S. Eliot e Anna Akhmatova, nonché compositori come Benjamin Britten e Alban Berg hanno tutti assunto per sé.
Al dipanarsi del secolo XX, mentre gli orrori si succedevano l'uno all'altro, ognuno più terribile del precedente, si è guardato all'arte per ottenere quella riassicurazione decisiva circa il fatto che la vita umana non è solo una storia insulsa di nascita e decadimento, che una forza redentrice è attiva al cuore stesso delle cose e che il nome di questa forza è amore. La bellezza può essere persino definita in questo modo: è il volto dell'amore, che risplende nella desolazione. E molto spesso le più belle opere d'arte del secolo XX emergono proprio dalla desolazione. Le poesie dell'Akhmatova, gli scritti di Boris Pasternak, la musica di Dmitri Šostakovič: opere siffatte cercano di accendere una luce nell'oscurità totalitaria, di trovare la bellezza nella sofferenza e di mostrare l'amore che agisce nel mezzo della distruzione. Qualcosa di analogo si dovrebbe dire dei Quattro quartetti di Eliot, di War Requiem e Curlew River di Britten e della Chapelle du Rosaire a Vence di Henri Matisse; anzi, di tutte le grandi
icone del modernismo, concepito in risposta ai crimini e alle tragedie del secolo XX.
Nel dubbio e nella desolazione, artisti, scrittori e musicisti si sono aggrappati alla prospettiva della bellezza quale prova dell'influenza sempre viva esercitata dall'amore, dalla speranza e dall'idealità umana. Non vi è sicuramente prova maggiore del bisogno religioso dell'uomo, né della presenza nelle nostre esistenze di un amore che non conosce condizionamenti e che non può essere sconfitto.
Nel corso della vita del sottoscritto, però, il mondo dell'arte ha conosciuto un cambiamento improvviso. Invece d'inseguire la bellezza, e di coinvolgerci simpateticamente, gli artisti hanno iniziato a glorificare la bruttezza. Immagini di brutalità e distruzione, racconti di stili di vita viziosi e ripugnanti, musica di una sgradevolezza vessatoria o di una violenza folle e spietata: queste cose sono rapidamente divenute la moneta corrente delle scuole d'arte e delle mostre, dei media popolari e delle sale da concerto. Qualche esempio può richiamare alla memoria ciò di cui sto parlando. I fratelli Chapman, per esempio, che turbano oggi la “scena
artistica” di Londra ritraendo il volto umano sfigurato da un pene al posto del naso o sostituendo la bocca con un ampio buco, e il cui triste catalogo di mutilazioni si
diletta di tutti i modi in cui la forma umana può essere resa disgustosa o insulsa. La decostruzione sistematica della voce e dell'anima umani a opera del peggio dell'heavy metal, come illustra il brano Bleed del gruppo svedese Meshuggah. I suoni acidi e perforanti mutuati dai laboratori dell'IRCAM, l'Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique di Parigi, che sono divenuti elementi quasi obbligatori della musica eseguita dal vivo in una sala da concerto. L'orribile letteratura dello squartamento e del cannibalismo, esemplificata dai romanzi di Thomas Harris incentrati sul personaggio di Hannibal Lecter, e trasposta sul grande schermo da, fra altri, Quentin Tarantino.
Ovviamente, nell'arte moderna non tutto è così: vi è una distinzione importante fra l'arte che dissacra la vita e l'arte che semplicemente mette in scena i detriti della vita, con una scossa no comment delle spalle, come avviene con i prodotti serializzati di Andy Warhol o con i ripetitivi modelli sonori di Steve Reich e Philip Glass. Eppure l'inoffensività di queste posture vuote è un'altra forma di offesa, un insulto arrecato all'intero genere umano da persone per le quali nulla conta di più di una Brillo Box o è più interessante di una sequenza infinita di trittici mutevoli. Molti esempi illustrano un'abitudine alla dissacrazione in cui la vita non viene celebrata dall'arte quanto invece presa di mira da essa. Oggi gli artisti possono farsi
una reputazione costruendo una cornice originale in cui mettere in mostra il volto umano gettandovi poi dello sterco. Come ci si deve rapportare dunque a tutto questo e com'è possibile trovare un modo per tornare all'oggetto che così tante persone desiderano, vale a dire la prospettiva della bellezza? Forse parlare in questo modo di «prospettiva della bellezza» potrebbe suonare un poco sentimentale. Ma ciò che intendo non è una immagine zuccherosa, da bigliettino di Natale della vita umana, quanto piuttosto i modi semplici in cui gl'ideali e il decoro entrano nel nostro mondo quotidiano facendosi conoscere. Il nostro mondo ha una gran sete di bellezza ed è una sete che l'arte popolare di oggi non riesce a riconoscere tanto quanto l'arte seria contemporanea spesso frustra.
Ovviamente dico «spesso» giacché se in verità dicessi “sempre” significherebbe semplicemente che la battaglia per la bellezza è stata perduta. Solo grazie al fatto che vi sono stati artisti, scrittori e compositori i quali, durante il trascorso mezzo secolo di negatività, hanno dedicato le proprie fatiche a mantenere viva la bellezza si può sperare di emergere, un giorno, dalla tediosa cultura della trasgressione. Si debbono sicuramente salutare come eroi dei nostri tempi scrittori quali Saul Bellow e Charles Tomlison, compositori come Henri Dutilleux e artisti come Tom Phillips e David Inshaw i quali non hanno rinunciato alla bellezza, permettendo a essa di splendere sopra il nostro mondo tormentato nonché d'indicare la via nell'oscurità che ci avvolge.
Il culto della bruttezza e della dissacrazione si afferma oggi in un'epoca di prosperità senza precedenti. L'arte dei fratelli Chapman e la musica dei Meshuggah sono prodotte dai figli viziati dello Stato assistenzialistico, che non hanno mai dovuto lottare per la sopravvivenza, che non hanno conosciuto la guerra e che sono finiti giovanissimi in braccio al lusso. Sono i prodotti della ricchezza materiale e dei valori materialisti; e lo stesso è vero di tutti gl'imbruttitori. Il contrasto con l'Akhmatova o con Henryk Górecki non potrebbe essere più eloquente. L'arte reale, l'arte bella, ha continuato a sorgere dal regno della sofferenza oltre la Cortina di ferro fino alla fine stessa di quel regime, rivolgendosi a noi con parole, tonalità e immagini che parlavano di amore di frammezzo alla desolazione. La grande reviviscenza della
religione cristiana che abbiamo attraversato è venuta dalla Polonia, e mediante la missione di Papa Giovanni Paolo II, in una epoca in cui la Polonia soffriva il peso dell'oppressione. E nel corso di quegli anni di durezza, sia la bellezza sia il sacro hanno occupa to i loro posti antichi e venerabili al cuore delle cose.
Sembra dunque che la brama della dissacrazione cresca nell'abbondanza e nella pace, mentre la voglia della bellezza resista là dove vi sono oppressione, violenza e bisogno. Come regolarsi, allora? Com'è possibile contemplare questo fatto strano e non pensare a esso in termini religiosi? Non vi è dubbio infatti che in un mondo di abbondanza materiale, in cui la gente è vaccinata contro le difficoltà, la religione declina, proprio come essa sta declinando oggi in Polonia. Nella ricchezza sorge l'illusione di essere padroni del proprio fato e quindi di non avere più bisogno di un Dio che provvede per noi. S'inizia a perdere ogni senso della presenza divina, ogni senso del fatto che il mondo abbonda di momenti sacri, di luoghi sacri e di cose sacre.
E così nasce in noi uno strano spirito di vendetta. Permettetemi di spiegarmi.
Il termine «dissacrazione» è connesso, etimologicamente e semanticamente, al sacrilegio e quindi alle idee della santità e del sacro. Dissacrare significa depredare ciò che dovrebbe altrimenti essere posto altrove, nella sfera delle cose sacre. Si può dissacrare una chiesa, un cimitero, una tomba; e anche una immagine santa, un libro santo o una cerimonia santa. Si può pure dissacrare un cadavere, una immagine cara, persino un essere umano vivente, e ciò nella misura in cui queste cose contengono (come di fatto contengono) il presagio di una qualche sacralità originaria. La paura della dissacrazione è un elemento centrale di tutte le religioni. Anzi, ciò è esattamente quanto il vocabolo religio significava in principio: un culto o una cerimonia ideate per proteggere un certo luogo sacro dal sacrilegio.
Nel secolo XVIII, quando la religione organizzata e la regalità cerimoniale andavano perdendo autorevolezza, lo spirito democratico metteva in discussione le istituzioni tradizionali e si diffondeva l'idea che non è Dio bensì l'uomo a stabilire le legge per il mondo umano, il concetto del sacro si eclissò. Ai pensatori dell'Illuminismo credere che gli artefatti, le costruzioni, i luoghi e le cerimonie potessero avere carattere sacro parve poco più di una superstizione, stante che tutte queste cose sono prodotti della volontà umana. L'idea che il divino si riveli nel nostro mondo chiedendo la nostra adorazione sembrò sia implausibile in sé sia incompatibile con la scienza.
Al tempo stesso filosofi come Shaftesbury, Edmund Burke, Adam Smith e Immanuel Kant riconobbero che non si guarda il mondo solamente con gli occhi della scienza. Vi è un altro atteggiamento – non d'indagine scientifica, ma di contemplazione disinteressata – che l'uomo rivolge al proprio mondo cercandone il significato. Assumendo questo atteggiamento, si mettono da parte i propri interessi; non ci si occupa più delle mete e dei progetti che ci fanno progredire nel tempo; non ci si ritrova più impegnati a spiegare le cose o ad accrescere il proprio potere. Si lascia invece che il mondo presenti se stesso e da quest'autopresentazione si trae conforto. Questa è l'origine dell'esperienza della bellezza. Potrebbe non esserci modo
di spiegare quell'esperienza come parte della nostra ordinaria ricerca del potere e della conoscenza. Potrebbe essere impossibile assimilarla agli usi quotidiani che facciamo delle nostre facoltà. Ma è una esperienza che esiste in modo autoevidente e che per coloro che la vivono è del valore massimo.
Quando questa esperienza ha luogo e cosa essa significa? Ecco un esempio. Supponete di trovarvi in cammino verso casa mentre piove, assorti con il pensiero nelle questioni del vostro lavoro. Le strade e le case vi scorrono accanto senza che voi la notiate; anche le persone scorrono accanto; insomma, nulla invade i vostri pensieri eccetto i vostri interessi e le vostre ansietà. Poi, improvvisamente, il sole esce dalle nubi e un raggio di luce illumina tremulo un vecchio muro di pietra al bordo della strada. Voi date una occhiata al cielo e alle nuvole che si sparpagliano, e un uccello esplode nel canto in un giardino di là dal muro. Il vostro cuore si colma di gioia e i vostri pensieri egoistici si dissipano. Il mondo vi sta davanti, e voi siete contenti del solo guardarlo lasciandolo così come esso è. Avete fatto esperienza del
mondo come dono.
Forse questo tipo di esperienze sono più rare adesso di quanto lo fossero nel secolo XVIII, quando i poeti e i filosofi s'imbatterono in esse considerandole vie nuove alla religione. La fretta e il disordine della vita moderna, le forme alienanti dell'architettura moderna, il rumore e la spoliazione dell'industria moderna: sono queste le cose che hanno reso per noi più raro, più fragile e più imprevedibile l'incontro puro con la bellezza. Ciononostante, tutti sappiamo cosa è, cosa è l'essere improvvisamente trasportati dalle cose che vediamo, dal mondo ordinario dei nostri appetiti, alla sfera illuminata della contemplazione. Accade spesso durante la fanciullezza, ancorché a quell'età lo si riesca di rado a interpretare correttamente.
Accade durante l'adolescenza, quando si presta ai nostri struggimenti erotici. E accade in versione attenuata nella vita adulta, plasmando segretamente i nostri progetti di vita, proponendoci una immagine di armonia che inseguiamo attraverso le vacanze, attraverso la costruzione delle nostre case e attraverso i nostri sogni personali.
Ecco un altro esempio: è una occasione speciale, per la quale la famiglia si riunisce per una cena formale. Voi apparecchiate la tavola con una tovaglia ricamata e pulita, sistemate i piatti, i bicchieri, il pane nel cestino, qualche caraffa di acqua e di vino. Lo fate amorevolmente, dilettandovi di quella vista, sforzandovi per ottenere un effetto di pulizia, di semplicità, di simmetria e di calore. La tavola è divenuta così un simbolo del ritorno a casa, delle braccia aperte della madre di tutti che invita i propri figli ad entrare. E tutta questa abbondanza di significato e di buono spirito è in qualche modo contenuto nell'aspetto che ha assunto la tavola. Anche questa è una esperienza di bellezza. Ed è una di quelle che incontriamo, in una versione o in un'altra, ogni giorno delle nostre vite. Siamo creature bisognose, e il nostro bisogno maggiore è quello di casa: il luogo in cui siamo, dove troviamo protezione e amore.
Otteniamo questa casa attraverso le rappresentazioni del nostro stesso appartenere. La
otteniamo non da soli, ma assieme ad altri. E tutti i nostri tentativi di far sì che ciò che ci circonda appaia in ordine – decorando, sistemando, creando – sono tentativi di dare il benvenuto a noi stessi e a coloro che amiamo.
Questo secondo esempio è per me molto importante. Infatti suggerisce che il nostro bisogno umano di bellezza non è semplicemente un'aggiunta ridondante alla lista degli appetiti umani. Non è un qualcosa che possiamo non avere e sentirci realizzati lo stesso come persone. Si tratta di un bisogno che sorge dalla nostra condizione metafisica d'individui liberi i quali cercano il proprio posto in un mo ndo che continua. Possiamo vagare per questo mondo, alienati, risentiti, pieni di sospetto e di sfiducia. Oppure possiamo trovare la nostra casa qui, risposando in armonia con gli altri e con noi stessi. E l'esperienza della bellezza ci guida lungo questa seconda strada: ci dice che noi siamo a casa in questo mondo, che il mondo è già ordinato nelle nostre percezioni come un luogo adatto alle nostre esistenze di esseri fatti così come noi siamo fatti. La ricerca della bellezza continua la ricerca dell'amore.
E ciò spiega l'importanza dell'arte in una epoca di violenza, di oppressione e di spodestamento. L'arte può tenere desta la memoria e la speranza di codesti momenti di riposo, di costruzione di una casa, di amore nella desolazione. E quando le persone voltano le spalle alla bellezza è perché non credono più in queste cose: esprimono la natura priva di casa, di speranza e di amore delle loro emozioni. Allo stesso tempo la bellezza ci ricorda che alle nostre esistenze qualcosa manca: che l'abbondanza materiale non è di per se stessa sufficiente per noi, che è possibile soddisfare i nostri appetiti senza soddisfare noi stessi. E ciò accade quando nasce il desiderio di vendetta. La dissacrazione è una sorta di difesa dal sacro, un tentativo di distruggerne le pretese. Davanti alle cose sacre le nostre vite vengono giudicate; e per sfuggire a quel giudizio, noi distruggiamo la cosa che sembra accusarci. E siccome la bellezza ci ricorda del sacro – e anzi di una forma speciale di esso –, anche la bellezza deve venire dissacrata.
Se si guarda alle bruttezze coltivate nel nostro mondo attuale, si scopre che molte di esse includono la dissacrazione della forma umana mostrata dall'uomo che viene sopraffatto da forze esterne, dallo spirito umano presentato come eclissato e inefficace, nonché dal corpo umano considerato come mero oggetto fra oggetti piuttosto che come soggetto libero, vincolato dalla legge morale. Ed è su queste cose che l'arte del nostro tempo sembra concentrarsi, offrendoci non solo la pornografia di carattere sessuale, ma anche una pornografia di violenza in cui l'essere umano è ridotto a grumo di carne sofferente, reso miserabile, impotente e disgustoso. Ed è esattamente in questa epoca di abbondanza materiale, di libertà sessuale e di regno della bramosia che questa vendetta contro la forma umana è prevalente.
Perché queste cose dovrebbe essere diventate normali, perché, cioè, a parte il denaro che se ne ricava (e perché, comunque, se ne può tanto facilmente ricavare del denaro)? La risposta è che si tratta di tentazioni primarie. Tutti desideriamo sottrarci alle esigenze che impone una condotta di vita responsabile, in cui ci si tratta come persone degne di reverenza e di rispetto. Tutti siamo tentati dall'idea della carne e dal desiderio di rifare l'essere umano come pura carne: vale a dire un automa, obbediente a desideri meccanici. Per abbandonarci a queste tentazioni, però, dobbiamo anzitutto rimuovere il principale ostacolo che ci si frappone, e questo è la natura consacrata della forma umana. Dobbiamo insudiciare le esperienze – come la morte e il sesso – che altrimenti ci terrebbero lontani dalle tentazioni indirizzandoci a una più elevata vita di amore. Questa dissacrazione ostinata è quindi una negazione dell'amore: un tentativo di rifare il mondo come se l'amore non ne facesse più parte. E questa, sicuramente, è la caratteristica più importante della cultura postmoderna: che è una cultura senza amore, decisa a ritrarre il mondo umano come non amabile. Non come un dono, ma come un fatto.
Per costruire una risposta piena all'abitudine della dissacrazione, vi è bisogno di riunire l'intrapresa dell'arte alle finalità della bellezza e della creatività. Come hanno mostrato i primi modernisti, non è affatto un compito facile. Se si considerano gli apostoli veri della bellezza nel nostro tempo – penso a compositori come Dutilleux e Olivier Messiaen, a poeti come Derek Walcott e Tomlison, a prosatori come Italo Calvino e Aleksandr I. Solzenicyn –, si viene immediatamente colpiti dall'immenso lavoro duro, dall'isolamento studioso e dall'attenzione per i dettagli che ne ha caratterizzato le creazioni. Nell'arte, la bellezza dev'essere conquistata e l'impresa si presenta sempre più difficile in un tempo in cui il penetrante rumore della dissacrazione – amplificato ora da Internet – affoga le voci quiete che mormorano nel cuore delle cose.
Un risposta è cercare la bellezza nelle sue forme altre e più quotidiane: la bellezza delle strade ordinate e dei visi gioiosi, delle forme naturali e dei paesaggi cordiali.
Certo, è possibile sporcare anche queste cose, ed è il marchio di un artista di secondo piano il portare quella strada alla nostra attenzione, vale a dire la via negativa della dissacrazione. Ma è anche possibile ritornare alle cose ordinarie nello spirito di Wallace Stevens e di Samuel Barber (o diciamo, per gl'italiani, di Eugenio Montale e di Attilio Bertolucci) per mostrare quanto ci sentiamo a casa nostra con esse, e quanto esse magnifichino e giustifichino la nostra vita. È questo il sentiero ingombro che i primi modernisti hanno ripulito per noi, vale a dire la via positiva della bellezza. Non vi è ancora ragione per pensare di doverlo abbandonare. Perché, allora, così tanti artisti si rifiutano oggi di camminare lungo quel sentiero? Forse perché sanno che esso conduce a Dio.

mercoledì 16 dicembre 2009

I King's Singers a Torino


Domenica scorsa, 13 dicembre, spettacolare concerto natalizio dei King's Singers, al conservatorio di Torino. Il programma alternava letture e canti di Natale dagli offici liturgici medievali (l'incredibile Gaudete, o Angelus ad Virginem) per proseguire nei secoli, con canti tradizionali inglesi, un'Ave Maria in russo e così via. La seconda parte del concerto é stata assolutamente (definitely, residuo di NYC) divertente, come loro solito, con adattamente loro dei classici del Natale. Grandi applausi. Hanno chiuso poi con il loro cavallo di battaglia, Blackbird dei Beatles.








Il programma del concerto autografato

domenica 13 dicembre 2009

"La più grande diocesi del mondo sembra subire silenziosamente il destino di una protestantizzazione del cristianesimo"

Lettera aperta a Dionigi Tettamanzi di Luigi Amicone sul Foglio dell'8 dicembre. Qui, invece, l'opinione di Giuliano Ferrara.





Eminenza carissima, uffa

Cattolico ambrosiano scrive al suo pastore. La solidarietà banale stanca, quella vera a Milano c’è. Non c’è un’idea forte e viva di Cristo, invece

Eminenza carissima, cardinale Dionigi Tettamanzi, permetta qui una confessione pubblica: sono un cattivo cattolico, le parole del mio Vescovo mi parvero negli ultimi tempi come l’eco lontana di un pastore salito sull’Alpe e rimasto lassù, mentre noi qui, pecore smarrite restiamo a brucare terra nera, spazzata dalle fatiche della quotidianità e dalle angosce per il futuro nostro e, soprattutto, dei nostri figli.

La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? E’ difficile rispondere con poche parole”. No, non è difficile rispondere in poche parole e con dati alla mano alla domanda contenuta nella sua omelia. Milano potrebbe figurare in cima a una enciclopedia della solidarietà in Italia. E non c’è bisogno delle ricerche del Censis per misurare questa realtà, basta la notizia di esempi che abbiamo qui sottomano. Per esempio, in quest’anno di acuta crisi economica e sociale, in una sola giornata di “spesa per i poveri”, il Banco Alimentare ha raccolto nei supermercati di Milano città 375 tonnellate di alimenti contro le 360 tonnellate dello scorso anno, incrementando la raccolta del 4 per cento rispetto al 2008 e superando di un punto la media nazionale che è stata comunque superiore di 3 punti rispetto al 2008.

Per esempio, dall’Opera Nomadi alla Casa Famiglia tutti gli operatori milanesi impegnati sul fronte zingari possono confermare alla Curia di Milano che, nonostante le difficoltà e i conflitti presenti nei quartieri più periferici e popolari (sono infatti i più poveri che soffrono il problema degli accampamenti rom), gli sgomberi di questi giorni non sono ceauseschiani, non passano i carriarmati sulle bidonville e nessun bambino rom viene sacrificato sugli altari del consumismo e di una amministrazione politica che, secondo certa visione ecclesiastica, lucrerebbe consenso investendo sulla pura immagine. Qui a Milano gli zingari prendono voucher, i bambini rom sono scolarizzati, il patto di legalità funziona e non c’è città o paese d’Italia che abbia investito in conoscenza, risorse economiche e progettualità sociale, come il capoluogo lombardo. E’ vero che le ruvide accuse della Padania bruciano e che non ha senso dare dell’imam al cardinale arcivescovo di Milano. Ma c’è disorientamento quando dal Duomo si diffonde il sospetto che nella diocesi più grande del mondo Cristo si è fermato nei modi in cui non si è fermato neanche a Eboli.

Eminenza carissima, quando qualche anno fa lei invitò a Milano Adriano Sofri perché, assieme ad altri scrittori e poeti, animasse con la lettura della Ballata del carcere di Reading i giorni della settimana santa, Lei forse non sapeva che dal carcere di Pisa Sofri aveva riflettuto sulla possibilità che la Lega Nord divenisse l’alternativa protestante alla chiesa cattolica. Sotto molti aspetti questa visione è corretta. Quanti fedeli lombardi hanno trovato nel partito di Bossi l’ascolto e la difesa identitaria che non trovano più nei Principi della chiesa? E’ un errore, lo sappiamo, poiché la chiesa non è mera difesa di una tradizione e di una identità. Brandire il crocefisso e multare chi non lo espone in pubblico, lo sappiamo, è una strumentalizzazione e una riduzione del messaggio evangelico. Poiché, come ha ricordato Lei nel suo discorso di sant’Ambrogio, la croce di Cristo è un simbolo di amore e poi noi non onoriamo un crocefisso morto, ma il crocefisso risorto.

Eminenza, lo sappiamo, lo viviamo male, ma non possiamo sfuggire alla verità che il cattolicesimo è, per definizione, “annuncio a tutte le genti”, ecumenico, universale, slegato da ogni provenienza di razza, censo, cultura e religione. Ma allora perché stiamo diventando cattivi cattolici? Perché il popolo non ha quasi più sentore dell’esistenza di una chiesa locale? Perché le Sue parole suscitano discussione quasi esclusivamente politica e vengono largamente ignorate dall’uomo della strada? Milano, la più grande diocesi del mondo, sembra subire silenziosamente il destino di un declino e di una protestantizzazione del cristianesimo. Quest’anno, dopo non so quanti anni, Milano ospiterà un grande presepe in piazza del Duomo. Ma l’iniziativa proviene dalle istituzioni laiche, dal comune, non dalla Curia. Grazie all’iniziativa delle Ferrovie dello Stato la Caritas ritroverà le sue sedi nelle stazioni e nuove risorse arriveranno per accogliere e sfamare gli ultimi, gli sbandati, i barboni.

Grazie all’opera di un’infinità di benemerite associazioni (anche vip e consumistiche) il Natale conoscerà ancora una volta un proliferare di iniziative per i poveri e di eventi di beneficenza. Eminenza, non è l’attenzione agli ultimi e il senso della solidarietà che mancano. Semmai ciò di cui si sente la mancanza è una presenza piena di ragioni, di metodo e di speranza cristiana. Sentiamo il generico richiamo a Cristo, ma non lo vediamo affermato in una proposta puntuale, che irradi intelligenza, conoscenza, fascino, e, perché no, potenza vitale.
Che ne è delle chiese e degli oratori ambrosiani dove una volta la gioventù incontrava il prete che lo trascinava in un’avventura esistenziale, piena di ragioni e di vita? Oggi gli oratori vengono dati in affitto ai club calcistici e al posto dei biliardini degli anni sessanta offrono party umanitari e discoteche allo scopo di attirare una certa “clientela”. Oggi i catechismi vengono spalmati per anni e anni, e sacramenti come la cresima vengono rinviati perché, pensano i preti, così almeno si riuscirà a tenere i ragazzini un po’ più impegnati e a trattenere più giovani in chiesa. Il risultato naturalmente contraddice i programmi: ragazzini e giovani se ne vanno anche a costo di perdere la confermazione e tutti gli altri sacramenti.

Ma esiste una valutazione serena di tutto ciò? Cosa ne è della fede, della speranza e della carità vissuti dentro un orizzonte non genericamente umanitario e moraleggiante? Oggi si deve andare nei grandi santuari per ritrovare quel popolino minuto e semplice che è stato il cuore pulsante del cristianesimo lumbard. Vai alla Madonna di Caravaggio e ogni domenica troverai come parte cospicua dei fedeli qualche vecchio agricoltore benestante e una marea di filippini che fanno pic nic e vi trascorrono l’intera giornata. Il vecchio capo della comunità cinese a Milano ha voluto farsi tumulare nel cimitero Monumentale. Ma quali presenze cattoliche si stanno muovendo per portare la buona novella a chinatown? Si parla dell’immigrazione e, giustamente, si concentrano attenzioni e ansie nella questione islamica.

Ma che senso pastorale c’è nell’affrontare il problema islam con gli appelli al dialogo interreligioso, gli incontri con imam che si fanno competizione interna e sono sul libro paga dei diversi stati mediorientali, la ripetizione dell’ovvio principio che la libertà di coscienza e di religione sono gli antemurali di tutte le libertà?
La fortuna e l’originalità del cristianesimo è che, a differenza dei musulmani, cristiani non si nasce, cristiani si diventa. Si diventa con il Battesimo e si sceglie di rimanere cristiani con un atto di libertà e di ragione. Da un certo punto di vista dovremmo riconoscere che nella secolarizzazione e nella globalizzazione c’è un processo che aiuta il cristianesimo. Quando tutte le identità e le tradizioni crollano sotto il vento della morte di Dio e della società liquida, il Cristo emerge con la sua pretesa che “nemmeno un capello del tuo capo andrà perduto”. Ma come è colta questa opportunità? Quali pastorali sono fondate non tanto sulla consolazione all’ombra dei più “poverini” quanto piuttosto sull’offensiva fondata su Colui che dice di sé: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”?

Di solidarietà e sobrietà, Eminenza carissima, lei parlò all’omelia di Natale dello scorso anno, ci tornò sopra in una prima serata di primavera televisiva in cui fu ospite di Fabio Fazio e infine ne ha parlato di nuovo nella sua predica di Sant’Ambrogio. Lei ripete che “la comunità cristiana può e deve diventare molto più sobria”. Che “c’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà”. Che “con la sobrietà è in questione un ‘ritornare’” perché “ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione” e “soprattutto la sobrietà è questione di ‘giustizia’, siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco e…”. Uffa. Ma quanto ancora sentiremo la volgarizzazione delle tesi di Erich Fromm, delle confetture di Medici senza frontiere, delle denunce antimafia contro i pericoli delle infiltrazioni per qualunque cantiere aperto per modernizzare la città e dare lavoro alla gente?
Piuttosto, qualche anno fa, per iniziativa della Curia di Milano venne promossa in tutta la diocesi una ricerca sullo stato di salute della fede praticante.

Anche il sottoscritto, come tutti i frequentatori delle messe festive, fu chiamato a esprimersi su una batteria di domande che indagavano sulla pratica religiosa. Come mai a distanza di oltre un lustro i risultati di quella inchiesta non sono ancora stati noti? La sensazione diffusa è che nella più grande diocesi del mondo il tasso di disaffezione al precetto festivo e a tutti gli altri sacramenti abbia raggiunto percentuali da paesi del nord Europa. Forse la diocesi di Milano non sarà un “cimitero”, come dicono le statistiche sul cristianesimo in Belgio o in Olanda. Ma tutto lascia supporre che la strada imboccata è quella di una pace senza vita. Senza contare che in quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, la mezzaluna di Maometto ha preso stabile dimora. Ma se Muhammad è il nome più diffuso tra i neonati di Milano (notizia Apcom del 31 maggio 2008), Eminenza, non sarebbe forse anche l’ora di consigliare ai milanesi di essere meno sobri nel controllo delle nascite e più appassionatamente sostenitori di persone come Paola Bonzi? Forza, Eminenza carissima, non si faccia rinchiudere nel capitolo della teologia moralista, civilista e borrelliana. Lei sa, meglio di noi pecorelle erranti e sghimbesce, che il cristianesimo esige coraggio, testimonianza e profezia, innanzitutto dai suoi Pastori.

di Luigi Amicone

giovedì 10 dicembre 2009

I nostri figli vedranno ancora le farfalle??

Copenaghen 2009.
Fermi tutti, non ho certo intenzione di iniziare a parlare di climate change e febbri simili, non vi preoccupate. Tutti però avrete sentito parlare della Conferenza internazionale di Copenaghen&company excetera... Bene. Vi consiglio di tenere presente questo blog, curato da Piero Vietti, giornalista del Foglio, come aiuto ad orientarvi meglio.
Quella verde é diventata una nuova ideologia, dura e pura. Di recente (e nessun giornale nessuno tranne il Foglio e pochi altri ne hanno parlato) alcuni hacker hanno scoperto in certe mail di laboratori importanti alcuni traffici fra scienziati sulla maniera in cui presentare la situazione climatica al pubblico, e diciamo che questa maniera non si avvale di molto realismo. Mi fermo però, non so di più e ho promesso di non parlare di climate change e follie simili.

Avrei voluto fare questa segnalazione da tempo, ma ciò che mi costringe a farla ora é l'incredibile filmato che trovate qui di seguito: é il filmato ufficiale della Conferenza di Copenaghen, anche se sembra più che altro il sequel di "2012". Dopo questo filmato non ho più dubbi: si tratta di ideologia pura, come dicevo. E ideologia organizzata, ideologia dal volto umano, cioè della peggior specie. Come spiegare altrimenti quell'agghiacciante frase conclusiva "We have the power to save the world. Now", "Abbiamo il potere di salvare il mondo. Adesso"?

E' la nuova religione moderna. Attenti.







Si noti la tragica domanda: "Esisteranno ancora le farfalle per i nostri figli?"

mercoledì 9 dicembre 2009

La Chimera e la Bellezza di Cristo


Uscito in allegato a Letture Cattoliche di Novembre, riporto qui il mio "La chimera e la Bellezza di Cristo".


LA CHIMERA E LA BELLEZZA DI CRISTO


di Giacomo Berchi




A G., che mi ha portato a pregare in quella chiesa bellissima.



“Jeannette: Padre nostro, padre nostro che sei nei cieli, com'è lontano il tuo nome dall'essere santificato; com'è lontano dall'arrivare il tuo regno.

Padre nostro, padre nostro che sei nel regno dei cieli, com'è lontano il tuo regno dall'arrivare nel regno della terra.

(…) Ci hai mandato Tuo Figlio, che amavi tanto, è venuto tuo figlio, che ha tanto sofferto, ed è morto, e nulla, mai nulla. (…). E ciò che regna sulla faccia della terra, nulla, nulla, non è altro che perdizione. (…) Non s'è mai bestemmiato tanto il tuo nome. Non si è mai disprezzata tanto la tua volontà. Non si è mai disubbidito tanto. (…). E invece di essere il regno della carità, il solo regno che regni sulla faccia della terra, della tua terra, della terra che tu hai creato, invece che essere il regno del reame della tua carità, il solo regno che regni, è il regno del reame imperituro del peccato.

(…).

Che importano i nostri sforzi di un giorno? Che importano le nostre carità?

(…).

Mio Dio, mio Dio, che cosa c'è dunque? In ogni tempo, ahimè, in tutti i tempi ci si è perduti; ma da quarant'anni ahimè non si fa più che questo, non si fa altro che perdersi. (…). Gesù, Gesù, Gesù oggi il tuo popolo ha fame e tu non sazi il tuo popolo. Oggi in questo paese il tuo popolo di oggi (…) ha fame. Manca di tutto. (…). Tu non piangerai su questa moltitudine.

Beati coloro che l'hanno veduto passare nel suo paese; beati coloro che l'hanno veduto camminare su questa terra. (…) (Voi) vi siete riparati, vi siete messi al coperto al riparo della bontà del suo sguardo. Di voi stessi ebbe pietà davanti a quella folla. Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente. Se tu fossi qui, Dio, non andrebbe così, tuttavia. Le cose non sarebbero mai andate così”.


(Il Mistero della carità di Giovanna d'Arco, Charles Péguy).



In un pomeriggio della prima metà di settembre ho iniziato la lettura di un romanzo spesso consigliato, fatto leggere, se non addirittura elogiato fra i banchi di scuola. “La Chimera” di Sebastiano Vassalli, la cui copertina beige dell'edizione scolastica su cui spicca un ramo dalle nostalgiche foglie autunnali mai campeggerà fra i libri da me amati e custoditi, è stata, è, e sarà una lettura di molti giovani studenti al passaggio fra il secondo e terzo anno delle superiori, proprio come è accaduto a me.
Abituato a recensire (e leggere) opere di carattere ben diverso, desidero comunque condividere ciò che mi è accaduto nel leggere queste cupe e faticose pagine, per raccontare come esse si siano rivelate un insospettabile punto di lavoro rispetto alla certezza della mia fede.

Iniziamo quindi dalla trama dell'opera.

1610, bassa novarese. La giovane Antonia Spagnolini, esposta della Casa di Carità di San Michele fuori le mura in Novara, viene cresciuta fra le frustrazioni e le angustie di monache che nessuna considerazione hanno degli orfanelli a loro portati di nascosto, nella notte, in quella città piemontese. Siamo durante il regno di Filippo II di Spagna. Al cominciare dell'adolescenza, Antonia viene affidata ad una coppia di contadini del piccolo villaggio di Zardino (oggi scomparso) dove viene a contatto con una realtà totalmente diversa da quella del cortile e dei corridoi del convento, una realtà agraria e popolare, superstiziosa e non certo accondiscendente verso il “nuovo”.

Dopo l'arrivo di Antonia e il suo interagire con gli abitanti di Zardino, nuovi personaggi della storia, il romanzo prosegue in una climax di tensioni e incomprensioni fra i paesani del borgo piemontese e la giovane donna, la cui bellezza ingenua e la libertà di spirito vengono fortemente messe in antitesi con la cruda realtà popolare del Seicento. Non mancano lunghe parti descrittive, dal mercato al lavoro dei risaroli della bassa, fino agli intrecci con le vicende storiche dell'epoca, le ambizioni dei signorotti locali, la prepotenza dei funzionari del governo spagnolo, le grida di eco manzoniano e così via. Sospettata e invidiata, accusata di frequentare il Diavolo ai sabba con altre streghe, a mano a mano Antonia viene sempre più emarginata e disprezzata, fino a che non è chiamata a comparire davanti al Tribunale del Sant'Uffizio di Novara. A seguito del processo e della prigionia, attesa al luogo dell'esecuzione da una folla in preda ad un furore barbarico (siamo all'ultimo capitolo dal cinico titolo “La festa”) Antonia viene infine bruciata sul rogo, per la gioia del popolo.

Chi avrà avuto modo di leggere questo romanzo concorderà con me nel ritenere l'impietosa rappresentazione della Chiesa Cattolica uno dei suoi caratteri dominanti.

In effetti, questa storia non si fa mancare nulla sotto questo punto di vista. Nelle duecentonovantasei pagine dell'edizione scolastica copertina beige nessun aspetto non solo della Chiesa ma soprattutto della stessa fede cristiana sfugge all'accusa, all'irrisione e alla diffamazione. Prima di proseguire ci tengo a precisare che non sarà l'aspetto storico quello di cui terrò conto in queste mie righe; esso è importante, se non fondamentale come ricorda il Cardinale Emerito di Bologna Sua Eccellenza Giacomo Biffi nell'introduzione ad uno dei volumi di apologetica cattolica di Vittorio Messori: per molti giovani l'allontanamento dalla fede parte proprio dai banchi di scuola, dalla mancanza parziale o totale di verità nello studio della storia della Chiesa. Difendere questa significa difendere la fede nel suo sviluppo storico, non dimenticando e nascondendo i pur numerosi errori e angoli bui della sua vicenda umana, ma senza per questo cedere alla tentazione di quello che lo stesso Messori chiama “masochismo cattolico”: la pecora nera della storia é la Chiesa di Roma, origine e fautrice di tutti i mali della vicenda umana, parola (sic) di cattolico. Queste interessantissime questioni le lasciamo a chi di dovere, persone le cui ricerche e i cui libri sono per me una fonte sicura e certa nell'accostare il cammino storico della barca di Pietro, il percorso di quella fede che ha raggiunto e affascinato anche me.

Torniamo ora al nostro romanzo. Man mano che procedeva, la lettura si rivelava una carrellata impietosa: monache feroci sottomesse al vescovo maltrattano e insultano i bambini affidatigli da ignoti sulla ruota del convento (la cui rappresentazione cupa e nevrotica è accentuata dal raccapricciante suicidio di una consacrata); il vescovo Carlo Bascapè, come tutti gli alti prelati, rappresenta “l'ideologia contro la vita”, una figura macabra destinata a contrapporsi alla solarità incompresa di Antonia; frati domenicani sessuofobi e malati dirigono il palazzotto del Sant'Uffizio di Novara: due in particolare, i torturatori (di cui uno strabico), la notte prima dell'esecuzione immobilizzano la giovane con gli strumenti di tortura per poi stuprarla; l'inquisitore Manini è l'archetipo del suo ruolo come consacrato dall'ideologia e dall'ignoranza, anch'egli quindi malato e ossessionato dal sesso; non manca il frate francescano pelato, la barba lunga fino al petto, gli occhi spiritati fissi verso la giovane Antonia, braccia tese a reggere un crocifisso; impietosa più che mai è la rappresentazione dei parroci di Zardino, opportunisti, desiderosi solo di denaro e di lucrare sulla pelle dei poveri abitanti (bigotti e superstiziosi), sacerdoti-capi del borgo grazie alle minacce dell'inferno e della dannazione in alternativa alle mancate elemosine alle casse della parrocchia; non mancano all'appello i Gesuiti stessi, i quali, allestito un mercato nelle vicinanze di Zardino, mostrano al popolo le vite dei propri santi dipinte su tela e gli animali in gabbia o imbalsamati provenienti dall'Estremo Oriente, diventando così il simbolo (la tigre imbalsamata nel pagliaio ne é l'esempio lampante) del tentativo dei preti di manovrare a loro piacimento la natura e la realtà.

Questo elenco abbozzato e incompleto delle figure di Chiesa rappresentate nel romanzo è miscelato ad un attacco, un'irrisione e un disprezzo rivolti alla consistenza stessa della fede cristiana. Nulla, dicevo, è stato risparmiato, e così è. Lungo tutta la trama, vengono irrise e attaccate le opere di carità, le missioni in terre lontanissime che in quegli anni cominciavano a fiorire, la vita consacrata (“Per quanti rosari abbiate recitato, per quanti comunioni abbiate fatto! Tutte le favole che vi raccontano le monache, fuori di qui non hanno il minimo valore. La Madonna, le Sante, la verginità... Tutte scemenze! … Ci hai mai pensato perché sono venute a rinchiudersi qua dentro? Spose di Dio... i miei coglioni!” ), la devozione ai Santi (“… e i loro quadri ci raccontano cupe storie di Santi animati da un’implacabile follia di devozioni, di processioni, di predicazioni, di opere fervide e insensate; o di uomini assorti in spettrali piaceri; o di altri uomini ancora, vaganti attorno senza un perché” ), il culto delle reliquie, e infine la Chiesa stessa è detta essere “un potere corrotto con la pretesa di salvare il mondo”. Il dolore più acuto è stato per me in fondo a pagina 235, nel pieno del processo, dove non viene risparmiata nemmeno l'Eucarestia, il Corpo di Gesù Cristo: “... rispose che il suo Diavolo mangiava ben altro che le ostie, e che fossero consacrate o non lo fossero non cambia niente; sono sempre mollicchette senza sale, poco più grandi di un'unghia: un pasto da formicole! Una pagnotta ben cotta – disse Antonia – con dentro tre o quattro belle fette di salame, o di stracchino, vale più di tutte le ostie della terra”.

E' però l'ironia crudele compagna di ogni capoverso, frase, esclamazione riguardanti qualsiasi argomento di fede ciò che più lavora nella mente lettore, una ironia dissacrante che nulla risparmia; l'agire dei personaggi e le divagazioni dell'autore ne sono infatti impregnati.

Anche l'apparato di note e i percorsi di lettura proposti al termine del romanzo collaborano ahimè a questo ritratto cupo e diffamatorio. Ed anche questo gioca la sua parte non poco importante: la cornice editoriale del romanzo (appunto note, introduzione e spunti di lavoro) non é uno spazio neutro di commento alle idee e argomentazioni dell'autore, condivisibili o meno, ma ne è a supporto e totale approvazione. Così che la voce di per sé autorevole di un apparato di note vada a confermare ciecamente i contenuti del romanzo.

Qualche esempio. Pagina 13, nota 10: l'arcivescovo matto: Carlo Borromeo (1538 – 1584), arcivescovo di Milano, fu uomo molto severo e intransigente (per questo giudicato matto anche dai suoi contemporanei) “fanatico” in quanto acceso riformatore e instancabile organizzatore della Chiesa”. Dello stesso Carlo Borromeo, venerato come santo dalla Chiesa, l'autore afferma nella stessa pagina che egli “voleva far diventare i suoi preti e le sue monache Santi e Sante per forza”; san Carlo Borromeo è inoltre annoverato fra il partito dei fanatici al conclave pontificio.

A pagina 167 si racconta dell'arrivo dei Lanzichenecchi a Zardino, i mercenari luterani al soldo dell'imperatore che scorrazzavano all'epoca lungo tutta l'Italia; il parroco don Teresio li chiama con l'appellativo di Anticristo e dopo la loro dipartita accusa indirettamente Antonia per aver osato danzare con alcuni di essi mentre sostavano pacificamente nel borgo. Dice la nota: “Anticristo: i lanzi erano per lo più luterani, per cui per don Teresio sono l'incarnazione di Satana”. Che per la Chiesa cattolica sia valido questo accostamento, dopo l'esplicazione della nota, risulta quindi incontrovertibile.

A pagina 233, infine (ma si potrebbe continuare), la nota mostra al lettore l’unica vera ragione scatenante la caccia alle streghe: la sessuofobia del mondo cattolico, impersonata dall'inquisitore Manini.

Di fronte a questo odio feroce, così sfacciatamente sostenuto e argomentato mi sono trovato subito smarrito, spiazzato. Conoscevo di fama l'intreccio del romanzo, ma di certo non mi aspettavo questi livelli di nichilismo. Già, perché oltre a questo attacco su tutti i fronti della fede cristiana, il vero protagonista del romanzo è proprio il nulla, e a dirlo non sono io ma l'autore stesso, all'inizio e alla fine dell'opera: Premessa e Congedo, entrambi dal titolo “Il nulla”.

“Infine (i personaggi, n.d.a.), uno dopo l'altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d'ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo. Tutto finito? Tutto finito, sissignore. O forse no. Forse c'è ancora da rendere conto di un personaggio di questa storia, in nome del quale molte cose si dissero e molte altre si compirono, e che in quel nulla fuori dalla mia finestra è assente come è assente ovunque, o forse è lui stesso il nulla, chi può dirlo! È lui l'eco di tutto il nostro vano gridare, il vago riflesso d'una nostra immagine che molti, anche tra i viventi di quest'epoca, sentono il bisogno di proiettare là dove tutto è buio, per attenuare la paura che hanno del buio. Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest'unico motivo, così futile!: che non esiste”. (dal Congedo).

Perché, Gesù, permetti tutto questo? Questa era la mia angosciosa domanda; perché permetti che a dei ragazzi di sedici, diciassette anni venga detto così violentemente che la vita è nulla, che, questo il pensiero dell'autore, la Storia è un palcoscenico di errori crudeli destinati al nulla? Perché a giovani con tutta la vita davanti, ma ad ogni uomo, deve venir assicurato che la vita è un incubo crudele destinato alla morte? Dov'è la speranza, la salvezza in tutto questo?

“C'è sempre, arriva sempre, nella vita di ogni uomo che abbia avuto in gioventù un forte stimolo ideale, il momento in cui si prende atto definitivamente, senza più speranze, né illusioni né sogni, dell'inerzia delle cose e del mondo. Il momento in cui si capisce che la fede non smuove le montagne; che le tenebre prevarranno sempre sulla luce, l'inerzia soffocherà il moto e così via” (pag. 257).

Questo è il nichilismo atroce che serpeggia fra i banchi di scuola; non ho potuto fare a meno di pensare a come molti suicidi avvengano per molto, molto meno, anche alla mia età. La Chimera, in fondo, cosa altro è se non l'irraggiungibilità del proprio desiderio? L'autore rimanda ad una poesia di Dino Campana, dove l'immagine del monte Rosa imprigionata dietro alle sbarre del cancello è simbolo di una vana speranza, di una bellezza irraggiungibile. Una Chimera.

Di fronte a questo sfacelo nichilista è però iniziata la rinascita. Ho cominciato a chiedermi: io Chi ho incontrato? Che cosa posso rispondere ad un uomo che sostiene il nulla essere l'origine e la fine di tutte le cose? Che ragioni ho io per dire che il desiderio può essere compiuto oltre ogni nostro calcolo? Bastano forse trecento pagine di odio per annullare la certezza di Lui nella mia vita?

La sfida è stata decisiva. Ecco che se è vero che il problema non sta nell'avversità delle circostanze ma in come noi ci poniamo di fronte ad esse, mostrando prima di tutto a noi stessi la nostra appartenenza, allora, ho pensato, questo libro può diventare la grande occasione per crescere nella certezza di Chi ho incontrato. E così è stato.

Ho smesso di lamentarmi e ho iniziato a sfidare quelle pagine e il nulla che vi fuoriusciva ironico con una certezza nuova tutta fondata sui fatti e i testimoni che mi hanno portato e portano a riconoscere l’esistenza di un Altro; non il nulla, ma una Presenza dal nome Cristo. Tutta la mia vita era chiamata in causa a rendere ragione sempre con più certezza e commozione che all'origine della realtà c'è un volto, un disegno buono; e che io posso sostenere questo perché sono certo della mia esperienza.

Mentre scrivo queste righe mi capita di pensare all'autore, Sebastiano Vassalli, e mi domando chissà se, quando scriveva quelle pagine, mai si sarebbe immaginato che tutto l'odio gettato in faccia alla Chiesa e alla vita mi avrebbe fatto ancora più innamorare di entrambe. Una lettura da me temuta e volentieri evitata si è rivelata invece la dimostrazione della possibilità di sfidare tutto per verificare se la mia fede è un sentimento o una certezza piena di ragioni.

Non il vuoto annichilente di una Chimera, ma la bellezza di Cristo. Se la certezza di ciò è fondata su fatti, se io credo in Lui perché ho visto e toccato con mano la Sua contemporaneità nella mia vita, allora entrare in classe ogni giorno è un approfondire questa certezza; così il dolore che pure rimane nel vedere quanto è possibile odiare Chi sto imparando ad amare sempre più é un modo misterioso attraverso il quale mi è data la grazia di conoscere sempre più Chi desidero.

Ma come fare in classe, allora? Come fare davanti ai professori? Come non far vincere l’arrabbiatura o peggio la disperazione di fronte al nulla che avanza fin dai banchi di scuola? Mi sono accorto che non basta ripetere un discorso; il punto non è neanche convincere con i dati e le fonti che l’Inquisizione era un’altra cosa, perché questo convincimento non è quello che desidero prima di tutto nemmeno per me. Invece, ciò che è necessario è l’accadere di un’umanità nuova e intensa che può essere data solo dal riconoscimento di Cristo presente: questo sfida tutto e tutti, e rende anche il difendere la storia della Chiesa non uno scontro ideologico ma una possibilità appassionante di approfondire il tuo incontro con Chi di quella storia è l’origine.

Come diceva Juliàn Carròn agli universitari di Comunione e Liberazione agli Esercizi dello scorso anno dal titolo “La sfida del presente”: “E come si riparte? Si riparte come è incominciato il cristianesimo, come è ripartito San Paolo. Tu puoi immaginare San Paolo, quando tutto il mondo pensava in un altro modo, arrabbiato per le strade dell'Impero Romano a portare Cristo? O era tutto entusiasta per quello che aveva incontrato, che gli consentiva di entrare nel reale, di affrontare tutto con la presenza di Cristo, in modo tale da verificare che cosa succedeva nella propria vita?”.

Non c'è bisogno di uomini arrabbiati, ma di uomini commossi per la presenza di Gesù, per cui ogni circostanza è l’occasione di sperimentare nella propria vita la vittoria eterna sul nulla.

A partire dai banchi di scuola.



Madama Gervaise: Egli è qui. È qui come il primo giorno. È qui tra di noi come il giorno della sua morte. In eterno è qui tra di noi proprio come il primo giorno. In eterno tutti i giorni. È qui fra di noi tutti i giorni della sua eternità.


(Il mistero della carità di Giovanna d'Arco, Charles Péguy).