
Uscito in allegato a Letture Cattoliche di Novembre, riporto qui il mio "La chimera e la Bellezza di Cristo".
LA CHIMERA E LA BELLEZZA DI CRISTO
di Giacomo Berchi
A G., che mi ha portato a pregare in quella chiesa bellissima.
“Jeannette: Padre nostro, padre nostro che sei nei cieli, com'è lontano il tuo nome dall'essere santificato; com'è lontano dall'arrivare il tuo regno.
Padre nostro, padre nostro che sei nel regno dei cieli, com'è lontano il tuo regno dall'arrivare nel regno della terra.
(…) Ci hai mandato Tuo Figlio, che amavi tanto, è venuto tuo figlio, che ha tanto sofferto, ed è morto, e nulla, mai nulla. (…). E ciò che regna sulla faccia della terra, nulla, nulla, non è altro che perdizione. (…) Non s'è mai bestemmiato tanto il tuo nome. Non si è mai disprezzata tanto la tua volontà. Non si è mai disubbidito tanto. (…). E invece di essere il regno della carità, il solo regno che regni sulla faccia della terra, della tua terra, della terra che tu hai creato, invece che essere il regno del reame della tua carità, il solo regno che regni, è il regno del reame imperituro del peccato.
(…).
Che importano i nostri sforzi di un giorno? Che importano le nostre carità?
(…).
Mio Dio, mio Dio, che cosa c'è dunque? In ogni tempo, ahimè, in tutti i tempi ci si è perduti; ma da quarant'anni ahimè non si fa più che questo, non si fa altro che perdersi. (…). Gesù, Gesù, Gesù oggi il tuo popolo ha fame e tu non sazi il tuo popolo. Oggi in questo paese il tuo popolo di oggi (…) ha fame. Manca di tutto. (…). Tu non piangerai su questa moltitudine.
Beati coloro che l'hanno veduto passare nel suo paese; beati coloro che l'hanno veduto camminare su questa terra. (…) (Voi) vi siete riparati, vi siete messi al coperto al riparo della bontà del suo sguardo. Di voi stessi ebbe pietà davanti a quella folla. Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente. Se tu fossi qui, Dio, non andrebbe così, tuttavia. Le cose non sarebbero mai andate così”.
(Il Mistero della carità di Giovanna d'Arco, Charles Péguy).
In un pomeriggio della prima metà di settembre ho iniziato la lettura di un romanzo spesso consigliato, fatto leggere, se non addirittura elogiato fra i banchi di scuola. “La Chimera” di Sebastiano Vassalli, la cui copertina beige dell'edizione scolastica su cui spicca un ramo dalle nostalgiche foglie autunnali mai campeggerà fra i libri da me amati e custoditi, è stata, è, e sarà una lettura di molti giovani studenti al passaggio fra il secondo e terzo anno delle superiori, proprio come è accaduto a me.
Abituato a recensire (e leggere) opere di carattere ben diverso, desidero comunque condividere ciò che mi è accaduto nel leggere queste cupe e faticose pagine, per raccontare come esse si siano rivelate un insospettabile punto di lavoro rispetto alla certezza della mia fede.Iniziamo quindi dalla trama dell'opera.
1610, bassa novarese. La giovane Antonia Spagnolini, esposta della Casa di Carità di San Michele fuori le mura in Novara, viene cresciuta fra le frustrazioni e le angustie di monache che nessuna considerazione hanno degli orfanelli a loro portati di nascosto, nella notte, in quella città piemontese. Siamo durante il regno di Filippo II di Spagna. Al cominciare dell'adolescenza, Antonia viene affidata ad una coppia di contadini del piccolo villaggio di Zardino (oggi scomparso) dove viene a contatto con una realtà totalmente diversa da quella del cortile e dei corridoi del convento, una realtà agraria e popolare, superstiziosa e non certo accondiscendente verso il “nuovo”.
Dopo l'arrivo di Antonia e il suo interagire con gli abitanti di Zardino, nuovi personaggi della storia, il romanzo prosegue in una climax di tensioni e incomprensioni fra i paesani del borgo piemontese e la giovane donna, la cui bellezza ingenua e la libertà di spirito vengono fortemente messe in antitesi con la cruda realtà popolare del Seicento. Non mancano lunghe parti descrittive, dal mercato al lavoro dei risaroli della bassa, fino agli intrecci con le vicende storiche dell'epoca, le ambizioni dei signorotti locali, la prepotenza dei funzionari del governo spagnolo, le grida di eco manzoniano e così via. Sospettata e invidiata, accusata di frequentare il Diavolo ai sabba con altre streghe, a mano a mano Antonia viene sempre più emarginata e disprezzata, fino a che non è chiamata a comparire davanti al Tribunale del Sant'Uffizio di Novara. A seguito del processo e della prigionia, attesa al luogo dell'esecuzione da una folla in preda ad un furore barbarico (siamo all'ultimo capitolo dal cinico titolo “La festa”) Antonia viene infine bruciata sul rogo, per la gioia del popolo.
Chi avrà avuto modo di leggere questo romanzo concorderà con me nel ritenere l'impietosa rappresentazione della Chiesa Cattolica uno dei suoi caratteri dominanti.
In effetti, questa storia non si fa mancare nulla sotto questo punto di vista. Nelle duecentonovantasei pagine dell'edizione scolastica copertina beige nessun aspetto non solo della Chiesa ma soprattutto della stessa fede cristiana sfugge all'accusa, all'irrisione e alla diffamazione. Prima di proseguire ci tengo a precisare che non sarà l'aspetto storico quello di cui terrò conto in queste mie righe; esso è importante, se non fondamentale come ricorda il Cardinale Emerito di Bologna Sua Eccellenza Giacomo Biffi nell'introduzione ad uno dei volumi di apologetica cattolica di Vittorio Messori: per molti giovani l'allontanamento dalla fede parte proprio dai banchi di scuola, dalla mancanza parziale o totale di verità nello studio della storia della Chiesa. Difendere questa significa difendere la fede nel suo sviluppo storico, non dimenticando e nascondendo i pur numerosi errori e angoli bui della sua vicenda umana, ma senza per questo cedere alla tentazione di quello che lo stesso Messori chiama “masochismo cattolico”: la pecora nera della storia é la Chiesa di Roma, origine e fautrice di tutti i mali della vicenda umana, parola (sic) di cattolico. Queste interessantissime questioni le lasciamo a chi di dovere, persone le cui ricerche e i cui libri sono per me una fonte sicura e certa nell'accostare il cammino storico della barca di Pietro, il percorso di quella fede che ha raggiunto e affascinato anche me.
Torniamo ora al nostro romanzo. Man mano che procedeva, la lettura si rivelava una carrellata impietosa: monache feroci sottomesse al vescovo maltrattano e insultano i bambini affidatigli da ignoti sulla ruota del convento (la cui rappresentazione cupa e nevrotica è accentuata dal raccapricciante suicidio di una consacrata); il vescovo Carlo Bascapè, come tutti gli alti prelati, rappresenta “l'ideologia contro la vita”, una figura macabra destinata a contrapporsi alla solarità incompresa di Antonia; frati domenicani sessuofobi e malati dirigono il palazzotto del Sant'Uffizio di Novara: due in particolare, i torturatori (di cui uno strabico), la notte prima dell'esecuzione immobilizzano la giovane con gli strumenti di tortura per poi stuprarla; l'inquisitore Manini è l'archetipo del suo ruolo come consacrato dall'ideologia e dall'ignoranza, anch'egli quindi malato e ossessionato dal sesso; non manca il frate francescano pelato, la barba lunga fino al petto, gli occhi spiritati fissi verso la giovane Antonia, braccia tese a reggere un crocifisso; impietosa più che mai è la rappresentazione dei parroci di Zardino, opportunisti, desiderosi solo di denaro e di lucrare sulla pelle dei poveri abitanti (bigotti e superstiziosi), sacerdoti-capi del borgo grazie alle minacce dell'inferno e della dannazione in alternativa alle mancate elemosine alle casse della parrocchia; non mancano all'appello i Gesuiti stessi, i quali, allestito un mercato nelle vicinanze di Zardino, mostrano al popolo le vite dei propri santi dipinte su tela e gli animali in gabbia o imbalsamati provenienti dall'Estremo Oriente, diventando così il simbolo (la tigre imbalsamata nel pagliaio ne é l'esempio lampante) del tentativo dei preti di manovrare a loro piacimento la natura e la realtà.
Questo elenco abbozzato e incompleto delle figure di Chiesa rappresentate nel romanzo è miscelato ad un attacco, un'irrisione e un disprezzo rivolti alla consistenza stessa della fede cristiana. Nulla, dicevo, è stato risparmiato, e così è. Lungo tutta la trama, vengono irrise e attaccate le opere di carità, le missioni in terre lontanissime che in quegli anni cominciavano a fiorire, la vita consacrata (“Per quanti rosari abbiate recitato, per quanti comunioni abbiate fatto! Tutte le favole che vi raccontano le monache, fuori di qui non hanno il minimo valore. La Madonna, le Sante, la verginità... Tutte scemenze! … Ci hai mai pensato perché sono venute a rinchiudersi qua dentro? Spose di Dio... i miei coglioni!” ), la devozione ai Santi (“… e i loro quadri ci raccontano cupe storie di Santi animati da un’implacabile follia di devozioni, di processioni, di predicazioni, di opere fervide e insensate; o di uomini assorti in spettrali piaceri; o di altri uomini ancora, vaganti attorno senza un perché” ), il culto delle reliquie, e infine la Chiesa stessa è detta essere “un potere corrotto con la pretesa di salvare il mondo”. Il dolore più acuto è stato per me in fondo a pagina 235, nel pieno del processo, dove non viene risparmiata nemmeno l'Eucarestia, il Corpo di Gesù Cristo: “... rispose che il suo Diavolo mangiava ben altro che le ostie, e che fossero consacrate o non lo fossero non cambia niente; sono sempre mollicchette senza sale, poco più grandi di un'unghia: un pasto da formicole! Una pagnotta ben cotta – disse Antonia – con dentro tre o quattro belle fette di salame, o di stracchino, vale più di tutte le ostie della terra”.
E' però l'ironia crudele compagna di ogni capoverso, frase, esclamazione riguardanti qualsiasi argomento di fede ciò che più lavora nella mente lettore, una ironia dissacrante che nulla risparmia; l'agire dei personaggi e le divagazioni dell'autore ne sono infatti impregnati.
Anche l'apparato di note e i percorsi di lettura proposti al termine del romanzo collaborano ahimè a questo ritratto cupo e diffamatorio. Ed anche questo gioca la sua parte non poco importante: la cornice editoriale del romanzo (appunto note, introduzione e spunti di lavoro) non é uno spazio neutro di commento alle idee e argomentazioni dell'autore, condivisibili o meno, ma ne è a supporto e totale approvazione. Così che la voce di per sé autorevole di un apparato di note vada a confermare ciecamente i contenuti del romanzo.
Qualche esempio. Pagina 13, nota 10: l'arcivescovo matto: Carlo Borromeo (1538 – 1584), arcivescovo di Milano, fu uomo molto severo e intransigente (per questo giudicato matto anche dai suoi contemporanei) “fanatico” in quanto acceso riformatore e instancabile organizzatore della Chiesa”. Dello stesso Carlo Borromeo, venerato come santo dalla Chiesa, l'autore afferma nella stessa pagina che egli “voleva far diventare i suoi preti e le sue monache Santi e Sante per forza”; san Carlo Borromeo è inoltre annoverato fra il partito dei fanatici al conclave pontificio.
A pagina 167 si racconta dell'arrivo dei Lanzichenecchi a Zardino, i mercenari luterani al soldo dell'imperatore che scorrazzavano all'epoca lungo tutta l'Italia; il parroco don Teresio li chiama con l'appellativo di Anticristo e dopo la loro dipartita accusa indirettamente Antonia per aver osato danzare con alcuni di essi mentre sostavano pacificamente nel borgo. Dice la nota: “Anticristo: i lanzi erano per lo più luterani, per cui per don Teresio sono l'incarnazione di Satana”. Che per la Chiesa cattolica sia valido questo accostamento, dopo l'esplicazione della nota, risulta quindi incontrovertibile.
A pagina 233, infine (ma si potrebbe continuare), la nota mostra al lettore l’unica vera ragione scatenante la caccia alle streghe: la sessuofobia del mondo cattolico, impersonata dall'inquisitore Manini.
Di fronte a questo odio feroce, così sfacciatamente sostenuto e argomentato mi sono trovato subito smarrito, spiazzato. Conoscevo di fama l'intreccio del romanzo, ma di certo non mi aspettavo questi livelli di nichilismo. Già, perché oltre a questo attacco su tutti i fronti della fede cristiana, il vero protagonista del romanzo è proprio il nulla, e a dirlo non sono io ma l'autore stesso, all'inizio e alla fine dell'opera: Premessa e Congedo, entrambi dal titolo “Il nulla”.
“Infine (i personaggi, n.d.a.), uno dopo l'altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d'ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo. Tutto finito? Tutto finito, sissignore. O forse no. Forse c'è ancora da rendere conto di un personaggio di questa storia, in nome del quale molte cose si dissero e molte altre si compirono, e che in quel nulla fuori dalla mia finestra è assente come è assente ovunque, o forse è lui stesso il nulla, chi può dirlo! È lui l'eco di tutto il nostro vano gridare, il vago riflesso d'una nostra immagine che molti, anche tra i viventi di quest'epoca, sentono il bisogno di proiettare là dove tutto è buio, per attenuare la paura che hanno del buio. Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest'unico motivo, così futile!: che non esiste”. (dal Congedo).
Perché, Gesù, permetti tutto questo? Questa era la mia angosciosa domanda; perché permetti che a dei ragazzi di sedici, diciassette anni venga detto così violentemente che la vita è nulla, che, questo il pensiero dell'autore, la Storia è un palcoscenico di errori crudeli destinati al nulla? Perché a giovani con tutta la vita davanti, ma ad ogni uomo, deve venir assicurato che la vita è un incubo crudele destinato alla morte? Dov'è la speranza, la salvezza in tutto questo?
“C'è sempre, arriva sempre, nella vita di ogni uomo che abbia avuto in gioventù un forte stimolo ideale, il momento in cui si prende atto definitivamente, senza più speranze, né illusioni né sogni, dell'inerzia delle cose e del mondo. Il momento in cui si capisce che la fede non smuove le montagne; che le tenebre prevarranno sempre sulla luce, l'inerzia soffocherà il moto e così via” (pag. 257).
Questo è il nichilismo atroce che serpeggia fra i banchi di scuola; non ho potuto fare a meno di pensare a come molti suicidi avvengano per molto, molto meno, anche alla mia età. La Chimera, in fondo, cosa altro è se non l'irraggiungibilità del proprio desiderio? L'autore rimanda ad una poesia di Dino Campana, dove l'immagine del monte Rosa imprigionata dietro alle sbarre del cancello è simbolo di una vana speranza, di una bellezza irraggiungibile. Una Chimera.
Di fronte a questo sfacelo nichilista è però iniziata la rinascita. Ho cominciato a chiedermi: io Chi ho incontrato? Che cosa posso rispondere ad un uomo che sostiene il nulla essere l'origine e la fine di tutte le cose? Che ragioni ho io per dire che il desiderio può essere compiuto oltre ogni nostro calcolo? Bastano forse trecento pagine di odio per annullare la certezza di Lui nella mia vita?
La sfida è stata decisiva. Ecco che se è vero che il problema non sta nell'avversità delle circostanze ma in come noi ci poniamo di fronte ad esse, mostrando prima di tutto a noi stessi la nostra appartenenza, allora, ho pensato, questo libro può diventare la grande occasione per crescere nella certezza di Chi ho incontrato. E così è stato.
Ho smesso di lamentarmi e ho iniziato a sfidare quelle pagine e il nulla che vi fuoriusciva ironico con una certezza nuova tutta fondata sui fatti e i testimoni che mi hanno portato e portano a riconoscere l’esistenza di un Altro; non il nulla, ma una Presenza dal nome Cristo. Tutta la mia vita era chiamata in causa a rendere ragione sempre con più certezza e commozione che all'origine della realtà c'è un volto, un disegno buono; e che io posso sostenere questo perché sono certo della mia esperienza.
Mentre scrivo queste righe mi capita di pensare all'autore, Sebastiano Vassalli, e mi domando chissà se, quando scriveva quelle pagine, mai si sarebbe immaginato che tutto l'odio gettato in faccia alla Chiesa e alla vita mi avrebbe fatto ancora più innamorare di entrambe. Una lettura da me temuta e volentieri evitata si è rivelata invece la dimostrazione della possibilità di sfidare tutto per verificare se la mia fede è un sentimento o una certezza piena di ragioni.
Non il vuoto annichilente di una Chimera, ma la bellezza di Cristo. Se la certezza di ciò è fondata su fatti, se io credo in Lui perché ho visto e toccato con mano la Sua contemporaneità nella mia vita, allora entrare in classe ogni giorno è un approfondire questa certezza; così il dolore che pure rimane nel vedere quanto è possibile odiare Chi sto imparando ad amare sempre più é un modo misterioso attraverso il quale mi è data la grazia di conoscere sempre più Chi desidero.
Ma come fare in classe, allora? Come fare davanti ai professori? Come non far vincere l’arrabbiatura o peggio la disperazione di fronte al nulla che avanza fin dai banchi di scuola? Mi sono accorto che non basta ripetere un discorso; il punto non è neanche convincere con i dati e le fonti che l’Inquisizione era un’altra cosa, perché questo convincimento non è quello che desidero prima di tutto nemmeno per me. Invece, ciò che è necessario è l’accadere di un’umanità nuova e intensa che può essere data solo dal riconoscimento di Cristo presente: questo sfida tutto e tutti, e rende anche il difendere la storia della Chiesa non uno scontro ideologico ma una possibilità appassionante di approfondire il tuo incontro con Chi di quella storia è l’origine.
Come diceva Juliàn Carròn agli universitari di Comunione e Liberazione agli Esercizi dello scorso anno dal titolo “La sfida del presente”: “E come si riparte? Si riparte come è incominciato il cristianesimo, come è ripartito San Paolo. Tu puoi immaginare San Paolo, quando tutto il mondo pensava in un altro modo, arrabbiato per le strade dell'Impero Romano a portare Cristo? O era tutto entusiasta per quello che aveva incontrato, che gli consentiva di entrare nel reale, di affrontare tutto con la presenza di Cristo, in modo tale da verificare che cosa succedeva nella propria vita?”.
Non c'è bisogno di uomini arrabbiati, ma di uomini commossi per la presenza di Gesù, per cui ogni circostanza è l’occasione di sperimentare nella propria vita la vittoria eterna sul nulla.
A partire dai banchi di scuola.
Madama Gervaise: Egli è qui. È qui come il primo giorno. È qui tra di noi come il giorno della sua morte. In eterno è qui tra di noi proprio come il primo giorno. In eterno tutti i giorni. È qui fra di noi tutti i giorni della sua eternità.
(Il mistero della carità di Giovanna d'Arco, Charles Péguy).
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