domenica 28 agosto 2011

Non prodotti, ma collaboratori della Sua opera





Eccomi di ritorno da due settimane intense e di cammino: dalla GMG di Madrid fino al Meeting di Rimini (compresa la tratta in pullman Saragozza-Rimini, epica e indimenticabile impresa). Tanti i frutti, e soprattutto gli innumerevoli incontri, i semi gettati e quelli che già cominciano a crescere meravigliosamente.
E' come essere presi per mano ed essere portati, così come si é, dentro a qualcosa di infinitamente grande.
A proposito del titolo del Meeting di quest'anno, "E l'esistenza diventa un'immensa certezza", non avevo colto appieno la sua portata fino a quando non ho letto come veniva presentato da alcune testate nazionali, cioé dentro ad uno zoom globale:  i disastri nuncleari e ambientali, le guerre nel Mediterraneo e in Medio Oriente, la crisi politica ed economica a livello mondiale. Ed ecco che qui, invece, si parla di immensa certezza. Una sfida. Tutto questo a dimostrazione della radicalità di una certezza in un mondo che invece non sa dove guardare (non é forse così nelle nostre classi, nelle nostre scuole? Fra i nostri amici?); a dispetto degli altri anni, forse, proprio per questo tipo di presentazione dentro al contesto di crisi mi sembra di aver colto, almeno in alcuni casi, una crepa nello scetticismo e nel cinismo soliti con cui si é sempre trattato lo strano caso della Fiera di Rimini a fine agosto. Come a dire: eppure questi di qualcosa sono certi, e si vede. Lo si può cogliere nell'inchiesta uscita su Repubblica qualche giorno fa, "Il mondo di CL", dove il giornalista, nonostante tutto, non ha potuto fare a meno di lasciarsi colpire e stupire da ciò che accade al Meeting.

Da Tracce.it, ecco uno stralcio della lezione del filosofo Fabrice Hadjadj dal titolo "L'inevitabile certezza: riflessione sulla modernità", tenuta in Fiera il 25 agosto

...

"Dopo la distruzione della certezza moderna, nel mezzo dell’incertezza postmoderna, legata alla coscienza della scomparsa probabile, imminente, della specie umana, quale immensa certezza ci rimane? Oramai, se la nostra fede si fonda solamente su un’ideologia o un reclutamento, non può più tenere. Don Giussani l’aveva compreso molto bene. E per questo esigeva che ciascuno ripartisse dalla propria esperienza più concreta, e per questo reclamava che ciascuno pensasse a partire dal semplice fatto dell’esistenza. Ed eccola l’immensa certezza: c’è qualche cosa e non niente; io sono qui, tu sei qui, e abbiamo sotto i nostri occhi queste cose semplici, ma misteriose per il solo fatto che sono qui, giusto davanti a noi, questo tavolo, questo bicchiere, queste luci elettriche e soprattutto, all’esterno, la luce del giorno... [...]
Questa è dunque l’immensa ed inevitabile certezza dell’esistenza: ho ricevuto la vita per dare la vita, e questo dono esige una speranza che vada oltre questo mondo ed attraversi la sua oscurità. Perché questa oscurità, mi chiederete? Se potessi rispondervi chiaramente, questa oscurità non sarebbe più tale. Ciò che posso tuttavia intuire è che questa oscurità non è soltanto una privazione di luce, ma è anche la possibilità di partecipare all’opera della luce.
Dio, nella sua generosità, non vuole solamente offrirci una strada, vuole anche che apriamo un passaggio nell’impasse. Non vuole solamente che siamo rischiarati; vuole anche che facciamo noi stessi chiarore. Non vuole solamente darci la vita; vuole anche che la diamo là dove sembra regnare solamente la morte. Ecco perché la sua benedizione può apparire come una maledizione. C’è bisogno di chi faccia chiarore solo dove non c’è abbastanza luce. C’è bisogno di chi apra una via solo dove si rischia un passo nel vuoto. [...]
Se non ci fosse questa oscurità, se per esempio tutto fosse dissodato, tracciato, masticato in anticipo, Dio sarebbe meno generoso. Saremmo i prodotti della sua opera e non i collaboratori alla sua opera. Ora Lui ci vuole cooperatori. [...] Immaginate un solo istante che ciascuno possedesse la certezza di Dio come un auricolare che lo mettesse direttamente in comunicazione con lui: ciascuno starebbe chiuso nella sua bolla; non avremmo più bisogno gli uni degli altri, non dovremmo più a credere nella luce in modo da vederla apparire sui nostri volti e farla risplendere nelle tenebre. Ma Dio vuole una certezza di cui noi siamo i cooperatori, un suolo stabile che possiamo dispiegare fin nel vuoto dell’avvenire, attraverso tutto il nostro essere. [...]"




Mi viene in mente in questo momento, e di certo non é una coincidenza. Il titolo dell'evento di Rimini accoglie quello dellla Giornata di Madrid, aprendo una finestra e un respiro sulla vita, pur nel dramma, che é dell'altro mondo in questo mondo: 

Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede. E l'esistenza diventa un'immensa certezza.

lunedì 15 agosto 2011

La nostra attesa e Colui che risponde

 In partenza per la Gmg di Madrid, desideroso di lasciarmi sorprendere ancora una volta da cosa é la Chiesa, da Chi é Cristo. 



 

Incontrare qualcosa che corrisponda alla nostra attesa

Julián Carrón
 
Alfa y Omega, 28 luglio 2011


Quando penso a un giovane di oggi che si sta aprendo alla vita, sono invaso da una tenerezza infinita: come si orienterà in questa babele piena di opportunità e di sfide in cui gli tocca vivere? Basta vedere la televisione, o accostarsi a un’edicola o a una libreria per vedere la varietà di opzioni che si trova davanti. Scegliere quella giusta è un’impresa ardua.
Ma se da una parte è commovente pensare a un ragazzo che si trova davanti a una simile sfida, mi meraviglia ancor di più il fatto che colui il quale ci ha posto nella realtà non abbia avuto alcun ritegno nel correre un simile rischio. Fino al punto di scandalizzare coloro che vorrebbero risparmiarlo a se stessi e agli altri, figli, amici o alunni che fossero.
Il Mistero, tuttavia, non ci ha lanciato nell’avventura della vita senza fornirci di una bussola con cui potessimo orientarci. Questa bussola è il cuore. Nella nostra epoca il cuore è stato ridotto a un sentimento, a uno stato d’animo. Ma tutti noi possiamo riconoscere nella nostra esperienza che il cuore non si lascia ridurre, non si conforma a nessuna cosa. “L’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente”, dice il Papa nel suo Messaggio. E noi lo sappiamo bene.
Perciò, chi prende sul serio il suo cuore, fatto per ciò che è grande, comincia ad avere un criterio per comprendere se stesso e la vita, per giudicare la verità o la falsità di qualunque proposta che spunti all’orizzonte della sua vita. “Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia.”
C’è qualcosa che sia all’altezza delle nostre esigenze più profonde, che possa rispondere al nostro anelito, grande come l’infinito? Molti risponderanno che una cosa simile non esiste, vista la delusione che in tante occasioni hanno sperimentato riponendo la loro speranza in qualcosa che era destinato a deluderli. Ma nessuno di noi può fare a meno di sperare. È irrazionale questa aspettativa? E allora, perché speriamo? Perché è la cosa più razionale: nessuno di noi può affermare con certezza che non esiste.
Ma scopriremo che esiste solo se avremo l’opportunità di incontrare qualcosa che corrisponda veramente alla nostra attesa. Come i primi che incontrarono Gesù: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.
Da quando questo fatto è entrato nella storia, nessuno che ne abbia avuto notizia ha più potuto o potrà stare tranquillo. Tutto lo scetticismo del mondo non potrà eliminarlo dalla faccia della terra.
Resterà là, sull’orizzonte della sua vita, come una promessa che rappresenta la più grande sfida che abbia dovuto affrontare. “Chi mi seguirà riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna”. Solo chi ha il coraggio di verificare nella vita la promessa contenuta nell’annuncio cristiano potrà scoprire che esso è capace di rispondere alla sua attesa. Senza questa verifica non potrà esistere una fede all’altezza della natura razionale dell’uomo, vale a dire, capace di continuare a essere interessante per lui.

domenica 14 agosto 2011

Eternità e presente




Non si potranno mai veramente calcolare gli innumerevoli benefici arrecati al genere umano dalla caduta di questo epistolario diabolico nelle mani di un certo C. S. Lewis, e dalla sua successiva pubblicazione sotto il titolo di "Le lettere di Berlicche". Ricco, ricchissimo di spunti. E poi, cosa più unica che rara, offre a chi legge il gusto della trasgressione delle regole (occorre fare il contrario di ciò che Berlicche suggerisce a Malacoda) ottenendo in cambio nientemeno che felicità e salvezza.
Provare per credere.


Dalla lettere XV:


"Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico li destina all'eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: della eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano presente. Il presente é infatti il punto nel quale il tempo tocca l'eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un'esperienza analoga all'esperienza che il nostro Nemico ha della realtà intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà. Egli vorrebbe perciò che essi fossero continuamente occupati o con l'eternità (il che vuol dire occupati di Lui) o con il presente - o che meditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separazione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presente della coscienza, portando la croce presente, ricevendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per il piacere presente. Il nostro lavoro é di allontanarli sia dall'eterno sia dal presente".

venerdì 12 agosto 2011

Mylo Xyloto






E' notizia di oggi, ed é un bella notizia. I Coldplay hanno ufficialmente annunciato l'uscita del nuovo e quinto album dal titolo Mylo Xyloto (pronuncia Mailo Xailoto, come loro stesso hanno tenuto a precisare) per il prossimo 24 ottobre. Il 12 settembre uscirà invece Paradise, nuovo singolo estratto dall'album dopo Every Teardrop Is A Waterfall.
Tutte le notizie sul nuovo lavoro della band, ufficiali e rumors, le trovate sul più volte segnalato miglior sito italiano. 
Si prospetta un album ricco di sorprese, come già si riesce ad intuire dai brani inediti suonati ai vari concerti tenuti di recente (Charlie Brown, Us Against the World ecc). In varie interviste i Coldplay hanno parlato di Mylo Xyloto come di un lavoro dai diversi ritmi che presenta tracce anche molto differenti tra loro; una manciata di esse, come ha confessato il batterista Will Champion, rimangono ispirate al movimento anti-nazista Rosa Bianca nell'idea di seguire il proprio ideale in un mondo totalmente contro. Johnny Buckland ha inoltre rivelato il più potente uso di chitarra e batteria rispetto ai precedenti lavori, e insomma a vederli (e sentirli), sembrano davvero in grande forma. 

Il nuovo stile, a mio parere, segue l'esplosiva rivoluzione di Viva la Vida, dalla quale era d'altronde impossibile tornare indietro, e la trasforma verso nuovi sound, come ha già dimostrato Every Teardrop Is A Waterfall. Ma la cosa davvero sorprendente é che il vecchio stile (ballate alla The Scientist, per intenderci) non é affatto scomparso ma permane in questa nuova fase dei Coldplay, si veda ad esempio l'atmosfera di Moving To Mars

Ok, ho finito di fare discorsi accessibili solo ad una ristretta cerchia di fan. Ad ogni modo enjoy yourself con l'intro MX  (che a questo punto evidentemente richiama il titolo dell'album) e  la nuova e inedita Hurts Like Heaven, dal concerto di Glastonbury del mese scorso.



 

mercoledì 10 agosto 2011

Solo teppismo? La guerra di Londra indica molto di più

I fatti di Londra di questi giorni sono il campanello d'allarme di un fenomeno ben più profondo di un semplice vandalismo. Ecco le analisi di Luca Doninelli, da IlSussidiario.net e l'intervista a Roger Scruton da IlFoglio.it


Londra, è solo teppismo?

 
mercoledì 10 agosto 2011
 
Spesso un male irreversibile si forma, dentro un corpo, per la somma di tanti piccoli mali, ciascuno dei quali di per sé sarebbe curabile, ma che, messi insieme, producono degenerazioni, stati cronici, collassi strutturali. Questo vale per il corpo umano, per il corpo di un paese e anche - come nel caso che stiamo per trattare - per un’intera civiltà.

I disordini che si vanno spandendo a macchia d’olio in Inghilterra, e che hanno già prodotto il primo morto, hanno dato luogo, per ora, a commenti a dir poco anacronostici: si è parlato di “teppisti”, con il disprezzo che i lord inglesi dei cartoni animati riservano a qualunque altro rappresentante del genere umano. Le cronache hanno riportato - quasi fosse la notizia principale - che il Primo Ministro ha dovuto addirittura, pensate un po’, rientrare anticipatamente dalle vacanze (in Toscana).

Questo paese straordinario, vincitore di tutte o quasi tutte le guerre cui ha preso parte, nel corso della storia, di fronte alla nuova emergenza sa balbettare solo parole di disprezzo, trattando questa rivolta come una semplice questione di ordine pubblico.
Bene, potranno magari soffocare questa rivolta, ma altre ne verranno, perché il mondo che ne è il teatro - ossia la nostra civiltà, tutto il sistema della nostra civiltà - sta andando in frantumi.

...

Leggi tutto



 

Il falò delle vacuità multiculturali

Scruton: “Ecco che succede a fingere che le identità non esistano”

“Abbiamo creato una cultura delle gang violenta, sessista, omofobica e razzista; è una vergogna che cadrà sui multiculturalisti bianchi”. E’ durissimo uno degli editor del Daily Telegraph, Damian Thompson, sui roghi e le rivolte di Oxford Circus, Edmonton, Tottenham ed Einfield. Comunità britanniche dove vige la common law, ma germina da anni anche la violenza sulle donne tipica di culture non occidentali, il delitto d’onore, la poligamia, la morte per apostasia e omosessualità. Secondo Roger Scruton, massimo intellettuale conservatore del Regno Unito, docente di Filosofia a Boston e alla St. Andrews, la colpa è del “curriculum multiculturalista”.
“Lo sapevamo che sarebbe successo, l’integrazione è stata una ideologia semi religiosa, ma non ha funzionato”, dice Scruton al Foglio. “I multiculturalisti hanno sempre negato la connotazione identitaria, perché avrebbe frammentato il multiculturalismo. Coloro che hanno difeso la prima persona plurale della nazione sono stati attaccati in quanto ‘fascisti’, ‘razzisti’, ‘xenofobi’, ‘nostalgici’ o, nel migliore dei casi, ‘little englanders’. Lo avevamo già visto anche in Francia con il ‘mob rule’ delle banlieue. Nelle nostre città i giovani crescono in ghetti isolati, in un ordine politico schizzato, vogliono affermarsi contro la società, mai per essa. In Italia non è ancora successo, ma potrebbe accadere se non avverrà una integrazione corretta. L’islamismo tende a infiammare questo scontro per costruire una retorica anti occidentale, ma in questo caso è stato soprattutto un fallimento interno alla nostra società. Provo orrore e tristezza per come abbiamo distrutto il vecchio curriculum, dicevano che era monoculturale, che perpetuava l’idea della civiltà occidentale come superiore, che era patriarcale, il prodotto del maschio bianco europeo che aveva perso autorità. Ci avevano insegnato a vivere in un ambiente amorfo, nella città postmoderna aperta a tutte le culture. Ogni cultura avrebbe dovuto crescere nel proprio spazio, per godere dei frutti della cooperazione sociale e di un sistema educativo in cui la cultura maggioritaria avrebbe dovuto essere marginalizzata. Tutto quello che invece il multiculturalismo ha sancito è stata la distruzione della cultura pubblica condivisa e il diritto al rispetto, creando un grande vuoto. Il risultato è stato il relativismo”.
Scruton ne ha anche per i conservatori al governo. “La leadership di Cameron deve dimostrare di avere una cultura nazionale. Questo è il motivo per il quale Richelieu si era appellato ai francesi per far prendere in considerazione innanzitutto la loro fedeltà alla nazione, con lo scopo di superare il conflitto tra cattolici e protestanti. I conservatori inglesi da sempre sono considerati i guardiani della cultura nazionale, ma da anni sono stati anche loro intimiditi dalla correttezza politica. Michael Gove, il ministro dell’Educazione, sta cercando di fermare il multiculturalismo, ma a livello nazionale non c’è stata alcuna visione ideologica e intellettuale. Se Cameron ha davvero come modello Polly Toynbee (commentatrice liberal del Guardian, ndr), allora siamo persi. I politici sono sempre tragici quando cercano di essere ‘nice’”.

Leggi La big society in fumo  - Leggi Imbarazzo di stato e anarchia 

mercoledì 3 agosto 2011

E l'esistenza diventa un'immensa certezza







In attesa del Meeting di Rimini, ecco l'intervista a padre Aldo Trento direttamente da Tracce.it. Qui trovate invece l'editoriale di Luigi Amicone sullo Speciale Meeting di Tempi.



Siate realisti (quindi certi)

Davide Perillo

PRIMO PIANO

Ci avviciniamo alla kermesse di Rimini. E alla sua sfida: è possibile che la vita sia «un’immensa certezza»? Abbiamo chiesto ad alcuni ospiti di confrontarsi con il titolo della XXXII edizione (21-27 agosto). A partire da padre Aldo Trento e da ciò che ha «di più caro»: una sola sicurezza. In una lotta continua

Il libro lo sta rileggendo in questi giorni. Piano, scavando ogni parola, per andare al fondo della sua esperienza mentre entra in ciò che scrive don Giussani. «È una sfida. A noi, e alla nostra urgenza umana». A padre Aldo Trento, 64 anni, da 22 missionario in Paraguay, dove la sua parrocchia di Asunción è diventata un cuore che pulsa di fede e di opere (la clinica per i malati terminali, la casa di accoglienza per i bambini abbandonati, quella per i senzatetto e tanto altro), toccherà chiudere il Meeting 2011. Con un incontro su Ciò che abbiamo di più caro, volume dedicato ai dialoghi di don Giussani con gli universitari a metà anni Ottanta. «Per dire che ciò che hai di più caro è Cristo, come fa lui, hai bisogno di una ragione potente, forte». Di una certezza. Che, non a caso, è il tema della manifestazione, al via il 21 agosto. Titolo: E l’esistenza diventa una immensa certezza.

Cosa hai pensato quando lo hai letto?
La prima reazione è stata un ringraziamento. Al Signore, e a chi ha sentito l’urgenza di proporre questo tema. Perché è il vero problema di oggi, su questo ci giochiamo tutto. Anche il Papa sottolinea di continuo che, in una realtà dominata dal relativismo, sfidare l’uomo sulla certezza vuol dire tornare all’ontologia più pura e profonda. Come potremmo muoverci senza qualcuno che ci ricorda che le nostre radici sono nel pensiero di Dio?

Ma per te cosa vuol dire essere certo?
Avere chiaro quello che dice il profeta Isaia: «Prima di formarti nel ventre di tua madre ho pronunziato il tuo nome». Questa certezza è Dio che me la dà: non me la invento io, non è frutto di un ragionamento. È una grazia. Per me è iniziata a sette anni, quando davanti a un missionario che raccontava di sé mi sono commosso per la prima volta nell’accorgermi che sono stato pensato da Dio per l’eternità. Come il cosmo. Ed era una cosa che corrispondeva pienamente al mio cuore, era ragionevole. Rendermi conto di questo, sperimentarlo in tutti gli istanti, mi dà una certezza granitica, capace di farmi andare avanti. Come faccio ad avere il dubbio di restare fregato dalle circostanze, se sono frutto dell’amore di Dio che mi ha pensato da sempre? È una questione di realismo.

In che senso “realismo”?
Se sei realista devi riconoscere che c’è un punto chiaro che ti rimanda a tutto, ti rimette all’infinito. E questo infinito è ciò che sostiene tutto. Il cosmo, e l’autocoscienza del cosmo, che sono io. È la realtà che è un’immensa certezza. Bisogna essere ottusi per negarlo. Come diceva Althusser: puoi dire che il sole non esiste, ma sei matto.

Ma allora perché è così difficile essere certi? Perché dubitiamo di tutto?
Anzitutto, per il peccato originale. Abbiamo la tentazione di sostituirci all’infinito. Invece di avvertire la sproporzione strutturale che diceva Caterina da Siena: «Io sono niente, Tu sei tutto». È la difficoltà del mondo di oggi: pensare che siamo l’ombelico del mondo. Ma nasce da un uso sfasato della ragione. Se la concepisci come una stanza chiusa, non vedi. Se apri gli occhi e guardi, come stamattina vedevo la bellezza del cielo tropicale, non posso non riconoscere che c’è Qualcuno che sta sotto, che è contenuto e fondamento di tutto ciò. La prima difficoltà è questo limite ontologico. Poi c’è il respiro dell’ambiente in cui viviamo. Che è totalmente dominato dall’insicurezza.

Vuol dire che il peccato originale non è anzitutto un problema morale, ma di conoscenza: indebolisce il rapporto con la realtà.
Vero. Non è un problema etico, ma ontologico. L’uomo che pretende di essere creatore. Tutti abbiamo il desiderio di perfezione: siamo fatti da Dio per tendere al bello assoluto, alla gioia assoluta. Ma Lucifero ha preteso di poter raggiungere con le sue mani quello che non poteva raggiungere, perché è creatura. Anche Adamo ed Eva sono stati bruciati da quello. Un uso della ragione debole, che ha ceduto. Senza riconoscere questo, non possiamo neanche accorgerci di come Cristo sia una risposta suprema a un diritto della ragione.

È la prima domanda del serpente: «Ma è vero che Dio ha detto...?». La tentazione è sulla certezza.
Mette in dubbio. E accade la disgrazia più grande della storia. Che, però, è anche una «felice colpa», come canta la Chiesa nel Preconio pasquale. Perché grazie a questo abbiamo potuto sperimentare la presenza del Mistero che ci ha riportato nell’alveo giusto della ragione. E la bellezza di cosa vuol dire essere rigenerati come creature nuove, dove la sproporzione mi fa gridare di gioia. Più percepisco di essere fatto, più mi accorgo della grandezza che sta nella mia piccolezza. Questo fa rabbrividire.

Perché restituisce una certezza.
Appunto. Più andiamo a fondo alla realtà intensamente, più prendiamo coscienza di una certezza unica: che siamo strutturalmente relazione con il Mistero. Tutto di noi lo grida. Questa è la lotta che dobbiamo fare con noi stessi. Non dando per scontato neanche un istante. Se nell’istante mi trascuro, o faccio a meno del lavoro personale, il diabolico dubbio del «se, ma, però», ti frega. C’è bisogno di una vigilanza continua.

E che cosa permette o aiuta questa vigilanza?
Prima di tutto una lealtà con se stessi. Io lo vedo per me. Avrei mille ragioni per dubitare: il dolore innocente, il bambino che muore. Ma tutto questo fa parte di un disegno immenso. E uno, se è leale, vede che questa sofferenza, umanamente incomprensibile, nel tempo genera. Io non posso dubitare che Dio mi ama. Dovrei essere cieco. Non solo per quello che è accaduto in me, per quello che sono e vivo, ma anche per quello che questa certezza fa nascere intorno: un popolo, delle opere...

Ecco, il tempo: come ha inciso sulla tua certezza? Che valore ha nell’approfondirla, nel darle spessore?
La certezza è un avvenimento. Accade come una bella giornata che non ti aspettavi. Ma deve assumere una dimensione storica. Come per gli apostoli: stando con Cristo vedevano accadere tanti fatti che approfondivano la loro certezza. La rendevano ancora più ragionevole. E rendevano loro via via più consapevoli. Poi, però, ci sono due fattori decisivi di lavoro personale.

Quali?
Il primo è la compagnia. Senza una compagnia che ti dice “guarda”, che ti ricorda la tua creaturalità, cerchi un’altra compagnia, che è quella del diavolo. Adamo ed Eva avevano la compagnia di Dio, che tutte le sere scendeva nel Paradiso terrestre. Ma ne è entrata un’altra: quella del demonio. La compagnia è essenziale. Ma è una compagnia in cui il centro è la coscienza di essere fatti. Che si sostiene solo per uno sguardo fisso verso l’orizzonte, verso il Mistero. Non posso percepire nessun tipo di rapporto che non nasca da uno sguardo così. Lo vedo con i miei malati, con i bambini. Senza una compagnia del genere non avrei la possibilità di tenere vivo quello che mi è accaduto a sette anni.

Ed è una cosa diversa dal cercare la certezza nell’altro, come se per riconoscere il vero avessi bisogno di un supplemento...
Certo. La certezza è già accaduta. Il problema è trovare persone che ti aiutano a non dimenticare quello che è accaduto e che ti accade in quel momento. Io sono fatto ora. Tu sei mio amico perché vivi la stessa percezione che vivo io, e mi aiuti a sostenermi in questo. Se no, l’amicizia è un qualcosa di macabro, perche non resiste all’usura del tempo trasformandosi in un insieme di ossa aride.

E l’altro fattore?
Il dolore. Che significa la pazienza. Quella certezza che mi ha segnato da piccolo è passata attraverso tutti i problemi della vita: scappavo di qua e la incontravo lì, scappavo di nuovo e la rivedevo. Tutto questo ha innescato un dramma terribile tra la mia immaginazione, la misura che volevo dare alla realtà, e la realtà. In cosa consisteva il dolore? In una lotta furibonda nella mia carne tra la mia misura, la mia concezione dell’affetto, del rapporto, e quello che il mio cuore invece desiderava. Tutto questo è una battaglia continua. Una sofferenza continua. Ma piena di letizia. Perché permette di gustare ciò che abbiamo di più caro.

Perché?
Come posso capire che è Cristo ciò che ho di più caro se la ragione non sperimenta in una battaglia quotidiana che conviene vivere in questa posizione, che così la vita è più bella? Questo è il dolore. È lottare contro quelle riduzioni a cui rischio continuamente di riportare l’Avvenimento che mi ha cambiato la vita.

Non ci sono momenti della tua vita che mettono in crisi questa certezza?
Come tentazione, spesso. Vedi un dolore innocente, un amico che muore... Ma una cosa è la tentazione, altro che mi lasci definire da quella. Il dramma è sempre tra il mio limite e il Mistero che chiama. Io questa tentazione la vivo di continuo. Ma è necessaria, perché se no la libertà in che consiste? Se non avessi la possibilità di dire «no» all’Essere, non potrei avere la gioia di dire: «Tu, o Cristo mio».

E invece qual è stato il momento più pieno di certezza?
A parte l’abbraccio di don Giussani, tanti anni fa, l’incontro con Julián Carrón. E gli amici di qui, in Sud America. La cosa più grande è vedere persone per cui la certezza dell’Avvenimento di Cristo è la ragione della vita.

Cosa ti ha colpito di più del libro di don Giussani?
Lui non parla di Cristo: parla con Cristo. Per esempio, ha una percezione viva, drammatica, sofferta del potere che ci circonda; ma vedi che lo soffre perché è una cosa sola con Cristo. È come vedere quello che diceva San Paolo: «Per me vivere è Cristo. Non conosco altra cosa che Cristo crocefisso». In don Giussani è evidente. Leggendolo, vedi un desiderio immenso che tutto il mondo possa vibrare con quella coscienza che lui ha di Cristo. Soffriva. Ma come conseguenza di vederci sordi e ciechi a questo Avvenimento, che diamo per scontato.

Basta una Certezza per vivere, una sola.
Sì. E questo ti permette di essere un punto chiaro di presenza nel mondo. Qualcuno con cui il mondo deve fare i conti. Può contestarti, ma non può non fare i conti con questa diversità. È così che puoi incontrare l’altro. Come succede ogni volta al Meeting.

Cosa ti aspetti dal Meeting di quest’anno?
Di uscirne più consapevoli che veramente la realtà è il corpo di Cristo. Non esiste nulla che non sia relazione con il Mistero. La realtà è il Suo corpo. Ed è positiva. Sempre.

lunedì 1 agosto 2011

Cosmo e microcosmo

Ecco un paio di brevi clips da The Tree of Life. Quest'opera d'arte immensa sta lavorando in me molto più di quanto potessi immaginare e avessi previsto.