Eccomi di ritorno da due settimane intense e di cammino: dalla GMG di Madrid fino al Meeting di Rimini (compresa la tratta in pullman Saragozza-Rimini, epica e indimenticabile impresa). Tanti i frutti, e soprattutto gli innumerevoli incontri, i semi gettati e quelli che già cominciano a crescere meravigliosamente.
E' come essere presi per mano ed essere portati, così come si é, dentro a qualcosa di infinitamente grande.
A proposito del titolo del Meeting di quest'anno, "E l'esistenza diventa un'immensa certezza", non avevo colto appieno la sua portata fino a quando non ho letto come veniva presentato da alcune testate nazionali, cioé dentro ad uno zoom globale: i disastri nuncleari e ambientali, le guerre nel Mediterraneo e in Medio Oriente, la crisi politica ed economica a livello mondiale. Ed ecco che qui, invece, si parla di immensa certezza. Una sfida. Tutto questo a dimostrazione della radicalità di una certezza in un mondo che invece non sa dove guardare (non é forse così nelle nostre classi, nelle nostre scuole? Fra i nostri amici?); a dispetto degli altri anni, forse, proprio per questo tipo di presentazione dentro al contesto di crisi mi sembra di aver colto, almeno in alcuni casi, una crepa nello scetticismo e nel cinismo soliti con cui si é sempre trattato lo strano caso della Fiera di Rimini a fine agosto. Come a dire: eppure questi di qualcosa sono certi, e si vede. Lo si può cogliere nell'inchiesta uscita su Repubblica qualche giorno fa, "Il mondo di CL", dove il giornalista, nonostante tutto, non ha potuto fare a meno di lasciarsi colpire e stupire da ciò che accade al Meeting.
Da Tracce.it, ecco uno stralcio della lezione del filosofo Fabrice Hadjadj dal titolo "L'inevitabile certezza: riflessione sulla modernità", tenuta in Fiera il 25 agosto
...
"Dopo la distruzione della certezza moderna, nel mezzo dell’incertezza
postmoderna, legata alla coscienza della scomparsa probabile, imminente,
della specie umana, quale immensa certezza ci rimane? Oramai, se la
nostra fede si fonda solamente su un’ideologia o un reclutamento, non
può più tenere. Don Giussani l’aveva compreso molto bene. E per questo
esigeva che ciascuno ripartisse dalla propria esperienza più concreta, e
per questo reclamava che ciascuno pensasse a partire dal semplice fatto
dell’esistenza. Ed eccola l’immensa certezza: c’è qualche cosa e non
niente; io sono qui, tu sei qui, e abbiamo sotto i nostri occhi queste
cose semplici, ma misteriose per il solo fatto che sono qui, giusto
davanti a noi, questo tavolo, questo bicchiere, queste luci elettriche e
soprattutto, all’esterno, la luce del giorno... [...]
Questa è dunque l’immensa ed inevitabile certezza dell’esistenza: ho ricevuto la vita per dare la vita, e questo dono esige una speranza che vada oltre questo mondo ed attraversi la sua oscurità. Perché questa oscurità, mi chiederete? Se potessi rispondervi chiaramente, questa oscurità non sarebbe più tale. Ciò che posso tuttavia intuire è che questa oscurità non è soltanto una privazione di luce, ma è anche la possibilità di partecipare all’opera della luce.
Dio, nella sua generosità, non vuole solamente offrirci una strada, vuole anche che apriamo un passaggio nell’impasse. Non vuole solamente che siamo rischiarati; vuole anche che facciamo noi stessi chiarore. Non vuole solamente darci la vita; vuole anche che la diamo là dove sembra regnare solamente la morte. Ecco perché la sua benedizione può apparire come una maledizione. C’è bisogno di chi faccia chiarore solo dove non c’è abbastanza luce. C’è bisogno di chi apra una via solo dove si rischia un passo nel vuoto. [...]
Se non ci fosse questa oscurità, se per esempio tutto fosse dissodato, tracciato, masticato in anticipo, Dio sarebbe meno generoso. Saremmo i prodotti della sua opera e non i collaboratori alla sua opera. Ora Lui ci vuole cooperatori. [...] Immaginate un solo istante che ciascuno possedesse la certezza di Dio come un auricolare che lo mettesse direttamente in comunicazione con lui: ciascuno starebbe chiuso nella sua bolla; non avremmo più bisogno gli uni degli altri, non dovremmo più a credere nella luce in modo da vederla apparire sui nostri volti e farla risplendere nelle tenebre. Ma Dio vuole una certezza di cui noi siamo i cooperatori, un suolo stabile che possiamo dispiegare fin nel vuoto dell’avvenire, attraverso tutto il nostro essere. [...]"
Questa è dunque l’immensa ed inevitabile certezza dell’esistenza: ho ricevuto la vita per dare la vita, e questo dono esige una speranza che vada oltre questo mondo ed attraversi la sua oscurità. Perché questa oscurità, mi chiederete? Se potessi rispondervi chiaramente, questa oscurità non sarebbe più tale. Ciò che posso tuttavia intuire è che questa oscurità non è soltanto una privazione di luce, ma è anche la possibilità di partecipare all’opera della luce.
Dio, nella sua generosità, non vuole solamente offrirci una strada, vuole anche che apriamo un passaggio nell’impasse. Non vuole solamente che siamo rischiarati; vuole anche che facciamo noi stessi chiarore. Non vuole solamente darci la vita; vuole anche che la diamo là dove sembra regnare solamente la morte. Ecco perché la sua benedizione può apparire come una maledizione. C’è bisogno di chi faccia chiarore solo dove non c’è abbastanza luce. C’è bisogno di chi apra una via solo dove si rischia un passo nel vuoto. [...]
Se non ci fosse questa oscurità, se per esempio tutto fosse dissodato, tracciato, masticato in anticipo, Dio sarebbe meno generoso. Saremmo i prodotti della sua opera e non i collaboratori alla sua opera. Ora Lui ci vuole cooperatori. [...] Immaginate un solo istante che ciascuno possedesse la certezza di Dio come un auricolare che lo mettesse direttamente in comunicazione con lui: ciascuno starebbe chiuso nella sua bolla; non avremmo più bisogno gli uni degli altri, non dovremmo più a credere nella luce in modo da vederla apparire sui nostri volti e farla risplendere nelle tenebre. Ma Dio vuole una certezza di cui noi siamo i cooperatori, un suolo stabile che possiamo dispiegare fin nel vuoto dell’avvenire, attraverso tutto il nostro essere. [...]"
Mi viene in mente in questo
momento, e di certo non é una coincidenza. Il titolo dell'evento di
Rimini accoglie quello dellla Giornata di Madrid, aprendo una finestra e
un respiro sulla vita, pur nel dramma, che é dell'altro mondo in questo
mondo:
Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede. E l'esistenza
diventa un'immensa certezza.

2 commenti:
ma non ci siamo visti però!!!
Milano, Milano! Dalla seconda settimana di settembre...
Posta un commento