sabato 30 gennaio 2010

Auguri al Foglio! C'è un imperdibile regalo

DVD 14 anni del Foglio quotidiano

La raccolta: 1996 - 2009
DVD 14 anni del Foglio quotidiano

I primi 14 anni del Foglio in un dvd interattivo: tutti i numeri dal 1996 al 2009, oltre 4400 PDF, più di 26mila pagine, indice completo e ricerca degli articoli pubblicati.

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mercoledì 27 gennaio 2010

Haiti: e Dio?

Dio c'è ad Haiti? La domanda si sovrappone a quella fatta oggi a scuola nell'ora di filosofia (dopo un'ideologica ora di "dibattito" su di un pessimo film sul caso Galileo...), quando abbiamo letto parte degli atti del processo di Norimberga, in occasione della giornata della Memoria. Il silenzio di Dio, lo chiamano. E' interessante vedere come a parlare di Auschwitz sembra che tutti si dimentichino del Dio privato, intimo e sentimentale, di cui non si può affatto parlare, ma riemerga forte la domanda: Dio dov'era? Ne parleremo in ora successive, ma la provocazione é posta, e mi ha costretto a fissare dei punti. Se tutto va bene, seguirà un mio articolo per la scuola al riguardo, per l'intanto ecco quello di Albacete, da IlSussidiario.




Dio c’è ad Haiti?

Lorenzo Albacete

mercoledì 27 gennaio 2010

Oggi il presidente Obama terrà il suo discorso sullo Stato dell’Unione davanti alle due Camere del Congresso. Spero, nel mio prossimo editoriale, di poter commentare il discorso e le reazioni che susciterà, soprattutto vista la sorprendente sconfitta nel Massachusetts, dove un Repubblicano conservatore è stato eletto al seggio che fu di Edward Kennedy.

L’altro argomento attualmente dominante è la devastazione di Haiti dopo il terremoto che pare abbia ucciso centinaia di migliaia di persone. Cristiani evangelici negli Stati Uniti e ad Haiti hanno detto che il terremoto è una punizione divina perché molti haitiani seguono il voodoo e altre pratiche “sataniche”. Molti cristiani si sono mostrati confusi circa la risposta da dare alla spiegazione della morte di cosi tante persone nel terremoto.

Obama ha definito il terremoto di Haiti una “tragedia incomprensibile”. Ha ragione, ma c’è qualche tragedia comprensibile? In che misura possiamo comprendere qualcosa di simile a quanto accaduto? Cosa potrebbe rendere un simile evento così comprensibile da eliminare dai nostri cuori e dalle nostre menti il grido che continua a riaffacciarsi ancora e ancora, il grido: perché?

Io sono un prete cattolico. Nel giorno del terremoto stavo cercando di rispondere alla mail di una giovane che, dopo il suicidio di un amico a lei molto vicino, aveva cominciato a chiedersi in che modo il Dio che la amava era compatibile con la dottrina della Chiesa sull’inferno. Avevo anche ricevuto un messaggio da un altro amico che si interrogava sulla compatibilità tra il Dio cristiano e la sofferenza di un innocente. E mi citava anche qualcosa che avevo scritto io stesso: “Non posso adorare un Dio che mi chiede di strappare dal mio cuore e dalla mia mente la domanda perché accada il dolore degli innocenti”.


Mi ricordo un dibattito con l’ateo Christopher Hitchens e la sua frustrazione quando dichiarai che ero d’accordo con lui che avvengono cose che rendono ragionevole disprezzare un Dio che esige un’accettazione cieca della bontà della Sua volontà. Poi ecco l’orrore di Haiti… Cosa possiamo dire sulla domanda sempre presente, la domanda del perché queste cose accadono?

Non cancellerò la domanda, voglio affrontare l’orrore così come è, senza consolazioni tranquillizzanti. Si continua ad assicurare le vittime che “cuori e preghiere” sono con loro. Preghiere? A Chi? A un Dio che semplicemente avrebbe potuto impedire che tutto questo accadesse? Alla Chiesa non è stato risparmiato niente. La cattedrale è crollata uccidendo l’arcivescovo, seminari e conventi distrutti, uccidendo futuri preti e suore. Il rappresentante del Papa si è salvato perché si trovava fuori della sua residenza, che è crollata, e ha passato le notti in giardino con i sopravissuti del suo ufficio. Quale Dio si può pregare in queste situazioni?

Solo quel Dio che, come scrive San Paolo,”non ha risparmiato il proprio Figlio”, solo a questo Dio può andare il dolore del grido “perché?”. Se ha dato suo Figlio perché morisse per noi, dice Paolo, è impossibile che ci rifiuti quanto ci aiuta e ci benedice, dato che non vi è nulla che Egli valuti più del Figlio (Romani 8, 32). Non voglio una spiegazione del perché questo Dio permetta che accadano tragedie simili. Una spiegazione ridurrebbe il dolore e la sofferenza a una incapacità di comprendere, a un fallimento dell’intelligenza, per così dire. Io posso solo accettare un Dio che “con-soffre” con me. Così è il Dio della fede cristiana.

Fede o no, cristiani o no, la nostra umanità chiede che la domanda del perché non sia eliminata, ma che le sia permesso di guidare la nostra risposta a tutto ciò che accade. È la sola strada per una possibile redenzione della nostra umanità.

martedì 26 gennaio 2010

Staccare i frutti dalla Radice...

Da Tracce.it

PADRE BRASCHI «Ecco perché
il sant’Ambrogio di Dario Fo non è mai esistito»

di Fabrizio Rossi
25/01/2010 - Nella pièce del Premio Nobel che torna in scena stasera, il patrono di Milano viene dipinto come un comunista, in lotta contro il potere del tempo. Un suo studioso ci spiega perché «è una lettura strumentalizzata e anacronistica»
Sant'Ambrogio.
Sant'Ambrogio.

«Mettiamola così: si può raccontare la vita di Gianni Rivera senza parlare del Milan?». L’esempio può sembrare irriverente, ma rende bene l’idea. Per don Francesco Braschi, docente di Patrologia al Seminario arcivescovile di Milano, l’operazione con cui Dario Fo ha riscritto la vita di sant’Ambrogio - nella pièce Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano, che ha debuttato al Piccolo lo scorso ottobre e verrà rappresentata con qualche modifica stasera alla Camera del Lavoro di Milano - è più o meno la stessa: «Presenta la figura di sant’Ambrogio senza mai accennare alla sua fede e al suo rapporto con Cristo. Ne fa addirittura un comunista in lotta con il potere. Ma, se si taglia l’origine, come si fa a capirlo?». Don Braschi, classe 1967, in servizio presso la Biblioteca Ambrosiana, conosce bene il patrono milanese: gli ha dedicato la tesi con cui ha concluso tredici anni di studi all’Istituto Patristico Augustinianum di Roma, e nel dottorato ha approfondito i suoi commenti ai Salmi, raccogliendo poi in una pubblicazione di quasi 900 pagine i risultati delle sue ricerche.


Nel suo spettacolo Dario Fo sostiene che per sant’Ambrogio «la proprietà privata nasce dal furto». Si tratterebbe di un comunista ante litteram?
Ambrogio non può essere certo preso a modello del comunismo. È una lettura fortemente strumentalizzata della posizione sua e dei Padri della Chiesa, come Basilio Magno o Giovanni Crisostomo, sulla proprietà privata.


In che senso?
Secondo i Padri della Chiesa, Dio ha dato a tutti l’ordine di custodire, coltivare e dominare la terra, godendo dei frutti che sono un suo dono gratuito: la proprietà privata nasce dopo il peccato originale. Lo scrivono nei primi grandi commenti alla Genesi: Dio non ha destinato il mondo solo ad alcuni, per cui chi possiede un bene deve sentirsi responsabile anche per chi ne è privo. I Padri, da un lato, sostenevano la liceità della proprietà privata, ma dall’altro lato ricordavano anche la destinazione responsabile dei beni che un uomo può avere. A muoverli, era una motivazione eminentemente religiosa.


Nella rilettura di Fo, invece, sant’Ambrogio mirava a sovvertire il potere…
È un’interpretazione sbagliata e anacronistica. Alla radice di questa destinazione universale dei beni non c’era certo una lotta di classe, ma il riconoscimento che tutti gli uomini sono figli di uno stesso Padre. È per lo meno impreciso vedere Ambrogio come un uomo che, per difendere i deboli, attaccava il potere: egli, infatti, che aveva un background da alto funzionario imperiale e rimaneva - anche per la formazione ricevuta - estremamente leale nei confronti dello Stato, era invece fermamente contrario alla pretesa di assolutismo che aveva l’Impero romano, o persino lo stesso imperatore, quando riteneva di essere al di sopra di tutte le leggi nel disporre della vita e della coscienza dei cittadini. Non a caso, proprio Ambrogio iniziò a stabilire dei paletti sul ruolo dell’imperatore nei confronti della Chiesa. Ma, anche in questo caso, ciò che lo muoveva era un principio trascendente: la certezza che non è il potere a definire l’uomo.


Cosa manca, allora, nell’interpretazione di Dario Fo?
Proprio il trascendente, l’aspetto religioso. Senza prendere in considerazione il rapporto di Ambrogio con Cristo, viene a mancare la chiave fondamentale per comprendere tutta la sua vita e la sua opera. Così, si riduce la sua posizione a una generica affermazione di uguaglianza tra gli uomini... Per non parlare di alcune vere e proprie follie del copione, dove sant’Ambrogio viene addirittura visto come un possibile amante dell’imperatrice Giustina, solo per il fatto che i due appartenevano allo stesso ceto.


Su quali fonti si poggia la pièce?
Si vede chiaramente che Fo - che pure non lo cita nella bibliografia della pièce, edita da Einaudi - s’è ispirato soprattutto a Ambrose of Milan: Church and Court in a Christian Capital di Neil B. McLynn, un autore americano la cui opera, che presenta Ambrogio come un abile e cinico politicante, è stata vivamente contestata dagli altri studiosi. Delle altre opere, come lo studio fondamentale di monsignor Cesare Pasini, ha fatto una lettura molto ideologica e filtrata. Non si può comprendere un personaggio del passato, però, senza tener conto dei pilastri su cui si costruiva la sua visione del mondo: magari si può non condividerlo, ma va comunque mostrato qual era il suo orizzonte di senso. Questo è un principio base dell’indagine storica, ben più importante dell’appello - un po’ sgangherato a mio avviso - a Sartre e Tucidide che Fo pone quale premessa metodologica al suo volume. Del resto, quello di una concezione “selettiva”- e forse un po’ utilitaristica... - della ricostruzione degli orizzonti di senso nell’ambito della considerazione del passato è un problema molto diffuso nella nostra società post-illuminista.


Cosa intende?
Pensi a quanto è emerso nell’ambito del dibattito sulle radici culturali e valoriali dell’Europa: l’Occidente pretende di ritrovare i valori universali in un generico umanesimo, dimenticando che concetti quali la carità disinteressata e l’uguaglianza hanno la loro origine nella concezione del mondo giudaico-cristiana, prima ancora che nel pensiero illuministico e ben più che in quello greco-latino. Forse lo stesso Dario Fo non se ne rende conto, ma l’operazione è la stessa: staccare temi come l’uguaglianza e la fratellanza tra gli uomini, o una giustizia distributiva, da ciò che li genera. La lettura che ne risulta non è solo riduttiva, ma completamente falsata.

giovedì 21 gennaio 2010

TERREMOTO AD HAITI:
LA NOSTRA VITA APPARTIENE AD UN ALTRO


«La nostra vita appartiene a qualcosa d’Altro. L’inevitabilità [di ciò che accade] è come il sinonimo più chiarificatore di questa non appartenenza a noi della cosa, e soprattutto non appartiene a noi ciò da cui tutto deriva: la nostra vita appartiene a un Altro.

In questo senso si capisce perché la vita dell’uomo è drammatica: se non appartenesse a un
Altro sarebbe tragica. La tragedia è quando una costruzione frana e tutti i sassi e i pezzi di
marmo e i pezzi dimuro, crollano. E tutto nella vita diventa niente, è destinato a diventar niente,
perché di ciò che abbiamo vissuto nel passato, di ciò che abbiamo vissuto fino a un’ora fa, fino
a cinqueminuti fa, non esiste più niente di formato, di costruito non esiste più niente. E questo
è tragico. La tragedia è il nulla come traguardo, il niente, il niente di ciò che c’è.

Mentre se tutto appartiene a un Altro, a qualcosa d’Altro, allora la vita dell’uomo è drammatica,
non tragica. Riconosco che ti appartengo, riconosco che il tempo non è statomio, nonmi
apparteneva, come il tempo fino ad oggi nonmi appartiene, nonmi appartiene. Prendi pure la
mia vita, accetto che nonmi appartenga, riconosco che non mi appartiene, accetto che non mi
appartenga.

Ciò che possiede il nostro tempo è morto per noi, si presenta ai nostri occhi e al nostro cuore
come il luogo dove è amato il nostro destino, dove è amata la nostra felicità, tanto che Colui che
possiede il tempo muore per il nostro tempo. Il Signore, Colui a cui appartiene il tempo, è
buono».
Luigi Giussani, Si può vivere così?


«Il nostro pensiero, in questi giorni, è rivolto alle care popolazioni di Haiti, e si fa accorata
preghiera. Seguo e incoraggio lo sforzo delle numerose organizzazioni caritative, che si stanno
facendo carico delle immense necessità del Paese. Prego per i feriti, per i senza tetto, e per quanti tragicamente hanno perso la vita».

(
Benedetto XVI, Angelus del 17 gennaio 2010)


È la certezza di questa appartenenza che sostiene la nostra speranza e ci fa sentire come nostro
il dramma dei fratelli di Haiti.

Per questo, accogliendo l’appello del Papa, sosteniamo la raccoltafondi lanciata da AVSI per intervenire in favore della popolazione e far fronte alla grave emergenza umanitaria che si è creata nell’isola. AVSI è presente ad Haiti dal 1999 con alcuni progetti a sostegno della
realtà locale.

Sito Avsi

Comunione e Liberazione

martedì 19 gennaio 2010

Come un bambino, golosamente, alla scoperta del reale

Grazie al blog degli amici Chestertoniani, un'interessantissimo articolo su GKC


G.K. Chesterton


Il segreto di Chesterton secondo Ubaldo Casotto

Come la meraviglia vanificò l'agguato del nulla


Qual è il segreto di una persona? Per scoprirlo bisogna innanzitutto credere che esista un segreto nascosto in ogni persona. Superato questo scoglio - e non è così semplice - la cosa migliore è incontrare questa persona, anzi lasciarsi incontrare da essa, il che equivale, sempre, a lasciarsi sorprendere. Può sembrare paradossale, ma se non si è pronti a lasciarsi sorprendere accade che la vita scorra senza colore né sapore, senza quel tocco di magia che permette agli uomini di gustare appieno l'esistenza, pregustando cioè quella gioia che sta "al di là" ma è anche già segretamente riposta nel mistero dell'esistenza quotidiana.
Ha quindi ragione Chesterton quando afferma che "incontrare un uomo è un'esperienza unica, anche se lo si incontra solo per un'ora o due". Per quasi due ore - che sono volate - Ubaldo Casotto domenica scorsa al teatro Manzoni di Roma ha permesso al pubblico di fare quell'esperienza unica, cioè di incontrare nel senso più pieno del termine un uomo, lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), uno dei giganti della letteratura e del pensiero del xx secolo, spesso trascurato dalla cosiddetta critica ufficiale italiana.
Il giornalista Casotto, attualmente vicedirettore de "Il Riformista", è un "amico" di vecchia data di Chesterton avendo dedicato, tra l'altro, la sua tesi di laurea al romanziere londinese. Il pubblico ha così potuto apprezzare il modo sicuro e il tono familiare con cui il relatore si è mosso all'interno dell'opera di Chesterton per illustrarne i punti cardine, i nodi salienti, le spigolature più significative.
Alcune parole-chiave consentono di offrire l'accesso al segreto dell'inventore di padre Brown: realismo, tradizione, paradosso, ragione, libertà, visione, meraviglia, mistero, avventura.
Ascoltando le tante citazioni dalle opere principali di Chesterton ci si rende conto che pur non avendo avuto figli naturali, lo scrittore inglese ha avuto però diversi figli spirituali; solo per fare qualche nome: Clive S. Lewis, John R.R. Tolkien, Michael Ende.
In un discorso pubblico del 1986 proprio Ende, lo scrittore tedesco autore del best-seller fantasy La storia infinita, ha affermato che l'essenza della bellezza risiede nel mistero e nella meraviglia. Niente di più vicino alla sensibilità di Chesterton per il quale la vera avventura nella vita non è sposarsi, ma nascere. Nel momento in cui si nasce, trovandosi accolto in una famiglia, l'uomo entra in un'avventura, in qualcosa che egli non può mai controllare del tutto - per questo la vita non è mai noiosa, neanche quando appare ripetitiva e monotona - s'incammina in un sentiero pieno di indizi e di segni che indicano tutti una stessa direzione, la cui unica spiegazione è l'esistenza di un punto, che non vediamo, verso cui tutte quelle frecce convergono.
La realtà dunque implica l'esistenza del mistero perché la indica continuamente. È qui il problema dell'uomo contemporaneo: non è che non sa risolvere l'enigma del mondo, è che non vede l'enigma. Il punto sta allora nella visione: se non si è pronti a lasciarsi sorprendere dal reale, l'alternativa, dice Casotto, è il nulla, il nichilismo, l'indifferenza al tutto nella quale sprofondano le nostre giornate, la nausea e la noia che il mondo e gli altri ci trasmettono - e che noi trasmettiamo - quando manca quello sguardo pieno di stupore e gratitudine. Di fronte al mondo noi dobbiamo essere riconoscenti di ogni cosa perché ogni cosa è stata strappata al nulla.
La nostra scoperta del mondo è un elenco da aggiornare quotidianamente, come quella pagina del Robinson Crusoe: "Un uomo sopra un piccolo scoglio con poca roba strappata al mare: la parte più bella del libro è la lista degli oggetti salvati dal naufragio. La più grande poesia è un inventario (...) tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio". Ed è forte l'eco biblica in questa riflessione di Chesterton che cammina nel mondo come dentro una foresta di simboli, un universo di segni; e, come il bambino, si getta golosamente alla scoperta del reale: "La vita è un'avventura ma solo l'avventuriero lo scopre".
Eppure Chesterton non nasce cattolico, ma arriva alla fede solo nel 1922, dopo un viaggio lungo e non facile. Sottolinea Casotto che Chesterton abbracciò e capì il cattolicesimo perché fece un uso sempre spregiudicato, cioè largo, della ragione, poiché, per lui, il farsi cattolico "dilata la mente". Si comprende allora facilmente il gusto del giovane Joseph Ratzinger nel leggere Chesterton - come all'epoca facevano tra gli altri anche Montini, Luciani, Wojtyla - e dove nasce l'insistenza dell'attuale Pontefice di sottolineare l'esigenza di "allargare la ragione".
Chesterton ha avuto molti "figli" ma anche diversi "padri", a conferma che non si può dare senso e gusto alla vita se non nel solco di una tradizione. Casotto si è soffermato forse sui due principali: Francesco d'Assisi e Tommaso d'Aquino anche per il fatto che a entrambi i santi cattolici lo scrittore ha dedicato due splendidi racconti biografici. Francesco e Tommaso, come a dire: la follia per Cristo e la ragione; lo stupore e il senso profondo della libertà; la spiritualità creaturale e la dimensione sanamente materiale della fede. Chesterton - questo il suo segreto - è riuscito a coniugare tutte queste diverse dimensioni nella sua vita e nella sua vasta opera letteraria.

(andrea monda)


(©L'Osservatore Romano - 20 gennaio 2010)

sabato 16 gennaio 2010

Terremoto di Haiti: dove poggia la speranza dell'uomo?

Da Tracce.it un'interessante testimonianza sulla tragedia di Haiti. Dove può poggiare veramente la speranza?

HAITI «Qui c’è bisogno dell’abbraccio di Cristo»

di Fabrizio Rossi
15/01/2010 - Il terremoto si è abbattuto su uno dei Paesi più poveri del mondo. Davanti a migliaia di vittime e ad intere città distrutte, è possibile ancora sperare? Suor Marcella, in missione sull’isola dal 2004, ci racconta la sua esperienza
La cattedrale di Port-au-Prince dopo il terremoto.

La cattedrale di Port-au-Prince dopo il terremoto.


«Non basta ricostruire le case: questa gente ha bisogno di una speranza». Suor Marcella Catozza conosce bene Haiti: francescana originaria di Busto Arsizio, è stata in missione a Port-au-Prince dal 2004 fino allo scorso settembre, quando s’è trasferita nella vicina Santo Domingo per assistere gli immigrati haitiani. Al telefono ci descrive la situazione di un Paese tra i più poveri al mondo («Sono stata in Albania, in Mozambico, in Brasile e nel Vietnam, ma non ho mai trovato una situazione simile»), dove con il terremoto di martedì «alla disperazione di un popolo si è aggiunto altro dolore». Perché in un minuto gli haitiani hanno visto crollare il poco che avevano. Le vittime sono migliaia, impossibile contarle. Ma le immagini approdate in tv o sui giornali parlano da sole: gli edifici devastati, i corpi estratti dalle macerie, i sopravvissuti assiepati nei parchi o in mezzo agli incroci per passare la notte, le squadre di soccorritori all’opera... Non si può non sentire la propria impotenza, schiacciati dalle notizie che arrivano.
Suor Marcella, che ha passato le ultime settimane in Italia, non sa ancora se sono sopravvissute le persone che lavoravano con lei: «Non riesco a contattare nessuno. Non so neanche se è rimasto in piedi l’ambulatorio che seguivo: all’ora del terremoto probabilmente era pieno di famiglie coi bambini...». Quell’edificio di due piani era tutta la sua opera, da quando il Vescovo le aveva chiesto di occuparsi dei poveri di Waf Jeremie, una baraccopoli di 300mila abitanti a Port-au-Prince: «Il nostro ambulatorio era un punto di riferimento per tutti. Come una casa. Lì dentro sembra una goccia nel mare, ma in questi anni abbiamo salvato 250 bambini». E oggi? «Quella zona è stata rasa al suolo. Conto sul fatto che le baracche reggono più degli edifici in mattone. Ma finora i ragazzi che mi davano una mano sono tutti dispersi: Alex, Puxon, James, Nicolas, Lucienne... che ne sarà di loro?».
Suor Marcella sta cercando di tornare ad Haiti: «So bene che posso fare poco rispetto alla macchina degli aiuti, ma mi rendo conto che quelle persone vedono nella nostra presenza un segno di speranza. Per quel che portiamo, per ciò cui appartengo». Quando a settembre è rientrata da un periodo in Italia, la gente di Waf Jeremie non finiva di farle festa: «La signora Nos, la più anziana della baraccopoli, mi è venuta incontro e mi ha detto: “Ero certa che il Signore non ci avrebbe abbandonato”».
Ma come si può parlare di speranza in una situazione simile? «È un problema che riguarda tutti, anche chi in Italia ha ancora un tetto: in cosa speriamo? Non possiamo affidare la vita al fatto che “ci è andata bene” perché la nostra casa è in piedi: la speranza è data dalla certezza che nulla può mai essere contro di noi. Vado a cercare i nostri amici per dire che la speranza che hanno conosciuto non è stata sepolta da pochi minuti di terrore: Cristo ha già vinto la morte».

giovedì 14 gennaio 2010

Omaggio a un "gigante" della letteratura

Ecco il mio articolo apparso oggi su L'Eco di Biella


OMAGGIO A UN "GIGANTE" DELLA LETTERATURA

Quelle due serate a San Filippo su Giovannino Guareschi


di Giacomo Berchi



Annoverare Giovannino Guareschi (1908 - 1968) fra i giganti della letteratura italiana del Novecento potrebbe apparire molto strano all'uomo di media cultura, al quale il nome di questo autore rievoca non più che confusi ricordi di vecchi film in bianco e nero, le celeberrime storie di don Camillo e Peppone. Eppure, se queste storie ricevono tuttora il plauso di lettori finlandesi e coreani, per dirne alcuni, deve trattarsi di qualcosa di più che un semplice e allegro ritratto dell'Italia del dopoguerra. Per i presenti alle due serate organizzate dal Centro Culturale Vittorio Piola e dall'Oratorio di San Filippo il 12 e il 20 novembre non possono esserci più dubbi sulla statura umana e letteraria di Guareschi. Paolo Gulisano, saggista autore di “Quel cristiano di Guareschi”, e Walter Muto, musicologo appassionato dell’autore, presentano la vita e l'amore per la vita di un uomo vivo, in tutti i sensi. Due serate con a tema le opere di Guareschi, di cui la seconda con uno splendido spettacolo teatrale e musicale di Walter Muto e Carlo Pastori, fisarmonicista e attore comico.

In tutta la sua esistenza, Giovannino ha dimostrato come l'uomo certo di alcune grandi cose può resistere alla riduzione operata da ogni ideologia sull'umano. La certezza sempre giovane di Giovannino é infatti quella di un destino buono all'interno delle vicende umane, dal nome Cristo. Partito per la guerra dopo una prima brillante esperienza giornalistica nella Gazzetta di Parma, si ritrova nei campi di concentramento nazisti. Abituati a sentir narrare dai sopravvissuti alla tragedia la distruzione dell'uomo all'interno dei lager, vediamo invece Guareschi ergersi in tutta la sua semplicità certa proprio in questa condizione estrema: é un uomo vivo e libero quello che infonde coraggio ai compagni di prigionia, arrivando addirittura a comporre un'allegra canzone, la Canzone di Carlotta, per la figlia non ancora vista, che presto diventa l'inno di tutto il campo. “Non muoio neanche se mi ammazzano”: a dirlo non é un super uomo, ma uno certo di un'unica grande cosa. In un'epoca tutt'altro che semplice, con le macerie di un paese davanti e molto da raccontare, fonda il celebre Candido, settimanale umoristico. Il grande dono di Giovannino é infatti quella che la tradizione cristiana chiama eutrapelia: la virtù dell'umorismo. E’ la caratteristica dei santi della gioia come Filippo Neri: la capacità di guardare la realtà con sguardo lieto e sorridente, una delle caratteristiche più felicemente note di Guareschi. Non il roseo buonismo di uomini noiosi né il cupo sarcasmo di uomini tristi, ma la letizia di uomini liberi, come lui era.

Dalle pagine del Candido osserva la vita politica e sociale: con acute e divertenti vignette ma soprattutto con Mondo Piccolo, la celeberrima saga di don Camillo e Peppone; non una semplice favola della Bassa, ma un'intelligente e appassionata lettura della vicenda umana. Pagine che fanno pensare, ridere e commuovere, restando sempre di stringente attualità.

Lucida e amara infine la profezia sul boom economico: “Tra i grattacieli del miracolo economico, soffia un vento caldo, che sa di cadavere, di sesso e di fogna”.

Uomo robusto e lieto, Giovannino é fra gli autori italiani più letti al mondo. Al lettore che gli chiese come in fondo la pensasse, rispose con parole così semplici e certe da ricordare quelle di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, scandalo per i benpensanti di sempre: “Non apparteniamo a nessun tipo di -ismo; la cosa è molto semplice: per noi esistono al mondo due idee in lotta, quella cristiana e quella anticristiana. Noi siamo per l’idea cristiana”.


mercoledì 13 gennaio 2010

I predicatori eloquenti non bastano. Ci vogliono i santi

Monumento al Curato d'Ars


Commozione per Gesù…

11 gennaio 2010 / In Articoli

E’ buffo leggere sulla prima pagina della Repubblica una reprimenda di Giancarlo Zizola contro le omelie dei preti. Proprio quella stessa prima pagina che ogni domenica, da anni, contiene interminabili e illeggibili omelie di Eugenio Scalfari.

Se sono noiose e logorroiche le omelie clericali (e lo sono spesso) non sono migliori quelle anticlericali: penso non solo a Scalfari o a Pannella su Radio radicale, ma a molti altri che moraleggiano col ditino alzato sui giornali, come Claudio Magris o Barbara Spinelli, per citarne solo due.

Se dai pulpiti piove uggiosa insignificanza (ed è vero!), dalle pagine dei giornali, con gli articoli di certi soloni, diluvia il tedio, sottoforma di banalità, di pregiudizio astioso, di sussiegoso moralismo e di ideologia. Del resto i giornali sono pronti per incartare l’insalata ai mercati già quando escono dalla tipografia.

Dunque “se Sparta piange, Atene non ride”. Però fermarsi qui sarebbe un’autoconsolazione sciocca. Piuttosto i due fenomeni – l’omiletica clericale e quella anticlericale – sono simmetrici ed evidenziano la desolante incapacità generale di cogliere e comunicare davvero il senso del vivere, del morire, dell’amare, del soffrire, il senso dei fatti della cronaca e il senso della storia.

Il colmo poi è che Zizola indichi ai preti come esempio da seguire il cardinal Martini la cui predicazione, ora pure sul Corriere della sera, appare – con tutto il rispetto – singolarmente fumosa, stanca e (sul piano dottrinale) ambigua. E’ uggiosa come un pomeriggio piovoso di novembre (almeno per chi scrive).

Se è giusto lamentare che i predicatori di oggi dimenticano i fondamentali (inferno, morte eterna, purgatorio, paradiso), se è giusto lamentare – come pare faccia perfino Zizola – che dimenticano “la verità centrale della fede cristiana, la Resurrezione”, non risulta che Martini faccia eccezione. Anzi.

Eppure Zizola sostiene nientemeno che il più efficace tentativo di “riqualificare la predica” di questi decenni della Chiesa sia rappresentato dalla cosiddetta “Scuola della Parola tenuta dal cardinal Martini nel Duomo di Milano”.

Francamente a me non risulta che da quella remota (e dimenticata) iniziativa di Martini sia sorto un movimento di conversione che ha cambiato il volto di Milano (non conosco una sola persona che si sia convertita ascoltando Martini).

Anzi, mi risulta che il bilancio della cristianità milanese degli ultimi decenni sia drammatico. I movimenti di rinascita cristiana (che ci sono, forti, a Milano) non sono certo nati dalla “Scuola della Parola” di Martini. Ma dalla scuola di vita che tanti santi dei nostri giorni sono, per giovani e non più giovani.

Questo mi pare il punto. Soffriamo non una penuria di eloquenti oratori o di biblisti, ma di padri e di santi, quelli che sanno toccare il cuore non (solo) per la capacità di parlare, ma perché loro stessi sono un avvenimento di vita nuova per chi li incontra. Voglio fare un esempio per quanto riguarda la Chiesa.

Padre Pio notoriamente non era un grande oratore. Tutt’altro. Le sue omelie erano semplici e scarne: ricordava la verità come è espressa nel Catechismo della Chiesa Cattolica e tanto bastava.

Eppure ha smosso milioni di persone, oceani di uomini e donne sono andati da lui e si sono convertiti, spesso cambiando radicalmente vita, per essersi confessati da lui o per aver visto ciò che accadeva alla messa che lui celebrava (riviveva infatti tutta la Passione di Gesù). E’ solo un esempio, ma che basta a capire che la Chiesa non ha bisogno anzitutto di predicatori eloquenti, ma di santi.

Infatti Benedetto XVI ha dedicato questo “anno sacerdotale” non a un grande oratore, ma a un uomo umile (e grande) della provincia francese, il santo Curato d’Ars, indicato come esempio per ogni sacerdote. Non per l’omiletica, ma perché era un vero uomo di Dio.

Perché quello che manca oggi nella Chiesa, come diceva un saggio maestro, “non è la ripetizione letterale dell’annuncio, ma l’esperienza di un incontro”.

Un incontro che ti fa sentire “la carezza del Nazareno”. Spesso è un incontro che manca agli stessi sacerdoti. Che è fin troppo facile criticare: tutti infatti li criticano, pochi, anche fra i cristiani, pregano per loro o stanno loro vicini.

E dunque spesso i sacerdoti di fronte al problema dell’omelia cercano di cavarsela buttandola in politica o in sociologia spicciola. Perciò si sentono tante confuse omelie improntate ai buoni sentimenti politically correct, all’etica sociale, ai valori, al “dover essere” e via dicendo.

Spesso i preti finiscono per scopiazzare le omelie dei santoni laici che pontificano dalle pagine dei giornali. In certe prediche di Natale per esempio la sovrapposizione fra omelie e articoli moraleggianti è quasi perfetta.

Penso all’editoriale di Claudio Magris uscito sul Corriere della sera alla vigilia di Natale. Tutta una filippica contro la gente che si scambia regali ed è contenta per il Natale.

Magris ha in gran dispetto la gente contenta. Per farli sentire in colpa inizia il suo articolo citando nientemeno un giornale del Perù (o c’è andato in vacanza da poco o pensa che il Perù sia il centro del mondo).

Il suddetto giornale peruviano avrebbe rilevato che in Perù sotto Natale aumentano i suicidi (ma siamo sicuri che in un paese così disastrato non abbiano altri motivi per suicidarsi che il consumismo natalizio?).

Oltre a quel “famosissimo” giornale Magris citava un’altra fondamentale fonte di riflessione: “il giornaletto di un liceo di Schio, dove mi è capitato di leggere l’articolo di una ragazzina che protestava contro lo sciagurato dovere di fare regali di Natale, che rende quella settimana più affannosa di ogni altra”.

Riferimenti forti, come si vede, pensieri profondi… Più o meno con geremiadi del genere dai pulpiti natalizi si sentono puntualmente invettive contro il consumismo dei regali, perché si ritiene che si debbano sempre affliggere i fedeli con i sensi di colpa, invece di donare loro la gioia – almeno a Natale – di una grande notizia, del grande regalo che Dio ha fatto all’uomo: se stesso.

Il re del mondo è venuto qui, a salvarci, ma il parroco liquida la notizia in due parole perché ritiene più importante romperti le scatole sul consumismo.

Eppure non occorre una grande oratoria per annunciare al mondo questa grande notizia, quella che dà la vera felicità. Non serve una gran dialettica, basterebbe un uomo commosso.

Anche se balbettasse solo poche parole, dicendo “amico, non essere più triste, è nato il tuo Salvatore!”, la sua commozione folgorerebbe i nostri cumuli di disperazione. Farebbe respirare. Sarebbe la carezza del Nazareno al nostro povero cuore. Che è l’omelia più bella.

Antonio Socci

da “Libero”, 10 gennaio 2009

martedì 12 gennaio 2010

"Ma é come San Paolo!"

Da Tracce di gennaio, articolo "Il bene che non t'aspetti", pag. 69.

"Quest'anno é stata la figura dell'apostolo (Paolo, nda) la loro (dei ragazzi della Barca di Pietro a Roma, nda) guida d'eccezione, un vero compagno di strada. Tanto che quando Luigi, 12 anni, guardando il film Rambo, ha sentito la storica battuta:"Dovete scegliere se morire per qualcosa o vivere per niente", ha esclamato di getto sotto gli occhi esterrefatti della mamma: "Ma é come San Paolo!"".






lunedì 11 gennaio 2010

Twilight of the West - Crepuscolo dell'Occidente


"Creation of the Birds" "La creazione degli Uccelli", di Michael D. O'Brien


Ho ricevuto un'interessante newsletter dal sito di Michael D. O'Brien, canadese in gamba autore di numerosi romanzi tradotti anche in Italiano ("Il Nemico", "Il libraio", "L'isola del mondo") nonché pittore. Dopo la letture di un paio di suoi libri (per l'Eco del Santuario é in cantiere la recensione de L'isola del mondo) e la presentazione di ques'ultimo al Centro Culturale di Milano lo sto tenendo d'occhio, e di fatti ho scoperto qualcosa di interessante. Da tempo O'Brien si occupa del genere Fantasy e delle sue caratteristiche, insomma l'allegra truppa di Lewsis e Tolkien; il tema é interessante, perché finalmente chiarisce una cosa: o ci si schiera fra le truppe di Aslan, o al seguito di Gandalf il bianco, oppure dall'altra parte, e cioè con i maghetti di Harry Potter o i vampiri di Twilight. Su Harry Potter già aveva scritto un lungo articolo (stampato ma non ancora letto), mentre ora ne segnala un altro sul fenomeno Twilight. L'unica nota da fare é che ovviamente scrive in inglese, per cui mi limito a segnalare il tutto, senza sobbarcarmi impegni di traduttore che non mi competono.
Certo é che chi volesse (sobbarcarsi il lavoro, intendo), ha già un invito a cena da parte mia, o per lo meno un caffé.

O'Brien prima analizza le origini leggendarie del tema dei vampiri, infine arriva a constatare come il genere fantasy sia degenerato da un'essenziale matrice cristiana (Tolkien&co) fino ad una parodia del cristianesimo stesso, ovvero Twilight. Il bene non é più chiamato bene, e così il male. I vampiri possono essere buoni o cattivi, e ciò che rimane é un manto di mistero che li avvolge, esotico ma soprattutto erotico. Sangue e sesso. Situazioni estreme che facendo leva sulla classica storia d'amore adolescenziale, ci mostrano un vampiro innamorato di una giovine (Bella, insomma) ma tentato dall'ucciderla, e che non esita a squartare e bruciare in più parti i suoi nemici. Il vampiro "buono" é però perdonato in forza del suo fascino estremo.
Sostiene O'Brien che la trama dei romanzi, se sfrondata dall'afflato misterioso dell'horror, rimane fondata tutta su una passionalità degradata, cieco erotismo appunto.
Fenomeno Twilight, fenomeno vampirismo da ogni parte. Guarda caso nelle serie televisive uccidere un vampiro é diventato un atto contro la libertà di una minoranza, e spesso a farne le spese é la Chiesa Cattolica.
O'Brien parla di ribaltamento del cristianesimo: ci sono il sangue e la vita eterna, ma in maniera radicalmente opposta all'economia cristiana.
Infine é agghiacciante vedere cosa la stessa autrice, Stephanie Meyer, racconta sulla genesi di questa saga: due sogni. Il primo in cui rimase folgorata dalla visione di due giovani in una foresta che dialogano fra loro, una bella adolescente e lo smagliante vampirello. Da lì iniziò il tutto; anzi sostiene di aver passato notti insonni a scrivere e scrivere, Bella ed Edward (il vampiro) erano due voci che insistentemente le parlavano. Ma l'agghiacciante é il secondo sogno, avuto più avanti: Edward é ricomparso e stavolta era un vampiro vero e proprio, e beveva sangue e soprattutto "he was terrifying", "era terribile".

Ognuno la pensi come vuole, subconscio o altro.
Fatto sta che una volta le saghe nascevano di fronte ad esperienze di incontenibile bellezza e gioia e parlavano di un dolcissimo Leone; ora nascono da sogni sanguinolenti e ci danno un eterno diciassettenne che per mestiere beve sangue.


Questa infine l'audace conclusione (e qui il lavoro me lo sobbarco):

"You will define the meaning of symbols and morals and human identity. And all of this is subsumed in the ultimate message: The image and likeness of God in you can be the image and likeness of a god whose characteristics are satanic, as long as you are a “basically good person.”

In this way, coasting on a tsunami of intoxicating visuals and emotions, the image of supernatural evil is transformed into an image of supernatural good."



"Sarai tu a definire il significato dei simboli, della morale e dell'identità umana. E tutto ciò é esplicato nel messaggio finale: l'immagine e la somiglianza con Dio in te possono essere l'immagine e la somiglianza di un dio le cui caratteristiche sono sataniche, basta che infine tu sia sostanzialmente un persona per bene.


In questa maniera, travolti (é sbagliato credo ma cercatelo voi) da uno tsunami di visioni ed emozioni tossiche, l'immagine di un male soprannaturale é trasformata nell'immagine di un bene soprannaturale".



Buona lettura (dell'articolo ovviamente).






Dal film "Twilight"

domenica 10 gennaio 2010

L'alienazione dell'Occidente: dove pesca la Jihad

Da Il Sussidiario




USA/ L’incubo di un altro 11 settembre

venerdì 8 gennaio 2010

Come c’era da aspettarsi (vedi l’editoriale della settimana scorsa), la continuata ed estesa copertura mediatica dello sventato attacco terroristico del giorno di Natale ha risvegliato gli americani alle serie conseguenze di ciò che è accaduto. Soprattutto, si comincia a chiedere risposte alla domanda: come può succedere una cosa simile otto anni dopo il 9 settembre 2001, con milioni e milioni di dollari spesi nel rafforzamento della sicurezza nei viaggi aerei, per non parlare degli inconvenienti che i passeggeri devono accettare per cercare di evitare ciò che, così facilmente, stava per accadere il giorno di Natale?

La discussione continua, ma quasi nulla si è detto su come affrontare uno dei più importanti aspetti della minaccia terroristica, vale a dire la dimensione religiosa della lotta.

In un recente articolo su The New York Times si è toccato questo aspetto discutendo il ruolo dei cosiddetti “Internet Imam” come reclutatori per Al Qaeda. Esaminando il comportamento di cinque di questi imam, alcuni senza specifica preparazione teologica, si nota che tutti hanno offerto una interpretazione teologica dell’alienazione dei giovani (e non giovani) potenziali terroristi. “Parlando un inglese fluido, spesso colloquiale - rileva l’articolo - questi imam di internet , dal Medio Oriente alla Gran Bretagna, annunciano con modalità da ‘teleevangelici’ un persuasivo messaggio su fede e obiettivi, e la via da seguire, sia a giovani non ancora coinvolti, sia ai fedeli più devoti pronti al successivo passo, la jihad”.

È importante segnalare che questi carismatici leader religiosi non sono il punto di partenza del reclutamento di potenziali terroristi per Al Qaeda, ma forniscono una base teologica a chi ha già cominciato a radicalizzarsi in conseguenza della propria esperienza di alienazione. La domanda focale è quindi: qual è la causa dell’inizio di questa radicalizzazione e quale la causa dell’alienazione che porta a questo?

Il problema non è limitato ai musulmani, perché, come suggerisce il termine “teleevangelici”, ciò accade anche tra i cristiani. Sembra che ciò che accomuna questi individui radicalizzati sia la crescente, potente influenza dell’ideologia della secolarizzazione, che tenta di escludere l’esperienza religiosa da ogni area “sociale, giuridica, culturale, politica ed economica” della vita umana, come descrive Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in Veritate.

Probabilmente l’ideologia della secolarizzazione è più forte in Gran Bretagna che negli Stati Uniti, ma la propensione dei secolaristi americani a utilizzare un linguaggio religioso rende forse la situazione ancor più frustrante per chi è travagliato dalla incapacità di contribuire, con la propria autentica esperienza religiosa, alla formazione della politica comune nella nostra società sempre più multiculturale. Quando costoro cercano di affermare queste “pretese di verità” (per citare ancora Ratzinger) vengono subito accusati di essere dei pericolosi terroristi o degli psicolabili.

In questi giorni ho notato interesse per la famosa ricerca, associata a Hans Küng, di un’“etica universale” che possa unire tutti i popoli del mondo, e mi sembra di capire che le stesse Nazioni Unite vi siano interessate. Il problema è che questo progetto, per ottenere un accordo globale tra credenti e secolaristi, deve mettere da parte proprio quelle pretese che definiscono le tradizioni religiose come una diversa dall’altra. Non è forse proprio questo che richiede l’ideologia della secolarizzazione? È per questo che, nel suo famoso dialogo con l’ateo secolarista Jürgen Habermas, il Cardinal Ratzinger ha definito “un’illusione” questo progetto di “ethos mondiale”.

sabato 9 gennaio 2010

Per Mariam

Leggendo il soliloquio finale del dramma teatrale "La tragica storia del Dottor Faustus" per i compiti di inglese, non ho potuto fare a meno di lasciarmi colpire dalla tragicità di questi versi: Faustus, che aveva stretto un patto con il Diavolo il quale gli avrebbe regalato ventiquattro anni di servizio ai suoi ordini, dandogli un delirio di onnipotenza, al fine dei quali gli avrebbe però dovuto cedere l'anima per sempre, si trova ora ad appena un'ora dallo scadere del tempo. Emerge qui tutto il suo dramma di uomo predestinato alla dannazione, per il quale neanche il pentimento può fare qualcosa; egli sente di correre verso un'inesorabile destino di tormenti infernali e non può fare altro che disperarsi. Spera nel sangue di Cristo, in una sua sola goccia (l' una stilla dell'Adoro te devote di Tommaso d'Aquino), ma sente lo sguardo feroce di Dio su di lui; vorrebbe raggiungere il cielo ma non può e invoca le stelle di assorbirlo come una nube; e infine si contorce nel desiderio di non possedere un'anima immortale, come gli animali, per dissolversi con la materia.

E' questa la tragicità del rapporto fra l'uomo e Dio nella cupa visione protestante, in cui la predestinazione gioca un ruolo fondamentale: non c'è possibilità di scampo.
Subito mi é corsa alla mente la grande storia di Purgatorio V, dove accade esattamente l'opposto: Buonconte di Montefeltro sta andando in riva ad un fiume a morire, colpito a morte in battaglia. Non per una vita degna viene salvato, ma per "una lagrimetta" e per il nome di Maria, l'ultimo pronunciato dalle sue labbra moribonde. E' tutto un'altro mondo: non c'è uomo che non possa essere salvato se anche all'estremo della sua vita non si arrende e riconosce, attraverso il nome di Sua madre, che Cristo é tutto.

L'angelo infernale che festeggiando sbeffeggia Faustus e lo trascina nell'Inferno, si trova qui impotente di fronte all'ultimo grido della libertà dell'uomo che invoca e chiede pietà ad una Madre fedele e a un Dio che é Misericordia.




FAUST: Ah, Faust, hai solo un'ora di vita, poi sarai dannato per sempre.

Fermatevi sfere del cielo che eternamente ruotate, che il tempo finisca e mezzanotte non venga mai.

Occhio lieto della natura, sorgi, sorgi di nuovo e fai un giorno eterno, o fai che un'ora duri un anno, un mese, una settimana, un giorno, che Faust possa pentirsi e salvare l'anima.

"O lente lente currite noctis equi".

Le stelle ruotano, il tempo corre, l'orologio suonerà, verrà il demonio e Faust sarà dannato.

Salirò fino a Dio! Chi mi trascina in basso?

Guarda, il sangue di Cristo allaga il firmamento e una sola goccia mi salverebbe, metà d'una goccia. Ah, mio Cristo, non uncinarmi il cuore se nomino Cristo.

Lo dirò di nuovo. Risparmiami, Lucifero.

Dov'è? E' scomparso. Vedo Dio che stende il braccio e china la fronte minacciosa Montagne e colline, venite, franatemi addosso, nascondetemi all'ira terribile di Dio.

No, no?

Allora mi getto a capofitto nella terra:

apriti, terra. No, non mi dà riparo.

Stelle che regnavate alla mia nascita e che mi avete dato morte e inferno, risucchiatevi Faust come una nebbia nelle viscere di quelle nubi incinte, affinché, quando vomitate in aria, il corpo cada dalle bocche fumose ma l'anima salga al cielo.

(L'orologio suona)

Ah, mezz'ora è passata. Presto passerà tutta.

Dio, se non vuoi avere pietà di quest'anima almeno per amore di Cristo il cui sangue mi ha riscattato, assegna un termine alla mia pena incessante:

che Faust resti all'inferno mille anni, centomila, e alla fine sia salvato.

Ma non c'è fine alle anime dannate.

Perché non sei una creatura senz'anima?

Perché la tua dev'essere immortale?

Metempsicosi di Pitagora, fossi vera, l'anima mi lascerebbe, sarei mutato in una bestia bruta.

Felici le bestie che morendo cedono l'anima agli elementi, ma la mia vivrà torturata in eterno.

Maledetti i genitori che mi fecero!

No, Faust, maledici te stesso, maledici Lucifero che ti ha privato del cielo.

(L'orologio suona mezzanotte).

Suona, suona! Corpo, trasformati in aria, o Lucifero ti porterà all'inferno.

Anima, mùtati in piccole gocce d'acqua e cadi nell'oceano, nessuno ti trovi.

(Tuono, ed entrano i diavoli)

Mio Dio, mio Dio, non guardarmi così feroce!

Serpi e vipere, lasciatemi vivere ancora un poco.

Inferno orribile, non aprirti. Non venire, Lucifero.

Brucerò i miei libri. Ah, Mefistofele.

(Escono con Faust. [Escono in alto Lucifero e i diavoli])





«Oh!», rispuos' elli, «a piè del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.

Là 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu 'l ridì tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io farò de l'altro altro governo!".

giovedì 7 gennaio 2010

Over in the glory land





I've a home prepared where the saints abide
Over in the glory land
I long to be by my Saviors side
Over in the glory land

Just over in the glory land
I'll join (yes join) the happy angels band
Over in the glory land
Just over in the glory land
There with (yes with) the mighty host I'll stand
Over in the glory land

I'm on my way to those mansions fair
Over in the glory land
There to sing Gods praise and his glory share
Over in the glory land

What a joyful thought that my Lord Ill see
Over in the glory land
And the kindred say there forever I'll be
Over in the glory land

lunedì 4 gennaio 2010

Sano realismo per l'anno appena iniziato


"I problemi non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie. Ma, grazie a Dio, la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio, non nel senso di una generica religiosità, o di un fatalismo ammantato di fede. Noi confidiamo nel Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, per guidarci tutti al suo Regno di amore e di vita. E questa grande speranza anima e talvolta corregge le nostre speranze umane".

Benedetto XVI all'Angelus di domenica 3 gennaio 2010