Certo é che chi volesse (sobbarcarsi il lavoro, intendo), ha già un invito a cena da parte mia, o per lo meno un caffé.
O'Brien prima analizza le origini leggendarie del tema dei vampiri, infine arriva a constatare come il genere fantasy sia degenerato da un'essenziale matrice cristiana (Tolkien&co) fino ad una parodia del cristianesimo stesso, ovvero Twilight. Il bene non é più chiamato bene, e così il male. I vampiri possono essere buoni o cattivi, e ciò che rimane é un manto di mistero che li avvolge, esotico ma soprattutto erotico. Sangue e sesso. Situazioni estreme che facendo leva sulla classica storia d'amore adolescenziale, ci mostrano un vampiro innamorato di una giovine (Bella, insomma) ma tentato dall'ucciderla, e che non esita a squartare e bruciare in più parti i suoi nemici. Il vampiro "buono" é però perdonato in forza del suo fascino estremo.
Sostiene O'Brien che la trama dei romanzi, se sfrondata dall'afflato misterioso dell'horror, rimane fondata tutta su una passionalità degradata, cieco erotismo appunto.
Fenomeno Twilight, fenomeno vampirismo da ogni parte. Guarda caso nelle serie televisive uccidere un vampiro é diventato un atto contro la libertà di una minoranza, e spesso a farne le spese é la Chiesa Cattolica.
O'Brien parla di ribaltamento del cristianesimo: ci sono il sangue e la vita eterna, ma in maniera radicalmente opposta all'economia cristiana.
Infine é agghiacciante vedere cosa la stessa autrice, Stephanie Meyer, racconta sulla genesi di questa saga: due sogni. Il primo in cui rimase folgorata dalla visione di due giovani in una foresta che dialogano fra loro, una bella adolescente e lo smagliante vampirello. Da lì iniziò il tutto; anzi sostiene di aver passato notti insonni a scrivere e scrivere, Bella ed Edward (il vampiro) erano due voci che insistentemente le parlavano. Ma l'agghiacciante é il secondo sogno, avuto più avanti: Edward é ricomparso e stavolta era un vampiro vero e proprio, e beveva sangue e soprattutto "he was terrifying", "era terribile".
Ognuno la pensi come vuole, subconscio o altro.
Fatto sta che una volta le saghe nascevano di fronte ad esperienze di incontenibile bellezza e gioia e parlavano di un dolcissimo Leone; ora nascono da sogni sanguinolenti e ci danno un eterno diciassettenne che per mestiere beve sangue.
Questa infine l'audace conclusione (e qui il lavoro me lo sobbarco):
"You will define the meaning of symbols and morals and human identity. And all of this is subsumed in the ultimate message: The image and likeness of God in you can be the image and likeness of a god whose characteristics are satanic, as long as you are a “basically good person.”
In this way, coasting on a tsunami of intoxicating visuals and emotions, the image of supernatural evil is transformed into an image of supernatural good."
"Sarai tu a definire il significato dei simboli, della morale e dell'identità umana. E tutto ciò é esplicato nel messaggio finale: l'immagine e la somiglianza con Dio in te possono essere l'immagine e la somiglianza di un dio le cui caratteristiche sono sataniche, basta che infine tu sia sostanzialmente un persona per bene.
In questa maniera, travolti (é sbagliato credo ma cercatelo voi) da uno tsunami di visioni ed emozioni tossiche, l'immagine di un male soprannaturale é trasformata nell'immagine di un bene soprannaturale".
Buona lettura (dell'articolo ovviamente).

1 commento:
Aggiungerei ancora un paio di note... In Tolkien c'è un incredibile e raro impegno nel realismo (un realismo alla grande, come dice Cezanne) e soprattutto uno studio incessante e immenso delle fonti antiche (Edda poetica e Edda in prosa fra tutti). Tolkien, Lewis e anche Williams (ti consiglio di leggere "Il posto del leone" di quest'ultimo) non raccontano di sè, delle loro idee, dei loro sogni, bensi delle loro certezze e della bellezza che li ha colpiti, in un modo non molto diverso da quello di un bestiario medievale, pieno di grifoni, unicorni, pantere odorose e tutte le altre figure di Cristo, davvero infinite nel numero e nella loro potenza figurale... Qui c'è una storia alla Moccia, di basso registro e basso stile, che ha come scopo dire al pubblico ciò che questo vuole sentire, con conseguente sentimentalismo (e di quando in quando anche moralismo).
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