sabato 9 gennaio 2010

Per Mariam

Leggendo il soliloquio finale del dramma teatrale "La tragica storia del Dottor Faustus" per i compiti di inglese, non ho potuto fare a meno di lasciarmi colpire dalla tragicità di questi versi: Faustus, che aveva stretto un patto con il Diavolo il quale gli avrebbe regalato ventiquattro anni di servizio ai suoi ordini, dandogli un delirio di onnipotenza, al fine dei quali gli avrebbe però dovuto cedere l'anima per sempre, si trova ora ad appena un'ora dallo scadere del tempo. Emerge qui tutto il suo dramma di uomo predestinato alla dannazione, per il quale neanche il pentimento può fare qualcosa; egli sente di correre verso un'inesorabile destino di tormenti infernali e non può fare altro che disperarsi. Spera nel sangue di Cristo, in una sua sola goccia (l' una stilla dell'Adoro te devote di Tommaso d'Aquino), ma sente lo sguardo feroce di Dio su di lui; vorrebbe raggiungere il cielo ma non può e invoca le stelle di assorbirlo come una nube; e infine si contorce nel desiderio di non possedere un'anima immortale, come gli animali, per dissolversi con la materia.

E' questa la tragicità del rapporto fra l'uomo e Dio nella cupa visione protestante, in cui la predestinazione gioca un ruolo fondamentale: non c'è possibilità di scampo.
Subito mi é corsa alla mente la grande storia di Purgatorio V, dove accade esattamente l'opposto: Buonconte di Montefeltro sta andando in riva ad un fiume a morire, colpito a morte in battaglia. Non per una vita degna viene salvato, ma per "una lagrimetta" e per il nome di Maria, l'ultimo pronunciato dalle sue labbra moribonde. E' tutto un'altro mondo: non c'è uomo che non possa essere salvato se anche all'estremo della sua vita non si arrende e riconosce, attraverso il nome di Sua madre, che Cristo é tutto.

L'angelo infernale che festeggiando sbeffeggia Faustus e lo trascina nell'Inferno, si trova qui impotente di fronte all'ultimo grido della libertà dell'uomo che invoca e chiede pietà ad una Madre fedele e a un Dio che é Misericordia.




FAUST: Ah, Faust, hai solo un'ora di vita, poi sarai dannato per sempre.

Fermatevi sfere del cielo che eternamente ruotate, che il tempo finisca e mezzanotte non venga mai.

Occhio lieto della natura, sorgi, sorgi di nuovo e fai un giorno eterno, o fai che un'ora duri un anno, un mese, una settimana, un giorno, che Faust possa pentirsi e salvare l'anima.

"O lente lente currite noctis equi".

Le stelle ruotano, il tempo corre, l'orologio suonerà, verrà il demonio e Faust sarà dannato.

Salirò fino a Dio! Chi mi trascina in basso?

Guarda, il sangue di Cristo allaga il firmamento e una sola goccia mi salverebbe, metà d'una goccia. Ah, mio Cristo, non uncinarmi il cuore se nomino Cristo.

Lo dirò di nuovo. Risparmiami, Lucifero.

Dov'è? E' scomparso. Vedo Dio che stende il braccio e china la fronte minacciosa Montagne e colline, venite, franatemi addosso, nascondetemi all'ira terribile di Dio.

No, no?

Allora mi getto a capofitto nella terra:

apriti, terra. No, non mi dà riparo.

Stelle che regnavate alla mia nascita e che mi avete dato morte e inferno, risucchiatevi Faust come una nebbia nelle viscere di quelle nubi incinte, affinché, quando vomitate in aria, il corpo cada dalle bocche fumose ma l'anima salga al cielo.

(L'orologio suona)

Ah, mezz'ora è passata. Presto passerà tutta.

Dio, se non vuoi avere pietà di quest'anima almeno per amore di Cristo il cui sangue mi ha riscattato, assegna un termine alla mia pena incessante:

che Faust resti all'inferno mille anni, centomila, e alla fine sia salvato.

Ma non c'è fine alle anime dannate.

Perché non sei una creatura senz'anima?

Perché la tua dev'essere immortale?

Metempsicosi di Pitagora, fossi vera, l'anima mi lascerebbe, sarei mutato in una bestia bruta.

Felici le bestie che morendo cedono l'anima agli elementi, ma la mia vivrà torturata in eterno.

Maledetti i genitori che mi fecero!

No, Faust, maledici te stesso, maledici Lucifero che ti ha privato del cielo.

(L'orologio suona mezzanotte).

Suona, suona! Corpo, trasformati in aria, o Lucifero ti porterà all'inferno.

Anima, mùtati in piccole gocce d'acqua e cadi nell'oceano, nessuno ti trovi.

(Tuono, ed entrano i diavoli)

Mio Dio, mio Dio, non guardarmi così feroce!

Serpi e vipere, lasciatemi vivere ancora un poco.

Inferno orribile, non aprirti. Non venire, Lucifero.

Brucerò i miei libri. Ah, Mefistofele.

(Escono con Faust. [Escono in alto Lucifero e i diavoli])





«Oh!», rispuos' elli, «a piè del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.

Là 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu 'l ridì tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io farò de l'altro altro governo!".

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