domenica 31 ottobre 2010

Un giudizio chiaro su una "festa" pericolosa


Una scena di The Road

In questo interessante e documentato articolo di Gianfranco Amato, comparso su CulturaCattolica.it, viene limpidamente mostrata l'origine e la connotazione pagana e satanista della cosiddetta festa di Halloween. Spesso si tende a minimizzare, come il prete di cui  si parla in fondo a quest'articolo, ma in realtà proprio l'esaltazione di questa ricorrenza segnala come nella nostra cultura segnata dall'incertezza e dal relativismo ci sia una costante e preoccupante ripresa del paganesimo e delle pratiche occulte. Ed anche qui, purtroppo, il Regno Unito si segnala all'avanguardia in questo regresso culturale e umano, come bene evidenzia Gianfranco Amato.
Qualcuno potrà sorridere, a qualcun altro potranno sembrare toni eccessivi e troppo allarmanti. Io ritengo piuttosto che l'appartenenza a Cristo debba determinare un giudizio chiaro e netto anche su questa "festa", andando oltre alla superficialità con cui spesso si guarda ad essa, superficialità propria molte volte di coloro che, in qualche modo, vi prendono parte ("Vogliamo solo divertirci!").
E che da questo giudizio risulti evidente come il Nemico operi e si avvantaggi di questo clima di incertezza e vuoto non lo ritengo affatto esagerato. Questa coscienza deve fare parte dell'uomo di Cristo. 
Ma non siamo soli. Che importa se sulla strada ci sono anche i cannibali, come in The Road? Noi abbiamo un Padre, un Uomo presente che ci sorregge e custodisce. Come mi ha detto una persona l'altra sera al telefono, con una lieta e serena risata, introvabile al di fuori del cristianesimo: "Sono con te. Siamo insieme. I mostri sono avvisati". 

venerdì 29 ottobre 2010

"But I'm still looking for that verse!"

Da Coldplayzone.it, il miglior sito italiano sui Coldplay, ecco qualche buona notizia riguardo al prossimo album:


Parlando con alcuni fans incontrati per caso a Londra, Chris Martin, assieme al fido Phil Harvey (manager della band), ha confessato che il seguito di Viva La Vida Or Death And All His Friends non verrà pubblicato alla fine di quest'anno (come inizialmente ammesso).
'Non ci sarà nessuna nostra pubblicazione per il prossimo Natale, questo è certo. Sebbene siamo vicini nel finalizzare e terminare la registrazione e la messa a punto di un sacco di canzoni, c'è ancora molta strada da fare (anche per Wedding Bells!)', ha dichiarato il frontman dei Coldplay. Gli ha fatto eco anche Phil Harvey: 'Anche se l'album fosse già finito e pronto, la EMI non avrebbe abbastanza tempo per perfezionare la release. Comunque i ragazzi hanno a disposizione una enorme quantità di canzoni. Anche se gli ultimi due mesi non sono stati così produttivi come ci immaginavamo e aspettavamo, sono molto molto fiducioso. Non puoi andare di fretta con cose come queste!'.

Lo stesso Harvey ha poi rivelato che 'quando uscirà il nuovo album, i ragazzi preferiranno attendere un pò più di tempo per iniziare il nuovo tour, non come accaduto per 'Viva''.

Secondo altre indiscrezioni, comunque provenienti da fonti molto vicine alla band, l'intenzione sarà quella di attendere Giugno 2011 perchè l'LP5 veda la luce. Un LP5 che conterrà, a detta di Davide Rossi, 'molto pianoforte, molto pump-organ e la giusta dose di archi'.

Quest'ultima frase, "molto pianoforte, molto pump-organ e la giusta dose di archi" pronunciate dal violinista di Viva la Vida individuano il preciso motivo per cui amo questa band. Ecco intanto un nuovo brano in cantiere:
 



giovedì 28 ottobre 2010

Chesterton and Ireland

Sono lieto di offrire la possibilità di migliorare il proprio inglese e soprattutto di conoscere meglio uno degli uomini più importanti per me. Chesterton non é entrato nella mia vita come Dante, con una frase fulminante letta a scuola come l'incipit della Vita Nova, né come Lewis, ma piuttosto me lo sono trovato a fianco dopo molte letture, e ho capito la sua essenzialità  per me. Come un compagno di viaggio che sai di avere al tuo fianco da tempo ma di cui riconosci il valore soltanto lungo la strada. Dal blog della GK Chesterton Society, of Ireland ecco un'interessantissima relazione sul rapporto fra Gilbert e l'isola dei pazzi Gaeli.



"Per trovare uno alla sua altezza, un irlandese é costretto a parlare con Dio" (da Braveheart)




The average autochthonous Irishman is close to patriotism because he is close to the earth; he is close to domesticity because he is close to the earth; he is close to doctrinal theology and elaborate ritual because he is close to the earth. In short, he is close to the heavens because he is close to the earth.

GK Chesterton

martedì 26 ottobre 2010

"Un'infanzia nuova nella maturità"

Stamattina, in coda alla macchinetta durante l'intervallo, guardando il parco affianco alla mia scuola proprio fuori dalla finestra, con i suoi colori autunnali e la luce tersa di questa bella giornata, ho pensato a questo articolo apparso sul sito della FSCB.

Il senso di Martino per l’invisibile

Patio sede parrocchiale - bambina giocando


Quest’estate sono stato a casa dei miei genitori, con i miei nipoti. I due più grandi, un bambino e una bambina, hanno finito la quinta elementare. Hanno scoperto di recente il mondo della letteratura fantasy. Divorano romanzi ad una velocità invidiabile. Da Eragon a Harry Potter, da Il Signore degli anelli a Narnia. Hanno letto tutto. Ho sentito mia cognata che si rifiutava di comprare altri libri, dicendo: «No, Simone, non te lo compro. Per questa velocità di consumo esistono le biblioteche!». Mi ha colpito la capacità naturale di questi bambini ad astrarsi. Aprono un libro, seduti dove capita, in mezzo al trambusto dei più piccoli che continua, e vengono rapiti. Letteralmente risucchiati. Non rispondono più agli stimoli esterni. Se li chiami, non ti sentono. In questi giorni ho rivisto con loro il film Narnia: Il leone, la strega e l’armadio. Con l’invenzione letteraria dell’armadio che si apre ad una realtà diversa, Lewis è riuscito ad esprimere questa immediatezza infantile nel mettersi in comunicazione con un altro mondo e di partecipare alla sua vita. Il bambino non trova strano che la realtà che vede e tocca sconfini in un’altra. Me lo ha rimesso davanti agli occhi un altro episodio. Stavamo tornando dalla montagna. Io guidavo, a fianco sedeva mio papà. Dietro c’erano tre bambini: Benedetta, che ha terminato la terza elementare, Niccolò, che ha fatto la prima e Martino, che va ancora all’asilo. Ad un certo punto i loro discorsi cadono sul tema del paradiso. «Il paradiso è in cielo», diceva Martino. Benedetta però faceva dei distinguo e completava il quadro teologico: «In cielo c’è in realtà un’altra terra, più bella della nostra. Lì saremo tutti più felici, non solo perché Gesù sarà con noi», questo le sembrava ovvio, «ma anche perché potremo tenere con noi dei gatti e dei cani, quanti ne vogliamo». Insomma avremo e godremo tutto quello che la mamma ci vieta su questa terra, ma che sarebbe bello avere anche adesso, se si potesse. Poi il discorso è sfumato in un elenco di animali che potremo tenere con noi in paradiso. Quando sono arrivati ai maiali ridevano già a crepapelle. Nella coscienza del bambino, l’armadio immaginato da Lewis, cioè l’ultimo lembo fisico del nostro mondo, trascolora e sbiadisce, i peli dei cappotti di pelliccia diventano aghi di pino, la polvere e la naftalina diventano neve ed ecco: siamo in un altro mondo, governato da altre logiche, che ha vissuto un’altra storia, che è popolato da esseri diversi. E con tutto ciò il bambino si relaziona in modo spontaneo e naturale, come accade nel gioco. I bambini si immergono nel mondo della preghiera in modo altrettanto naturale che nel mondo delle favole, come dimostra il dialogo sul paradiso che ho riferito. E sanno fare la differenza. Basta che qualcuno abbia la carità di raccontare i fatti e di presentare i personaggi di un mondo che non si vede, ma che è reale e concreto. «Caro Dio Padre», scriveva Antonietta Meo, Nennolina, la bambina santa morta a Roma a sette anni nel 1937, «di’ a Gesù che io sono molto contenta di riceverlo e spero che sarà contento anche Lui» . Esiste un mondo invisibile. Dobbiamo riappropriarci di questa fondamentale evidenza. Senza l’invisibile, il visibile non si spiega. Il nostro mondo ha le sue radici e i suoi fondamenti nell’invisibile. Per Platone e per Aristotele, per gli antichi che li hanno seguiti, questo mondo è luminoso e rischiaratore. Perciò fonte di attrattiva, termine verso cui tendere. Il materialismo della nostra mentalità, al contrario, ha negato, in nome di una pseudo-razionalità, questo strato di realtà che rimane nascosto al nostro sguardo fisico. Ed esso è tornato ad essere un fondo cupo, un terreno insicuro a cui si pensa con angoscia e paura. Entrare nel silenzio e nella preghiera significa recuperare un’infanzia dello spirito che crede concretamente nell’esistenza di un mondo che fonda il nostro mondo, un’infanzia nuova nella maturità, che vive la comunicazione con la presenza amorosa e personale di quel «Dio invisibile» (Col 1,15) di cui parla san Paolo nella Lettera ai Colossesi.

domenica 24 ottobre 2010

Verrà a fraterna alleanza da me


Conversione di Saulo, Caravaggio (particolare)


Coro: Non si espugna il cuore di Zeus: non si stempra, 
parlando, il figlio di Crono.

Prometeo: So. E' dispotico Zeus. Giustizia é suo possesso privato. Pure,
un giorno si farà fragile, dentro:
a quel colpo di maglio che so.
Levigando il carattere rude
verrà a fraterna alleanza da me,
lui desideroso a me desideroso.


Eschilo, Prometeo incatenato

John Rescued; Resolution - World Trade Center

La colonna sonora di "World Trade Center", capolavoro di Oliver Stone sulla storia vera di due agenti della polizia portuale di NYC rimasti intrappolati sotto le macerie del 9/11, é essenziale, e basata su un main theme costituito da alcuni accordi di pianoforte variamente ripetuti e reinterpretati. Nella scena della liberazione di John, interpretato da Nicholas Cage, al tema del pianoforte si aggiunge poi l'intera orchestra, con delicati violini ed una voce solista. Per tornare infine al solo  pianoforte.
Lungo tutto il film non c'è quasi mai un predominare della musica sulla scena, anzi quasi ci si accorge di essa solo quando John viene finalmente estratto dalle macerie, e la sua barella, fra gli applausi, scorre di mano in mano.
Musica di delicatezza essenziale e d'atmosfera per questo potente film, fra il dolore delle famiglie e  il dramma dei soccorritori. "A true story of courage and survival".


giovedì 21 ottobre 2010

Democrazia, UE e burocrazia: parla Roger Scruton

 


Da Tempi.it. Fa sempre piacere sentir parlare di Roger Scruton.



Roger Scruton


Scruton contro l'Unione Europea che nessuno può controllare

Il filosofo inglese ha parlato alla Camera contro la "Democrazia Potemkin" dell'Unione Europea, che ci impone leggi che non vogliamo con politici che non scegliamo

di Emanuele Boffi
 
 
 
Il 15 ottobre alla Camera dei deputati di Roma, il filosofo inglese Roger Scruton ha tenuto un discorso  sulla “Democrazia Potemkin” dell'Unione Europea. Il testo del discorso è pubblicato oggi sul quotidiano Il Foglio. Scruton – che i lettori di Tempi conoscono bene - ha spiegato perché, a suo parere, la Ue «entrerà in un periodo di crisi». «Noi europei – ha detto il filosofo conservatore – apprezziamo la democrazia poiché ci dà la possibilità di tenere sotto controllo i governi a cui siamo soggetti. Ciò nonostante, la maggior parte delle leggi che ci vengono imposte dall'Unione Europea vengono oggi scritte e varate da burocrati che nessuno ha mai eletto e che a nessuno rendono conto dei propri errori».

I vari Stati hanno creato una sovrastruttura burocratica che ci impone leggi che non vogliamo, eletti che mai lo sono stati veramente, trattati che non sono emendabili. Si è creato «un ceto politico» di membri «transnazionali quanto alle proprie fedeltà, ben ricompensati nelle proprie vite professionali e completamente dipendenti dai privilegi assicurati loro da meccanismo eurofederali».

Esempio lampante ne è la figura di Catherine Margareth Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza della Ue. La Ashton, scrive Scruton, non si è mai candidata a elezioni per nessuno degli incarichi che ha ricoperto», nel Regno Unito era un'emerita sconosciuta: «Questo ceto politico è davvero molto più interessante per le multinazionali che per la gente comune, dato che controlla una macchina legislativa in grado di aggirare i cittadini».

Per questo il filosofo parla di «democrazia presunta» in cui «un parlamento modello Potemkin finge di vagliare leggi e di esercitare su di esse un diritto di veto, ma in cui nessuno degli Stati membri della Ue può di fatto esercitare potere». Di fronte a questo sopruso, termina Scruton, bisogna restaurare «la sovranità nazionale» ed è questo un lavoro che «è materia di uomini politici, non da semplici filosofi».

mercoledì 20 ottobre 2010

Di sacerdoti egizi e belle attrici

Dono della sintesi e tono d'invettiva dantesca s'incontrano nella rubrica quotidiana di Camillo Langone su Il Foglio, "Preghiera", data 15 ottobre.


Corrado Augias e Vito Mancuso


Ieri mi sentivo troppo ispirato, per darmi una ridimensionata sono andato a guardarmi la lista dei frutti dello Spirito Santo: su dodici ne ho solo uno, forse mezzo, c’è poco da vantarsi. Poi ho fatto il ...confronto col filosofo del diritto Vincenzo Vitale: lui come minimo ha un frutto in più, la pazienza, e lo dimostra la sua capacità di leggere integralmente Mancuso, Augias e Odifreddi e poi di impegnarsi ancora per scriverci sopra “Volti dell’ateismo” (Sugarco), invece di mandarli direttamente al diavolo che li aspetta. Senza questa sua santa virtù oggi non avrei le prove che Mancuso non soltanto non è cattolico (questa era facile) ma non è nemmeno teologo. Con abbondanza di citazioni, Vitale spiega come il mancusianesimo non  sia centrato su Dio (né tantomeno su Cristo, di cui svaluta la resurrezione) ma sull’anima che, bella questa, nascerebbe da sola, a partire dalla materia. Quindi Mancuso è un animista, tale e quale un sacerdote egizio della ventesima dinastia, un bramino del vedismo pre-induista, un’attrice tipo Monica Bellucci che intervistata risponde “credo nell’energia, nella spiritualità della vita”, frase che non significa assolutamente un cazzo, e posso parlare in questo modo perché (è appurato) non sono il portavoce dello Spirito Santo, sono soltanto un uomo senza nessuna pazienza.

  di Camillo Langone

martedì 19 ottobre 2010

Il poema degli uomini liberi: la Ballata del cavallo bianco

Questo poema epico di GKC mi é molto caro. E' un'opera pressoché sconosciuta ai più, e proprio perché merita di essere letta e diffusa, propongo qui la mia recensione uscita sull'ultimo numero di Letture Cattoliche, ottobre 2010.






IL POEMA DEGLI UOMINI LIBERI

Sembra alquanto incredibile trovare all’interno della letteratura del Novecento, specchio di un uomo disgregato e annichilito, la freschezza e il vigore possente dei versi di un poema epico. Eppure è proprio  questo il dono prezioso di Gilbert Keith Chesterton (1874 - 1936), l’allegro e appassionato convertito inglese, ai suoi contemporanei e a noi tutti. La ballata del cavallo bianco, pubblicata nel 1911, si inserisce nel filone letterario delle canzoni e ballate cavalleresche medievali, come la Chanson de Roland e El cantar de mio Cid, il cui comune canovaccio vede la lotta per la difesa della Cristianità dai barbari. Chesterton rielabora leggende e racconti popolari riguardanti la vittoria di re Alfred del Wessex, detto il Grande, nella battaglia di Ethandune, dove i Danesi di re Guthrum vennero sconfitti dalle truppe cristiane. Mark il Romano, Eldred il Sassone, Colan l’Irlandese rappresentano l’anima multiforme della Britannia delle origini, unita e plasmata dal fatto cristiano, sotto gli stendardi del re del Wessex. Il cielo si fa scuro, e la Regina del Cielo non avrà per re Alfred parole di conforto ma solamente la certezza dolce della vittoria finale. Per cui occorre soffrire, come dirà il re ai suoi comandanti: “per questo io vado cercando cristiani/ (…)/ per morire in battaglia, Dio sa quando/ ma, da Dio, conosco il perché”. Il Cavallo Bianco, un’antica incisione preistorica sul versante di una collina presso la quale si presume avvenne lo scontro di Ethandune, diventa nell’epica di Chesterton il simbolo della tradizione e di tutto ciò che rende uomo l’uomo. Per questo i cristiani si battono e si batteranno sempre: per difendere dai barbari di ogni tempo, che arrivino su navi armati di ascia o che abbiano l’aspetto “mite e umile dei monaci” e siano armati di solo inchiostro, ciò che è veramente umano, a partire dalla libertà di amare od odiare il proprio Signore. Sarà il coraggio, “un forte desiderio di vivere che prende la sua forma nella prontezza a morire” secondo lo stesso Gilbert (“Chi perderà la sua vita, la salverà”), a guidare i cavalieri di Cristo contro i barbari, quel coraggio che è baldanza e letizia dei soldati e figli innamorati del loro Re, “Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra”.

 Giacomo Berchi


“LA BALLATA DEL CAVALLO BIANCO”, Gilbert K. Chesterton, Raffaelli euro 18



 

lunedì 18 ottobre 2010

"Mihi quoque spem dedisti": Giuseppe Verdi secondo B-XVI

 Dal blog di Paolo Rodari







Chi è Giuseppe Verdi per Benedetto XVI? Un “grande compositore” che si definiva “un po’ ateo” ma che nella Messa da Requiem mostra la sua ricerca verso Dio, il “tentativo di superare il grido della disperazione davanti alla morte per ritrovare l’anelito di vita che diventa silenziosa e accorata preghiera: ‘Libera me, Domine’”.
E’ spesso al termine dei concerti di musica che durante il Pontificato gli sono stati offerti che il Papa dice cose da ascoltare intorno ai grandi della musica classica. Dice cosa egli pensi di loro: da Mozart a Liszt, da Beethoven a Verdi.
Venerdì sera, nell’Aula Paolo VI, il Papa ha ascoltato un concerto insieme ai padri sinodali dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi, offerto dal Direttore d’Orchestra e compositore Enoch zu Guttenberg.
La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi (1813-1901), diretta dal Maestro Enoch zu Guttenberg, è stata eseguita dal Coro di Neubeuern, dall’Orchestra “KlangVerwaltung” e da alcuni solisti.
Alla fine il Papa ha detto la sua su Giuseppe Verdi. Così:


Signori Cardinali, Venerati Fratelli, illustri Signori e Signore!
Al termine di un ascolto così intenso, l’animo vorrebbe sostare in raccoglimento, ma al tempo stesso sente il bisogno di manifestare la riconoscenza.

Sono lieto di salutare i Signori Cardinali, i Presuli, specialmente i Padri sinodali, le distinte Autorità, e tutti voi - tra i quali i poveri assistiti dalla Caritas diocesana di Roma - che avete potuto godere di questa eccellente esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Egli la compose nel 1873, per la morte di Alessandro Manzoni, che ammirava e quasi venerava. In una lettera si chiede: "Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate?". Nella mente del grande Compositore, quest’opera doveva essere il culmine e il momento finale della sua produzione musicale; non era solo l’omaggio al grande scrittore, ma anche la risposta ad un’esigenza artistica, interiore e spirituale, che il confronto con la statura umana e cristiana del Manzoni aveva in lui suscitato.
Giuseppe Verdi ha speso l’esistenza a scrutare il cuore dell’uomo; nelle sue opere ha messo in luce il dramma della condizione umana: con la musica, le storie rappresentate, i vari personaggi. Il suo teatro è popolato di infelici, di perseguitati, di vittime. In tante pagine della Messa da Requiem riecheggia questa visione tragica dei destini umani: qui tocchiamo la realtà ineluttabile della morte e la questione fondamentale del mondo trascendente, e Verdi, libero dagli elementi della scena, rappresenta, con le sole parole della Liturgia cattolica e con la musica, la gamma dei sentimenti umani davanti al termine della vita: l’angoscia dell’uomo nel confronto con la propria fragile natura, il senso di ribellione davanti alla morte, lo sgomento alle soglie dell’eternità. Questa musica invita a riflettere sulle realtà ultime, con tutti gli stati d’animo del cuore umano, in una serie di contrasti di forme, toni, coloriti, in cui si alternano momenti drammatici a momenti melodici, segnati da speranza.
Giuseppe Verdi, che, in una famosa lettera all’editore Ricordi, si definiva "un po’ ateo", scrive questa Messa, che ci appare come un grande appello all’Eterno Padre, nel tentativo di superare il grido della disperazione davanti alla morte, per ritrovare l’anelito di vita che diventa silenziosa e accorata preghiera: "Libera me, Domine". Il Requiem verdiano si apre, infatti, con una frase in la minore, che sembra quasi scendere verso il silenzio – poche battute dei violoncelli, pianissimo, con sordina – e si conclude con la sommessa invocazione al Signore "Libera me". Questa cattedrale musicale si rivela come descrizione del dramma spirituale dell’uomo al cospetto di Dio Onnipotente, dell’uomo che non può eludere l’eterno interrogativo sulla propria esistenza. Dopo la Messa da Requiem, Verdi vivrà una sorta di seconda "stagione compositiva", che si concluderà nuovamente con musica religiosa, i Pezzi Sacri: un segno della sua inquietudine spirituale, un segno che l’anelito verso Dio è iscritto nel cuore dell’essere umano, perché la nostra speranza riposa nel Signore. "Qui Mariam absolvisti, et latronem exaudisti, mihi quoque spem dedisti", abbiamo ascoltato: "Tu che perdonasti Maria (Maddalena) ed esaudisti il buon ladrone, anche a me hai dato speranza". Il grande affresco musicale di stasera rinnova in noi la certezza delle parole di sant’Agostino: "Inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te - Il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te" (Confessioni, I, 1).

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 17 ottobre 2010
 

Piccoli ma significativi segnali

Da IlSussidiario.net


IL CASO/ Perché i cattolici hanno venduto la scuola agli islamici? La storia di Blackburn

lunedì 18 ottobre 2010

 
 


Le grandi trasformazioni avvengono sempre attraverso piccoli ma significativi segnali. Uno di questi è rappresentato dalla vicenda della scuola elementare cattolica del Sacro Cuore di Blackburn nel Lancashire inglese.
La Sacred Heart Roman Catholic Primary School Blackburn, questo il nome ufficiale della scuola, vanta origini storiche più che dignitose, risalenti a centodieci anni fa. La prima pietra fu posata il 5 maggio 1900 da Sua Eccellenza monsignor John Bilsborrow, Vescovo di Salford, ed il 14 gennaio 1901 la scuola fu ufficialmente inaugurata, accogliendo i primi ventotto alunni.

Perché la vicenda di questo centenario istituto scolastico cattolico sia diventato un segno dei tempi è presto detto. Alla fine di settembre è stato dato l’annuncio che la Sacred Heart Roman Catholic Primary School di Blackbury sarà quasi certamente rilevata dalla locale moschea Masjid-e-Tauheedul, e diventerà una scuola islamica.
La presenza degli alunni cattolici, che dieci anni fa si attestava attorno al 90 per cento, oggi non raggiunge il 3 per cento, rappresentando una sparuta minoranza rispetto agli altri studenti di origine asiatica quasi tutti musulmani. Da qui la decisione delle autorità religiose di lasciare l’istituto.

La diocesi di Salford ha dichiarato, infatti, di non ritenere più appropriato definire come cattolica la scuola, che oggi ha 197 alunni, di cui solo cinque o sei appartenenti alla Chiesa di Roma. Geraldine Bradbury, responsabile diocesana dell’educazione, ha ammesso di «non aver mai assistito ad un cambiamento di tali dimensioni prima d’ora», ed ha comunque difeso la decisione di abbandonare le elementari del Sacro Cuore, ritenendo giusto «dare alle esigenze educative della comunità un’adeguata risposta». Quindi, disco verde alla scuola musulmana. Del resto, il consiglio di amministrazione delle elementari del Sacro Cuore si è già dimesso, adducendo la motivazione che l’orientamento cattolico dell’istituto da tempo non rispecchia più il sentire religioso della comunità locale.

A questo punto la legge impone all’amministrazione comunale di Blackburn l’obbligo di indire una gara pubblica per individuare l’organizzazione che dovrà gestire la scuola.

La moschea Masjid-e-Tauheedul appare in pole position per l’aggiudicazione, visto che, oltretutto, uno studio fatto eseguire dalla medesima amministrazione comunale ha rilevato come una scuola islamica rappresenti, in realtà, la migliore risposta alle istanze della popolazione locale, in maggioranza musulmana. La stessa moschea, peraltro, gestisce già un istituto superiore femminile a Blackburn, il Tauheedul Islam Girls’ High School, il cui preside, Hamid Patel, ha definito più che ragionevole il subentro nella gestione della scuola elementare del Sacro Cuore, visto quasi tutti gli allievi della scuola cattolica sono ormai musulmani.

Questa vicenda paradigmatica contiene in sé i due fattori che caratterizzano l’avanzata dilagante dell’islam in Gran Bretagna: il progressivo allontanamento dalla tradizionale fede religiosa cristiana, e la crescita demografica a ritmi esponenziali della comunità musulmana.
Ignorare questa evidenza significa eludere la realtà, perdere il senso di ciò che accade, e cedere alla mortale logique de l’autruche. Non è nascondendo la testa sotto la sabbia che si affronta un fenomeno epocale come quello del rapporto con l’islam. Serve semmai un giudizio che, attraverso l’intelligenza, la coscienza e la ragione, sia in grado di comprendere la natura e il significato di tale fenomeno.

Dando un’occhiata al sito web della diocesi di Salford, ed in particolare allo spazio dedicato all’educazione, si può leggere quanto segue a proposito delle scuole cattoliche:

Com’è noto, San Pietro una volta disse: «Siate sempre pronti a dare ragione della speranza che è in voi. Ma fate questo con dolcezza e rispetto» (1 Pietro 3,15). La Chiesa cattolica ha sempre mostrato una particolare attenzione all’educazione per essere in grado di testimoniare l’azione salvifica di Gesù Cristo in una maniera convincente e rispettosa. Tale compito richiede un’adeguata formazione delle menti e dei cuori. La diocesi di Salford fornisce i mezzi con cui i cristiani possono essere formati ed educati nella fede.

Beh, dopo la vicenda delle scuole elementari del Sacro Cuore di Blackburn forse sarebbe meglio che i responsabili diocesani facciano qualche riflessione in più. E non solo loro.


venerdì 15 ottobre 2010

La nostalgia dei piatti della mamma e altre storie

Da IlFoglio.it






Occhiaie di riguardo

Il calciatore, il sindacalista e le storie più belle dei 33 minatori cileni

Sto seguendo le dirette delle tv americane sul recupero dei trentatré minatori cileni. Lo faccio dopo essere stato una settimana laggiù, ma senza rimpianti. Le cose si vedono meglio sullo schermo, anche se mancano la notte fredda, la nebbia del mattino, la polvere del giorno del deserto di Atacama. Mi pare di conoscerli, quando escono, anche quando devo andare a vedere il quadernino su cui ho incollato le foto di ciascuno, e poche note biografiche, una Spoon River dei resuscitati. Provo ogni volta a immaginare la prima boccata d’aria fresca, e le prime parole. Tra quelli risaliti finora il più chiassoso è stato Mario Sepulveda. Quando avevo appreso la sua storia, di ex dirigente sindacale, avevo pensato che una storia del genere non sarebbe potuta avvenire in Italia: quale dirigente sindacale ridiscende in miniera?

Sapevo che faceva una settimana di lavoro e una di riposo, e andava e veniva da Santiago, ottocento chilometri più a sud. Nei video dal rifugio era quello che parlava di più, e sua moglie aveva detto: “E’ così, parla molto, ovunque vada”. Lo ha fatto anche all’uscita alla luce, urlando sin dagli ultimi metri della capsula la sua gioia. E, fuori, è stato come se avesse segnato un goal, ed è stata sua la prima intervista, ha detto che si è sentito come tra il diavolo e Dio, e alla fine è stata la mano di Dio ad afferrarlo. Ma ha detto anche che non vuole che i 33 siano trattati da star, siamo minatori, e saremo minatori. Escono uno dopo l’altro, a intervalli di un’ora, come in un parto faticoso, protetti da un paravento dipinto con i colori della bandiera cilena, sanno che ci si aspetta qualcosa da loro. Qualcuno ride sotto gli occhiali e il casco, mentre lo svestono dalla tuta verde che li veste per il viaggio.

Jimmy Sanchez, il più giovane,
ha già una figlia, ha una giovane moglie carina, ma da sotto aveva detto di aver nostalgia dei piatti della mamma: è ancora un bambino, con l’acne dell’adolescenza. E’ salito il più vecchio di tutti, Mario Gomez, ed ha pregato. Voleva andare in pensione a novembre, ce la farà. E’ uscito Osman Araya, che aveva fatto il bracciante, prima di scegliere la miniera, ed era noto perché, in un manipolo di proletari duri, gli si era incrinata la voce, mentre parlava con la moglie in collegamento video. Ma adesso si è saputo che il telefono, per i più semplici collegamenti audio, era stato messo in una galleria discosta, perché ognuno potesse piangere senza essere visto dagli altri. Già le gallerie: i minatori potevano muoversi – e il punto di risalita è infatti a -628 metri, mentre il rifugio è a -700 – e avevano usato le gallerie attorno per scopi diversi. Una era diventata la latrina, un’altra la palestra per tenersi in forma per l’ora x, la terza la galleria fumatori.

Sì, perché dopo qualche giorno in cui le palomas – i colombi viaggiatori, involucri affusolati in cui scendevano lettere e cibo, medicine e tutto il resto – avevano recapitato loro pastiglie di nicotina da masticare, erano riusciti a ottenere sigarette vere, aria viziata più aria viziata meno. Non hanno ottenuto alla vigilia, il Pisco con cui avrebbero voluto brindare alla risalita. Chi è che aspetto con più curiosità? Franklin Lobos, il calciatore, perché conosco la sua storia e mi piace la sua faccia. In chiusura di carriera, segnò il primo goal della storia di un club di Copiapò, poi fallito e scomparso, ma rimasto nella memoria della cittadina. Fecero un voto, alla vigilia della partita decisiva per la promozione, alla fine del campionato. Vinsero, e andarono vestiti com’erano a uno di quei santuari che sorgono ai bordi delle strade, in Cile, seguiti da centinaia di tifosi impazziti di gioia. Credo fosse il 5 agosto del 1980, oppure 1981. Quel 5 di agosto del maledetto incidente, andando verso la miniera Franklin Lobos, autista, è ripassato come ogni giorno, davanti al santuario, con molti chili in più addosso, molti capelli in meno, e un’avventura di cui non sapeva davanti.

Leggi Super Piñera ribalta la disgrazia dei minatori in un capolavoro - Leggi Cosa insegnano le storie dei 33 cileni di Toni Capuozzo - Guarda la puntata di Terra! sui 33 minatori cileni

giovedì 14 ottobre 2010

Till Kingdom Come (con sorpresa finale) - Coldplay






For you I'd wait 'Til kingdom come
Until my days, my days are done
Say you'll come and set me free
Just say you'll wait, you'll wait for me


Per te aspetterei fino alla venuta del Regno
Fino a che i miei giorni, i miei giorni siano compiuti,
Dì che verrai e mi farai libero
Dì solo che aspetterai, che aspetterai me

Da "Till Kingdom Come", Coldplay


lunedì 11 ottobre 2010

Quattro o cinque fatti visibili

Fra le numerose pagine memorabili dell'ultima mia lettura, "La sfera e la croce" di GKC, non posso non segnalare questa; e' eccezionale la descrizione dell'esperienza dell'innamoramento, magistralmente uscita dalla penna del buon Chesterton. Chiunque si sia innamorato almeno una volta non può non riconoscersi, a mio parere, in questo contemplare quattro o cinque fatti visibili, e così incredibili.


Claire Danes nel ruolo di Cosette, ne "Les Miserables"


Il cielo non gli aveva semplicemente mandato un messaggio: il cielo stesso si era aperto attorno a lui dandogli un'ora della sua antica energia che faceva esplodere le stelle. Mai, prima d'ora, si era sentito così vivo, ma nonostante questo si sentiva come rapito dall'estasi. Se qualcuno gli avesse chiesto da cosa nasceva questa palpitante felicità, gli avrebbe semplicemente detto che nasceva da quattro o cinque fatti visibili, come una tenda appesa con quattro o cinque chiodi ben fissati.
Il fatto era che quella ragazza aveva una piccola pelliccia intorno alla sua gola; il fatto era che la curva della sua guancia era una curva delicata e che la luce della luna illuminava dolcemente il suo viso; il fatto era che le sue mani erano piccole ma erano inguantate e afferravano con fermezza il volanta; il fatto era che una luce bianca sembrava illuminare la strada; il fatto era che il fresco vento della loro corsa agitava e faceva svolazzare non solo i suoi capelli castani ma anche la pelliccia nera del suo cappello...
Tutti questi fatti erano per lui evidenti e nello stesso tempo incredibili, come i sacramenti.

GKC, La sfera e la croce

domenica 10 ottobre 2010

Il gran bazar della spiritualità e i cristiani senza Cristo

Da Tempi.it



La risposta è dentro di te. Epperò è sbagliata

Convegni di guru neuroplasticamente felici, bibbie rap per essere vicini ai giovani, figure di santi ridotte a immaginette da cruscotto. È il bazar della spiritualità in cui sguazzano fedeli senza Cristo e cristiani senza fede

di Emanuele Boffi
Matthieu Ricard è l’uomo più felice del mondo. Francese, famiglia bene, enfant prodige – «ha lavorato con due premi Nobel» – a vent’anni si è convertito al buddismo perché voleva «migliorare come essere umano». Vive in Tibet, è amico del Dalai Lama, tiene conferenze a Princeton e Berkeley, il suo ufficio stampa divulga fotografie che lo ritraggono sorridente e a gambe incrociate in un morbido prato verde. Grazie a una ricerca coordinata dal professore Richard J. Davidson, massimo esperto planetario di neuroplasticità, si è potuto appurare – attraverso un encefalogramma in grado di misurare le «emozioni positive» – che Ricard è «l’uomo con il più alto livello di energia positiva al mondo». Preceduto da tale fama, il monaco buddista è intervenuto all’annuale convegno Torino Spiritualità per spiegare che «la felicità è un’abilità che richiede sforzo, tempo, disciplina, ma anche sviluppo di qualità come amore incondizionato e altruismo». Quindi, poiché il segreto della felicità è «legato alle emozioni positive dell’emisfero sinistro del cervello», quel che basta fare è «potenziarlo con la meditazione». Domandarsi cosa siano le “emozioni positive”, in che cosa consista tale “allenamento”, perché occorra “essere altruisti”, se per “neuroplasticità” si intende il fitness dei neuroni sono questioni che non si pongono. Non serve sapere perché bisogna essere buoni, basta allenarsi ad esserlo. Non bisogna domandarsi il senso della felicità, basta meditarci alacremente con convinzione e, possibilmente, a gambe incrociate.
È il gran bazar della spiritualità, il supermercato del sentimento religioso che ogni giorno fa capolino in convegni, incontri, kermesse che mettono al centro dialoghi e meditazioni, percorsi e vademecum per ritrovare la bussola in questo mondo globalizzato che fa le guerre in Medio Oriente e spreca l’acqua in Occidente. È il business delle ragioni del cuore che la ragione non conosce, alla moda perché tollerante e tollerante perché alla moda, senza gerarchie, preti, papi, catechismi che fanno tanto Medio Evo e secoli bui.
Da questo punto di vista, la settimana di convegni svoltasi a Torino a fine settembre è stata esemplare. Tema: “Gratis. Il fascino delle nostre mani vuote”. Ospiti: Gustavo Zagrebelski, Gherardo Colombo, Shel Shapiro, don Antonio Sciortino, Gianni Vattimo, Erri De Luca, Carlo Petrini, Enzo Bianchi, Vito Mancuso. Ospiti internazionali: il già citato Ricard – che ha anche proposto di sostituire il Pil col Fil (Felicità interna lorda) – e Robert Thurman, padre dell’attrice Uma, buddista anch’egli, che ha esordito «chiedendo scusa, da americano, per George W. Bush» e ricordando che «l’essere diventa umano quando, pur essendo leone, non uccide la gazzella». Tali indimenticabili lezioni paiono aver molto soddisfatto la platea che ha potuto pascere la propria anima grazie anche ad altre iniziative quali lo spettacolo teatrale di riadattamento del Decalogo (quarto: “Sopporta il padre e la madre”) o la visita al “museo diffuso” dove, «come novelli Mosè metropolitani, si possono smontare e rimontare come mobili Ikea le Tavole della legge». Non sono mancati affondi artistici quali quello regalato dal premio Strega Tiziano Scarpa che ha spiegato la superiorità teologica del fumetto sull’arte sacra o il dialogo iperambientalista tra un dj e il professore Andrea Segré sul tema «beati i poveri di cose e beati i frugali».

In principio era la gravità
Come siamo arrivati a questo punto? Come siamo arrivati a spacciare per riflessioni sull’esistere e sui millenari dilemmi umani, questo discount del banale, dell’emotivo, dell’assurdo? Come si è arrivati a dare una patente di credibilità intellettuale a propalatori di illogici sofismi ecosostenibili, i quali cercano di farci credere che Satanasso ci risparmierà le fiamme della Geenna se faremo la doccia al posto del bagno? E perché tutti i maggiori quotidiani italiani hanno presentato l’ultimo libro (The Grand Design) dell’astrofisico Stephen Hawking come la dimostrazione risolutiva, insindacabile, definitiva del fatto che «Dio non esiste»? Scrive Hawking: «Poiché esiste una legge come la gravità, l’universo può essersi e si è creato da solo, dal niente». Repubblica ha scritto che Hawking, «l’erede di Newton», è vicino a «formulare una teoria del tutto che spiegherà le proprietà della natura, la scoperta considerata il Santo Graal della fisica dai tempi di Einstein». A Repubblica non è però venuto in mente di chiedersi, come un comune e stolto uomo della strada avrebbe fatto, perché Hawking sia disposto a postulare la pre-esistenza della legge di gravità, ma non quella di Dio.
Ma chiedere un rigore razionale a chi fa del razionalismo l’arma per confutare le certezze di fede, sarebbe troppo. Chiedere, ad esempio, a Corrado Augias di dimostrare secondo un rigoroso metodo storico che si avvalga di fonti su quali basi abbia potuto sostenere nei suoi libri, Inchiesta su Gesù e Inchiesta sul cristianesimo, che coloro che furono miracolati da Gesù facevano uso di «erbe e fumi», sarebbe poco elegante. Così come, probabilmente, si peccherebbe di tracotanza intellettuale far notare al teologo Vito Mancuso che sostenere che l’anima è un’«eccedenza energetica» sprigionata dalla materia significa supporre che un elefante abbia più anima di un uomo. Come ha notato Vincenzo Vitale nel suo Volti dell’ateismo, «Mancuso ammette che è proprio così, ma precisa che a differenza di quella dell’elefante, l’energia dell’uomo è “più ordinata”. Già. Peccato che resti da spiegare l’unico aspetto che veramente conti e che invece in Mancuso rimane avvolto nel mistero: perché l’energia umana sarebbe più ordinata e come avverrebbe tale raffinamento organizzativo».
Ma è tutto inutile, è tutto vano. Il marketing del relativismo religioso è costruito sulla sabbia, non sulla roccia: è vacuo per quel che basta e suggestivo per quel che resta. Scrive le sue risposte nel vento e rumina tutto, santi compresi. È tutto fiction, spettacolo accattivante, magnetismo religioso a buon mercato. Il san Filippo Neri raffigurato in un recente sceneggiato sui Rai Uno (Preferisco il Paradiso con Gigi Proietti) non era l’ortodosso e cattolicissimo bastian contrario che fu in vita, ma il suo appetibile surrogato, un “prete dei poveri” in lotta con l’onnipotente piovra vaticana. E se il più diffuso settimanale cattolico sente l’esigenza di trasformare la Bibbia in un rap per “avvicinarla ai giovani” e se uno dei maggiori video che ruota su Youtube è il ballo della waka-waka di goffe suore e stravaganti frati francescani, qualcuno dovrebbe forse iniziare a domandarsi se i primi propalatori di questa fede senza Cristo non siano i cristiani piuttosto che gli atei militanti alla Hitchens o alla Giorello.

martedì 5 ottobre 2010

"Se un uomo non deve battersi per questo, per cos'altro dovrebbe battersi?"



"Desideravo solamente dire, Vostra eccellenza", proseguì Mac Jan, rimettendo la borsa nella tasca dei pantaloni, "che la rottura della vetrina, lo confesso, é stato un gesto inutile e sconsiderato. Potrebbe essere scusato, tuttavia, per il fatto di essere stato un semplice preliminare di quello che accadrà... diciamo una sorta di prefazione. Dovunque e in qualunque momento io incontrerò quell'uomo", e indicò l'editore dell'Ateo, "non appena sarò uscito da questa porta, tra dieci minuti da adesso, o tra vent'anni, adesso o in qualunque altro paese anche lontanissimo, dovunque e in qualsiasi momento incontrerò mai quell'uomo, io mi batterò con lui. E non tema, vostro onore. Non mi getterò su di lui con prepotenza, né lo sconfiggerò con bruta superiorità. MI batterò con lui come un gentiluomo, mi batterò con lui come facevano i nostri padri. Potrà anche scegliere le armi e le condizioni: spada o pistola, a cavallo o a piedi. Ma se si rifiuterà di battersi, scriverò della sua codardia sui muri di tutto il mondo. Sono certo che se avesse detto di mia madre quello che ha detto della Madre di Dio, non ci sarebbe nessuna associazione di uomini leali in Europa che mi avrebbe negato il diritto di sfidarlo a duello.  Se l'avesse invece detto di mia moglie, lei stesso, da inglese, mi avrebbe permesso di bastonarlo come un cane nella piazza del mercato. Vostro onore, non ho più una madre e non ho ancora una moglie. Ho solamente quello che un povero ha di uguale a un ricco, quello che ha il solitario alla stessa maniera di chi ha molti amici. A me questo strano mondo é familiare, perché nel suo cuore c'è una casa; questo mondo crudele mi é dolce, perché nell'alto dei cieli c'è qualcosa di più umano dell'umanità. Se un uomo non deve battersi per questo, per cos'altro dovrebbe mai battersi? Io mi batterei per il mio migliore amico, ma se perdessi il mio amico, io sarei ancora là. Io mi batterei per il mio paese, ma se perdessi il mio paese, io continuerei ad esistere. Ma se i sogni del diavolo fossero veri, io non ci sarei più... scoppierei come una bolla di sapone e svanirei. Non potrei vivere in quell'universo così stupido. Quindi, capisce che devo battermi per la mia stessa esistenza?"


G. K. Chesterton, La sfera e la croce

lunedì 4 ottobre 2010

"E' un romanzo trasgressivo!": c'è un uomo che ama il suo lavoro, c'è il dolore e c'è Dio

Da IlGiornale.it,  preziosa intervista ad Alessandro D'Avenia, uno scrittore da tenere d'occhio.




"Nel massacro odierno di identità aiuto i ragazzi ad essere se stessi"



Con Bianca come il latte rossa come il sangue Alessandro D'Avenia ha scalato le classifiche. Ma continua a aiutare i "suoi" ragazzi a stupirsi e a tener desti i desideri 

 
Bergamo - "Sta tutto nell'amore. Una volta mia madre mi disse: io e tuo papà volevamo un bambino, Dio ha voluto te". Alessandro D'Avenia, imperdibile astro nascente della letteratura italiana, racconta così ("con un po' di imbarazzo") il succo del suo Bianca come il latte rossa come il sangue, un romanzo che non racconta solo di adolescenti ma che apre gli occhi su quell'amore "bianco vermiglio" che salva l'uomo.
Ieri pomeriggio, a Bergamo incontra, centinaia di giovanissimi e di adulti si sono lasciati rapire da questo professore di origini siciliane che raccontava di Leo, Beatrice e Silvia. Tutti protagonisti di un romanzo che, nel giro di pochi mesi, ha stupito e rapito i lettori. D'Avenia raccontava risvegliando quel desiderio di bellezza e di verità presente nel cuore di ogni uomini. Proprio come è riuscito a fare in Bianca come il latte rossa come il sangue (Mondadori). "In una casa di produzione interessata a realizzare il film tratto dal libro mi dicono: 'Ha scritto un romanzo trasgressivo!'. 'Perché?' - chiedo. 'Perchè c'è un professore che ama il suo lavoro, si parla di dolore e di Dio'". Ed è proprio così. In una società in cui tutti trasgrediscono, quello che più stupisce è la normalità. 

D'Avenia, in una società urlata e sempre alla ricerca della trasgressione, come riesce a fare successo un libro che racconta la quotidianità degli adolescenti?
"Trasgredire oggi è essere normali: amare il proprio lavoro, la vita quotidiana con le sue luci e ombre. Il libro ha successo perché la gente tutti i giorni nasce, lavora, ama, soffre, muore e nel profondo ha sete di guardare dentro al senso del quotidiano, non di essere frastornata dalle grida, come fa credere la sovraesposizione mediatica di quelli che urlano o di quelli che rispondono alle logiche di audience della televisione. Se fossi un professore transessuale probabilmente tutti mi inviterebbero in televisione, ma sono solo un professore che ama il suo lavoro..." 

In quanto professore, ha avuto un punto di vista privilegiato per "documentare" i giovani. Cosa significa stare dall'altra parte della cattedra?
"Avere una fortuna straordinaria. I ragazzi sono il mio stipendio (l'altro scarseggia...). Stare dall'altra parte della cattedra vuol dire avere la fortuna di vedere meglio: un professore scorge i segni tenui al presente di quello che sarà un giorno il punto di forza di un uomo e una donna. Custodire e far crescere quei segni significa difendere i ragazzi. 'Salvare' significa conservare: aiutare i ragazzi ad essere se stessi nel massacro odierno di identità. Il professore è come il computer: devi 'salvare col nome' aiutare ogni singolo ragazzo ad essere se stesso, altrimenti si perde come i file non salvati..." 

Colpisce nel suo romanzo l'importanza che lei dà ai colori. Inizialmente il rosso e l'amore sono un fuoco che brucia indistinto. Tuttavia, nel corso del romanzo l'amore di Leo sembra trasformarsi e maturare: l'amore diventa carità. Cosa cambia?
"L'amore tutto intero ha due colori: il rosso della passione e il bianco del dono di sé. È un circolo dinamico e inesauribile in cui il desiderio alimenta il dono e il dono il desiderio. Ho provato a raccontare l'amore tutto intero, l'amore che è 'per sempre' perchè sa inventarsi 'ogni 24 ore'. Leo impara che 'eternità' è sinonimo di 'ogni 24 ore'." 

Il Mistero si rivela sempre in un incontro. Possiamo dire che è uno protagonisti principali?
"Il grande assente nella cultura di oggi è il senso del mistero. Per Aristotele lo stupore, reazione umana di fronte al mistero, è l'inizio della conoscenza. Senza senso del mistero non c'è vera conoscenza. I ragazzi non hanno fame di conoscere a scuola, perchè noi adulti per primi non ci stupiamo della nostra materia, della nostra e della loro vita; e quindi non li stupiamo. Aristotele aveva ragione, ma Dante lo supera: lo stupore di fronte al mistero non è solo punto di inizio, domanda, ma è anche punto di arrivo, risposta. Risposta a cosa? A qualcuno che sta dietro a quella meraviglia che 'per l'universo si squaderna'." 

Cosa significa essere professori? Quali i compiti di questa vocazione?
"Significa essere in una stessa persona padre e madre dei ragazzi. Quando un padre lancia il figlio in aria, la madre si preoccupa e chiede al marito di mettere giù il figlio. La madre tiene il figlio ancorato a terra, lo protegge, il padre lo lancia nel futuro, nell'ignoto, lo spinge a credere nelle proprie capacità. Solo questo sguardo duplice rende i ragazzi capaci di stare al mondo essendo sé stessi: comprensione e sfida, attenzione e slancio. Come? Attraverso la materia che insegni, renderli 'cuori pensanti'." 

Bianca come il latte rossa come il sangue racconta di una scuola lontana dalla politica e dalle contestazioni che, invece, abbondano sempre. Per quale motivo?
"Abbondano nella scuola raccontata dai media. C'è un'altra scuola che nessuno racconta: quella di professori che amano i ragazzi e la loro materia e si fanno in quattro tutti i giorni, quella di professori che collaborano con i genitori per far crescere i figli, quella di ragazzi che vogliono studiare. Ho insegnato in contesti molto diversi: doposcuola di quartieri disagiati di Palermo, scuole pubbliche di Roma, scuole private di Milano... Dappertutto c'è una scuola fatta di gente che ama lavoro e ragazzi: ma la gente normale non fa notizia..." 

Leggendo il suo blog mi sembra di aver capito che la parola d'ordine è "stupire" i giovani. Perché questo inno alla vita nova?
"Perché mi stupisco io tutti i giorni, amo la vita quotidiana: capace di darci tutto il materiale di cui abbiamo bisogno per essere felici, capace di donarci estasi continue in un volto, in un amore, in una pagina, in una sfida, in un dolore... Ma come insegna Dante la vita è nuova quando se ne approfondisce il senso, quando c'è una Beatrice che le dà senso. Altrimenti cerchiamo il nuovo in ciò che viene dall'esterno: cose straordinarie, vacanze esotiche, tecnologie... Ma questo nuovo è sempre già vecchio. Il nuovo della vita quotidiana è la scoperta della profondità che disseta, non lo scintillio di continue superfici che cambiano senza soddisfare mai..." 

Un consiglio per i suoi colleghi che stanno iniziando il nuovo anno scolastico?
"Immaginate che il mondo finisca e che per una fortunata (!) coincidenza la vostra classe sia l'unico pezzo di umanità sopravvissuto: che mondo sarà quello che avete preparato? Gente innamorata delle uniche tre cose che servono a vivere: bene, bellezza, verità o un gruppo di furbi che lotta per fregare gli altri pur di sopravvivere? I giovani sono ad immagine della cultura di chi li educa e come dice Paolo Conte in una canzone: il maestro è nell'anima e dentro all'anima per sempre resterà." 

E per gli studenti?
"Siete in un'età fatta per scoprire la storia unica e irripetibile che siete venuti a raccontare. Appassionatevi a tutto quello che vi fa sussultare il cuore: sono i nostri amori che ci rivelano chi siamo, non i nostri umori. Ma ricordatevi che passione vuole dire anche patire. Ogni vera passione è dolore e amore insieme, e solo questo miscuglio rende la vita meravigliosa."

La bellezza di essere vivi, raccontata e difesa da un vescovo vestito da clown

Da Il Foglio di sabato scorso, grazie alla Società Chestertoniana Italiana.
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