martedì 26 ottobre 2010

"Un'infanzia nuova nella maturità"

Stamattina, in coda alla macchinetta durante l'intervallo, guardando il parco affianco alla mia scuola proprio fuori dalla finestra, con i suoi colori autunnali e la luce tersa di questa bella giornata, ho pensato a questo articolo apparso sul sito della FSCB.

Il senso di Martino per l’invisibile

Patio sede parrocchiale - bambina giocando


Quest’estate sono stato a casa dei miei genitori, con i miei nipoti. I due più grandi, un bambino e una bambina, hanno finito la quinta elementare. Hanno scoperto di recente il mondo della letteratura fantasy. Divorano romanzi ad una velocità invidiabile. Da Eragon a Harry Potter, da Il Signore degli anelli a Narnia. Hanno letto tutto. Ho sentito mia cognata che si rifiutava di comprare altri libri, dicendo: «No, Simone, non te lo compro. Per questa velocità di consumo esistono le biblioteche!». Mi ha colpito la capacità naturale di questi bambini ad astrarsi. Aprono un libro, seduti dove capita, in mezzo al trambusto dei più piccoli che continua, e vengono rapiti. Letteralmente risucchiati. Non rispondono più agli stimoli esterni. Se li chiami, non ti sentono. In questi giorni ho rivisto con loro il film Narnia: Il leone, la strega e l’armadio. Con l’invenzione letteraria dell’armadio che si apre ad una realtà diversa, Lewis è riuscito ad esprimere questa immediatezza infantile nel mettersi in comunicazione con un altro mondo e di partecipare alla sua vita. Il bambino non trova strano che la realtà che vede e tocca sconfini in un’altra. Me lo ha rimesso davanti agli occhi un altro episodio. Stavamo tornando dalla montagna. Io guidavo, a fianco sedeva mio papà. Dietro c’erano tre bambini: Benedetta, che ha terminato la terza elementare, Niccolò, che ha fatto la prima e Martino, che va ancora all’asilo. Ad un certo punto i loro discorsi cadono sul tema del paradiso. «Il paradiso è in cielo», diceva Martino. Benedetta però faceva dei distinguo e completava il quadro teologico: «In cielo c’è in realtà un’altra terra, più bella della nostra. Lì saremo tutti più felici, non solo perché Gesù sarà con noi», questo le sembrava ovvio, «ma anche perché potremo tenere con noi dei gatti e dei cani, quanti ne vogliamo». Insomma avremo e godremo tutto quello che la mamma ci vieta su questa terra, ma che sarebbe bello avere anche adesso, se si potesse. Poi il discorso è sfumato in un elenco di animali che potremo tenere con noi in paradiso. Quando sono arrivati ai maiali ridevano già a crepapelle. Nella coscienza del bambino, l’armadio immaginato da Lewis, cioè l’ultimo lembo fisico del nostro mondo, trascolora e sbiadisce, i peli dei cappotti di pelliccia diventano aghi di pino, la polvere e la naftalina diventano neve ed ecco: siamo in un altro mondo, governato da altre logiche, che ha vissuto un’altra storia, che è popolato da esseri diversi. E con tutto ciò il bambino si relaziona in modo spontaneo e naturale, come accade nel gioco. I bambini si immergono nel mondo della preghiera in modo altrettanto naturale che nel mondo delle favole, come dimostra il dialogo sul paradiso che ho riferito. E sanno fare la differenza. Basta che qualcuno abbia la carità di raccontare i fatti e di presentare i personaggi di un mondo che non si vede, ma che è reale e concreto. «Caro Dio Padre», scriveva Antonietta Meo, Nennolina, la bambina santa morta a Roma a sette anni nel 1937, «di’ a Gesù che io sono molto contenta di riceverlo e spero che sarà contento anche Lui» . Esiste un mondo invisibile. Dobbiamo riappropriarci di questa fondamentale evidenza. Senza l’invisibile, il visibile non si spiega. Il nostro mondo ha le sue radici e i suoi fondamenti nell’invisibile. Per Platone e per Aristotele, per gli antichi che li hanno seguiti, questo mondo è luminoso e rischiaratore. Perciò fonte di attrattiva, termine verso cui tendere. Il materialismo della nostra mentalità, al contrario, ha negato, in nome di una pseudo-razionalità, questo strato di realtà che rimane nascosto al nostro sguardo fisico. Ed esso è tornato ad essere un fondo cupo, un terreno insicuro a cui si pensa con angoscia e paura. Entrare nel silenzio e nella preghiera significa recuperare un’infanzia dello spirito che crede concretamente nell’esistenza di un mondo che fonda il nostro mondo, un’infanzia nuova nella maturità, che vive la comunicazione con la presenza amorosa e personale di quel «Dio invisibile» (Col 1,15) di cui parla san Paolo nella Lettera ai Colossesi.

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