giovedì 30 luglio 2009

Viva i tagliaborse

Da LoStraniero, il nuovo blog di Antonio Socci

Gesù, i peccatori e il caso Berlusconi

24 luglio 2009 / In Articoli

Ci sono giornali e intellettuali che strattonano la Chiesa esigendo la condanna del peccatore. Si rassegnino: Berlusconi è corazzato da quel Gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e che è la Misericordia fatta carne. Non è “protetto dai preti” (per qualche losco interesse), ma da Gesù stesso (come ciascuno di noi peccatori).

E i preti devono essere loro stessi il volto di Gesù che attende e perdona il peccatore.
Chi è stato, nella nostra generazione, l’immagine più perfetta di questo Salvatore che spalanca le braccia a fiumi di peccatori in cerca di perdono?
Padre Pio. Icona di Cristo perfino nella carne (perché quei segni dei chiodi indicano che Gesù inchiodò alla croce la giustizia di Dio e fece vincere la “follia” della sua sconfinata misericordia).
Per questo l’idea di andare a San Giovanni Rotondo da padre Pio è la migliore: non so se Berlusconi ci ha pensato davvero, ma è, in assoluto, il posto del mondo dove più è atteso. E’ casa sua e casa mia. La Chiesa è, ad immagine di Maria, “refugium peccatorum”.

E’ il paradosso che si riflette poeticamente nei più grandi scrittori cristiani. Non a caso “la creazione più alta in cui si incarna, nei romanzi di Dostoevskij, la santità è paradossalmente una prostituta”, nota don Barsotti. Cioè Sonja di “Delitto e castigo”. Non il santo monaco Zosima, ma Sonja.

Il fariseo pretende sempre di accusare di incoerenza i peccatori che si affidano a Dio. Ma non si crede in Gesù Salvatore perché noi siamo perfetti, si crede perché lui è perfetto. Tanto più si ha il diritto di gettarsi fra le braccia del Salvatore quanto più noi siamo dei disgraziati.
Un personaggio della “Sposa bella” di Bruce Marshall, uno che mostra di apprezzare la bellezza femminile e si dice cattolico, risponde al moralista che lo contesta: “E’ proprio qui che ti sbagli… Quasi tutti pensano che i loro peccati li abbiano privati del diritto di credere. Ma questo equivarrebbe a dire che la rivelazione cristiana è vera in maniera inversamente proporzionale ai propri vizi.
Nel Medioevo, la gente era cristiana anche nel peccato: il timore di essere accusata di incoerenza non la faceva cadere nell’errore di credere nella propria virtù”.

Credere nella propria virtù, pronti a lapidare il peccatore, è quanto c’è di più anticristiano, mentre le ferite del peccato facilmente diventano le feritoie attraverso cui Dio, che non si rassegna a perdere nessuno dei suoi figli, ci raggiunge con il suo abbraccio.

Così Charles Péguy, un grande convertito del Novecento, memore delle pagine evangeliche sul pubblicano e il fariseo (e delle polemiche di Paolo e Agostino sulla Legge), scrive queste pagine provocatorie: “Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si chiama la morale è una crosta che rende l’uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori”.

Infatti sul Calvario si convertì il “ladrone” (un brigante), mentre scribi e farisei, osservanti di tutti i 600 precetti della Legge, additavano Gesù come un maledetto da Dio.
“E’ per questo” prosegue Péguy “che niente è più contrario a ciò che si chiama … la religione, come ciò che si chiama la morale. E niente è così idiota che confondere così insieme la morale e la religione”.

Attenzione, Péguy – col suo linguaggio poetico – non sta facendo l’elogio dell’immoralità. Ma condanna l’ideologia della morale, cioè il giacobinismo, il moralismo farisaico e la pretesa di salvarsi da sé. Non è che Gesù fosse indifferente al peccato che anzi gli faceva una tristezza infinita. Ne aveva orrore, ma si struggeva di compassione per i peccatori. Era venuto per loro. Letteralmente.
Nel Vangelo Gesù mostra una pietà infinita per i più miserabili peccatori, li perdona sempre, li risolleva sempre (li considera i più poveri), mentre sfodera parole di fuoco solo contro i “giusti”, i rigoristi, i moralisti e gli “onesti” del suo tempo.
I peccatori umiliati (resi umili dalla propria scandalosa debolezza) si salvano, dice una sua parabola, mentre i “giusti”, insuperbiti dalla loro presunta rettitudine, no.

Scrive don Divo Barsotti: “è il tuo peccato che lo chiama; nulla più efficacemente della tua miseria lo attrae, purché tu gliela doni… In un istante i tuoi peccati sono distrutti, non sono più. Egli solo è”.
Per Gesù l’unico peccato che non si può perdonare è quello contro lo Spirito Santo, cioè quello dell’ideologia o dell’opposizione lucida e teorizzata contro Dio. Il peccato del pensiero oggi dominante che si erge deliberatamente contro Dio. Com’è stato, nel recente passato, il comunismo. Perciò Pio XI nella Divini Redemptoris (citata dal Concilio) proclamava: “Il comunismo è intrinsecamente perverso e non si può ammettere in nessun campo la collaborazione con esso”.

Gilbert K. Chesterton in una pagina memorabile fa dire a un suo personaggio (evidente simbolo della Chiesa): “Noi sosteniamo che i delinquenti più pericolosi sono proprio quelli dotati di cultura, che il furfante più temibile è il filosofo moderno assolutamente privo di principi. Al suo confronto, bigami e tagliaborse sono esseri essenzialmente morali e il mio cuore palpita per loro. Essi non rinnegano il vero ideale dell’uomo, lo cercano in modo sbagliato, ecco tutto”.

Invece i “filosofi”, gli ideologi pretendono di teorizzare e trasformare il Male in Bene e viceversa.
Da duemila anni, la Chiesa è – per volontà del suo Maestro e Signore – la casa del peccatori, l’abbraccio del loro Padre misericordioso. Tutto nella Chiesa è fatto per i peccatori. Le grandi Cattedrali e il sublime gregoriano, le immense tele di Caravaggio e l’Agnus Dei di Mozart, la grandiosa teologia di Tommaso d’Aquino e il Giudizio universale di Michelangelo.
Quello che c’è di più sacro sulla terra, cioè i sacramenti, sono fatti per i peccatori. Sono per loro. Infatti sono i gesti fisici (legati sempre a segni fisici) della presenza di Gesù che abbraccia, risolleva, cura, medica, consola, rafforza, chiama. Il Concilio ripete che la Chiesa è il primo, grande sacramento della salvezza. La Chiesa è la casa dei peccatori perché gli esseri umani sono i figli del Re. Anche quando sono in catene (nel peccato) sono i figli del Re, possono invocarlo e vengono da lui soccorsi. E gli angeli sono a loro servizio.
Chi invece contesta la regalità di Dio, quello non è figlio. Non può essere perdonato, perché non vuole l’abbraccio del Padre, ma lo odia e ne combatte lucidamente la presenza, le opere, la volontà, la bontà.
Invece – come spiega Agostino nelle “Confessioni” – nella debolezza del peccare talvolta si manifesta proprio la sete che ogni creatura ha di Dio. Spesso il peccato nasce dalla solitudine, dalla paura della morte, dall’incertezza di esistere che induce ad aggrapparsi alle creature, alla loro effimera bellezza creata. E così inconsapevolmente l’uomo mostra quanto ha sete e fame di Dio, la fonte della Bellezza, la vera Felicità, la vera Vita.

Un altro grande convertito del nostro tempo, Olivier Clément, osservando la generazione della “rivoluzione sessuale”, negli anni Settanta, scriveva: “Nel peccato, e soprattutto nel peccato in quanto ricerca dell’innocenza mediante l’inferno, si delinea tutto il paradosso dell’uomo… Dovremmo essere in grado di discernervi la sete dell’infinito, la nostalgia della libertà e della comunione, (…) la sofferenza di colui che cerca l’assoluto nelle realtà della terra, quelle realtà che non possono salvare, ma che attendono di essere salvate”.
Clément parla di uomini in cerca di “un’eterna adolescenza” e conclude: “Nella grande e spesso folle prova della libertà dobbiamo distinguere la persona nel suo trasalimento ancora cieco e nel suo destino insaziabile, con la certezza che nella parte più profonda dell’inferno Cristo – per sempre vincitore di esso – attende colui che l’Apocalisse chiama ‘l’uomo di desiderio’ ”. Perché Cristo è il solo medico della nostra malattia mortale.

Fonte: © Libero – 24 luglio 2009

venerdì 10 luglio 2009

Domani New York City



Ebbene, America per la seconda volta. New York, per la seconda volta. In realtà non ci avevo mai pensato fino a ieri, quando a pranzo con un'amica mi é venuto in mente: quanto mi mancheranno i biscotti! I biscotti. Proprio quelle gocciole di cui in questi giorni sto facendo indigestione... ho pensato all'orrido bacon, e allora l'indigestione sfiorata ha acquistato un senso.
Torno in America dopo, anzi durante questo anno incredibile; questo strano e incredibile paese, questa città di cui non vedo l'ora di risentire i rumori, la gente, le luci. Poi i volti degli amici e tante altre cose. Una in particolare, che pochissimi di voi sanno, ma sarà la prima cosa che farò appena ne avrò la possibilità.

"La storia non é inutile, le circostanze attraverso cui il Mistero ci fa passare non sono inutili; sono la possibilità di vedere, che si sveli davanti ai nostri occhi chi é Colui in cui crediamo. Attraverso questa storia noi abbiamo conosciuto Colui in cui crediamo. (...) Lo abbiamo visto all'opera, le Sue opere parlano di Lui" (Julian Carròn "Dalla fede il metodo", pag. 28)

Tutto pieno di quello che mi sta succedendo, con ingenua baldanza direbbe qualcuno, cosciente che neanche questo mi basterà, che se non arriverò a dirGli "Tu" attraverso tutto quello che vivrò sarà come perdere ogni cosa, New York mi aspetta ancora una volta.

See you, guys.



giovedì 9 luglio 2009

Una speranza più che affidabile

Da Tracce.it


LONDRA Giussani e la speranza all’ombra del Big Ben

di Fabrizio Rossi
08/07/2009 - Il 2 luglio presso la cattedrale di Westminster è stato presentato il secondo volume della versione inglese di "Si può vivere così?". Da una pagina di Dickens ai versi di Leopardi, un invito a stupirsi sempre
Un momento dell'incontro.
Un momento dell'incontro.


«Always wonder!». Un invito a stupirsi sempre. Qui sta il cuore della proposta di don Giussani, per monsignor Mark O’Toole, rettore del seminario cattolico della diocesi di Westminster, che giovedì 2 luglio ha presentato insieme a don Julián Carrón il secondo volume della traduzione inglese di Si può vivere così?. Ad ascoltarli, 200 persone che hanno riempito Westminster Cathedral Hall, l’elegante salone della cattedrale cattolica di Londra.
Nel parlare dell’opera, monsignor O’Toole ha dichiarato subito il desiderio «di scoprire qualcosa di più sull’esperienza del movimento», definendosi «un principiante». Nel suo intervento, ha riletto la proposta di don Giussani alla luce delle più celebri pagine di letteratura inglese. Come il romanzo Tempi difficili, in cui Charles Dickens descrive l’effetto devastante dell’educazione impartita alla giovane Louisa dal padre sociologo Thomas Gradgrind, all’insegna del «non stupirsi mai» e «attenersi a fatti e calcoli». Al contrario, «le riflessioni contenute in Si può vivere così? sono un continuo invito a stupirsi» e «ad aprire la ragione, come una finestra spalancata sull’orizzonte intero». Da qui, la capacità di don Giussani di dialogare con chiunque: «Da Tommaso d’Aquino a Sartre, per quel che hanno in comune con ogni uomo: l’incompiutezza, il “cuore inquieto” di cui parlava sant’Agostino». Ripercorrendo, quindi, il momento storico in cui ha preso forma il movimento, monsignor O’Toole ha sottolineato: «Don Giussani mostra che dobbiamo tutti tornare al cuore del cristianesimo: l’incontro con Cristo. E lo ha fatto nella vita concreta, riecheggiando i grandi teologi che avrebbero portato al Concilio Vaticano II: da Daniélou a De Lubac, da Von Balthasar al giovane Ratzinger».
Prendendo spunto dall’umanità di autori come Pavese, Mauriac e Leopardi, don Julián Carrón s’è chiesto: «Esiste un fondamento reale da cui possiamo aspettarci che la nostra sete di felicità venga esaudita? L’attuale situazione, in cui sembra che tutto stia per crollarci davanti agli occhi, rende questa domanda ancora più urgente. È possibile sperare?». Ad aiutarci nel trovare una risposta, Charles Péguy: «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici - scrive il poeta francese -: bisogna aver ricevuto una grande grazia». Un’affermazione con cui «Péguy si situa agli antipodi di qualsiasi atteggiamento presuntuoso - ha continuato don Carrón -, perché riconosce che la possibilità della speranza si fonda non in qualcosa di costruito da noi, ma in una grazia, vale a dire, in qualcosa di donato. È questa grazia che rende ragionevole la speranza». Una “speranza affidabile”, come la definisce Benedetto XVI nella Spe salvi: «Perciò è tutto tranne che irragionevole. Non è una speranza campata per aria, senza punto d’appoggio, una sorta di ottimismo irrazionale contro l’evidenza dei dati del presente. Anzi, la sua ragionevolezza poggia tutta su una conoscenza verificata nell’esperienza». Per concludere, come esemplificazione di quanto detto è stato proiettato Greater, il film su Rose e le malate di Aids che aiuta a Kampala. Prima di chiudere la serata, Marco Sinisi - responsabile della comunità locale e moderatore dell’incontro - ha invitato i presenti alla Scuola di comunità: «Non abbiamo voluto semplicemente presentare un libro - ha affermato -, ma proporre a tutti il lavoro che ne scaturisce».
Subito dopo, cenando con don Carrón e una dozzina di amici della comunità, monsignor O’Toole ha potuto rivolgere loro altre domande ancora: «Ha dimostrato un’enorme curiosità umana verso la nostra esperienza - racconta Marco -. Alla fine, ci ha confidato: “Comunque, il cristianesimo sta tutto nella prima pagina del Vangelo di san Giovanni: venite e vedete!”».

mercoledì 8 luglio 2009

Caritas in Veritate

Dal sito di Comunione e Liberazione il comunicato stampa in occasione della nuova lettera enciclica di B-XVI


Comunicato Stampa
Enciclica: nota di Comunione e Liberazione


Siamo grati al Santo Padre che anche nella sua enciclica sociale ha riproposto l’originalità della fede e il contributo che i cristiani possono dare alla convivenza sociale e allo sviluppo.
Ci sembra decisivo che all’inizio di un’enciclica dedicata al fare dell’uomo il Papa richiami tutti con grande realismo a una evidenza elementare, negando la quale ogni tentativo dell’uomo diventa ingiusto fino alla violenza: «Talvolta l’uomo moderno è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. È questa presunzione che discende dal peccato delle origini. La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società». L’esperienza anche recente, infatti, insegna che la pretesa di autosufficienza e di «eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere e di azione sociale».
Al contrario, la verità di noi stessi ci è prima di tutto “data”: «La verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta». Per questo il Papa afferma che «la carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona».

Benedetto XVI ci richiama al fatto - sempre più spesso dimenticato, come l’attualità ci testimonia - che «un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo».
La Caritas in veritate sottolinea che la Chiesa «non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende di intromettersi nella politica», ma ha una missione da compiere: annunciare Cristo come «il primo e principale fattore di sviluppo».
Su questa strada della testimonianza ci sentiamo sfidati a verificare - dentro le vicende della vita - la portata della fede in Cristo, come Colui che ci mette nelle condizioni ottimali per affrontare la miriade di problemi di ordine economico, finanziario, sociale e politico che l’enciclica elenca.

Al prossimo numero di Tracce, il mensile internazionale del movimento in uscita la prossima settimana, sarà allegato un libretto col testo della Caritas in veritate.

l’ufficio stampa di CL
Milano, 8 luglio 2009.

mercoledì 1 luglio 2009

Ripartire da Uno



Don Giussani contro il “gulag” della modernità

mercoledì 1 luglio 2009

«Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?». Forse nessuno più di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov ha posto in modo sintetico e perentorio la sfida davanti alla quale si trova il cristianesimo nella modernità. Don Giussani ha avuto il coraggio di misurarsi con questa sfida storica, radicalizzandola, se possibile.

Infatti, scommette tutto sulla capacità della sua proposta educativa di generare un tipo di soggetto cristiano per cui «anche se andassero via tutti - tutti! -, chi ha questa dimensione di coscienza personale (che la fede genera) non può fare altro che ricominciare le cose da solo». E la stessa, identica, scommessa che lo stesso Gesù non ebbe paura di correre coi suoi. Che cosa avrebbe fatto Gesù nell`ipotetico caso che, davanti alla sfida: «Anche voi volete andarvene?», tutti i discepoli l`avessero abbandonato? Nessuno ha alcun dubbio: avrebbe ricominciato da solo.

Che cosa può consentire una tale capacità di ripresa, nelle attuali circostanze storiche? Possiamo incominciare a intravedere la risposta, se cerchiamo di immedesimarci con Gesù: che cosa l`avrebbe potuto fare ripartire da capo? È evidente che Lui non si sarebbe potuto appoggiare su una logica di gruppo, dal momento che, nella nostra ipotesi, era rimasto da solo. Per potere affrontare questa sfida occorre passare «da una logica di gruppo a una dimensione di coscienza personale».

Gesù sarebbe stato costretto a poggiare tutto sul contenuto della sua autocoscienza, della sua appartenenza al Padre. «Qual è il contenuto di questa dimensione di coscienza personale? La definizione dell`io è "appartenenza". L’appartenenza definisce ciò che sono; come l`essere figli è definito dall’appartenenza al padre e alla madre; e non è schiavitù, perché tale appartenenza non è estrinseca. Dire che l’io è rapporto con l’Infinito vuole dire che l’essenza dell’io, nel senso stretto della parola, è appartenenza a un Altro».

Così don Giussani indica che quello che potrebbe far ripartire da capo ciascuno è la stessa cosa per cui Gesù ha cominciato: la coscienza della sua appartenenza al Padre. Non è, dunque, una capacità nostra, una energia propria, una nostra bravura, ma è l’esito di una appartenenza.

In questo modo don Giussani non fa altro che identificare lo scopo ultimo dell’opera salvifica di Cristo. Infatti Lui è diventato uomo, è morto e risorto, perché mediante il dono dello Spirito potessimo vivere con la coscienza di figli, come “figli nel Figlio”. Prendere consapevolezza del nostro essere figli, cioè della nostra appartenenza al Padre, è il compito di ogni educazione cristiana, che ha la verifica della sua verità nella capacità dell’io - così educato - di ricominciare da capo, se tutti se ne andassero. Questo chiarisce la strada che ognuno di noi deve cercare di percorrere: che la vita diventi un cammino che ci renda sempre più certi e consapevoli della nostra appartenenza.

Ma acquistare questa consapevolezza è possibile soltanto se essa è verificata nelle circostanze della vita: «L’impatto con le circostanze, il rapporto con la realtà, non è nient’altro che l’avvenimento della vita come vocazione, in cui il “soggetto” è l’appartenenza a ciò che è accaduto - Cristo dentro la fragilità effimera della comunità - mentre il contenuto “oggettivo”, su cui questo soggetto è chiamato ad agire, è l’incontro con quel complesso di circostanze finalizzate che si chiamano appunto “vocazione” perché Dio non fa nulla per caso. Il complesso di circostanze sollecita il soggetto e questo agisce secondo l’origine totalizzante che ha dentro, secondo quel principio formale, quel principio determinante, che è stato l’incontro».

Raggiungere questa coscienza è una lotta che chiede a ciascuno di noi la disponibilità alla conversione, vale a dire a vivere secondo un`altra mentalità. La ragione è evidente. Questa posizione entra in contrasto con l`atteggiamento diffuso in questo preciso momento storico, in cui siamo chiamati a vivere la fede, e ci penetra molto più di quanto pensiamo: «L’uomo moderno ha creduto di evitare tutto dicendo: "L’uomo appartiene a se stesso", che è la più grande menzogna, perché prima non c`era, perciò va contro l`evidenza più chiara. “L’uomo appartiene a se stesso” vuole dire: l’uomo diventa possesso del potere, appartiene al potere, cioè appartiene agli uomini che lo determinano».

Le conseguenze di questa scelta adesso sono più documentabili di quando furono dette queste parole, a metà degli anni Ottanta: «Amici miei, siamo in un`epoca di una pericolosità sterminata. Siamo in un`epoca in cui le catene non sono portate ai piedi, ma alla motilità delle prime origini del nostro io e della nostra vita. L’Occidente sta, non lentamente, ma violentemente spingendo tutta la realtà umana, anche nostra, verso il "gulag" di un asservimento mentale e psicologico inaudito: la perdita dell`umano, di cui Teilhard de Chardin segnalava già il sintomo più impressionante, che è la perdita del gusto del vivere».

(Pubblicato su Avvenire 1 luglio 2009)