domenica 29 gennaio 2012

E se fosse per sempre

Da Tempi.it. Alain Finkielkraut sarà domani sera a Milano per l'incontro organizzato dal Centro Culturale di Milano presso la Sala di via S. Antonio, 5 dal titolo: "Realtà ed esperienza: donaci un cuore intelligente".







E se fosse per sempre. Intervista sull'amore a Alain Finkielkraut

Per il filosofo francese Alain Finkielkraut «l’amore è un avvenimento che fa assaporare una condizione migliore di quella della libertà. Anche a noi altri moderni, così fieri della nostra autonomia, ossessionati dall’intensità, spaventati dalla durata». L'autore ha scritto il ilbro "Et si l'amour durait". Pubblichiamo l'intervista uscita sul numero 3 di Tempi

23 Gen 2012


E se l’amore durasse. In piena epoca di dittatura del desiderio e della sua crudele volubilità, quando la libertà più grande che si riesce a concepire è quella di potersi disfare in qualunque momento delle promesse fatte, compresi i “ti amerò per sempre”, e matrimoni e convivenze sembrano portare stampata sul retro la data di scadenza fin dal primo momento, quella che l’amore possa durare per davvero diventa un’ipotesi remota. Da formulare con l’aiuto del congiuntivo imperfetto. Eppure anche adesso che «la rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo» (Paul Valéry), la nostalgia per i giuramenti d’amore eterno e per l’umanità che li pronunciava credendoci davvero fa tremare i cuori quando si ode o si legge una frasetta così: e se l’amore durasse. Alain Finkielkraut ci ha costruito intorno un libro (Et si l’amour durait) che fa tesoro della lezione di quattro autori letterari che dell’amore hanno scritto a partire da una posizione risolutamente antiromantica molto moderna: Madame de la Fayette, Ingmar Bergman, Philip Roth e Milan Kundera. I loro personaggi o fanno esperienza della non durevolezza dell’amore, o non ci entrano nemmeno per non soffrire quando tutto finirà, o sono convinti militanti del sesso libertino. E tuttavia l’amore per tutta la vita e anche oltre fa capolino in vari modi nelle storie che raccontano. Suggerendo che ciò non debba restare necessariamente a livello di semplice nostalgia, ma che il miracolo della durata potrebbe prendere inaspettatamente forma. Come, confessa Finkielkraut, è successo a lui con un matrimonio andato ben oltre le attese iniziali, smentendo non le sue illusioni, ma le sue disillusioni.

Il filosofo francese ammette di essere anche lui, come tutti coloro che erano giovani al tempo della rivoluzione sessuale e del Sessantotto, «entrato nell’amore dalla porta del disincanto». Chi ha vissuto da protagonista gli anni della liberazione del desiderio è passato attraverso la convinzione che l’amore fosse una convenzione sociale o una forma di possessività borghese volta a nascondere la realtà del sesso, che la verità fino ad allora negata dell’essere umano fosse la libido. Ma la disillusione rispetto alle promesse della liberazione sessuale non è stata meno forte della disillusione che la maturità porta con sé rispetto alle promesse dell’amore. Da qui la scoperta che la vita umana è più complessa di quanto i dogmi della rivoluzione sessuale volessero far credere e che non tutto è politica, non tutto è questione di rapporti di forza fra uomini e donne. Per questo, anche nel pieno della post-modernità, le domande sull’amore continuano a non lasciare tranquilli, e in particolare quella sulla possibilità che duri.


Monsieur Finkielkraut, siamo post-romantici, sappiamo che l’amore non dura, eppure continuiamo a giustificare le nostre azioni e a rivendicare diritti in nome dell’amore: che si tratti della richiesta del matrimonio fra persone dello stesso sesso o della richiesta di praticare l’eutanasia ai propri cari o dell’abbandono del proprio coniuge per un’altra persona, sempre la richiesta viene fatta o la giustificazione addotta “nel nome dell’amore”. Come può un affetto così precario e (considerata la pluralità di cause per le quali viene tirato in ballo) mal definito, essere criterio supremo e indiscutibile? Non è un’evidente contraddizione?

La rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo, ha scritto Paul Valéry. Siamo entrati nell’era della provvisorietà: i nostri impegni non ci impegnano più, la durata è stata sostituita dall’intensità. Il criterio è diventato l’intensità e non l’amore, o per lo meno quel che succede è che dell’amore non si trattiene che l’intensità amorosa. Ma dentro di noi oscuramente sappiamo che rinunciare alla durata equivale a rinunciare all’amore. Dire: “Ti amo” equivale a dire: “Ti amerò”, equivale a parlare contemporaneamente al presente e al futuro, a sottrarsi al flusso del tempo. Ogni dichiarazione d’amore è una dichiarazione di eternità. L’amore è un’avventura ostinata, l’abbiamo quasi dimenticato, ma non del tutto. Perciò diffido di una morale che facesse dell’amore il suo unico criterio, a maggior ragione per il fatto che oggi dell’amore noi sembriamo non voler trattenere che l’intensità. Ma d’altra parte non voglio accusare troppo la mia epoca, perché la nostalgia e il desiderio della durata restano molto forti e profondi.


Il mondo d’oggi, lei nota giustamente, considera bizzarro e assurdo il comportamento di Madame de Clèves – che rinuncia all’amore per non tradirlo e per non soffrire quando finirà – e allo stesso tempo le dà completamente ragione, cioè giudica che l’amore è precario e perituro per natura. Ma ad essere assurda non è questa schizofrenia della cultura dominante? Non è assurdo il fatalismo con cui il mondo si lascia trascinare nel turbine doloroso del desiderio e dell’amore, pur sapendo che è doloroso? Perché il sapere non genera un atteggiamento più riflessivo? Perché ci si consegna fatalisticamente alla malinconia o alla depressione?

Il fatto è che l’amore non è una decisione, non è una scelta fatta con conoscenza di causa. L’amore è comunque un avvenimento, una fatalità: ci si innamora, non si decide di essere innamorati di qualcuno. «Malgrado me per un altro», scrive Emmanuel Lévinas. Il soggetto innamorato è spossessato: perde il controllo, la padronanza di sé. L’amore è un’alienazione, ma talvolta (non sempre) è un’alienazione positiva. L’amore fa assaporare a noi altri, soggetti così fieri della nostra propria autonomia, una condizione migliore di quella della libertà.


Il capitolo che il suo libro dedica a Bergman sembra anche smontare un mito romantico convalidato dall’illuminismo di Kant e dall’ossessione democratica odierna per la trasparenza: quello secondo cui chi si ama deve dirsi tutto con piena sincerità. L’amore ha bisogno di bugie, o almeno ha bisogno che non tutto sia detto. Amore e verità dunque sono tendenzialmente in conflitto?

Io non direi che l’amore ha bisogno della menzogna. Senza dubbio gli amanti devono evitare di sprofondare in una specie di comunità fusionale. Gli amanti non sono destinati a essere una cosa sola. Contrariamente a quello che vuole dirci il mito dell’androginia nel Simposio di Platone. Premesso questo, l’amore è anche un patto fondato sulla fiducia. Resta il problema di cosa sia meglio fare quando uno dei due tradisce l’altro. Bisogna dire tutto? Non ho una risposta categorica per questa domanda molto delicata, ma capita che il silenzio giovi più della confessione. È esattamente quello che Bergman lascia intendere in Interviste private, perché quando Henrik apprende di essere stato tradito, questa confessione non gli basta, vuole sapere di più; la sua gelosia è insaziabile, più sa e più vorrebbe sapere, fino all’oscenità totale. E l’oscenità totale è mortale. Ecco perché la sincerità completa non può essere una soluzione universale: può succedere che la bugia sia misericordiosa, può succedere che protegga la durata dell’amore.


Sia nella letteratura che nella realtà si dà il caso di amori coniugali che durano, che contraddicono con la loro verificabile esistenza il disincanto post-romantico. Si può filosofare su questo?

Benjamin Constant scrive in Adolphe, il suo unico e magnifico romanzo, di aver voluto prendere in esame quella che definisce una delle principali malattie morali del nostro secolo: quell’inquietudine, quell’assenza di forze, quell’analisi pepetua che colloca una riserva mentale a fianco di tutti i sentimenti e che così facendo li fa sfiorire fin dalla loro stessa nascita. Oggi siamo tutti cugini di Adolphe, siamo tutti disincantati e disillusi sin dall’inizio, per così dire. L’amore è allo stesso tempo un sentimento e un giuramento, e quel giuramento noi lo pronunciamo senza crederci troppo: noi crediamo di ritrovarci prima o poi nell’usura dell’amore. Tuttavia può succedere che noi ci ritroviamo, oserei dire, delusi in positivo. Cioè la nostra vita può rivelarsi come un romanzo che inverte la traiettoria tradizionale delle illusioni perdute. Per parte mia, ho vissuto e vivo tuttora il romanzo non delle illusioni, ma delle disillusioni perdute. Un romanzo che però non scriverò mai, sia per ragioni di discrezione, sia perché non ne sarei capace.


Il suo libro sembra concludere che c’è un amore che dura, e non è l’amore passionale, ma l’amore disinteressato, oblativo: non eros, vittima dei capricci del desiderio, ma agape. Che non è riservato ai cristiani soltanto – anche se lei cita proprio la Deus caritas est di Benedetto XVI per illustrare il concetto – ma a tutti coloro che fanno l’esperienza della compassione per l’altro, che soffrono disinteressatamente per la mortalità dell’essere amato, che sono più addolorati per la morte dell’altro che per la propria. Tuttavia bisogna ammettere che l’amore che più si vorrebbe ricevere e più si vorrebbe dare alla persona amata è quello di sentirsi dire e di poter dire all’amato con verità: «Tu non morirai per sempre». Rainer Maria Rilke ha scritto: «Ama chi dice all’altro: “Non morire”». Cosa c’è dietro questo circuito fra mortalità e immortalità?

Voglio chiarire innanzitutto che non ho voluto fare della storia di Teresa e di Thomas nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera la lezione generale del mio libro. E per parte mia non distinguerei così categoricamente come fa lei nella sua domanda amore passionale e amore di compassione, ovvero eros e agape: io sarei, per quel che mi riguarda, incapace di amore se nel mio amore non ci fosse una componente erotica molto forte. Ma per rispondere alla sua domanda, ricorrerei a una citazione da un altro romanzo di Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, là dove Tamina la vedova dice: «È così semplice: un morto che io amo non sarà mai morto per me. Non posso nemmeno dire: “L’ho amato”. No: io lo amo. E se mi rifiuto di parlare di lui usando un tempo al passato, ciò significa che colui che è morto, è». E Kundera conclude: forse è in questo che consiste la dimensione religiosa dell’essere umano.

venerdì 27 gennaio 2012

Parola e silenzio

Dal messaggio di B XVI per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012


"Nel complesso e variegato mondo della comunicazione emerge, comunque, l’attenzione di molti verso le domande ultime dell’esistenza umana: chi sono? che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa posso sperare? E’ importante accogliere le persone che formulano questi interrogativi, aprendo la possibilità di un dialogo profondo, fatto di parola, di confronto, ma anche di invito alla riflessione e al silenzio, che, a volte, può essere più eloquente di una risposta affrettata e permette a chi si interroga di scendere nel più profondo di se stesso e aprirsi a quel cammino di risposta che Dio ha iscritto nel cuore dell’uomo.
Questo incessante flusso di domande manifesta, in fondo, l’inquietudine dell’essere umano sempre alla ricerca di verità, piccole o grandi, che diano senso e speranza all’esistenza. L’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita: tutti siamo cercatori di verità e condividiamo questo profondo anelito, tanto più nel nostro tempo in cui “quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali” (Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2011).
Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità. Non c’è da stupirsi se, nelle diverse tradizioni religiose, la solitudine e il silenzio siano spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose"



Il commento di Luca Doninelli (Tracce.it)

domenica 15 gennaio 2012

What a piece of work is a man!


Mel Gibson as Hamlet
 
 
 
 Hamlet
I will tell you why; so shall my anticipation
prevent your discovery, and your secrecy to the king
and queen moult no feather. I have of late--but
wherefore I know not--lost all my mirth, forgone all
custom of exercises; and indeed it goes so heavily
with my disposition that this goodly frame, the
earth, seems to me a sterile promontory, this most
excellent canopy, the air, look you, this brave
o'erhanging firmament, this majestical roof fretted
with golden fire, why, it appears no other thing to
me than a foul and pestilent congregation of vapours.
What a piece of work is a man! how noble in reason!
how infinite in faculty! in form and moving how
express and admirable! in action how like an angel!
in apprehension how like a god! the beauty of the
world! the paragon of animals! And yet, to me,
what is this quintessence of dust? man delights not
me: no, nor woman neither, though by your smiling
you seem to say so.
  
Amleto, scena II, W. Shakespeare

 
"Davvero queste cose ci piacciono, ci rivolgiamo a loro perché ci mostrano il carattere di Amleto? Da quel punto di vista sono davvero così interessanti? Il semplice fatto che un giovane uomo, letteralmente infestato dagli spettri, spodestato, e privo di amici, si senta così ci dice qualcosa di notevole? Lasciate che giri la questione in un altro modo. Se Amleto invece dei discorsi che fa riguardo al firmamento e all'uomo nella scena con Rosencrantz e Guildenstern avesse semplicemente detto "Non mi sembra di godere più delle cose come un tempo", e parlasse in quel modo, lo troveremmo interessante? Penso che la risposta sarebbe "Non molto". Mi si potrebbe rispondere che se avesse parlato in una prosa comune il suo personaggio non sarebbe così vivido. Non ne sono tanto sicuro. Certamente avrebbe rivelato qualcosa di meno vivido; ma questo qualcosa sarebbe lui stesso? Mi sembra che "questo tetto maestoso" e "che bel lavoro é l'uomo!" mi offrano in prima istanza un'impressione non del tipo di persona che costui deve essere per perdere la stima delle cose, bensì delle cose stesse e del loro grande valore"

C.S. Lewis, Amleto: principe o poema? in Come un fulmine a ciel sereno, Marietti
 

mercoledì 11 gennaio 2012

ChestertonBomb

Che siamo nel pieno di un nuovo rinascimento per la figura di Chesterton, come afferma un articolo sul Sole24ore, é ormai indiscusso. L'uscita dell'edizione italiana della Chesterton Review ne é soltanto l'ultimo segnale lampante (che poi agli infopoint delle più grandi librerie di Milano ti guardino come un marziano é un altro discorso).
E' giunto il momento che la gioiosità scomoda del buon GKC (terribile per i moralisti e gli ideologi) venga allo scoperto e faccia parlare di sé. Che poi si cerchi di screditare la sua figura con notizie false fa parte del gioco, e allora é meglio seguire bene questa sana polemica, o meglio questa splendida battaglia.
Sulle colonne del Corriere della Sera del 27 dicembre Alberto Melloni ha recensito una raccolta di articoli di GKC sul matrimonio dal titolo La superstizione del divorzio, riportando in auge le favole sul Chesterton fascista e antisemita. Leggere per credere. E' quindi con enorme piacere che riporto qui di seguito, facendo per quanto possibile da cassa di risonanza e cogliendo l'occasione per ringraziare pubblicamente, la risposta dell'amico Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana e autore di un grande blog che in questa vera e propria rinascenza cavalca in prima linea.


Chesterton fascista? Antisemita? Tutte balle. Un dono del Novecento.





In merito al Suo articolo del 27 Dicembre 2011 apparso su Il Corriere della Sera
Egregio professor Alberto Melloni,
prendo in mano carta e penna per amore di Verità, in quanto ritengo che il Suo articolo apparso su Il Corriere della Sera lo scorso 27 Dicembre 2011 e riguardante il volume La Superstizione del Divorzio di Gilbert Keith Chesterton, ma più ampiamente il pensiero e l'opera di questo grande scrittore, contenga degli errori e soprattutto l'intento chiaro di screditarlo agli occhi dei lettori.
Sono il presidente della Società Chestertoniana Italiana e ritengo mio dovere difendere il pensiero e la memoria di colui che riteniamo uno dei massimi pensatori del XX secolo, checché Lei ne dica (mi spiace me l'abbia messo a fianco di Romano Guardini, del quale penso la stessa cosa) e soprattutto sventare, per quel che mi è possibile, un'operazione di discredito. Su quest'ultima mi profonderò più avanti. Ora debbo farLe notare alcune cose:
  1. Lei prende le mosse da una raccolta di saggi recentemente uscita per i tipi della San Paolo e ben tradotta da Pietro Federico e Tommaso Maria Minardi: anzitutto non condivido quanto lei dice a proposito dell'edizione: "senza una riga che spieghi il contesto politico-ideologico concreto, con un'introduzione che parafrasa il testo e una postfazione che non data nulla". Se lo scopo è screditare, ho capito che è bene screditare anche l'edizione, a scanso di equivoci. Le sue preoccupazioni di carattere storico avrebbero un fondamento se il testo di per sé non fosse così chiaro ed interessante da brillare anche adesso per attualità e validità dottrinale. Se l'estensore di prefazione e postfazione si profonde in citazioni, vedo d'altro canto che Lei non lo fa minimamente, il che mi lascia pensoso. E nonostante ciò, trova modo di dare a Chesterton del fascista e di considerare il testo un'accozzaglia di idee antimoderne, il che, nella temperie attuale, fa molto discredito. Il che continua a farmi pensare.
  2. E' nella migliore delle ipotesi un'imprecisione dire che si tratta di articoli raccolti dopo essere apparsi sul The New Witness: basta leggere la Nota Introduttiva al testo redatta da Chesterton stesso e leggibile a pagina 9 per comprendere che si tratta solo per la prima parte di articoli apparsi sul settimanale del fratello Cecil e di Hilaire Belloc ma che comprende altri scritti occasionati dalla riunione in volume degli scritti sulla polemica sul divorzio (una delle tante in cui si impegnò GKC e per cui divenne famosissimo e molto amato anche all'estero, anche in quell'America sempre criticata nei suoi scritti). Doveva essere un pamphlet ma divenne una sorta di piccolo classico.
  3. E' storicamente falso che The New Witness e gli altri periodici su cui scrisse Chesterton fossero "ammaliati dalla destra europea e mussoliana". Anzitutto The New Witness smise di essere pubblicato quando Mussolini era all'inizio della sua parabola politica. Chesterton ha parole di interesse per Mussolini in un unico testo, La resurrezione di Roma, in cui descrive il suo incontro personale con il duce come pure con Papa Pio XI (ovviamente con toni molto differenti, di curiosa iniziale stima per Mussolini, cosa all'epoca riferibile a molti, di deciso entusiasmo e commozione circa l'incontro con il Papa, che si professò suo lettore: a proposito, la invito a leggere questo testo molto bello e per nulla fascista senza paura di contaminarsi); parliamo della Roma a cavallo del Novembre 1929 e le prime settimane del 1930.
  4. Chesterton scrisse su tantissimi periodici, dei quali nessuno può essere ricondotto nemmeno per errore alla destra europea e a quella mussoliniana. Consideri che The Speaker, il Daily News (giornale di tendenze laburiste radicali), l'Illustrated London News (collaborazione quest'ultima durata dal 1905 sino alla morte) non possono assolutamente essere annoverati così come lei vorrebbe, neanche con la migliore volontà.
  5. Che Chesterton eviti di toccare la Chiesa d'Inghilterra è ovvio, perché non era il suo obiettivo polemico; la sua polemica non tocca minimamente il cosiddetto piano religioso o confessionale bensì quello puramente razionale: Chesterton vuole dimostrare che la posizione favorevole al divorzio ha basi solo nella superstizione, ossia nel contrario del corretto uso della ragione. Altrove e per altri motivi GKC non lesina critiche alla Chiesa d'Inghilterra (provi a leggere La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento, edito dalla Lindau con una mia breve prefazione), quella chiesa nella quale nacque, che abbandonò seguendo i genitori nella cosiddetta Chiesa Unitariana, cui si unì nuovamente grazie a sua moglie Frances e all'amicizia di alcuni ecclesiastici anglicani quali Conrad Noel (detto "The Red Vicar" per le sue idee apertamente socialiste, antiimperialiste e filoirlandesi: che strano "fascista", questo Chesterton, no, professore?), Percy Dearmer (altro socialista, liturgista anglicano: sempre più inusuali, per lei, queste amicizie fraterne che durarono per tutta la vita; eppure Chesterton per lei sarebbe fascista. Come facevano questi due socialisti, il primo dei quali fondatore del British Socialist Party, ad andarci a pranzo senza contaminarsi?).
  6. La polemica sul divorzio fu nel 1918 e i saggi furono raccolti solo nel 1920. Chesterton non era ancora cattolico, quindi ogni possibile polemica con la Chiesa anglicana non aveva ragion d'essere.
  7. Chesterton non fu mai antisemita. Aveva tra i suoi migliori amici numerosi ebrei, uno dei quali, Lawrence Solomon, decise di trasferirsi con la famiglia a Beaconsfield assieme all'antisemita Chesterton. Un bell'esempio di sindrome di Stoccolma, no, professore? Maurice Baring, convertitosi prima di lui al cattolicesimo grazie anche ai suoi scritti, non lo abbandonò mai per tutta la vita. Sin dalla più tenera età si circondò di amici ebrei, che difese anche fisicamente da attacchi di antisemitismo. La leggenda del suo antisemitismo è un altro mezzuccio messo in giro dopo la sua morte per "farlo fuori" in Inghilterra dove era troppo amato e popolare. Se non crede sufficiente ciò che le ho elencato, Le consiglio la lettura di Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton, Sheed and Ward, Londra 1944, pagine 191 e seguenti, oppure se ha modo anche William Oddie, Chesterton and the romance of orthodoxy, Oxford Press, 2009, pagine 79 e 80, che contiene testimonianze di prima mano oltre che le risultanze dei diari e dei taccuini di GKC presenti presso la British Library, e il volumetto collettaneo curato dallo stesso Oddie (che è il mio omologo inglese ed è editorialista di punta del Catholic Herald, oltre che suo precedente direttore) The "Holiness" of G. K. Chesterton che contiene un intero capitolo sull'argomento, documentatissimo. Gli ultimi a sostenere l'antisemitismo di Chesterton siete A. N. Wilson e lei, privi di evidenze. Tenete duro come ultimi samurai.
  8. Shaw non ridicolizzò mai Chesterton, con il quale ebbe un'amicizia lunga una vita pur pensandola in maniera diametralmente opposta. Polemizzarono e concionarono in pubblici dibattiti per partecipare ai quali la gente pagava il biglietto ed al termine dei quali veniva proclamato il vincitore, che quasi sempre era il popolarissimo Chesterton. Il fabiano Shaw non credeva nella filosofia politica di Chesterton e Belloc, il distributismo, che -questa sì- ridicolizzava capitalismo e socialismo e per la quale Chesterton creò il suo ultimo settimanale, il G. K.'s Weekly, nel 1926. Il distributismo trova la sua radice nella Rerum Novarum, sta ritornando -in questo momento di crisi del capitalismo- sulle bocche dei più lucidi ed avveduti. Alcuni tratti si ritrovano anche nei discorsi di Papa Benedetto XVI. GBS amò con sincera amicizia GKC, questa è la verità storica.
  9. Mi perdoni la pedanteria, sono certo che si tratti di un refuso, ma Shaw parlava, a proposito di GKC e Hilaire Belloc, del Chesterbelloc e non dei Chesterbelloc. Voleva sottolineare l'unità di idee e di intenti dei due scrittori, e Chesterton ci rise talmente che ne fece anche occasione per un'autocaricatura. Togliatti lo lasci riposare in pace, è meglio per tutti.
  10. Che Chesterton abbia polemizzato con Dickens mi risulta inesistente oltre che impossibile. Il mondo e le idee di Chesterton erano un po' anche il mondo e le idee di Dickens. Chesterton sin dalle prime esperienze di scrittore si dovette cimentare come critico con le opere di Dickens, tanto che il frutto di questo cimento finì in due volumi. Egli criticò Dickens amandolo profondamente. Poi polemizzare con un morto...
  11. Se Chesterton era un gigante, Guardini cos'è? Un gigante anche lui, ma il paragone secondo me non c'entra nulla. Che Chesterton fosse un gigante del pensiero lo considerano tutti quelli che non sono ammorbati dall'ideologia o dalla necessità di dimostrare una tesi (il che è praticamente la stessa cosa). Fra tutti basti citare lo studioso di San Tommaso d'Aquino Etienne Gilson: "Chesterton fu uno dei più profondi pensatori che sia mai esistito. Fu profondo perché aveva ragione". Gilson definì la biografia del Bue Muto di Chesterton la migliore mai scritta e la definì degna di un genio. Ecco servita la "modestissima profondità dottrinale" di Chesterton, professore... Detto da un Gilson, poi, mi perdoni, ma non so a chi credere.
  12. Comprendo che Chesterton in questo libro e nella sua lunga carriera abbia sempre attaccato i suoi idoli, professore, senza i quali Lei si sente forse smarrito, abituato com'è a distinguerci tra progressisti e conservatori, o meglio fascisti, mentre forse non si capacita che esista un Chesterton così, vero uomo vivo, cattolico a tutto tondo. Ma tant'è. Lei lo considera un antimoderno con un certo astio, mentre il moderno Chesterton ha la sola colpa di non essere modernista.
  13. Secondo me non si è avveduto che di Chesterton lei critica proprio la modernità, ossia il criticare il divorzio non per motivi religiosi bensì per motivi puramente razionali. Con ciò lei viola il principio di non contraddizione, e forse non gliene importerà nulla. Per me conta.
  14. Che la San Paolo pubblichi un testo clericofascista mi risulta impossibile... Una risatina tipo quella evocata da Luca Negri su L'Occidentale forse ci starebbe bene.
  15. Comunque diceva saggiamente un mio giovane amico chestertoniano: il suo pare un prevedibile attacco tipico da Fase 2: GKC ha osato tornare alla luce, occorre quindi metterlo in cattiva luce. Il destrofilo, l'antisemita. Bella penna dall'anima nera. Man mano che il Nostro tornerà sulle labbra e nel cuore dei lettori (cosa che già è), fioriranno critiche simili pur d'impedirne la lettura. D'altronde sono quelli come lei che l'affossarono pian piano nel secondo dopoguerra in Italia: non essendo di destra o di sinistra, non essendo soprattutto organi o al cosiddetto cattolicesimo democratico che ha egemonizzato per decenni il panorama del pensiero cattolico, fu archiviato silenziosamente. Si figuri che i primi due testi di carattere distributista (Il profilo ella ragionevolezza e Cosa c'è di sbagliato nel mondo), pur essendo centrali nel suo pensiero, hanno visto la luce in Italia solo nel 2011.
Non la pensano come lei uomini del calibro di Emilio Cecchi, Italo Calvino (che disse di aver voluto essere il Chesterton comunista), Antonio Gramsci, Jorge Luis Borges, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien (o gira ancora anche per lui la storia che fosse fascista?), Bruno Bettelheim, Marshall McLuhan (che gli deve come molti altri la conversione al cattolicesimo), Sergei Averincev, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, sir Alec Guinness (anche lui grato per la conversione), Hanna Arendt, Neil Gaiman, Natal'ja Trauberg (che lo definì "il contravveleno" contro il nichilismo comunista), Gilberto De Mello Freyre, Orson Welles, Ernst Hemingway, Papa Luciani, Papa Montini, Papa Ratti, Papa Ratinger (ce ne sarà almeno uno che le va a genio?), Franz Kafka, Mircea Eliade e Roberto Benigni.
Basterebbe dire ciò che di lui disse una vicina di casa, una donnina del popolo che non frequentava facoltà teologiche: "era una specie di santo, no? - solo a guardarlo quando gli stendevi il cappello ti faceva sentire grandioso". Hilaire Belloc invece disse: «Non solo capiva le qualità dei suoi oppositori, ma anche le ammirava. Per questo è stato universalmente amato».
Le auguro di amare nello stesso modo il nostro caro Chesterton. E di leggerlo.

avv. Marco Sermarini
presidente della Società Chestertoniana Italiana


domenica 1 gennaio 2012

Il tempo che passa e la schiavitù. Ma ricordiamoci sempre del Leone. Auguri

Riporto il nuovo editoriale di SamizdatOnline, come occasione per fare a tutti i miei auguri per il 2012. In particolare a coloro che hanno appena terminato di fare il bilancio dell'anno passato, fra vittorie e sconfitte, pregi e difetti, cose positive e negative, insomma un'attenta misurazione di ciò che si é stati in grado di fare e ciò a cui invece siamo venuti meno. Della serie "mi sono piaciuto, però in fondo avrei potuto...", con varianti annesse e connesse. Le stesse persone, dunque, che guardano a questo nuovo anno ricche dei famigerati buoni propositi, e quindi dei propri implacabili progetti di perfezione, tutto secondo i propri schemi. 
A queste persone in particolare e a tutti, dicevo, auguro di scoprire la verità di ciò che Chesterton affermava: la felicità vera é una crisi. Non un progetto, non un equilibrio. Una crisi. Proprio quella ventata di vibrante imprevedibilità che irrompe quando ci si innamora, quando si assiste alla nascita di un figlio o fratello, quando si rivede un'amico o se ne scoprono di nuovi, quando ci si appassiona ad una storia che si pensava già di conoscere. E così via.
Una crisi, come Dante davanti a Beatrice sulla cima del Purgatorio.
Il mio augurio é di aspettarsi dal nuovo anno ciò che delittuosamente ci dimentichiamo di chiedere per ogni singolo giorno: vivere tutta la vita fianco a fianco, nell'abbraccio, letteralmente e drammaticamente immersi in qualcosa di grande, con Qualcuno di grande.

Il ruggito del Leone é sempre in agguato, e, con esso, la vera libertà. Auguri.






2012 schiavi o liberi?


FINE D’ANNO: CONTRO LA SCHIAVITU’ DEL TEMPO CHE PASSA
Il grande Seneca, vertice morale del mondo pagano precristiano, nel difendere di fronte all’amico Lucilio la dignità degli schiavi, rilevava come tratto comune degli uomini fosse proprio la schiavitù. E aggiungeva che è molto peggiore la schiavitù cui gli uomini liberi si sottomettono, di quella che agli schiavi tocca dalla nascita.
Seneca metteva a fuoco una grande verità: l’uomo è uno schiavo. Questo è un fatto facilmente constatabile, non un’interpretazione. L’uomo è schiavo delle spazio, del tempo, dei propri limiti e del proprio male, dei limiti e del male degli altri uomini. C’è qualcuno di noi che può dirsi libero di portare sempre perfettamente a termine quello che progetta? O di fare tutto quello che vorrebbe?
Ieri non c’eravamo. Oggi ci siamo. Domani non ci saremo più. La nostra esistenza, come quella degli schiavi, dipende strutturalmente da qualcosa d’altro, lo si chiami Caso, Natura, Dio (in un futuro prossimo lo si chiamerà Tecnica), l’esito non cambia. Inutile ribellarsi e chiedersi: “Perché sono nato?”; questa domanda è solo una dimostrazione di impotenza, di sottomissione a un potere superiore, sconosciuto, che ci ha tratto dal nulla all’esistenza. L’uomo è qualcuno che non ha potuto scegliere quando è stato invitato nel teatro dove si rappresentava una tragedia, la sua. Che dire, infatti, della suprema schiavitù, quella della morte?
Schiavi, dunque, e fino ad oggi, dopo millenni di storia, le nostre pur grandi acquisizioni, in tutti i campi, non hanno spostato di molto la questione. Non bisogna essere necessariamente degli inguaribili pessimisti per rappresentare l’umanità come una schiava che impegna tutti i suoi sforzi a liberarsi dalle catene. Sforzi vani, del resto: spezzata una catena, se ne annoda subito un’altra.
Ogni tanto qualcuno rispolvera il patetico “la mia vita è nelle mie mani”. Grandi filosofi hanno a più riprese annunciato, con un entusiasmo eccessivo, la definitiva liberazione dell’uomo. Inni alla libertà si sono elevati soprattutto negli ultimi due secoli, e ancor oggi la parola libertà è tra le più usate. Sappiamo bene che razza di incubi diventano certi sogni di libertà! Alla schiavitù naturale della condizione umana, se ne aggiunge un’altra, più terribile: quella creata dagli uomini in nome della libertà. Si è creduto, per esempio, che somma libertà fosse fare a meno di Dio, dei suoi comandi, del suo Mistero. Ma al Dio che comanda, vieta e perdona, promettendo il “centuplo quaggiù e la vita eterna”, si sono sostituiti dei crudeli idoli (coi loro squallidi divieti e comandi), che sempre hanno davvero distrutto quell’uomo che pretendevano di liberare.
Abbiamo assistito ad un vero regresso. Se Seneca guardava in faccia la realtà, il Novecento si apriva con la folle, utopica allegria di Nietzsche, che proclamava l’avvento di un essere finalmente libero. Oggi sappiamo che inevitabilmente un tale essere è disgustoso, un egoista, uno dalle mani sporche di sangue. Prometeo non libera gli uomini, è un vero pericolo per l’umanità. Nietzsche non ha trovato la pace. E l’umanità si è incamminata, con lui, verso la camicia di forza del manicomio.
Resta l’enigma, resta il problema. Una soluzione praticata da miliardi di essere umani, è la religione. L’homo religiosus si sottomette alla potenza divina (la parola muslìm, che identifica il fedele di Allah, significa, appunto, “sottomesso”). Se proprio bisogna essere schiavi, meglio esserlo del solo Signore, del solo Potere che conduce oltre la schiavitù della condizione umana. Le religioni e/o le filosofie orientali realizzano invece la libertà in un astrarsi dal rapporto con il mondo. In questo senso per essere liberi bisogna annullarsi, annichilirsi.
Rispetto a questo groviglio inestricabile, l’unica vera, grande novità è apparsa nella storia con Gesù. Il Cristianesimo promette la libertà in nome di Dio. La promessa è sempre quella, e risponde ad un autentico bisogno dell’uomo. Ma è il modo con cui è stata formulata e realizzata che è davvero unico. In Gesù (lo diceva già San Paolo pochi anni dopo la venuta di Cristo) è Dio stesso che si è annichilito, che si è fatto schiavo, per liberare davvero l’uomo.
San Leone Magno, in un’omelia sul Natale, scrive: “Il Figlio di Dio, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l’assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava”.
La fede cristiana non nega la realtà, la schiavitù dell’uomo, il “servi sumus”. Ma, unica nella storia dell’umanità, indica due segni: una croce insanguinata e una pietra del sepolcro rovesciata. Il Leone (prendo a prestito un’immagine di Lewis) si è lasciato incatenare e uccidere, per infrangere le catene.
Ricordiamocelo, nel momento in cui un anno finisce, e sentiamo con più forza la schiavitù del tempo che passa, su questa terra.

Gianluca Zappa