Visualizzazione post con etichetta Make beauty. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Make beauty. Mostra tutti i post

lunedì 6 febbraio 2012

"Che capolavoro che é l'uomo... Contraddizione e speranza nell'Amleto di Shakespeare". Edoardo Rialti a Biella

Lieto di annunciare l'ormai prossima conferenza di Edoardo Rialti nel mio vecchio liceo classico, a Biella. Dopo l'incontro dell'anno scorso dal titolo "Verso casa. Il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien", quest'anno il tema sarà il Bardo inglese, fra le corone più grandi della Letteratura mondiale: "Che capolavoro che é l'uomo... Contraddizione e speranza nell'Amleto di Shakespeare".
Un grande onore e un'infinita gioia per me, come l'anno passato, presentare la serata.
Non posso che estendere l'invito a chiunque abbia desiderio e possibilità di esserci.




domenica 29 gennaio 2012

E se fosse per sempre

Da Tempi.it. Alain Finkielkraut sarà domani sera a Milano per l'incontro organizzato dal Centro Culturale di Milano presso la Sala di via S. Antonio, 5 dal titolo: "Realtà ed esperienza: donaci un cuore intelligente".







E se fosse per sempre. Intervista sull'amore a Alain Finkielkraut

Per il filosofo francese Alain Finkielkraut «l’amore è un avvenimento che fa assaporare una condizione migliore di quella della libertà. Anche a noi altri moderni, così fieri della nostra autonomia, ossessionati dall’intensità, spaventati dalla durata». L'autore ha scritto il ilbro "Et si l'amour durait". Pubblichiamo l'intervista uscita sul numero 3 di Tempi

23 Gen 2012


E se l’amore durasse. In piena epoca di dittatura del desiderio e della sua crudele volubilità, quando la libertà più grande che si riesce a concepire è quella di potersi disfare in qualunque momento delle promesse fatte, compresi i “ti amerò per sempre”, e matrimoni e convivenze sembrano portare stampata sul retro la data di scadenza fin dal primo momento, quella che l’amore possa durare per davvero diventa un’ipotesi remota. Da formulare con l’aiuto del congiuntivo imperfetto. Eppure anche adesso che «la rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo» (Paul Valéry), la nostalgia per i giuramenti d’amore eterno e per l’umanità che li pronunciava credendoci davvero fa tremare i cuori quando si ode o si legge una frasetta così: e se l’amore durasse. Alain Finkielkraut ci ha costruito intorno un libro (Et si l’amour durait) che fa tesoro della lezione di quattro autori letterari che dell’amore hanno scritto a partire da una posizione risolutamente antiromantica molto moderna: Madame de la Fayette, Ingmar Bergman, Philip Roth e Milan Kundera. I loro personaggi o fanno esperienza della non durevolezza dell’amore, o non ci entrano nemmeno per non soffrire quando tutto finirà, o sono convinti militanti del sesso libertino. E tuttavia l’amore per tutta la vita e anche oltre fa capolino in vari modi nelle storie che raccontano. Suggerendo che ciò non debba restare necessariamente a livello di semplice nostalgia, ma che il miracolo della durata potrebbe prendere inaspettatamente forma. Come, confessa Finkielkraut, è successo a lui con un matrimonio andato ben oltre le attese iniziali, smentendo non le sue illusioni, ma le sue disillusioni.

Il filosofo francese ammette di essere anche lui, come tutti coloro che erano giovani al tempo della rivoluzione sessuale e del Sessantotto, «entrato nell’amore dalla porta del disincanto». Chi ha vissuto da protagonista gli anni della liberazione del desiderio è passato attraverso la convinzione che l’amore fosse una convenzione sociale o una forma di possessività borghese volta a nascondere la realtà del sesso, che la verità fino ad allora negata dell’essere umano fosse la libido. Ma la disillusione rispetto alle promesse della liberazione sessuale non è stata meno forte della disillusione che la maturità porta con sé rispetto alle promesse dell’amore. Da qui la scoperta che la vita umana è più complessa di quanto i dogmi della rivoluzione sessuale volessero far credere e che non tutto è politica, non tutto è questione di rapporti di forza fra uomini e donne. Per questo, anche nel pieno della post-modernità, le domande sull’amore continuano a non lasciare tranquilli, e in particolare quella sulla possibilità che duri.


Monsieur Finkielkraut, siamo post-romantici, sappiamo che l’amore non dura, eppure continuiamo a giustificare le nostre azioni e a rivendicare diritti in nome dell’amore: che si tratti della richiesta del matrimonio fra persone dello stesso sesso o della richiesta di praticare l’eutanasia ai propri cari o dell’abbandono del proprio coniuge per un’altra persona, sempre la richiesta viene fatta o la giustificazione addotta “nel nome dell’amore”. Come può un affetto così precario e (considerata la pluralità di cause per le quali viene tirato in ballo) mal definito, essere criterio supremo e indiscutibile? Non è un’evidente contraddizione?

La rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo, ha scritto Paul Valéry. Siamo entrati nell’era della provvisorietà: i nostri impegni non ci impegnano più, la durata è stata sostituita dall’intensità. Il criterio è diventato l’intensità e non l’amore, o per lo meno quel che succede è che dell’amore non si trattiene che l’intensità amorosa. Ma dentro di noi oscuramente sappiamo che rinunciare alla durata equivale a rinunciare all’amore. Dire: “Ti amo” equivale a dire: “Ti amerò”, equivale a parlare contemporaneamente al presente e al futuro, a sottrarsi al flusso del tempo. Ogni dichiarazione d’amore è una dichiarazione di eternità. L’amore è un’avventura ostinata, l’abbiamo quasi dimenticato, ma non del tutto. Perciò diffido di una morale che facesse dell’amore il suo unico criterio, a maggior ragione per il fatto che oggi dell’amore noi sembriamo non voler trattenere che l’intensità. Ma d’altra parte non voglio accusare troppo la mia epoca, perché la nostalgia e il desiderio della durata restano molto forti e profondi.


Il mondo d’oggi, lei nota giustamente, considera bizzarro e assurdo il comportamento di Madame de Clèves – che rinuncia all’amore per non tradirlo e per non soffrire quando finirà – e allo stesso tempo le dà completamente ragione, cioè giudica che l’amore è precario e perituro per natura. Ma ad essere assurda non è questa schizofrenia della cultura dominante? Non è assurdo il fatalismo con cui il mondo si lascia trascinare nel turbine doloroso del desiderio e dell’amore, pur sapendo che è doloroso? Perché il sapere non genera un atteggiamento più riflessivo? Perché ci si consegna fatalisticamente alla malinconia o alla depressione?

Il fatto è che l’amore non è una decisione, non è una scelta fatta con conoscenza di causa. L’amore è comunque un avvenimento, una fatalità: ci si innamora, non si decide di essere innamorati di qualcuno. «Malgrado me per un altro», scrive Emmanuel Lévinas. Il soggetto innamorato è spossessato: perde il controllo, la padronanza di sé. L’amore è un’alienazione, ma talvolta (non sempre) è un’alienazione positiva. L’amore fa assaporare a noi altri, soggetti così fieri della nostra propria autonomia, una condizione migliore di quella della libertà.


Il capitolo che il suo libro dedica a Bergman sembra anche smontare un mito romantico convalidato dall’illuminismo di Kant e dall’ossessione democratica odierna per la trasparenza: quello secondo cui chi si ama deve dirsi tutto con piena sincerità. L’amore ha bisogno di bugie, o almeno ha bisogno che non tutto sia detto. Amore e verità dunque sono tendenzialmente in conflitto?

Io non direi che l’amore ha bisogno della menzogna. Senza dubbio gli amanti devono evitare di sprofondare in una specie di comunità fusionale. Gli amanti non sono destinati a essere una cosa sola. Contrariamente a quello che vuole dirci il mito dell’androginia nel Simposio di Platone. Premesso questo, l’amore è anche un patto fondato sulla fiducia. Resta il problema di cosa sia meglio fare quando uno dei due tradisce l’altro. Bisogna dire tutto? Non ho una risposta categorica per questa domanda molto delicata, ma capita che il silenzio giovi più della confessione. È esattamente quello che Bergman lascia intendere in Interviste private, perché quando Henrik apprende di essere stato tradito, questa confessione non gli basta, vuole sapere di più; la sua gelosia è insaziabile, più sa e più vorrebbe sapere, fino all’oscenità totale. E l’oscenità totale è mortale. Ecco perché la sincerità completa non può essere una soluzione universale: può succedere che la bugia sia misericordiosa, può succedere che protegga la durata dell’amore.


Sia nella letteratura che nella realtà si dà il caso di amori coniugali che durano, che contraddicono con la loro verificabile esistenza il disincanto post-romantico. Si può filosofare su questo?

Benjamin Constant scrive in Adolphe, il suo unico e magnifico romanzo, di aver voluto prendere in esame quella che definisce una delle principali malattie morali del nostro secolo: quell’inquietudine, quell’assenza di forze, quell’analisi pepetua che colloca una riserva mentale a fianco di tutti i sentimenti e che così facendo li fa sfiorire fin dalla loro stessa nascita. Oggi siamo tutti cugini di Adolphe, siamo tutti disincantati e disillusi sin dall’inizio, per così dire. L’amore è allo stesso tempo un sentimento e un giuramento, e quel giuramento noi lo pronunciamo senza crederci troppo: noi crediamo di ritrovarci prima o poi nell’usura dell’amore. Tuttavia può succedere che noi ci ritroviamo, oserei dire, delusi in positivo. Cioè la nostra vita può rivelarsi come un romanzo che inverte la traiettoria tradizionale delle illusioni perdute. Per parte mia, ho vissuto e vivo tuttora il romanzo non delle illusioni, ma delle disillusioni perdute. Un romanzo che però non scriverò mai, sia per ragioni di discrezione, sia perché non ne sarei capace.


Il suo libro sembra concludere che c’è un amore che dura, e non è l’amore passionale, ma l’amore disinteressato, oblativo: non eros, vittima dei capricci del desiderio, ma agape. Che non è riservato ai cristiani soltanto – anche se lei cita proprio la Deus caritas est di Benedetto XVI per illustrare il concetto – ma a tutti coloro che fanno l’esperienza della compassione per l’altro, che soffrono disinteressatamente per la mortalità dell’essere amato, che sono più addolorati per la morte dell’altro che per la propria. Tuttavia bisogna ammettere che l’amore che più si vorrebbe ricevere e più si vorrebbe dare alla persona amata è quello di sentirsi dire e di poter dire all’amato con verità: «Tu non morirai per sempre». Rainer Maria Rilke ha scritto: «Ama chi dice all’altro: “Non morire”». Cosa c’è dietro questo circuito fra mortalità e immortalità?

Voglio chiarire innanzitutto che non ho voluto fare della storia di Teresa e di Thomas nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera la lezione generale del mio libro. E per parte mia non distinguerei così categoricamente come fa lei nella sua domanda amore passionale e amore di compassione, ovvero eros e agape: io sarei, per quel che mi riguarda, incapace di amore se nel mio amore non ci fosse una componente erotica molto forte. Ma per rispondere alla sua domanda, ricorrerei a una citazione da un altro romanzo di Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, là dove Tamina la vedova dice: «È così semplice: un morto che io amo non sarà mai morto per me. Non posso nemmeno dire: “L’ho amato”. No: io lo amo. E se mi rifiuto di parlare di lui usando un tempo al passato, ciò significa che colui che è morto, è». E Kundera conclude: forse è in questo che consiste la dimensione religiosa dell’essere umano.

domenica 15 gennaio 2012

What a piece of work is a man!


Mel Gibson as Hamlet
 
 
 
 Hamlet
I will tell you why; so shall my anticipation
prevent your discovery, and your secrecy to the king
and queen moult no feather. I have of late--but
wherefore I know not--lost all my mirth, forgone all
custom of exercises; and indeed it goes so heavily
with my disposition that this goodly frame, the
earth, seems to me a sterile promontory, this most
excellent canopy, the air, look you, this brave
o'erhanging firmament, this majestical roof fretted
with golden fire, why, it appears no other thing to
me than a foul and pestilent congregation of vapours.
What a piece of work is a man! how noble in reason!
how infinite in faculty! in form and moving how
express and admirable! in action how like an angel!
in apprehension how like a god! the beauty of the
world! the paragon of animals! And yet, to me,
what is this quintessence of dust? man delights not
me: no, nor woman neither, though by your smiling
you seem to say so.
  
Amleto, scena II, W. Shakespeare

 
"Davvero queste cose ci piacciono, ci rivolgiamo a loro perché ci mostrano il carattere di Amleto? Da quel punto di vista sono davvero così interessanti? Il semplice fatto che un giovane uomo, letteralmente infestato dagli spettri, spodestato, e privo di amici, si senta così ci dice qualcosa di notevole? Lasciate che giri la questione in un altro modo. Se Amleto invece dei discorsi che fa riguardo al firmamento e all'uomo nella scena con Rosencrantz e Guildenstern avesse semplicemente detto "Non mi sembra di godere più delle cose come un tempo", e parlasse in quel modo, lo troveremmo interessante? Penso che la risposta sarebbe "Non molto". Mi si potrebbe rispondere che se avesse parlato in una prosa comune il suo personaggio non sarebbe così vivido. Non ne sono tanto sicuro. Certamente avrebbe rivelato qualcosa di meno vivido; ma questo qualcosa sarebbe lui stesso? Mi sembra che "questo tetto maestoso" e "che bel lavoro é l'uomo!" mi offrano in prima istanza un'impressione non del tipo di persona che costui deve essere per perdere la stima delle cose, bensì delle cose stesse e del loro grande valore"

C.S. Lewis, Amleto: principe o poema? in Come un fulmine a ciel sereno, Marietti
 

mercoledì 11 gennaio 2012

ChestertonBomb

Che siamo nel pieno di un nuovo rinascimento per la figura di Chesterton, come afferma un articolo sul Sole24ore, é ormai indiscusso. L'uscita dell'edizione italiana della Chesterton Review ne é soltanto l'ultimo segnale lampante (che poi agli infopoint delle più grandi librerie di Milano ti guardino come un marziano é un altro discorso).
E' giunto il momento che la gioiosità scomoda del buon GKC (terribile per i moralisti e gli ideologi) venga allo scoperto e faccia parlare di sé. Che poi si cerchi di screditare la sua figura con notizie false fa parte del gioco, e allora é meglio seguire bene questa sana polemica, o meglio questa splendida battaglia.
Sulle colonne del Corriere della Sera del 27 dicembre Alberto Melloni ha recensito una raccolta di articoli di GKC sul matrimonio dal titolo La superstizione del divorzio, riportando in auge le favole sul Chesterton fascista e antisemita. Leggere per credere. E' quindi con enorme piacere che riporto qui di seguito, facendo per quanto possibile da cassa di risonanza e cogliendo l'occasione per ringraziare pubblicamente, la risposta dell'amico Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana e autore di un grande blog che in questa vera e propria rinascenza cavalca in prima linea.


Chesterton fascista? Antisemita? Tutte balle. Un dono del Novecento.





In merito al Suo articolo del 27 Dicembre 2011 apparso su Il Corriere della Sera
Egregio professor Alberto Melloni,
prendo in mano carta e penna per amore di Verità, in quanto ritengo che il Suo articolo apparso su Il Corriere della Sera lo scorso 27 Dicembre 2011 e riguardante il volume La Superstizione del Divorzio di Gilbert Keith Chesterton, ma più ampiamente il pensiero e l'opera di questo grande scrittore, contenga degli errori e soprattutto l'intento chiaro di screditarlo agli occhi dei lettori.
Sono il presidente della Società Chestertoniana Italiana e ritengo mio dovere difendere il pensiero e la memoria di colui che riteniamo uno dei massimi pensatori del XX secolo, checché Lei ne dica (mi spiace me l'abbia messo a fianco di Romano Guardini, del quale penso la stessa cosa) e soprattutto sventare, per quel che mi è possibile, un'operazione di discredito. Su quest'ultima mi profonderò più avanti. Ora debbo farLe notare alcune cose:
  1. Lei prende le mosse da una raccolta di saggi recentemente uscita per i tipi della San Paolo e ben tradotta da Pietro Federico e Tommaso Maria Minardi: anzitutto non condivido quanto lei dice a proposito dell'edizione: "senza una riga che spieghi il contesto politico-ideologico concreto, con un'introduzione che parafrasa il testo e una postfazione che non data nulla". Se lo scopo è screditare, ho capito che è bene screditare anche l'edizione, a scanso di equivoci. Le sue preoccupazioni di carattere storico avrebbero un fondamento se il testo di per sé non fosse così chiaro ed interessante da brillare anche adesso per attualità e validità dottrinale. Se l'estensore di prefazione e postfazione si profonde in citazioni, vedo d'altro canto che Lei non lo fa minimamente, il che mi lascia pensoso. E nonostante ciò, trova modo di dare a Chesterton del fascista e di considerare il testo un'accozzaglia di idee antimoderne, il che, nella temperie attuale, fa molto discredito. Il che continua a farmi pensare.
  2. E' nella migliore delle ipotesi un'imprecisione dire che si tratta di articoli raccolti dopo essere apparsi sul The New Witness: basta leggere la Nota Introduttiva al testo redatta da Chesterton stesso e leggibile a pagina 9 per comprendere che si tratta solo per la prima parte di articoli apparsi sul settimanale del fratello Cecil e di Hilaire Belloc ma che comprende altri scritti occasionati dalla riunione in volume degli scritti sulla polemica sul divorzio (una delle tante in cui si impegnò GKC e per cui divenne famosissimo e molto amato anche all'estero, anche in quell'America sempre criticata nei suoi scritti). Doveva essere un pamphlet ma divenne una sorta di piccolo classico.
  3. E' storicamente falso che The New Witness e gli altri periodici su cui scrisse Chesterton fossero "ammaliati dalla destra europea e mussoliana". Anzitutto The New Witness smise di essere pubblicato quando Mussolini era all'inizio della sua parabola politica. Chesterton ha parole di interesse per Mussolini in un unico testo, La resurrezione di Roma, in cui descrive il suo incontro personale con il duce come pure con Papa Pio XI (ovviamente con toni molto differenti, di curiosa iniziale stima per Mussolini, cosa all'epoca riferibile a molti, di deciso entusiasmo e commozione circa l'incontro con il Papa, che si professò suo lettore: a proposito, la invito a leggere questo testo molto bello e per nulla fascista senza paura di contaminarsi); parliamo della Roma a cavallo del Novembre 1929 e le prime settimane del 1930.
  4. Chesterton scrisse su tantissimi periodici, dei quali nessuno può essere ricondotto nemmeno per errore alla destra europea e a quella mussoliniana. Consideri che The Speaker, il Daily News (giornale di tendenze laburiste radicali), l'Illustrated London News (collaborazione quest'ultima durata dal 1905 sino alla morte) non possono assolutamente essere annoverati così come lei vorrebbe, neanche con la migliore volontà.
  5. Che Chesterton eviti di toccare la Chiesa d'Inghilterra è ovvio, perché non era il suo obiettivo polemico; la sua polemica non tocca minimamente il cosiddetto piano religioso o confessionale bensì quello puramente razionale: Chesterton vuole dimostrare che la posizione favorevole al divorzio ha basi solo nella superstizione, ossia nel contrario del corretto uso della ragione. Altrove e per altri motivi GKC non lesina critiche alla Chiesa d'Inghilterra (provi a leggere La Chiesa Cattolica - Dove tutte le verità si danno appuntamento, edito dalla Lindau con una mia breve prefazione), quella chiesa nella quale nacque, che abbandonò seguendo i genitori nella cosiddetta Chiesa Unitariana, cui si unì nuovamente grazie a sua moglie Frances e all'amicizia di alcuni ecclesiastici anglicani quali Conrad Noel (detto "The Red Vicar" per le sue idee apertamente socialiste, antiimperialiste e filoirlandesi: che strano "fascista", questo Chesterton, no, professore?), Percy Dearmer (altro socialista, liturgista anglicano: sempre più inusuali, per lei, queste amicizie fraterne che durarono per tutta la vita; eppure Chesterton per lei sarebbe fascista. Come facevano questi due socialisti, il primo dei quali fondatore del British Socialist Party, ad andarci a pranzo senza contaminarsi?).
  6. La polemica sul divorzio fu nel 1918 e i saggi furono raccolti solo nel 1920. Chesterton non era ancora cattolico, quindi ogni possibile polemica con la Chiesa anglicana non aveva ragion d'essere.
  7. Chesterton non fu mai antisemita. Aveva tra i suoi migliori amici numerosi ebrei, uno dei quali, Lawrence Solomon, decise di trasferirsi con la famiglia a Beaconsfield assieme all'antisemita Chesterton. Un bell'esempio di sindrome di Stoccolma, no, professore? Maurice Baring, convertitosi prima di lui al cattolicesimo grazie anche ai suoi scritti, non lo abbandonò mai per tutta la vita. Sin dalla più tenera età si circondò di amici ebrei, che difese anche fisicamente da attacchi di antisemitismo. La leggenda del suo antisemitismo è un altro mezzuccio messo in giro dopo la sua morte per "farlo fuori" in Inghilterra dove era troppo amato e popolare. Se non crede sufficiente ciò che le ho elencato, Le consiglio la lettura di Maisie Ward, Gilbert Keith Chesterton, Sheed and Ward, Londra 1944, pagine 191 e seguenti, oppure se ha modo anche William Oddie, Chesterton and the romance of orthodoxy, Oxford Press, 2009, pagine 79 e 80, che contiene testimonianze di prima mano oltre che le risultanze dei diari e dei taccuini di GKC presenti presso la British Library, e il volumetto collettaneo curato dallo stesso Oddie (che è il mio omologo inglese ed è editorialista di punta del Catholic Herald, oltre che suo precedente direttore) The "Holiness" of G. K. Chesterton che contiene un intero capitolo sull'argomento, documentatissimo. Gli ultimi a sostenere l'antisemitismo di Chesterton siete A. N. Wilson e lei, privi di evidenze. Tenete duro come ultimi samurai.
  8. Shaw non ridicolizzò mai Chesterton, con il quale ebbe un'amicizia lunga una vita pur pensandola in maniera diametralmente opposta. Polemizzarono e concionarono in pubblici dibattiti per partecipare ai quali la gente pagava il biglietto ed al termine dei quali veniva proclamato il vincitore, che quasi sempre era il popolarissimo Chesterton. Il fabiano Shaw non credeva nella filosofia politica di Chesterton e Belloc, il distributismo, che -questa sì- ridicolizzava capitalismo e socialismo e per la quale Chesterton creò il suo ultimo settimanale, il G. K.'s Weekly, nel 1926. Il distributismo trova la sua radice nella Rerum Novarum, sta ritornando -in questo momento di crisi del capitalismo- sulle bocche dei più lucidi ed avveduti. Alcuni tratti si ritrovano anche nei discorsi di Papa Benedetto XVI. GBS amò con sincera amicizia GKC, questa è la verità storica.
  9. Mi perdoni la pedanteria, sono certo che si tratti di un refuso, ma Shaw parlava, a proposito di GKC e Hilaire Belloc, del Chesterbelloc e non dei Chesterbelloc. Voleva sottolineare l'unità di idee e di intenti dei due scrittori, e Chesterton ci rise talmente che ne fece anche occasione per un'autocaricatura. Togliatti lo lasci riposare in pace, è meglio per tutti.
  10. Che Chesterton abbia polemizzato con Dickens mi risulta inesistente oltre che impossibile. Il mondo e le idee di Chesterton erano un po' anche il mondo e le idee di Dickens. Chesterton sin dalle prime esperienze di scrittore si dovette cimentare come critico con le opere di Dickens, tanto che il frutto di questo cimento finì in due volumi. Egli criticò Dickens amandolo profondamente. Poi polemizzare con un morto...
  11. Se Chesterton era un gigante, Guardini cos'è? Un gigante anche lui, ma il paragone secondo me non c'entra nulla. Che Chesterton fosse un gigante del pensiero lo considerano tutti quelli che non sono ammorbati dall'ideologia o dalla necessità di dimostrare una tesi (il che è praticamente la stessa cosa). Fra tutti basti citare lo studioso di San Tommaso d'Aquino Etienne Gilson: "Chesterton fu uno dei più profondi pensatori che sia mai esistito. Fu profondo perché aveva ragione". Gilson definì la biografia del Bue Muto di Chesterton la migliore mai scritta e la definì degna di un genio. Ecco servita la "modestissima profondità dottrinale" di Chesterton, professore... Detto da un Gilson, poi, mi perdoni, ma non so a chi credere.
  12. Comprendo che Chesterton in questo libro e nella sua lunga carriera abbia sempre attaccato i suoi idoli, professore, senza i quali Lei si sente forse smarrito, abituato com'è a distinguerci tra progressisti e conservatori, o meglio fascisti, mentre forse non si capacita che esista un Chesterton così, vero uomo vivo, cattolico a tutto tondo. Ma tant'è. Lei lo considera un antimoderno con un certo astio, mentre il moderno Chesterton ha la sola colpa di non essere modernista.
  13. Secondo me non si è avveduto che di Chesterton lei critica proprio la modernità, ossia il criticare il divorzio non per motivi religiosi bensì per motivi puramente razionali. Con ciò lei viola il principio di non contraddizione, e forse non gliene importerà nulla. Per me conta.
  14. Che la San Paolo pubblichi un testo clericofascista mi risulta impossibile... Una risatina tipo quella evocata da Luca Negri su L'Occidentale forse ci starebbe bene.
  15. Comunque diceva saggiamente un mio giovane amico chestertoniano: il suo pare un prevedibile attacco tipico da Fase 2: GKC ha osato tornare alla luce, occorre quindi metterlo in cattiva luce. Il destrofilo, l'antisemita. Bella penna dall'anima nera. Man mano che il Nostro tornerà sulle labbra e nel cuore dei lettori (cosa che già è), fioriranno critiche simili pur d'impedirne la lettura. D'altronde sono quelli come lei che l'affossarono pian piano nel secondo dopoguerra in Italia: non essendo di destra o di sinistra, non essendo soprattutto organi o al cosiddetto cattolicesimo democratico che ha egemonizzato per decenni il panorama del pensiero cattolico, fu archiviato silenziosamente. Si figuri che i primi due testi di carattere distributista (Il profilo ella ragionevolezza e Cosa c'è di sbagliato nel mondo), pur essendo centrali nel suo pensiero, hanno visto la luce in Italia solo nel 2011.
Non la pensano come lei uomini del calibro di Emilio Cecchi, Italo Calvino (che disse di aver voluto essere il Chesterton comunista), Antonio Gramsci, Jorge Luis Borges, Clive Staples Lewis, John Ronald Reuel Tolkien (o gira ancora anche per lui la storia che fosse fascista?), Bruno Bettelheim, Marshall McLuhan (che gli deve come molti altri la conversione al cattolicesimo), Sergei Averincev, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia, sir Alec Guinness (anche lui grato per la conversione), Hanna Arendt, Neil Gaiman, Natal'ja Trauberg (che lo definì "il contravveleno" contro il nichilismo comunista), Gilberto De Mello Freyre, Orson Welles, Ernst Hemingway, Papa Luciani, Papa Montini, Papa Ratti, Papa Ratinger (ce ne sarà almeno uno che le va a genio?), Franz Kafka, Mircea Eliade e Roberto Benigni.
Basterebbe dire ciò che di lui disse una vicina di casa, una donnina del popolo che non frequentava facoltà teologiche: "era una specie di santo, no? - solo a guardarlo quando gli stendevi il cappello ti faceva sentire grandioso". Hilaire Belloc invece disse: «Non solo capiva le qualità dei suoi oppositori, ma anche le ammirava. Per questo è stato universalmente amato».
Le auguro di amare nello stesso modo il nostro caro Chesterton. E di leggerlo.

avv. Marco Sermarini
presidente della Società Chestertoniana Italiana


domenica 1 gennaio 2012

Il tempo che passa e la schiavitù. Ma ricordiamoci sempre del Leone. Auguri

Riporto il nuovo editoriale di SamizdatOnline, come occasione per fare a tutti i miei auguri per il 2012. In particolare a coloro che hanno appena terminato di fare il bilancio dell'anno passato, fra vittorie e sconfitte, pregi e difetti, cose positive e negative, insomma un'attenta misurazione di ciò che si é stati in grado di fare e ciò a cui invece siamo venuti meno. Della serie "mi sono piaciuto, però in fondo avrei potuto...", con varianti annesse e connesse. Le stesse persone, dunque, che guardano a questo nuovo anno ricche dei famigerati buoni propositi, e quindi dei propri implacabili progetti di perfezione, tutto secondo i propri schemi. 
A queste persone in particolare e a tutti, dicevo, auguro di scoprire la verità di ciò che Chesterton affermava: la felicità vera é una crisi. Non un progetto, non un equilibrio. Una crisi. Proprio quella ventata di vibrante imprevedibilità che irrompe quando ci si innamora, quando si assiste alla nascita di un figlio o fratello, quando si rivede un'amico o se ne scoprono di nuovi, quando ci si appassiona ad una storia che si pensava già di conoscere. E così via.
Una crisi, come Dante davanti a Beatrice sulla cima del Purgatorio.
Il mio augurio é di aspettarsi dal nuovo anno ciò che delittuosamente ci dimentichiamo di chiedere per ogni singolo giorno: vivere tutta la vita fianco a fianco, nell'abbraccio, letteralmente e drammaticamente immersi in qualcosa di grande, con Qualcuno di grande.

Il ruggito del Leone é sempre in agguato, e, con esso, la vera libertà. Auguri.






2012 schiavi o liberi?


FINE D’ANNO: CONTRO LA SCHIAVITU’ DEL TEMPO CHE PASSA
Il grande Seneca, vertice morale del mondo pagano precristiano, nel difendere di fronte all’amico Lucilio la dignità degli schiavi, rilevava come tratto comune degli uomini fosse proprio la schiavitù. E aggiungeva che è molto peggiore la schiavitù cui gli uomini liberi si sottomettono, di quella che agli schiavi tocca dalla nascita.
Seneca metteva a fuoco una grande verità: l’uomo è uno schiavo. Questo è un fatto facilmente constatabile, non un’interpretazione. L’uomo è schiavo delle spazio, del tempo, dei propri limiti e del proprio male, dei limiti e del male degli altri uomini. C’è qualcuno di noi che può dirsi libero di portare sempre perfettamente a termine quello che progetta? O di fare tutto quello che vorrebbe?
Ieri non c’eravamo. Oggi ci siamo. Domani non ci saremo più. La nostra esistenza, come quella degli schiavi, dipende strutturalmente da qualcosa d’altro, lo si chiami Caso, Natura, Dio (in un futuro prossimo lo si chiamerà Tecnica), l’esito non cambia. Inutile ribellarsi e chiedersi: “Perché sono nato?”; questa domanda è solo una dimostrazione di impotenza, di sottomissione a un potere superiore, sconosciuto, che ci ha tratto dal nulla all’esistenza. L’uomo è qualcuno che non ha potuto scegliere quando è stato invitato nel teatro dove si rappresentava una tragedia, la sua. Che dire, infatti, della suprema schiavitù, quella della morte?
Schiavi, dunque, e fino ad oggi, dopo millenni di storia, le nostre pur grandi acquisizioni, in tutti i campi, non hanno spostato di molto la questione. Non bisogna essere necessariamente degli inguaribili pessimisti per rappresentare l’umanità come una schiava che impegna tutti i suoi sforzi a liberarsi dalle catene. Sforzi vani, del resto: spezzata una catena, se ne annoda subito un’altra.
Ogni tanto qualcuno rispolvera il patetico “la mia vita è nelle mie mani”. Grandi filosofi hanno a più riprese annunciato, con un entusiasmo eccessivo, la definitiva liberazione dell’uomo. Inni alla libertà si sono elevati soprattutto negli ultimi due secoli, e ancor oggi la parola libertà è tra le più usate. Sappiamo bene che razza di incubi diventano certi sogni di libertà! Alla schiavitù naturale della condizione umana, se ne aggiunge un’altra, più terribile: quella creata dagli uomini in nome della libertà. Si è creduto, per esempio, che somma libertà fosse fare a meno di Dio, dei suoi comandi, del suo Mistero. Ma al Dio che comanda, vieta e perdona, promettendo il “centuplo quaggiù e la vita eterna”, si sono sostituiti dei crudeli idoli (coi loro squallidi divieti e comandi), che sempre hanno davvero distrutto quell’uomo che pretendevano di liberare.
Abbiamo assistito ad un vero regresso. Se Seneca guardava in faccia la realtà, il Novecento si apriva con la folle, utopica allegria di Nietzsche, che proclamava l’avvento di un essere finalmente libero. Oggi sappiamo che inevitabilmente un tale essere è disgustoso, un egoista, uno dalle mani sporche di sangue. Prometeo non libera gli uomini, è un vero pericolo per l’umanità. Nietzsche non ha trovato la pace. E l’umanità si è incamminata, con lui, verso la camicia di forza del manicomio.
Resta l’enigma, resta il problema. Una soluzione praticata da miliardi di essere umani, è la religione. L’homo religiosus si sottomette alla potenza divina (la parola muslìm, che identifica il fedele di Allah, significa, appunto, “sottomesso”). Se proprio bisogna essere schiavi, meglio esserlo del solo Signore, del solo Potere che conduce oltre la schiavitù della condizione umana. Le religioni e/o le filosofie orientali realizzano invece la libertà in un astrarsi dal rapporto con il mondo. In questo senso per essere liberi bisogna annullarsi, annichilirsi.
Rispetto a questo groviglio inestricabile, l’unica vera, grande novità è apparsa nella storia con Gesù. Il Cristianesimo promette la libertà in nome di Dio. La promessa è sempre quella, e risponde ad un autentico bisogno dell’uomo. Ma è il modo con cui è stata formulata e realizzata che è davvero unico. In Gesù (lo diceva già San Paolo pochi anni dopo la venuta di Cristo) è Dio stesso che si è annichilito, che si è fatto schiavo, per liberare davvero l’uomo.
San Leone Magno, in un’omelia sul Natale, scrive: “Il Figlio di Dio, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l’assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava”.
La fede cristiana non nega la realtà, la schiavitù dell’uomo, il “servi sumus”. Ma, unica nella storia dell’umanità, indica due segni: una croce insanguinata e una pietra del sepolcro rovesciata. Il Leone (prendo a prestito un’immagine di Lewis) si è lasciato incatenare e uccidere, per infrangere le catene.
Ricordiamocelo, nel momento in cui un anno finisce, e sentiamo con più forza la schiavitù del tempo che passa, su questa terra.

Gianluca Zappa

 

lunedì 26 dicembre 2011

About desire of the most noble form





"Alex decided to address her in English, not so much because he wished to cover his feelings with deceit, but because if he were to have spoken the words in Russian she might have misunderstood his intention and drifted away into studied indifference or abruptly left and found a safer seat. In fact, he wished to unburden his heart without consequences in a fashion that would neither captivate nor alienate. In this sense it was an exercise for himself alone - or at least the literal content of the message was for his hears only. It was not entirely self-serving. The act of dramatic recitation, which involved elements of entertaiment and the release  of indecipherable music into the atmosphere,  would serve her needs by distracting her from her own wound. There was no desire for conquest in his motivation, nor even a schoolboy infatuation. He felt his admiration was of the most noble and purified sort. If he resembled any other lover in the long history of love, he was sure that he was most like Dante. (...)
If the root of it was sexual, it was only partly so, for what was pouring from the fracture in his chest was of such great strength that he knew it was more than simple carnality or even romanticized, idealized carnality. If he had met her in other circumstances, free of his loneliness and natural attraction, he would still have loved her. So he told himslef".



from The Father's Tale, by Michael D. O'Brien, Ignatius Press, pag. 559-560

domenica 18 dicembre 2011

Pillole clanDestine

Un paio di pillole dall'ultima newsletter di ClanDestinozoom



Sei pronto per la felicità?
 
San Benedetto aveva scritto, lo ripetiamo, "c'è un uomo che ama la vita e desidera giorni felici?" Sulla base di questo ha coi suoi fratelli salvato tante cose del passato - in un tempo di malora peggio di questo - e inventato cose nuove.
Ora si tratta di fare lo stesso. Ma senza desiderare davvero la felicità - più e dentro ogni altra cosa - non si ripara nulla dalla malora, pur nelle difficoltà e nelle ferite, e soprattutto non si inventa nulla di nuovo.
A chi si sforza di tener su ciò che crolla diciamo: fatica sprecata. A chi si lamenta diciamo: aggravi il peso dei già afflitti. A chi ha il fuoco negli occhi diciamo: vieni con noi. A chi si guarda intorno smarrito e insicuro diciamo: stai perdendo la vita.
dr


A proposito del suicidio assistito di Magri, un lettore ci scrive: "“Val la pena vivere” è un'affermazione soggettiva e ovviamente non una verità incontrovertibile sulle singole esistenze di ciascuno di noi. Detta così è poco più di uno slogan e con gli slogan non sempre si vince la battaglia. C’è chi “la pena” non la trova adeguata alla fatica di proseguire e basta. Non è un esempio, non merita il nostro applauso o il nostro bravo dalle tribune, non è ciò che vorremmo per i nostri i nostri figli, né ciò che gli insegniamo. Chiunque potrebbe facilmente dimostrarci piuttosto che è una follia. Eppure questa storia di morte, che prima era stata anche la storia di un'esistenza vissuta con profondità e impegno, mi ha fatto ricordare una cosa che da tempo avevo dimenticato e che è invece l'unico messaggio di speranza che posso lasciare ai miei figli: eppure la vita è tua. ap". Vorremmo solo rispondergli, all'amico lettore, che la vita non ci appartiene, all'inizio non è nostra, ma ci è misteriosamente data. Non ne siamo padroni. E questo è un fatto, non una opinione. Poi, certo, è nostra, unica, possiamo viverla solo noi e ne rispondiamo. A noi stessi per primi. Tuttavia c'è allora forse un altro e più straordinario modo di invitare i nostri figli ad abbracciare la vita, con tutto quel che può comportare di misterioso e non facile: la vita è dono.

sabato 17 dicembre 2011

La vera pace (Agnus Dei, Berlioz - The Tree of Life)





Ricevere ancora un volta dentro di me l'immensa opera d'arte che é The Tree of Life, di cui ho già più volte parlato in questo blog, é stato coglierne, sempre e ancora, la sua freschissima novità. Anche dopo la nona volta (non é un numero simbolico) in questi mesi, dopo la mia prima visione al cinema pochi giorni dopo la maturità.
Nuovi spunti, nuove immagini, nuove vie intraviste. Ho prestato questa volta uno sguardo più particolare al percorso della madre, la via della Grazia, e al tremendo mistero che essa comunica: colei che più é esposta al riconoscimento dello splendore e della magnificenza della realtà, colei che più vive la sua apertura al Mistero sotteso in ogni volto e in ogni albero, e che quindi gode della presenza di Dio, é colei che vive il dolore più lancinante, la domanda più drammatica, la tensione più gravosa. Come Giobbe. Come i santi, a dire il vero come tutti i cristiani, sia pure in misura gloriosamente diversa. 
Come recita Claudel ne L'Annuncio a Maria: "La pace, chi la conosce, sa che la gioia e il dolore in parti uguali la compongono".
L'unica, vera pace.

L'incredibile Agnus Dei del Requiem di Berlioz, questa volta, mi ha sorpreso particolarmente, così come tutta la sequenza finale, con il suo senso di compimento e distensione. Riascoltarlo integralmente non fa che approfondire l'inesauribile esperienza proposta dal film.









martedì 6 dicembre 2011

An attack of wonder, simply because you are alive

Segnalato dal blog della SCI, un immaginario e straordinario monologo di Chesterton dal sito dei Gesuiti britannici. Per leggerlo (e capirlo) basta stare seduti su una sedia.






You can be sitting quietly in a chair and suffer an attack of wonder, simply because you are alive. One moment everything seems boringly ordinary and the next it is suddenly and rapturously extraordinary. One moment you are sitting there with your daily but undramatic nihilism, where nothing seems very special, and the next a chink in your armour lets in a flood of novelty. You break out of the tiny theatre in which your own familiar plot is being played. This is the blessing of the sunrise of wonder. Indeed my main worry about people is that they might stay prisoners, stuck within all that seeming boredom. I wonder about their not wondering enough. You don’t have to be some special Alice to discover wonderland. You are in it all the time. It only needs ordinary imagination to see it. 

So the first fruit of an attack of wonder is the birth of gratitude, even of humility. All the saints in their different ways lived a bottomless abyss of thanks. And then they made their lives into divine poetry, a poetry that opens to an infinite ocean. I exist, I am alive, what a shock, but more so, what a gift. I am given to myself. Life is given to me. 

...




domenica 13 novembre 2011

Like a thousand sunrises







La letteratura mondiale inizia con la storia di un padre, sposo e re e del suo lungo viaggio per ritornare a casa. Chesterton direbbe che siamo di fronte ad un poeta originale, cioè in grado di trattare argomenti sempre veri e sempre misteriosi per quella creatura chiamata uomo. Sicuramente direbbe lo stesso di Michael D. O'Brien e del suo ultimo, immenso romanzo The Father's Tale, appena uscito negli Stati Uniti e da poco troneggiante sul mio comodino. Millesettantadue pagine riunite nel poderoso tomo della Ignatius Press, con cui già avevo fatto conoscenza per un altro capolavoro di O'Brien, The Island of the World, agguantato dopo una vertiginosa ascesa agli scaffali alti del ripiano di una enorme libreria dell'usato in centro a Manhattan.
"A modern retelling of the parables of The Good Sheperd and The Prodigal Son", secondo le parole dell'autore. Un padre alla ricerca di un figlio. Una trama universale, un poeta e un artista originale. Mi bastano queste parole per riaccendere la fame dello splendore e della bellezza dell'orizzonte che i romanzi di O'Brien testimoniano e spalancano: l'unico motivo per cui questo romanzo é qui ora fra le mie mani é semplicemente perché io ne ho bisogno. Bisogno di questo sguardo, di queste domande, di una storia ricca di dramma e contemplazione. 
Chesterton scriveva che chi ha coscienza della Chiesa come di una maestra viva si aspetta ogni giorno di scoprire una nuova e inaspettata verità, esattamente come fare colazione con Platone o ascoltare Shakespeare far tremare l'universo con una nuova poesia.
Questo accade realmente. Chi non vorrebbe dunque essere presente? E allora cosa altro aspettare quando esce un nuovo romanzo di O'Brien?  


Ecco il "trailer" del libro:




"This is a magnum opus in quality as well as quantity. All of O'Brien's large and human soul is in this book as in none of his shorter ones: father, Catholic, Russophile, Canadian, personalist, artis, storyteller, romantic. There is not one boring or superfluous page. When you finish The Father's Tale you will say of it what Tolkien said of The Lord of the Rings: 'It has one fault: it is too short'. A thousand pages of Michael O'Brien is like a thousand sunrises: who's complaining?"

Peter Kreeft, Ph. D., Boston College
Author, You Can Understand the Bible


"To enter the domain into wich this book take its readers is to find oneself in the precincts of Holiness, really. Everything is here: suspense, poignancy, darkness, goodness, radiance, courage and joy. George MacDonald, Charles Williams, Chesterton, Lewis, and, yes, Dostoyevsky, have ventured across the borders of this terrain. The scrim that lies between ordinariness and That Which Lies Beyond ordinariness is pierced. Michael O'Brien's achievement here is, I think, titanic."
Thomas Howard
Author, Dove Descending: T.S. Eliot's Four Qaurtets


"In this epic tale of the complex and mysterious working of love, O'Brien takes his readers on a harrowing intercontinental odyssey, offering them an inside view both of brutal torture and mystical transport in which the dark incongruities of divine providence reorder faith and hope so that love becomes fully possible."

David Lyle  Jeffrey, Ph. D.
Distinquished Professor of Literature and the Humanities, Baylor University


"The best of Michael O'Brien's novels. He creates caracters like Dickens, explores human relationships like Austen, and has the epic scope of Tolstoy and Dostoyevsky. I believe this novel will merit inclusion in any list of the world's greatest novels." 

Fr. Joseph Fessio, S.J. 




sabato 5 novembre 2011

La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla

Da Tracce.it.



Yosemiti Valley, foto di Ansel Adams



Il genio e la Natura

di Giovanni Zennaro

31/10/2011 - A Modena una mostra dedicata a Ansel Adams: rivoluzionò la tecnica fotografica per ritrarre i grandi paesaggi americani, facendosi testimone di ciò «che vive o è latente in tutte le cose».
 
Quello che più colpisce visitando la mostra Ansel Adams. La Natura è il mio regno (fino al 29 gennaio 2012 all’ex ospedale San’Agostino di Modena) è il senso di grandezza infinita che emana da quelle immagini. Dal massiccio granitico dell’Half Dome alle pareti spioventi di El Capitan, i due giganti della California. Da un fiume ghiacciato a un arido canyon in Arizona.
L’autore, statunitense, è uno dei più grandi fotografi del Novecento. Genio della tecnica, a lui si deve l’invenzione del sistema zonale, che rivoluzionò il modo di fotografare permettendo (già in fase di ripresa) un controllo precisissimo delle molteplici sfumature di grigio nelle immagini in bianco e nero. Fu fondatore del gruppo f/64 assieme ad altri maestri come Imogen Cunningham e Edward Weston, tutti sostenitori della straight photography: fotografia diretta, senza fronzoli, scattata in massima profondità di campo per ottenere una testimonianza della realtà fedele e chiara.
Questa è l’essenza del genio: la capacità di mettere tutta la conoscenza e la perizia tecnica al servizio di qualcosa d’altro. Per Adams, a servizio della bellezza. Ne sono prova le decine di scatti esposti (circa 80 stampe vintage originali, realizzate dallo stesso autore) in questa mostra, la prima interamente riservata ad Adams in Italia. Il pannello introduttivo parla di «un percorso intimo e quasi esclusivo, volto a celebrare la bellezza e a condividere con gli altri tali e tante meraviglie»: affascinato per tutta la vita dall’imponenza delle montagne e dalla vastità delle vallate, il fotografo osserva la grande natura americana. Yosemite, Jasper, Yellowstone sono alcuni dei grandi parchi nazionali in cui periodicamente ritorna in solitudine contemplativa, con il desiderio di essere testimone per gli altri di ciò che lui può vedere. Sono epiche, le fotografie di Adams. Tutto sembra vivo ed eterno. Ciò che accade è il mutare delle stagioni. Così vediamo le rocce dell’Half Dome brillare al chiaro di luna e le ritroviamo poi coperte dalla neve d’inverno. E ancora il Monte Williamson, in Sierra Nevada, illuminato di gloria dai raggi del sole che tagliano le nuvole. Le bianche cime del Colorado...
Adams non cerca i luoghi ignoti al mondo. Fotografa quei parchi sempre più affollati da un turismo distratto, che si lascia sfuggire la grandezza del creato dentro al cestino da picnic. Più volte nella vita si scaglia contro la costruzione di strade ed infrastrutture nei parchi nazionali, evidenziando l’assurdità di dover stendere chilometri d’asfalto per permettere a tutti di visitare la “natura incontaminata”. Il suo è un ambientalismo vero, è il grido di chi sa quanto vale la fatica di salire fino alla vetta per guardare il panorama. L’artista Adams non si batte per un’idea, ma per la vita: «Credo che l’approccio dell’artista e quello dell’ambientalista siano molto vicini poiché entrambi hanno a che fare, a un livello impressionante, con l’affermazione della vita», spiega il fotografo.
C’è un dialogo totale tra l’uomo e la natura: «La wilderness, almeno per me, è qualcosa di mistico: un’esperienza intensa, intangibile e non materialistica. Il diritto all’esperienza è fondamentale». Mistica ed esperienza non sono contrapposte, anzi è solo nella profonda contemplazione del creato che l’uomo inizia l’esperienza vera, non ridotta ad arido materialismo. «Fotografare in modo diretto e autentico significa guardare oltre la superficie e registrare le qualità della natura e dell’umanità che vivono o sono latenti in tutte le cose». La scoperta della bellezza, la capacità di contemplarla, il desiderio di testimoniarla: questo è il percorso di Adams. Da qui la grandezza per noi oggi delle sue (bellissime) fotografie.

Ansel Adams. La Natura è il mio regno
Fino al 29 gennaio 2012
Ex ospedale Sant'Agostino

Largo Porta Sant'Agostino, 228, Modena
Da martedì a venerdì 11-13 e 15.30-19
sabato e festivi 11–20
Ingresso libero
Per informazioni: www.fondazionefotografia.it

giovedì 20 ottobre 2011

The Father's Tale

Dalla newsletter di Michael D. O'Brien, una grandiosa e attesissima notizia: l'uscita di The Father's Tale, il suo ultimo romanzo.





...


My novel, The Father's Tale has just been published by Ignatius Press. It is the story of Alex Graham, a quiet middle-age man waiting to die. A widower with two sons, he is the owner-manager of a small town bookshop, considered by all who know him to be a "boring man, an unimportant man," and he is contented to be so. When one of his sons disappears without explanation or any hint of where he has gone, the father begins a long journey that takes him for the first time away from his safe and orderly world. As he stumbles across the merest thread of a trail, he follows it in blind desperation and is led step by step on an odyssey that brings him to fascinating places and sometimes to frightening people and perils.

Through the uncertainty and the anguish, the loss and the longing, Graham is pulled into conflicts between nations, as well as the eternal conflict between good and evil. Stretched nearly to the breaking point by the inexplicable suffering he witnesses and experiences, he discovers unexpected sources of strength as he presses onward in the hope of recovering his son—and himself.  This is a modern retelling of the parables of the Prodigal Son and the Good Shepherd combined.


...

sabato 15 ottobre 2011

venerdì 16 settembre 2011

Life and Fate

Riporto da IlFoglio.it una notizia, una gran bella notizia, segnalata anche da Tracce.it.


La Bbc scopre “Vita e destino” di Grossman e ne fa un grande radio show

Da domenica 18 settembre il romanzo sulla battaglia di Stalingrado recitato da Kenneth Branagh su Radio 4

Se a sant’Agostino, come da tradizione, sembrava assurdo cercare di mettere tutto il mare in una buca sulla spiaggia, agli autori di Radio 4, storico canale della britannica Bbc che dal 1967 produce programmi di cultura, deve essere sembrato per lo meno impossibile quello che qualche anno fa fu chiesto loro da Mark Damazer, allora direttore della rete: trasformare il romanzo “Vita e destino” di Vasilij Grossman in uno spettacolo radiofonico. Oltre mille pagine, migliaia di personaggi, lunghe introspezioni e decine di eventi narrati da condensare in poche ore. Alison Hindell, regista di punta di Radio 4, consigliò a Damazer di lasciar perdere. Questi però non ne voleva sapere. Si era innamorato del romanzo che ruota intorno alla battaglia di Stalingrado tra nazisti e sovietici, un grande inno alla libertà, dopo che Martin Sixsmith, storico inviato in Unione sovietica della Bbc, glielo aveva consigliato.
Passano quattro anni, e Damazer diventa rettore del St. Peter’s College a Oxford. Ha lasciato Radio 4 un anno fa, ma da domenica 18 settembre potrà godersi da ascoltatore il frutto della sua scommessa: la Bbc trasmetterà infatti la dramatisation di “Vita e destino”. Otto ore suddivise in tredici puntate, con Kenneth Branagh a dare voce a Viktor Strum, il protagonista di quello che da molti è considerato uno dei più importanti romanzi del Novecento.
Sequestrato dal Kgb nel 1961 (tre anni prima della morte di Grossman), “Vita e destino” ricompare quasi vent’anni dopo, nel 1980, a Parigi. In Italia viene tradotto nel 1982 da Jaca Book, diventa poi quasi introvabile, fino a che non viene ripubblicato da Adelphi nel 2008. In mezzo molti anni di oblìo, dovuti anche alla scomoda verità raccontata da Grossman: nazismo e comunismo sono sinonimi storici, due sfumature della medesima tavolozza, modi diversi di chiamare lo stesso totalitarismo che schiaccia la libertà dell’uomo. Il merito di Damazer è dunque quello di essere riuscito a fare in poco tempo in Inghilterra quello che in molti anni non si è riusciti a fare altrove: far conoscere “Vita e destino” a più persone possibili (Radio 4 ha uno share medio di dieci milioni di ascoltatori). Damazer ha fatto le cose per bene: per lanciare lo show ha organizzato la scorsa settimana a Oxford un convegno di due giorni su Grossman, durante il quale sono stati registrati diversi contributi andati in onda a “Start the week”, seguitissimo programma di Radio 4 di Andrew Marr. Durante l’anteprima radiofonica di lunedì 12 settembre, “Vita e destino” è diventato il libro più venduto in Inghilterra nel giro di poche ore.
Damazer non ha fatto tutto da solo, però. Mesi fa è venuto a sapere che l’unico centro studi al mondo dedicato all’opera dello scrittore russo è in Italia, precisamente a Torino. Preso contatto con Giovanni Maddalena, direttore del comitato scientifico e professore di Filosofia teoretica all’Università del Molise, Damazer ha voluto esporre a Oxford la mostra preparata dal centro studi torinese, inaugurata nel 2006 durante il primo convegno internazionale mai organizzato su Vasilij Grossman, e già esposta in questi anni a New York, San Pietroburgo, Gerusalemme e Buenos Aires (ma misteriosamente rifiutata nel 2009 dalla Biennale della democrazia di Gustavo Zagrebelsky). “Leggere Grossman e presentarlo in questo momento della storia – dice al Foglio Maddalena – significa inserire nella propria vita quantomeno il desiderio di una vera libertà: la libertà di non essere schiavi delle circostanze, ma anche, e soprattutto, la libertà di dialogare davvero su ciò che sta a cuore, bello o brutto che sia (soprattutto brutto, perché è del brutto che è difficile parlare), la libertà di aderire al vero anche quando si è in pochi a farlo, la libertà di porsi domande scomode”. Così una decina di giorni fa “l’eccentrico professore italiano Giovanni Maddalena”, come da ritratto del Sunday Times, ha attraversato l’Europa con un furgone per portare personalmente i pannelli della mostra a Oxford e intervenire al convegno.
Adesso tocca a Kenneth Branagh che, a differenza di Stalingrado, non ha resistito all’attacco: “Già il titolo ti cattura – ha detto l’attore presentando la dramatisation – Sembra dire: qui troverai qualcosa di davvero importante”. Le migliaia di personaggi del romanzo sono state ridotte al più maneggevole numero di 159, portati in vita da sessantasette attori grazie al lavoro della regista Alison Hindell e di due autori, Mike Walker e Jonathan Myerson, che hanno dovuto anche riprodurre i suoni per far immergere l’ascoltatore nella polvere delle strade di Stalingrado del 1942 e nell’acqua fredda del Volga. In Inghilterra si comincia domenica (anche online), la speranza è quella di sentire presto le stesse parole anche in italiano.



mercoledì 7 settembre 2011

La via della bellezza

 Riporto il testo integrale (con un grazie ad Andrea per questa segnalazione, un testo che rischiavo di perdermi) dell'udienza generale di B XVI del 31 agosto sulla bellezza come via privilegiata nel rapporto con Dio.
Dove trovare oggigiorno un uomo che come il Papa sappia andare in modo così umano fino all'implicazione ultima di un'esperienza sempre sulla bocca di tutti ma quasi mai vissuta e penetrata per quello che é?
Una spada che trafigge, una ferita che si allarga, un cantico che si scioglie in ringraziamento. 



Cappella Sistina

 
Cari fratelli e sorelle,

più volte ho richiamato, in questo periodo, la necessità per ogni cristiano di trovare tempo per Dio, per la preghiera, in mezzo alle tante occupazioni delle nostre giornate. Il Signore stesso ci offre molte occasioni perché ci ricordiamo di Lui. Oggi vorrei soffermarmi brevemente su uno di questi canali che possono condurci a Dio ed essere anche di aiuto nell’incontro con Lui: è la via delle espressioni artistiche, parte di quella “via pulchritudinis” – “via della bellezza” - di cui ho parlato più volte e che l’uomo d’oggi dovrebbe recuperare nel suo significato più profondo.

Forse vi è capitato qualche volta davanti ad una scultura, ad un quadro, ad alcuni versi di una poesia, o ad un brano musicale, di provare un’intima emozione, un senso di gioia, di percepire, cioè, chiaramente che di fronte a voi non c’era soltanto materia, un pezzo di marmo o di bronzo, una tela dipinta, un insieme di lettere o un cumulo di suoni, ma qualcosa di più grande, qualcosa che “parla”, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’animo. Un’opera d’arte è frutto della capacità creativa dell’essere umano, che si interroga davanti alla realtà visibile, cerca di scoprirne il senso profondo e di comunicarlo attraverso il linguaggio delle forme, dei colori, dei suoni. L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano. E un’opera d’arte può aprire gli occhi della mente e del cuore, sospingendoci verso l’alto.

Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede. Un esempio lo possiamo avere quando visitiamo una cattedrale gotica: siamo rapiti dalle linee verticali che si stagliano verso il cielo ed attirano in alto il nostro sguardo e il nostro spirito, mentre, in pari tempo, ci sentiamo piccoli, eppure desiderosi di pienezza… O quando entriamo in una chiesa romanica: siamo invitati in modo spontaneo al raccoglimento e alla preghiera. Percepiamo che in questi splendidi edifici è come racchiusa la fede di generazioni. Oppure, quando ascoltiamo un brano di musica sacra che fa vibrare le corde del nostro cuore, il nostro animo viene come dilatato ed è aiutato a rivolgersi a Dio. Mi torna in mente un concerto di musiche di Johann Sebastian Bach, a Monaco di Baviera, diretto da Leonard Bernstein. Al termine dell’ultimo brano, una delle Cantate, sentii, non per ragionamento, ma nel profondo del cuore, che ciò che avevo ascoltato mi aveva trasmesso verità, verità del sommo compositore, e mi spingeva a ringraziare Dio. Accanto a me c'era il vescovo luterano di Monaco e spontaneamente gli dissi: “Sentendo questo si capisce: è vero; è vera la fede così forte, e la bellezza che esprime irresistibilmente la presenza della verità di Dio. Ma quante volte quadri o affreschi, frutto della fede dell’artista, nelle loro forme, nei loro colori, nella loro luce, ci spingono a rivolgere il pensiero a Dio e fanno crescere in noi il desiderio di attingere alla sorgente di ogni bellezza. Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore.

Cari amici, vi invito a riscoprire l’importanza di questa via anche per la preghiera, per la nostra relazione viva con Dio. Le città e i paesi in tutto il mondo racchiudono tesori d’arte che esprimono la fede e ci richiamano al rapporto con Dio. La visita ai luoghi d’arte, allora, non sia solo occasione di arricchimento culturale - anche questo - ma soprattutto possa diventare un momento di grazia, di stimolo per rafforzare il nostro legame e il nostro dialogo con il Signore, per fermarsi a contemplare - nel passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che esprime - il raggio di bellezza che ci colpisce, che quasi ci “ferisce” nell’intimo e ci invita a salire verso Dio. Finisco con una preghiera di un Salmo, il Salmo 27: “Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario” (v. 4). Speriamo che il Signore ci aiuti a contemplare la sua bellezza, sia nella natura che nelle opere d'arte, così da essere toccati dalla luce del suo volto, perché anche noi possiamo essere luci per il nostro prossimo. Grazie.

venerdì 2 settembre 2011

Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita


Una scena da The Tree of Life, in uscita in dvd l'11 ottobre 2011


"Ora la Signora si rialzò e prese ad allontanarsi. Gli altri Spiriti brillanti le andarono incontro per riceverla, cantando mentre lei arrivava:

La Santa Trinità é la sua dimora: niente può turbare la sua gioia.
Ella é l'uccello che sfugge a ogni rete, il cervo selvaggio che scavalca ogni trabocchetto.
Come la madre uccellino per i suoi piccoli o uno scudo per il braccio del cavaliere: così é il Signore Iddio per la sua mente, nella Sua immutevole lucidità.
I diavoli non la spaventeranno nell'oscurità, le pallottole non la spaventeranno nel giorno.
Le falsità atteggiate a verità l'assaliranno invano: ella vede attraverso la menzogna come se fosse un vetro.
L'invisibile germe non la danneggerà, e neanche il sole cocente.
Egli invierà dèi immortali a raggiungerla su ogni strada su cui ella deve viaggiare.
Essi la tengono per mano nei punti più ardui, ella non tira indietro i suoi piedi nell'oscurità.
Ella può camminare tra i leoni e i serpenti a sonagli, fra i dinosauri e le covate di leoncini.
Egli riempie la sua pienezza con l'immensità della vita, Egli la porta a vedere il desiderio del mondo"


da Il grande divorzio. Un sogno di C. S. Lewis, Jaca Book, pag 129

lunedì 1 agosto 2011

Cosmo e microcosmo

Ecco un paio di brevi clips da The Tree of Life. Quest'opera d'arte immensa sta lavorando in me molto più di quanto potessi immaginare e avessi previsto. 








venerdì 8 luglio 2011

Beauty/1


Da qualche giorno sono immerso nella lettura del saggio filosofico di Roger Scruton, pubblicato da Vita&Pensiero, La bellezza. Ragione ed esperienza estetica. Pagine dense e ricche: dal giudizio estetico di Kant alla concezione dell'eros in Platone si tratta di un vero e proprio viaggio dentro all'esperienza del bello. Cosa intendiamo dire quando esclamiamo "che bello"? E che differenza c'è fra la bellezza di una tavola ben apparecchiata e quella della Moldava che sto ascoltando ora mentre scrivo? Per non parlare della relazione fra desiderio e bellezza, della differenza fra bellezza umana e naturale e così via.
La tesi di Scruton é che il riconoscimento e il bisogno del bello sia oggettivamente insito nella nostra natura razionale. E che ciò che é bello richieda di essere notato, e che quindi la bellezza sia relazione. 
Riporto un passaggio particolarmente significativo dal capitolo II, La bellezza umana:

"Che attiri la contemplazione o che susciti il desiderio, la bellezza umana é sempre vista in termini personali. Essa risiede particolarmente nei tratti - il volto, gli occhi, le labbra, le mani - che catturano il nostro sguardo durante le relazioni personali e attraverso cui ci rapportiamo vicendevolmente, da io a io. 

(...)

La ricerca della bellezza riguarda ogni aspetto della persona rispetto alla quale potremmo, fosse anche per un breve momento e per qualsiasi motivo, compiere un passo indietro evitando un coinvolgimento diretto, in modo da collocarla all'interno del nostro sguardo contemplativo. Non appena un'altra persona diventa importante per noi, tanto che percepiamo nella nostra vita la forza gravitazionale della sua esistenza, siamo in una certa misura stupiti della sua individualità. Di tanto in tanto, ci fermiamo in sua presenza e lasciamo che il fatto incomprensibile della sua esistenza al mondo si faccia strada in noi. E se la amiamo e ci fidiamo di lei e proviamo il conforto della sua amicizia, ebbene in questi momenti il nostro sentimento é paragonabile al sentimento della bellezza - una pura adesione all'altro, la cui anima risplende sul suo volto e nei suoi gesti proprio come la bellezza risplende in un'opera d'arte.
Non sorprende, dunque, che spesso si impieghi il vocabolo "bello" per descrivere l'aspetto morale della gente. Come nel caso dell'interesse sessuale, il giudizio sulla bellezza presenta una componente irriducibilmente contemplativa. L'anima bella è quella la cui natura morale é percepibile, quella che non si limita a essere un agente morale, ma che diventa anche una presenza morale, con il genere di virtù che si manifesta allo sguardo che contempla. (...) In casi del genere, l'apprezzamento morale e il sentimento della bellezza sono indissolubilmente intrecciati ed entrambi mirano all'individualità della persona".