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domenica 1 gennaio 2012

Il tempo che passa e la schiavitù. Ma ricordiamoci sempre del Leone. Auguri

Riporto il nuovo editoriale di SamizdatOnline, come occasione per fare a tutti i miei auguri per il 2012. In particolare a coloro che hanno appena terminato di fare il bilancio dell'anno passato, fra vittorie e sconfitte, pregi e difetti, cose positive e negative, insomma un'attenta misurazione di ciò che si é stati in grado di fare e ciò a cui invece siamo venuti meno. Della serie "mi sono piaciuto, però in fondo avrei potuto...", con varianti annesse e connesse. Le stesse persone, dunque, che guardano a questo nuovo anno ricche dei famigerati buoni propositi, e quindi dei propri implacabili progetti di perfezione, tutto secondo i propri schemi. 
A queste persone in particolare e a tutti, dicevo, auguro di scoprire la verità di ciò che Chesterton affermava: la felicità vera é una crisi. Non un progetto, non un equilibrio. Una crisi. Proprio quella ventata di vibrante imprevedibilità che irrompe quando ci si innamora, quando si assiste alla nascita di un figlio o fratello, quando si rivede un'amico o se ne scoprono di nuovi, quando ci si appassiona ad una storia che si pensava già di conoscere. E così via.
Una crisi, come Dante davanti a Beatrice sulla cima del Purgatorio.
Il mio augurio é di aspettarsi dal nuovo anno ciò che delittuosamente ci dimentichiamo di chiedere per ogni singolo giorno: vivere tutta la vita fianco a fianco, nell'abbraccio, letteralmente e drammaticamente immersi in qualcosa di grande, con Qualcuno di grande.

Il ruggito del Leone é sempre in agguato, e, con esso, la vera libertà. Auguri.






2012 schiavi o liberi?


FINE D’ANNO: CONTRO LA SCHIAVITU’ DEL TEMPO CHE PASSA
Il grande Seneca, vertice morale del mondo pagano precristiano, nel difendere di fronte all’amico Lucilio la dignità degli schiavi, rilevava come tratto comune degli uomini fosse proprio la schiavitù. E aggiungeva che è molto peggiore la schiavitù cui gli uomini liberi si sottomettono, di quella che agli schiavi tocca dalla nascita.
Seneca metteva a fuoco una grande verità: l’uomo è uno schiavo. Questo è un fatto facilmente constatabile, non un’interpretazione. L’uomo è schiavo delle spazio, del tempo, dei propri limiti e del proprio male, dei limiti e del male degli altri uomini. C’è qualcuno di noi che può dirsi libero di portare sempre perfettamente a termine quello che progetta? O di fare tutto quello che vorrebbe?
Ieri non c’eravamo. Oggi ci siamo. Domani non ci saremo più. La nostra esistenza, come quella degli schiavi, dipende strutturalmente da qualcosa d’altro, lo si chiami Caso, Natura, Dio (in un futuro prossimo lo si chiamerà Tecnica), l’esito non cambia. Inutile ribellarsi e chiedersi: “Perché sono nato?”; questa domanda è solo una dimostrazione di impotenza, di sottomissione a un potere superiore, sconosciuto, che ci ha tratto dal nulla all’esistenza. L’uomo è qualcuno che non ha potuto scegliere quando è stato invitato nel teatro dove si rappresentava una tragedia, la sua. Che dire, infatti, della suprema schiavitù, quella della morte?
Schiavi, dunque, e fino ad oggi, dopo millenni di storia, le nostre pur grandi acquisizioni, in tutti i campi, non hanno spostato di molto la questione. Non bisogna essere necessariamente degli inguaribili pessimisti per rappresentare l’umanità come una schiava che impegna tutti i suoi sforzi a liberarsi dalle catene. Sforzi vani, del resto: spezzata una catena, se ne annoda subito un’altra.
Ogni tanto qualcuno rispolvera il patetico “la mia vita è nelle mie mani”. Grandi filosofi hanno a più riprese annunciato, con un entusiasmo eccessivo, la definitiva liberazione dell’uomo. Inni alla libertà si sono elevati soprattutto negli ultimi due secoli, e ancor oggi la parola libertà è tra le più usate. Sappiamo bene che razza di incubi diventano certi sogni di libertà! Alla schiavitù naturale della condizione umana, se ne aggiunge un’altra, più terribile: quella creata dagli uomini in nome della libertà. Si è creduto, per esempio, che somma libertà fosse fare a meno di Dio, dei suoi comandi, del suo Mistero. Ma al Dio che comanda, vieta e perdona, promettendo il “centuplo quaggiù e la vita eterna”, si sono sostituiti dei crudeli idoli (coi loro squallidi divieti e comandi), che sempre hanno davvero distrutto quell’uomo che pretendevano di liberare.
Abbiamo assistito ad un vero regresso. Se Seneca guardava in faccia la realtà, il Novecento si apriva con la folle, utopica allegria di Nietzsche, che proclamava l’avvento di un essere finalmente libero. Oggi sappiamo che inevitabilmente un tale essere è disgustoso, un egoista, uno dalle mani sporche di sangue. Prometeo non libera gli uomini, è un vero pericolo per l’umanità. Nietzsche non ha trovato la pace. E l’umanità si è incamminata, con lui, verso la camicia di forza del manicomio.
Resta l’enigma, resta il problema. Una soluzione praticata da miliardi di essere umani, è la religione. L’homo religiosus si sottomette alla potenza divina (la parola muslìm, che identifica il fedele di Allah, significa, appunto, “sottomesso”). Se proprio bisogna essere schiavi, meglio esserlo del solo Signore, del solo Potere che conduce oltre la schiavitù della condizione umana. Le religioni e/o le filosofie orientali realizzano invece la libertà in un astrarsi dal rapporto con il mondo. In questo senso per essere liberi bisogna annullarsi, annichilirsi.
Rispetto a questo groviglio inestricabile, l’unica vera, grande novità è apparsa nella storia con Gesù. Il Cristianesimo promette la libertà in nome di Dio. La promessa è sempre quella, e risponde ad un autentico bisogno dell’uomo. Ma è il modo con cui è stata formulata e realizzata che è davvero unico. In Gesù (lo diceva già San Paolo pochi anni dopo la venuta di Cristo) è Dio stesso che si è annichilito, che si è fatto schiavo, per liberare davvero l’uomo.
San Leone Magno, in un’omelia sul Natale, scrive: “Il Figlio di Dio, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l’assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava”.
La fede cristiana non nega la realtà, la schiavitù dell’uomo, il “servi sumus”. Ma, unica nella storia dell’umanità, indica due segni: una croce insanguinata e una pietra del sepolcro rovesciata. Il Leone (prendo a prestito un’immagine di Lewis) si è lasciato incatenare e uccidere, per infrangere le catene.
Ricordiamocelo, nel momento in cui un anno finisce, e sentiamo con più forza la schiavitù del tempo che passa, su questa terra.

Gianluca Zappa

 

lunedì 24 gennaio 2011

Virgilio e la dignità dei vinti (Leave no man behind - Black Hawk Down)






Ne "L'uomo eterno" G. K. Chesterton dedica alcune commoventi pagine a Virgilio e all'importanza della sua opera per la civiltà occidentale; grazie al suo più importante poema infatti, l'Eneide, Virgilio ha stabilito per sempre la dignità quasi sacra dei vinti: fu questa, continua Chesterton, una delle tradizioni che permisero alla civiltà di resistere ai secoli dei barbari e di dare vita alla cavalleria cristiana, "che altro non é se non l'atteggiamento morale dell'uomo con il muro alle spalle, il muro di Troia". Un ideale da difendere e per cui morire.

Reduce da una recente lettura del più grande poema epico latino non posso che confermare il buon Gilbert; in particolare confesso di essermi commosso fino alle lacrime durante la lettura del libro II, in cui Enea racconta alla corte di Didone la tragica notte della fine di Troia e della sua fuga con i pochi superstiti. La maestria di Virgilio poeta é assoluta: si sentono le urla dei guerrieri Achei penetrati a tradimento nella città; i tonfi delle travi di legno che cadono incendiate; le urla delle madri trascinate via; l'eco delle stragi fra i corridoi immensi del palazzo di Priamo, rischiarati dai bagliori del fuoco divampante. In tutto questo Enea raduna alcuni compagni per tentare una disperata resistenza: chi mi segue sappia, dice, gli dei hanno abbandonato la nostra città, non ci resta che una morte onorevole armi in pugno.
Quale dramma: quando gli dei abbandonano l'uomo antico, l'unica cosa che gli resta é una tragica morte da eroe; nel Cristianesimo non solo una morte ma pure una vita eroica é possibile proprio perché Dio non abbandona l'uomo e, secondo l'espressione di Giovanni Paolo II, "l'eroico é quotidiano e il quotidiano eroico".
Ecco la dignità dei vinti: il drappello dei fedelissimi di Enea si fa strada fra le vie della città in fiamme e combatte contro gli Achei, che non esitano a uccidere sacerdoti, vergini e figli di fronte ai padri. Enea raduna il padre Anchise, il figlio Ascanio e la moglie Creusa, che poi si perderà e riapparirà, ormai defunta, sotto forma di spirito al marito, indicandogli la via per fuggire da Troia.
Ma gli dei non hanno abbandonato Enea: una lingua di fuoco luminoso avvolge il capo figlio Ascanio, come il biblico roveto ardente; sarà proprio di fronte a questo prodigio infatti che il padre Anchise si convincerà del volere divino e seguirà il figlio Enea in fuga dalla città.

Durante la lettura di queste pagine, specie quando l'eroe del poema raduna attorno a sé l'ultima resistenza di Troia e si lancia per le vie della città in rovina, mi risuonava in mente la traccia "Leave no man behind" dalla colonna sonora di "Black Hawk Down", il film di Ridley Scott con Eric Bana. Tratta della missione dei marines in Somalia agli inizi degli anni novanta, e di come i soldati americani rimasero intrappolati per le vie di Mogadiscio. Non é certo la storia di Enea e compagni, ma questa musica mi parla in qualche modo della dignità dei vinti, dello spirito di compagnia e di sacrificio, come quello che animò i troiani superstiti quella notte, di fronte alla loro patria in fiamme e ad un destino ancora sconosciuto.

domenica 9 gennaio 2011

Fra noi e i Greci

Disputa del Sacramento, Raffaello, stanze di Giulio II
Dopo il Corso di formazione di Centocanti a Roma, un enorme grazie a tutti.
Qui trovate la lezione del prof. Motta dal titolo La Chiesa, il Rinascimento, l'antico, tenuta la sera del 6 gennaio come introduzione alla visita ai Musei Vaticani la mattina succesiva.
Se volete poi visitare la Cappella Sistina direttamente dalla vostro computer non avete che da andare qui.
Di seguito invece una scena dal film "Il tormento e l'estasi", con Charlton Heston, proiettato la sera del 7 dopo un pomeriggio di lavoro sulla lezione di Maria Segato sul Limbo dantesco e il problema della salvezza del mondo antico in Dante. Il film narra del rapporto fra Michelangelo e Giulio II, il Papa che commissionò all'artista fiorentino la volta della Cappella Sistina. E' un film sul genio e sull'arte, molto bello anche se con qualche distinguo rispetto alle solite frecciate anti-Chiesa proprie del cinema.
In particolare, in una scena di dialogo fra Michelangelo e una dama dei Medici che egli ama, con a tema il genio, l'arte e l'amore, i tratti dell'artista fiorentino hanno una straordinaria somiglianza con quelli della figura di Pietro di Craon de L'Annuncio a Maria di Paul Claudel.

Grazie ancora a tutti per questi giorni di lavoro, letteratura, arte, amicizia, passione per il vero e il bello, fino in fondo, fino a Cristo.
E buon lavoro.



domenica 24 ottobre 2010

Verrà a fraterna alleanza da me


Conversione di Saulo, Caravaggio (particolare)


Coro: Non si espugna il cuore di Zeus: non si stempra, 
parlando, il figlio di Crono.

Prometeo: So. E' dispotico Zeus. Giustizia é suo possesso privato. Pure,
un giorno si farà fragile, dentro:
a quel colpo di maglio che so.
Levigando il carattere rude
verrà a fraterna alleanza da me,
lui desideroso a me desideroso.


Eschilo, Prometeo incatenato

venerdì 4 giugno 2010

Quando il mandorlo si vestirà di fiori


Fra gli amici conosciuti lungo quest'anno scolastico, un posto fra i più eminenti é certamente occupato da Virgilio. Resomi già caro dall'affetto filiale dimostratogli dal mio sommo Dante, l'autore latino ha fin da subito rallegrato il mio cuore facendomi scorgere i pastori radunati a gareggiare, fra poesia e zampogne, come loro insegnato dal dio Pan, lungo il declinare del colle, all'ombra dei faggi. E' la poesia bucolica, sulla quale ha scritto commoventi pagine il buon Chesterton ("L'uomo eterno", del quale potete trovare qui nel blog la mia recensione), rendendomi ancor più chiaro il fascino malinconico e mesto dei paesaggi pastorali, tutto impregnato di religiosità del quotidiano.
Esulto felice, quindi, al leggere l'articolo qui proposto, preso dal Sussidiario.
Ora mi trovo sotto lo stendardo di Goffredo, a respingere gli assalti dei fedeli di Macometto e de le forze infernali, certo della vittoria che, come ricorda il mio condottiero nel canto II della Gerusalemme Liberata, ci é assicurata solo dalla mano di Dio. Non abbiamo bisogno di altro.
Anche per portare avanti lo scontro, che é testimonianza, sul fronte antogiacobino nella mia amata Vandea, iniziando a scrivere i dossier sui martiri cristiani sotto la Rivoluzione.


Virgilio, Chesterton, Tasso, Cathelineau e gli altri... quanti nuovi amici e testimoni con cui proseguire nella strada!








LETTURE/ La religiosità di Virgilio ci chiama a essere felici

venerdì 4 giugno 2010
Permane anche se sotto le spoglie della nostalgia nella nostra vita di cittadini stretti tra le case l’amore alla terra. Le abbondanti piogge di maggio ci hanno regalato un verde pieno e ciò rende più concreta l’etimologia della parola felice, la cui origine è agricola: felice è infatti per gli antichi il campo che ha dato buoni frutti; essere felice coincide con la fecondità.
Gran parte del lessico latino trae la sua forza proprio dalla terra: un esempio significativo è dato dalla parola stirps, che significa radice della pianta. In italiano è diventata stirpe, nell’accezione traslata di discendenza, ma il verbo estirpare mantiene più chiaramente l’originaria relazione con la terra. Un altro esempio viene dalla parola delirare, che significa uscire dal solco, ovvero dalla norma. Il delirio è dunque un comportamento che va oltre un tracciato e perde la giusta direzione.

La terra dunque si confonde nelle nostre parole oltre a deliziarci gli occhi con le sue bellezze, donarci la bontà dei frutti, allietarci con i suoi profumi e i suoi rumori. La terra vive in silenzio e anche questo spesso noi rimpiangiamo nelle nostre giornate trafelate. La calma è infatti una componente del silenzio e dell’armonia.

Un poeta su tutti ha cantato la propria terra con un raro senso di appartenenza, Virgilio. Figlio di proprietari terrieri nel mantovano, visse il dramma della confisca delle terre per premiare i veterani di Cesare, poi grazie all’amicizia di Augusto i suoi fondi vennero reintegrati.

Il poeta si era già allontanato da Mantova, aveva studiato a Napoli, viveva a Roma, ma il suo cuore era nei campi dei suoi avi e la sua poesia ne cantava la nascosta armonia nelle Bucoliche. Più tardi, anche per sostenere la riforma agraria voluta da Augusto, cantò nelle Georgiche il lavoro dei contadini con una partecipazione affettiva che fa di questa opera il suo capolavoro.

Virgilio è uno degli ultimi sapienti antichi, una sorta di padre spirituale che precede la figura del puro intellettuale moderno; forse proprio in virtù del suo radicamento alla terra ha saputo arricchire il mondo culturale dell’occidente, celebrando il lavoro agricolo e la fatica ad esso connessa quando ancora tutto attorno a lui lo considerava una attività da schiavi.

Per lui la resistenza che la terra oppone all’operosità umana è l’occasione per l’esercizio dell’intelligenza, mediante la quale avviene il dominio sulla brutalità degli elementi: “Tutto vince il faticoso lavoro e il bisogno che incalza nell’avversità”. E l’osservazione della natura perché essa renda il suo frutto diventa ammirazione della sua bellezza: “Dovrai anche osservare quando il mandorlo nelle selve / si vestirà di moltissimi fiori curvando i rami odorosi; / se i fiori sovrabbondano, in ugual misura seguiranno i frumenti”.

Fortunati dunque coloro che svolgendo il proprio compito lontano dalle ruberie e dalle lotte delle ricche città “hanno una sicura pace, una vita ignara d’inganni, / ricca di vari beni… sacri i riti degli dei, santi i padri”. È questa la vita a cui Virgilio torna con il rimpianto della sua poesia, a cui aspira almeno una parte di noi: proprio perché i piedi sono saldamente per terra, gli occhi si levano verso il cielo, a chiedere ciò che le mani non possono produrre. È la religiosità degli antichi, la povertà che spesso noi abbiamo smarrito.

martedì 1 giugno 2010

Pagan police association: Dio (e san Giorgio) salvi l'Inghilterra


Da IlSussidiario.net



San Giorgio e il drago


IL CASO/ Quella conquista di civiltà che riporta l'Inghilterra indietro di 1400 anni

lunedì 31 maggio 2010

Il cristianesimo in Gran Bretagna è arrivato già ai tempi della dominazione romana. La leggenda vuole che sia stato san Giuseppe d’Arimatea ad annunciare il vangelo, iniziando la sua missione da Glanstonbury e concludendola sull’isola di San Patrizio, poco distante dall'Isola di Man, dove, secondo i racconti, morì e fu sepolto.

Fin qui la leggenda. Le fonti storiche confermano, comunque, una gran numero di fedeli cristiani già durante la ritirata dei romani dalla Britannia. Furono poi i barbari invasori ad introdurre nell’isola il paganesimo germanico. La cristianizzazione della Britannia anglosassone arriverà alla fine del VI secolo.

Etelberto, incoronato re del Kent, ebbe il primato di essere il primo sovrano anglosassone a convertirsi al cristianesimo e ad assurgere alla gloria della santità. Quando, infatti, Etelberto prese in moglie la principessa Berta, figlia del re francese Cariberto, la condizione posta per la celebrazione del matrimonio fu che alla sposa venisse concessa la libertà di continuare a professare la religione cristiana e che potesse essere accompagnata dal vescovo di Letardo, suo cappellano, la cui presenza a corte contribuì certamente alla conversione del sovrano.

Appresa la notizia, il pontefice San Gregorio Magno ritenne maturi i tempi per l’evangelizzazione dell’isola, e affidò la missione ad Agostino, priore del monastero benedettino di S. Andrea sul Celio, passato poi alla storia come Agostino di Canterbury, il quale partì da Roma alla testa di quaranta monaci nella primavera del 597.

Fu proprio all’opera di Agostino primo vescovo di Canterbury e di sant’Aidan di Lindisfarnen, conosciuto come l’apostolo di Northumbria, che tutta la Britannia fu convertita al cristianesimo. L'ultimo grande sovrano pagano degli anglosassoni fu re Penda di Mercia, che morì nel 655.

Mi sono permesso questa breve digressione storica per introdurre una notizia proveniente d’oltremanica. Lo scorso 10 maggio il Ministero britannico degli Interni ha ufficialmente riconosciuto la Pagan Police Association, un’organizzazione di poliziotti pagani, autorizzando i membri ad assentarsi dal lavoro durante le relative feste religiose.

Ciò significa che i dirigenti della polizia dovranno dare alle celebrazioni pagane la stessa considerazione tenuta per il Natale dei cristiani, il Ramadan dei musulmani e la Pasqua degli ebrei.

Così i pagani sono entrati ufficialmente a far parte delle categorie “protette” dalla politically correctness, insieme alle donne, agli omosessuali, ai neri, ai disabili, ai trans, ai musulmani, agli ebrei, et similia.

Un portavoce del ministero ha precisato che «il governo desidera che le forze di polizia rappresentino le diverse comunità che sono chiamate a servire». Quindi anche i pagani.

Si considera che siano più di 500 gli agenti ed ufficiali di polizia pagani, inclusi druidi, streghe e sciamani.

Otto sono le feste pagane ufficialmente riconosciute. Samahin che cade nel giorno di Halloween, in cui i pagani celebrano l’oscurità dell’inverno, lasciando fuori dalla porta cibo per i morti e vestendosi da fantasmi. Yule che cade attorno al 21 dicembre, in cui si festeggia il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, nella quale i pagani bussano alle porte cantando e bruciando un ceppo di legno. Imbolc la festa della lattazione della pecora, che si celebre il 2 febbraio, in cui i pagani accumulano pile di pietra e fanno bastoncini fallici per celebrare la fertilità.


Oestara che cade il 20 marzo, in cui viene festeggiato l’equinozio di primavera ed il riemergere dagli inferi della dea luna. Beltane che cade il 30 aprile ed il primo maggio, in cui si celebra il dio sole con orge notturne; le coppie sposate sono invitate a «rimuovere le fedi nuziali» durante la notte. Litha che si celebra durante il solstizio estivo, il 21 giugno, il giorno più lungo del’anno, i cui i pagani bevono idromele e danzano nudi sotto il sole per celebrare l’imminente raccolto. Lammas che cade il 31 luglio, in cui si celebra il raccolto e si fanno passeggiate in campagna.

Mabon in cui si festeggia l’equinozio autunnale, e che prende il nome dal giovane dio della vegetazione e dei raccolti (Mabon), figlio di Modron, la dea madre.

Andy Pardy, capo della polizia di Hemel Hempstead nell’Hertfordshire, che è cofondatore della Pagan Police Association e adoratore delle antiche divinità vichinghe, tra cui il dio Thor dal martello distruttore e Odino dall’occhio ciclopico, ha dato l’annuncio ufficiale del riconoscimento da parte del Ministero degli Interni, precisando che «il riconoscimento del paganesimo è ormai nei fatti». «Gli agenti di polizia»,ha proseguito Pardy «ora possono finalmente celebrare le proprie festività religiose e lavorare in altre giornate, come Natale, che per essi non hanno nessunissima rilevanza».

Sono stati pure nominati tre assistenti spirituali pagani per le forze di polizia. Le nuove regole consentono, inoltre, ai pagani – per i quali, tra l’altro, Stonehenge è un luogo di pellegrinaggio – di prestare giuramento in tribunale su ciò che «essi considerano sacro».

Millequattrocento anni dopo l’opera missionaria di Agostino di Canterbury sono ufficialmente tornati i pagani in quella che un tempo era chiamata la terra di San Giorgio. Druidi, streghe, bacchette magiche e divinità antropomorfe. Viene in mente il grande Chesterton: «Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è vero che non credano più in nulla: credono a tutto».

mercoledì 5 maggio 2010

Phyllis amat corylos





Populus Alcidae gratissima, vitis Iaccho,
formosae myrtus Veneri, sua laurea Phoebo,
Phyllis amat corylos; illas dum Phyllis amabit,
nec myrtus vincet corylos, nec laurea Phoebi


Il pioppo é caro a Ercole, la vite a Bacco,
a Venere bella il mirto, il lauro ad Apollo;
Filli ama i nocciòli: fin quando li amerà,
né il mirto mai né il lauro vincerà i nocciòli.

Ecloga VII, vs 61 - 64)

domenica 25 aprile 2010

Bucolicon Liber





"Ab Iove principium, Musae: Iovis omnia plena;
ille colit terras, illi mea carmina curae"

"Giove é l'inizio, Muse; in ogni cosa é Giove.
E' lui che regge il mondo; a lui il mio canto é caro"


(III Ecloga, vs 60-61)

sabato 17 aprile 2010

Era primavera eterna



"Ver erat eternum" (Met. I, vs 107)


"qui primavera sempre e ogne frutto" (Purg. XXVIII, vs 141)



"Nonostante si succedano i secoli infatti il fascino che emana Gesù di Nazaret non diminuisce, ma ingigantisce. Ed é sempre la sua stessa storia che accade, eppure sempre nuova, la stessa avventura, ma che si presenta in forme imprevedibili e inimmaginabili: chi infatti avrebbe mai potuto immaginare - dopo San Paolo e san Benedetto e dopo sant'Agostino e san Bonifacio - che qualcuno potesse "inventare" Francesco d'Assisi o Ignazio di Loyola e i suoi compagni? Chi poteva prevedere Caterina da Siena o Teresa d'Avila o padre Pio o Madre Teresa? O Bernadette o Giovanna d'Arco? Un'eterna giovinezza, una serie infinita di primavere, tutte egualmente luminose e tutte con colori diversi".

Indagine su Gesù, Antonio Socci pag. 124-125




mercoledì 31 marzo 2010

L'uomo eterno, G. K. Chesterton


Piccolo regalo pasquale, una mia recensione apparsa sull'ultimo numero di Letture Cattoliche di aprile e in futuro sull'Eco del Santuario d'Oropa. Buona lettura

“L’UOMO ETERNO”, Gilbert K. Chesterton ediz Rubbettino euro 18





L’INCREDIBILE STORIA SPIRITUALE DEL GENERE UMANO



Non era in errore chi parlava di lui come di un Padre della Chiesa agli inizi del ‘900: di sicuro Gilbert Keith Chesterton (!874 – 1936) è stato uno dei più potenti protagonisti di quella che, a partire dalla conversione a Roma del cardinale John Newman, si rivelò una vera e propria rinascita cattolica in terra di Albione, il cui dono alla Chiesa e al mondo fu un’allegra compagnia di uomini liberi a cui innumerevoli persone hanno dovuto e devono l’incontro con Cristo. In quest’opera, assente dalle librerie italiane dal 1930, Chesterton si concentra sulle due grandi rivoluzioni nella storia dell’universo, la comparsa della creatura chiamata uomo e la venuta dell’uomo chiamato Cristo. In un’epoca in cui il darwinismo sociale era dogma assoluto e la moda delle religioni comparate impregnava l’editoria e i testi scolastici, questo “vescovo vestito da clown”, elogio tanto strano quanto pertinente, rileggeva la storia umana con gli occhi di un bambino per tornare a guardare la realtà per quella che è. Pagine intense e commoventi, limpide e affascinanti quelle in cui dai disegni di renne sulle pareti delle caverne si passa agli imperi di Babilonia ed Egitto, entrando poi nel grande affresco della mitologia greca e della filosofia di Atene. L’Asia tentata dal nulla di Buddha, il Messico insanguinato dai sacrifici umani e quel grande lago che divenne civiltà, il Mediterraneo, teatro della guerra fra gli dei latini del focolare e i demoni infanticidi di Cartagine, risoltasi con il trionfo dell’impero di Roma. Il suo declino fu il declino di ciò che di meglio l’uomo d’ogni tempo avesse costruito: se un Dio c’era non avrebbe potuto salvare l’umanità che in quel momento preciso. E così fu. Da una figura assolutamente unica, Cristo, nacque qualcosa di mai visto prima: la Chiesa. Essa non solo salvò ma plasmò la civiltà occidentale, morendo più volte e rinascendo sempre più giovane e baldanzosa, sopravvivendo ai Mani e ai Voltaire sorti contro di essa.

Un affascinante e imperdibile viaggio nella storia spirituale dell’uomo, magistralmente raccontato da un bambino curioso.


Giacomo Berchi




domenica 21 marzo 2010

L'ineffabile tristezza della poesia pagana



"Una cosa come io intendo possa essere soltanto un'impressione, e un'impressione sottile; ma a me la religione e la letteratura pagana fanno, in questo senso, un'impressione grandissima. Ripeto: nel nostro significato sacramentale c'è, indubbiamente, l'assenza della presenza di Dio; ma in un significato realistico c'è la presenza dell'assenza di Dio. Noi sentiamo ciò nell'ineffabile tristezza della poesia pagana, perché io dubito che in tutto il meraviglioso umanesimo dell'antichità ci sia stato mai un uomo felice come san Francesco. Sentiamo ciò nella leggenda dell'età dell'oro e nel vago presupposto che gli dei stessi si riferissero in ultima analisi a qualche altra cosa, a un dio sconosciuto, sia pure ridotto alla figura del Fato. Soprattutto sentiamo ciò nei sublimi momenti in cui la letteratura pagana sembra ritrovare un'antica innocenza e parla con più sicura voce, sì che nessuna parola riesce adeguata se non il breve nome monoteistico: Dio".

G. K. Chesterton, L'uomo eterno

mercoledì 27 maggio 2009

Europa

Da IlSussidiario.net una serie di articoli sulla storia della nostra Europa per tornare a capire, e amare, chi siamo veramente.





L’antica Grecia e le origini della nostra identità

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In Erodoto l’antinomia tra i due continenti è ormai un dato acquisito. Nei primi capitoli delle Storie Erodoto presenta le guerre persiane come l’ultimo atto di un’inimicizia tra Europa e Asia che risale alla guerra di Troia e che affonda le sue radici in una serie di ratti di donne (Io, rapita dai Fenici; Europa, rapita da Greci di Creta; Medea, rapita da Giasone; Elena, rapita da Paride). Poi lo storico ritorna su questa opposizione tra mondi, quello europeo e quello asiatico, dandone una interpretazione culturale e antropologica. Il passo cruciale è la scena in cui il re Serse comunica ai suoi consiglieri la decisione di attaccare la Grecia e spiega che, vinti gli Ateniesi e gli Spartani, nulla potrà impedirgli di unificare il mondo intero sotto il suo scettro: «Il sole non vedrà alcun’altra terra confinante con la nostra, ma con il vostro aiuto io le fonderò tutte in una sola terra, marciando per l’intera Europa».

Naturalmente, Erodoto si compiace di attribuire al despota barbaro un piano di conquista destinato a fallire miseramente.


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L’impero romano, all'origine culturale e civile del continente

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Roma, secondo una teoria storiografica (la successione degli imperi) radicata da secoli nel pensiero greco e affermatasi in quello romano intorno al II secolo a.C., era succeduta ai grandi imperi precedenti di Assiri, Medi, Persiani e Macedoni. Il suo dominio su quasi tutta l’oikoumene (le terre conosciute) non distinguerà un territorio dall’altro. Tuttavia, anche se Roma non alimenterà l’idea di Europa, si può dire che la cultura e il pensiero giuridico che oggi chiamiamo europei – senza dimenticare che gli stessi principi sono accolti e professati anche oltreoceano – sono elaborati e perfezionati da Roma fin dal V secolo a.C., non molti anni dopo la vittoria dei Greci alle Termopili. Di Europa si ricomincerà a parlare in età tardo antica (sebbene il termine ricorra in Cesare, Plinio il Vecchio e Tacito), quando cominceranno a prendere forma gli stati nazionali, si affermerà il Cristianesimo come fede comune a tutti i popoli del continente europeo e sorgerà il Sacro Romano Impero, baluardo della Cristianità contro l’avanzata islamica.

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Medioevo: da Poitiers all'apogeo della Cristianità, il continente “prende forma”

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Il sovrano franco ha mandato il suo braccio destro, il maestro di palazzo Carlo. Con lui vi è praticamente l’intero esercito da campo dei franchi, sull’altura vicino a Poitiers. Se perderanno, il regno vacillerà, probabilmente crollerà. Ma a cadere sono gli invasori musulmani: dopo due giorni di battaglia, tra il 25 e il 26 ottobre del 732, i franchi hanno la meglio, Carlo diviene il Martello – l’utensile, certamente, ma anche il «piccolo Marte» – e soprattutto gli «europei» hanno vinto.

Proprio così, infatti, parla una fonte dell’epoca: la vittoria dei franchi a Poitiers fu la vittoria degli europenses contro un nemico esterno e aggressore. Si rinnovava dunque – anche se le circostanze erano affatto diverse – il mito di Maratona e Platea, mito fondatore della mentalità greca e occidentale, e che propugnava la difesa della libertà – la Grecia allora, l’Europa dei franchi nell’VIII secolo dopo Cristo – contro la tirannide e l’aggressione – la Persia nell’Antichità, l’Islam nell’Evo che chiamiamo di Mezzo.

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