Auguri!
Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo. S. Caterina da Siena
Julián Carrón, Corriere della Sera, 24 dicembre 2009 |
Caro Direttore, Il Natale è l’annuncio che questo ignoto Mistero è diventato una presenza familiare, senza la quale nessuno di noi potrebbe rimanere uomo a lungo, finirebbe travolto dalla confusione, vedendo decomporsi il proprio volto, perché «solo il divino può “salvare” l’uomo, cioè le dimensioni vere ed essenziali dell’umana figura e del suo destino» (don Giussani). Ma come sappiamo che Cristo è vivo ora? Perché il Suo sguardo non è un fatto del passato. Continua nel mondo tale e quale: dal giorno della Sua resurrezione la Chiesa esiste solo per rendere esperienza l’affezione di Dio, attraverso persone che sono il Suo corpo misterioso, testimoni nell’oggi della storia di quello sguardo capace di abbracciare tutto l’umano. |
Qui in Italia siamo pieni di paladini della libertà d’espressione, che organizzano sfilate, cortei e manifestazioni appellandosi al sacrosanto articolo 21 della Costituzione. Poi uno se ne esce con una idea, un’opinione, una teoria fuori dal coro di quelle comunemente accettate. E allora i paladini organizzano una bella campagna. Non in sua difesa, ma per chiederne la testa. Non se la prendono con l’idea, l’opinione e la teoria. Ma con la persona che ha osato aprire bocca. E la libertà d’espressione? Con quella di punto in bianco, si puliscono la suola delle scarpe (innevate).
Facciamo un esempio. Da fine novembre, a più riprese, è saltata fuori una dura polemica contro il vicepresidente del Consiglio Nazionale della Ricerca, il professor Roberto de Mattei. Ottima persona, con un neo enorme per i difensori del libero pensiero, talvolta coincidenti con quelli del laicismo senza se e senza ma (cioè quella versione grottesca del laicismo che ha assunto i tratti tipici dei fondamentalismi, togliendo i crocifissi dalle pareti e vietando, altrove, il velo islamico in classe).
Qual è il difetto di de Mattei è presto detto: non fa mistero delle sue posizioni di cattolico fedele alla Santa romana chiesa. Il suo «reato», invece, è ricoprire la seconda carica del Cnr e di aver organizzato in tale ambito un convegno dal titolo Evoluzionismo, il tramonto di un’ipotesi, seguito dalla normale pubblicazione degli atti. Il titolo è forte. I saggi contenuti, scritti da paleontologi e antropologi, mettono in rilievo le lacune e le contraddizioni del Darwinismo. Avranno ragione? O torto marcio? Qui poco conta.
Qui conta notare la reazione spropositata a quello che in fin dei conti è un tentativo, magari destinato a fallire, di confutare una teoria scientifica, il Darwinismo. Operazione che pare in linea con il metodo così come lo insegnano nelle scuole: una teoria è scientifica solo se falsificabile. Non regrediremo certo al Medioevo, e l’Italia non diventerà l’Afghanistan talebano, se si lascia la facoltà di esporre il proprio punto di vista a chi non condivide la teoria dell’evoluzionismo, e propende per un’altra spiegazione della nascita della vita sulla Terra, quella Creazionista. Eppure è partita una campagna per infangare de Mattei, non tanto le sue tesi, evidentemente indegne di due righe di confutazione. L’obiettivo, dichiaratissimo, sono la rimozione o le dimissioni. Ieri le ha auspicate Piergiorgio Odifreddi su Repubblica con un pezzo che la butta sul personale, con un pizzico di complottismo clericale che non guasta mai. La nomina di de Mattei è un tentativo «di infiltrazione fondamentalista e antiscientista» (ma da parte di chi? Servizi deviati vaticani? Templari alla Codice da Vinci? Odifreddi se sa qualcosa lo dica) servendosi di un «candidato fuori luogo». «Fuori luogo» per questo motivo: insegna Storia del Cristianesimo in una Università privata, dirige il mensile Radici cristiane, è dirigente di Alleanza Cattolica ed era consigliere di Fini quando Fini era ancora compromesso con Berlusconi. Roba da pazzi... Quest’uomo, de Mattei, osa ammettere di essere cattolico! Via, fuori dalle scatole! Gli elettori (ma da quando si vota per il Cnr?) dovrebbero alzare la voce e sbatterlo fuori dal Consiglio. Parola di uno scienziato super partes, come dimostra questa sua dichiarazione: «Quando ho letto la Bibbia mi sono sbellicato dal ridere. Non riuscivo a credere che una religione si potesse reggere su cose del genere. Un Dio cattivissimo, popolazioni annientate, donne violentate. A volte sembra di leggere Mein Kampf di Hitler».
A questo punto è intervenuto il presidente del Cnr, professor Maiani, uno che si è opposto alla visita di Ratzinger alla Sapienza, quindi non un abate certosino, il quale ha detto questo: «Voglio precisare che il carattere aperto della ricerca intellettuale e la personale contrarietà a ogni forma di censura delle idee per me e per il Consiglio Nazionale delle Ricerche non sono un contentino, ma valori fondanti, coerenti con la civiltà del nostro Paese. Con l’occasione intendo ribadire con forza - al di là delle diverse posizioni culturali - i rapporti di stima, amicizia e proficua collaborazione che mi legano al Vice Presidente, professore Roberto de Mattei». Ma Pievani l’aveva previsto: «Ora suoneranno le sirene del vittimismo cosiddetto liberale». Pensa che pretesa assurda ’sti frignoni liberali, vorrebbero che anche de Mattei potesse pensare e studiare quello che gli pare, e, se ne ha titolo, perfino essere vicepresidente di un ente nazionale. Tutto «vittimismo liberale». Tanto più che, a detta di altri intervenuti, ad esempio il professore Ferdinando Boero, sul sito di Micromega, non bisogna confondere la «correttezza scientifica» con «la libertà d’espressione». Non si può dir parola che non sia conforme alla «correttezza scientifica». E chi decide cos’è corretto? Ovvio: ci pensa Boero il quale rivolge questo invito al presidente Maiani, in una moderna variante dell’immortale «lei non sa chi sono io»: «vada nel Web of Science e cerchi il mio nome e quello del suo vicepresidente e confronti le produzioni scientifiche, le citazioni».
Insomma: viva la libertà di parola, a patto che parlino sempre i soliti.
martedì 22 dicembre 2009
Per certi suoi tratti il pontificato di Benedetto XVI sembra sempre più assomigliare a quello di alcuni papi della tarda romanità, come Leone Magno e Gregorio Magno.
Papa Ratzinger è innanzitutto un grande liturgo. La liturgia è stato il campo dei suoi interessi di teologo. È ora il campo del suo ministero petrino. Egli vuole salvare la celebrazione dei sacramenti e il sacerdozio ad essa connesso da ogni riduzione possibile. Sia da quella che fa della celebrazione un rito astorico, magico, sciolto dalla concreta vicenda ebraico-cristiana, sia da quella che appiattisce l’evento sulla sua dimensione politica. Qui la politica visualizzata è quella dei partiti e delle ideologie. Il sacerdote non può essere uomo di una sola parte, proprio perché rappresenta l’universale volontà di salvezza di Dio nei confronti dell’umanità.
Il tema è sempre d’attualità. Di recente un vescovo ha chiesto alla Santa Sede se gli era possibile entrare nella Camera dei Lords in Gran Bretagna. Permesso negato. Nei decenni passati abbiamo avuto preti impegnati ai vertici di due stati, Haiti e Congo Brazzaville. Ben più grave il caso di un vescovo paraguaiano diventato di recente presidente della repubblica, naturalmente sospeso a divinis.
Anche in Italia, negli anni ’60 e ’70, non sono mancati preti del dissenso, apertamente militanti nella sinistra estrema. Ben diverso il caso di don Gianni Baget Bozzo, che non si è mai distaccato dalla comunione ecclesiale.
Come vivere un equilibrio che permetta di non cadere nel disinteresse per la polis, nello spiritualismo non cristiano o, all’opposto, nella partigianeria che non sa recepire le ragioni dell’altro, schiacciata in una storicità senza aperture?
Benedetto XVI ha cercato di dare una risposta a questa domanda soprattutto nella sua enciclica Caritas in veritate, non a caso ripresa in più occasioni nel suo odierno discorso prenatalizio alla Curia romana.
Il riferimento concreto è stato al suo viaggio in Africa di inizio anno e al recente Sinodo dei vescovi africani. «Come possiamo essere realisti e pratici, senza arrogarci una competenza politica che non ci spetta?» si è chiesto stamane il Papa. Come «trovare la strada piuttosto stretta tra una semplice teoria teologica e una immediata azione politica?».
La Caritas in veritate ha cercato di trovare questa via mostrando la capacità sociale delle virtù cristiane, fede, speranza e carità. Esse non riguardano uno spicchio privilegiato o strano di uomini che possono disinteressarsi della storia, all’opposto esprimono un dinamismo molto umano di fiducia, creatività, confidenza, perdono, collaborazione, eccetera, che costruisce un tessuto sociale nuovo.
Il Papa ne ha dato un esempio nella sua allocuzione alla Curia parlando della forza della riconciliazione in Africa, cui la Chiesa vuole dedicarsi: se vogliamo strutture politiche ed economiche che favoriscano la riconciliazione, occorrono «processi interiori di riconciliazione» che rendano possibile una nuova convivenza. «Ogni società ha bisogno di riconciliazioni perché possa esserci la pace. Riconciliazioni sono necessarie per una buona politica, ma non possono essere realizzate unicamente da essa».
Il valore politico e non partitico del cristianesimo è sempre più in evidenza nell’insegnamento di Papa Benedetto.




Eminenza carissima, cardinale Dionigi Tettamanzi, permetta qui una confessione pubblica: sono un cattivo cattolico, le parole del mio Vescovo mi parvero negli ultimi tempi come l’eco lontana di un pastore salito sull’Alpe e rimasto lassù, mentre noi qui, pecore smarrite restiamo a brucare terra nera, spazzata dalle fatiche della quotidianità e dalle angosce per il futuro nostro e, soprattutto, dei nostri figli.
“La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? E’ difficile rispondere con poche parole”. No, non è difficile rispondere in poche parole e con dati alla mano alla domanda contenuta nella sua omelia. Milano potrebbe figurare in cima a una enciclopedia della solidarietà in Italia. E non c’è bisogno delle ricerche del Censis per misurare questa realtà, basta la notizia di esempi che abbiamo qui sottomano. Per esempio, in quest’anno di acuta crisi economica e sociale, in una sola giornata di “spesa per i poveri”, il Banco Alimentare ha raccolto nei supermercati di Milano città 375 tonnellate di alimenti contro le 360 tonnellate dello scorso anno, incrementando la raccolta del 4 per cento rispetto al 2008 e superando di un punto la media nazionale che è stata comunque superiore di 3 punti rispetto al 2008.
Per esempio, dall’Opera Nomadi alla Casa Famiglia tutti gli operatori milanesi impegnati sul fronte zingari possono confermare alla Curia di Milano che, nonostante le difficoltà e i conflitti presenti nei quartieri più periferici e popolari (sono infatti i più poveri che soffrono il problema degli accampamenti rom), gli sgomberi di questi giorni non sono ceauseschiani, non passano i carriarmati sulle bidonville e nessun bambino rom viene sacrificato sugli altari del consumismo e di una amministrazione politica che, secondo certa visione ecclesiastica, lucrerebbe consenso investendo sulla pura immagine. Qui a Milano gli zingari prendono voucher, i bambini rom sono scolarizzati, il patto di legalità funziona e non c’è città o paese d’Italia che abbia investito in conoscenza, risorse economiche e progettualità sociale, come il capoluogo lombardo. E’ vero che le ruvide accuse della Padania bruciano e che non ha senso dare dell’imam al cardinale arcivescovo di Milano. Ma c’è disorientamento quando dal Duomo si diffonde il sospetto che nella diocesi più grande del mondo Cristo si è fermato nei modi in cui non si è fermato neanche a Eboli.
Eminenza carissima, quando qualche anno fa lei invitò a Milano Adriano Sofri perché, assieme ad altri scrittori e poeti, animasse con la lettura della Ballata del carcere di Reading i giorni della settimana santa, Lei forse non sapeva che dal carcere di Pisa Sofri aveva riflettuto sulla possibilità che la Lega Nord divenisse l’alternativa protestante alla chiesa cattolica. Sotto molti aspetti questa visione è corretta. Quanti fedeli lombardi hanno trovato nel partito di Bossi l’ascolto e la difesa identitaria che non trovano più nei Principi della chiesa? E’ un errore, lo sappiamo, poiché la chiesa non è mera difesa di una tradizione e di una identità. Brandire il crocefisso e multare chi non lo espone in pubblico, lo sappiamo, è una strumentalizzazione e una riduzione del messaggio evangelico. Poiché, come ha ricordato Lei nel suo discorso di sant’Ambrogio, la croce di Cristo è un simbolo di amore e poi noi non onoriamo un crocefisso morto, ma il crocefisso risorto.
Eminenza, lo sappiamo, lo viviamo male, ma non possiamo sfuggire alla verità che il cattolicesimo è, per definizione, “annuncio a tutte le genti”, ecumenico, universale, slegato da ogni provenienza di razza, censo, cultura e religione. Ma allora perché stiamo diventando cattivi cattolici? Perché il popolo non ha quasi più sentore dell’esistenza di una chiesa locale? Perché le Sue parole suscitano discussione quasi esclusivamente politica e vengono largamente ignorate dall’uomo della strada? Milano, la più grande diocesi del mondo, sembra subire silenziosamente il destino di un declino e di una protestantizzazione del cristianesimo. Quest’anno, dopo non so quanti anni, Milano ospiterà un grande presepe in piazza del Duomo. Ma l’iniziativa proviene dalle istituzioni laiche, dal comune, non dalla Curia. Grazie all’iniziativa delle Ferrovie dello Stato la Caritas ritroverà le sue sedi nelle stazioni e nuove risorse arriveranno per accogliere e sfamare gli ultimi, gli sbandati, i barboni.
Grazie all’opera di un’infinità di benemerite associazioni (anche vip e consumistiche) il Natale conoscerà ancora una volta un proliferare di iniziative per i poveri e di eventi di beneficenza. Eminenza, non è l’attenzione agli ultimi e il senso della solidarietà che mancano. Semmai ciò di cui si sente la mancanza è una presenza piena di ragioni, di metodo e di speranza cristiana. Sentiamo il generico richiamo a Cristo, ma non lo vediamo affermato in una proposta puntuale, che irradi intelligenza, conoscenza, fascino, e, perché no, potenza vitale.
Che ne è delle chiese e degli oratori ambrosiani dove una volta la gioventù incontrava il prete che lo trascinava in un’avventura esistenziale, piena di ragioni e di vita? Oggi gli oratori vengono dati in affitto ai club calcistici e al posto dei biliardini degli anni sessanta offrono party umanitari e discoteche allo scopo di attirare una certa “clientela”. Oggi i catechismi vengono spalmati per anni e anni, e sacramenti come la cresima vengono rinviati perché, pensano i preti, così almeno si riuscirà a tenere i ragazzini un po’ più impegnati e a trattenere più giovani in chiesa. Il risultato naturalmente contraddice i programmi: ragazzini e giovani se ne vanno anche a costo di perdere la confermazione e tutti gli altri sacramenti.
Ma esiste una valutazione serena di tutto ciò? Cosa ne è della fede, della speranza e della carità vissuti dentro un orizzonte non genericamente umanitario e moraleggiante? Oggi si deve andare nei grandi santuari per ritrovare quel popolino minuto e semplice che è stato il cuore pulsante del cristianesimo lumbard. Vai alla Madonna di Caravaggio e ogni domenica troverai come parte cospicua dei fedeli qualche vecchio agricoltore benestante e una marea di filippini che fanno pic nic e vi trascorrono l’intera giornata. Il vecchio capo della comunità cinese a Milano ha voluto farsi tumulare nel cimitero Monumentale. Ma quali presenze cattoliche si stanno muovendo per portare la buona novella a chinatown? Si parla dell’immigrazione e, giustamente, si concentrano attenzioni e ansie nella questione islamica.
Ma che senso pastorale c’è nell’affrontare il problema islam con gli appelli al dialogo interreligioso, gli incontri con imam che si fanno competizione interna e sono sul libro paga dei diversi stati mediorientali, la ripetizione dell’ovvio principio che la libertà di coscienza e di religione sono gli antemurali di tutte le libertà?
La fortuna e l’originalità del cristianesimo è che, a differenza dei musulmani, cristiani non si nasce, cristiani si diventa. Si diventa con il Battesimo e si sceglie di rimanere cristiani con un atto di libertà e di ragione. Da un certo punto di vista dovremmo riconoscere che nella secolarizzazione e nella globalizzazione c’è un processo che aiuta il cristianesimo. Quando tutte le identità e le tradizioni crollano sotto il vento della morte di Dio e della società liquida, il Cristo emerge con la sua pretesa che “nemmeno un capello del tuo capo andrà perduto”. Ma come è colta questa opportunità? Quali pastorali sono fondate non tanto sulla consolazione all’ombra dei più “poverini” quanto piuttosto sull’offensiva fondata su Colui che dice di sé: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”?
Di solidarietà e sobrietà, Eminenza carissima, lei parlò all’omelia di Natale dello scorso anno, ci tornò sopra in una prima serata di primavera televisiva in cui fu ospite di Fabio Fazio e infine ne ha parlato di nuovo nella sua predica di Sant’Ambrogio. Lei ripete che “la comunità cristiana può e deve diventare molto più sobria”. Che “c’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà”. Che “con la sobrietà è in questione un ‘ritornare’” perché “ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione” e “soprattutto la sobrietà è questione di ‘giustizia’, siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco e…”. Uffa. Ma quanto ancora sentiremo la volgarizzazione delle tesi di Erich Fromm, delle confetture di Medici senza frontiere, delle denunce antimafia contro i pericoli delle infiltrazioni per qualunque cantiere aperto per modernizzare la città e dare lavoro alla gente?
Piuttosto, qualche anno fa, per iniziativa della Curia di Milano venne promossa in tutta la diocesi una ricerca sullo stato di salute della fede praticante.
Anche il sottoscritto, come tutti i frequentatori delle messe festive, fu chiamato a esprimersi su una batteria di domande che indagavano sulla pratica religiosa. Come mai a distanza di oltre un lustro i risultati di quella inchiesta non sono ancora stati noti? La sensazione diffusa è che nella più grande diocesi del mondo il tasso di disaffezione al precetto festivo e a tutti gli altri sacramenti abbia raggiunto percentuali da paesi del nord Europa. Forse la diocesi di Milano non sarà un “cimitero”, come dicono le statistiche sul cristianesimo in Belgio o in Olanda. Ma tutto lascia supporre che la strada imboccata è quella di una pace senza vita. Senza contare che in quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, la mezzaluna di Maometto ha preso stabile dimora. Ma se Muhammad è il nome più diffuso tra i neonati di Milano (notizia Apcom del 31 maggio 2008), Eminenza, non sarebbe forse anche l’ora di consigliare ai milanesi di essere meno sobri nel controllo delle nascite e più appassionatamente sostenitori di persone come Paola Bonzi? Forza, Eminenza carissima, non si faccia rinchiudere nel capitolo della teologia moralista, civilista e borrelliana. Lei sa, meglio di noi pecorelle erranti e sghimbesce, che il cristianesimo esige coraggio, testimonianza e profezia, innanzitutto dai suoi Pastori.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO
di Luigi Amicone

LA CHIMERA E LA BELLEZZA DI CRISTO
di Giacomo Berchi
A G., che mi ha portato a pregare in quella chiesa bellissima.
“Jeannette: Padre nostro, padre nostro che sei nei cieli, com'è lontano il tuo nome dall'essere santificato; com'è lontano dall'arrivare il tuo regno.
Padre nostro, padre nostro che sei nel regno dei cieli, com'è lontano il tuo regno dall'arrivare nel regno della terra.
(…) Ci hai mandato Tuo Figlio, che amavi tanto, è venuto tuo figlio, che ha tanto sofferto, ed è morto, e nulla, mai nulla. (…). E ciò che regna sulla faccia della terra, nulla, nulla, non è altro che perdizione. (…) Non s'è mai bestemmiato tanto il tuo nome. Non si è mai disprezzata tanto la tua volontà. Non si è mai disubbidito tanto. (…). E invece di essere il regno della carità, il solo regno che regni sulla faccia della terra, della tua terra, della terra che tu hai creato, invece che essere il regno del reame della tua carità, il solo regno che regni, è il regno del reame imperituro del peccato.
(…).
Che importano i nostri sforzi di un giorno? Che importano le nostre carità?
(…).
Mio Dio, mio Dio, che cosa c'è dunque? In ogni tempo, ahimè, in tutti i tempi ci si è perduti; ma da quarant'anni ahimè non si fa più che questo, non si fa altro che perdersi. (…). Gesù, Gesù, Gesù oggi il tuo popolo ha fame e tu non sazi il tuo popolo. Oggi in questo paese il tuo popolo di oggi (…) ha fame. Manca di tutto. (…). Tu non piangerai su questa moltitudine.
Beati coloro che l'hanno veduto passare nel suo paese; beati coloro che l'hanno veduto camminare su questa terra. (…) (Voi) vi siete riparati, vi siete messi al coperto al riparo della bontà del suo sguardo. Di voi stessi ebbe pietà davanti a quella folla. Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente. Se tu fossi qui, Dio, non andrebbe così, tuttavia. Le cose non sarebbero mai andate così”.
(Il Mistero della carità di Giovanna d'Arco, Charles Péguy).
In un pomeriggio della prima metà di settembre ho iniziato la lettura di un romanzo spesso consigliato, fatto leggere, se non addirittura elogiato fra i banchi di scuola. “La Chimera” di Sebastiano Vassalli, la cui copertina beige dell'edizione scolastica su cui spicca un ramo dalle nostalgiche foglie autunnali mai campeggerà fra i libri da me amati e custoditi, è stata, è, e sarà una lettura di molti giovani studenti al passaggio fra il secondo e terzo anno delle superiori, proprio come è accaduto a me.
Abituato a recensire (e leggere) opere di carattere ben diverso, desidero comunque condividere ciò che mi è accaduto nel leggere queste cupe e faticose pagine, per raccontare come esse si siano rivelate un insospettabile punto di lavoro rispetto alla certezza della mia fede.Iniziamo quindi dalla trama dell'opera.
1610, bassa novarese. La giovane Antonia Spagnolini, esposta della Casa di Carità di San Michele fuori le mura in Novara, viene cresciuta fra le frustrazioni e le angustie di monache che nessuna considerazione hanno degli orfanelli a loro portati di nascosto, nella notte, in quella città piemontese. Siamo durante il regno di Filippo II di Spagna. Al cominciare dell'adolescenza, Antonia viene affidata ad una coppia di contadini del piccolo villaggio di Zardino (oggi scomparso) dove viene a contatto con una realtà totalmente diversa da quella del cortile e dei corridoi del convento, una realtà agraria e popolare, superstiziosa e non certo accondiscendente verso il “nuovo”.
Dopo l'arrivo di Antonia e il suo interagire con gli abitanti di Zardino, nuovi personaggi della storia, il romanzo prosegue in una climax di tensioni e incomprensioni fra i paesani del borgo piemontese e la giovane donna, la cui bellezza ingenua e la libertà di spirito vengono fortemente messe in antitesi con la cruda realtà popolare del Seicento. Non mancano lunghe parti descrittive, dal mercato al lavoro dei risaroli della bassa, fino agli intrecci con le vicende storiche dell'epoca, le ambizioni dei signorotti locali, la prepotenza dei funzionari del governo spagnolo, le grida di eco manzoniano e così via. Sospettata e invidiata, accusata di frequentare il Diavolo ai sabba con altre streghe, a mano a mano Antonia viene sempre più emarginata e disprezzata, fino a che non è chiamata a comparire davanti al Tribunale del Sant'Uffizio di Novara. A seguito del processo e della prigionia, attesa al luogo dell'esecuzione da una folla in preda ad un furore barbarico (siamo all'ultimo capitolo dal cinico titolo “La festa”) Antonia viene infine bruciata sul rogo, per la gioia del popolo.
Chi avrà avuto modo di leggere questo romanzo concorderà con me nel ritenere l'impietosa rappresentazione della Chiesa Cattolica uno dei suoi caratteri dominanti.
In effetti, questa storia non si fa mancare nulla sotto questo punto di vista. Nelle duecentonovantasei pagine dell'edizione scolastica copertina beige nessun aspetto non solo della Chiesa ma soprattutto della stessa fede cristiana sfugge all'accusa, all'irrisione e alla diffamazione. Prima di proseguire ci tengo a precisare che non sarà l'aspetto storico quello di cui terrò conto in queste mie righe; esso è importante, se non fondamentale come ricorda il Cardinale Emerito di Bologna Sua Eccellenza Giacomo Biffi nell'introduzione ad uno dei volumi di apologetica cattolica di Vittorio Messori: per molti giovani l'allontanamento dalla fede parte proprio dai banchi di scuola, dalla mancanza parziale o totale di verità nello studio della storia della Chiesa. Difendere questa significa difendere la fede nel suo sviluppo storico, non dimenticando e nascondendo i pur numerosi errori e angoli bui della sua vicenda umana, ma senza per questo cedere alla tentazione di quello che lo stesso Messori chiama “masochismo cattolico”: la pecora nera della storia é la Chiesa di Roma, origine e fautrice di tutti i mali della vicenda umana, parola (sic) di cattolico. Queste interessantissime questioni le lasciamo a chi di dovere, persone le cui ricerche e i cui libri sono per me una fonte sicura e certa nell'accostare il cammino storico della barca di Pietro, il percorso di quella fede che ha raggiunto e affascinato anche me.
Torniamo ora al nostro romanzo. Man mano che procedeva, la lettura si rivelava una carrellata impietosa: monache feroci sottomesse al vescovo maltrattano e insultano i bambini affidatigli da ignoti sulla ruota del convento (la cui rappresentazione cupa e nevrotica è accentuata dal raccapricciante suicidio di una consacrata); il vescovo Carlo Bascapè, come tutti gli alti prelati, rappresenta “l'ideologia contro la vita”, una figura macabra destinata a contrapporsi alla solarità incompresa di Antonia; frati domenicani sessuofobi e malati dirigono il palazzotto del Sant'Uffizio di Novara: due in particolare, i torturatori (di cui uno strabico), la notte prima dell'esecuzione immobilizzano la giovane con gli strumenti di tortura per poi stuprarla; l'inquisitore Manini è l'archetipo del suo ruolo come consacrato dall'ideologia e dall'ignoranza, anch'egli quindi malato e ossessionato dal sesso; non manca il frate francescano pelato, la barba lunga fino al petto, gli occhi spiritati fissi verso la giovane Antonia, braccia tese a reggere un crocifisso; impietosa più che mai è la rappresentazione dei parroci di Zardino, opportunisti, desiderosi solo di denaro e di lucrare sulla pelle dei poveri abitanti (bigotti e superstiziosi), sacerdoti-capi del borgo grazie alle minacce dell'inferno e della dannazione in alternativa alle mancate elemosine alle casse della parrocchia; non mancano all'appello i Gesuiti stessi, i quali, allestito un mercato nelle vicinanze di Zardino, mostrano al popolo le vite dei propri santi dipinte su tela e gli animali in gabbia o imbalsamati provenienti dall'Estremo Oriente, diventando così il simbolo (la tigre imbalsamata nel pagliaio ne é l'esempio lampante) del tentativo dei preti di manovrare a loro piacimento la natura e la realtà.
Questo elenco abbozzato e incompleto delle figure di Chiesa rappresentate nel romanzo è miscelato ad un attacco, un'irrisione e un disprezzo rivolti alla consistenza stessa della fede cristiana. Nulla, dicevo, è stato risparmiato, e così è. Lungo tutta la trama, vengono irrise e attaccate le opere di carità, le missioni in terre lontanissime che in quegli anni cominciavano a fiorire, la vita consacrata (“Per quanti rosari abbiate recitato, per quanti comunioni abbiate fatto! Tutte le favole che vi raccontano le monache, fuori di qui non hanno il minimo valore. La Madonna, le Sante, la verginità... Tutte scemenze! … Ci hai mai pensato perché sono venute a rinchiudersi qua dentro? Spose di Dio... i miei coglioni!” ), la devozione ai Santi (“… e i loro quadri ci raccontano cupe storie di Santi animati da un’implacabile follia di devozioni, di processioni, di predicazioni, di opere fervide e insensate; o di uomini assorti in spettrali piaceri; o di altri uomini ancora, vaganti attorno senza un perché” ), il culto delle reliquie, e infine la Chiesa stessa è detta essere “un potere corrotto con la pretesa di salvare il mondo”. Il dolore più acuto è stato per me in fondo a pagina 235, nel pieno del processo, dove non viene risparmiata nemmeno l'Eucarestia, il Corpo di Gesù Cristo: “... rispose che il suo Diavolo mangiava ben altro che le ostie, e che fossero consacrate o non lo fossero non cambia niente; sono sempre mollicchette senza sale, poco più grandi di un'unghia: un pasto da formicole! Una pagnotta ben cotta – disse Antonia – con dentro tre o quattro belle fette di salame, o di stracchino, vale più di tutte le ostie della terra”.
E' però l'ironia crudele compagna di ogni capoverso, frase, esclamazione riguardanti qualsiasi argomento di fede ciò che più lavora nella mente lettore, una ironia dissacrante che nulla risparmia; l'agire dei personaggi e le divagazioni dell'autore ne sono infatti impregnati.
Anche l'apparato di note e i percorsi di lettura proposti al termine del romanzo collaborano ahimè a questo ritratto cupo e diffamatorio. Ed anche questo gioca la sua parte non poco importante: la cornice editoriale del romanzo (appunto note, introduzione e spunti di lavoro) non é uno spazio neutro di commento alle idee e argomentazioni dell'autore, condivisibili o meno, ma ne è a supporto e totale approvazione. Così che la voce di per sé autorevole di un apparato di note vada a confermare ciecamente i contenuti del romanzo.
Qualche esempio. Pagina 13, nota 10: l'arcivescovo matto: Carlo Borromeo (1538 – 1584), arcivescovo di Milano, fu uomo molto severo e intransigente (per questo giudicato matto anche dai suoi contemporanei) “fanatico” in quanto acceso riformatore e instancabile organizzatore della Chiesa”. Dello stesso Carlo Borromeo, venerato come santo dalla Chiesa, l'autore afferma nella stessa pagina che egli “voleva far diventare i suoi preti e le sue monache Santi e Sante per forza”; san Carlo Borromeo è inoltre annoverato fra il partito dei fanatici al conclave pontificio.
A pagina 167 si racconta dell'arrivo dei Lanzichenecchi a Zardino, i mercenari luterani al soldo dell'imperatore che scorrazzavano all'epoca lungo tutta l'Italia; il parroco don Teresio li chiama con l'appellativo di Anticristo e dopo la loro dipartita accusa indirettamente Antonia per aver osato danzare con alcuni di essi mentre sostavano pacificamente nel borgo. Dice la nota: “Anticristo: i lanzi erano per lo più luterani, per cui per don Teresio sono l'incarnazione di Satana”. Che per la Chiesa cattolica sia valido questo accostamento, dopo l'esplicazione della nota, risulta quindi incontrovertibile.
A pagina 233, infine (ma si potrebbe continuare), la nota mostra al lettore l’unica vera ragione scatenante la caccia alle streghe: la sessuofobia del mondo cattolico, impersonata dall'inquisitore Manini.
Di fronte a questo odio feroce, così sfacciatamente sostenuto e argomentato mi sono trovato subito smarrito, spiazzato. Conoscevo di fama l'intreccio del romanzo, ma di certo non mi aspettavo questi livelli di nichilismo. Già, perché oltre a questo attacco su tutti i fronti della fede cristiana, il vero protagonista del romanzo è proprio il nulla, e a dirlo non sono io ma l'autore stesso, all'inizio e alla fine dell'opera: Premessa e Congedo, entrambi dal titolo “Il nulla”.
“Infine (i personaggi, n.d.a.), uno dopo l'altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d'ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo. Tutto finito? Tutto finito, sissignore. O forse no. Forse c'è ancora da rendere conto di un personaggio di questa storia, in nome del quale molte cose si dissero e molte altre si compirono, e che in quel nulla fuori dalla mia finestra è assente come è assente ovunque, o forse è lui stesso il nulla, chi può dirlo! È lui l'eco di tutto il nostro vano gridare, il vago riflesso d'una nostra immagine che molti, anche tra i viventi di quest'epoca, sentono il bisogno di proiettare là dove tutto è buio, per attenuare la paura che hanno del buio. Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest'unico motivo, così futile!: che non esiste”. (dal Congedo).
Perché, Gesù, permetti tutto questo? Questa era la mia angosciosa domanda; perché permetti che a dei ragazzi di sedici, diciassette anni venga detto così violentemente che la vita è nulla, che, questo il pensiero dell'autore, la Storia è un palcoscenico di errori crudeli destinati al nulla? Perché a giovani con tutta la vita davanti, ma ad ogni uomo, deve venir assicurato che la vita è un incubo crudele destinato alla morte? Dov'è la speranza, la salvezza in tutto questo?
“C'è sempre, arriva sempre, nella vita di ogni uomo che abbia avuto in gioventù un forte stimolo ideale, il momento in cui si prende atto definitivamente, senza più speranze, né illusioni né sogni, dell'inerzia delle cose e del mondo. Il momento in cui si capisce che la fede non smuove le montagne; che le tenebre prevarranno sempre sulla luce, l'inerzia soffocherà il moto e così via” (pag. 257).
Questo è il nichilismo atroce che serpeggia fra i banchi di scuola; non ho potuto fare a meno di pensare a come molti suicidi avvengano per molto, molto meno, anche alla mia età. La Chimera, in fondo, cosa altro è se non l'irraggiungibilità del proprio desiderio? L'autore rimanda ad una poesia di Dino Campana, dove l'immagine del monte Rosa imprigionata dietro alle sbarre del cancello è simbolo di una vana speranza, di una bellezza irraggiungibile. Una Chimera.
Di fronte a questo sfacelo nichilista è però iniziata la rinascita. Ho cominciato a chiedermi: io Chi ho incontrato? Che cosa posso rispondere ad un uomo che sostiene il nulla essere l'origine e la fine di tutte le cose? Che ragioni ho io per dire che il desiderio può essere compiuto oltre ogni nostro calcolo? Bastano forse trecento pagine di odio per annullare la certezza di Lui nella mia vita?
La sfida è stata decisiva. Ecco che se è vero che il problema non sta nell'avversità delle circostanze ma in come noi ci poniamo di fronte ad esse, mostrando prima di tutto a noi stessi la nostra appartenenza, allora, ho pensato, questo libro può diventare la grande occasione per crescere nella certezza di Chi ho incontrato. E così è stato.
Ho smesso di lamentarmi e ho iniziato a sfidare quelle pagine e il nulla che vi fuoriusciva ironico con una certezza nuova tutta fondata sui fatti e i testimoni che mi hanno portato e portano a riconoscere l’esistenza di un Altro; non il nulla, ma una Presenza dal nome Cristo. Tutta la mia vita era chiamata in causa a rendere ragione sempre con più certezza e commozione che all'origine della realtà c'è un volto, un disegno buono; e che io posso sostenere questo perché sono certo della mia esperienza.
Mentre scrivo queste righe mi capita di pensare all'autore, Sebastiano Vassalli, e mi domando chissà se, quando scriveva quelle pagine, mai si sarebbe immaginato che tutto l'odio gettato in faccia alla Chiesa e alla vita mi avrebbe fatto ancora più innamorare di entrambe. Una lettura da me temuta e volentieri evitata si è rivelata invece la dimostrazione della possibilità di sfidare tutto per verificare se la mia fede è un sentimento o una certezza piena di ragioni.
Non il vuoto annichilente di una Chimera, ma la bellezza di Cristo. Se la certezza di ciò è fondata su fatti, se io credo in Lui perché ho visto e toccato con mano la Sua contemporaneità nella mia vita, allora entrare in classe ogni giorno è un approfondire questa certezza; così il dolore che pure rimane nel vedere quanto è possibile odiare Chi sto imparando ad amare sempre più é un modo misterioso attraverso il quale mi è data la grazia di conoscere sempre più Chi desidero.
Ma come fare in classe, allora? Come fare davanti ai professori? Come non far vincere l’arrabbiatura o peggio la disperazione di fronte al nulla che avanza fin dai banchi di scuola? Mi sono accorto che non basta ripetere un discorso; il punto non è neanche convincere con i dati e le fonti che l’Inquisizione era un’altra cosa, perché questo convincimento non è quello che desidero prima di tutto nemmeno per me. Invece, ciò che è necessario è l’accadere di un’umanità nuova e intensa che può essere data solo dal riconoscimento di Cristo presente: questo sfida tutto e tutti, e rende anche il difendere la storia della Chiesa non uno scontro ideologico ma una possibilità appassionante di approfondire il tuo incontro con Chi di quella storia è l’origine.
Come diceva Juliàn Carròn agli universitari di Comunione e Liberazione agli Esercizi dello scorso anno dal titolo “La sfida del presente”: “E come si riparte? Si riparte come è incominciato il cristianesimo, come è ripartito San Paolo. Tu puoi immaginare San Paolo, quando tutto il mondo pensava in un altro modo, arrabbiato per le strade dell'Impero Romano a portare Cristo? O era tutto entusiasta per quello che aveva incontrato, che gli consentiva di entrare nel reale, di affrontare tutto con la presenza di Cristo, in modo tale da verificare che cosa succedeva nella propria vita?”.
Non c'è bisogno di uomini arrabbiati, ma di uomini commossi per la presenza di Gesù, per cui ogni circostanza è l’occasione di sperimentare nella propria vita la vittoria eterna sul nulla.
A partire dai banchi di scuola.
Madama Gervaise: Egli è qui. È qui come il primo giorno. È qui tra di noi come il giorno della sua morte. In eterno è qui tra di noi proprio come il primo giorno. In eterno tutti i giorni. È qui fra di noi tutti i giorni della sua eternità.
(Il mistero della carità di Giovanna d'Arco, Charles Péguy).