domenica 30 gennaio 2011

Master&Commander

Capitano Jack Aubrey

Un grande film, uno dei pochi nei quali anche un filo scozzese seguace di Wallace come me può parteggiare per l'Inghilterra. O come meglio dice il capitano "Lucky" Jack Aubrey, un eccezionale Russel Crowe, alla batteria dei cannoni della Surprise:

"Volete vedere una ghigliottina a Piccaddilly?"
"Noo!"
"Volete quell'escremento di Napoleone come re?"
"Noo!"
"Che i vostri figli cantino la Marsigliese?"
"Noo!"

Tre hip hip urrà per Jack il Fortunato.


sabato 29 gennaio 2011

Con Cristo, alla scoperta del cuore umano

Da Avvenire.it. Come mi ha detto un'amica ieri sera, anche io ho bisogno di questo lavoro e di persone che attorno a me siano impegnate in questo lavoro. 
Che sfida e che febbre di vita: con Lui alla scoperta di noi stessi e del cosmo intero. E' davvero un cammino che toglie il fiato. 
Qui trovate il testo integrale in pdf della lezione di Carron "Il senso religioso, verifica della fede"


Un'inaspettata sorpresa, passeggiando per le vie di New York City due estati fa...


A scuola di vita da Giussani

Carrón: «Il senso religioso», una bussola per capire come Cristo cambia l’esistenza



DA MILANO
GIORGIO PAOLUCCI

I
n una società sempre più smar­rita e confusa, dove il desiderio di felicità innato in ogni uomo si appiattisce mentre crescono l’in­differenza e il cinismo, si gioca la sfida sulla credibilità del cristiane­simo. La sfida di ridestare l’umano, di testimoniare la pertinenza della fede con tutte le dimensioni della vita, la sua capacità di rispondere alla domanda di senso che abita nel cuore di ogni persona.

Con questa sfida don Giussani si ci­mentò a partire da­gli anni Cinquanta del secolo scorso, e 'Il senso religioso' è il libro (tradotto in 19 lingue) che documenta questo percorso. Dopo più di mezzo seco­lo Julián Carrón, che gli è succedu­to alla guida di Comunione e Libe­razione, lo ripropone come stru­mento di educazione alla fede: per tutto il 2011 sarà il testo della 'scuo­la di comunità', la catechesi popo­lare proposta a tutti gli aderenti al movimento e realizzata nelle scuo­le, nelle università, nei luoghi di la­voro e persino in carcere (vedere qui sotto). L’altra sera ne ha presentato i contenuti parlando davanti a 8mi­la persone che gremivano il Pala­sharp di Milano, mentre altre 50mi­la lo seguivano in diretta via satel­lite collegate con sale dislocate in
oltre 180 città italiane: è la prima volta in Italia che un libro viene pre­sentato con questa modalità.

A fianco del tavolo da cui Carrón parla, campeggia un’enorme scrit­ta: «Vivere intensamente il reale». È uno dei leit-motiv di Giussani, che ha sempre scommesso sulla capa­cità del cristianesimo di permeare ogni aspetto dell’esistenza e di ren­dere pienamente umana la vita. La fede è capace di ride­stare l’io e di mante­nerlo nella posizione giusta per affrontare tutta l’esistenza, con le sue prove e la sua problematicità. Il senso religioso – l’a­spirazione che muo­ve ciascuno a cono­scere il senso delle cose e ad aprirsi a un 'oltre' che la ragione riesce solo a intuire – trova compimento nell’in­contro con Cristo e ne viene conti­nuamente alimentato: non ne è sol­tanto
la premessa, ma lo strumen­to per verificarlo. Soltanto una rivi­sitazione del senso religioso con gli occhi della fede permette all’uomo di tenere desto il desiderio, di non ridurlo o di non dimenticarlo.

«Il motivo per cui tanti abbando­nano il cristianesimo – argomenta – è che non lo trovano umanamen­te
conveniente, e così la mentalità dominante può allargare sempre più la sua influenza, trovando l’uo­mo sempre più disarmato». La vita può cambiare solo davanti a testi­moni credibili, che fanno riscopri­re la 'convenienza' dell’esperienza cristiana: è decisiva la categoria del­l’incontro, proprio come accadde all’inizio, quando Andrea e Giovan­ni si imbatterono nell’umanità di Gesù e da quella umanità rimasero indelebilmente segnati. Ma se que­sta dinamica non si rigenera conti­nuamente, si rischia di cadere nel formalismo, nella ripetitività di ge­sti e riti, nel sonno di una fede di­venuta stanca, nella scontatezza di un’appartenenza religiosa che alla lunga non regge il confronto con il mondo. «Possiamo continuare ad affer­mare le verità della fede ma non essere protagonisti della storia, poiché in noi non vi è nessuna di­versità rilevabile, come ha detto Be­nedetto XVI: ’Il con­tributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa in­telligenza della realtà».

L’emergenza educativa è uno degli aspetti più evidenti della crisi di
senso che stiamo attraversando, co­me testimonia la Chiesa italiana che l’ha messa a tema in questo decen­nio di attività pastorale. Riguarda i giovani ma anche gli adulti, e ri­manda alla necessità di maestri a cui guardare, da cui imparare, a cui alimentarsi. Solo acquisendo una capacità di conoscere la realtà e di giudicarla, le giovani generazioni possono superare lo smarrimento e la confusione e sce­gliere la strada per il compimento della loro umanità. Nel­l’incontro col Mistero diventato un fatto u­mano, carnale, può i­niziare il cambia­mento. In questa pro­spettiva, Carrón cita il retore romano Ma­rio Vittorino («Quan­do ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo») e sant’Agostino («Chi conosce Te, conosce sé»). La sfida per i cristiani è testimoniare Gesù come qualcosa di contempo­raneo, non riducibile a una teoria o a una serie di norme etiche da ri­spettare, ma come affascinante compagno della vita quotidiana. Per tenere desta questa consape­volezza è necessario un lavoro per­manente: è quello proposto per l’appunto dalla scuola di comunità, lo strumento di educazione alla fe­de proposto da Comunione e libe­razione in tutto il mondo. Perché o­gni uomo possa «vivere intensa­mente il reale».

venerdì 28 gennaio 2011

"I massoni: la mano invisibile"

Da La Bussola Quotidiana, un interessante articolo di Massimo Introvigne sulla forte presenza della Massoneria nella politica e nelle istituzioni francesi, svelata da un inchiesta di un magazine d'Oltralpe.




Francia, il bunga bunga della massoneria

di Massimo Introvigne
27-01-2011


Paese che vai, scandalo che trovi. Un documentario di un'ora dell'emittente televisiva Canal+ e un dossier di diciotto pagine del settimanale Le Point, che annuncia in copertina le sue scoperte su «I massoni: la mano invisibile», fanno tremare la politica francese. Anzitutto, una parola di cautela.

Le Point è molto letto ma non è certo un settimanale cattolico, e in passato ha cercato scandali - con qualche esagerazione - anche in ambienti piuttosto lontani dalla massoneria. In secondo luogo la massoneria francese - sia del Grande Oriente, sia della Gran Loggia, le due principali «obbedienze» transalpine - è considerata «irregolare» dalla casa madre britannica fin dal secolo XIX perché ammette gli atei e permette le discussioni di politica pratica ed elettorale nelle logge, cose entrambe vietate dagli statuti originali inglesi. La Gran Loggia da anni e il Grande Oriente, che è maggioritario, dal 2010 hanno poi deciso di ammettere a pieno titolo nella massoneria le donne, che rimangono invece escluse dalle logge «regolari» riconosciute da Londra.

La massoneria francese ha dunque le sue specificità. Ma una di queste è l'essere riuscita a conservare un'egemonia politica e parlamentare che altrove, Italia compresa, c'era certamente cento anni fa ma oggi non esiste più o traballa. Le Point riferisce che i deputati neo-eletti in Parlamento si vedono chiedere dai veterani della vita parlamentare «E tu dove sei?», e qualche volta ci mettono un po' a capire che il «dove» si riferisce all'obbedienza massonica dove ogni uomo politico - e donna - che si rispetti si suppone frequenti la sua loggia. Un altro episodio riguarda l'unico dirigente non massone di una grande multinazionale francese che alla fine si è deciso a confessare ai suoi capi di non essere iniziato in nessuna massoneria. «Sono stati molto comprensivi - racconta - ma mi hanno consigliato di affiliarmi rapidamente per instaurare un vero clima di fiducia con i grandi clienti e anche con i colleghi».

Il documentario e il dossier fanno l'elenco dei massoni noti - ma c'è certamente anche chi riesce a nascondersi - nell'attuale governo francese: il ministro dell'Interno, dell'Economia, delle Finanze, degli Affari Sociali, della Cooperazione con il Parlamento, della Cooperazione internazionale... E il vero punto di riferimento della massoneria francese, l'ex Gran Maestro del Grande Oriente Alain Bauer, occupa il posto delicatissimo di consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nicolas Sarkozy, oltre a presiedere un numero impressionante di enti e comitati. Per non parlare della magistratura, dove i massoni sono così onnipresenti che gli specialisti ricostruiscono anche le polemiche interne ai giudici come scontri fra Grande Oriente e Gran Loggia. E anche qualche «bunga bunga» che ha coinvolto magistrati massoni, sempre a credere ai maligni, sarebbe stato insabbiato grazie alla rete di protezione delle logge.

Molto spazio è giustamente dedicato al Ministero dell'Educazione, feudo massonico  fin dall'Ottocento, cogestito da sempre con i grandi sindacati degli insegnanti che si considerano depositari della sacra fiaccola del laicismo e del dovere di strappare i giovani fin dalla più tenera età al «potere clericale». Un ministro non massone, capitato lì quasi per caso, ha dovuto rapidamente togliere il disturbo.

Il dossier ricostruisce in modo quasi esatto la posizione della Chiesa Cattolica, che con la «Dichiarazione sulla massoneria» del 1983, firmata dall'allora cardinale Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e controfirmata dal venerabile Giovanni Paolo II (1920-2005), tuttora vigente, ha confermato il divieto assoluto per i cattolici di aderire a qualunque massoneria, senza possibilità di deroghe da parte di sacerdoti, vescovi o conferenze episcopali, affermando che i massoni sono sempre da considerarsi «in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Naturalmente, non manca neppure il consueto frate francese che contesta il Magistero e si mostra tollerante con chi non obbedisce, ma almeno quello che il Papa insegna in tema di massoneria è presentato per una volta correttamente.

I massoni, inoltre, non vincono sempre. Neppure in Francia. La madre di tutte le battaglie politiche per la massoneria francese, a credere a queste fonti, sarebbe stato il tentativo di far cadere il primo ministro non massone François Fillon sostituendolo con il massonissimo Jean-Louis Borloo, un anticlericale fanatico, in vista tra l'altro del dibattito parlamentare sull'eutanasia. Battaglia persa. Sarkozy ha sostenuto Fillon, che si è prontamente schierato contro l'eutanasia.



mercoledì 26 gennaio 2011

Un piccolo avamposto nel continente della Rete


Vi invito calorosamente a leggere integralmente il messagio di B-XVI per la XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, di cui riporto un estratto qui di seguito. E' sempre incredibile la paternità e l'attenzione umana di B-XVI verso tutti i fattori della vita, internet compreso; anche la rete é infatti un grande luogo di testimonianza, perché come dice Bruce Marshall, anche l'uomo che bussa alla porta del bordello é alla ricerca di Dio.


"La verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social network. I credenti, testimoniando le loro più profonde convinzioni, offrono un prezioso contributo affinché il web non diventi uno strumento che riduce le persone a categorie, che cerca di manipolarle emotivamente o che permette a chi è potente di monopolizzare le opinioni altrui. Al contrario, i credenti incoraggiano tutti a mantenere vive le eterne domande dell'uomo, che testimoniano il suo desiderio di trascendenza e la nostalgia per forme di vita autentica, degna di essere vissuta. È proprio questa tensione spirituale propriamente umana che sta dietro la nostra sete di verità e di comunione e che ci spinge a comunicare con integrità e onestà".


Questo messaggio mi dà l'opportunità di riprendere coscienza dell'unico motivo per cui continuo a curare questo blog, un piccolo e modesto avamposto nel nuovo continente della Rete da dove si cerca, testimoniando poveramente l'Unico per cui valga la pena vivere, di destare la nostalgia per una vita degna di essere vissuta e le eterne domande dell'uomo.


lunedì 24 gennaio 2011

Virgilio e la dignità dei vinti (Leave no man behind - Black Hawk Down)






Ne "L'uomo eterno" G. K. Chesterton dedica alcune commoventi pagine a Virgilio e all'importanza della sua opera per la civiltà occidentale; grazie al suo più importante poema infatti, l'Eneide, Virgilio ha stabilito per sempre la dignità quasi sacra dei vinti: fu questa, continua Chesterton, una delle tradizioni che permisero alla civiltà di resistere ai secoli dei barbari e di dare vita alla cavalleria cristiana, "che altro non é se non l'atteggiamento morale dell'uomo con il muro alle spalle, il muro di Troia". Un ideale da difendere e per cui morire.

Reduce da una recente lettura del più grande poema epico latino non posso che confermare il buon Gilbert; in particolare confesso di essermi commosso fino alle lacrime durante la lettura del libro II, in cui Enea racconta alla corte di Didone la tragica notte della fine di Troia e della sua fuga con i pochi superstiti. La maestria di Virgilio poeta é assoluta: si sentono le urla dei guerrieri Achei penetrati a tradimento nella città; i tonfi delle travi di legno che cadono incendiate; le urla delle madri trascinate via; l'eco delle stragi fra i corridoi immensi del palazzo di Priamo, rischiarati dai bagliori del fuoco divampante. In tutto questo Enea raduna alcuni compagni per tentare una disperata resistenza: chi mi segue sappia, dice, gli dei hanno abbandonato la nostra città, non ci resta che una morte onorevole armi in pugno.
Quale dramma: quando gli dei abbandonano l'uomo antico, l'unica cosa che gli resta é una tragica morte da eroe; nel Cristianesimo non solo una morte ma pure una vita eroica é possibile proprio perché Dio non abbandona l'uomo e, secondo l'espressione di Giovanni Paolo II, "l'eroico é quotidiano e il quotidiano eroico".
Ecco la dignità dei vinti: il drappello dei fedelissimi di Enea si fa strada fra le vie della città in fiamme e combatte contro gli Achei, che non esitano a uccidere sacerdoti, vergini e figli di fronte ai padri. Enea raduna il padre Anchise, il figlio Ascanio e la moglie Creusa, che poi si perderà e riapparirà, ormai defunta, sotto forma di spirito al marito, indicandogli la via per fuggire da Troia.
Ma gli dei non hanno abbandonato Enea: una lingua di fuoco luminoso avvolge il capo figlio Ascanio, come il biblico roveto ardente; sarà proprio di fronte a questo prodigio infatti che il padre Anchise si convincerà del volere divino e seguirà il figlio Enea in fuga dalla città.

Durante la lettura di queste pagine, specie quando l'eroe del poema raduna attorno a sé l'ultima resistenza di Troia e si lancia per le vie della città in rovina, mi risuonava in mente la traccia "Leave no man behind" dalla colonna sonora di "Black Hawk Down", il film di Ridley Scott con Eric Bana. Tratta della missione dei marines in Somalia agli inizi degli anni novanta, e di come i soldati americani rimasero intrappolati per le vie di Mogadiscio. Non é certo la storia di Enea e compagni, ma questa musica mi parla in qualche modo della dignità dei vinti, dello spirito di compagnia e di sacrificio, come quello che animò i troiani superstiti quella notte, di fronte alla loro patria in fiamme e ad un destino ancora sconosciuto.

mercoledì 19 gennaio 2011

Eugenio Corti: servire il Regno come scrittore

Da Avvenire.it

  
Eugenio Corti


Corti, un Ulisse al premio Nobel?

Venerdì Eugenio Corti si recherà ancora nella stanza al primo piano del palazzo di famiglia a Besana in Brianza (Monza), dove vide la luce il 21 gennaio 1921: «Fu alle nove del mattino, mi ha riferito mio padre». È la stanza che è diventata il suo studio, e dove tuttora lavora: attualmente a una nuova edizione del volume di saggi Il fumo nel tempio. Lo scrittore, noto soprattutto per il romanzo Il cavallo rosso, pubblicato da Ares, (che ha avuto 27 edizioni vendendo oltre 300mila copie), ma che è stato spesso trascurato dalla critica, ci tiene a sottolineare il valore artistico delle sue opere: «Ho cercato sempre di rendere l’universale nel particolare, secondo quanto predicano Aristotele e San Tommaso». Della sua fede non vanta alcun merito («mi è stata trasmessa dai miei genitori»), ma resta fermo nel proposito di contribuire con la bellezza all’affermazione del Regno: «Vedere l’assoluto nel relativo, la realtà specchio di Dio: se è rispettata questa impostazione nel rendere la realtà viene fuori l’opera d’arte».

Come è nata la sua vocazione di scrittore?«È nata dai giorni in cui in prima media ho preso in mano il testo di Omero, e ho cominciato a leggerlo ancor prima che iniziassero le lezioni. Ho trovato che trasformava in bellezza tutto quello che scriveva: ne sono stato preso al punto da desiderare di imitarlo e da non staccarmene più. L’altro fatto determinante è accaduto quando mi trovavo sul fronte russo: la notte di Natale del 1942, nella sacca di Arbusov, che chiamammo la valle della morte. Fu un’esperienza terribile: c’erano anche 30 gradi sotto zero, eravamo senza viveri e la fame e la morte ci circondavano. Spaventoso era l’odio reciproco tra russi e tedeschi, esempio dell’uomo ridotto a bestia. In quella circostanza promisi alla Madonna (sapevo che anche mia madre la pregava per la mia salvezza), che se fossi scampato alla strage mi sarei impegnato per la realizzazione del secondo versetto del Padre Nostro: 'Venga il tuo Regno'. E così ho fatto, cercando di contribuire all’affermazione del Regno come scrittore».

Le sue prime opere raccontano appunto la vicenda della ritirata di Russia e quella del rinato esercito italiano a fianco degli Alleati. Ma la prima ha avuto un certo successo, la seconda no. Perché?«Il fronte russo era il luogo della grande tragedia, il posto dove era stato maggiore il numero di perdite umane. Il mio I più non ritornano fu uno dei primi resoconti di quei drammatici giorni: uscì dall’editore Garzanti che lo accettò subito. Aiutò molto la recensione favorevole che ne fece Mario Apollonio, allora preside della facoltà di Lettere dell’Università Cattolica di Milano e uno dei maggiori critici letterari. Quell’articolo servì anche a me, per confermarmi nella mia vocazione letteraria. Viceversa il libro dedicato alla mia esperienza bellica in Italia, nell’armata che contribuiva alla liberazione dai tedeschi a fianco degli Alleati, non ebbe fortuna, credo per due motivi. Dal punto di vista militare noi soldati del re e i partigiani abbiamo avuto circa lo stesso peso (e forse più morti), ma l’epopea partigiana all’epoca era sempre esaltata, mentre la nostra opera era lasciata nel silenzio fino a renderla quasi sconosciuta. Il secondo motivo è che nel libro c’era dentro l’aspirazione di quello che sarebbe diventato Il cavallo rosso, ma mi mancava l’esperienza. Un autore cerca di rendere l’umanità del suo tempo, tende a essere scrittore universale. Quando nel ’51 scrissi questo libro avevo trent’anni e non avevo ancora la capacità di maneggiare una materia tanto vasta. A cinquanta invece, quando ho iniziato a scrivere Il cavallo rosso, ero pronto, avevo studiato, mi ero documentato. E nello stesso tempo avevo ancora la forza espressiva, senza aver perso il ricordo delle esperienze dirette. E il libro è uscito come un frutto maturo».

Quali sono i suoi modelli letterari. Dobbiamo partire da Omero?«Certamente Omero, che nel mondo infantile mi apparì di una bellezza somma. Poi studiando al liceo le poetiche, mi imbattei in tutte scuole letterarie, italiane e non solo. Capii che il mio campo era la prosa e non la poesia. E mi convinceva la linea che va da Omero al suo 'allievo' Virgilio (che in alcuni punti mi pareva addirittura superiore, penso al secondo libro dell’Eneide). Poi Dante, che sceglie Virgilio come maestro. Poi i romanzi dell’Ottocento: Manzoni da noi, Tolstoj che ritengo il più omerico di tutti gli allievi di Omero. Mentre le poetiche novecentesche (anche delle arti figurative) non mi hanno mai convinto. Ecco, Bacchelli mi pare l’ultimo gagliardo di quelli che seguono la linea tradizionale».

E la fede, quanto l’ha aiutata?«Non credo di avere meriti nella fede. Ho seguito l’impostazione che mi hanno dato i miei genitori e la scuola dove ho studiato (il Collegio San Carlo di Milano). In realtà pur non avendo alcun dubbio (dal punto di vista razionale è tutto chiaro), credo che ci sia molta gente che ha molta più fede di me, missionari ma anche gente del popolo. Ed essendo vicino al passaggio nel mondo di là, conto molto sulla misericordia di Dio».

Cosa pensa della mobilitazione dei comitati per candidarla al premio Nobel per la letteratura?«So bene che non me lo daranno mai. Anche perché la giuria è animata da uno spirito anticristiano. Ma se non lo hanno dato a Tolstoj, che secondo me vale come tutti gli altri vincitori messi insieme, non mi preoccupo. Tra i miei amici, è soprattutto il mio editore in Francia, Vladimir Dimitrievic, a crederci. In ogni caso ringrazio tutti i miei sostenitori: questo movimento serve comunque a diffondere la conoscenza dei miei libri».
 
Enrico Negrotti

martedì 18 gennaio 2011

Omero, Dante, Tolkien questo venerdì al mio liceo



A ormai quattro giorni dall'evento, torno a segnalare l'incontro che si terrà venerdì 21 gennaio nella mia scuola, il Liceo G&Q Sella di Biella, dal titolo "Verso casa. Il viaggio dell'uomo in Omero, Dante, Tolkien"; relatore sarà il carissimo amico Edoardo Rialti, che i lettori di questo blog conoscono bene per i suoi articoli su Chesterton e non solo. Non c'è nient'altro da dire, se non che sarà un'occasione unica da non perdere, per chi potrà essere presente. 
A me, infine, l'onore e la gioia di presentare una serata così eccezionale, una chiacchierata fra uomini liberi con Omero, Dante e il buon Tolkien a cui siete tutti invitati.

lunedì 17 gennaio 2011

Più autentici, più liberi, più umani, più ragionevoli e più felici



Giovanni Paolo II


"Era totalmente diverso dal cliché clericale, secondo cui i cristiani sono ometti impauriti dalla vita.
Era il papa che a vent’anni era stato operaio, poeta, attore di teatro, “combattente” nella tragedia della sua terra invasa da nazisti e comunisti e devastata; il Papa che poi era stato seminarista clandestino, giovane prete che amava andare in montagna con i suoi studenti e amava sciare e nuotare, il papa che era stato un intrepido vescovo quarantenne che si era opposto agli abusi della tirannia comunista a Cracovia e che poi ha partecipato al Concilio e poi è stato il ciclone che ha abbattuto il moloch planetario del comunismo, con la forza inerme della sua testimonianza, il papa che ha sfiorato più volte il martirio.
Ebbene quest’uomo dalla vita leggendaria, che ha percorso tutti i continenti, era la prova vivente che l’amicizia di Gesù rende più uomini e non meno uomini. Rende più autentici, più liberi, più umani, più ragionevoli, più felici"

sabato 15 gennaio 2011

A proposito di Pensiero Libero



"Corriere della Sera offre ai suoi lettori i grandi libri attraverso cui si sono affermati i valori fondamentali del mondo moderno: tolleranza, democrazia, liberta', eguaglianza, diritti umani, spirito imprenditoriale, spiritualita'. Uno strumento prezioso per conoscere le radici del pensiero che ha orientato le scelte decisive dell'Occidente". (da Corriere.it)

Da ormai settimane il Corriere della Sera ha lanciato la collana "I classici del pensiero libero": al prezzo di un euro soltanto, é possibile acquistare assieme al quotidiano i "libri che hanno cambiato il mondo". Quali sarebbero questi autori, secondo il quotidiano di via Solferino? Voltaire apre la fila, seguito subito da Rousseau; compaiono fra gli altri Freud, Darwin, Russell, Kant, Weber, Einstein, Galileo, Mazzini.
Ieri, sfogliando il quotidiano, di fronte ai paginoni pubblicitari dell'iniziativa mi é sorta spontanea la domanda: ma cosa significa esattamente "pensiero libero"? Quando poi leggo la frase di Mazzini "Finché avete tiranni, come potete avere patria?" con sullo sfondo l'immagine di uomini in festa a cavallo del Muro di Berlino capisco che deve esserci un po' di confusione.
L'iniziativa del Corriere rappresenta una sorta di pantheon dell'uomo laico moderno, nel quale evidentemente vige la confusione più assoluta: cos'hanno a che fare Gandhi e Voltaire, Darwin ed Erasmo da Rotterdam? L'uomo moderno del pensiero libero ha caratteristiche precise: laico e tollerante (Voltaire) ma attento a lasciare spazio allo spirituale (Pascal); capace di usare rigorosamente la ragione (Kant, Cartesio) ma con quel pizzico di spirito rivoluzionario e ribelle all'autorità (Mazzini, Russell) giusto per affascinare le donne più pasionarie (ma una donna che legge Chesterton e Dante sarà per me sempre più infinitamente bella e rivoluzionaria); favorevole, ovviamente, al progresso scientifico, a partire dall'uomo della caverna che per primo avrà osato ribellarsi allo sciamano religioso di turno nemico della scienza (d'altronde una mente illuminata ci sarà stata pure all'epoca, peccato però che non si sapesse ancora scrivere, quindi niente libro a un euro) fino ad arrivare in linea retta ai paladini della scienza moderna (Galileo, Darwin). Senza contare che lui, l'uomo moderno del libero pensiero, é esperto pure di economia (Weber, Smith).
Il pantheon é servito. Anche se a questo punto ancora mi domando cosa significhi davvero " pensiero libero", ma forse sono io a non avere capito qualcosa.

Non mi intendo di marketing pubblicitario, e certamente l'immagine del Muro di Berlino con la frase di Mazzini fa un bell'effetto; però, a proposito di "pensiero libero", mi permetto di consigliare per la prossima serie di utilizzare al posto di "Finché avete tiranni, come potete avere patria?", quest'altra frase del democratico Giuseppe. La scrisse in una lettera a papa Pio IX in data 8 settembre 1847: “Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l’assurdo divorzio fra il potere spirituale ed il temporale”.
Avete letto bene. Ad ognuno il suo libero pensiero.

Non posso non riportare a questo proposito, e fare mie, le parole del mistico highlander Evan McJan, protagonista del romanzo di G.K. Chesterton La sfera e la croce:

"Io la sfido a tornare ai liberi pensatori del passato e a trovare qualche possibilità di alloggiare presso di loro. La sfido a leggere autori come Godwin, come Shelley, oppure uno dei deisti del Settecento o uno di quegli umanisti adoratori della natura del Rinascimento, senza scoprire che i suoi pensieri sono lontani almeno il doppio di quanto siano lontani dai pensieri del Papa. Lei é uno scettico dell'Ottocento, e continua a ripetermi che io ignoro la crudeltà della Natura. Se lei fosse stato uno scettico del Settecento senz'altro mi direbbe che io ignoro la crudeltà e la benevolenza della Natura. Lei invece é un ateo, e glorifica i deisti del Settecento. Li legga, invece di lodarli, e vedrà che il loro intero universo non si regge né crolla con la divinità. Lei é un materialista, e ritiene che Giordano Bruno sia un eroe della scienza. Osservi quello che ha detto e penserà a lui come a un mistico pazzo. No, il grande libero pensatore, con tutta la sua genuina abilità e onestà, in pratica non fa altro che distruggere la Cristianità. Alla fine non fa altro che distruggere il libero pensatore che é venuto prima di lui. Il libero pensiero può essere suggestivo, ispiratore, può avere tanto quanto le piaccia dei valori che gli derivano dalla vivacità e dall'eclettismo. Ma c'è una cosa che il Libero Pensiero non potrà mai essere, senza alcuna possibilità... il libero pensiero non potrà mai essere progressivo. Non potrà mai essere progressivo per il semplice motivo che non accetta nulla del passato: ogni volta ricomincia dall'inizio e ogni volta punta verso una direzione diversa. (...). No; ci sono solo due cose che sono davvero portratrici di progresso, ed entrambe accettano l'autorevolezza del passato. Si può progredire in alto e in basso, si può crescere costantemente in meglio o constantemente in peggio, ma loro crescono costantemente in un ambito ben definito, muovendosi verso una direzione ben definita; ci sono solo due cose, mi parrebbe, che possono progredire. La prima é la scienza fisica in senso stretto. La seconda é la Chiesa cattolica. (...). Spesso penso che le sue generalizzazioni storiche si basino soprattutto su esempi casuali e discutibili; non mi sorprenderei, poi, se le sue vaghe nozioni circa la Chiesa vista come persecutrice della Scienza siano semplicemente una generalizzazione del caso Galileo. E non mi sorprenderei nemmeno se, qualora prendesse in esame le ricerche e le scoperte scientifiche avvenute dopo la caduta di Roma, trovasse che una quantità rilevante di queste siano da attribuire a dei monaci. Ma questo é un argomento irrilevante rispetto a quello che le volevo dire. Il nocciolo della questione, infatti, é che se lei vuole un esempio di qualcosa che abbia portato del progresso nel mondo morale con lo stesso metodo della scienza nel mondo materiale, aggiungendo continuamente, senza sconvolgere né negare, quello che c'era prima, ebbene, posso dire con sicurezza che c'è soltanto un esempio che posso darle. E questo siamo Noi".


Fra l'altro, La sfera e la croce (Morganti Editori) costa 15 euro, esattamente come l'intera raccolta dei Classici del Pensiero Libero.
Allargando il ragionamento, é da notare come nella Storia Cristo non sia mai entrato in un Pantheon ideologico, e se ciò é accaduto é stato per audaci e misere mistificazioni che hanno ben presto incontrato il fallimento.
Lui, centro del cosmo e della storia, ha fatto e fa ben di più: Egli é infatti origine costante di una nuova civiltà, una vera civiltà dell'uomo, l'unica Rivoluzione che abbia mai cambiato il cuore dell'uomo e quindi il mondo, e continui a farlo.


giovedì 13 gennaio 2011

La più poetica e la più umana


Tomba di Chateaubriand, St. Malo, Francia

"I difensori della religione caddero in un errore che già li aveva perduti: non s'accorsero che non era più questione di discutere questo o quel dogma, poiché se ne rifiutava assolutamente i fondamenti. E procedendo dalla missione di Gesù Cristo, risalendo di conseguenza in consegnuenza, costoro - senza dubbio - precisarono assai solidamente le verità della fede; ma questo modo d'argomentare, valido nel XVII secolo, quando il fondamento non veniva contestato, ai nostri giorni valeva più nulla. Bisognava prender la via contraria: passare dall'effetto alla causa, non provare che il cristianesimo é eccellente in quanto viene da Dio, ma che viene da Dio poiché é eccellente.
(...) Non erano i sofisti a dover essere riconciliati con la religione, ma il mondo che costoro avevano traviato. L'avevano sedotto raccontandogli che il cristianesimo era un culto nato dentro alla barbarie, assurdo nei suoi dogmi, ridicolo nelle sue cerimonie, nemico delle arti e delle lettere, della ragione e della bellezza, un culto che altro non aveva fatto se non versare sangue, incatenare gli uomini e ritardare la felicità ed i lumi del genere umano: si doveva quindi cercar di dimostrare che fra tutte le religioni che mai esistettero la religione cristiana é la più poetica, la più umana, la più favorevole alla libertà, alle arti ed alle lettere; che il mondo moderno ad essa deve tutto, dall'agricoltura alle scienze astratte, dagli ospizi per gli sfortunati ai templi edificato da Michelangelo ed affrescati da Raffaello. Si doveva mostrare come non vi sia nulla di più divino della sua morale, nulla di più amabile e ricco dei suoi dogmi, dottrina e culto; si doveva affermare che esso favorisce il genio, raffina il gusto, sviluppa le virtuose passioni, dova vigore al pensiero, offre nobili forme allo scrittore e perfetti modelli all'artista; che non v'è alcuna vergogna a credere, con Newton e Bossuet, Pascal e Racine; infine, bisognava chiamare in soccorso di questa stessa religione tutti gli incanti dell'immaginazione e gli interessi del cuore che contro di essa erano stati armati"

Francois-René de Chateubriand, Il Genio del Cristianesimo (1802)



 P.S. Valeva per dopo la Rivoluzione Francese, vale ancor di più oggi e sempre: ripartire sempre dall'Origine e mostrare al mondo la bellezza di essere di Cristo. Là fuori non aspettano altro.

martedì 11 gennaio 2011

Il segno dei segni che l'universo offre


Dante fugge dalle tre fiere (particolare), di William Blake

Era da tempo che avevo messo da parte quella che é la mia compagna di sempre da ormai quasi tre gloriosi anni, vale a dire la lettura della Divina Commedia. Terminata or ora l'Eneide del grande Virgilio e incalzato dall'imponente e spledida strada riapertasi con la tre giorni di Centocanti, torno a immergermi nel mondo dantesco, pur impegnato in mille altre battaglie. Ho iniziato la lettura di "Dante e Beatrice" (Medusa), una raccolta di saggi danteschi del grande studioso di filosofia medievale Etienne Gilson; spunti molto interessanti, sebbene qualche tesi sia a mio giudizio un po' azzardata. Ad ogni modo riporto di seguito una citazione in nota nella Prefazione di Bianca Garavelli dal libro "Dante. Una vita" di Jacqueline Risset (Rizzoli), una citazione che é stata per me un caldo ed indescrivibile abbraccio di bentornato, e non solo.
Riguardo all'incontro decisivo avvenuto nella giovinezza di Dante, Risset scrive

"L'aver iniziato la propria vita con l'apparizione della piccola Beatrice non lo confina tra amori e riflessioni sentimentali, liriche o religiose... anzi. Ciò che quell'apparizione gli comunica, che che gli fa percepire all'improvviso, fisicamente, oltre la grazia di quella fanciulla, é la bellezza dell'universo, é il rapporto immediato, indissolubile, tra l'universo e la sua vita. Beatrice non é un segno tra i segni, ma il segno dei segni che l'universo offre".

La grazia di sentire i brividi nel guardare a queste parole é davvero inestimabile, per un lettore di Dante e per qualsiasi uomo. 



lunedì 10 gennaio 2011

Combattere per il Dio che ha trasformato l'acqua in vino e non viceversa: la pinta e la croce

Grazie alla SCI (Società Chestertoniana Italiana), propongo qui l'ottava puntata di Chestertoniana, la rubrica sul grande scrittore tenuta da un grande amico, Edoardo Rialti, su Il Foglio.



GKC

LA PINTA E LA CROCE



Leggere Chesterton e scoprire che una bevuta in compagnia è la vera ascesi verso il "Dio di tutte le cose buone sulla terra"





di Edoardo Rialti





Invitato a una cena di gala, Chesterton si trovò accanto a una nobildonna, e la malcapitata gli confidò orgogliosa di essere vegetariana. Chesterton annuì compitoe le propose cortesemente di accompagnarlo a vedere una certa cosa. Si alzarono e il corpulento giornalista e scrittore inglese aprì la porta della serra dei suoi ospiti e le mostrò sorridendo una gigantesca pianta carnivora, così che la signora potesse rammentarsi che neppure le piante sono vegetariane. Questo genere di persone divertivano Chesterton, e al contempo lo preoccupavano. Egli era fermamente convinto che "gli uomini oggigiorno abbiano tutti quanti delle idee sbagliate su ciò che riguarda la vita umana. Pare che si aspettino ciò che la Natura non ha mai promesso, e viceversa, fanno di tutto per rovinare ciò che la Natura ha dato loro realmente". Farà pronunciare questa frase a uno dei protagonisti del suo romanzo "L'osteria volante", dedicato a quelli che riteneva essere – e siamo nel 1914 – due tra le massime minacce alla civiltà occidentale: l'islamizzazione e il salutismo.



Riguardo allo scontro tra la civiltà cristiana e musulmana durante il medioevo, Chesterton avrebbe scritto in "The new Jerusalem" (siamo negli anni Venti) un intero capitolo dedicato a fornire un'apologia delle crociate. Anzitutto, a chi oggi rabbrividisce al solo termine "crociata" e ne parla come l'ennesima vergognosa dimostrazione dell'aggressività occidentale contro i musulmani tutti raffinatezza e tolleranza, Chesterton faceva notare che dell'islam invasore della Terrasanta costoro "parlano come se fosse venuta fuori una qualche tribù inoffensiva o un tempietto nel Tibet, mai scoperto prima che fosse invaso. Sembrano totalmente dimentichi che assai prima che i crociati avessero sognato di cavalcare alla volta di Gerusalemme, i musulmani avevano cavalcato quasi fino a Parigi". E alle scuole storiche che riducevano i viaggi e le guerre intraprese per la presa di Gerusalemme a un mero pretesto per appagare brame di potere e ricchezza materiale, Chesterton si limitava a ribattere che "questo tipo di teoria è una blasfemia contro la dignità intellettuale dell'uomo. Ed è tanto una blasfemia quanto uno stupido abbaglio, perché esce di pista per miglia e miglia in cerca d'una spiegazione bestiale laddove si trova un'ovvia spiegazione umana". Che i contemporanei non riescano più neppure a concepire che i loro antenati potessero davvero lasciare tutto e partire per liberare il sepolcro di Cristo, dimostrava soltanto lo spostamento e la riduzionedei loro orizzonti ideali. Oscar Wilde diceva che ogni giudizio critico è in realtà sempre un'autobiografia, e Chesterton si sarebbe detto d'accordo. Si era appenausciti dalla Prima guerra mondiale, con le bandiere nazionali l'una puntata contro le altre, e Chesterton osservava come fosse "assurdo che disprezziamo coloro che versarono sangue per una reliquia quando noi abbiamo versato fiumi di sangue per uno straccio". Ma la dignità della tensione crociata egli la estendeva senza remore anche ai guerrieri dell'altro schieramento: "La crociata o, per quel che conta, il jihad, è di gran lunga il genere di scontro più filosofico, non solo nella suaconcezione di porre un termine alla differenza [religiosa tra i contendenti], ma nelsuo mero atto di riconoscere tale differenza quale la più profonda che ci sia. E' ribaltare del tutto la ragione suggerire che la politica d'un uomo conti mentre la suareligione no. E' dire che egli è condizionato dalla città in cui vive, ma non dal mondo in cui vive".

Sull'"ultima crociata", la grande battaglia navale di Lepanto, egli scrisse unaballata che molti considerano tra le sue opere più belle. Hilaire Belloc non avevadubbi nel recensirla: "Le persone incapaci di notare il valore di 'Lepanto' sono mezze sorde. Lasciate pure che lo restino". E, come "La ballata del cavallo bianco", anche questa lunga poesia accompagnò e sostenne molti soldati della Prima guerra mondiale. Uno di loro, che era John Buchan, lo scrisse a Chesterton stesso, nel 1915: "L'altro giorno nelle trincee stavamo gridando a gran voce la vostra 'Lepanto'". Ma se sulle mura di Gerusalemme o nelle acque di Lepanto lo scontro era stato per la difesa della propria fede, la nuova battaglia in corso nel mondo contemporaneo avrebbe conosciuto un fronte sconosciuto ai secoli passati, il tradimento e il disprezzo dell'Europa stessa alla percezione della vita propria della cultura occidentale. Di questa nuova guerra, e della resistenza organizzata alla nuova invasione, narra appunto "L'osteria volante", nella quale secondo C. S. Lewis è possibile incontrare alcune delle creazioni artistiche di Chesterton che sono maggiormente "permanenti e senza età", soprattutto per quello che rimane forse il cattivo più memorabile di tutta la sua narrativa. Come nel "Napoleone di Notting Hill" o "La sfera e la croce", anche in questo romanzo si trova una coppia di eroi, l'uno molto diverso dall'altro: Dalroy, un capitano irlandese dalla forza erculea, capace di sradicare un ulivo e di comporre una canzone dopo l'altra,magari anche una canzone contro le canzoni, e Pump, un oste inglese dal voltoimpassibile, sotto cui però arde un millenario buon senso popolare, uno che le cosele ha imparate "non accademicamente, come un professore americano, ma praticamente, come un indiano americano". Chesterton amava il detto di Stevenson per cui l'uomo irragionevole non è chi non abbia un pensiero, ma chi non abbia un pensiero da contrapporre all'altro mentre aspetta il treno alla stazione; come scrissela sua amica e biografa Maisie Ward, le coppie di protagonisti di tante sue storieincarnano questa feconda tensione polare, e la coppia Dalroy-Pump deve fronteggiare la più infeconda delle minacce: il bando di tutte le osterie in Inghilterra, per confarsi al superiore ascetismo islamico, e suggellare così la pace con la Turchia, una pace per la quale i torti irrisolti della parte avversa, come il rapimento di tante donne forzate alla poligamia, debbono essere giustificati e dimenticati in nome della tolleranza per gli altrui costumi. Dalroy è l'unico a non accettare che la battaglia sia finita e ribatte disgustato: "Oggi ho visto qualcosa che è peggiore della guerra: il suo nome è pace". Assieme a Pump, e a un cane di nome Quoddle – come il cane di Chesterton stesso – girerà l'Inghilterra conun'insegna d'osteria sulle spalle, un'enorme forma di cacio e un barilotto di rum, attorno ai quali organizza la resistenza, ridestando in chi gli si accosta, eludendo le feroci proibizioni, "quelle risate che dormono dal medioevo in qua" nell'Europa moderna. Il suo è un pellegrinaggio al contrario, in cui è la meta a visitare i pellegrini, perché, se non a Roma, almeno "tutte le strade portano a Rum". Lo studioso Joseph Pearce ha annotato come "sebbene il bando totale dell'alcol possa al giorno d'oggi sembrare un po' tirato per i capelli, bisogna ricordare che al tempo della pubblicazione del romanzo gli Stati Uniti non avevano ancora intrapreso la politica del proibizionismo. Conseguentemente 'L'osteria volante' contiene un elemento di profezia". I nemici dell'osteria sono molti, e ben organizzati: la nuova cultura islamizzante si diffonde con le prediche di Mysra Ammon, un intellettuale musulmano divorato dallo zelo di dimostrare che "la civiltà inglese era stata fondata dai turchi". Il prefisso "al" è tipicamente musulmano in parole come alAlhambra e Algeria? Ammon lo ravvisa anche nell'Albert Memorial. E persino gliodiati pub nascondono nei loro nomi un messaggio criptico: "La testa del saracenoè una corruzione della storica verità: il saraceno è in testa!", esclama trionfantenelle sue conferenze nei salotti della buona società inglese, circondato dal "freddofanatismo che si nota negli occhi delle signore le quali sono solite chiedere la parola negli incontri pubblici". Tuttavia chi lo ascolta bene non può fare a meno di notare che "ciò che egli conosceva era sempre appena il frammento di un fatto. Ciò che costantemente egli mostrava di non conoscere era la verità che si nascondeva dietro il fatto stesso". Ben diverso per statura umana è l'avversario militare di Dalroy, Oman Pascià, "il più grande dei guerrieri turchi, egualmente famoso per il suo coraggio in guerra come per la sua crudeltà in pace". Questi porta sul volto il segno della spada dell'irlandese, "ricevuto, sia detto per la verità, senza ira o vergogna, perché il Turco è sempre grande in queste cose". Altra minaccia ancora è il più celebre editorialista d'Inghilterra, Hibbs "Comunque", chiamato così per "la grande cautela che caratterizzava i suoi giudizi critici, talché tutto quello che scriveva dipendeva sempre da congiunzioni come ma, tuttavia, sebbene e simili". Egli è "l'uomo che sapeva dire sempre la parola che ci voleva in tutte lecircostanze", capace di uno "speciale talento per uno dei peggiori trucchi del giornalismo moderno: il trucco di trascurare il punto più importante di una questione e di appigliarsi a quello meno importante". Qualsivoglia posizione forte e decisa viene affogata dal suo relativismo a buon mercato. Tuttavia "divenne così diplomatico da diventare incomprensibile", e Chesterton, che è stato un giornalista per tutta la vita, offre numerosi esempi dell'evoluzione dell'Hibbs- pensiero: questi passa dal "Checché noi possiamo pensare pro o contro la vivisezione dei fanciulli poveri, il punto su cui siamo tutti d'accordo è che, a ogni modo, deve essere fatta da chirurghi esperti", al "Checché noi possiamo pensare pro o contro la vivisezione dei fanciulli poveri, nessun intelletto moderno può mettere in dubbio la decadenza del Vaticano".



Ma il vertice della piramide, verso cui convergono le conferenze di Ammon, lasciabola di Pascià, le nebbie verbali di Hibbs è Lord Ivywood, il ministro inglese, e "il più bell'uomo d'Inghilterra", dal volto pallido e perfetto e dai capelli prematuramente bianchi, del tutto indistinguibile da un monumento greco-romano, "una di quelle vecchie statue marmoree che sono impeccabili nelle linee, ma mostrano solo ombre di grigio e bianco". Egli è il principale sostenitore dell'islamizzazione d'Europa, perché ha scovato nell'islam un credo limpidamente disincarnato e anti sacramentale, l'unico in grado di far riposare il suo disprezzo per la corporeità. E pur di portare avanti la sua guerra personale, egli non si farà scrupolo di indorare con la propria travolgente eloquenza il progressivo ridursi delle libertà personali per i cittadini comuni. Per Lewis questo ritratto era una delle conquiste più alte dell'arte di Chesterton, e chiedeva ai suoi lettori in un articolo del 1946: "Il politico dottrinario, aristocratico eppure rivoluzionario, inumano, coraggioso, eloquente, capace di volgere i peggiori tradimenti e le espressioni più abominevoli in un fraseggiare che riecheggia di dolce magnanimità – tutto questo sarebbe superato?". "La sua splendida maschera" che, come viene raccontato nel romanzo, "non mutava mai di colore o di espressione", esprime visivamente "quel suo fanatico piacere, piacere che la sua natura strana, fredda, coraggiosa, non poteva attingere né dal mangiare, né dal bere, né dalla donna". Ed ecco emergere il cuore segreto della contrapposizione. Ivywood infiamma qualunque platea lo ascolti, ma egli non è un poeta, "bensì il suo contrario, cioè un esteta", e unideologo della peggior specie per Chesterton: "Il teorico che parta da una teoria falsa e, quindi, in tutto quel che vede pretende di vederne la conferma, è il nemico più pericoloso della ragione umana". Ivywood vuole migliorare, spiritualizzare l'umanità, proprio perché non la ama, così come non ama se stesso. Mentre Chesterton già nel 1908 aveva scritto che "ciò che è prezioso e degno d'amore ai nostri occhi è l'uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo". E i risultati si vedono, dall'una e dall'altra parte.



Come nota Dalroy, i sostenitori dell'abolizione dei vecchi piaceri umani nelle loro "cappelle atee non fanno che parlare di Pace, Perfetta Pace, Fiducia in Dio, Gioia Universale, e anime sorelle. Ma non sono per questo molto più allegri degli altri, et utto quello che fanno, è distruggere tanti buoni scherzi, tante buone storie, tante buone canzoni e tante buone amicizie". Costoro "rinunciano solo a quelle cose che li legano agli altri uomini. Se andate a pranzo con un milionario astemio e sobrio, vedrete che non rinuncerà né agli antipasti, né alle cinque o sei portate, né al caffè, ma bensì abolirà i vini e i liquori perché anche i poveri sono ghiotti di vini e liquori". Il segreto è che "egli non rinuncia che alle cose più semplici e più comuni: al manzo, alla birra, al sonno, perché questi piaceri gli ricordano che egli è solo un uomo".

Alla gelida "solitudine di Dio" proclamata da Ammon e Ivywood, accolta con frigido entusiasmo da miliardari satolli di una vita di vizi, Chesterton con Dalroy e Pumpcontrappone il Dio della tradizione cristiana, "il Dio che ha inventato il buon riso",che non ha voluto restare in una distanza inaccessibile ma ha abbracciato e valorizzato persino i piccoli piaceri di ogni giorno, tanto più cari proprio perché appunto, ci ricordano che siamo solo uomini. "Ci sono poche consolazioni per noi in questo mondo, ma qualcuna c'è", e per Chesterton rinnegarle voleva dire assumersi l'empietà di rinnegare il "divino materialismo" della creazione e il suo creatore, il "Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra", che a Cana avrebbe mutato l'acqua in vino, e non il vino in acqua. Per questo, quando gli si chiedeva perché si fosse convertito alla chiesa cattolica, Chesterton ribatteva "per amore dell'allegria, della salute e della fantasia" e che il cristiano è l'unico in grado di guardare al mistero dell'esistenza, con le sue ferite e le sue bellezze, senza scorgere alcuna contraddizione tra una pinta, una pipa e una croce. Quando morì, Giovanni Papini gli tributò l'onore di essere stato uno di coloro che avevano riportato la gioia in un cristianesimo trincerato nel moralismo. E' anche per questo che "L'osteria volante" è colmo di poesie sul piacere del bere, e del bere in compagnia, poesie che furono raccolte in un volume, dal titolo "Wine, water and songs", di enorme successo popolare, tanto da conoscere oltre quindici edizioniprima della morte di Chesterton. In una di esse il patriarca Noè, sotto il Diluvio,esprime quello che per Chesterton era una preoccupazione fondamentale: "Poco miimporta dove vada l'acqua, purché non se ne vada nel vino!". (8. continua)







ANNO XV NUMERO 307 - PAG II IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ 29 DICEMBRE 2010

domenica 9 gennaio 2011

Fra noi e i Greci

Disputa del Sacramento, Raffaello, stanze di Giulio II
Dopo il Corso di formazione di Centocanti a Roma, un enorme grazie a tutti.
Qui trovate la lezione del prof. Motta dal titolo La Chiesa, il Rinascimento, l'antico, tenuta la sera del 6 gennaio come introduzione alla visita ai Musei Vaticani la mattina succesiva.
Se volete poi visitare la Cappella Sistina direttamente dalla vostro computer non avete che da andare qui.
Di seguito invece una scena dal film "Il tormento e l'estasi", con Charlton Heston, proiettato la sera del 7 dopo un pomeriggio di lavoro sulla lezione di Maria Segato sul Limbo dantesco e il problema della salvezza del mondo antico in Dante. Il film narra del rapporto fra Michelangelo e Giulio II, il Papa che commissionò all'artista fiorentino la volta della Cappella Sistina. E' un film sul genio e sull'arte, molto bello anche se con qualche distinguo rispetto alle solite frecciate anti-Chiesa proprie del cinema.
In particolare, in una scena di dialogo fra Michelangelo e una dama dei Medici che egli ama, con a tema il genio, l'arte e l'amore, i tratti dell'artista fiorentino hanno una straordinaria somiglianza con quelli della figura di Pietro di Craon de L'Annuncio a Maria di Paul Claudel.

Grazie ancora a tutti per questi giorni di lavoro, letteratura, arte, amicizia, passione per il vero e il bello, fino in fondo, fino a Cristo.
E buon lavoro.



sabato 1 gennaio 2011

L'unica risposta soddisfacente

Cristo a casa di Marta e Maria, Vermeer, particolare



"Avevo terminato il mio primo libro con le parole: Non hanno una risposta. Ora so, Signore, perché tu non dai risposte. Tu stesso sei la risposta. Davanti al tuo volto ogni domanda muore sulle labbra. Quale altra risposta sarebbe soddisfacente?"


C. S. Lewis, A viso scoperto