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giovedì 31 marzo 2011

Il ritorno del gigante

Riprendo dagli amici della SCI, con un caro saluto a Uomovivo, un articolo apparso su L'Occidentale riguardo alla rinascita in Italia dell'interesse per il grande G. K. Chesterton. Tra l'altro si sono concluse da poco le diciotto puntate settimanali sul quotidiano Il Foglio a cura di Edoardo Rialti su questa figura qui da noi ancora troppo poco conosciuta.
In questo articolo si parla del fiorire di traduzioni degli innumerevoli saggi, romanzi e articoli di questo vescovo vestito da clown, scandalosamente assente da qualsiasi testo scolastico.

P.S. non ho mai trovato finora un giudizio sul Medioevo così limpido e puntuale come quello di GKC, riportato qui sotto.


GKC


L'Italia riscopre Chesterton, il Medioevo, Gerusalemme e le Crociate
Sarà forse un segno del cielo la rinnovata fortuna italiana di Gilbert Keith Chesterton (1874-1936). Lo scrittore britannico è infatti letto ed amato ora nel nostro paese come mai avvenne in passato. Durante la sua vita i lettori italiani potevano leggerlo prima sulle pagine de La Ronda, la rivista del “ritorno all’ordine” dopo le intemperanze avanguardiste fondata da Vincenzo Cardarelli, in seguito su Frontespizio, l’organo dei poeti cattolici fiorentini con a capo Giovanni Papini. Ciò fu possibile soprattutto per l’attenzione riservatagli da Emilio Cecchi, illustre critico e traduttore che si accorse della grandezza della letteratura anglo-americana prima di Vittorini e Pavese.
Altri appassionati dell’opera chestertoniana spuntarono negli primi anni ’70, quando la sua creatura più nota, Padre Brown (il prete detective che risolve i gialli affidandosi alla filosofia tomista), aveva il bel volto in bianco e nero di Renato Rascel nella serie tv diretta da Vittorio Cottafavi. Ma è riduttivo associare a Chesterton solo il famoso e arguto sacerdote (a parere di Gramsci, molto più simpatico di Sherlock Holmes). Lo dimostrano molte altre pubblicazioni. Perché, dicevamo, GKC, come usava firmarsi, è tradotto in quantità mai vista.
In particolare sono due le case editrici nostrane che stanno riportando alla luce gioielli chestertoniani. La Morganti di Verona ha editato buona parte dell’opera narrativa, comprese le storie di Padre Brown e il meraviglioso romanzo manifesto Uomovivo. Con lo stesso marchio sta per arrivare in libreria Il ritorno di Don Chisciotte, romanzo del 1927. La torinese Lindau sta facendo ancora di più pubblicando la copiosa produzione saggistica. Lo scorso anno è stato il turno del saggio più bello di Chesterton, Ortodossia: una tappa fondamentale del suo processo di avvicinamento alla Chiesa di Roma, il racconto di come finì per trovare “nella parrocchia più vicina” quel che aveva cercato “in un tempio anarchico, o in un club babilonese”. È ancora fresco di stampa anche Il profilo della ragionevolezza, raccolta di scritti economici che illustrano la teoria “distributista”. Si trattava di un tentativo di terza via fra capitalismo e socialismo fortemente influenzato dalla dottrina sociale della Chiesa; l’idea vincente era quella di incoraggiare la piccola proprietà privata, anche dei mezzi di produzione per sottrarla al monopolismo statale o imprenditoriale.
Sempre Lindau editerà la prossima settimana La nuova Gerusalemme. È il resoconto del viaggio in Terrasanta compiuto nel 1919, ma non solo; una ottima occasione per riflettere su questioni religiose e politiche. Sempre con il suo tipico stile serio ma umoristico, pieno di buon senso provocatorio. GKC partì da Londra nel periodo natalizio per intraprendere un viaggio che non fu solamente nello spazio. Percorse “a ritroso la storia fino a giungere nel luogo di origine del Natale. Spesso, infatti, è necessario ritornare sui propri passi, come chi, dopo aver smarrito la strada, ripercorre a ritroso il proprio cammino fino a un cartello che gli indica la via”.
Ben consapevole della confusione spirituale novecentesca, si fece pellegrino per i contemporanei: “L’uomo moderno è simile a un viandante che non ricorda più il nome della sua meta e deve ritornare nel punto da cui proviene per scoprire dove è diretto”. Dalla Gran Bretagna, allora principale potenza mondiale, si recò nella Parigi capitale del giacobinismo che ha plasmato il mondo moderno, scese nella Roma papale, imperiale e repubblicana, attraversò l’ombra delle piramidi Egiziane, fino a giungere nella Terra Promessa dei Patriarchi biblici. È un viaggio nella storia che pone una domanda fondamentale sull’evoluzione della libertà umana: “Che cosa era accaduto tra l’ascesa della Repubblica romana e l’ascesa della Repubblica francese? Perché i cittadini con pari diritti della prima diedero per scontato la presenza degli schiavi?”. Ovviamente la risposta va cercata in Palestina: è stata la buona novella predicata da Gesù, l’incarnazione di Dio in un uomo, che ha dato dignità a tutti e reso intollerabile la schiavitù dell’epoca pagana.
Riflessioni interessanti contenute nel diario di viaggio anche sulle Crociate. Chesterton si scaglia contro l’idea, già allora pesantemente radicata, che quelle spedizioni medioevali fossero state vergognose imprese coloniali: “Quando si sostiene che le Crociate non sono state null’altro che una violenta scorribanda contro l’Islam, forse si dimentica curiosamente che lo stesso Islam fu soltanto una violenta scorribanda contro l’antica e ordinata civiltà”. Anzi il cavaliere crociato aveva “buoni motivi per nutrire dei sospetti nei confronti del musulmano”. È la storia stessa ad insegnare che “era già un vecchio nemico”. Inoltre la Prima crociata ebbe la particolarità di essere democratica: “la massa non vi aderì, ma lo capeggiò”.
A differenza di come accadde prima della la Rivoluzione Francese “fu l’ignorante che istruì il colto. La Crociata non fu evidentemente concepita da alcuni filosofi che suggerirono per primi alcune idee poi perorate dai demagoghi della democrazia”. Un tale elogio delle Crociate non può essere disgiunto da una visione del Medioevo opposta a quella fanatica degli Illuministi. Tutt’altro che secoli bui, la situazione è più complessa: “La società medievale non era il luogo giusto, era soltanto la direzione giusta. Era la strada giusta, o forse solo il suo inizio. Il Medioevo fu ben lungi dall’essere un periodo in cui tutto andò per il verso giusto. Sarebbe più corrispondente al vero, per come la penso io, ammettere che in quel periodo tutto andò per il verso sbagliato. Fu l’epoca in cui le cose avrebbero potuto evolversi bene, ma invece si svilupparono male. O anzi, per essere più precisi, fu l’epoca in cui stavano procedendo bene, ma poi mutarono in peggio”. L’età di mezzo non fu perfetta, dunque, ma fu “un’età di progresso. Forse fu l’unica vera età di progresso in tutta la storia. Gli uomini sono passati di rado con tale rapidità e unità dalla barbarie alla civiltà così come fecero dalla fine dei Secoli Bui all’epoca delle università e dei parlamenti, delle cattedrali e delle gilde”.
Chesterton non è troppo tenero con i musulmani. Trova un “elemento abbastanza logico e coerente, nel credo molto logico e coerente chiamato maomettanesimo”: il “vandalismo”, ovvero lo scarso senso artistico tipico di una religione che considera un peccato rappresentare Dio e blasfema la sua incarnazione. Respinge le accuse di antisemitismo invocando la nascita di uno stato ebraico: “Se questo è antisemitismo, allora sono un antisemita. Sembrerebbe più razionale chiamarlo semitismo”. Giunto in Terrasanta sentì comunque di essere “in quella patria al di là della patria per cui tutti proviamo nostalgia. Il suo ricordo perduto fa nascere al tempo stesso la fede e la fiaba”.
Per la gioia dei seguaci di Chesterton Lindau sta preparando altre sorprese, ma anche la storica Bompiani ha fatto la sua parte negli ultimi anni. Sue le edizioni de Il poeta e i pazzi (racconti che hanno per protagonista un altro detective, ma stavolta poeta), del classico L’uomo che fu Giovedì e del divertentissimo e visionario L’osteria volante (dove si immaginava un futuro dispotismo nato dall’alleanza fra capitalismo e islam e la ribellione ad esso per mezzo dell’alcol proibito dal Corano).
Ultimo ma non per importanza è da citare l’egregio lavoro della Società Chestertoniana Italiana. Non solo anima in rete il vivacissimo blog dell’Uomovivo ma ha da poco pubblicato, in collaborazione con le edizioni Guerrino Leardini e il Centro Missionario Francescano (i proventi vanno infatti in beneficenza) una raccolta di articoli inediti: La nonna del drago. Nella “faziosa postfazione” Marco Sermarini, presidente della Società, celebra “il ritorno del gigante” e ricorda che Emilio Cecchi “lo vedeva truccato da clown finché, girandosi non mostrava uno svolazzante e solenne paramento episcopale, novello padre della Chiesa costretto a tingersi il naso di verde per predicare ai suoi distratti e impazziti contemporanei”. Dunque, essendo Chesterton uno dei più grandi scrittori e apologeti cristiani di tutti i tempi, sarà o no un provvidenziale segno del cielo questo rinnovato interesse per la sua opera?
di Luca Negri, L'Occidentale - 27 Marzo 2011


lunedì 14 febbraio 2011

Una lanterna di luce e bellezza, simbolo stesso della fede

Da L'Osservatore Romano (grazie a Cor ad cor loquitur). Breathtaking, proprio così: la bellezza della Sainte Chapelle, espressione del genio cristiano, é di quelle che non lasciano spazio a commenti.
Beato l'uomo che di questa bellezza sa goderne e gustarne fino in fondo il Significato e l'Origine, e non finire mai di stupirsi.



La cappella superiore della Sainte-Chapelle, Parigi


Iniziato il restauro della Sainte-Chapelle a Parigi

Tornerà a splendere
la Sistina di vetro

di Silvia Guidi

L'aggettivo più frequente, nei siti internet che parlano della Sainte-Chapelle, a Parigi, è breathtaking, mozzafiato; "Al boulevard du Palais numero 4 c'è qualcosa che non si può descrivere - racconta un anonimo navigatore della Rete che consiglia di visitare il "sogno realizzato di Luigi IX" prima ancora di prenotare il biglietto per il Louvre - scegliete una giornata di sole a Parigi, entrate alla Sainte-Chapelle dalla cappella inferiore, prendete la scaletta e salite nella che rimarrete senza fiato: uno spettacolo di colori unico, come uno scrigno di pietra e luce. Non ho postato nessuna foto perché non renderebbe neanche un decimo della bellezza di questo posto".
Alla "Sistina dei maestri vetrai" la rivista "Paris Match" dedica un dossier ricco di foto e approfondimenti per raccontare la lunga e difficile opera di restauro iniziata nel 2010 e tutt'ora in corso.
"Dopo l'operaio che ha montato per la prima volta le vetrate, nel 1248, nessun altro le ha mai viste così belle - scrive Anne-Cécile Beaudoin raccontando il lavoro di ripulitura - è servito un anno di lavoro e l'impegno di 25 esperti per far ritrovare il loro colore originale a queste pietre preziose. Perché di un gioiello si tratta; ai tempi di san Luigi la Sainte-Chapelle, grazie alle reliquie che conteneva, avrebbe dovuto rendere Parigi la seconda capitale del mondo cristiano. Luigi IX partì per le crociate due mesi dopo aver assistito alla sua consacrazione, sicuro che Dio, che desiderava servire con tutte le sue forze, avrebbe protetto la sua opera. Sette secoli di storia gli hanno dato ragione.
Sull'Île de la Cité il Palazzo di Giustizia ha preso il posto da tempo del Palazzo Reale, ma le vetrate hanno resistito a guerre e rivoluzioni, persino al nemico più apparentemente innocuo ma insidioso, il cambiamento del gusto e della moda. Quest'opera è nata da una fede capace di spostare le montagne, ora le tecniche più moderne l'accompagnano nel cammino dell'eternità".
La bellezza di questa Gerusalemme Celeste di vetro non si spiega al di fuori del contesto della mistica della luce del XIII secolo, spiega Anne-Cécile Beaudoin: "Per gli uomini del medioevo questi 750 metri quadrati di rosso e blu non erano solo una decorazione piacevole, ma il simbolo stesso della fede". "Ciò che non è altro che pigmento sulla terra è glorificato dal Cielo attraverso la trasparenza - la Beaudoin cita Paul Claudel per far capire meglio al lettore cosa intende dire - questo manto di vetro colorato intorno a noi è materia sensibile al raggio dell'Intelligenza.


Ecco il paradiso ritrovato". Nessuna foto, concordano i visitatori che condividono le loro impressioni sulla Rete, può rendere l'effetto dell'architettura illusionistica della cappella: la volta sembra galleggiare al di sopra delle vetrate, la massa imponente dei contrafforti sparisce nell'artificio di un fascio di nove colonnine distribuite in modo che il volume di ciascun pilastro sia appena avvertito.
Addossate alle colonne che delimitano le campate, le statue dei dodici apostoli costituiscono la decorazione a rilievo più importante della cappella alta, che narra la storia sacra in 15 episodi, dai libri dei profeti alla Passione di Gesù.
Nei secoli, però, questo gioiello dell'arte e della fede ha subito mutilazioni di ogni tipo: durante la Rivoluzione, in quanto simbolo del regno e della religione, viene spogliato dei suoi arredi e gravemente danneggiato: la guglia viene abbattuta, i timpani martellati e le reliquie disperse. Gli organi vengono trasportati a Saint-Germain l'Auxerrois, mentre fortunatamente la maggior parte delle statue viene salvate dall'intervento di Alexandre Lenoir. Dopo la sconsacrazione, nel 1803, la Sainte-Chapelle diventa un deposito di grano, poi un deposito di materiale archivistico: le vetrate vengono rimosse sino a un'altezza di due metri e sostituite con un impasto di gesso e gomma arabica perché la luce non danneggi i documenti. Nel 1845 inizia la prima campagna di restauro guidata da Eugène Viollet-le-Duc con metodi alquanto discutibili, secondo i moderni parametri scarsamente "interventisti" del restauro odierno.
L'intervento attuale ha fatto precedere ogni operazione di reintegro e ripulitura da un esame ai raggi infrarossi, "tessera per tessera", racconta Anne-Cécile Beaudoin descrivendo le tremila ore passate dai restauratori al capezzale di questo malato eccellente: "I danni peggiori li hanno subiti le grisaille, il disegno che tratteggia i lineamenti del viso e i particolari più fini dei personaggi: i re biblici non avevano più le pupille, la prima cosa da fare era ridare loro la vista".


La storia della Sainte-Chapelle è appassionante come un romanzo; non solo la genesi dell'"involucro esterno", ma anche l'avventuroso reperimento di quello che lo scrigno di pietra e luce doveva contenere, la reliquia della corona di spine di Gesù: custodita a Bisanzio, a quell'epoca capitale di un regno latino circondato dai nemici greci e islamici, la corona venne offerta dal giovane sovrano Baldovino II (cugino di Luigi) in cambio di aiuti materiali; nel frattempo, però, i dignitari di Bisanzio l'avevano concessa in pegno ai mercanti veneziani a fronte di un ingente prestito. Per riscattarla, Luigi aveva impegnato somme davvero notevoli e organizzò un trasferimento in Francia attraverso l'Adriatico e Venezia, dove la corona avrebbe sostato per qualche tempo, tra fastose celebrazioni popolari, finché, lasciata andare a malincuore dai veneziani, giunse nella capitale francese nell'agosto del 1239.
"In tanti - scrive Anne-Cécile Beaudoin - la chiamano per errore cattedrale, anche se è sconsacrata da secoli. Sembra ancora un'immensa lanterna, carica di storia ma proveniente dal futuro, pronta a far luce a chiunque la visiti, una metafora della Chiesa (cos'è la Chiesa se non una realtà fatta di luce e di persone?) nata dal gesto di un re che si inginocchia nel cortile del suo palazzo, e decide di trasformarlo in santuario".

(©L'Osservatore Romano - 9 febbraio 2011)

lunedì 10 gennaio 2011

Combattere per il Dio che ha trasformato l'acqua in vino e non viceversa: la pinta e la croce

Grazie alla SCI (Società Chestertoniana Italiana), propongo qui l'ottava puntata di Chestertoniana, la rubrica sul grande scrittore tenuta da un grande amico, Edoardo Rialti, su Il Foglio.



GKC

LA PINTA E LA CROCE



Leggere Chesterton e scoprire che una bevuta in compagnia è la vera ascesi verso il "Dio di tutte le cose buone sulla terra"





di Edoardo Rialti





Invitato a una cena di gala, Chesterton si trovò accanto a una nobildonna, e la malcapitata gli confidò orgogliosa di essere vegetariana. Chesterton annuì compitoe le propose cortesemente di accompagnarlo a vedere una certa cosa. Si alzarono e il corpulento giornalista e scrittore inglese aprì la porta della serra dei suoi ospiti e le mostrò sorridendo una gigantesca pianta carnivora, così che la signora potesse rammentarsi che neppure le piante sono vegetariane. Questo genere di persone divertivano Chesterton, e al contempo lo preoccupavano. Egli era fermamente convinto che "gli uomini oggigiorno abbiano tutti quanti delle idee sbagliate su ciò che riguarda la vita umana. Pare che si aspettino ciò che la Natura non ha mai promesso, e viceversa, fanno di tutto per rovinare ciò che la Natura ha dato loro realmente". Farà pronunciare questa frase a uno dei protagonisti del suo romanzo "L'osteria volante", dedicato a quelli che riteneva essere – e siamo nel 1914 – due tra le massime minacce alla civiltà occidentale: l'islamizzazione e il salutismo.



Riguardo allo scontro tra la civiltà cristiana e musulmana durante il medioevo, Chesterton avrebbe scritto in "The new Jerusalem" (siamo negli anni Venti) un intero capitolo dedicato a fornire un'apologia delle crociate. Anzitutto, a chi oggi rabbrividisce al solo termine "crociata" e ne parla come l'ennesima vergognosa dimostrazione dell'aggressività occidentale contro i musulmani tutti raffinatezza e tolleranza, Chesterton faceva notare che dell'islam invasore della Terrasanta costoro "parlano come se fosse venuta fuori una qualche tribù inoffensiva o un tempietto nel Tibet, mai scoperto prima che fosse invaso. Sembrano totalmente dimentichi che assai prima che i crociati avessero sognato di cavalcare alla volta di Gerusalemme, i musulmani avevano cavalcato quasi fino a Parigi". E alle scuole storiche che riducevano i viaggi e le guerre intraprese per la presa di Gerusalemme a un mero pretesto per appagare brame di potere e ricchezza materiale, Chesterton si limitava a ribattere che "questo tipo di teoria è una blasfemia contro la dignità intellettuale dell'uomo. Ed è tanto una blasfemia quanto uno stupido abbaglio, perché esce di pista per miglia e miglia in cerca d'una spiegazione bestiale laddove si trova un'ovvia spiegazione umana". Che i contemporanei non riescano più neppure a concepire che i loro antenati potessero davvero lasciare tutto e partire per liberare il sepolcro di Cristo, dimostrava soltanto lo spostamento e la riduzionedei loro orizzonti ideali. Oscar Wilde diceva che ogni giudizio critico è in realtà sempre un'autobiografia, e Chesterton si sarebbe detto d'accordo. Si era appenausciti dalla Prima guerra mondiale, con le bandiere nazionali l'una puntata contro le altre, e Chesterton osservava come fosse "assurdo che disprezziamo coloro che versarono sangue per una reliquia quando noi abbiamo versato fiumi di sangue per uno straccio". Ma la dignità della tensione crociata egli la estendeva senza remore anche ai guerrieri dell'altro schieramento: "La crociata o, per quel che conta, il jihad, è di gran lunga il genere di scontro più filosofico, non solo nella suaconcezione di porre un termine alla differenza [religiosa tra i contendenti], ma nelsuo mero atto di riconoscere tale differenza quale la più profonda che ci sia. E' ribaltare del tutto la ragione suggerire che la politica d'un uomo conti mentre la suareligione no. E' dire che egli è condizionato dalla città in cui vive, ma non dal mondo in cui vive".

Sull'"ultima crociata", la grande battaglia navale di Lepanto, egli scrisse unaballata che molti considerano tra le sue opere più belle. Hilaire Belloc non avevadubbi nel recensirla: "Le persone incapaci di notare il valore di 'Lepanto' sono mezze sorde. Lasciate pure che lo restino". E, come "La ballata del cavallo bianco", anche questa lunga poesia accompagnò e sostenne molti soldati della Prima guerra mondiale. Uno di loro, che era John Buchan, lo scrisse a Chesterton stesso, nel 1915: "L'altro giorno nelle trincee stavamo gridando a gran voce la vostra 'Lepanto'". Ma se sulle mura di Gerusalemme o nelle acque di Lepanto lo scontro era stato per la difesa della propria fede, la nuova battaglia in corso nel mondo contemporaneo avrebbe conosciuto un fronte sconosciuto ai secoli passati, il tradimento e il disprezzo dell'Europa stessa alla percezione della vita propria della cultura occidentale. Di questa nuova guerra, e della resistenza organizzata alla nuova invasione, narra appunto "L'osteria volante", nella quale secondo C. S. Lewis è possibile incontrare alcune delle creazioni artistiche di Chesterton che sono maggiormente "permanenti e senza età", soprattutto per quello che rimane forse il cattivo più memorabile di tutta la sua narrativa. Come nel "Napoleone di Notting Hill" o "La sfera e la croce", anche in questo romanzo si trova una coppia di eroi, l'uno molto diverso dall'altro: Dalroy, un capitano irlandese dalla forza erculea, capace di sradicare un ulivo e di comporre una canzone dopo l'altra,magari anche una canzone contro le canzoni, e Pump, un oste inglese dal voltoimpassibile, sotto cui però arde un millenario buon senso popolare, uno che le cosele ha imparate "non accademicamente, come un professore americano, ma praticamente, come un indiano americano". Chesterton amava il detto di Stevenson per cui l'uomo irragionevole non è chi non abbia un pensiero, ma chi non abbia un pensiero da contrapporre all'altro mentre aspetta il treno alla stazione; come scrissela sua amica e biografa Maisie Ward, le coppie di protagonisti di tante sue storieincarnano questa feconda tensione polare, e la coppia Dalroy-Pump deve fronteggiare la più infeconda delle minacce: il bando di tutte le osterie in Inghilterra, per confarsi al superiore ascetismo islamico, e suggellare così la pace con la Turchia, una pace per la quale i torti irrisolti della parte avversa, come il rapimento di tante donne forzate alla poligamia, debbono essere giustificati e dimenticati in nome della tolleranza per gli altrui costumi. Dalroy è l'unico a non accettare che la battaglia sia finita e ribatte disgustato: "Oggi ho visto qualcosa che è peggiore della guerra: il suo nome è pace". Assieme a Pump, e a un cane di nome Quoddle – come il cane di Chesterton stesso – girerà l'Inghilterra conun'insegna d'osteria sulle spalle, un'enorme forma di cacio e un barilotto di rum, attorno ai quali organizza la resistenza, ridestando in chi gli si accosta, eludendo le feroci proibizioni, "quelle risate che dormono dal medioevo in qua" nell'Europa moderna. Il suo è un pellegrinaggio al contrario, in cui è la meta a visitare i pellegrini, perché, se non a Roma, almeno "tutte le strade portano a Rum". Lo studioso Joseph Pearce ha annotato come "sebbene il bando totale dell'alcol possa al giorno d'oggi sembrare un po' tirato per i capelli, bisogna ricordare che al tempo della pubblicazione del romanzo gli Stati Uniti non avevano ancora intrapreso la politica del proibizionismo. Conseguentemente 'L'osteria volante' contiene un elemento di profezia". I nemici dell'osteria sono molti, e ben organizzati: la nuova cultura islamizzante si diffonde con le prediche di Mysra Ammon, un intellettuale musulmano divorato dallo zelo di dimostrare che "la civiltà inglese era stata fondata dai turchi". Il prefisso "al" è tipicamente musulmano in parole come alAlhambra e Algeria? Ammon lo ravvisa anche nell'Albert Memorial. E persino gliodiati pub nascondono nei loro nomi un messaggio criptico: "La testa del saracenoè una corruzione della storica verità: il saraceno è in testa!", esclama trionfantenelle sue conferenze nei salotti della buona società inglese, circondato dal "freddofanatismo che si nota negli occhi delle signore le quali sono solite chiedere la parola negli incontri pubblici". Tuttavia chi lo ascolta bene non può fare a meno di notare che "ciò che egli conosceva era sempre appena il frammento di un fatto. Ciò che costantemente egli mostrava di non conoscere era la verità che si nascondeva dietro il fatto stesso". Ben diverso per statura umana è l'avversario militare di Dalroy, Oman Pascià, "il più grande dei guerrieri turchi, egualmente famoso per il suo coraggio in guerra come per la sua crudeltà in pace". Questi porta sul volto il segno della spada dell'irlandese, "ricevuto, sia detto per la verità, senza ira o vergogna, perché il Turco è sempre grande in queste cose". Altra minaccia ancora è il più celebre editorialista d'Inghilterra, Hibbs "Comunque", chiamato così per "la grande cautela che caratterizzava i suoi giudizi critici, talché tutto quello che scriveva dipendeva sempre da congiunzioni come ma, tuttavia, sebbene e simili". Egli è "l'uomo che sapeva dire sempre la parola che ci voleva in tutte lecircostanze", capace di uno "speciale talento per uno dei peggiori trucchi del giornalismo moderno: il trucco di trascurare il punto più importante di una questione e di appigliarsi a quello meno importante". Qualsivoglia posizione forte e decisa viene affogata dal suo relativismo a buon mercato. Tuttavia "divenne così diplomatico da diventare incomprensibile", e Chesterton, che è stato un giornalista per tutta la vita, offre numerosi esempi dell'evoluzione dell'Hibbs- pensiero: questi passa dal "Checché noi possiamo pensare pro o contro la vivisezione dei fanciulli poveri, il punto su cui siamo tutti d'accordo è che, a ogni modo, deve essere fatta da chirurghi esperti", al "Checché noi possiamo pensare pro o contro la vivisezione dei fanciulli poveri, nessun intelletto moderno può mettere in dubbio la decadenza del Vaticano".



Ma il vertice della piramide, verso cui convergono le conferenze di Ammon, lasciabola di Pascià, le nebbie verbali di Hibbs è Lord Ivywood, il ministro inglese, e "il più bell'uomo d'Inghilterra", dal volto pallido e perfetto e dai capelli prematuramente bianchi, del tutto indistinguibile da un monumento greco-romano, "una di quelle vecchie statue marmoree che sono impeccabili nelle linee, ma mostrano solo ombre di grigio e bianco". Egli è il principale sostenitore dell'islamizzazione d'Europa, perché ha scovato nell'islam un credo limpidamente disincarnato e anti sacramentale, l'unico in grado di far riposare il suo disprezzo per la corporeità. E pur di portare avanti la sua guerra personale, egli non si farà scrupolo di indorare con la propria travolgente eloquenza il progressivo ridursi delle libertà personali per i cittadini comuni. Per Lewis questo ritratto era una delle conquiste più alte dell'arte di Chesterton, e chiedeva ai suoi lettori in un articolo del 1946: "Il politico dottrinario, aristocratico eppure rivoluzionario, inumano, coraggioso, eloquente, capace di volgere i peggiori tradimenti e le espressioni più abominevoli in un fraseggiare che riecheggia di dolce magnanimità – tutto questo sarebbe superato?". "La sua splendida maschera" che, come viene raccontato nel romanzo, "non mutava mai di colore o di espressione", esprime visivamente "quel suo fanatico piacere, piacere che la sua natura strana, fredda, coraggiosa, non poteva attingere né dal mangiare, né dal bere, né dalla donna". Ed ecco emergere il cuore segreto della contrapposizione. Ivywood infiamma qualunque platea lo ascolti, ma egli non è un poeta, "bensì il suo contrario, cioè un esteta", e unideologo della peggior specie per Chesterton: "Il teorico che parta da una teoria falsa e, quindi, in tutto quel che vede pretende di vederne la conferma, è il nemico più pericoloso della ragione umana". Ivywood vuole migliorare, spiritualizzare l'umanità, proprio perché non la ama, così come non ama se stesso. Mentre Chesterton già nel 1908 aveva scritto che "ciò che è prezioso e degno d'amore ai nostri occhi è l'uomo, il vecchio bevitore di birra, creatore di fedi, combattivo, fallace, sensuale e rispettabile. E le cose fondate su questa creatura restano in perpetuo". E i risultati si vedono, dall'una e dall'altra parte.



Come nota Dalroy, i sostenitori dell'abolizione dei vecchi piaceri umani nelle loro "cappelle atee non fanno che parlare di Pace, Perfetta Pace, Fiducia in Dio, Gioia Universale, e anime sorelle. Ma non sono per questo molto più allegri degli altri, et utto quello che fanno, è distruggere tanti buoni scherzi, tante buone storie, tante buone canzoni e tante buone amicizie". Costoro "rinunciano solo a quelle cose che li legano agli altri uomini. Se andate a pranzo con un milionario astemio e sobrio, vedrete che non rinuncerà né agli antipasti, né alle cinque o sei portate, né al caffè, ma bensì abolirà i vini e i liquori perché anche i poveri sono ghiotti di vini e liquori". Il segreto è che "egli non rinuncia che alle cose più semplici e più comuni: al manzo, alla birra, al sonno, perché questi piaceri gli ricordano che egli è solo un uomo".

Alla gelida "solitudine di Dio" proclamata da Ammon e Ivywood, accolta con frigido entusiasmo da miliardari satolli di una vita di vizi, Chesterton con Dalroy e Pumpcontrappone il Dio della tradizione cristiana, "il Dio che ha inventato il buon riso",che non ha voluto restare in una distanza inaccessibile ma ha abbracciato e valorizzato persino i piccoli piaceri di ogni giorno, tanto più cari proprio perché appunto, ci ricordano che siamo solo uomini. "Ci sono poche consolazioni per noi in questo mondo, ma qualcuna c'è", e per Chesterton rinnegarle voleva dire assumersi l'empietà di rinnegare il "divino materialismo" della creazione e il suo creatore, il "Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra", che a Cana avrebbe mutato l'acqua in vino, e non il vino in acqua. Per questo, quando gli si chiedeva perché si fosse convertito alla chiesa cattolica, Chesterton ribatteva "per amore dell'allegria, della salute e della fantasia" e che il cristiano è l'unico in grado di guardare al mistero dell'esistenza, con le sue ferite e le sue bellezze, senza scorgere alcuna contraddizione tra una pinta, una pipa e una croce. Quando morì, Giovanni Papini gli tributò l'onore di essere stato uno di coloro che avevano riportato la gioia in un cristianesimo trincerato nel moralismo. E' anche per questo che "L'osteria volante" è colmo di poesie sul piacere del bere, e del bere in compagnia, poesie che furono raccolte in un volume, dal titolo "Wine, water and songs", di enorme successo popolare, tanto da conoscere oltre quindici edizioniprima della morte di Chesterton. In una di esse il patriarca Noè, sotto il Diluvio,esprime quello che per Chesterton era una preoccupazione fondamentale: "Poco miimporta dove vada l'acqua, purché non se ne vada nel vino!". (8. continua)







ANNO XV NUMERO 307 - PAG II IL FOGLIO QUOTIDIANO MERCOLEDÌ 29 DICEMBRE 2010

domenica 9 gennaio 2011

Fra noi e i Greci

Disputa del Sacramento, Raffaello, stanze di Giulio II
Dopo il Corso di formazione di Centocanti a Roma, un enorme grazie a tutti.
Qui trovate la lezione del prof. Motta dal titolo La Chiesa, il Rinascimento, l'antico, tenuta la sera del 6 gennaio come introduzione alla visita ai Musei Vaticani la mattina succesiva.
Se volete poi visitare la Cappella Sistina direttamente dalla vostro computer non avete che da andare qui.
Di seguito invece una scena dal film "Il tormento e l'estasi", con Charlton Heston, proiettato la sera del 7 dopo un pomeriggio di lavoro sulla lezione di Maria Segato sul Limbo dantesco e il problema della salvezza del mondo antico in Dante. Il film narra del rapporto fra Michelangelo e Giulio II, il Papa che commissionò all'artista fiorentino la volta della Cappella Sistina. E' un film sul genio e sull'arte, molto bello anche se con qualche distinguo rispetto alle solite frecciate anti-Chiesa proprie del cinema.
In particolare, in una scena di dialogo fra Michelangelo e una dama dei Medici che egli ama, con a tema il genio, l'arte e l'amore, i tratti dell'artista fiorentino hanno una straordinaria somiglianza con quelli della figura di Pietro di Craon de L'Annuncio a Maria di Paul Claudel.

Grazie ancora a tutti per questi giorni di lavoro, letteratura, arte, amicizia, passione per il vero e il bello, fino in fondo, fino a Cristo.
E buon lavoro.



venerdì 10 settembre 2010

Sì, esatto, signorina, avrebbe dovuto dire: purtroppo non siamo più nel Medioevo cristiano

Un interessante giudizio di Antonio Socci sulla vicenda lapidazioni e Iran.




Posted: 09 Sep 2010 12:57 PM PDT
C’è un diritto all’ignoranza, ma per la povera gente che non ha potuto studiare, non per i premi Nobel, né per i “maestri del pensiero” che pontificano dalle prime pagine dei giornali prendendo topiche imbarazzanti.
Non si può far la guerra al pregiudizio usando i pregiudizi (più sciocchi), non si può combattere l’oscurantismo esibendo la più crassa ignoranza.
Tanto meno per una causa nobile come la salvezza definitiva della povera Sakineh, la ragazza iraniana dallo sguardo dolce e triste, di cui ieri è stata sospesa la lapidazione.
A cosa mi riferisco? Alla prima pagina della Repubblica di ieri. Che, sotto il titolo “L’appello dei Nobel ‘Salvate Sakineh’ ” riportava, in caratteri grandi, questo testuale virgolettato: “Fermiamo l’orrore sul corpo di quella donna. La lapidazione è medievale, una punizione che non esiste nel Corano”.

Assurdità
Mi sono stropicciato gli occhi e ho riletto: “la lapidazione è medievale”. Sotto questa colossale baggianata, riprodotta fra virgolette e in caratteri grandi, la Repubblica ha riportato i nomi dei Premi Nobel Shirin Ebadi, Luc Montagnier, Rita Levi Montalcini, Harald Zur Hausen, Claude Cohen-Tannoudji e Gerhard Ertl.
Ma dall’articolo si evince che la frase è dell’avvocatessa iraniana, premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi che ha testualmente detto: “La lapidazione è una forma di punizione medievale che non esiste sul Corano”.
Lasciamo perdere la seconda parte della frase (“una punizione che non esiste nel Corano”), anche se sospetto che i mullah di Teheran conoscano ciò che dicono il Corano e gli altri testi normativi dell’Islam meglio di noi.
La cosa che mi ha fatto sobbalzare è quell’altra, perché è platealmente falsa: “la lapidazione è medievale”. Non so se la Ebadi intendeva parlare del “Medioevo islamico”, ne dubito perché altrimenti avrebbe dovuto dirlo.
In ogni caso, siccome la Repubblica non esce in Iran, ma in Italia, siccome ha scritto Medioevo tout-court (senza l’aggettivo islamico), siccome questa è la definizione dell’epoca cristiana data dall’Illuminismo e siccome è tipico della cultura europea post-illuminista attribuire al Medioevo cristiano ogni turpitudine, è naturale intendere il “proclama” che ieri stava sulla prima pagina di Repubblica come un anatema contro il Medioevo per antonomasia, il nostro Medioevo.
E allora qui c’è da trasecolare. Quando mai nel Medioevo si sono lapidate le presunte donne adultere? Per scrupolo professionale ho voluto consultare un medievista a 24 carati come Franco Cardini che, ovviamente, ha negato che nel Medioevo i cristiani lapidassero le donne ritenute adultere.
Anzi. La celeberrima pagina del Vangelo in cui Gesù salva l’adultera dalla lapidazione, prevista dalla legge ebraica di quel tempo, ha segnato una svolta storica. La pietà e il perdono di Dio irrompono nel mondo e lo ricreano.

Gesù liberatore delle donne
Quella pagina è una pietra miliare perché rappresenta in modo drammatico tutta la novità portata da Gesù rispetto all’antica Legge. E’ una rivoluzione che lui dovrà pagare con la vita.
Gesù mostra al mondo la struggente tenerezza di Dio verso i peccatori, rivela il “Padre misericordioso” che corre incontro al figlio scialacquatore pentito e lo riempie di abbracci e onori.
Gesù pronuncia parole durissime proprio contro quelli che si ritengono “perbene”, contro chi pretende di non essere peccatore, di non aver bisogno di perdono e di aver diritto di lapidare gli altri.
Questi “maestri della legge” vengono da lui chiamati “ipocriti” e “sepolcri imbiancati”. Gesù tuona: “Serpenti, razza di vipere! Come potrete evitare i castighi dell’inferno?” (Matteo 23, 4 e sgg). Gesù dice loro provocatoriamente: “i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno dei cieli” (Mt 21, 31).
Dopo Gesù il mondo non è più lo stesso. Finisce anche l’orrore della schiavitù femminile. Non si uccide più una donna per un suo presunto peccato. Era un orrore che accomunava tutte le civiltà antiche: nella Roma imperiale, patria del diritto, una donna poteva essere ammazzata dal marito o anche dal suocero perfino per motivi futili, come aver bevuto del vino.
Eva Cantarella, nel suo libro “Passato prossimo”, spiega che su una figlia il padre ha diritto di vita o di morte (Ponzio Aufidiano per esempio uccise la figlia innocente quando scoprì che era stata violentata).
E ovviamente il marito può uccidere la moglie in caso di adulterio di lei. Ma non viceversa. Catone diceva: “se sorprendi tua moglie mentre commette adulterio, puoi ucciderla impunemente; se lei sorprende te invece non può toccarti nemmeno con un dito”.
Era pratica sociale accettata la soppressione o l’abbandono delle figlie femmine o anche il cedere la propria moglie come Catone che dette Marzia all’amico Ortensio (anche Ottaviano si fece cedere Livia dal marito).
Con il cristianesimo inizia l’unica, vera e duratura rivoluzione per le donne. E’ con Gesù, letteralmente con la sua venuta, che la donna acquista una dignità che non aveva mai avuto e che, anche giuridicamente, è pari all’uomo. E la più alta fra le creature sarà la Madonna.
Ricordo che perfino Roberto Benigni, nelle sue letture della Commedia dantesca, commentando il XXXIII del Paradiso, che inizia con la celebre preghiera alla Vergine, diceva: “la donna ha cominciato ad avere la possibilità di dire ‘sì’ o ‘no’ da quando Dio stesso ha chiesto a Maria di Nazaret il suo libero sì o no”.
Il medioevo è la prima, grande fioritura della civiltà cristiana ed è finalmente l’epoca della storia in cui non si è più potuto lapidare la donna adultera, né considerare la donna un oggetto su cui esercitare diritto di vita o di morte.
Qualcuno obietterà: ma come, stiamo dandoci da fare per salvare una povera donna dalla barbara lapidazione e tu pianti una grana in difesa del Medioevo. Sì. Perché in definitiva la salvezza delle tante Sakineh sta solo nella novità portata dal cristianesimo. Come è stato per l’Europa.
E’ vero quindi l’esatto contrario di quanto proclamato dalla prima pagina di Repubblica. Proprio il Medioevo segna, nella storia mondiale, la fine di quell’orrore. La Ebadi avrebbe dovuto dire: purtroppo non siamo al Medioevo cristiano.
Ovviamente non è che il Medioevo sia stato pieno solo di santi: gli uomini continuavano a essere peccatori e barbari. Ma si era invertito il corso della storia che andava verso la sopraffazione e la violenza sistematica sui deboli, i vecchi, i malati, i bambini e le donne. Il Medioevo avrà avuto i suoi difetti, ma non lapidava le donne.
Umberto Eco, che è una firma autorevole di Repubblica ed è un appassionato di quell’epoca potrebbe spiegarlo in un attimo alla redazione di quel giornale. Perché è incredibile che il quotidiano più diffuso, un giornale importante come Repubblica cada in questo colossale errore.

Pregiudizi
Come può accadere? Mi dice Cardini: “perché sui media ci sono cose di cui si può parlare male impunemente: il Medioevo è una di queste. E lo si fa per parlar male del cristianesimo su cui tutti si sentono in diritto di sputare”.
C’è un meraviglioso libro della medievista francese Régine Pernoud, pubblicato da Bompiani, “Medioevo. Un secolare pregiudizio”, che demolisce proprio i tanti luoghi comuni calunniosi che dal Settecento sono stati ingiustamente diffusi sul Medioevo. Basati su falsità e ignoranza.
L’ignoranza, il preconcetto nutrito di luoghi comuni, la scarsa conoscenza della storia sono tutti ingredienti di quel, più ampio, planetario pregiudizio anticristiano, anzi “pregiudizio anticattolico”, che il sociologo Philip Jenkins, in un suo libro, ha definito “l’unico pregiudizio ammesso”.
In effetti l’epoca del “politically correct”, che ha messo al bando tutti i pregiudizi basati sull’appartenenza etnica, religiosa, sessuale o sociale, ammette solo quello contro la Chiesa cattolica.
Sulla Chiesa e sui cattolici di oggi e di ieri si possono impunemente sparare sentenze di condanna morale e culturale, immotivate e ingiuste.


Antonio Socci

Da “Libero” 9 settembre 2010

mercoledì 9 giugno 2010

Apologia della Crociata: perché c'é bisogno di uomini che vivano e muoiano per la Croce

E' raro di questi tempi leggere parole così vere, salde, lucide, ardenti. Specie in prima pagina. E' accaduto sul Foglio di ieri, che ha lasciato grande spazio a questo doveroso e commovente intervento, o meglio testimonianza. Introducendo queste parole, mi verrebbe da collegarle a ciò che ho scritto nel precedente post "Make beauty" riguardo alla buona battaglia che siamo chiamati a combattere. Mi viene inoltre in mente una citazione di Chesterton, il quale asseriva: "Chi ritiene che l'idea di Crociata deturpi l'idea di Croce é perché ha un'idea di Croce deturpata".
Ecco perché, altra cosa che ho capito, al di là delle diatribe più strettamente letterarie, l'opera di un uomo come Tasso può essere compresa pienamente solo da chi ha chiaro di essere chiamato ad una battaglia, la battaglia della bellezza e della carità al seguito di Uno che ha già vinto e vince.
Come piace pensare in bocca al pio Buglione le stupefacenti parole qui sotto citate di Santa Teresina del Bambin Gesù.



Statua equestre di Goffredo di Buglione, Bruxelles




Martedì 08 Giugno 2010

(Roberto de Mattei su Il Foglio dell' 8 giugno 2010) - L’irenismo ecumenico è una distorsione della dottrina della chiesa e della sua storia. Il vero spirito del cristianesimo è combattere per la verità e per difendere le radici che affondano nei secoli luminosi del medioevo

"L’addio della chiesa allo spirito di crociata” è un refrain che ricorre da almeno quarant’anni e che condensa la concezione del mondo di un certo cristianesimo, che ha fatto del dialogo ecumenista il suo vangelo. Questa visione si basa su di una distorsione storica e su di un’altrettanto grave deformazione della dottrina della chiesa. Nel caso dell’articolo di Giancarlo Zizola su Repubblica del 7 giugno, si aggiunge a ciò un impervio tentativo di attribuire allo stesso Papa regnante questo slittamento storico e dottrinale. Benedetto XVI, come egli disse nella sua prima udienza del 27 aprile 2005, ha assunto questo nome, non solo in onore di Benedetto XV, ma anche e soprattutto per evocare la straordinaria figura del grande “Patriarca del monachesimo occidentale”, san Benedetto da Norcia, che “costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà”.

Ma quali sono quelle radici cristiane che
, secondo Benedetto XVI, come per il suo predecessore Giovanni Paolo II, non solo i cattolici, ma anche i laici, hanno il diritto e il dovere di difendere? Queste radici, o se si preferisce, i frutti di queste radici, sono sotto i nostri occhi: sono cattedrali, monumenti, palazzi, piazze, strade, ma anche musica, letteratura, poesia, scienza, arte. Questa visibile mappa della memoria è impressa nel codice genetico della nostra civiltà. Ebbene le crociate fanno parte, come le cattedrali, del paesaggio spirituale europeo e ne esprimono la stessa concezione del mondo.

Lo storico dell’arte Erwin Panofsky ha studiato il rapporto tra le vetrate gotiche e la filosofia scolastica, sottolineando come la luminosità delle cattedrali medievali corrisponda alla trasparenza di pensiero di opere come la “Somma Teologica” di san Tommaso d’Aquino (Erwin Panofsky, “Architettura gotica e filosofia scolastica”). Dall’epopea delle crociate traspare – potremmo aggiungere – la stessa luminosità, la stessa diafana bellezza, lo stesso slancio verso l’alto, la stessa forza creatrice, delle opere di san Tommaso d’Aquino e di Dante. Anche le crociate fanno parte di quel patrimonio di valori che, come scriveva Giovanni Paolo II, sono derivati dal Vangelo e si sono sviluppati in coerenza con esso (“Memoria e identità”).

“I capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati (…)” – ha affermato ancora Benedetto XVI (udienza generale del 18 novembre 2009). Lo stesso potrebbe dirsi delle crociate, che hanno inciso nei campi di battaglia della Palestina quella stessa scala di valori che gli architetti infondevano in quegli anni nella pietra delle cattedrali. Né le crociate, né le cattedrali possono essere comprese da chi ignora il modo di pensare, e soprattutto, la fede vissuta, che animava i loro artefici.
Nella cattedrale il popolo cristiano si raccoglieva attorno a un sacerdote che, celebrando la Messa su di un altare rivolto a oriente, rinnovava in maniera incruenta il mistero stesso del cristianesimo: l’Incarnazione, Passione e morte di Gesù Cristo. Nelle crociate, questo stesso popolo prendeva le armi per liberare la Città Sacra di Gerusalemme, caduta nelle mani dei maomettani. La tomba vuota del Santo Sepolcro era, con la Sindone, la testimonianza viva della Resurrezione e la reliquia più preziosa della cristianità.

La prima crociata fu predicata come meditazione all’appello di Cristo che dice: “Chi vuole venire dietro di me rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt. 16, 21-27). Quella stessa Croce, attorno a cui si riuniva il popolo delle cattedrali, era impressa sulla veste dei crociati ed esprimeva l’atto con cui il cristiano si diceva disposto ad offrire la propria vita, per il bene soprannaturale del prossimo, impugnando le armi. Lo spirito delle crociate era, e rimane, lo spirito stesso del cristianesimo: l’amore al mistero incomprensibile della Croce.

Il professor Jonathan Riley-Smith, caposcuola del rinnovamento degli studi sulle crociate, riferendosi a coloro che avevano risposto all’appello della prima crociata, afferma che essi erano “infiammati dall’ardore della carità”, e alla carità, all’amor di Dio, fa risalire la motivazione profonda di questa impresa. Offrire la propria vita è infatti la più grande forma di amore e il più perfetto atto di carità, poiché ci fa perfetti imitatori di Gesù secondo le parole del Vangelo, secondo cui “nessuno ha più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi fratelli” (Gv. 3, 16; 15, 13). Solo l’amore, riassunto dal sacrificio di Cristo sulla Croce, è in grado di sconfiggere la morte, che è la suprema sofferenza fisica, e il peccato, che è il supremo male morale. Tale spirito e stato d’animo, abbondantemente documentato dalle fonti, non sorge come un fiume limaccioso dall’inconscio collettivo dell’occidente, ma dall’atto libero di singoli uomini che nei secoli luminosi del medioevo rispondono ad un appello che si rivolge alla loro coscienza.

La risposta a questo appello può essere considerata una “categoria dello spirito” che non tramonta. L’idea di crociata infatti non è solo un evento storico circoscritto al medioevo, ma è una costante dell’animo cristiano che nella storia conosce momenti di eclissi, ma che sotto diverse forme è destinata a riaffiorare. Espungere l’idea di crociata dalla propria “piattaforma programmatica” significa espungere l’idea stessa del combattimento cristiano. L’insegnamento che la vita spirituale è lotta è particolarmente svolto nelle lettere di san Paolo dove si trovano in molti luoghi metafore e immagini tratte dalla vita del guerriero; l’Apostolo spiega come la vita del cristiano sia un bonum certamen che va combattuto “da buon soldato di Gesù Cristo” (II Tim. 2, 3). “Spogliamoci – egli dice – dalle opere delle tenebre e indossiamo l’armatura della luce” (Rom. 13, 12); “Rivestitevi dell’armatura di Dio per potere resistere agli assalti del diavolo (…). State dunque cinti della verità, rivestiti della lorica della giustizia, calzati della saldezza del Vangelo della pace, impugnando lo scudo della fede, col quale potrete estinguere i dardi infuocati del Maligno, prendere l’elmo della salvezza e il gladio dello spirito, che è la parola di Dio” (Ef. 6, 11, 14-17).
Lo spirito di crociata e quello del martirio hanno una comune origine in questa dimensione profonda del combattimento spirituale. Il martirio, come ogni sofferenza, presuppone il combattimento. La vita stessa di Gesù Cristo può essere considerata come un costante combattimento contro l’insieme delle forze ostili al Regno di Dio: il peccato, il mondo e il demonio. Che la vita del cristiano sia una lotta è uno dei concetti che più spesso risuona nel Nuovo Testamento dove si legge: “Non sarà coronato se non colui che avrà legittimamente combattuto” (II Tim. 2, 5). Il Vangelo del resto, nel suo significato originario, è annuncio di vittoria militare, in questo caso la vittoria di Cristo sul male e sulle potenze delle tenebre.

Perché la chiesa non può abbandonare lo spirito di crociata? Molto semplicemente perché non può rinnegare la propria storia e la propria dottrina. La storia delle crociate non è una appendice insignificante della storia della chiesa, ma si intreccia strettamente con la storia del papato. Le crociate non sono legate a un singolo Papa, ma ad una storia ininterrotta di pontefici, per lo più santi, dal Beato Urbano II, che promulgò la prima crociata, a san Pio V e al Beato Innocenzo XI, che promossero “leghe sante” contro i Turchi a Lepanto, Budapest e Vienna, tra il XVI e il XVII secolo. Non è ignoto agli storici che, ancora nel XX secolo, Pio XII studiò la possibilità di bandire una “crociata” anticomunista dopo la rivolta di Ungheria nel 1956.

A quella dei Papi, si aggiunge la testimonianza dei santi, a cominciare da Luigi IX, il re crociato per eccellenza, che con Giovanna d’Arco, anch’essa a suo modo “crociata”, è patrono della Francia, la “figlia primogenita della chiesa”. Contrapporre a queste figure il nostro san Francesco denota, se non malafede, una notevole misconoscenza storica. La più attendibile fonte che abbiamo del viaggio di Francesco è la testimonianza del suo compagno, frate Illuminato, che ci racconta come il santo difese l’opera dei crociati e propose al Sultano la conversione. E come dimenticare le legioni di francescani che si unirono, nei secoli ai crociati, a cominciare da san Giovanni da Capestrano (1386-1456), predicatore della grande crociata del XV secolo, culminata con la liberazione di Belgrado?

Al nome di san Francesco dovremmo affiancare quello di santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e Dottore della chiesa di cui in un recente saggio Massimo Viglione ha mostrato l’animo profondamente “crociato” (“L’idea di crociata in Santa Caterina da Siena”). A Lei potremmo aggiungere un altro dottore di sesso femminile, questa volta contemporaneo, santa Teresina del Bambin Gesù, che in una pagina toccante, rivolgendosi a Gesù, afferma di voler “percorrere la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa”, riunendo in un’unica vocazione quelle dell’apostolo, del crociato, del martire. “Sento – ella scrive – la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa…”. E il 4 agosto 1897, sul letto di morte, rivolgendosi alla Superiora, mormora: “Oh, no, non avrei avuto paura di andare in guerra. Per esempio, ai tempi delle crociate, con quale felicità sarei partita per combattere gli eretici” (“Storia di un’anima”, in “Opere complete”).

La chiesa non ha mai professato il pacifismo. Il combattimento cristiano, che è prima di tutto un atteggiamento spirituale, ma che comprende la possibilità della legittima difesa, della guerra giusta e perfino della “guerra santa”, appartiene alla più pura tradizione cattolica. Chi professa l’ecumenismo e il pacifismo a oltranza dimentica che esistono mali più profondi di quelli fisici e materiali, e confonde le conseguenze rovinose della guerra sul piano fisico, con le sue cause, che sono morali e risalgono alla violazione dell’ordine, in una parola a quel peccato che solo può essere sconfitto dalla Croce. Il mondo moderno, che è immerso nell’edonismo e ha perso la fede, giudica come mali, e come mali assoluti, solo quelli fisici, dimenticando che il male e il dolore accompagna inevitabilmente la vita dell’uomo, spesso elevandola.
Lo spirito delle crociate e di Lepanto ci trasmette un messaggio di fortezza cristiana che è disposizione d’animo a sacrificare i beni terreni, di fronte a beni più alti, quali la giustizia, la verità, l’avvenire della nostra civiltà.

Oggi il nemico che minaccia la chiesa e l’occidente è l’attitudine mentale di chi ritiene che sia finito il tempo di Lepanto e delle crociate e allo spirito del combattimento cristiano contrappone una visione del mondo secondo la quale nulla esiste di assoluto e di vero, ma tutto è relativo ai tempi, ai luoghi e alle circostanze. E’ questo il relativismo denunciato da Giovanni Paolo II quando nelle sue encicliche “Splendor Veritatis” ed “Evangelium Vitae” parla di quella “confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità” (SV n. 93). La battaglia contro il relativismo in difesa delle radici cristiane della società, a cui ha chiamato Giovanni Paolo II e oggi invita Benedetto XVI, è una battaglia in difesa della nostra memoria storica, senza la quale non c’è identità nel presente, perché è sulla memoria che si fonda l’identità degli uomini e dei popoli. Ma le radici cristiane non appartengono solo alla memoria o alla storia: esse sono viventi perché il Crocifisso, che le riassume, non è solo un simbolo storico e culturale, ma è una fonte attuale e perenne di verità e di vita, di sofferenza e di lotta.

La chiesa ha nemici, anche se noi tendiamo a dimenticarlo
perché abbiamo perso quella concezione militante della vita cristiana, fondata sulla Croce, che ha sempre caratterizzato il cristianesimo. La perdita di questo spirito militante è la conseguenza dell’edonismo e del relativismo in cui sono immersi purtroppo anche molti uomini di chiesa. Benedetto XVI ha parlato spesso di minoranze “creative”; potremmo aggiungere “militanti”, perché quella in corso è una guerra culturale e morale in cui ci si affronta in termini di principi di concezioni del mondo. La storia del resto è fatta da minoranze militanti e anche Zizola appartiene a una di esse. Si può militare per il bene o per il male, in un campo o nell’altro, ma solo chi milita lascia il suo segno nelle vicende storiche.

Non si illuda Zizola: si può e si deve sfuggire,
per quanto possibile, allo scontro delle armi, ma non si può sfuggire allo scontro delle idee. Egli stesso ne brandisce una come una clava che vorrebbe abbattere sulle teste dure dei cristiani fondamentalisti o “lepantiani”. D’altra parte, le idee che non si scontrano, non si “incontrano”, ma si fondono, formando a loro volta nuove idee all’insegna dell’indifferentismo e del sincretismo.
La chiesa è una società soprannaturale che ha la missione di annunciare una Verità salvifica e liberatrice. Essendo un’istituzione immersa nel mondo si serve, come è giusto, anche di strumenti politici e diplomatici, ma la politica per lei è mezzo, mai fine. Giuliano Ferrara nel Foglio del 7 giugno lo ha ben visto. Non bisogna confondere un viaggio diplomatico, come è stato quello recente del Papa a Cipro, con il messaggio teologico e spirituale che la chiesa ha il dovere di annunziare.
Nell’omelia a Nicosia, il 5 giugno, Benedetto XVI ha peraltro sottolineato che il legno della Croce non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ma è un segno di speranza, di amore, di vittoria. “Un mondo senza Croce – ha detto – sarebbe un mondo senza speranza”. Anche un mondo senza spirito di crociata sarebbe un mondo senza speranza, perché significherebbe la rinunzia alla lotta per fare della Croce la salvezza di un mondo in rovine.



lunedì 7 giugno 2010

Make beauty



E' in arrivo sul grande schermo un nuovo film di duro attacco alla Chiesa. Dopo la recente mistificazione storica di Ipazia in "Agorà", ecco che viene portata sul grande schermo una leggenda anti-ecclesiastica nata nel Medioevo in ambito carnevalesco e succesivamente ripresa e manipolata ad arte in ambiente protestante: "La Papessa". Ambientata nell'Alto Medioevo, é la storia di una giovane donna diventata frate, una volta celato il suo sesso, e dopo molte peripezie addirittura salita al soglio papale. Ovviamente né casta né pura, la leggenda dice di lei che al ritorno dalla processione pasquale verso il Laterano, dopo lo scossone del proprio cavallo, ebbe un parto prematuro, dopo il quale venne lapidata dalla folla.
Il suo successore fece cancellare ogni traccia della sua esistenza.


L'intelletto più idiota della Storia, vale a dire Voltéro, disse: "Calunniate, calunniate. Qualcosa resterà!". Ed ecco che nel duemiladieci questa turpe leggenda va a finire sul grande schermo. I produttori, guarda caso, sono gli stessi de "Il nome della Rosa", uno dei film più infami della storia dell'uomo, espressione di un odio profondo a Cristo attraverso l'attacco a coloro che Lo amano e servono. "La Papessa" non mancherà di nulla: quale occasione migliore per mostrare ancora una volta un Medioevo esistito solo nelle menti pazze di qualche philosophe, con monasteri luoghi di oppressione e fanatismo e la donna seviziata e torturata per celare un represso istinto sessuale da parte dei frati? Per non parlare del fatto che la figura del Papa sarà qui sotto attacco diretto: non solo un Papa donna, ma anche protagonista di rapporti amorosi e via così. Le carte per per una pellicola largamente blasfema ci sono tutte.
Considerata la storia di questo film (la cui pubblicità campeggia all'ingresso della Feltrinelli di Biella, motivo in più per comprarci libri sani alla faccia loro), ho capito che non basta arrabbiarsi e lamentarsi che se facessero qualcosa di simile per Maometto e compagni sarebbe la guerra totale. Questo é pur vero, ma il punto é un altro. Come diceva Péguy non serve lamentarsi della situazione sfavorevole: quella dell'insulto, della provocazione, della mistificazione e dell'attacco é la condizione esistenziale della nostra Chiesa, la Chiesa militante. Sia per il martirio di monsignor Padovese sia per l'uscita nelle sale di sempre più numerose pellicole anticattoliche, dobbiamo sempre tenere presente che stiamo combattendo la buona battaglia, e che il Nemico é all'opera. Un battaglia dove però ci é soltanto chiesto di poggiare il capo sul petto di Gesù, di "mettersi alla scuola di Giovanni" come ha detto B XVI. Lui ha già vinto per noi.
Stamattina mi chiedevo cosa posso fare io per le persone che andranno a vedere "La Papessa", cosa posso fare per coloro la cui fede é resa sempre più debole sotto gli scossoni di questo nuovo mondo anticristiano: ebbene, come mi disse un mio caro amico, make beauty, fare bellezza. Più di tutti i pur giustissimi e necessari articoli che smonteranno sotto i vari punti di vista questo attacco al Papa e a Cristo col cavallo di Troia del cinema, farà molto di più il ripartire dalla testimonianza come presenza. Più si é uniti a Lui più la nostra vita diventa piena di una bellezza desiderabile, più grande di tutti i nostri limiti. E così sarà davvero la nostra semplice presenza a parlare. Ognuno é chiamato a essere presenza: chi con l'arte, chi con il canto, chi con la matematica, chi con altre cose. Tutti possiamo dirGli di sì.
Terminato questo post andrò a finire di preparare l'intervento che terrò giovedì prossimo a tre, quattro classi della mia scuola sull'Ulisse dantesco, con in mente proprio questo: make beauty.

Non siamo soli, e abbiamo bisogno solo della mano di Chi ci ha portato fin qui, come ricorda il buon Goffredo (Gerusalemme Liberata, canto II); e anche nel più duro della battaglia non dobbiamo temere, come mostra l'intervento di san Michele Arcangelo quando i cristiani stavano per cedere all'assalto notturno dei pagani (canto IX).

Per l'intanto, avrò il gran piacere di picconare un po' quell'idiota di Voltéro (fra di noi c'è qualcosa di personale, come già dissi) nel primo dei miei dossier sui martiri della Rivoluzione.
Ricordate, cari amici: essere uniti a Colui che é la Bellezza, Cristo, per essere presenza.

E make beauty, fare bellezza. Questo blog esiste solo per questo.



martedì 1 giugno 2010

Pagan police association: Dio (e san Giorgio) salvi l'Inghilterra


Da IlSussidiario.net



San Giorgio e il drago


IL CASO/ Quella conquista di civiltà che riporta l'Inghilterra indietro di 1400 anni

lunedì 31 maggio 2010

Il cristianesimo in Gran Bretagna è arrivato già ai tempi della dominazione romana. La leggenda vuole che sia stato san Giuseppe d’Arimatea ad annunciare il vangelo, iniziando la sua missione da Glanstonbury e concludendola sull’isola di San Patrizio, poco distante dall'Isola di Man, dove, secondo i racconti, morì e fu sepolto.

Fin qui la leggenda. Le fonti storiche confermano, comunque, una gran numero di fedeli cristiani già durante la ritirata dei romani dalla Britannia. Furono poi i barbari invasori ad introdurre nell’isola il paganesimo germanico. La cristianizzazione della Britannia anglosassone arriverà alla fine del VI secolo.

Etelberto, incoronato re del Kent, ebbe il primato di essere il primo sovrano anglosassone a convertirsi al cristianesimo e ad assurgere alla gloria della santità. Quando, infatti, Etelberto prese in moglie la principessa Berta, figlia del re francese Cariberto, la condizione posta per la celebrazione del matrimonio fu che alla sposa venisse concessa la libertà di continuare a professare la religione cristiana e che potesse essere accompagnata dal vescovo di Letardo, suo cappellano, la cui presenza a corte contribuì certamente alla conversione del sovrano.

Appresa la notizia, il pontefice San Gregorio Magno ritenne maturi i tempi per l’evangelizzazione dell’isola, e affidò la missione ad Agostino, priore del monastero benedettino di S. Andrea sul Celio, passato poi alla storia come Agostino di Canterbury, il quale partì da Roma alla testa di quaranta monaci nella primavera del 597.

Fu proprio all’opera di Agostino primo vescovo di Canterbury e di sant’Aidan di Lindisfarnen, conosciuto come l’apostolo di Northumbria, che tutta la Britannia fu convertita al cristianesimo. L'ultimo grande sovrano pagano degli anglosassoni fu re Penda di Mercia, che morì nel 655.

Mi sono permesso questa breve digressione storica per introdurre una notizia proveniente d’oltremanica. Lo scorso 10 maggio il Ministero britannico degli Interni ha ufficialmente riconosciuto la Pagan Police Association, un’organizzazione di poliziotti pagani, autorizzando i membri ad assentarsi dal lavoro durante le relative feste religiose.

Ciò significa che i dirigenti della polizia dovranno dare alle celebrazioni pagane la stessa considerazione tenuta per il Natale dei cristiani, il Ramadan dei musulmani e la Pasqua degli ebrei.

Così i pagani sono entrati ufficialmente a far parte delle categorie “protette” dalla politically correctness, insieme alle donne, agli omosessuali, ai neri, ai disabili, ai trans, ai musulmani, agli ebrei, et similia.

Un portavoce del ministero ha precisato che «il governo desidera che le forze di polizia rappresentino le diverse comunità che sono chiamate a servire». Quindi anche i pagani.

Si considera che siano più di 500 gli agenti ed ufficiali di polizia pagani, inclusi druidi, streghe e sciamani.

Otto sono le feste pagane ufficialmente riconosciute. Samahin che cade nel giorno di Halloween, in cui i pagani celebrano l’oscurità dell’inverno, lasciando fuori dalla porta cibo per i morti e vestendosi da fantasmi. Yule che cade attorno al 21 dicembre, in cui si festeggia il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, nella quale i pagani bussano alle porte cantando e bruciando un ceppo di legno. Imbolc la festa della lattazione della pecora, che si celebre il 2 febbraio, in cui i pagani accumulano pile di pietra e fanno bastoncini fallici per celebrare la fertilità.


Oestara che cade il 20 marzo, in cui viene festeggiato l’equinozio di primavera ed il riemergere dagli inferi della dea luna. Beltane che cade il 30 aprile ed il primo maggio, in cui si celebra il dio sole con orge notturne; le coppie sposate sono invitate a «rimuovere le fedi nuziali» durante la notte. Litha che si celebra durante il solstizio estivo, il 21 giugno, il giorno più lungo del’anno, i cui i pagani bevono idromele e danzano nudi sotto il sole per celebrare l’imminente raccolto. Lammas che cade il 31 luglio, in cui si celebra il raccolto e si fanno passeggiate in campagna.

Mabon in cui si festeggia l’equinozio autunnale, e che prende il nome dal giovane dio della vegetazione e dei raccolti (Mabon), figlio di Modron, la dea madre.

Andy Pardy, capo della polizia di Hemel Hempstead nell’Hertfordshire, che è cofondatore della Pagan Police Association e adoratore delle antiche divinità vichinghe, tra cui il dio Thor dal martello distruttore e Odino dall’occhio ciclopico, ha dato l’annuncio ufficiale del riconoscimento da parte del Ministero degli Interni, precisando che «il riconoscimento del paganesimo è ormai nei fatti». «Gli agenti di polizia»,ha proseguito Pardy «ora possono finalmente celebrare le proprie festività religiose e lavorare in altre giornate, come Natale, che per essi non hanno nessunissima rilevanza».

Sono stati pure nominati tre assistenti spirituali pagani per le forze di polizia. Le nuove regole consentono, inoltre, ai pagani – per i quali, tra l’altro, Stonehenge è un luogo di pellegrinaggio – di prestare giuramento in tribunale su ciò che «essi considerano sacro».

Millequattrocento anni dopo l’opera missionaria di Agostino di Canterbury sono ufficialmente tornati i pagani in quella che un tempo era chiamata la terra di San Giorgio. Druidi, streghe, bacchette magiche e divinità antropomorfe. Viene in mente il grande Chesterton: «Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è vero che non credano più in nulla: credono a tutto».

martedì 25 maggio 2010

Recensione: Robin Hood





Mi pare doveroso dire due parole su "Robin Hood", l'ultimo kolossal storico di Ridley Scott con Russel Crowe e Cate Blanchett, dopo aver pubblicato in precedenza la recensione di Mariarosa Mancuso, critica de Il Foglio.
Sono andato domenica sera al cinema (nessuna interrogazione impellente), a vedere il film sul quale avevo già alcuni dubbi. Si era detto che invece di un nuovo Gladiatore, Scott ha girato un nuovo Le Crociate, sottolineando più la voglia di dare un messaggio che di soprendere con puro spettacolo.
Il film racconta la storia che precede la leggenda (quella del film Disney per intenderci). Robin Longstride é un arciere di Riccardo Cuor di Leone, al ritorno dalla Crociata, che dopo una serie di peripezie ritorna in Inghilterra sotto mentite spoglie, assieme ad alcuni compagni. Sul trono a Riccardo succede il fratello Giovanni, contro il quale re Filippo di Francia già trama un colpo di stato; intanto Robin é andato al nord, a Nottingham, per riportare ad un padre la spada di un crociato morto in Francia. Costui, Sir Loxley, é il padrone di un castello e vive con la moglie del figlio, Marion, la bella Cate Blanchett; le loro vite si intrecciano, e Robin riscopre le tracce del suo passato e soprattutto di suo padre. Intanto le città del Nord si alleano contro re Giovanni per reclamare una carta di diritti; sotto l'influenza di Robin, però, e dopo essersi fatti promettere una carta a loro tutela, i vassalli e il re formeranno un'unica armata per respingere i francesi che sono frattanto sbarcati al Sud. Dopo un'epica battaglia sulle rive d'Inghilterra, vinta come ovvio dagli inglesi, al ritorno a Londra re Giovanni, roso dalla gelosia per il successo di Robin, lo dichiara fuorilegge e respinge la richiesta di una carta dei diritti. Costretti a vivere fra i boschi, Robin, Marion e la loro compagnia, danno inizio alla leggenda.





Ebbene, il film per me ha un valore ambivalente. Elenco prima gli aspetti negativi.
Innanzitutto il solite cliché da Medioevo cinematografico, specie riguardo alla Crociate. Riccardo Cuor di Leone é un re fanatico e ubriacone, la sua spedizione un'onta per la civiltà e insomma, é il solito destino dei crociati al cinema. Ma non era così, Riccardo non era affatto così. Ancora più evidenti, da lì in avanti, le strizzate d'occhio al cliché di una Chiesa padrona sulle spalle dei contadini. I magazzini di Nottingham sono stati razziati, solo quelli della chiesa sono pieni ma non si vorrà mica darli ai poveri! Non mi é sfuggita nemmeno l'occhiataccia di un frate, occhi vitrei naturalmente, alla bella Marion, della serie misoginia allo stato puro. E poi Fra Tuck pronuncia la fatidica frase "Non sono mai stato un frate di Chiesa", e dice tutto.
In generale, ed é questo un po' il perno del film, la gente del Medioevo viveva oppressa punto e basta. Sinceramente mi sono chiesto più volte se tutto ciò é davvero così evidente, o se piuttosto la mia idea nell'andare al cinema fosse già in parte formata in questo senso; di sicuro gli elementi sopra elencati sono oggettivi, certo non troppo sottolineati, ma la strizzata d'occhio c'è. Mi sto ponendo il problema dal punto di vista di chi vedrà in "Robin Hood" un film caposaldo come é stato per me "Il Gladiatore". E', come ho detto, il cliché del Medioevo cinematografico.
E gli aspetti positivi? Molti. Forse é proprio il Medioevo a salvare "Robin Hood". Innanzitutto si é subito catapultati nel vivo dell'assedio di un castello francese, e lì la maestria di Scott domina. Realismo puro e assoluto, si combatte al fianco degli inglesi, si schivano frecce e si insulta re Filippo riparandosi dietro una trincea. Eccezionale. Poi é la storia ad interessare: specie l'evolversi della figura di Robin in rapporto alla memoria di suo padre: "Ribellarsi e ribellarsi ancora, fino a che gli agnelli non diverranno leoni". E poi le ballate composte dagli amici di Robin, le danze e le feste.
La battaglia della scogliera é una citazione diretta dallo sbarco in Normandia di "Salvate il soldato Ryan", e ci sta. Anche qui si carica con la cavalleria e si combatte sul bagna-asciuga spargendo sangue francese, nulla da dire. E' un film da godere al cinema proprio per questo.
Marion poi é bellissima, ma qui é un altro discorso. Bellissima.
La colonna sonora é incredibile, perfetta. Tensioni di violini che ricordano il finale dei Miserabili ma in tono epico, fra le cornamuse di Braveheart e la musica dei più grandi film; da innamorato di soundtrack la consiglio a tutti, toni epico-medievali imperdibili.

Che dire infine? Il riconoscere e il tener presente gli elementi da cliché antimedievale, permette comunque di godere di un buon film, senza troppe pretese. Allora é davvero il Medioevo a salvare "Robin Hood"? Secondo me pienamente. Non bisogna sottovalutare mai e poi mai cosa può suscitare nel cuore di un uomo la vista di stendardi sgargianti, cavalieri schierati a battaglia, difensori della libertà e di belle (bellissime, ve l'ho detto) donne; ballate attorno a un fuoco e teste coronate; uomini carismatici che combattono per grandi ideali, hanno una loro spada e cavalcano alla testa di un esercito.
Per me Braveheart é stato questo, sin da quando ero piccolo.

La speranza é che un film come questo, nonostante tutto, desti la nostalgia del vero Medioevo.




giovedì 13 maggio 2010

E che palle, anche Robin Hood é un avvocato di Saladino

Propongo la recensione di Mariarosa Mancuso, critica cinematografica del Foglio, riguardo all'attesissimo film di Ridley Scott su Robin Hood. Purtroppo é impossibile sperare in un cliché diverso per le Crociate al cinema rispetto a quello solito (Crociati cristiani-sanguinari-fondamentalisti vs Islamici-nobili-desiderosi di pace); come già per le Crociate, ho paura che anche per Robin Hood si possa ben adattare ciò che ha detto un mio carissimo amico: "Una festa per gli occhi, una devastazione per il cervello".
Io comunque andrò a vederlo, almeno le scene di battaglia mi serviranno ad immaginare altri film che mai saranno realizzati e che quindi, come diceva Van Gogh per i quadri, saranno sicuramente i più belli.

E per quanto riguarda i Crociati, che me frega della politically correctness di Scott, tra un po' mi inizio Tasso, e lì' tutto torna al suo posto.



Troppa voglia di dare un messaggio

Ridley Scott riscrive la storia di Robin Hood ma non riesce a divertirci

Tutto lasciava immaginare “Il gladiatore” tra Nottingham e la foresta di Sherwood, impegnato a ridistribuire ai poveri un po’ di denaro sottratto ai ricchi. Sbagliato: “Robin Hood” di Ridley Scott – ieri ha aperto il Festival di Cannes, in contemporanea con l’uscita nelle sale - riparte da “Le crociate”. Alla fine di quel film, una croce veniva pietosamente rialzata da una mano musulmana, in una Gerusalemme semidistrutta. Qui, il Robin Longstride che diventerà Robin Hood racconta a Riccardo Cuor di Leone il punto più infame della spedizione appena conclusa in Terra Santa: “Abbiamo radunato 2.500 musulmani e li abbiamo uccisi. Ci siamo comportati come gente senza Dio”. Il sovrano non gradisce la critica, Robin si ritrova alla gogna (sarà questo l’inizio delle sue leggendarie imprese, ma prima di sentirlo dichiarare fuorilegge passerà l’intero film) e lo spettatore stanco di History Channel può godersi un altro capitolo della storia secondo Ridley Scott. Quella, appunto, dove i re medievali consultano gli arcieri rissosi per ascoltare le loro opinioni sull’andamento della terza crociata (e i gladiatori che combattono nella provincia romana di Zucchabar hanno sul braccio il tatuaggio SPQR).

Niente di male, come diceva il produttore Samuel Goldwyn “nulla è peggio di un film storicamente corretto ma noioso”. Eppure la volontà di inventarsi una plausibile biografia per Robin Hood, comprensiva di infanzia difficile e di intersezioni con la storia medievale britannica, stavolta guasta lo spettacolo. Possiamo sempre contare su Ridley Scott per un bell’assedio o un’imboscata nella foresta o una violenta battaglia con frecce di fuoco che incendiano la pece e la scritta in sovraimpressione che spiega esattamente in quale castello della Normandia siamo. Possiamo sempre contare su di lui per un vecchio saggio, per un discorso da capopopolo, per un eroe con la faccia da cane bastonato deciso a far valere i propri diritti, per un doppiogiochista dallo sguardo gelido (qui Mark Strong, Blackwood in “Sherlock Holmes”). Ci sono lo sceriffo, il frate, i Merry Men delle ballate, Giovanni Senza Terra che impone tasse per riempire i forzieri svuotati dalla crociata. Ogni cosa da sola dovrebbe trascinare, insieme finiscono per danneggiarsi.

Manca, rispetto al “Gladiatore”, gran parte del divertimento con cui il regista aveva tirato giù dal piedistallo il polpettone storico. Abbonda, come già nelle “Crociate”, la voglia di messaggio. Tanto che il critico del Times scrive, non nascondendo un certo entusiasmo rafforzato da quattro stellette su cinque: “Erroll Flynn incontra il Manifesto del Partito comunista”. Nella rimessa a nuovo del mito Robin – che cavalca un destriero bianco – dà una mano anche Freud, con una fitta trama di padri assenti, padri finti, padri ritrovati. Shakespeare e la “Bisbetica domata” sovrintendono agli scontri tra Robin e Marion-Cate Blanchett.

L’idea di un’attrice australiana e di un attore della Nuova Zelanda che amoreggiano nel Nottinghamshire – confessiamo – un certo spaesamento lo procura. Lo stesso si può dire dell’esercito di re Filippo che sbarca in Inghilterra imitando lo sbarco in Normandia, così come l’abbiamo visto nella prima scena di “Salvate il soldato Ryan”: le frecce oscurano il cielo, l’acqua si arrossa, le bandiere azzurre con i gigli vengono calpestate dai cavalli, Cate Blanchett rispolvera l’armatura scintillante di Elisabetta I in “The Golden Age”. I francesi sono passabilmente messi in ridicolo, come sempre nel medioevo cinematografico ci si lava parecchio (mancano i cosciotti da addentare, arriveranno con Enrico VIII). Una volta la scena serviva per far spogliare le femmine, oggi l’oggetto del desiderio è Russell Crowe, avvantaggiato dalla sua posizione di eroe nonché produttore del film. Per lo stanco e puzzolente Robin è pronto un bel bagno caldo, e lui deve confessare a Marion che non riesce a sfilarsi la maglietta di ferro senza aiuto. Le braghe se le sfila da solo, dopo un’occhiataccia di lei.

di Mariarosa Mancuso