Se sarete quello che dovete essere metterete fuoco in tutto il mondo. S. Caterina da Siena
giovedì 31 marzo 2011
Il ritorno del gigante
lunedì 14 febbraio 2011
Una lanterna di luce e bellezza, simbolo stesso della fede
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| La cappella superiore della Sainte-Chapelle, Parigi |
Alla "Sistina dei maestri vetrai" la rivista "Paris Match" dedica un dossier ricco di foto e approfondimenti per raccontare la lunga e difficile opera di restauro iniziata nel 2010 e tutt'ora in corso.
"Dopo l'operaio che ha montato per la prima volta le vetrate, nel 1248, nessun altro le ha mai viste così belle - scrive Anne-Cécile Beaudoin raccontando il lavoro di ripulitura - è servito un anno di lavoro e l'impegno di 25 esperti per far ritrovare il loro colore originale a queste pietre preziose. Perché di un gioiello si tratta; ai tempi di san Luigi la Sainte-Chapelle, grazie alle reliquie che conteneva, avrebbe dovuto rendere Parigi la seconda capitale del mondo cristiano. Luigi IX partì per le crociate due mesi dopo aver assistito alla sua consacrazione, sicuro che Dio, che desiderava servire con tutte le sue forze, avrebbe protetto la sua opera. Sette secoli di storia gli hanno dato ragione.
Sull'Île de la Cité il Palazzo di Giustizia ha preso il posto da tempo del Palazzo Reale, ma le vetrate hanno resistito a guerre e rivoluzioni, persino al nemico più apparentemente innocuo ma insidioso, il cambiamento del gusto e della moda. Quest'opera è nata da una fede capace di spostare le montagne, ora le tecniche più moderne l'accompagnano nel cammino dell'eternità".
La bellezza di questa Gerusalemme Celeste di vetro non si spiega al di fuori del contesto della mistica della luce del XIII secolo, spiega Anne-Cécile Beaudoin: "Per gli uomini del medioevo questi 750 metri quadrati di rosso e blu non erano solo una decorazione piacevole, ma il simbolo stesso della fede". "Ciò che non è altro che pigmento sulla terra è glorificato dal Cielo attraverso la trasparenza - la Beaudoin cita Paul Claudel per far capire meglio al lettore cosa intende dire - questo manto di vetro colorato intorno a noi è materia sensibile al raggio dell'Intelligenza.
Ecco il paradiso ritrovato". Nessuna foto, concordano i visitatori che condividono le loro impressioni sulla Rete, può rendere l'effetto dell'architettura illusionistica della cappella: la volta sembra galleggiare al di sopra delle vetrate, la massa imponente dei contrafforti sparisce nell'artificio di un fascio di nove colonnine distribuite in modo che il volume di ciascun pilastro sia appena avvertito.
Nei secoli, però, questo gioiello dell'arte e della fede ha subito mutilazioni di ogni tipo: durante la Rivoluzione, in quanto simbolo del regno e della religione, viene spogliato dei suoi arredi e gravemente danneggiato: la guglia viene abbattuta, i timpani martellati e le reliquie disperse. Gli organi vengono trasportati a Saint-Germain l'Auxerrois, mentre fortunatamente la maggior parte delle statue viene salvate dall'intervento di Alexandre Lenoir. Dopo la sconsacrazione, nel 1803, la Sainte-Chapelle diventa un deposito di grano, poi un deposito di materiale archivistico: le vetrate vengono rimosse sino a un'altezza di due metri e sostituite con un impasto di gesso e gomma arabica perché la luce non danneggi i documenti. Nel 1845 inizia la prima campagna di restauro guidata da Eugène Viollet-le-Duc con metodi alquanto discutibili, secondo i moderni parametri scarsamente "interventisti" del restauro odierno.
L'intervento attuale ha fatto precedere ogni operazione di reintegro e ripulitura da un esame ai raggi infrarossi, "tessera per tessera", racconta Anne-Cécile Beaudoin descrivendo le tremila ore passate dai restauratori al capezzale di questo malato eccellente: "I danni peggiori li hanno subiti le grisaille, il disegno che tratteggia i lineamenti del viso e i particolari più fini dei personaggi: i re biblici non avevano più le pupille, la prima cosa da fare era ridare loro la vista".
La storia della Sainte-Chapelle è appassionante come un romanzo; non solo la genesi dell'"involucro esterno", ma anche l'avventuroso reperimento di quello che lo scrigno di pietra e luce doveva contenere, la reliquia della corona di spine di Gesù: custodita a Bisanzio, a quell'epoca capitale di un regno latino circondato dai nemici greci e islamici, la corona venne offerta dal giovane sovrano Baldovino II (cugino di Luigi) in cambio di aiuti materiali; nel frattempo, però, i dignitari di Bisanzio l'avevano concessa in pegno ai mercanti veneziani a fronte di un ingente prestito. Per riscattarla, Luigi aveva impegnato somme davvero notevoli e organizzò un trasferimento in Francia attraverso l'Adriatico e Venezia, dove la corona avrebbe sostato per qualche tempo, tra fastose celebrazioni popolari, finché, lasciata andare a malincuore dai veneziani, giunse nella capitale francese nell'agosto del 1239.
"In tanti - scrive Anne-Cécile Beaudoin - la chiamano per errore cattedrale, anche se è sconsacrata da secoli. Sembra ancora un'immensa lanterna, carica di storia ma proveniente dal futuro, pronta a far luce a chiunque la visiti, una metafora della Chiesa (cos'è la Chiesa se non una realtà fatta di luce e di persone?) nata dal gesto di un re che si inginocchia nel cortile del suo palazzo, e decide di trasformarlo in santuario".
(©L'Osservatore Romano - 9 febbraio 2011)
lunedì 10 gennaio 2011
Combattere per il Dio che ha trasformato l'acqua in vino e non viceversa: la pinta e la croce
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| GKC |
domenica 9 gennaio 2011
Fra noi e i Greci
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| Disputa del Sacramento, Raffaello, stanze di Giulio II |
venerdì 10 settembre 2010
Sì, esatto, signorina, avrebbe dovuto dire: purtroppo non siamo più nel Medioevo cristiano
Antonio Socci
Da “Libero” 9 settembre 2010
mercoledì 9 giugno 2010
Apologia della Crociata: perché c'é bisogno di uomini che vivano e muoiano per la Croce
Ecco perché, altra cosa che ho capito, al di là delle diatribe più strettamente letterarie, l'opera di un uomo come Tasso può essere compresa pienamente solo da chi ha chiaro di essere chiamato ad una battaglia, la battaglia della bellezza e della carità al seguito di Uno che ha già vinto e vince.
Come piace pensare in bocca al pio Buglione le stupefacenti parole qui sotto citate di Santa Teresina del Bambin Gesù.

Statua equestre di Goffredo di Buglione, Bruxelles
lunedì 7 giugno 2010
Make beauty
Il suo successore fece cancellare ogni traccia della sua esistenza.
L'intelletto più idiota della Storia, vale a dire Voltéro, disse: "Calunniate, calunniate. Qualcosa resterà!". Ed ecco che nel duemiladieci questa turpe leggenda va a finire sul grande schermo. I produttori, guarda caso, sono gli stessi de "Il nome della Rosa", uno dei film più infami della storia dell'uomo, espressione di un odio profondo a Cristo attraverso l'attacco a coloro che Lo amano e servono. "La Papessa" non mancherà di nulla: quale occasione migliore per mostrare ancora una volta un Medioevo esistito solo nelle menti pazze di qualche philosophe, con monasteri luoghi di oppressione e fanatismo e la donna seviziata e torturata per celare un represso istinto sessuale da parte dei frati? Per non parlare del fatto che la figura del Papa sarà qui sotto attacco diretto: non solo un Papa donna, ma anche protagonista di rapporti amorosi e via così. Le carte per per una pellicola largamente blasfema ci sono tutte.
Considerata la storia di questo film (la cui pubblicità campeggia all'ingresso della Feltrinelli di Biella, motivo in più per comprarci libri sani alla faccia loro), ho capito che non basta arrabbiarsi e lamentarsi che se facessero qualcosa di simile per Maometto e compagni sarebbe la guerra totale. Questo é pur vero, ma il punto é un altro. Come diceva Péguy non serve lamentarsi della situazione sfavorevole: quella dell'insulto, della provocazione, della mistificazione e dell'attacco é la condizione esistenziale della nostra Chiesa, la Chiesa militante. Sia per il martirio di monsignor Padovese sia per l'uscita nelle sale di sempre più numerose pellicole anticattoliche, dobbiamo sempre tenere presente che stiamo combattendo la buona battaglia, e che il Nemico é all'opera. Un battaglia dove però ci é soltanto chiesto di poggiare il capo sul petto di Gesù, di "mettersi alla scuola di Giovanni" come ha detto B XVI. Lui ha già vinto per noi.
Stamattina mi chiedevo cosa posso fare io per le persone che andranno a vedere "La Papessa", cosa posso fare per coloro la cui fede é resa sempre più debole sotto gli scossoni di questo nuovo mondo anticristiano: ebbene, come mi disse un mio caro amico, make beauty, fare bellezza. Più di tutti i pur giustissimi e necessari articoli che smonteranno sotto i vari punti di vista questo attacco al Papa e a Cristo col cavallo di Troia del cinema, farà molto di più il ripartire dalla testimonianza come presenza. Più si é uniti a Lui più la nostra vita diventa piena di una bellezza desiderabile, più grande di tutti i nostri limiti. E così sarà davvero la nostra semplice presenza a parlare. Ognuno é chiamato a essere presenza: chi con l'arte, chi con il canto, chi con la matematica, chi con altre cose. Tutti possiamo dirGli di sì.
Terminato questo post andrò a finire di preparare l'intervento che terrò giovedì prossimo a tre, quattro classi della mia scuola sull'Ulisse dantesco, con in mente proprio questo: make beauty.
Non siamo soli, e abbiamo bisogno solo della mano di Chi ci ha portato fin qui, come ricorda il buon Goffredo (Gerusalemme Liberata, canto II); e anche nel più duro della battaglia non dobbiamo temere, come mostra l'intervento di san Michele Arcangelo quando i cristiani stavano per cedere all'assalto notturno dei pagani (canto IX).
Per l'intanto, avrò il gran piacere di picconare un po' quell'idiota di Voltéro (fra di noi c'è qualcosa di personale, come già dissi) nel primo dei miei dossier sui martiri della Rivoluzione.
Ricordate, cari amici: essere uniti a Colui che é la Bellezza, Cristo, per essere presenza.
E make beauty, fare bellezza. Questo blog esiste solo per questo.
martedì 1 giugno 2010
Pagan police association: Dio (e san Giorgio) salvi l'Inghilterra
Da IlSussidiario.net
IL CASO/ Quella conquista di civiltà che riporta l'Inghilterra indietro di 1400 anni
lunedì 31 maggio 2010
Il cristianesimo in Gran Bretagna è arrivato già ai tempi della dominazione romana. La leggenda vuole che sia stato san Giuseppe d’Arimatea ad annunciare il vangelo, iniziando la sua missione da Glanstonbury e concludendola sull’isola di San Patrizio, poco distante dall'Isola di Man, dove, secondo i racconti, morì e fu sepolto.
Fin qui la leggenda. Le fonti storiche confermano, comunque, una gran numero di fedeli cristiani già durante la ritirata dei romani dalla Britannia. Furono poi i barbari invasori ad introdurre nell’isola il paganesimo germanico. La cristianizzazione della Britannia anglosassone arriverà alla fine del VI secolo.
Etelberto, incoronato re del Kent, ebbe il primato di essere il primo sovrano anglosassone a convertirsi al cristianesimo e ad assurgere alla gloria della santità. Quando, infatti, Etelberto prese in moglie la principessa Berta, figlia del re francese Cariberto, la condizione posta per la celebrazione del matrimonio fu che alla sposa venisse concessa la libertà di continuare a professare la religione cristiana e che potesse essere accompagnata dal vescovo di Letardo, suo cappellano, la cui presenza a corte contribuì certamente alla conversione del sovrano.
Appresa la notizia, il pontefice San Gregorio Magno ritenne maturi i tempi per l’evangelizzazione dell’isola, e affidò la missione ad Agostino, priore del monastero benedettino di S. Andrea sul Celio, passato poi alla storia come Agostino di Canterbury, il quale partì da Roma alla testa di quaranta monaci nella primavera del 597.
Fu proprio all’opera di Agostino primo vescovo di Canterbury e di sant’Aidan di Lindisfarnen, conosciuto come l’apostolo di Northumbria, che tutta la Britannia fu convertita al cristianesimo. L'ultimo grande sovrano pagano degli anglosassoni fu re Penda di Mercia, che morì nel 655.
Mi sono permesso questa breve digressione storica per introdurre una notizia proveniente d’oltremanica. Lo scorso 10 maggio il Ministero britannico degli Interni ha ufficialmente riconosciuto la Pagan Police Association, un’organizzazione di poliziotti pagani, autorizzando i membri ad assentarsi dal lavoro durante le relative feste religiose.
Ciò significa che i dirigenti della polizia dovranno dare alle celebrazioni pagane la stessa considerazione tenuta per il Natale dei cristiani, il Ramadan dei musulmani e la Pasqua degli ebrei.
Così i pagani sono entrati ufficialmente a far parte delle categorie “protette” dalla politically correctness, insieme alle donne, agli omosessuali, ai neri, ai disabili, ai trans, ai musulmani, agli ebrei, et similia.
Un portavoce del ministero ha precisato che «il governo desidera che le forze di polizia rappresentino le diverse comunità che sono chiamate a servire». Quindi anche i pagani.
Si considera che siano più di 500 gli agenti ed ufficiali di polizia pagani, inclusi druidi, streghe e sciamani.
Otto sono le feste pagane ufficialmente riconosciute. Samahin che cade nel giorno di Halloween, in cui i pagani celebrano l’oscurità dell’inverno, lasciando fuori dalla porta cibo per i morti e vestendosi da fantasmi. Yule che cade attorno al 21 dicembre, in cui si festeggia il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, nella quale i pagani bussano alle porte cantando e bruciando un ceppo di legno. Imbolc la festa della lattazione della pecora, che si celebre il 2 febbraio, in cui i pagani accumulano pile di pietra e fanno bastoncini fallici per celebrare la fertilità.
Oestara che cade il 20 marzo, in cui viene festeggiato l’equinozio di primavera ed il riemergere dagli inferi della dea luna. Beltane che cade il 30 aprile ed il primo maggio, in cui si celebra il dio sole con orge notturne; le coppie sposate sono invitate a «rimuovere le fedi nuziali» durante la notte. Litha che si celebra durante il solstizio estivo, il 21 giugno, il giorno più lungo del’anno, i cui i pagani bevono idromele e danzano nudi sotto il sole per celebrare l’imminente raccolto. Lammas che cade il 31 luglio, in cui si celebra il raccolto e si fanno passeggiate in campagna. Mabon in cui si festeggia l’equinozio autunnale, e che prende il nome dal giovane dio della vegetazione e dei raccolti (Mabon), figlio di Modron, la dea madre. Andy Pardy, capo della polizia di Hemel Hempstead nell’Hertfordshire, che è cofondatore della Pagan Police Association e adoratore delle antiche divinità vichinghe, tra cui il dio Thor dal martello distruttore e Odino dall’occhio ciclopico, ha dato l’annuncio ufficiale del riconoscimento da parte del Ministero degli Interni, precisando che «il riconoscimento del paganesimo è ormai nei fatti». «Gli agenti di polizia»,ha proseguito Pardy «ora possono finalmente celebrare le proprie festività religiose e lavorare in altre giornate, come Natale, che per essi non hanno nessunissima rilevanza». Sono stati pure nominati tre assistenti spirituali pagani per le forze di polizia. Le nuove regole consentono, inoltre, ai pagani – per i quali, tra l’altro, Stonehenge è un luogo di pellegrinaggio – di prestare giuramento in tribunale su ciò che «essi considerano sacro». Millequattrocento anni dopo l’opera missionaria di Agostino di Canterbury sono ufficialmente tornati i pagani in quella che un tempo era chiamata la terra di San Giorgio. Druidi, streghe, bacchette magiche e divinità antropomorfe. Viene in mente il grande Chesterton: «Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è vero che non credano più in nulla: credono a tutto».
martedì 25 maggio 2010
Recensione: Robin Hood

Sono andato domenica sera al cinema (nessuna interrogazione impellente), a vedere il film sul quale avevo già alcuni dubbi. Si era detto che invece di un nuovo Gladiatore, Scott ha girato un nuovo Le Crociate, sottolineando più la voglia di dare un messaggio che di soprendere con puro spettacolo.
Il film racconta la storia che precede la leggenda (quella del film Disney per intenderci). Robin Longstride é un arciere di Riccardo Cuor di Leone, al ritorno dalla Crociata, che dopo una serie di peripezie ritorna in Inghilterra sotto mentite spoglie, assieme ad alcuni compagni. Sul trono a Riccardo succede il fratello Giovanni, contro il quale re Filippo di Francia già trama un colpo di stato; intanto Robin é andato al nord, a Nottingham, per riportare ad un padre la spada di un crociato morto in Francia. Costui, Sir Loxley, é il padrone di un castello e vive con la moglie del figlio, Marion, la bella Cate Blanchett; le loro vite si intrecciano, e Robin riscopre le tracce del suo passato e soprattutto di suo padre. Intanto le città del Nord si alleano contro re Giovanni per reclamare una carta di diritti; sotto l'influenza di Robin, però, e dopo essersi fatti promettere una carta a loro tutela, i vassalli e il re formeranno un'unica armata per respingere i francesi che sono frattanto sbarcati al Sud. Dopo un'epica battaglia sulle rive d'Inghilterra, vinta come ovvio dagli inglesi, al ritorno a Londra re Giovanni, roso dalla gelosia per il successo di Robin, lo dichiara fuorilegge e respinge la richiesta di una carta dei diritti. Costretti a vivere fra i boschi, Robin, Marion e la loro compagnia, danno inizio alla leggenda.

Ebbene, il film per me ha un valore ambivalente. Elenco prima gli aspetti negativi.
Innanzitutto il solite cliché da Medioevo cinematografico, specie riguardo alla Crociate. Riccardo Cuor di Leone é un re fanatico e ubriacone, la sua spedizione un'onta per la civiltà e insomma, é il solito destino dei crociati al cinema. Ma non era così, Riccardo non era affatto così. Ancora più evidenti, da lì in avanti, le strizzate d'occhio al cliché di una Chiesa padrona sulle spalle dei contadini. I magazzini di Nottingham sono stati razziati, solo quelli della chiesa sono pieni ma non si vorrà mica darli ai poveri! Non mi é sfuggita nemmeno l'occhiataccia di un frate, occhi vitrei naturalmente, alla bella Marion, della serie misoginia allo stato puro. E poi Fra Tuck pronuncia la fatidica frase "Non sono mai stato un frate di Chiesa", e dice tutto.
In generale, ed é questo un po' il perno del film, la gente del Medioevo viveva oppressa punto e basta. Sinceramente mi sono chiesto più volte se tutto ciò é davvero così evidente, o se piuttosto la mia idea nell'andare al cinema fosse già in parte formata in questo senso; di sicuro gli elementi sopra elencati sono oggettivi, certo non troppo sottolineati, ma la strizzata d'occhio c'è. Mi sto ponendo il problema dal punto di vista di chi vedrà in "Robin Hood" un film caposaldo come é stato per me "Il Gladiatore". E', come ho detto, il cliché del Medioevo cinematografico.
E gli aspetti positivi? Molti. Forse é proprio il Medioevo a salvare "Robin Hood". Innanzitutto si é subito catapultati nel vivo dell'assedio di un castello francese, e lì la maestria di Scott domina. Realismo puro e assoluto, si combatte al fianco degli inglesi, si schivano frecce e si insulta re Filippo riparandosi dietro una trincea. Eccezionale. Poi é la storia ad interessare: specie l'evolversi della figura di Robin in rapporto alla memoria di suo padre: "Ribellarsi e ribellarsi ancora, fino a che gli agnelli non diverranno leoni". E poi le ballate composte dagli amici di Robin, le danze e le feste.
La battaglia della scogliera é una citazione diretta dallo sbarco in Normandia di "Salvate il soldato Ryan", e ci sta. Anche qui si carica con la cavalleria e si combatte sul bagna-asciuga spargendo sangue francese, nulla da dire. E' un film da godere al cinema proprio per questo.
Marion poi é bellissima, ma qui é un altro discorso. Bellissima.
La colonna sonora é incredibile, perfetta. Tensioni di violini che ricordano il finale dei Miserabili ma in tono epico, fra le cornamuse di Braveheart e la musica dei più grandi film; da innamorato di soundtrack la consiglio a tutti, toni epico-medievali imperdibili.
Che dire infine? Il riconoscere e il tener presente gli elementi da cliché antimedievale, permette comunque di godere di un buon film, senza troppe pretese. Allora é davvero il Medioevo a salvare "Robin Hood"? Secondo me pienamente. Non bisogna sottovalutare mai e poi mai cosa può suscitare nel cuore di un uomo la vista di stendardi sgargianti, cavalieri schierati a battaglia, difensori della libertà e di belle (bellissime, ve l'ho detto) donne; ballate attorno a un fuoco e teste coronate; uomini carismatici che combattono per grandi ideali, hanno una loro spada e cavalcano alla testa di un esercito.
Per me Braveheart é stato questo, sin da quando ero piccolo.
La speranza é che un film come questo, nonostante tutto, desti la nostalgia del vero Medioevo.
giovedì 13 maggio 2010
E che palle, anche Robin Hood é un avvocato di Saladino
Io comunque andrò a vederlo, almeno le scene di battaglia mi serviranno ad immaginare altri film che mai saranno realizzati e che quindi, come diceva Van Gogh per i quadri, saranno sicuramente i più belli.
E per quanto riguarda i Crociati, che me frega della politically correctness di Scott, tra un po' mi inizio Tasso, e lì' tutto torna al suo posto.
Troppa voglia di dare un messaggio
Ridley Scott riscrive la storia di Robin Hood ma non riesce a divertirci
Tutto lasciava immaginare “Il gladiatore” tra Nottingham e la foresta di Sherwood, impegnato a ridistribuire ai poveri un po’ di denaro sottratto ai ricchi. Sbagliato: “Robin Hood” di Ridley Scott – ieri ha aperto il Festival di Cannes, in contemporanea con l’uscita nelle sale - riparte da “Le crociate”. Alla fine di quel film, una croce veniva pietosamente rialzata da una mano musulmana, in una Gerusalemme semidistrutta. Qui, il Robin Longstride che diventerà Robin Hood racconta a Riccardo Cuor di Leone il punto più infame della spedizione appena conclusa in Terra Santa: “Abbiamo radunato 2.500 musulmani e li abbiamo uccisi. Ci siamo comportati come gente senza Dio”. Il sovrano non gradisce la critica, Robin si ritrova alla gogna (sarà questo l’inizio delle sue leggendarie imprese, ma prima di sentirlo dichiarare fuorilegge passerà l’intero film) e lo spettatore stanco di History Channel può godersi un altro capitolo della storia secondo Ridley Scott. Quella, appunto, dove i re medievali consultano gli arcieri rissosi per ascoltare le loro opinioni sull’andamento della terza crociata (e i gladiatori che combattono nella provincia romana di Zucchabar hanno sul braccio il tatuaggio SPQR).
Niente di male, come diceva il produttore Samuel Goldwyn “nulla è peggio di un film storicamente corretto ma noioso”. Eppure la volontà di inventarsi una plausibile biografia per Robin Hood, comprensiva di infanzia difficile e di intersezioni con la storia medievale britannica, stavolta guasta lo spettacolo. Possiamo sempre contare su Ridley Scott per un bell’assedio o un’imboscata nella foresta o una violenta battaglia con frecce di fuoco che incendiano la pece e la scritta in sovraimpressione che spiega esattamente in quale castello della Normandia siamo. Possiamo sempre contare su di lui per un vecchio saggio, per un discorso da capopopolo, per un eroe con la faccia da cane bastonato deciso a far valere i propri diritti, per un doppiogiochista dallo sguardo gelido (qui Mark Strong, Blackwood in “Sherlock Holmes”). Ci sono lo sceriffo, il frate, i Merry Men delle ballate, Giovanni Senza Terra che impone tasse per riempire i forzieri svuotati dalla crociata. Ogni cosa da sola dovrebbe trascinare, insieme finiscono per danneggiarsi.
Manca, rispetto al “Gladiatore”, gran parte del divertimento con cui il regista aveva tirato giù dal piedistallo il polpettone storico. Abbonda, come già nelle “Crociate”, la voglia di messaggio. Tanto che il critico del Times scrive, non nascondendo un certo entusiasmo rafforzato da quattro stellette su cinque: “Erroll Flynn incontra il Manifesto del Partito comunista”. Nella rimessa a nuovo del mito Robin – che cavalca un destriero bianco – dà una mano anche Freud, con una fitta trama di padri assenti, padri finti, padri ritrovati. Shakespeare e la “Bisbetica domata” sovrintendono agli scontri tra Robin e Marion-Cate Blanchett.
L’idea di un’attrice australiana e di un attore della Nuova Zelanda che amoreggiano nel Nottinghamshire – confessiamo – un certo spaesamento lo procura. Lo stesso si può dire dell’esercito di re Filippo che sbarca in Inghilterra imitando lo sbarco in Normandia, così come l’abbiamo visto nella prima scena di “Salvate il soldato Ryan”: le frecce oscurano il cielo, l’acqua si arrossa, le bandiere azzurre con i gigli vengono calpestate dai cavalli, Cate Blanchett rispolvera l’armatura scintillante di Elisabetta I in “The Golden Age”. I francesi sono passabilmente messi in ridicolo, come sempre nel medioevo cinematografico ci si lava parecchio (mancano i cosciotti da addentare, arriveranno con Enrico VIII). Una volta la scena serviva per far spogliare le femmine, oggi l’oggetto del desiderio è Russell Crowe, avvantaggiato dalla sua posizione di eroe nonché produttore del film. Per lo stanco e puzzolente Robin è pronto un bel bagno caldo, e lui deve confessare a Marion che non riesce a sfilarsi la maglietta di ferro senza aiuto. Le braghe se le sfila da solo, dopo un’occhiataccia di lei.
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