mercoledì 31 marzo 2010

L'uomo eterno, G. K. Chesterton


Piccolo regalo pasquale, una mia recensione apparsa sull'ultimo numero di Letture Cattoliche di aprile e in futuro sull'Eco del Santuario d'Oropa. Buona lettura

“L’UOMO ETERNO”, Gilbert K. Chesterton ediz Rubbettino euro 18





L’INCREDIBILE STORIA SPIRITUALE DEL GENERE UMANO



Non era in errore chi parlava di lui come di un Padre della Chiesa agli inizi del ‘900: di sicuro Gilbert Keith Chesterton (!874 – 1936) è stato uno dei più potenti protagonisti di quella che, a partire dalla conversione a Roma del cardinale John Newman, si rivelò una vera e propria rinascita cattolica in terra di Albione, il cui dono alla Chiesa e al mondo fu un’allegra compagnia di uomini liberi a cui innumerevoli persone hanno dovuto e devono l’incontro con Cristo. In quest’opera, assente dalle librerie italiane dal 1930, Chesterton si concentra sulle due grandi rivoluzioni nella storia dell’universo, la comparsa della creatura chiamata uomo e la venuta dell’uomo chiamato Cristo. In un’epoca in cui il darwinismo sociale era dogma assoluto e la moda delle religioni comparate impregnava l’editoria e i testi scolastici, questo “vescovo vestito da clown”, elogio tanto strano quanto pertinente, rileggeva la storia umana con gli occhi di un bambino per tornare a guardare la realtà per quella che è. Pagine intense e commoventi, limpide e affascinanti quelle in cui dai disegni di renne sulle pareti delle caverne si passa agli imperi di Babilonia ed Egitto, entrando poi nel grande affresco della mitologia greca e della filosofia di Atene. L’Asia tentata dal nulla di Buddha, il Messico insanguinato dai sacrifici umani e quel grande lago che divenne civiltà, il Mediterraneo, teatro della guerra fra gli dei latini del focolare e i demoni infanticidi di Cartagine, risoltasi con il trionfo dell’impero di Roma. Il suo declino fu il declino di ciò che di meglio l’uomo d’ogni tempo avesse costruito: se un Dio c’era non avrebbe potuto salvare l’umanità che in quel momento preciso. E così fu. Da una figura assolutamente unica, Cristo, nacque qualcosa di mai visto prima: la Chiesa. Essa non solo salvò ma plasmò la civiltà occidentale, morendo più volte e rinascendo sempre più giovane e baldanzosa, sopravvivendo ai Mani e ai Voltaire sorti contro di essa.

Un affascinante e imperdibile viaggio nella storia spirituale dell’uomo, magistralmente raccontato da un bambino curioso.


Giacomo Berchi




"Il Papa e il New York Times"

Dunque il diavolo vuole chiudere i conti con l’ingombrante anacronismo cattolico




Perché il più prestigioso quotidiano liberal del pianeta mistifica i fatti intorno a vecchi casi di pedofilia pur di trascinare nel fango Benedetto XVI e innescare una campagna d’opinione che mira a ottenere addirittura le dimissioni del Pontefice? Perché è convinto che sia ora di chiudere i conti con la Chiesa cattolica, questa istituzione anacronistica che pretende di sottrarre all’arbitrio umano il criterio del bene e del male. I sacerdoti della Chiesa relativista ateista sono convinti che la storia stia dando loro ragione e sia giunto il momento di sbarazzarsi, senza andare tanto per il sottile quanto ai mezzi, di un concorrente che considerano ancora pericoloso. Il New York Times che accusa Benedetto XVI di aver insabbiato il caso di un sacerdote americano pedofilo è lo stesso giornale che nel 2006, all’indomani delle reazioni islamiste violente al discorso di Ratisbona, anziché difendere il diritto del Papa a esprimere il suo punto di vista, gli intimò di scusarsi coi musulmani “offesi”. L’anno prima aveva definito l’appello della Chiesa cattolica italiana alla coscienza dei cittadini affinché facessero fallire il referendum sulla procreazione assistita un «atto antidemocratico» e «un’interferenza inaccettabile». E si era lagnato del fatto che «per quanto vuote possano essere le chiese italiane, la Chiesa ha una considerevole influenza sulle questioni morali». Con un presidente liberal alla Casa Bianca e la Chiesa americana demoralizzata da dieci anni di attacchi mediatici e cause giudiziarie che l’hanno presentata come un club dedito alla pedofilia e al suo occultamento, il New York Times pensa che sia tempo di un’egemonia culturale laicista incontrastata. Prima, però, bisogna liberarsi del fastidioso soglio romano. Per questo ha scatenato la sua artiglieria, confidando nel motto di Goebbels: «Ripetete una bugia mille volte e diventerà una verità».

sabato 27 marzo 2010

Perché la Chiesa può educare

Da Tracce.it, un giudizio chiaro

Più grande del peccato

Ci sarebbe da discutere a lungo, sulle vicende che hanno portato Benedetto XVI a scrivere la sua Lettera ai cattolici d’Irlanda. E si potrebbe farlo partendo dai fatti, da numeri e dati che - letti bene - dicono di una realtà molto meno imponente di quanto possa sembrare dalla campagna feroce dei media. Oppure dalle contraddizioni di chi, sugli stessi giornali, accusa - a ragione - certe nefandezze, ma poche pagine più in là giustifica tutto e tutti, specie in materia di sesso. Si potrebbe, e forse aiuterebbe a capire meglio il contesto di una Chiesa davvero sotto attacco, ben al di là dei suoi errori. Solo che il gesto umile e coraggioso del Papa ha spostato tutto più in là. Verso il cuore della questione.
Chiaro, la ferita c’è. Ed è gravissima. Di quella specie che ha fatto dire parole di fuoco a Cristo («Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi…») e ai suoi vicari.
C’è la sporcizia, nella Chiesa. Lo disse chiaro e forte lo stesso Joseph Ratzinger nella Via Crucis di cinque anni fa, poco prima di diventare Papa, e non ha smesso mai di ricordarlo dopo, con realismo. C’è il peccato, anche grave. C’è il male e l’abisso di dolore che il male si porta dietro. E c’è l’esigenza di fare tutto il possibile - pure con durezza - per arginare quel male e riparare a quel dolore. Il Papa lo sta già facendo, e la sua Lettera lo ribadisce con forza, quando chiede ai colpevoli di risponderne «davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali».
Ma proprio per questi motivi il vero cuore della questione, il focus dimenticato, sta altrove. Accanto a tutti i limiti e dentro l’umanità ferita della Chiesa c’è o no qualcosa di più grande del peccato? Di radicalmente più grande del peccato? C’è qualcosa che può spaccare la misura inesorabile del nostro male? Qualcosa che, come scrive il Pontefice, «ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali»?
«Ecco dunque il punto: Dio si è commosso per il nostro niente», ricordava don Giussani in una frase usata da Cl per il Volantone di Pasqua: «Non solo: Dio si è commosso per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza, dimentica e traditrice, per la nostra meschinità. È una compassione, una pietà, una passione. Ha avuto pietà per me».
È questo che porta la Chiesa nel mondo, e non certo per merito, bravura o tantomeno coerenza dei suoi: la commozione di Dio per la nostra meschinità. Qualcosa di più grande dei nostri limiti. L’unica cosa infinitamente più grande dei nostri limiti. Se non si parte da lì, non si capisce nulla. Impazzisce tutto, letteralmente.
È capitato - capita - anche a noi di schivare quella commozione, di sfuggirla. A volte è nella Chiesa stessa che si riduce la fede a un’etica e la moralità a un’impossibile rincorsa solitaria alle leggi, quasi che aver bisogno di quell’abbraccio fosse una cosa di cui doversi vergognare. Ma se si dimentica Cristo, se si fa fuori la misura totalmente diversa che Lui introduce nel mondo ora, attraverso la Chiesa, non si hanno più i termini per capire e giudicare la Chiesa stessa.
Allora diventa facile confondere l’attenzione per le vittime e il riguardo per la loro storia con un silenzio connivente, e la prudenza verso i colpevoli veri o presunti – accusati, magari, sulla base di voci affiorate dopo decenni – con la voglia di «insabbiare» (che pure a volte, evidentemente, c’è stata). Diventa quasi inevitabile straparlare di celibato senza sfiorare nemmeno il valore reale della verginità. E diventa impossibile capire perché la Chiesa può essere dura e materna insieme, con i suoi sacerdoti che sbagliano. Può punirli con severità e chiedere loro di scontare la pena e riparare al male (lo ha già fatto, non da oggi; e lo farà, sempre), ma senza spezzare - se possibile - il filo di un legame, perché è l’unica cosa che può redimerli. Può chiedere ai suoi figli «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro» non per domandare un’impossibile irreprensibilità, ma per richiamare una tensione a vivere la stessa misericordia con cui ci abbraccia Dio («siate misericordiosi come è misericordioso il Padre che è nei cieli»).
È proprio per questo che la Chiesa può educare. Che, in fondo, è la vera questione messa in discussione da chi la sta accusando («vedete che sbagliano anche i preti, e di brutto? Come facciamo ad affidargli i nostri bambini?»), come se il suo essere maestra dipendesse tutto dalla coerenza dei suoi figli, e non da Lui. Da Cristo. Dalla Presenza che – tra tutti gli errori e gli orrori commessi - rende possibile nel mondo un abbraccio come quello del Figliol prodigo ritratto da Chagall nello stesso Volantone. Lì, accanto alla frase di Giussani, ce n’è un’altra, di Benedetto XVI: «Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza, esigenza del suo perdono».
Ecco, l’abbraccio di Cristo, dentro la nostra umanità ferita e indigente e al di là del male che possiamo compiere. Se la Chiesa – con tutti i suoi limiti - non avesse questo da offrire al mondo, persino alle vittime di quelle barbarie, allora sì che saremmo perduti. Tutti. Perché il male ci sarebbe sempre. Ma sarebbe impossibile vincerlo.


giovedì 25 marzo 2010

Orchi in difesa dei bambini

Da IlFoglio.it


Orchi in difesa dei bambini

Perché la battaglia contro i preti pedofili è una battaglia per eliminare il cristianesimo

Invettiva cristianissima contro l’Europa pedofoba e il mondo infanticida

Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza. Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili. Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male.

L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli.

Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”. Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”.

A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”. La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa. Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari?

Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino? Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010).

Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve.
Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei. Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro.

Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo attraverso la paternità adottiva, mantenuti dalle offerte dei fedeli e sorvegliati dai sacerdoti, gli orfanotrofi ebbero dai primi imperatori cristiani non pochi e notevoli privilegi”. Oggi magari ce ne dimentichiamo, perché da noi gli orfanatrofi sono sempre meno: ci si disfa del problema alla radice. Ma la predilezione cristiana per i più piccoli non è venuta meno: nell’Inghilterra laica e anglicana un terzo degli orfanotrofi odierni è gestito da ordini religiosi cattolici. In Africa, dove la poligamia, la povertà e le malattie colpiscono soprattutto i bambini, gli orfanotrofi sono numerosissimi e hanno nella quasi totalità dei casi un’origine religiosa.

Nella Cina non cristiana, dove l’infanticidio di massa, potenziato dal regime maoista, è sempre esistito, la piccolissima minoranza cattolica, come raccontava Tiziano Terzani su Repubblica il 20 giugno 1984, prima della rivoluzione comunista gestiva oltre duemila scuole, duecento ospedali e più di mille orfanotrofi. A rischio spesso dell’odio xenofobo cinese, esploso poi all’epoca di Mao, che chiuse tutto accusando le suore “di aver ucciso i bambini e la chiesa di essere sovversiva”. Ancora oggi missionari cristiani laici e religiosi giungono in Cina da tutto il mondo per raccogliere sulle strade bambini abbandonati e lasciati morire di fame. Un caro amico, Francesco, mi ha raccontato questa terribile realtà, dopo aver trascorso un’estate in Cina con alcuni sacerdoti lombardi ad aiutare il creatore di uno di questi istituti per l’infanzia abbandonata. Francesco ci è andato dopo che Giulia, sua sorella e mia alunna, era stata alcuni anni prima, con altri missionari, in Romania, a fare scuola e a dare un po’ di affetto ad alcuni dei migliaia e migliaia di orfani romeni abbandonati, costretti a vivere nelle fogne, spinti alla prostituzione minorile e alla delinquenza.

Chi li aiuta, gli orfani dell’est Europa? Hans Küng, Corrado Augias, Vito Mancuso o il patron di Repubblica? La rivista Left, che fa copertine in cui compare un prete e la scritta, grande, “Predofili”, quasi a suggerire una equivalenza tra sacerdozio e pedofilia? No, migliaia e migliaia di associazioni e gruppi sorti molto spesso dal volontariato cattolico (o protestante), legati alle parrocchie, che finanziano ospedali pediatrici, ospitano ogni anno in Europa i bambini di Cernobyl, diffondono la pratica dell’adozione a distanza… Come l’associazione di don Antonio Rossi, “Chiese dell’est”, che ha appena lanciato un programma di adozione a distanza di bambini russi e ucraini, spesso “liberati dagli orfanotrofi statali (alle volte autentici lager)”.
Alcuni anni fa, nel 2002, il patriarcato ortodosso di Mosca fece un documento in cui registrava allarmato che la minoranza cattolica si prende cura di troppi bambini e adolescenti, “soprattutto negli ospedali, nelle scuole secondarie e negli orfanotrofi”. “Sotto il pretesto delle cure degli orfani, recitava il documento, e dei bambini senza casa i cattolici (soprattutto rappresentanti di ordini religiosi femminili) coltivano una nuova generazione di cattolici adulti”.

Cosa accade, invece, in India, paese in cui la vita dei bambini, specie quella delle femmine, non vale gran che? In cui gli infanti vengono uccisi a milioni e la prostituzione infantile, secondo la “Storia dell’infanzia” della Laterza (vol. I, p. IX), riguarda circa quattrocentomila soggetti? E’ dall’opera di madre Teresa che sono nati orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In un crescendo di opere stupende che si sono diffuse poi in tanti altri paesi del mondo, talora nonostante l’opposizione dei governi. Opere che qualcuno fa presto a dimenticare, accecato dall’odio ideologico. Ma forse, se mandassi queste mie brevi e indignate considerazioni a don Giuseppe, mi risponderebbe: “Sì, caro Francesco, ma la barca di Pietro, oggi, è nella tempesta, anche per causa di tanti suoi uomini indegni, non solo pedofili, ma anche politicanti, mondani, pavidi, tiepidi… Forse Dio si servirà delle critiche e dell’odio strumentale di tanti ipocriti, per rimettere la sua barca, santa, sulla giusta rotta. Forse farà capire a tanti vescovi che devono tornare a fare i pastori, anzitutto dei loro sacerdoti: meno chiacchiere, meno convegni, meno interviste ai giornali sui fatti di cronaca… Più preghiera, più attenzione nei seminari, più spirito soprannaturale”.

Leggi Giustizia divina e giustizia terrena, la distinzione tra reato e peccato - Leggi Sulla bella lettera di Benedetto alla nuova Corinto d’Irlanda di Giuliano Ferrara - Leggi Contro chi sputa sui preti di Padre Aldo Trento - Leggi Prete pedofilo in Usa, ecco come è andata veramente da Avvenire - Leggi Storie di stupri e di pedofilia alle Nazioni Unite

di Francesco Agnoli

Vergine Madre




tu se' colei che l'umana natura/
nobilitasti sì, che 'l suo fattore/
non disdegnò di farsi sua fattura.

Par. XXXIII vs 4-6

martedì 23 marzo 2010

"Guarda che c'é Uno che ti ama più di tutti e vale la pena vivere per Lui"

Da Tracce.it, dice tutto l'articolo. Anche io ho da dire il mio grazie ad Andrea.



ANDREA AZIANI Un uomo consumato dal desiderio di Cristo

di Dado Peluso
23/03/2010 - "Febbre di vita" è il titolo della mostra che ad Abbiategrasso ha ricordato il "Memor Domini" che dal '76 ha vissuto in missione: a spingerlo, tra Siena e Lima, una passione ardente per l'uomo, «perché Dio lo raggiunga»


Nel quinto anniversario della morte di don Luigi Giussani la comunità di Cl di Abbiategrasso ha presentato una mostra dedicata ad Andrea Aziani, dal titolo: "Febbre di vita - L’avventura di uomo libero. Abbiategrasso, Siena, Lima".
Andrea, studente della Statale di Milano negli anni più violenti della presenza cristiana in università, fu mandato da don Giussani nel 1976 ad iniziare l’esperienza del Clu a Siena, con altri tre universitari. Dal 1989 viveva a Lima, inviato da don Giussani per accompagnare la presenza del movimento in quel Paese, dove fu tra i fondatori di una importante Università cattolica.
Andrea è stato sepolto in terra di missione, dove aveva letteralmente speso la sua vita per Cristo e dove continua la sua opera. La mostra, infatti, prosegue idealmente e graficamente quella allestita in Lima nel 2009, primo anniversario della morte, ed è stata preparata da tanti amici «lieti, orgogliosi di poterlo ricordare come un vero padre», totalmente immerso nell’esperienza di molti e così presente che nei giorni successivi sono riemersi particolari e ricordi mai evidenziati, o scoperte piene di sorprese. Come ha raccontato Giovanna Albetti, interrotta, durante una visita guidata alla mostra, da Felice, un ragazzo incontrato da Andrea in caritativa. «Quando Andrea veniva all’Annunciata a farmi giocare o ad aiutarmi a fare i compiti, mi diceva: “Guarda che c’è Uno che ti ama più di tutti e vale la pena vivere per Lui”. Dopo quarant’anni ho ancora nel cuore quel che ho vissuto con lui». Dopo queste parole se ne è andato piangendo. Altri incontri altri ricordi, che hanno lasciato un segno tangibile. Mimma va con la figlia e ricorda Andrea che andava a prenderla la domenica per la Messa, ma lei scappava. Un giorno la andò a prendere su un albero e tirandole i piedi diceva: «Vieni con me, non lasciarmi solo».
Michele Faldi, visitor della comunità del Perù fin dal 1996, alla chiusura della Mostra ha sottolineato la statura culturale, gli articoli e pubblicazioni di Andrea, mossi da una "travolgente" passione educativa (non a caso la frase della Mostra, di Giussani, era continuamente ripetuta da Andrea in università e ricordata dai suoi alunni).
Uno dei curatori, l’architetto Sandro Rondena, durante l’inaugurazione ha detto: «Siamo profondamente commossi e grati al "Mistero fatto carne" che si è presentato nella nostra vita attraverso il volto lieto di Andrea; questa gigantesca figura di Memor Domini, figlio di don Giussani. Abbiamo avuto la grazia di fare un pezzo di strada con un santo».
Una personalità piena, compiuta, quella di Andrea, maturata (quasi "macerata" se si considera la struttura nervosa e secca del fisico e delle vita quotidiana) in questo continuo desiderare Cristo.
Ha sorpreso, tanto da aggiungere alcuni pannelli, il suo amore ai santi dei luoghi dove era stato mandato: santa Caterina a Siena, la santissima Annunziata a Firenze, san Martino de Porres e santa Rosa da Lima protettrice di Abiategrasso.
Tutti sono rimasti colpiti dal suo amore per l’uomo, perché innamorato di Cristo. Ricordando una frase di santa Caterina, scriveva ad un caro amico in viaggio “di missione” a Cuzco : «Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi! Ma perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente ardere di passione per l’uomo, perché Cristo lo raggiunga».
Mirna, una studentessa ha ricordato così l’ultima lezione all’Università Cattolica Sedes Sapientiae di Lima: «Sembra ieri l’ultimo giorno di lezione di Metafisica con il mio maestro Andrea Aziani. Molte furono le cose fuori dal comune che disse, ma ciò che richiamò di più la mia attenzione fu la passione con cui spiegò il tema della Bellezza. “In un mondo senza bellezza - scrive Von Balthasar - anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione… l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male”. Un mondo senza bellezza è una Waste Land (T.S. Eliot), una “terra desolata” abitata dalla disperazione, è la mezzanotte del Nichilismo. La bellezza risiede in un amore che, come cita il Cantico dei Cantici “è forte come la morte”, un Amore capace di sfidare la morte, il nulla, l’odio e tutto ciò che rende la vita smarrita e miserabile. Non era la bellezza estetica e banale cui si riferiva, era la bellezza della verità, dell’infinito».
Lo studente che ha parlato al funerale ha riferito che Andrea aveva terminato la sua ultima lezione dicendo: «Ricordatevi sempre: l’amore è più forte della morte».
Durante l’inaugurazione, in cui ha preso la parola il Sindaco della città, Roberto Albetti, e il Console generale del Perù a Milano, Ana Maria Alvarez, è stato letto un messaggio di Gianni Mereghetti, professore di liceo e uno dei curatori della mostra e in quei giorni in ospedale: «La bellezza di questa mostra è che l’amicizia con Andrea continua per il Mistero che la fa continuare».

domenica 21 marzo 2010

L'ineffabile tristezza della poesia pagana



"Una cosa come io intendo possa essere soltanto un'impressione, e un'impressione sottile; ma a me la religione e la letteratura pagana fanno, in questo senso, un'impressione grandissima. Ripeto: nel nostro significato sacramentale c'è, indubbiamente, l'assenza della presenza di Dio; ma in un significato realistico c'è la presenza dell'assenza di Dio. Noi sentiamo ciò nell'ineffabile tristezza della poesia pagana, perché io dubito che in tutto il meraviglioso umanesimo dell'antichità ci sia stato mai un uomo felice come san Francesco. Sentiamo ciò nella leggenda dell'età dell'oro e nel vago presupposto che gli dei stessi si riferissero in ultima analisi a qualche altra cosa, a un dio sconosciuto, sia pure ridotto alla figura del Fato. Soprattutto sentiamo ciò nei sublimi momenti in cui la letteratura pagana sembra ritrovare un'antica innocenza e parla con più sicura voce, sì che nessuna parola riesce adeguata se non il breve nome monoteistico: Dio".

G. K. Chesterton, L'uomo eterno

sabato 20 marzo 2010

"Questa madre contro cui sputate, vi accoglierà e vi perdonerà"

Ringrazio Padre Aldo per queste parole così dure e così vere e per la testimonianza che continua a dare. Soltano Cristo può generare uomini così.
Da Il Foglio di oggi, i grassetti sono miei.

Contro chi sputa sui preti

Ci scrive un missionario indignato per la campagna dei media sulla pedofilia

Sono in Italia da alcuni giorni e sono davvero amareggiato, addolorato per questi continui attacchi al Santo Padre, ai sacerdoti, alla Chiesa cattolica, usando la diabolica arma della pedofilia. E’ vero, questo argomento sembra interessare più a certi giornali e alle loro fantasie e allucinazioni che al pubblico: perché ho incontrato migliaia di persone e per lo più giovani, ma nessuno mi ha posto una domanda su questa questione. Il che significa che, sebbene esista questo flagello nel mondo e abbia intaccato anche la chiesa, con la dura, chiara e forte condanna del Santo Padre, siamo lontani anni luce da quel fenomeno di massa, come se tutti i preti fossero pedofili, come vogliono farci credere. Sono quarant’anni che sono sacerdote, sono stato in diverse parti del mondo, ho vissuto in brefotrofi, scuole, internati per bambini, ma non ho mai trovato un collega colpevole di questo delitto. Non solo, ma ho vissuto con sacerdoti, religiosi che hanno dato la vita perché questi bimbi avessero la vita.

Attualmente vivo in Paraguay,
la mia missione abbraccia tutto l’umano nella sua povertà, quell’umano gettato nell’immondizia dal sensazionalismo dei media. Da 20 anni condivido la mia vita con prostitute, omosessuali, travestiti, ammalati di Aids, raccolti per le strade, negli immondezzai, nelle favelas e me li porto a casa dove la Provvidenza divina ha creato un ospedale di primo mondo come struttura architettonica, ma paradisiaco come clima umano. E in questa “anticamera del Paradiso”, come lo chiamano loro, li accompagno al Paradiso. Hanno vissuto come “cani” e muoiono come principi. Vicino alla clinica, sempre la Provvidenza ha creato due “case di Betlemme” per ricordare il luogo dove è nato Gesù, che raccolgono 32 bambini, molti di essi violentati dai patrigni o dal compagno occasionale della “madre”. Tutti i giorni ho a che fare con situazioni terribili e indescrivibili. Spesso non ho neanche la capacità di leggere i referti delle assistenti sociali, tanto sono orrende le violenze sessuali subite dai miei bambini. Eppure, dopo alcuni mesi che sono con noi, respirano un’altra aria, quell’aria che solo il fatto cristiano e l’amore di noi sacerdoti contro cui i mostri del giornalismo si scagliano, facendo di ogni erba un fascio. Aveva ragione Pablo Neruda quando definiva certi giornalisti “coloro che vivono mangiando gli escrementi del potere”.

La certezza che “io sono Tu che mi fai” che sono frutto del Mistero e non l’esito dei miei antecedenti, per quanto pessimi possano essere stati, si trasmette come per osmosi nel cuore dei miei bambini che ritrovano il sorriso. Come si trasmette anche sui “mostri” (se così vi piace chiamarli voi giornalisti… a cui tanto assomigliate per la vostra ipocrisia) parlo di quelli che sembrano divertirsi a sputare contro la chiesa) che in fondo a loro volta, spesso, sono vittime e carnefici, vittime da piccoli e carnefici da grandi, avendo vissuto come bestie. Il mio cuore di prete mentre do la mia vita per questi innocenti non può non dare la vita, come Gesù, anche per coloro di cui Gesù ha detto con parole fortissime “prima di scandalizzare uno di questi piccoli è meglio mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel profondo del mare”.
Sono solo alcuni esempi, di milioni, della carità della chiesa. Mi fa soffrire questo sputare nel piatto nel quale, Dio lo voglia, anche certi morbosi giornalisti, un domani si troveranno a mangiare, perché se uno sbaglia non significa che la chiesa sia così. Questa chiesa che è il respiro del mondo. Non vi chiedete cosa sarebbe di questo mondo senza questo porto di sicura speranza per ogni uomo, compresi voi che in questi giorni come corvi inferociti vi divertite sadicamente a sputare sopra il Suo Casto Volto? Venite nel terzo mondo per capire cosa vuol dire migliaia di preti e suore che muoiono dando la vita per i bambini. Venite a vedere i miei bambini violentati che alcuni giorni fa prima di partire per l’Italia piangevano chiedendomi: “Papà quando torni?”.

Non voglio strappare le lacrime a voi
che siete come le pietre ma solo ricordarvi che anche per voi un giorno quando la vita vi chiederà il “redde rationem vilicationis tuae” questa chiesa, questa madre contro cui avete imparato bene il gioco dello sputo, vi accoglierà, vi abbraccerà, vi perdonerà. Questa madre, che da 2000 anni è sputacchiata, derisa, accusata e che da 2000 anni continua a dire a tutti coloro che lo chiedono: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
Questa madre, che sebbene giudichi e condanni duramente il peccato e richiami duramente il peccatore reo di certi orrendi delitti, come la pedofilia, non chiude e non chiuderà mai le porte della sua misericordia a nessuno. Mi confortano le parole di Gesù “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. Come mi conforta l’immensa santità che trabocca dal suo corpo di “casta meretrix”.
Allora non perdiamo tempo dietro i deliri di alcuni giornalisti che usano certi esecrabili casi di pedofilia per attaccare l’Avvenimento cristiano, per mettere in discussione la perla del celibato, ma guardiamo le migliaia di persone, giovani in particolare, incontrati personalmente in una settimana di permanenza in Italia che credono, cercano e domandano alla chiesa il perché, il senso ultimo della vita e che vedono in lei l’unica possibile risposta.

Personalmente mi preoccupa di più l’assenza di santità in molti di noi sacerdoti che altre cose per quanto gravi e dolorose siano. Mi preoccupa di più una chiesa che si vergogna di Cristo, invece che predicarlo dai tetti. Mi preoccupa di più non incontrare i sacerdoti nel confessionale per cui il peccatore spesso vive quel tormento del suo peccato perché non trova un confessore che lo assolva. Alle accuse infamanti di questi giorni urge rispondere con la santità della nostra vita e con una consegna totale a Cristo e agli uomini bisognosi, come non mai, di certezza e di speranza. Alla pedofilia si deve rispondere come il Papa ci insegna. Però solo annunciando Cristo si esce da questo orribile letamaio perché solo Cristo salva totalmente l’uomo. Ma se Cristo non è più il cuore della vita, allora qualunque perversione è possibile. L’unica difesa che abbiamo sono i nostri occhi innamorati di Cristo. Il dolore è grandissimo, ma la sicurezza granitica: “Io ho vinto il mondo” è infinitamente superiore.

Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay


mercoledì 17 marzo 2010

St. Patrick Cathedral, NYC



Oggi é il St. Patrick's Day, il giorno di San Patrizio, festa di tutti gli irlandesi nel mondo. San Patrizio fu il vescovo che convertì l'Irlanda dopo un passato da schiavo, e (scoperta di oggi) da quando utilizzò il trifoglio per spiegare ai celti pagani il concetto di Trinità, questo divenne da allora il simbolo del popolo Irlandese.

La cattedrale di St. Patrick a NYC forse non sarà il cuore della città, ma di sicuro é il cuore della mia New York. Per tanti splendidi motivi, fra cui l'altare alla Madonna di Czestochowa, quello a Santa Rosa da Lima, la splendida candida statua di Maria sopra il Tabernacolo, dietro l'altare maggiore, e tanti altri.
Situata sulla Fifth Avenue, la strada più chic, fra store di grandi marche e grattacieli svettanti, risplende nella sua imponente architettura neogotica. Sembra di trovarsi nel cuore della Francia di Luigi IX invece che a Manhattan. Ed é questo il bello. Specie l'estate scorsa, cercavo di andarci il più spesso possibile, cosa che farò pure quest'estate.

Mi raccontavano alcuni amici una bella e vera storia. Davanti al sagrato di St. Patrick si trova la celebre statua dell'Atlas, l'Atlante mitico che regge il mondo sulle sue spalle; é uno dei simboli del Rockefeller Center, il complesso di edifici che spazia dalla 5° alle 6° avenue. Fu voluta, mi raccontavano, in aperta opposizione alla chiesa stessa: era il simbolo dell'uomo che si fa da sé e regge il mondo tutto sulle proprie spalle, leggermente piegato ma fiero nello sguardo
. Ebbene, all'inaugurazione della statua l'arcivescovo fece spalancare il portone principale della cattedrale e disse: "Ecco, anche lui si inchina di fronte all'Altissimo".










(Le prime due foto sono dell'estate scorsa, l'ultima risale al 2008)

L'ideologia battagliera del libertinismo moderno

Dal Foglio del 15 marzo, il saggio e coraggioso editoriale di Giuliano Ferrara


I moralisti dalla vita bassa che mettono la chiesa sotto assedio

La vita bassa di ragazzini e ragazzine e la guardia alta contro la pedofilia, il preservativo a scuola e il rigore nei seminari: il secolo propone alla chiesa i suoi ridicoli, grotteschi paradossi, e noi dovremmo bere quest’abbondanza di menzogna, spettatori inebetiti dell’assedio. La più straordinaria turlupinatura si presenta come un discorso prepotente, allusivo, temerario e inquisitivo intorno al sesso. Il secolo dice alla più forte istituzione cristiana, la chiesa cattolica, e alle altre denominazioni che ancora non abbiano deciso di ordinare le donne, di spegnere il sacerdozio consacrato nel sacerdozio universale, di autorizzare i matrimoni christian-gay: la vostra carne è debole, siete perversi, la vostra castità è lo schermo dietro il quale si scatena l’inconscio freudiano, la chiesa è la tenutaria di un bordello pedofilo mascherato, e nemmeno il Papa è immune da responsabilità.
Capisco la reazione malcerta della gerarchia. Capisco le esitazioni, le divisioni, l’incapacità di alzare il tono della voce, di difendersi contrattaccando, di mettere alla frusta i viziosi argomenti di chi disprezza senza ragioni castità, celibato, morale sessuale della chiesa sui temi del matrimonio e della famiglia. Hanno vivo il senso del peccato. Considerano santa la chiesa stessa. Conoscono la debolezza della natura umana. Sanno i rischi di una vita consacrata e di istituzioni monosessuali improntate al voto di castità. Hanno letto san Paolo e sant’Agostino, ma anche Bernanos e Mauriac. Oltre tutto hanno deciso di abbracciare i tempi, di consegnarsi alle loro indagini e ai loro verdetti, e la reazione giovanpaolina, proseguita e intensificata da Benedetto con i suoi mezzi, è insufficiente a ribaltare di segno la grande ritirata psicologica e pastorale, oltre che teologica, della chiesa del Novecento. Li capisco perché sono ormai da molti anni l’obiettivo di una vasta, forte, sistematica campagna di diffamazione e di colpevolizzazione che ha un solo obiettivo: scardinare la tradizione e la dottrina della chiesa, demolire il sacro e il suo recinto, introdurre nella chiesa una parodia di democrazia secolare e di eguaglianza ideologica, ma soprattutto sostituire anche tra i cristiani, tra i cattolici, l’ideologia del sesso sicuro, del sesso ginnastico, del sesso come salute fuori da ogni complicazione di salvezza.
La chiesa è esposta perché è l’ultima istituzione ad avere una paideia, a credere nell’educazione alla libertà e nella cura d’anime. Il secolo la circonda con la sua vita banalmente erotizzata, butta sul mercato l’ideale giovanile di sisley, dolce & gabbana, calvin klein: i suoi modelli sono la danza di stupro con la ragazzina distesa e il machismo del branco che le si rannuvola d’intorno, o le patte gonfie delle mutande adolescenti. Dall’alto di questa cattedra, il secolo le imparte, senza nemmeno vergognarsene, la sua lezione di vita bassa e guardia alta. Se un problema pedofilo e di altro disordine sessuale sia nato in forma anomala, di gran lunga superiore alla routine del peccato carnale, e in quali anni e perché, lo si potrebbe appurare con mezzi semplici, d’indagine seria, e si vedrebbe che è la consunzione identitaria del sacerdote nel dopo Concilio Vaticano II ad aver prodotto limitati ma sicuri effetti anche in questo campo di vita morale. Ma il secolo non vuole purificare la chiesa dai peccati dei suoi figli, il secolo non crede nel peccato, vuole bensì depurarla di tutto ciò che le è caro e sacro, di ciò che la distingue e non la riconduce all’ideologia totalizzante del libertinismo moderno: mostrifica enfatizza e censura la pedofilia dei preti, la trasforma in una insopportabile colpa morale della chiesa casta. È una lotta ideologica, una caccia alle streghe.

lunedì 15 marzo 2010

Figlio mio, per questo cuore!

Da "Saulo di Tarso", di Oscar V. Milosz, Quarto quadro.


Conversione di Saulo, Caravaggio (particolare)




LA VOCE



O Paolo, Paolo! quanto soffrirai a causa mia!
Ora resterai tre giorni con me, con gli occhi
chiusi, senza mangiare né bere; ma il terzo giorno
Anania t'imporrà le mani nella casa
di Giuda a Damasco (nella strada chiamata la Dritta)
e allora ti risveglierai al dolore, Paolo
alla vita! e dirai: l'ho perso per sempre,
l'immenso Amore della via di Damasco, l'ho perduto
per la vita! non vedrò più il suo bel volto.
Perché tu ami, Paolo, e dovrai amare a lungo
sotto lo sguardo, oh!, sotto il terribile sguardo dell'uomo.
Libererai il tuo amico Rehob e la sua sposa
poi, scenderai nella strada e fermerai
il passante, lo straniero, l'indifferente, per parlargli
di me, della via di Damasco; e gli uomini diranno
Saulo di Tarso é pazzo, parla come i convertiti.
Ma il tuo grande amico, il sovrano sacrificatore,
non dubiterà un solo istante della lucidità
del tuo spirito e ti farà gettare in prigione.
Là io ti visiterò, strapperò i legami
farò saltare le serrature; ma non mi vedrai:
fino al giorno della tua morte non vedrai più il mio volto.
E tu vivrai a lungo, a lungo Paolo, per il dolore
dell'amore e dell'assenza; e la disperazione, amica
degli amanti, ti sussurrerà all'orecchio, di notte:
sai, la tua famosa via di Damasco, e tutto il resto...
E piangerai amaramente, con la fronte sulla pietra.
Ma al primo grido del gallo nella felicità del mattino
l'amore, il coraggio e la fede s'alzeranno gioiosi
nel tuo cuore, come chiari fanciulli che salutino il giorno.
E dirai: ci aspettano a Filippi, a Listra,
a Troas; dobbiamo andare a soffrire a Tessalonica
a Corinto, a Berea; e bisogna affrontare Efeso,
le città di Siria e Gerusalemme, Malta e Roma.
A causa di queste mani, figlio mio, a causa di questi piedi,
a causa di questa fronte straziata, bimbo mio; a causa
di questo fianco trafitto, e di questo cuore, di questo cuore!

domenica 14 marzo 2010

Nostalgia di casa. Il viaggio come ritorno

Saggio breve scolastico, un bell'otto e mezzo. Buona lettura







La figura dell'uomo viaggiatore é riscontrabile nel repertorio mitologico, artistico e letterario di pressoché qualsiasi cultura della millenari storia umana. Nell'epica mesopotamica, l'eroe Gilgamesh compie un viaggio alla ricerca della pianta dell'immortalità oltre le montagne di Assur; l'Odisseo omerico affronta innumerevoli peripezie con nel cuore lo struggente desiderio della sua Itaca; il popolo di Israele cerca la via del ritorno dalla schiavitù verso la Terra Promessa, nell'Antico Testamento. Il viaggio é metafora dell'esistenza: "Lo spostamento nello spazio é il primo segno... il viaggio nello spazio simboleggia il passaggio del tempo, lo spostamento fisico, a sua volta, il cambiamento interiore; tutto é viaggio" (T. Todorov, Le morali della Storia, Torino 1995), e l'uomo é un viaggiatore. Il cammino dell'uomo ha assunto nelle varie culture connotazioni differenti, anche se rimangono due caratteristiche a tutte comuni: la méta agognata dall'uomo ha spesso le fattezze dell'ignoto, ma allo stesso tempo essa si identifica con ciò che si é soliti definire con il termine "casa". L'uomo é alla costante ricerca di sé, é proiettato verso un luogo ritenuto essenziale per la definizione della sua natura: appunto una casa. E' sempre un desiderio coincidente con la nostalgia a spingere l'uomo verso il viaggio. L'etimologia stessa della parola "nostalgia" lo conferma: nostos (= ritorno) e algos (= dolore). Ogni uomo viaggia per ritornare a Itaca.

L'esperienza del proiettarsi verso l'altro, verso la realtà, appartiene ad ogni uomo fin dalla nascita. Il viaggio stesso in senso reale, rappresenta una tappa matura di questo tipo d'esperienza. L'ignoto affascina e il desiderio di conoscenza incalza. Come nota Pietro Citati ( Le guide delle meraviglie, La Repubblica 28.12.04), la fantasia dedl bambino esplora la geografia reale dandole i connotati del viaggio fantastico. In quelle che effettivamente sarà il viaggio reale non si potrà fare a meno di notare però, nonostante le ovvie differenze, che in fondo sarà giocoforza tornare allo sguardo del bambino. Tutti i cosiddetti "viaggi fantastici", a partire dall'Odissea, nascono dall'esperienza reale: Omero ben conosceva la materia della sua poesia, e di certo avrà visto uomini prendere il largo nel mare infinito. Ecco perché il viaggio é veramente metafora dell'esistenza: é un qualcosa che emerge da un'esperienza reale.

Ma la caratteristica centrale di ogni viaggio così inteso é quella di essere sempre e comunque un ritorno. Paradossalmente, come prima si notava, l'uomo intraprende un cammino per trovare il vero sé, il suo "io" più autentico. La pianta dell'immortalità di Gilgamesh; l'Itaca pietrosa di Odisseo; il Regno dei Cieli per l'homo viator, il pellegrino cristiano. La strada però é difficoltosa: "Sempre più incerto, nelle vertiginose trasformazioni del vivere, appare il ritorno - materiale e sentimentale - a se stessi; l'Ulisse odierno non assomiglia a quello omerico o joyciano, che alla fine ritorna a casa, bensì piuttosto a quello dantesco che si perde nell'illimitato" (C. Magris, Tra i cinesi che sognano Ulisse, Corriere della Sera, 12.12.03). L'uomo del Novecento si trova ben rappresentato nell'Uliss di Joyce, inqiueto e disgregato viaggiatore moderno. Il suo ritorno a casa non coincide certo con l'Itaca omerica. Se l'uomo del secolo scorso ha riconosciuto di essere tale, nondimeno ha desiderato essere ben altro. Basta considerare l'enorme successo di una storia come Il Signore degli Anelli, un'isola di gioia nel cuore del secolo nichilista, che non a caso narra del viaggio di una compagnia di amici per liberare la Terra e se stessi dal Male. Un viaggio verso casa. Queste le ultime parole della saga, pronunciate dal piccolo hobbit Sam davanti all'uscio di casa: "Sono tornato".
Tutti gli uomini vivono della nostalgia di questa casa, del viaggio di ritorno verso di essa. L'Ulisse dantesco, é vero, "si perde nell'illimitato", ma occorre ricordare che Dante stesso si pone come un nuovo Ulisse, un Ulisse cristiano. Anch'egli sarà infine accolto nella sua vera casa.
La più bella metafora dell'esistenza, la più vera, rappresenta una sfida per ogni uomo, compreso quello odierno. Come ha scritto il premio Nobel José Saramago, "nessun viaggio é definitivo" (Viaggio in Portogallo, Torino 1999), ma nessun viaggiatore si sentirebbe di rinunciare alla definitività di quel luogo verso cui si sente irrimediabilmente attratto.

Raggiuntolo, la nostalgia cederà il passo ad una grande festa.

giovedì 11 marzo 2010

Il Riscattatore





The Rescuer
- The ascending birds represent souls being rescued from destroying flames. The rescuer exposes his arms to the fire in order to hold it back while he guides the birds upward toward the horizon, toward light. The human figure is a "type" or symbolic metaphor of Christ. Each of us is called by God to do as the Lord does, in some form or other, through sacrifice and prayer.

martedì 2 marzo 2010

La gloriosa polifonia del pensiero





Visto da lontano, il pellicano che nutre i propri piccoli offrendo ad essi i pesci raccolti nell'ampio becco piegato sul petto, pareva agli occhi di un medievale un aprire la propria pelle per offrire il proprio sangue come nutrimento.

Il Pellicano é quindi figura del Cristo dolce Padre che dà se stesso per i propri figlioli. Questo estratto a me molto caro fa capire l'amore alla realtà che ha caratterizzato il Medioevo.



"Il simbolismo creò in tutta la natura e in tutta la storia un ordine indissolubile, un'articolazione architettonica, una subordinazione gerarchica; poiché ci devono essere, in ogni rapporto simbolico, un termine superiore e uno inferiore, due cose di ugual valore non possono essere il simbolo una dell'altra, ma soltanto riferirsi entrambe ad una terza superiore ad esse. Nel pensiero simbolico c'è posto sufficiente per un'incalcolabile molteplicità di rapporti fra le cose. Non vi é cosa così umile che non possa significare le cose supreme e servire alla loro glorificazione. La noce significa Cristo: il dolce gheriglio é la natura divina, il mallo verde e carnoso é quella umana, il guscio fra i due é la croce. Tutte le cose servono da fulcro e sostegno affinché il pensiero si elevi all'eterno; tutto si solleva reciprocamente di grado in grado verso l'alto. Il pensiero simbolistico si presenta come un incessante trasfusione del sentimento della maestà ed eternità di Dio in tutto quanto si può percepire e pensare. Non lascia mai spegnere il fuoco del sentimento mistico della vita. Presta a tutte le cose un più alto valore estetico ed etico. Ci si immagini quale godimento può offrire un mondo, in cui ogni pietra preziosa brilla con tutti i bagliori dei suoi valori simbolici, in cui l'identità della rosa e della verginità é più che una bella veste poetica perché quell'identità comprende l'essenza dell'una e dell'altra. Si vive in una vera polifonia del pensiero. Tutto é pensato a fondo. In ogni rappresentazione risuona un accordo armonioso di simboli. (...).
Ogni simbolo riceve un valore superiore, un grado molto maggiore di realtà, in quanto tutti si schierano in ultima istanza intorno al miracolo centrale dell'Eucaristia, e in essa la concordanza non é più soltanto simbolica, ma diventa identità: l'ostia é Cristo."

Johan Huizinga, Autunno del Medioevo

Abbiamo visto il volto trasfigurato di Cristo che si rende riconoscibile"

Da Tracce.it


La Trasfigurazione, Raffaello
01/03/2010 - Dopo il violento terremoto che ha colpito il Paese sudamericano, gli amici del movimento cileni hanno scritto un messaggio. Ecco il testo

Cari amici,
davanti al terremoto che ha colpito il nostro Paese, diviene ancora più evidente che la vita è un mistero e non ci appartiene.
Di fronte alla bellezza della natura cilena sorge sempre una domanda: «Chi ne è l’autore?».
Allo stesso modo, davanti alla grandezza di questo terremoto, ci sentiamo piccoli, impotenti e fragili.
Tuttavia, da questa esperienza nasce un’altra domanda: «Cosa chiede a noi il Signore attraverso questa circostanza?».
Anche recentemente, nella nostra compagnia e in molti testimoni, abbiamo visto il volto trasfigurato di Cristo che si rende conoscibile, e questa esperienza ci aiuta a entrare nel mistero della Croce.
Senza Cristo, la bellezza avrebbe come esito una triste malinconia, e il dramma si volgerebbe in tragedia, come ci ha ricordato Carrón in occasione del terremoto di Haiti.
Per questo siamo invitati a pregare per tutti coloro che soffrono le conseguenze di questo dramma, e abbiamo altresì il dovere di fare che la carità che abbiamo ricevuto trabocchi in una condivisione concreta delle necessità del popolo cileno.

Comunione e Liberazione (Cile)